L'antico poeta Virgilio, discendente degli etruschi, era contrario all'abbandono dei campi?
Tutela dell'ambiente.
Articolo di Lydia Schopp
Quando si parla di Virgilio, quasi tutti ricordano l'Eneide. Pochi, però, si soffermano sulle sue origini e sul mondo in cui è cresciuto. Eppure proprio lì potrebbe trovarsi una chiave di lettura molto interessante.
Virgilio nacque nei pressi di Mantova, una terra che, prima della conquista romana, era stata abitata da Etruschi e Galli. Anche dopo l'espansione di Roma, il ricordo di quelle antiche popolazioni era ancora vivo. Mi domando quindi se parte della sensibilità del poeta non affondi le sue radici proprio in quel patrimonio culturale.
La sua famiglia conobbe direttamente il dramma delle confische agrarie. Dopo le guerre civili, molti terreni furono sottratti ai proprietari e assegnati ai veterani dell'esercito romano come ricompensa per il servizio prestato. Per migliaia di famiglie significò perdere la casa, il lavoro e il futuro.
Il paradosso era evidente: molti veterani non avevano esperienza di agricoltura e spesso vendevano i
campi ai grandi proprietari. Nacquero così i latifondi, coltivati soprattutto dagli schiavi, mentre la piccola proprietà agricola andava progressivamente scomparendo. Diversi studiosi ritengono che questo processo abbia contribuito, nel lungo periodo, a indebolire l'economia e la società romana.
Già nel II secolo a.C. i fratelli Gracchi avevano cercato di fermare questa deriva con una riforma agraria. Furono sconfitti, ma avevano intuito che una società non può prosperare se abbandona i piccoli coltivatori.
In questo contesto le opere di Virgilio acquistano, a mio avviso, un significato ancora più profondo.
Nella prima Bucolica, attraverso il dialogo tra Titiro e Melibeo, emerge tutto il dolore di chi è costretto a lasciare la propria terra. Nelle Georgiche, invece, Virgilio celebra il lavoro dei campi con una passione che va ben oltre un semplice manuale di agricoltura: il rapporto tra uomo e natura diventa il fondamento della civiltà stessa.
Anche la celebre Quarta Ecloga potrebbe essere interpretata in modo diverso da quanto si fa abitualmente. La tradizione cristiana vi ha visto l'annuncio della nascita di Cristo, ma questa lettura è posteriore. Personalmente mi chiedo se Virgilio non si riferisse piuttosto a un'antica visione del mondo, forse influenzata anche dalla cultura etrusca, che immaginava il ritorno di un'età dell'oro e dell'armonia tra uomo e natura.
Non dimentichiamo poi che Augusto chiamò Virgilio alla sua corte e, insieme a Mecenate, diede vita a un grande circolo letterario, seguendo un modello che Roma aveva già conosciuto con il circolo degli Scipioni. La cultura diventava così uno strumento per riflettere sul destino dello Stato e sui valori della società.
Secondo me esiste un filo conduttore che unisce il circolo degli Scipioni, Virgilio e, alcuni secoli dopo, Claudio Rutilio Namaziano. È il rispetto per la terra e la convinzione che la ricchezza di uno Stato dipenda anche dalla capacità di custodire il proprio territorio.
Rutilio Namaziano, poeta gallo-romano vissuto tra il IV e il V secolo, nel suo De Reditu Suo racconta il viaggio di ritorno da Roma verso la Gallia. Costretto a navigare perché le grandi strade romane non erano più sicure, osserva dal mare le coste dell'antica Etruria. Descrive campagne abbandonate, città decadute e una Maremma ormai malsana. Nelle sue pagine si avverte una profonda nostalgia per un paesaggio che un tempo era stato prospero grazie al lavoro dell'uomo.
È una testimonianza preziosa, perché ci mostra come il degrado dell'ambiente e quello della società possano procedere insieme.
Naturalmente questa è una mia interpretazione personale. Tuttavia trovo affascinante l'idea che, attraverso Virgilio e Rutilio Namaziano, ci sia giunto un messaggio ancora attuale: una civiltà non si misura soltanto dalla forza del suo esercito o dalla grandezza delle sue città, ma anche dal modo in cui tratta la terra che la nutre.
Forse, dopo oltre duemila anni, è una lezione che vale ancora la pena ascoltare.
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