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domenica 1 agosto 2021

Archeologia. Tiscali, un villaggio nuragico sul Supramonte, nel cuore della Sardegna. Riflessioni di Pierluigi Montalbano

Archeologia. Tiscali, un villaggio nuragico sul Supramonte, nel cuore della Sardegna. 

Riflessioni di Pierluigi Montalbano


Nel cuore della Sardegna, sul Supramonte, al confine tra Oliena e Dorgali, sulla cima del Monte Tiscali, a 500 metri sul livello del mare, a destra del Rio Sa Oche nella Valle di Lanaittu, a pochi km da Sa Sedda e Sos Carros, in seguito al crollo della volta dell’ampia sala di una grotta, in epoca nuragica si sviluppò un insediamento unico nel suo genere: Tiscali. Il sito fu studiato nel 1910 da Ettore Pais e nel 1927 dal Taramelli, da ambedue interpretato come rifugio dei Sardi durante la conquista romana della Sardegna. L’insediamento civile è costituito da strutture abitative, magazzini e recinti per custodire gli animali, legato allo sfruttamento agro-pastorale del territorio, costruito in un

sabato 24 luglio 2021

Archeologia della Sardegna. La Tomba di Giganti S'Ena 'e Thomes di Dorgali. Interpretazione tratta dal Dizionario Etimologico Dorgalese di Andrea Deplano

Archeologia della Sardegna. La Tomba di Giganti S'Ena 'e Thomes di Dorgali. 

Interpretazione tratta dal Dizionario Etimologico Dorgalese di Andrea Deplano



Tomba di Giganti di Dorgali "Sena e Thomes" (Sa Ena ’e Tomes)

Viene così indicato un monumento archeologico dell’età del bronzo, datato al periodo nuragico, classificato come tomba dei giganti, per dire di una sepoltura dolmenica costituita da una allée couverte con pietre infisse nel terreno e copertura a piattabanda, sovrastata da una stele verticale del peso stimato di circa 7 tonnellate. Si trova a 4 km dal bivio Lula-Dorgali sulla 131 d.c.n. in direzione Dorgali sul lato

lunedì 19 luglio 2021

Archeologia della Sardegna. Bronzetti nuragici: sculture votive, oggetti artistici o doni cerimoniali? Articolo di Pierluigi Montalbano

Archeologia della Sardegna. Bronzetti nuragici: sculture votive, oggetti artistici o doni cerimoniali?

Articolo di Pierluigi Montalbano


In Sardegna, nelle fasi finali della Civiltà nuragica, circa 3000 anni fa, i sardi decisero una serie di cambiamenti sociali nel mondo dei vivi e in quello dei morti che sono facilmente distinguibili: non costruirono più nuraghi e adottarono un rituale funerario differente con l'abbandono delle monumentali tombe giganti a favore di piccole tombe a pozzetto singolo nelle quali ogni individuo riceveva il suo corredo. In questa fase appaiono i bronzetti, le celebri statuine in lega di rame (90%) e stagno (10%) che rappresentano personaggi, animali, barche, edifici e oggetti che fanno parte della

martedì 13 luglio 2021

Archeologia. Sardegna: gli Shardana sono i sardi Nuragici?…ai confini della Fantarcheologia. Cosa sostengono Francois Champollion, Rouge` Emanuel, Francois Chabbas, Giovanni Lilliu, Renato Peroni, Michel Gras, Robert Drews, Vassos Karageorgìs, Giovanni Ugas e Christian Greco, d’accordo con Massimo Pallottino? Per quale motivo studiosi come D’Oriano, Maspero, Sandars, Vagnetti, Cavillier non sono d’accordo con i primi? Articolo di Stefano Lecca

Archeologia. Sardegna: gli Shardana sono i sardi Nuragici?…ai confini della Fantarcheologia. Cosa sostengono Francois ChampollionRouge` Emanuel,  Francois ChabbasGiovanni LilliuRenato Peroni,  Michel Gras,  Robert Drews,  Vassos KarageorgìsGiovanni Ugas e Christian Greco, d’accordo con Massimo Pallottino? Per quale motivo studiosi come D’Oriano, Maspero, Sandars, Vagnetti, Cavillier non sono d’accordo con i primi?

Articolo di Stefano Lecca




“La civiltà dei nuraghi si direbbe invero ancora oggi, nonostante decenni di esplorazioni e di studi, relegata quasi sul margine dell’interesse della disciplina preistorica ed archeologica ufficiale, come un dominio incantato e nebuloso, disseminato di agguati e di misteri. Gli scavi sistematici iniziati soltanto agli albori del nostro secolo, in modo frammentario, e tuttora limitatissimi rispetto all’ampiezza del territorio e al numero imponente delle superstiti rovine antiche; le pubblicazioni per lo più confinate in atti accademici di scarsa diffusione o in periodici e fascicoli circoscritti all’ambiente isolano; la stessa natura della cultura paleosarda, apparentemente chiusa in se stessa e segnata da caratteri di inconfondibile originalità, tale da aver scoraggiato, sino a questi ultimi anni, un tentativo di inquadramento organico e criticamente soddisfacente della Sardegna nello sviluppo della preistoria e protostoria mediterranea: tutti questi motivi, singolarmente o presi assieme, potranno addursi a spiegare le perduranti incertezze ed approssimazioni nella conoscenza e nella valutazione di una delle più suggestive esperienze culturali del mondo antico. Se alla Sardegna preromana manca l’eco della tradizione poetica e storica che nobilita gli avanzi delle civiltà preclassiche del Mediterraneo orientale, il linguaggio delle sue innumerevoli torri ciclopiche, dei

