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giovedì 25 gennaio 2018
Archeologia. L’espansionismo dei Sardi nuragici nel Mediterraneo occidentale. Riflessioni di Massimo Pittau
Archeologia. L’espansionismo
dei Sardi nuragici nel Mediterraneo occidentale.
Riflessioni di Massimo Pittau
La peregrina e perfino
ridicola tesi dei nuraghi intesi come “castelli” e “fortezze” per
mezzo secolo ha impedito che in Sardegna si intravedesse una sia pure pallida
idea di che cosa sia stata effettivamente la “civiltà nuragica”, sia
rispetto alla sua caratteristica interna o civile e culturale, sia rispetto a
una sua eventuale politica esterna di espansione fuori dell’isola.
Si consideri che, rispetto a
queste due prospettive, interna ed esterna, se si accettava come valida la tesi
dei nuraghi intesi come “castelli” e “fortezze”, si era costretti
a concepire la Sardegna come un immenso “campo trincerato”, guarnito e
difeso da circa 7 mila fortilizi, cioè da una immensa quantità di
fortificazioni, che probabilmente il “Vallo Atlantico” messo su da
Hitler nella II guerra mondiale contro il previsto sbarco degli Anglo-Americani
in Europa, non riusciva a equiparare. E dietro il
martedì 7 marzo 2017
I Sardi fra i Popoli del Mare del prof. Giovanni Ugas. Riflessioni di Massimo Pittau
I Sardi fra i Popoli del Mare del prof. Giovanni Ugas
Riflessioni di Massimo Pittau
La
partecipazione degli antichi Sardi alle imprese dei cosiddetti “Popoli del
Mare” o “Popoli delle Isole” o “Popoli Nordici”, che a più riprese tentarono
l'invasione dell'Egitto all'epoca dei faraoni Merneptah (1236-1223 a. C.) e
Ramesses III (1198-1166 a. C.), era stata per la prima volta formulata da E. De
Rougè, nella «Révue Archéologique», XVI (1867, pag. 35 segg.) e in seguito da
F. Chabas, Études sur l'antiquité historique d'après les sources égyptiennes et
les monuments reputés prehistoriques (Chalon 1872). Per la loro tesi i due
studiosi francesi si erano fondati sulle notevoli somiglianze del vestiario e
dell'armamento dei “Popoli del Mare”, quali appaiono nei bassorilievi dei
monumenti egizi, col vestiario e armamento degli antichi Sardi, quali figurano
in bronzetti nuragici, che già nell’Ottocento cominciavano a essere conosciuti
anche in Europa. In seguito quella proposta di identificazione è stata
accettata da quasi tutti gli autori che hanno approfondito il
martedì 31 gennaio 2017
Sull’origine del nome di Jerzu, di Massimo Pittau
Sull’origine del nome di
Jerzu
di Massimo Pittau
Sulla origine del nome di Jerzu, villaggio
dell'Ogliastra, abbiamo nel passato discusso parecchio, senza però arrivare
alla fine ad una soluzione etimologica accettabile o almeno probabile.
Già nel 1983, nella mia
raccolta Chi siamo - Nuoro e la sua
provincia (serie di inserti del quotidiano «La Nuova Sardegna», Sassari,
novembre 1983-marzo 1984), avevo prospettato l'ipotesi che il toponimo Jerzu
derivasse dal fitonimo latino subereus «sughera». In miei interventi
successivi però avevo lasciato cadere quella mia ipotesi per la ragione che non
ero riuscito a intravedere una possibile trafila fonetica tra il fitonimo
latino e il toponimo sardo. In uno di questi giorni, invece, come semplice
effetto di avere a pranzo sotto gli occhi la scritta di una bottiglia del
famoso vino cannonau di Jerzu, ho trovato la soluzione del problema, del
lunedì 9 gennaio 2017
Archeologia e linguistica. I costruttori dei nuraghi citati dalle fonti classiche, di Massimo Pittau
Archeologia e linguistica. I costruttori dei nuraghi citati dalle fonti classiche
di Massimo Pittau
Qualche tempo fa il mio collega e amico Mauro Maxia mi aveva
fatto una osservazione, per la quale io avevo espresso il mio assenso, ma alla
quale non avevo dedicato la necessaria attenzione. Il Maxia mi diceva che era
illegittimo chiamare “Nuragici” gli antichi Sardi, costruttori dei nuraghi e
creatori della corrispondente grande civiltà. Egli mi diceva che in realtà il
vocabolo “Nuragico-a” era un neologismo creato di recente dagli studiosi moderni,
mentre i nostri progenitori chiamavano se stessi solamente Sardi.
L'amico Maxia aveva piena ragione ed io oggi riprendo la questione con
l'intento di chiarirla meglio (d'altronde lo stesso Maxia mi ha
giovedì 5 gennaio 2017
Archeologia. Sardegna Nuragica e falso mistero della lingua etrusca: intervista a Massimo Pittau, di Francesca Bianchi per FTNews.
Archeologia. Sardegna Nuragica e
falso mistero della lingua etrusca: intervista a Massimo Pittau,
di Francesca
Bianchi per FTNews.
(Fonte: http://www.ftnews.it/articolo.asp?cod=942)
FtNews ha avuto il grande piacere di intervistare il
linguista e glottologo sardo Massimo Pittau, studioso della lingua etrusca
e della lingua sarda e protosarda.
Classe 1921, nel 1959 ha conseguito la libera docenza e nel 1971 la cattedra in Linguistica Sarda nell'Università di Sassari. Contemporaneamente ha tenuto a lungo l'incarico di Glottologia oppure quello di Linguistica Generale. Autore di una cinquantina di libri e di più di 400 studi relativi a questioni di linguistica, filologia, filosofia del linguaggio, nel corso della nostra intervista lo studioso ha ribadito l'assoluta falsità della tesi secondo cui la lingua etrusca è un "mistero indecifrabile", rivelandoci gli indizi che l'hanno portato a stabilire la strettissima parentela genetica e linguistica dei Nuragici con gli Etruschi. Si è soffermato, poi, sulla storia dei
Classe 1921, nel 1959 ha conseguito la libera docenza e nel 1971 la cattedra in Linguistica Sarda nell'Università di Sassari. Contemporaneamente ha tenuto a lungo l'incarico di Glottologia oppure quello di Linguistica Generale. Autore di una cinquantina di libri e di più di 400 studi relativi a questioni di linguistica, filologia, filosofia del linguaggio, nel corso della nostra intervista lo studioso ha ribadito l'assoluta falsità della tesi secondo cui la lingua etrusca è un "mistero indecifrabile", rivelandoci gli indizi che l'hanno portato a stabilire la strettissima parentela genetica e linguistica dei Nuragici con gli Etruschi. Si è soffermato, poi, sulla storia dei
domenica 27 marzo 2016
Enciclopedia della Sardegna Nuragica (Ipazia books), di Massimo Pittau
Enciclopedia della Sardegna Nuragica (Ipazia books)
di Massimo Pittau
E' in lavorazione con un nuovo titolo: "Compendio della civiltà dei Sardi Nuragici".
venerdì 15 gennaio 2016
Origine e significato dei toponimi Crema e Cremona, di Massimo Pittau
Origine e significato dei toponimi Crema e Cremona
di Massimo Pittau
L'antica città di Cremona
non è di origine gallica, come fa intendere anche un passo di Tacito (Hist.
