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giovedì 25 gennaio 2018

Archeologia. L’espansionismo dei Sardi nuragici nel Mediterraneo occidentale. Riflessioni di Massimo Pittau

Archeologia. L’espansionismo dei Sardi nuragici nel Mediterraneo occidentale.
Riflessioni di Massimo Pittau

La peregrina e perfino ridicola tesi dei nuraghi intesi come “castelli” e “fortezze” per mezzo secolo ha impedito che in Sardegna si intravedesse una sia pure pallida idea di che cosa sia stata effettivamente la “civiltà nuragica”, sia rispetto alla sua caratteristica interna o civile e culturale, sia rispetto a una sua eventuale politica esterna di espansione fuori dell’isola.
Si consideri che, rispetto a queste due prospettive, interna ed esterna, se si accettava come valida la tesi dei nuraghi intesi come “castelli” e “fortezze”, si era costretti a concepire la Sardegna come un immenso “campo trincerato”, guarnito e difeso da circa 7 mila fortilizi, cioè da una immensa quantità di fortificazioni, che probabilmente il “Vallo Atlantico” messo su da Hitler nella II guerra mondiale contro il previsto sbarco degli Anglo-Americani in Europa, non riusciva a equiparare. E dietro il

martedì 7 marzo 2017

I Sardi fra i Popoli del Mare del prof. Giovanni Ugas. Riflessioni di Massimo Pittau

I Sardi fra i Popoli del Mare del prof. Giovanni Ugas
Riflessioni di Massimo Pittau

La partecipazione degli antichi Sardi alle imprese dei cosiddetti “Popoli del Mare” o “Popoli delle Isole” o “Popoli Nordici”, che a più riprese tentarono l'invasione dell'Egitto all'epoca dei faraoni Merneptah (1236-1223 a. C.) e Ramesses III (1198-1166 a. C.), era stata per la prima volta formulata da E. De Rougè, nella «Révue Archéologique», XVI (1867, pag. 35 segg.) e in seguito da F. Chabas, Études sur l'antiquité  historique d'après les sources égyptiennes et les monuments reputés prehistoriques (Chalon 1872). Per la loro tesi i due studiosi francesi si erano fondati sulle notevoli somiglianze del vestiario e dell'armamento dei “Popoli del Mare”, quali appaiono nei bassorilievi dei monumenti egizi, col vestiario e armamento degli antichi Sardi, quali figurano in bronzetti nuragici, che già nell’Ottocento cominciavano a essere conosciuti anche in Europa. In seguito quella proposta di identificazione è stata accettata da quasi tutti gli autori che hanno approfondito il

martedì 31 gennaio 2017

Sull’origine del nome di Jerzu, di Massimo Pittau

Sull’origine del nome di Jerzu
di Massimo Pittau


 Sulla origine del nome di Jerzu, villaggio dell'Ogliastra, abbiamo nel passato discusso parecchio, senza però arrivare alla fine ad una soluzione etimologica accettabile o almeno probabile.
Già nel 1983, nella mia raccolta Chi siamo - Nuoro e la sua provincia (serie di inserti del quotidiano «La Nuova Sardegna», Sassari, novembre 1983-marzo 1984), avevo prospettato l'ipotesi che il toponimo Jerzu derivasse dal fitonimo latino subereus «sughera». In miei interventi successivi però avevo lasciato cadere quella mia ipotesi per la ragione che non ero riuscito a intravedere una possibile trafila fonetica tra il fitonimo latino e il toponimo sardo. In uno di questi giorni, invece, come semplice effetto di avere a pranzo sotto gli occhi la scritta di una bottiglia del famoso vino cannonau di Jerzu, ho trovato la soluzione del problema, del

lunedì 9 gennaio 2017

Archeologia e linguistica. I costruttori dei nuraghi citati dalle fonti classiche, di Massimo Pittau

Archeologia e linguistica. I costruttori dei nuraghi citati dalle fonti classiche
di Massimo Pittau

Qualche tempo fa il mio collega e amico Mauro Maxia mi aveva fatto una osservazione, per la quale io avevo espresso il mio assenso, ma alla quale non avevo dedicato la necessaria attenzione. Il Maxia mi diceva che era illegittimo chiamare “Nuragici” gli antichi Sardi, costruttori dei nuraghi e creatori della corrispondente grande civiltà. Egli mi diceva che in realtà il vocabolo “Nuragico-a” era un neologismo creato di recente dagli studiosi moderni, mentre i nostri progenitori chiamavano se stessi solamente Sardi. L'amico Maxia aveva piena ragione ed io oggi riprendo la questione con l'intento di chiarirla meglio (d'altronde lo stesso Maxia mi ha

giovedì 5 gennaio 2017

Archeologia. Sardegna Nuragica e falso mistero della lingua etrusca: intervista a Massimo Pittau, di Francesca Bianchi per FTNews.

Archeologia. Sardegna Nuragica e falso mistero della lingua etrusca: intervista a Massimo Pittau,
di Francesca Bianchi per FTNews.
(Fonte: http://www.ftnews.it/articolo.asp?cod=942)


FtNews ha avuto il grande piacere di intervistare il linguista e glottologo sardo Massimo Pittau, studioso della lingua etrusca e della lingua sarda e protosarda.
Classe 1921, nel 1959 ha conseguito la libera docenza e nel 1971 la cattedra in Linguistica Sarda nell'Università di Sassari. Contemporaneamente ha tenuto a lungo l'incarico di Glottologia oppure quello di Linguistica Generale. Autore di una cinquantina di libri e di più di 400 studi relativi a questioni di linguistica, filologia, filosofia del linguaggio, nel corso della nostra intervista lo studioso ha ribadito l'assoluta falsità della tesi secondo cui la lingua etrusca è un "mistero indecifrabile", rivelandoci gli indizi che l'hanno portato a stabilire la strettissima parentela genetica e linguistica dei Nuragici con gli Etruschi. Si è soffermato, poi, sulla storia dei

domenica 27 marzo 2016

Enciclopedia della Sardegna Nuragica (Ipazia books), di Massimo Pittau

Enciclopedia della Sardegna Nuragica (Ipazia books)
di Massimo Pittau


E' in lavorazione con un nuovo titolo: "Compendio della civiltà dei Sardi Nuragici".