3.34) che la definisce propugnaculum adversus Gallos (TopIT 121). Il
toponimo invece è molto probabilmente di origine etrusca, come fa intendere il
suo suffisso accrescitivo -on-, il quale in etrusco suonava come -un-
e pure -ũ nasalizzato (LLE,
Norme 7, 8). Si vedano i casi del tutto simili dei toponimi Cortona (etr.
Curtun), Verona (gentilizi etr. Veru, Verunia), Vèscona
(Asciano, SI; TTM 46), Vescóna (TVA
56) (gentilizi etr. Vescu, Vescun(-ia) (ThLE² 149), Bettona (Umbria; lat. Vettona)
(gentilizio etr. Vetu) e inoltre quelli toscani Cetona, Faltona
(LIOE 84, 92, 119).
Se il toponimo Cremona
è dunque un accrescitivo, si vede bene che la base da cui è derivato è l'altro
toponimo lombardo Crema.
Ebbene, io prospetto che il
toponimo Crema corrisponda all'appellativo crema «panna, grasso
del latte, burro», che finora risulta di origine incerta (DELI). Pertanto sono
dell'avviso che
venerdì 8 gennaio 2016
Ancora sull’Atlantide, di Massimo Pittau
Ancora sull’Atlantide
di Massimo Pittau
Nella recente pubblicazione promossa dal Dipartimentop di
Storia dell'Università di Cagliari “Itinerando –
Senza confini dalla preistoria ad oggi” (Morlacchi Editore, Perugia
2015) è incluso anche uno studio di Giovanni Ugas, intitolato “L'isola del continente: l'Atlantide tra fantasia e storia”.
L'articolo è preceduto da un “riassunto”, che mi preme
trascrivere testualmente per evitare sia mie troppo numerose e lunghe citazioni
sia miei eventuali errori di interpretazione.
«Con la sua narrazione sull’isola di Atlantide, Platone ha
proposto un racconto favoloso con un messaggio di natura politica, ma ciò non
preclude l’esistenza di un substrato fisico e storico su cui il mito è
costruito. Il compito di rintracciare i brandelli di storia e geografia di
questo racconto è irto di insidie come emerge dalle tante e disparate ipotesi
interpretative e dalla elaborazione di nuove fantastiche creazioni. Percorrendo
il sentiero poco esplorato dell’analisi dei testi egizi, questo rapido lavoro
giunge alla conclusione che l’isola di Atlantide è, in origine, una nesos nel senso del termine egizio iw, non circondata ma solo lambita dall’Oceano,
che va identificata con
mercoledì 11 novembre 2015
Iscrizione latina del nuraghe presso Áidu Entos (Mulargia), di Massimo Pittau
Iscrizione
latina del nuraghe presso Áidu Entos (Mulargia)
di
Massimo Pittau
Nella
più importante delle strade costruite in Sardegna dai Romani, quella che andava
da Tibulae (Castelsardo) a Caralis (Cagliari), toccando anche Molara
(= Mulargia; “Itinerario di Antonino”, 82.2) e attraversando Áidu Entos
«valico dei venti» verso Bortigali, si trova un piccolo nuraghe, sul cui
frontone si notano ancora i resti di una iscrizione latina di epoca imperiale.
Questa però, a causa dello sbriciolamente della roccia, purtroppo risulta in
parte illeggibile, come avevo già indicato io, primo segnalatore della
iscrizione (M. Pittau, Ulisse e Nausica
in Sardegna, Nùoro 1994, capo XII).
Fino
ad ora lo storico Attilio Mastino e l'epigrafista Lidio Gasperini avevano
ricostruito l'iscrizione in questo modo:
Essi
però non si sono accorti che il gruppo di lettere ILI è strettamente preceduto
da alcune lettere purtroppo non chiare. Ed io le ricostruisco e leggo il primo
vocabolo come GIDDILI, cioè uguale a «Giddilitani o Gitilitani», abitanti di Gitil.
E dopo interpreto e traduco l'intera iscrizione in questo modo:
GIDDILI(TANI)
IVR·(IS) D(OMI)N(O)
NURACS·SESSAR
M· C·
i
Giddilitani (dedicano) al Signore del diritto (Giove)
costruttori
del nuraghe
miglia cento
Tengo
molto a precisare che questa mia interpretazione e traduzione in realtà è
effetto della mia compartecipazione, scritta e pure orale, col collega ed amico
Attilio Mastino: prima e senza i suoi interventi anche io avrei continuato a
vagolare intorno a questa che si presentava come una iscrizione grandemente
misteriosa.
Prima importante considerazione: in
epigrafia, relativamente ad ogni e qualsiasi lingua scritta, vale questa
importante norma metodologica: «una iscrizione è “contestuale” al supporto in
cui risulta iscritta, salvo prova contraria». Ciò significa ed implica che un
epigrafista ha il dovere e pure l’interesse a ritenere che una iscrizione I)
appartiene realmente al suo supporto, II) è stata scritta da chi ha costruito
od ordinato il supporto. Su un epigrafista che in un caso specifico neghi
questa “contestualità”, cade l’obbligo di dimostrare le ragioni della sua
scelta contraria.
Ebbene,
dato che questa iscrizione latina di Áidu Entos risulta scritta su
quell'edificio civico-religioso che era il “nuraghe” e addirittura nel suo
punto più importante che è il “frontone”, cioè il suo fastigium, se ne
deve trarre una prima e importante conclusione: essa è fornita anche di un
“carattere sacrale o religioso”, ossia deve contenere pure un riferimento a qualche
divinità ivi adorata. Questa divinità, a mio avviso, è probabilmente indicata
con la formula abbreviata IVR· DN, che io svolgo in IVR·(IS) D(OMI)N(O) e
traduco «al Signore del diritto (Giove)».
Una
tale interpretazione e traduzione è perfettamente congruente col carattere
essenziale del nuraghe, nella sua caratteristica di “edificio multifunzionale e
cerimoniale, religioso e civico” entro e attorno al quale si svolgevano, in un
clima di religiosità, tutte le funzioni sociali della tribù: riti di nascita,
pubertà, matrimonio, malattia, morte, pace o guerra, carestia, siccità,
pestilenza degli uomini e del bestiame, sogni, in maniera particolare rito
della “incubazione” e quello connesso dell’“oracolo”. Invece questo essenziale
carattere anche sacrale o religioso del nuraghe è stato trascurato del tutto da
A. Mastino, il quale ha finito con l'optare per la tesi che quella in esame
fosse un'iscrizione confinaria, la quale avrebbe indicato il confine del
territorio degli Ilienses.
Seconda
considerazione: Gitil era un antico
villaggio, ormai scomparso, della curatoria del Marghine, citato ampiamente nel
Condaghe di Trullas (CSNT² 80.1,
80.5, 97, 97.1, 177, 243 e [244]),
nel Condaghe di Silki (CSPS passim) e anche nella Carta di donazione di Furatu de Gitil a
Montecassino del 1122 circa (CREST XXI 3). Siccome i suoi abitanti, assieme con
quelli di Mulargia e di Bortigali, avevano rivendicato, contro il convento di
San Nicola di Trullas (Semestene), il possesso del salto di Santu Antipatre (l'odierno Santu Padre di Bortigali), c'è da
supporre che il villaggio fosse a Padru
Mannu (nella Campeda), dove si trova ancora qualche macina romana e si
vedono i resti della strada romana che veniva da nord verso Caralis,
toccando Ad Medias (Vias) (Abbasanta), Forum Traiani
(Fordongianus), Othoca (Santa Giusta), Aquae Neapolitanae (Santa Maria de is Aquas di Sardara).
Però
gli abitanti di Gitil, abitando in un
sito molto ventoso e piuttosto freddo in inverno, usavano come zona di
svernamento per le loro greggi la vallata del riu Mannu di Cuglieri, come dimostrano due cippi terminali con
iscrizioni latine di epoca romana, nei quali si parla dei limiti territoriali
dei Giddilitani o Ciddilitani (CIL X 7930, E. E. VIII 732;
vedi A. Mastino, in «Archivio Storico Sardo di Sassari», II 187-205; A. Mastino, Storia della Sardegna antica, Nuoro
2005, passim), i quali erano evidentemente gli abitanti di Gitil.
È
evidente che l'indicazione delle miglia nella nostra iscrizione fa preciso
riferimento alla citata strada romana, che passava per l'appunto anche a Molaria
(Mulargia), sfociando nell'Áidu Entos «valico dei venti», verso
Bortigali e il meridione. Ed è molto importante precisare che pure
l'indicazione delle miglia romane, 100 – come ha interpretato bene Attilio
Mastino - è quasi del tutto esatta, dato che il
nuraghe di Áidu Entos dista da Tibulae 98 miglia romane. (Si
vedano nel citato “Itinerario di Antonino” le distanze in miglia da Tibulae:
Gemellas m.p. XXV; Luguidonec m.p. XXV; Hafa m.p. XXIIII; Molaria
m.p. XXIIII).
Però
Attilio Mastino ha interpretato il gruppo di lettere ILI come abbreviazione di
ILIENSES, il noto popolo sardo, perenne ribelle al dominio di Roma. Senonché,
da un lato egli non ha notato che il gruppo di lettere in realtà è preceduto da
alcune altre lettere ormai non chiare, dall'altro che a questa sua spiegazione si
oppone il fatto che tutti gli altri storici, antichi e moderni, hanno mostrato
di ritenere che gli Ilienses fossero stanziati e arroccati nelle
montagne del centro dell'Isola, mentre è inverosimile ritenere che essi fossero
stanziati nella zona del Marghine e della Campeda, la quale era molto
trafficata e frequentata dai reparti degli eserciti romani proprio perché
attraversata dalla più importante delle strade romane.
D'altra
parte l'intero significato della iscrizione mostra abbastanza chiaramente che
siamo di fronte a una popolazione ormai pacificamente sottomessa al dominio di
Roma e pure alla nuova religione della città dominatrice.
Nel
nesso della seconda riga NURACS SESSAR il primo elemento costituisce la più
antica documentazione scritta del nome del nostro monumento, mentre il secondo
è quasi certamente il plurale di un vocabolo, che probabilmente significava
«fondatori, costruttori, possessori», vocabolo anch'esso sardiano o protosardo,
che noi conosciamo come toponimo al singolare nei territori di Cuglieri e Fonni
Sessa [da confrontare con gli altri
toponimi sardiani Sesséi (Gairo), Sesseri (Gesico)], col probabile significato di «fondo, predio,
possedimento».
Per
finire c'è da segnalare e precisare che l'uso della lingua latina
nell'iscrizione del nuraghe di Áidu Entos è una nuova prova - assieme
con altre analoghe - che i nuraghi sono stati adoperati nelle loro funzioni
civico-religiose fino ad avanzata età imperiale romana. Infatti in tutti i
nuraghi fino al presente scavati e studiati dagli archeologi, sono stati
trovati numerosi reperti di matrice romana e pure numerose monete perfino del
tardo impero.
sabato 31 ottobre 2015
Recensione e riflessioni di Massimo Pittau su un’opera storica di Maria Antonietta Piga Martini: Quando eravamo Indios – I Sardi e la nuova evangelizzazione dell'isola nel XVI secolo, al tempo di Carlo V e Filippo II di Spagna
Recensione e
riflessioni di Massimo Pittau su un’opera storica di Maria Antonietta Piga
Martini:
Quando eravamo
Indios – I Sardi e la nuova evangelizzazione dell'isola nel XVI secolo, al
tempo di Carlo V e Filippo II di Spagna
(Cagliari 2014,
www.Arkadiaeditore.it)
Secondo
il mio modesto parere, si tratta di un'opera importante, molto originale, che
si legge tutta di un fiato. L'Autrice, laureata in Lettere classiche, ha
insegnato negli Istituti Superiori di Nùoro, dove è nata e vive. Attiva nei
circoli culturali della propria città, ha organizzato e tenuto conferenze e
letture pubbliche della Divina Commedia. È autrice di articoli, collaboratrice
di riviste di critica letteraria. Ha pubblicato il saggio “Il mondo lirico
di Lucia Pinna” e l'altro “Grazia Deledda. Un singolare romanzo (quasi)
d'amore”.