venerdì 15 gennaio 2016

Origine e significato dei toponimi Crema e Cremona, di Massimo Pittau

Origine e significato dei toponimi Crema e Cremona
di Massimo Pittau

L'antica città di Cremona non è di origine gallica, come fa intendere anche un passo di Tacito (Hist. 3.34) che la definisce propugnaculum adversus Gallos (TopIT 121). Il toponimo invece è molto probabilmente di origine etrusca, come fa intendere il suo suffisso accrescitivo -on-, il quale in etrusco suonava come -un- e pure -ũ nasalizzato (LLE, Norme 7, 8). Si vedano i casi del tutto simili dei toponimi Cortona (etr. Curtun), Verona (gentilizi etr. Veru, Verunia), Vèscona (Asciano, SI; TTM 46), Vescóna (TVA 56) (gentilizi etr. Vescu, Vescun(-ia) (ThLE² 149), Bettona (Umbria; lat. Vettona) (gentilizio etr. Vetu) e inoltre quelli toscani Cetona, Faltona (LIOE 84, 92, 119).
Se il toponimo Cremona è dunque un accrescitivo, si vede bene che la base da cui è derivato è l'altro toponimo lombardo Crema.
Ebbene, io prospetto che il toponimo Crema corrisponda all'appellativo crema «panna, grasso del latte, burro», che finora risulta di origine incerta (DELI). Pertanto sono dell'avviso che

venerdì 8 gennaio 2016

Ancora sull’Atlantide, di Massimo Pittau

Ancora sull’Atlantide
di Massimo Pittau


Nella recente pubblicazione promossa dal Dipartimentop di Storia dell'Università di Cagliari “Itinerando – Senza confini dalla preistoria ad oggi” (Morlacchi Editore, Perugia 2015) è incluso anche uno studio di Giovanni Ugas, intitolato “L'isola del continente: l'Atlantide tra fantasia e storia”.
L'articolo è preceduto da un “riassunto”, che mi preme trascrivere testualmente per evitare sia mie troppo numerose e lunghe citazioni sia miei eventuali errori di interpretazione.

«Con la sua narrazione sull’isola di Atlantide, Platone ha proposto un racconto favoloso con un messaggio di natura politica, ma ciò non preclude l’esistenza di un substrato fisico e storico su cui il mito è costruito. Il compito di rintracciare i brandelli di storia e geografia di questo racconto è irto di insidie come emerge dalle tante e disparate ipotesi interpretative e dalla elaborazione di nuove fantastiche creazioni. Percorrendo il sentiero poco esplorato dell’analisi dei testi egizi, questo rapido lavoro giunge alla conclusione che l’isola di Atlantide è, in origine, una nesos nel senso del termine egizio iw, non circondata ma solo lambita dall’Oceano, che va identificata con

mercoledì 11 novembre 2015

Iscrizione latina del nuraghe presso Áidu Entos (Mulargia), di Massimo Pittau

Iscrizione latina del nuraghe presso Áidu Entos (Mulargia)
di Massimo Pittau


Nella più importante delle strade costruite in Sardegna dai Romani, quella che andava da Tibulae (Castelsardo) a Caralis (Cagliari), toccando anche Molara (= Mulargia; “Itinerario di Antonino”, 82.2) e attraversando Áidu Entos «valico dei venti» verso Bortigali, si trova un piccolo nuraghe, sul cui frontone si notano ancora i resti di una iscrizione latina di epoca imperiale. Questa però, a causa dello sbriciolamente della roccia, purtroppo risulta in parte illeggibile, come avevo già indicato io, primo segnalatore della iscrizione (M. Pittau, Ulisse e Nausica in Sardegna, Nùoro 1994, capo XII).
Fino ad ora lo storico Attilio Mastino e l'epigrafista Lidio Gasperini avevano ricostruito l'iscrizione in questo modo:



Essi però non si sono accorti che il gruppo di lettere ILI è strettamente preceduto da alcune lettere purtroppo non chiare. Ed io le ricostruisco e leggo il primo vocabolo come GIDDILI, cioè uguale a «Giddilitani o Gitilitani», abitanti di Gitil. E dopo interpreto e traduco l'intera iscrizione in questo modo:



GIDDILI(TANI) IVR·(IS) D(OMI)N(O)
NURACS·SESSAR
M·         C·

i Giddilitani (dedicano) al Signore del diritto (Giove)
costruttori del nuraghe
 miglia           cento