Io
la conoscevo per l'appunto come studiosa e critica di letteratura, mentre non
sapevo nulla dei suoi interessi per la storia della Sardegna e tanto meno per
la sua storia moderna. Mi piace presentare quest'opera di M. Antonietta Piga
iniziando col mettere in risalto il suo modo e stile di scrivere: è quello di
una
venerdì 2 ottobre 2015
Laerru (Comune di L., SS). L’abitante Laerresu, di Massimo Pittau
Laerru (Comune di L., SS). L’abitante Laerresu
di Massimo Pittau
Le più antiche documentazioni del toponimo si trovano nel Condaghe di Silki come Lauerru e Lauirru (ovviamente da pronunziarsi Laverru e Lavirru) (CSPS 82,
140). Di queste due forme la seconda è di epoca successiva come dimostra la
forma Layrru documentata nell'atto
di pace fra Eleonora d'Arborea e Giovanni di Aragona del 1388 (CDS I 837/1)
ed è effetto di un influsso linguistico del dialetto gallurese, come ha detto
giustamente M. Maxia (AnglM 243, 430) e risulta tuttora vitale fra gli anziani
della Gallura come Lairru (NLAC 208). Questa forma Lavirru poi compare come cognome in documenti
successivi. Inoltre è notevole che un toponimo Laerru esista anche nel cuore della Sardegna
centrale, ad Onanì, tra Bitti e Lula.- Tutto ciò premesso, non esito a
prospettare che il toponimo Laverru,
Laerru derivi
da un originario *Lavernu(m) col
significato di “villaggio dedicato e sotto la protezione della lat. Laverna, dea del guadagno (lecito ed illecito)
e quindi anche dei razziatori e dei ladri, di origine etrusca (cfr. antroponimo
etr. Lavelna (ThLE, DELL;suffisso
-ern-; LLE, Norme 9). Si deve tenere
ben presente che mai i popoli razziatori o dediti alla pirateria hanno
accettato di considerare quella loro una attività illecita e inoltre che i
Tirreni (Nuragici ed Etruschi insieme) erano largamente famosi e famigerati
come “pirati” che esercitavano le loro razzie piratesche in tutto il
Mediterraneo. Inoltre si deve tenere presente che nella Sardegna attuale i
pastori della Barbagia non considerano affatto le loro bardanas «grassazioni» o razzie di bestiame come
un'attività illecita, anzi tutt'altro. Tanto è vero che i Barbaricini
considerano tuttora San Francesco - titolare di un famoso santuario vicino a
Lula, ma gestito dai Nuoresi - il loro protettore, al quale offrivano pure una
parte del bestiame razziato (corrige NPC,
TSSO).
Il villaggio di Laerru è citato pure nella Chorographia Sardiniae (176.7)
di G. F. Fara (anni
1580-1589) come oppidum Laerri della
diocesi di Ampurias.
martedì 22 settembre 2015
La Tabula Capuana, di Massimo Pittau
Il Liber
Acheronticus della Tabula Capuana
di Massimo Pittau
La Tabula Capuana, fatta con terracotta
bruna (cm 62 x 48/49 cm) e detta impropriamente anche Tegula perché assomiglia lontanamente a una tegola, è stata trovata
a Santa Maria di Capua Vetere, in Campania, nel 1898. Purtroppo non fu
acquisita dal Museo di Napoli perché il suo direttore la ritenne un falso,
mentre fu riconosciuta come autentica e pertanto acquistata da uno studioso
tedesco, Ludwig Pollak. Poco dopo entrò a far parte del patrimonio del Museo di
Berlino, del quale attualmente costituisce uno dei cimeli più importanti e
preziosi.
Molto probabilmente
la Tabula è stata trovata nella
necropoli dell’antica città etrusca. Una forte conferma di questa circostanza
del ritrovamento viene dal fatto che la Tabula
contiene un «Calendario di cerimonie funerarie». Tanto è vero che quasi tutte
le divinità citate appartengono al gruppo degli «Dèi Inferi», con in testa LEΘAM
= Lethe cioè «Ade, Plutone».
La Tabula è scritta secondo la modalità
bustrofedica, con avvio sinistrorso, cioè da destra a
martedì 8 settembre 2015
Sassari, la “Città dei Sassi”.
Sassari,
la “Città dei Sassi”
di
Massimo Pittau
Sassari (Sássari) (capoluogo di provincia). L’abitante Sassaresu, Tattaresu.-
In
documenti medioevali, ad iniziare da uno del 1131 e dopo in numerosi altri
successivi, ad es. negli Statuti
della Repubblica di Sassari (42, 1; 44, 1), il toponimo ricorre nella forma di Sassari, Sassaris, Sassaro, Sasser. La forma Sacer che ricorre nel contratto stipulato a
Vercelli il 25 luglio 1202 per il matrimonio di Bonifacio marchesino di Saluzzo
con Maria figlia di Comita giudice di Torres (V. Angius s. v. Logudoro, IX, 712 nota 1), ha tutta l’aria di
essere una etimologia popolare provocata dall'uso della lingua latina adoperata
nel contratto. D'altra parte in altri documenti antichi il nostro toponimo
ricorre come Thathari (CSPS 83,
104, 147, 253, 254, 355, 395, 421, 439) e Thathar in
un documento dell'anno 1135 (CDS I 209/2)
(è da precisare che nella lingua sarda il passaggio ss < th o viceversa è frequente).Quest’ultima pronunzia si è conservata tale e
quale nella zona del Nuorese fino a un cinquantennio fa e si conserva tuttora
in numerose località del Logudoro come Táttari.-
mercoledì 2 settembre 2015
Archeologia e civiltà nuragica. I Nuragici: un popolo “stranissimo”.
Archeologia e civiltà nuragica. I Nuragici: un popolo “stranissimo”.
di Massimo Pittau
Ritengo che sia un fatto del tutto incontestabile: la raffigurazione che del popolo dei Nuragici hanno cominciato a dare alcuni archeologi un’ottantina di anni fa, sia quella di un popolo molto “strano”, genti del tutto “particolari”, che agivano in maniera molto difforme da quella di tutti gli altri popoli, precedenti contemporanei e seguenti, un popolo che agiva in maniera “incomprensibile” e addirittura “irrazionale”. Si faccia attenzione ai seguenti modi di fare e di agire che gli accennati archeologi hanno attribuito ai Nuragici.
Secondo gli accennati archeologi i Nuragici avrebbero costruito in Sardegna, coi nuraghi, il numero quasi incredibile di 7 mila “fortezze”. Gli archeologi però trascuravano del tutto la circostanza che nella immensa maggioranza di ciascuna di quelle “fortezze” poteva rifugiarsi una guarnigione di un ventina di guerrieri appena, i quali però lasciavano fuori, in piena balia dei nemici assalitori, le mogli, i figli e i vecchi e inoltre i loro armenti di bovini e greggi di ovini. E lasciando la piena disposizione di questo bestiame ai nemici, questi avrebbero potuto sostenere molto a lungo l’assedio del nuraghe da loro assalito e circondato.
di Massimo Pittau
Ritengo che sia un fatto del tutto incontestabile: la raffigurazione che del popolo dei Nuragici hanno cominciato a dare alcuni archeologi un’ottantina di anni fa, sia quella di un popolo molto “strano”, genti del tutto “particolari”, che agivano in maniera molto difforme da quella di tutti gli altri popoli, precedenti contemporanei e seguenti, un popolo che agiva in maniera “incomprensibile” e addirittura “irrazionale”. Si faccia attenzione ai seguenti modi di fare e di agire che gli accennati archeologi hanno attribuito ai Nuragici.
Secondo gli accennati archeologi i Nuragici avrebbero costruito in Sardegna, coi nuraghi, il numero quasi incredibile di 7 mila “fortezze”. Gli archeologi però trascuravano del tutto la circostanza che nella immensa maggioranza di ciascuna di quelle “fortezze” poteva rifugiarsi una guarnigione di un ventina di guerrieri appena, i quali però lasciavano fuori, in piena balia dei nemici assalitori, le mogli, i figli e i vecchi e inoltre i loro armenti di bovini e greggi di ovini. E lasciando la piena disposizione di questo bestiame ai nemici, questi avrebbero potuto sostenere molto a lungo l’assedio del nuraghe da loro assalito e circondato.
martedì 21 luglio 2015
Archeologia. Ballatoio terminale del nuraghe e modellini di nuraghe, di Massimo Pittau
Ballatoio terminale del
nuraghe e modellini di nuraghe.
“Petizione di principio”
di Massimo Pittau
La
calura continua e continua pure l'usanza di tentare di evitarla con le
chiacchiere fatte tra amici nei tavolini dei bar all'aperto e fino a sera
tarda.
1)
Ovviamente non provo vergogna a dire che, oltre la laurea in Lettere Classiche,
ho conseguito quella in Filosofia. Ebbene nella “Logica”, che è la parte della
filosofia che studia il corretto modo del “ragionare”, viene citata la “petitio
principii” «petizione di principio», detta comunemente “circolo vizioso”, come
errore che consiste nel cercare di dimostrare A con B e B con A. Orbene i miei
contradditori non si accorgono di commettere appunto un “circolo vizioso” o una
“petizione di principio” quando sostengono che i nuraghi avevano il ballatoio
terminale perché lo hanno i cosiddetti modellini di nuraghe e sostengono che
certi reperti in pietra o in bronzo sono modellini di nuraghe perché hanno il
ballatoio terminale, proprio come i nuraghi. Senonché è evidente che questo è
un “ragionamento logicamente scorretto”, cioè logicamente inattendibile.
2) È un
fatto strano, ma pure reale che fino ad ora nessuno dei sostenitori
dell'esistenza dei “modellini di nuraghe” ha mai detto alcunché sulla loro
natura e sulla loro funzione e destinazione: Che cosa erano effettivamente? A
che cosa servivano? Io sono vissuto e ho insegnato a Pisa per 9 anni e vi ho
sempre visto un largo smercio di modellini in metallo oppure in alabastro della
“torre pendente”, la quale quasi certamente è il monumento architettonico più
fotografato nel mondo sia per la sua bellezza architettonica, sia per la sua
strana e curiosa pendenza. Ebbene, il largo smercio di modellini della Torre di
Pisa ha una sua chiara natura e sicura funzionalità in vista del loro smercio
come “oggetti di ricordo” fra i turisti di tutto il mondo che visitano la
famosissima “Piazza dei Miracoli”. Ciò premesso, insisto nel chiedere quale
fosse la natura, il significato e la destinazione dei cosiddetti “modellini di nuraghe”?
Non ci si venga a dire che erano “oggetti
di ricordo” acquistati da un grande flusso di
turisti, sardi e stranieri, che si aggiravano attorno ai nostri nuraghi!
3)
Ma in realtà i “modellini di nuraghe” non esistono affatto! Quelli che sono
stati definiti tali sono:
a)
Capitelli di colonne, come ha visto e detto bene Giovanni Lilliu per quelli
trovati a Monti Prama.
b)
Statuine di candelieri o candelabri, con sulla cima una cupoletta indicante la
fiamma accesa, che probabilmente facevano parte dell'acroterio del tempio del
Sardus Pater di Monti Prama, quello già segnalato dal geografo-astronomo
Claudio Tolomeo (III 3, 5) proprio nel Sinis.
c)
Modellini di candelieri o candelabri a cinque becchi come i bronzetti di Olmedo
e di Ittireddu, implicanti, come ha detto l'architetto Franco Laner, una
“simbologia cosmica” (nord, est, sud, ovest; basso ed alto).
d)
Semplici altari, anche forniti di una cavità sulla cima per abluzioni e lavacri
rituali, come quello della sala delle riunioni del nuraghe di Palmavera di
Alghero e come qualcuno di Monti Prama.
sabato 18 luglio 2015
Il nome Antonio, deriva dal gentilizio Antonius? di Massimo Pittau
ANTONIO - ÁNTHOS - ANTUNNU- CARAGANTU – TANDA
di Massimo Pittau
Il comunissimo nome individuale italiano Antonio deriva certamente dal gentilizio - poi
diventato nome individuale – lat. Antonius. Per
questo è già sta prospettata una origine etrusca (DNI 70).
Ed ecco infatti queste due corrispondenze con due gentilizi etruschi:
Anthuś «di
Antonio», gentilizio masch., da confrontare con quello lat. Antonius (RNG) (ET, Pa 2.7, su vaso;). Anthual«di Antonia», femm. del gentilizio Anthu, in genitivo
(ET, AS 1.55, 56). Anthu sicuramente era pronunziato *Anthun, con -u finale
nasalizzata (LLE, Norma 7).
Antni (ET, Cl 1752; ThLE²) Arnth Antni «Arrunte Antonio».
Il nome individuale Antonio già
dal Rinascimento era stato riportato all'appellativo greco ánthos «fiore», il quale finora risulta di
origine ignota (DELG) e, come altri nomi di piante o
fitonimi, molto probabilmente è di lontana origine “mediterranea”, cioè
“preindoeuropea”.