Tengo molto a precisare che questa mia interpretazione e traduzione in realtà è effetto della mia compartecipazione, scritta e pure orale, col collega ed amico Attilio Mastino: prima e senza i suoi interventi anche io avrei continuato a vagolare intorno a questa che si presentava come una iscrizione grandemente misteriosa.
Prima importante considerazione: in epigrafia, relativamente ad ogni e qualsiasi lingua scritta, vale questa importante norma metodologica: «una iscrizione è “contestuale” al supporto in cui risulta iscritta, salvo prova contraria». Ciò significa ed implica che un epigrafista ha il dovere e pure l’interesse a ritenere che una iscrizione I) appartiene realmente al suo supporto, II) è stata scritta da chi ha costruito od ordinato il supporto. Su un epigrafista che in un caso specifico neghi questa “contestualità”, cade l’obbligo di dimostrare le ragioni della sua scelta contraria.
Ebbene, dato che questa iscrizione latina di Áidu Entos risulta scritta su quell'edificio civico-religioso che era il “nuraghe” e addirittura nel suo punto più importante che è il “frontone”, cioè il suo fastigium, se ne deve trarre una prima e importante conclusione: essa è fornita anche di un “carattere sacrale o religioso”, ossia deve contenere pure un riferimento a qualche divinità ivi adorata. Questa divinità, a mio avviso, è probabilmente indicata con la formula abbreviata IVR· DN, che io svolgo in IVR·(IS) D(OMI)N(O) e traduco «al Signore del diritto (Giove)».
Una tale interpretazione e traduzione è perfettamente congruente col carattere essenziale del nuraghe, nella sua caratteristica di “edificio multifunzionale e cerimoniale, religioso e civico” entro e attorno al quale si svolgevano, in un clima di religiosità, tutte le funzioni sociali della tribù: riti di nascita, pubertà, matrimonio, malattia, morte, pace o guerra, carestia, siccità, pestilenza degli uomini e del bestiame, sogni, in maniera particolare rito della “incubazione” e quello connesso dell’“oracolo”. Invece questo essenziale carattere anche sacrale o religioso del nuraghe è stato trascurato del tutto da A. Mastino, il quale ha finito con l'optare per la tesi che quella in esame fosse un'iscrizione confinaria, la quale avrebbe indicato il confine del territorio degli Ilienses.
Seconda considerazione: Gitil era un antico villaggio, ormai scomparso, della curatoria del Marghine, citato ampiamente nel Condaghe di Trullas (CSNT² 80.1, 80.5, 97, 97.1, 177, 243 e [244]), nel Condaghe di Silki (CSPS passim) e anche nella Carta di donazione di Furatu de Gitil a Montecassino del 1122 circa (CREST XXI 3). Siccome i suoi abitanti, assieme con quelli di Mulargia e di Bortigali, avevano rivendicato, contro il convento di San Nicola di Trullas (Semestene), il possesso del salto di Santu Antipatre (l'odierno Santu Padre di Bortigali), c'è da supporre che il villaggio fosse a Padru Mannu (nella Campeda), dove si trova ancora qualche macina romana e si vedono i resti della strada romana che veniva da nord verso Caralis, toccando Ad Medias (Vias) (Abbasanta), Forum Traiani (Fordongianus), Othoca (Santa Giusta), Aquae Neapolitanae (Santa Maria de is Aquas di Sardara).
Però gli abitanti di Gitil, abitando in un sito molto ventoso e piuttosto freddo in inverno, usavano come zona di svernamento per le loro greggi la vallata del riu Mannu di Cuglieri, come dimostrano due cippi terminali con iscrizioni latine di epoca romana, nei quali si parla dei limiti territoriali dei Giddilitani o Ciddilitani (CIL X 7930, E. E. VIII 732; vedi A. Mastino, in «Archivio Storico Sardo di Sassari», II 187-205; A. Mastino, Storia della Sardegna antica, Nuoro 2005, passim), i quali erano evidentemente gli abitanti di Gitil.
È evidente che l'indicazione delle miglia nella nostra iscrizione fa preciso riferimento alla citata strada romana, che passava per l'appunto anche a Molaria (Mulargia), sfociando nell'Áidu Entos «valico dei venti», verso Bortigali e il meridione. Ed è molto importante precisare che pure l'indicazione delle miglia romane, 100 – come ha interpretato bene Attilio Mastino - è quasi del tutto esatta, dato che il nuraghe di Áidu Entos dista da Tibulae 98 miglia romane. (Si vedano nel citato “Itinerario di Antonino” le distanze in miglia da Tibulae: Gemellas m.p. XXV; Luguidonec m.p. XXV; Hafa m.p. XXIIII; Molaria m.p. XXIIII).
Però Attilio Mastino ha interpretato il gruppo di lettere ILI come abbreviazione di ILIENSES, il noto popolo sardo, perenne ribelle al dominio di Roma. Senonché, da un lato egli non ha notato che il gruppo di lettere in realtà è preceduto da alcune altre lettere ormai non chiare, dall'altro che a questa sua spiegazione si oppone il fatto che tutti gli altri storici, antichi e moderni, hanno mostrato di ritenere che gli Ilienses fossero stanziati e arroccati nelle montagne del centro dell'Isola, mentre è inverosimile ritenere che essi fossero stanziati nella zona del Marghine e della Campeda, la quale era molto trafficata e frequentata dai reparti degli eserciti romani proprio perché attraversata dalla più importante delle strade romane.
D'altra parte l'intero significato della iscrizione mostra abbastanza chiaramente che siamo di fronte a una popolazione ormai pacificamente sottomessa al dominio di Roma e pure alla nuova religione della città dominatrice.
Nel nesso della seconda riga NURACS SESSAR il primo elemento costituisce la più antica documentazione scritta del nome del nostro monumento, mentre il secondo è quasi certamente il plurale di un vocabolo, che probabilmente significava «fondatori, costruttori, possessori», vocabolo anch'esso sardiano o protosardo, che noi conosciamo come toponimo al singolare nei territori di Cuglieri e Fonni Sessa [da confrontare con gli altri toponimi sardiani Sesséi (Gairo), Sesseri (Gesico)], col probabile significato di «fondo, predio, possedimento».