E infatti esistono questi altri antroponimi etruschi,
che mostrano chiaramente di corrispondere a questo fitonimo:
Anthaia, Anth<i>aia «Anteia,
Anthia», gentilizio femm., da confrontare con quelli masch. lat. Anteius, Anthius(RNG).
(ET, Ta
2.1 – 7:p, su anfora) mini Anthaia
e(n) mini vertun \ mini Anth<i>aia
\ mi apirthe mlaχ this «mi
(ha donato) Anteia, non mi portare via \ mi (ha donato) Anteia \ io in aprile
(sono stata) dono di costei» (TLE 151)
(ET, Cr
3.16).
Anthasi (ET, Ta 7.27 – 6:f, su parete di
sepolcro) (Antha-si) «per
Antio», gentilizio masch. in dativo sigmatico di
comodo, da confrontare con
venerdì 10 luglio 2015
Archeologia. Il marchio di falsità: modellini di nuraghe e ballatoi
Archeologia. Il marchio di falsità: modellini di nuraghe e ballatoi
di Massimo Pittau
Nota di Pierluigi Montalbano, direttore del quotidiano:
"pur dissociandomi nettamente dalla idea del Pittau, ossia che il modellino di San Sperate sia un falso, ho deciso di pubblicare ugualmente l'articolo in quanto l'autore, Massimo Pittau, firmandolo, prende in sé tutte le responsabilità derivanti dalla sua pubblicazione".
Nota di Pierluigi Montalbano, direttore del quotidiano:
"pur dissociandomi nettamente dalla idea del Pittau, ossia che il modellino di San Sperate sia un falso, ho deciso di pubblicare ugualmente l'articolo in quanto l'autore, Massimo Pittau, firmandolo, prende in sé tutte le responsabilità derivanti dalla sua pubblicazione".
L'altra sera ero con un
gruppo di amici in un bar all'aperto, nel tentativo di sfuggire alla calura
imperante, e in seguito si sono avvicinate anche altre persone. Siccome molti
dei presenti seguono con attenzione e interesse la diatriba che è iniziata in
internet sui “falsi archeologici”, ovviamente sono stato sollecitato a
riprendere l'argomento nell'occasione che ci si presentava. Ed è avvenuto che a
seguito della discussione ormai aperta, mi è venuto in mente un nuovo argomento,
probabilmente quello principale, che dimostra che l'ormai noto “modellino di
nuraghe” di San Sperate è realmente un “falso”, un grande, grossolano e
ridicolo falso. Nuovo argomento che metto subito in circolazione nel presente
sito internet, a disposizione dei numerosissimi lettori che ci stanno seguendo.
C'è da richiamare un fatto di
comune esperienza: i fabbricanti di quasi tutti i manufatti tengono moltissimo
a mettervi il “marchio di autenticità” contro gli eventuali falsari. Ebbene, a
mio giudizio il supposto “modellino di nuraghe di San Sperate” non ha di certo
il “marchio di autenticità”, ma ha propriamente il “marchio di falsità”. Questo
consiste in un particolare costruttivo, che è totalmente falso, che più falso
non si può: quella specie di rigonfiamento finale con cui termina ciascuna
delle quattro torrette e che dovrebbe raffigurare un “ballatoio”. Io ho già
fatto osservare che la tecnica costruttiva di quei tempi non consentiva affatto
un ballatoio simile, tanto meno lo consentiva la tecnica costruttiva dei
nuraghi, fatti di sola pietra e senza alcuna malta.
Di questo ballatoio finale
nessun archeologo ha mai fornito la prova della sua esistenza in qualcuno dei
nuraghi reali. Io invece ho dimostrato, con tanto di foto di tre nuraghi reali,
che il nostro monumento terminava non con un ballatoio, bensì con una corona di
massi sporgenti a raggiera per ornamento e forse anche con una raffigurazione
simbolica del Sole, divinità che sicuramente anche i Nuragici adoravano.
Ecco appunto le foto della
cima di uno dei Tresnuraches di Nùoro, di quello Albucciu di Arzachena, di un
nuraghe del territorio di Baunei.
Adesso attendiamo la
controprova presentata da qualche archeologo.
venerdì 3 luglio 2015
Archeologia. Il modello di nuraghe di San Sperate, Pinuccio Sciola e i falsari con la penna
Archeologia. Il modello di nuraghe di San Sperate, Pinuccio
Sciola e i falsari con la penna
di Giovanni Ugas
Premessa
Finora
ho fatto finta di ignorare quanto ha scritto il Prof. Massimo Pittau sul
modello di nuraghe di San Sperate, nonostante la gravità delle sue affermazioni,
perché è una persona anziana, ancor prima che professore universitario, e
perché rispetto il pensiero degli altri, anche quando penso che sia errato. Ora,
però, considerato il suo insistere non solo sulle pagine di alcuni libri, ma
anche di recente in una nota dal titolo La sarabanda dei falsari archeologici, scritta in data 26 giugno 2015 per il blog di Pierluigi Montalbano, dunque rivolta a
lettori non tutti specialisti nel campo dell’archeologia, non posso esimermi dallo
scrivere agli stessi lettori per difendere l’immagine dello scultore Pinuccio
Sciola e degli archeologi sardi, coinvolti direttamente o indirettamente in
questa sua fantasiosa disamina.
Il linguista, riferendosi al modello di nuraghe di San Sperate, a
suo parere opera falsa dello scultore Pinuccio Sciola, scrive:
“In due miei libri (in
maniera particolare in “Lingua e civiltà di Sardegna”, Cagliari 2004, Edizioni
della Torre) io ho dimostrato – mai smentito da alcuno - che si tratta di un
grosso, pacchiano e ridicolo falso, perché:
1) presenta intatti tutti
i suoi spigoli, non smussati per nulla dal logorio dei secoli, insomma come se
fosse appena uscito dalla bottega di uno scultore;
2) il nuraghe raffigurato
poggia su una base costituita da un porticato, secondo una modalità non
presentata da nessun nuraghe reale e secondo una modalità assolutamente
impossibile in termini di staticità per un grande edificio fatto di enormi
massi;
3) sotto il ballatoio
delle quattro torrette la muraglia esterna dello pseudo-modellino di nuraghe
presenta una rientranza circolare, che anch'essa avrebbe compromesso la
staticità dell'edificio;
4) non presenta nessun
accenno dei finestroni che si trovano in tutti i nuraghi reali a più piani per
dare luce alla scala e alla seconda camera”.
Riguardo
a queste opinioni, il prof. Pittau è stato già ampiamente smentito da tanti studi
di archeologia che hanno preso in considerazione il modello di nuraghe di San
Sperate, ma per lui non contano le fatiche degli archeologi che scavano e studiano
per trovare un brandello di storia e valuta la loro ignoranza pari alla sua
conoscenza. Ora, ritengo opportuno informare correttamente ai lettori
gli elettori.