Per finire c'è da segnalare e precisare che l'uso della lingua latina nell'iscrizione del nuraghe di Áidu Entos è una nuova prova - assieme con altre analoghe - che i nuraghi sono stati adoperati nelle loro funzioni civico-religiose fino ad avanzata età imperiale romana. Infatti in tutti i nuraghi fino al presente scavati e studiati dagli archeologi, sono stati trovati numerosi reperti di matrice romana e pure numerose monete perfino del tardo impero. 


sabato 31 ottobre 2015

Recensione e riflessioni di Massimo Pittau su un’opera storica di Maria Antonietta Piga Martini: Quando eravamo Indios – I Sardi e la nuova evangelizzazione dell'isola nel XVI secolo, al tempo di Carlo V e Filippo II di Spagna

Recensione e riflessioni di Massimo Pittau su un’opera storica di Maria Antonietta Piga Martini:
Quando eravamo Indios – I Sardi e la nuova evangelizzazione dell'isola nel XVI secolo, al tempo di Carlo V e Filippo II di Spagna
(Cagliari 2014, www.Arkadiaeditore.it)


Secondo il mio modesto parere, si tratta di un'opera importante, molto originale, che si legge tutta di un fiato. L'Autrice, laureata in Lettere classiche, ha insegnato negli Istituti Superiori di Nùoro, dove è nata e vive. Attiva nei circoli culturali della propria città, ha organizzato e tenuto conferenze e letture pubbliche della Divina Commedia. È autrice di articoli, collaboratrice di riviste di critica letteraria. Ha pubblicato il saggio “Il mondo lirico di Lucia Pinna” e l'altro “Grazia Deledda. Un singolare romanzo (quasi) d'amore”.
Io la conoscevo per l'appunto come studiosa e critica di letteratura, mentre non sapevo nulla dei suoi interessi per la storia della Sardegna e tanto meno per la sua storia moderna. Mi piace presentare quest'opera di M. Antonietta Piga iniziando col mettere in risalto il suo modo e stile di scrivere: è quello di una

venerdì 2 ottobre 2015

Laerru (Comune di L., SS). L’abitante Laerresu, di Massimo Pittau

Laerru (Comune di L., SS). L’abitante Laerresu 
di Massimo Pittau


Le più antiche documentazioni del toponimo si trovano nel Condaghe di Silki come Lauerru e Lauirru (ovviamente da pronunziarsi Laverru e Lavirru) (CSPS 82, 140). Di queste due forme la seconda è di epoca successiva come dimostra la forma Layrru documentata nell'atto di pace fra Eleonora d'Arborea e Giovanni di Aragona del 1388 (CDS I 837/1) ed è effetto di un influsso linguistico del dialetto gallurese, come ha detto giustamente M. Maxia (AnglM 243, 430) e risulta tuttora vitale fra gli anziani della Gallura come Lairru (NLAC 208). Questa forma Lavirru poi compare come cognome in documenti successivi. Inoltre è notevole che un toponimo Laerru esista anche nel cuore della Sardegna centrale, ad Onanì, tra Bitti e Lula.- Tutto ciò premesso, non esito a prospettare che il toponimo Laverru, Laerru derivi da un originario *Lavernu(m) col significato di “villaggio dedicato e sotto la protezione della lat. Laverna, dea del guadagno (lecito ed illecito) e quindi anche dei razziatori e dei ladri, di origine etrusca (cfr. antroponimo etr. Lavelna (ThLE, DELL;suffisso -ern-; LLE, Norme 9). Si deve tenere ben presente che mai i popoli razziatori o dediti alla pirateria hanno accettato di considerare quella loro una attività illecita e inoltre che i Tirreni (Nuragici ed Etruschi insieme) erano largamente famosi e famigerati come “pirati” che esercitavano le loro razzie piratesche in tutto il Mediterraneo. Inoltre si deve tenere presente che nella Sardegna attuale i pastori della Barbagia non considerano affatto le loro bardanas «grassazioni» o razzie di bestiame come un'attività illecita, anzi tutt'altro. Tanto è vero che i Barbaricini considerano tuttora San Francesco - titolare di un famoso santuario vicino a Lula, ma gestito dai Nuoresi - il loro protettore, al quale offrivano pure una parte del bestiame razziato (corrige NPC, TSSO).

Il villaggio di Laerru è citato pure nella Chorographia Sardiniae (176.7) di G. F. Fara (anni 1580-1589) come oppidum Laerri della diocesi di Ampurias.

martedì 22 settembre 2015

La Tabula Capuana, di Massimo Pittau

Il Liber Acheronticus della Tabula Capuana
di Massimo Pittau


Premessa

La Tabula Capuana, fatta con terracotta bruna (cm 62 x 48/49 cm) e detta impropriamente anche Tegula perché assomiglia lontanamente a una tegola, è stata trovata a Santa Maria di Capua Vetere, in Campania, nel 1898. Purtroppo non fu acquisita dal Museo di Napoli perché il suo direttore la ritenne un falso, mentre fu riconosciuta come autentica e pertanto acquistata da uno studioso tedesco, Ludwig Pollak. Poco dopo entrò a far parte del patrimonio del Museo di Berlino, del quale attualmente costituisce uno dei cimeli più importanti e preziosi.
Molto probabilmente la Tabula è stata trovata nella necropoli dell’antica città etrusca. Una forte conferma di questa circostanza del ritrovamento viene dal fatto che la Tabula contiene un «Calendario di cerimonie funerarie». Tanto è vero che quasi tutte le divinità citate appartengono al gruppo degli «Dèi Inferi», con in testa LEΘAM = Lethe cioè «Ade, Plutone».
La Tabula è scritta secondo la modalità bustrofedica, con avvio sinistrorso, cioè da destra a

martedì 8 settembre 2015

Sassari, la “Città dei Sassi”.

Sassari, la “Città dei Sassi”
di Massimo Pittau


Sassari (Sássari) (capoluogo di provincia). L’abitante Sassaresu, Tattaresu.-
In documenti medioevali, ad iniziare da uno del 1131 e dopo in numerosi altri successivi, ad es. negli Statuti della Repubblica di Sassari (42, 1; 44, 1), il toponimo ricorre nella forma di Sassari, Sassaris, Sassaro, Sasser. La forma Sacer che ricorre nel contratto stipulato a Vercelli il 25 luglio 1202 per il matrimonio di Bonifacio marchesino di Saluzzo con Maria figlia di Comita giudice di Torres (V. Angius s. v. Logudoro, IX, 712 nota 1), ha tutta l’aria di essere una etimologia popolare provocata dall'uso della lingua latina adoperata nel contratto. D'altra parte in altri documenti antichi il nostro toponimo ricorre come Thathari (CSPS 83, 104, 147, 253, 254, 355, 395, 421, 439) e Thathar in un documento dell'anno 1135 (CDS I 209/2) (è da precisare che nella lingua sarda il passaggio ss < th o viceversa è frequente).Quest’ultima pronunzia si è conservata tale e quale nella zona del Nuorese fino a un cinquantennio fa e si conserva tuttora in numerose località del Logudoro come Táttari.-

mercoledì 2 settembre 2015

Archeologia e civiltà nuragica. I Nuragici: un popolo “stranissimo”.

Archeologia e civiltà nuragica. I Nuragici: un popolo “stranissimo”.
di Massimo Pittau



Ritengo che sia un fatto del tutto incontestabile: la raffigurazione che del popolo dei Nuragici hanno cominciato a dare alcuni archeologi un’ottantina di anni fa, sia quella di un popolo molto “strano”, genti del tutto “particolari”, che agivano in maniera molto difforme da quella di tutti gli altri popoli, precedenti contemporanei e seguenti, un popolo che agiva in maniera “incomprensibile” e addirittura “irrazionale”. Si faccia attenzione ai seguenti modi di fare e di agire che gli accennati archeologi hanno attribuito ai Nuragici.
Secondo gli accennati archeologi i Nuragici avrebbero costruito in Sardegna, coi nuraghi, il numero quasi incredibile di 7 mila “fortezze”. Gli archeologi però trascuravano del tutto la circostanza che nella immensa maggioranza di ciascuna di quelle “fortezze” poteva rifugiarsi una guarnigione di un ventina di guerrieri appena, i quali però lasciavano fuori, in piena balia dei nemici assalitori, le mogli, i figli e i vecchi e inoltre i loro armenti di bovini e greggi di ovini. E lasciando la piena disposizione di questo bestiame ai nemici, questi avrebbero potuto sostenere molto a lungo l’assedio del nuraghe da loro assalito e circondato.

martedì 21 luglio 2015

Archeologia. Ballatoio terminale del nuraghe e modellini di nuraghe, di Massimo Pittau

Ballatoio terminale del nuraghe e modellini di nuraghe.
“Petizione di principio”
di Massimo Pittau 

La calura continua e continua pure l'usanza di tentare di evitarla con le chiacchiere fatte tra amici nei tavolini dei bar all'aperto e fino a sera tarda.
1) Ovviamente non provo vergogna a dire che, oltre la laurea in Lettere Classiche, ho conseguito quella in Filosofia. Ebbene nella “Logica”, che è la parte della filosofia che studia il corretto modo del “ragionare”, viene citata la “petitio principii” «petizione di principio», detta comunemente “circolo vizioso”, come errore che consiste nel cercare di dimostrare A con B e B con A. Orbene i miei contradditori non si accorgono di commettere appunto un “circolo vizioso” o una “petizione di principio” quando sostengono che i nuraghi avevano il ballatoio terminale perché lo hanno i cosiddetti modellini di nuraghe e sostengono che certi reperti in pietra o in bronzo sono modellini di nuraghe perché hanno il ballatoio terminale, proprio come i nuraghi. Senonché è evidente che questo è un “ragionamento logicamente scorretto”, cioè logicamente inattendibile.
2) È un fatto strano, ma pure reale che fino ad ora nessuno dei sostenitori dell'esistenza dei “modellini di nuraghe” ha mai detto alcunché sulla loro natura e sulla loro funzione e destinazione: Che cosa erano effettivamente? A che cosa servivano? Io sono vissuto e ho insegnato a Pisa per 9 anni e vi ho sempre visto un largo smercio di modellini in metallo oppure in alabastro della “torre pendente”, la quale quasi certamente è il monumento architettonico più fotografato nel mondo sia per la sua bellezza architettonica, sia per la sua strana e curiosa pendenza. Ebbene, il largo smercio di modellini della Torre di Pisa ha una sua chiara natura e sicura funzionalità in vista del loro smercio come “oggetti di ricordo” fra i turisti di tutto il mondo che visitano la famosissima “Piazza dei Miracoli”. Ciò premesso, insisto nel chiedere quale fosse la natura, il significato e la destinazione dei cosiddetti “modellini di nuraghe”? Non ci si venga a dire che erano “oggetti di ricordo” acquistati da un grande flusso di turisti, sardi e stranieri, che si aggiravano attorno ai nostri nuraghi!
3) Ma in realtà i “modellini di nuraghe” non esistono affatto! Quelli che sono stati definiti tali sono:
a) Capitelli di colonne, come ha visto e detto bene Giovanni Lilliu per quelli trovati a Monti Prama.
b) Statuine di candelieri o candelabri, con sulla cima una cupoletta indicante la fiamma accesa, che probabilmente facevano parte dell'acroterio del tempio del Sardus Pater di Monti Prama, quello già segnalato dal geografo-astronomo Claudio Tolomeo (III 3, 5) proprio nel Sinis.
c) Modellini di candelieri o candelabri a cinque becchi come i bronzetti di Olmedo e di Ittireddu, implicanti, come ha detto l'architetto Franco Laner, una “simbologia cosmica” (nord, est, sud, ovest; basso ed alto).
d) Semplici altari, anche forniti di una cavità sulla cima per abluzioni e lavacri rituali, come quello della sala delle riunioni del nuraghe di Palmavera di Alghero e come qualcuno di Monti Prama.