1.
La segnalazione del ritrovamento del
modello
L’importante
manufatto litico di San Sperate fu segnalato nel 1970 da Pinuccio Sciola. Lo scultore mi riferì che era
stato trovato dai contadini Lauro ed Eliseo Spiga mentre aravano un agrumeto
(Lotto E. Spiga) in località Su Stradoni de Deximu, ai margini dell’abitato campidanese.
Il reperto era pervenuto in due pezzi non combacianti, rotti e scheggiati in
più parti, pertinenti al corpo quadrilobato (il più grande, h. m 0,32) e alla torre centrale (l’altro più piccolo, h.
m 0,08) di un modello di nuraghe. A parte le fratture recenti, fresche, nette, il
manufatto conservava ancora la patina antica, poiché non era stato lavato, e
non aveva (e non ha) affatto parti spigolose nelle parti non lesionate, a meno
che non si riferisca ai tagli rettilinei dello spartito mensolare, tipico dei
modelli di nuraghe in pietra.
Sciola,
pensava a prima vista che si trattasse della riproduzione di un castello
medioevale, ma qualcosa non lo convinceva e perciò si rivolse a me per avere un
parere. Egli manifestò anche l’idea che il reperto fosse stato impiegato in una
sepoltura punica perché i contadini segnalavano il reperimento durante le
arature di pezzi di sarcofagi in
arenaria nel lotto Spiga e una tomba a cassone in lastre di marna nell’agrumeto adiacente
(Lotto V. Schirru) .
2. Lo scavo nel lotto Spiga
Dato
l’interesse della scoperta, tra il 31 maggio e il 4 giugno del 1973, su
incarico del soprintendente Prof.
Ferruccio Barreca, feci un saggio di scavo stratigrafico, limitato dai filari
di aranci, nel punto in cui i contadini affermavano di aver trovato il
manufatto scultoreo, aprendo prima una trincea di m 2,70 x m 1 (poi m 1,15) e appresso
a fianco, parallelamente, un taglio di m 1,80 x m 1. Dallo scavo, sotto lo
strato di humus vegetale spesso m 0,25, venne alla luce una
venerdì 26 giugno 2015
Monte Prama. La sarabanda dei falsari archeologici
La sarabanda dei falsari archeologici
di Massimo Pittau
Nota di Pierluigi Montalbano, direttore del quotidiano:
"pur dissociandomi nettamente dalla idea del Pittau, ossia che il modellino di San Sperate sia un falso, ho deciso di pubblicare ugualmente l'articolo in quanto l'autore, Massimo Pittau, firmandolo, prende in sé tutte le responsabilità derivanti dalla sua pubblicazione".
Nota di Pierluigi Montalbano, direttore del quotidiano:
"pur dissociandomi nettamente dalla idea del Pittau, ossia che il modellino di San Sperate sia un falso, ho deciso di pubblicare ugualmente l'articolo in quanto l'autore, Massimo Pittau, firmandolo, prende in sé tutte le responsabilità derivanti dalla sua pubblicazione".
Ho letto con attenzione e con
vivissimo interesse l'intervista che è stata fatta al prof. Franco Laner, della
Facoltà di Architettura dell'Università di Venezia, sul suo giudizio relativo a
un falso che sarebbe stato effettuato con la testa di uno dei Guerrieri di
Monti Prama di Cabras, quella meglio conservata, quella meglio riuscita,
“perfetta”, che campeggia in tutte le pubblicazioni e le raffigurazioni degli
ormai famosi reperti. Con la solita chiarezza di linguaggio e sicurezza di
argomentazione il prof. Laner mi ha convinto appieno. E sono d'accordo con lui
nel ritenere che il falsario non sarebbe alla sua prima prova, ma avrebbe altri
precedenti. Invece io escluderei che in questo imbroglio siano coinvolti anche
tutti gli archeologi che hanno scavato e studiato quei reperti, archeologi che
invece risultano essere i primi imbrogliati. Ma la vera e grande imbrogliata e
danneggiata è la nostra povera Sardegna, la quale non si meriterebbe affatto la
odierna sarabanda di falsari, mossi da un molto discutibile amor di patria e
anche dal desiderio di suscitare e accrescere attenzione attorno alla propria
persona.
Ed ho letto con interesse
pure la risposta alle argomentazioni del Laner data in un'altra intervista
dallo scultore Pinuccio Sciola. Ma non mi ha convinto in nulla e per nulla:
egli nella questione ha solamente annaspato, dando l'impressione di un
individuo che si tuffi in mare senza saper nuotare; in altre parole,
dimostrando di parlare di cose che non conosce né ha mai approfondito. Infatti,
egli arriva a sostenere queste strabilianti tesi, senza darne una sola ombra di
dimostrazione:
1) Le statue di Monti Prama non sarebbero state fatte da Sardi;
2) sarebbero state fatte in Sardegna ma da un individuo venuto dall'Oriente;
3)
Le statue non avrebbero nulla a che fare con la cultura nuragica né coi
bronzetti;
4) Platone avrebbe parlato dell'esistenza fra la Sicilia e la
Tunisia di un'”isola turrita dove non si moriva mai”. Ma su questo preciso
argomento lo provoco io: lo Sciola citi l'opera e gli estremi esatti del passo
dell'opera nella quale Platone sosterrebbe queste finora del tutto sconosciute
notizie sulla Sardegna antica.
Lo scultore Sciola parli
invece di cose che conosce alla perfezione. Ci parli di un reperto che egli
sostenne di aver rinvenuto nelle campagne di San Sperate, un cippo-statua in
pietra arenaria a venature gialle e rosate, che rappresenterebbe un nuraghe
polilobato e che tuttora campeggia nel Museo Archeologico di Cagliari. In due
miei libri (in maniera particolare in “Lingua e civiltà di Sardegna”, Cagliari
2004, Edizioni della Torre) io ho dimostrato – mai smentito da alcuno - che si
tratta di un grosso, pacchiano e ridicolo falso, perché:
1) presenta intatti
tutti i suoi spigoli, non smussati per nulla dal logorio dei secoli, insomma
come se fosse appena uscito dalla bottega di uno scultore;
2) il nuraghe
raffigurato poggia su una base costituita da un porticato, secondo una modalità
non presentata da nessun nuraghe reale e secondo una modalità assolutamente
impossibile in termini di staticità per un grande edificio fatto di enormi
massi;
3) sotto il ballatoio delle quattro torrette la muraglia esterna dello
pseudo-modellino di nuraghe presenta una rientranza circolare, che anch'essa
avrebbe compromesso la staticità dell'edificio;
4) non presenta nessun accenno
dei finestroni che si trovano in tutti i nuraghi reali a più piani per dare
luce alla scala e alla seconda camera.