sabato 18 luglio 2015

Il nome Antonio, deriva dal gentilizio Antonius? di Massimo Pittau

ANTONIO - ÁNTHOS - ANTUNNU- CARAGANTU – TANDA
di Massimo Pittau


Il comunissimo nome individuale italiano Antonio deriva certamente dal gentilizio - poi diventato nome individuale – lat. Antonius. Per questo è già sta prospettata una origine etrusca (DNI 70). Ed ecco infatti queste due corrispondenze con due gentilizi etruschi:

Anthuś «di Antonio», gentilizio masch., da confrontare con quello lat. Antonius (RNG) (ET, Pa 2.7, su vaso;). Anthual«di Antonia», femm. del gentilizio Anthu, in genitivo (ET, AS 1.55, 56). Anthu sicuramente era pronunziato *Anthun, con -u finale nasalizzata (LLE, Norma 7).
Antni (ET, Cl 1752; ThLE²) Arnth Antni «Arrunte Antonio».

Il nome individuale Antonio già dal Rinascimento era stato riportato all'appellativo greco ánthos «fiore», il quale finora risulta di origine ignota (DELG) e, come altri nomi di piante o fitonimi, molto probabilmente è di lontana origine “mediterranea”, cioè “preindoeuropea”.
E infatti esistono questi altri antroponimi etruschi, che mostrano chiaramente di corrispondere a questo fitonimo:

Anthaia, Anth<i>aia «Anteia, Anthia», gentilizio femm., da confrontare con quelli masch. lat. Anteius, Anthius(RNG). (ET, Ta 2.1 – 7:p, su anfora) mini Anthaia e(n) mini vertun \ mini Anth<i>aia \ mi apirthe mlaχ this «mi (ha donato) Anteia, non mi portare via \ mi (ha donato) Anteia \ io in aprile (sono stata) dono di costei» (TLE 151) (ET, Cr 3.16).
Anthasi (ET, Ta 7.27 – 6:f, su parete di sepolcro) (Antha-si) «per Antio», gentilizio masch. in dativo sigmatico di comodo, da confrontare con

venerdì 10 luglio 2015

Archeologia. Il marchio di falsità: modellini di nuraghe e ballatoi

Archeologia. Il marchio di falsità: modellini di nuraghe e ballatoi
di Massimo Pittau

Nota di Pierluigi Montalbano, direttore del quotidiano: 
"pur dissociandomi nettamente dalla idea del Pittau, ossia che il modellino di San Sperate sia un falso, ho deciso di pubblicare ugualmente l'articolo in quanto l'autore, Massimo Pittau, firmandolo, prende in  tutte le responsabilità derivanti dalla sua pubblicazione".


L'altra sera ero con un gruppo di amici in un bar all'aperto, nel tentativo di sfuggire alla calura imperante, e in seguito si sono avvicinate anche altre persone. Siccome molti dei presenti seguono con attenzione e interesse la diatriba che è iniziata in internet sui “falsi archeologici”, ovviamente sono stato sollecitato a riprendere l'argomento nell'occasione che ci si presentava. Ed è avvenuto che a seguito della discussione ormai aperta, mi è venuto in mente un nuovo argomento, probabilmente quello principale, che dimostra che l'ormai noto “modellino di nuraghe” di San Sperate è realmente un “falso”, un grande, grossolano e ridicolo falso. Nuovo argomento che metto subito in circolazione nel presente sito internet, a disposizione dei numerosissimi lettori che ci stanno seguendo.

C'è da richiamare un fatto di comune esperienza: i fabbricanti di quasi tutti i manufatti tengono moltissimo a mettervi il “marchio di autenticità” contro gli eventuali falsari. Ebbene, a mio giudizio il supposto “modellino di nuraghe di San Sperate” non ha di certo il “marchio di autenticità”, ma ha propriamente il “marchio di falsità”. Questo consiste in un particolare costruttivo, che è totalmente falso, che più falso non si può: quella specie di rigonfiamento finale con cui termina ciascuna delle quattro torrette e che dovrebbe raffigurare un “ballatoio”. Io ho già fatto osservare che la tecnica costruttiva di quei tempi non consentiva affatto un ballatoio simile, tanto meno lo consentiva la tecnica costruttiva dei nuraghi, fatti di sola pietra e senza alcuna malta.
Di questo ballatoio finale nessun archeologo ha mai fornito la prova della sua esistenza in qualcuno dei nuraghi reali. Io invece ho dimostrato, con tanto di foto di tre nuraghi reali, che il nostro monumento terminava non con un ballatoio, bensì con una corona di massi sporgenti a raggiera per ornamento e forse anche con una raffigurazione simbolica del Sole, divinità che sicuramente anche i Nuragici adoravano.
Ecco appunto le foto della cima di uno dei Tresnuraches di Nùoro, di quello Albucciu di Arzachena, di un nuraghe del territorio di Baunei.

Adesso attendiamo la controprova presentata da qualche archeologo.

venerdì 3 luglio 2015

Archeologia. Il modello di nuraghe di San Sperate, Pinuccio Sciola e i falsari con la penna

Archeologia. Il modello di nuraghe di San Sperate, Pinuccio Sciola e i falsari con la penna
di Giovanni Ugas


Premessa
Finora ho fatto finta di ignorare quanto ha scritto il Prof. Massimo Pittau sul modello di nuraghe di San Sperate, nonostante la gravità delle sue affermazioni, perché è una persona anziana, ancor prima che professore universitario, e perché rispetto il pensiero degli altri, anche quando penso che sia errato. Ora, però, considerato il suo insistere non solo sulle pagine di alcuni libri, ma anche di recente in una nota dal titolo La sarabanda dei falsari archeologici, scritta in data 26 giugno 2015 per il blog di Pierluigi Montalbano, dunque rivolta a lettori non tutti specialisti nel campo dell’archeologia, non posso esimermi dallo scrivere agli stessi lettori per difendere l’immagine dello scultore Pinuccio Sciola e degli archeologi sardi, coinvolti direttamente o indirettamente in questa sua fantasiosa disamina.
Il linguista, riferendosi al modello di nuraghe di San Sperate, a suo parere opera falsa dello scultore Pinuccio Sciola, scrive:

“In due miei libri (in maniera particolare in “Lingua e civiltà di Sardegna”, Cagliari 2004, Edizioni della Torre) io ho dimostrato – mai smentito da alcuno - che si tratta di un grosso, pacchiano e ridicolo falso, perché:
1) presenta intatti tutti i suoi spigoli, non smussati per nulla dal logorio dei secoli, insomma come se fosse appena uscito dalla bottega di uno scultore;
2) il nuraghe raffigurato poggia su una base costituita da un porticato, secondo una modalità non presentata da nessun nuraghe reale e secondo una modalità assolutamente impossibile in termini di staticità per un grande edificio fatto di enormi massi;
3) sotto il ballatoio delle quattro torrette la muraglia esterna dello pseudo-modellino di nuraghe presenta una rientranza circolare, che anch'essa avrebbe compromesso la staticità dell'edificio;
4) non presenta nessun accenno dei finestroni che si trovano in tutti i nuraghi reali a più piani per dare luce alla scala e alla seconda camera”.

Riguardo a queste opinioni, il prof. Pittau è stato già ampiamente smentito da tanti studi di archeologia che hanno preso in considerazione il modello di nuraghe di San Sperate, ma per lui non contano le fatiche degli archeologi che scavano e studiano per trovare un brandello di storia e valuta la loro ignoranza pari alla sua conoscenza.  Ora, ritengo  opportuno informare correttamente ai lettori gli elettori.


1. La segnalazione del ritrovamento del modello
L’importante manufatto litico di San Sperate fu segnalato nel 1970 da  Pinuccio Sciola. Lo scultore mi riferì che era stato trovato dai contadini Lauro ed Eliseo Spiga mentre aravano un agrumeto (Lotto E. Spiga) in località Su Stradoni de Deximu, ai margini dell’abitato campidanese. Il reperto era pervenuto in due pezzi non combacianti, rotti e scheggiati in più parti, pertinenti al corpo quadrilobato (il più grande, h. m 0,32)  e alla torre centrale (l’altro più piccolo, h. m 0,08) di un modello di nuraghe. A parte le fratture recenti, fresche, nette, il manufatto conservava ancora la patina antica, poiché non era stato lavato, e non aveva (e non ha) affatto parti spigolose nelle parti non lesionate, a meno che non si riferisca ai tagli rettilinei dello spartito mensolare, tipico dei modelli di nuraghe in pietra.
Sciola, pensava a prima vista che si trattasse della riproduzione di un castello medioevale, ma qualcosa non lo convinceva e perciò si rivolse a me per avere un parere. Egli manifestò anche l’idea che il reperto fosse stato impiegato in una sepoltura punica perché i contadini segnalavano il reperimento durante le arature di  pezzi di sarcofagi in arenaria nel lotto Spiga e una tomba a  cassone  in lastre di marna nell’agrumeto adiacente (Lotto V. Schirru)  .

2. Lo scavo nel lotto Spiga
Dato l’interesse della scoperta, tra il 31 maggio e il 4 giugno del 1973, su incarico del  soprintendente Prof. Ferruccio Barreca, feci un saggio di scavo stratigrafico, limitato dai filari di aranci, nel punto in cui i contadini affermavano di aver trovato il manufatto scultoreo, aprendo prima una trincea di m 2,70 x m 1 (poi m 1,15) e appresso a fianco, parallelamente, un taglio di m 1,80 x m 1. Dallo scavo, sotto lo strato di humus vegetale spesso m 0,25, venne alla luce una

venerdì 26 giugno 2015

Monte Prama. La sarabanda dei falsari archeologici

La sarabanda dei falsari archeologici
di Massimo Pittau

Nota di Pierluigi Montalbano, direttore del quotidiano: 
"pur dissociandomi nettamente dalla idea del Pittau, ossia che il modellino di San Sperate sia un falso, ho deciso di pubblicare ugualmente l'articolo in quanto l'autore, Massimo Pittau, firmandolo, prende in  tutte le responsabilità derivanti dalla sua pubblicazione".