Di certo tra gli scultori
sardi la pratica del “falso” non è infrequente: una quarantina di anni fa un
mio amico sorprese, nella sua bottega, uno scultore che stava scolpendo una
falsa iscrizione che intendeva spacciare a me per farmi sfigurare di fronte agli
archeologi se avessi abboccato. Il tentativo di falso e di imbroglio non andò
in porto perché lo scultore comprese che il mio amico non avrebbe fatto a meno
di mettermi in guardia...
Povera Sardegna nostra! Quale
sorte hai avuto nel generare individui, a iniziare dai falsari delle carte di
Arborea, che hanno riempito le pagine della tua storia di numerosi e grossi
falsi credendo di darti lustro, mentre hanno finito col caricarti di ridicolo.
domenica 21 giugno 2015
Il Liber Ritualis della Mummia di Zagabria
Il Liber Ritualis della Mummia di Zagabria
di Massimo Pittau
tradotto e commentato
PREMESSA
Il cosiddetto Liber della Mummia di Zagabria è il testo più lungo che possediamo della lingua etrusca. Esso è chiamato in questo modo perché risulta custodito nel «Museo Archeologico» di Zagabria. È detto Liber linteus «libro di lino» perché è costituito da una fascia di lino lunga circa 13 metri e larga circa 40 centimetri.
Fino al presente non si conosceva per nulla il modo e il motivo per i quali questa fascia fosse finita in Egitto; si era parlato in termini molto generici di un probabile “piccolo stanziamento” di individui di nazionalità etrusca nell'Egitto dei Tolomei, ma in realtà non si era fornita alcuna prova di ciò. A giudizio dello scrivente esiste con grande probabilità una ragione precisa della presenza del Liber in Egitto. Si deve premettere che gli aruspici etruschi godevano di larga fama a Roma, fino ad un'epoca molto avanzata. Si tramanda che ancora nel 408, durante l'assedio di Roma, aruspici pronunciarono maledizioni in lingua etrusca per lanciare fulmini sui Visigoti di Alarico. Essi erano consultati anche dai comandati degli eserciti romani prima di prendere le loro decisioni importanti. Ebbene, a giudizio dello scrivente il Liber molto probabilmente arrivò in Egitto con qualche aruspice che seguiva un esercito romano, ad iniziare da quando si insediò in Egitto Marco Antonio nell'anno 52 a. C.
Deceduto l'aruspice e finita dunque la sua attività di divinazione, la fascia di lino non fu più compresa nella sua natura e destinazione, per cui fu tagliata a strisce e adoperata, in maniera impropria, per fasciare una mummia.
Col passare dei secoli la mummia fu acquistata in Egitto nel 1848 da un collezionista croato e in seguito, nel 1867, fu acquisita dal Museo di Zagabria. Qui a un certo punto fu deciso di svolgere le bende della mummia e si constatò che esse contenevano un lungo testo, scritto in inchiostro nero su 12 colonne di circa 35 righe, con una impaginatura di linee in inchiostro rosso. Nel 1892 l’egittologo Jakob Krall, con una sua accurata pubblicazione, dichiarò e dimostrò che il testo era scritto in alfabeto e lingua etruschi, col normale andamento sinistrorso.
Nelle circa 200 righe conservate del Liber risultano scritti quasi 1.200 vocaboli, i quali però, tolte le numerose ripetizioni, si riducono a essere poco più di 500. Probabilmente il Liber costituisce la trascrizione, effettuata nel I secolo a. C., di un testo originario del V secolo, di area etrusca centro-settentrionale.
Com’era ovvio, il Liber attirò subito l’attenzione di
di Massimo Pittau
tradotto e commentato
PREMESSA
Il cosiddetto Liber della Mummia di Zagabria è il testo più lungo che possediamo della lingua etrusca. Esso è chiamato in questo modo perché risulta custodito nel «Museo Archeologico» di Zagabria. È detto Liber linteus «libro di lino» perché è costituito da una fascia di lino lunga circa 13 metri e larga circa 40 centimetri.
Fino al presente non si conosceva per nulla il modo e il motivo per i quali questa fascia fosse finita in Egitto; si era parlato in termini molto generici di un probabile “piccolo stanziamento” di individui di nazionalità etrusca nell'Egitto dei Tolomei, ma in realtà non si era fornita alcuna prova di ciò. A giudizio dello scrivente esiste con grande probabilità una ragione precisa della presenza del Liber in Egitto. Si deve premettere che gli aruspici etruschi godevano di larga fama a Roma, fino ad un'epoca molto avanzata. Si tramanda che ancora nel 408, durante l'assedio di Roma, aruspici pronunciarono maledizioni in lingua etrusca per lanciare fulmini sui Visigoti di Alarico. Essi erano consultati anche dai comandati degli eserciti romani prima di prendere le loro decisioni importanti. Ebbene, a giudizio dello scrivente il Liber molto probabilmente arrivò in Egitto con qualche aruspice che seguiva un esercito romano, ad iniziare da quando si insediò in Egitto Marco Antonio nell'anno 52 a. C.
Deceduto l'aruspice e finita dunque la sua attività di divinazione, la fascia di lino non fu più compresa nella sua natura e destinazione, per cui fu tagliata a strisce e adoperata, in maniera impropria, per fasciare una mummia.
Col passare dei secoli la mummia fu acquistata in Egitto nel 1848 da un collezionista croato e in seguito, nel 1867, fu acquisita dal Museo di Zagabria. Qui a un certo punto fu deciso di svolgere le bende della mummia e si constatò che esse contenevano un lungo testo, scritto in inchiostro nero su 12 colonne di circa 35 righe, con una impaginatura di linee in inchiostro rosso. Nel 1892 l’egittologo Jakob Krall, con una sua accurata pubblicazione, dichiarò e dimostrò che il testo era scritto in alfabeto e lingua etruschi, col normale andamento sinistrorso.
Nelle circa 200 righe conservate del Liber risultano scritti quasi 1.200 vocaboli, i quali però, tolte le numerose ripetizioni, si riducono a essere poco più di 500. Probabilmente il Liber costituisce la trascrizione, effettuata nel I secolo a. C., di un testo originario del V secolo, di area etrusca centro-settentrionale.
Com’era ovvio, il Liber attirò subito l’attenzione di
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