Ho letto con attenzione e con vivissimo interesse l'intervista che è stata fatta al prof. Franco Laner, della Facoltà di Architettura dell'Università di Venezia, sul suo giudizio relativo a un falso che sarebbe stato effettuato con la testa di uno dei Guerrieri di Monti Prama di Cabras, quella meglio conservata, quella meglio riuscita, “perfetta”, che campeggia in tutte le pubblicazioni e le raffigurazioni degli ormai famosi reperti. Con la solita chiarezza di linguaggio e sicurezza di argomentazione il prof. Laner mi ha convinto appieno. E sono d'accordo con lui nel ritenere che il falsario non sarebbe alla sua prima prova, ma avrebbe altri precedenti. Invece io escluderei che in questo imbroglio siano coinvolti anche tutti gli archeologi che hanno scavato e studiato quei reperti, archeologi che invece risultano essere i primi imbrogliati. Ma la vera e grande imbrogliata e danneggiata è la nostra povera Sardegna, la quale non si meriterebbe affatto la odierna sarabanda di falsari, mossi da un molto discutibile amor di patria e anche dal desiderio di suscitare e accrescere attenzione attorno alla propria persona.
Ed ho letto con interesse pure la risposta alle argomentazioni del Laner data in un'altra intervista dallo scultore Pinuccio Sciola. Ma non mi ha convinto in nulla e per nulla: egli nella questione ha solamente annaspato, dando l'impressione di un individuo che si tuffi in mare senza saper nuotare; in altre parole, dimostrando di parlare di cose che non conosce né ha mai approfondito. Infatti, egli arriva a sostenere queste strabilianti tesi, senza darne una sola ombra di dimostrazione: 
1) Le statue di Monti Prama non sarebbero state fatte da Sardi; 
2) sarebbero state fatte in Sardegna ma da un individuo venuto dall'Oriente; 
3) Le statue non avrebbero nulla a che fare con la cultura nuragica né coi bronzetti; 
4) Platone avrebbe parlato dell'esistenza fra la Sicilia e la Tunisia di un'”isola turrita dove non si moriva mai”. Ma su questo preciso argomento lo provoco io: lo Sciola citi l'opera e gli estremi esatti del passo dell'opera nella quale Platone sosterrebbe queste finora del tutto sconosciute notizie sulla Sardegna antica.
Lo scultore Sciola parli invece di cose che conosce alla perfezione. Ci parli di un reperto che egli sostenne di aver rinvenuto nelle campagne di San Sperate, un cippo-statua in pietra arenaria a venature gialle e rosate, che rappresenterebbe un nuraghe polilobato e che tuttora campeggia nel Museo Archeologico di Cagliari. In due miei libri (in maniera particolare in “Lingua e civiltà di Sardegna”, Cagliari 2004, Edizioni della Torre) io ho dimostrato – mai smentito da alcuno - che si tratta di un grosso, pacchiano e ridicolo falso, perché:
1) presenta intatti tutti i suoi spigoli, non smussati per nulla dal logorio dei secoli, insomma come se fosse appena uscito dalla bottega di uno scultore; 
2) il nuraghe raffigurato poggia su una base costituita da un porticato, secondo una modalità non presentata da nessun nuraghe reale e secondo una modalità assolutamente impossibile in termini di staticità per un grande edificio fatto di enormi massi; 
3) sotto il ballatoio delle quattro torrette la muraglia esterna dello pseudo-modellino di nuraghe presenta una rientranza circolare, che anch'essa avrebbe compromesso la staticità dell'edificio; 
4) non presenta nessun accenno dei finestroni che si trovano in tutti i nuraghi reali a più piani per dare luce alla scala e alla seconda camera.
Di certo tra gli scultori sardi la pratica del “falso” non è infrequente: una quarantina di anni fa un mio amico sorprese, nella sua bottega, uno scultore che stava scolpendo una falsa iscrizione che intendeva spacciare a me per farmi sfigurare di fronte agli archeologi se avessi abboccato. Il tentativo di falso e di imbroglio non andò in porto perché lo scultore comprese che il mio amico non avrebbe fatto a meno di mettermi in guardia...

Povera Sardegna nostra! Quale sorte hai avuto nel generare individui, a iniziare dai falsari delle carte di Arborea, che hanno riempito le pagine della tua storia di numerosi e grossi falsi credendo di darti lustro, mentre hanno finito col caricarti di ridicolo.

domenica 21 giugno 2015

Il Liber Ritualis della Mummia di Zagabria

Il Liber Ritualis della Mummia di Zagabria
di Massimo Pittau

tradotto e commentato

PREMESSA
Il cosiddetto Liber della Mummia di Zagabria è il testo più lungo che possediamo della lingua etrusca. Esso è chiamato in questo modo perché risulta custodito nel «Museo Archeologico» di Zagabria. È detto Liber linteus «libro di lino» perché è costituito da una fascia di lino lunga circa 13 metri e larga circa 40 centimetri.
Fino al presente non si conosceva per nulla il modo e il motivo per i quali questa fascia fosse finita in Egitto; si era parlato in termini molto generici di un probabile “piccolo stanziamento” di individui di nazionalità etrusca nell'Egitto dei Tolomei, ma in realtà non si era fornita alcuna prova di ciò. A giudizio dello scrivente esiste con grande probabilità una ragione precisa della presenza del Liber in Egitto. Si deve premettere che gli aruspici etruschi godevano di larga fama a Roma, fino ad un'epoca molto avanzata. Si tramanda che ancora nel 408, durante l'assedio di Roma, aruspici pronunciarono maledizioni in lingua etrusca per lanciare fulmini sui Visigoti di Alarico. Essi erano consultati anche dai comandati degli eserciti romani prima di prendere le loro decisioni importanti. Ebbene, a giudizio dello scrivente il Liber molto probabilmente arrivò in Egitto con qualche aruspice che seguiva un esercito romano, ad iniziare da quando si insediò in Egitto Marco Antonio nell'anno 52 a. C.
Deceduto l'aruspice e finita dunque la sua attività di divinazione, la fascia di lino non fu più compresa nella sua natura e destinazione, per cui fu tagliata a strisce e adoperata, in maniera impropria, per fasciare una mummia.
Col passare dei secoli la mummia fu acquistata in Egitto nel 1848 da un collezionista croato e in seguito, nel 1867, fu acquisita dal Museo di Zagabria. Qui a un certo punto fu deciso di svolgere le bende della mummia e si constatò che esse contenevano un lungo testo, scritto in inchiostro nero su 12 colonne di circa 35 righe, con una impaginatura di linee in inchiostro rosso. Nel 1892 l’egittologo Jakob Krall, con una sua accurata pubblicazione, dichiarò e dimostrò che il testo era scritto in alfabeto e lingua etruschi, col normale andamento sinistrorso.
Nelle circa 200 righe conservate del Liber risultano scritti quasi 1.200 vocaboli, i quali però, tolte le numerose ripetizioni, si riducono a essere poco più di 500. Probabilmente il Liber costituisce la trascrizione, effettuata nel I secolo a. C., di un testo originario del V secolo, di area etrusca centro-settentrionale.
Com’era ovvio, il Liber attirò subito l’attenzione di