lunedì 12 luglio 2021

Archeologia. Shardana, i sardi che componevano la guardia reale del faraone Ramesse II. Articolo di Pierluigi Montalbano.

Archeologia. Shardana, i sardi che componevano la guardia reale del faraone Ramesse II

Articolo di Pierluigi Montalbano

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Gli Shardana furono scelti dagli egizi per diventare, all'inizio del XIII a.C. e per tutta la durata della celebre battaglia di Qadesh,  la guardia scelta del faraone Ramesse II, invogliati con concessione di privilegi, terre fertili lungo le sponde del Nilo, diritto di matrimonio, successione ereditaria dei campi. Già dal XV a.C., all’epoca della regina Hatshepsut e di Tuthmosis III, l’esercito egizio si ampliò con l’immissione di truppe formate da guerrieri professionisti, con corpi d’armata, divisioni di fanteria, carristi e ufficiali, con la conseguente specializzazione delle tecniche di combattimento. A tutto ciò, si univa l’apparato di supporto costituito da personale di servizio, flotta e carri di supporto per i viveri e vettovaglie, carpentieri, cuochi, addestratori di cavalli e maestri d’armamenti che insegnavano le tecniche con la spada, l’arco, la lancia e le

martedì 6 luglio 2021

Le grandi navi a vela solcavano i mari già 7300 anni fa. Lo svela l'archeologia. Articolo di Pierluigi Montalbano

Le grandi navi a vela solcavano i mari già 7300 anni fa. Lo svela l'archeologia.  

Articolo di Pierluigi Montalbano


In un vaso di cultura 'Ubaid è raffigurata una nave a vela con due alberi. Si tratta della più antica documentazione oggi disponibile relativa all'uso di alberatura navale e corrispondente sistema di vele. Ciò che sorprende è la datazione: 5300 a.C. Il ritrovamento è avvenuto a Ra's as-Sabiyah all'interno di una struttura in pietra, un tempio. Pensavo di conoscere bene la cultura 'Ubaid, ne parlo spesso a lezione, ma più studio e più mi accorgo che l'uomo preistorico era in possesso di tecnologie evolute. Per

martedì 29 giugno 2021

Donna e società in Sardegna. Dalla civiltà nuragica al medioevo e all’età moderna. Articolo di Gianfranco Nuvoli.

 Donna e società in Sardegna. Dalla civiltà nuragica al medioevo e all’età moderna.

Articolo di Gianfranco Nuvoli.

 


1. La civiltà nuragica

La civiltà nuragica ha lasciato millenari monumenti di pietra, ma scarsi e contradditori elementi per delineare ruoli e caratteri socioeconomici della società in Sardegna nell’età pre-nuragica e nuragica. Per tali periodi storici non disponiamo di prove o documenti che aiutino alla definizione di questa cultura, per cui si possono solo trarre ipotesi di lavoro, e tentare di individuare possibili prove che possano confermarle o confutarle.

L’analisi stratigrafica degli scavi, la tipologia e collocazione dei reperti, l’esame dei resti vegetali con il C14 fa ritenere che l’organizzazione socio-economica della società sarda avesse un carattere sia pastorale (ovini e caprini) e venatorio (resti di daini, suini, ecc.) sia agricolo per “coltivazioni specializzate – l’olivo e la vite, ma anche le colture orticole- (…) e cerealicole” (Perra, 2014, 37). Alcuni autori ipotizzano che i lavori agricoli fossero di competenza del ruolo femminile, e quindi richiedessero “un maggiore impegno delle donne”, mentre gli uomini erano impegnati nelle attività pastorali, venatorie e architettoniche (Melis M.G., 2014, pag.48). Non mancano indizi su attività diversificate fin dal periodo Neolitico, quali la lavorazione dell’argilla, l’artigianato tessile, l’estrazione e la lavorazione di metalli. In genere si ritiene che i sardi già da allora non avessero una vocazione marinara, ma conchiglie e resti di frutti di mare trovate a Monte d’Accoddi e in qualche nuraghe provano che si cibassero anche dei prodotti raccolti dal mare. Inoltre l’ossidiana del monte Arci ritrovata in molti siti del Mediterraneo rivela scambi commerciali, pur se non sappiamo se gestiti direttamente dai sardi oppure frutto di scambi con altri popoli che commerciavano via mare. Analoghi scambi commerciali sono attestati per i metalli (stagno e bronzo). Lilliu (2000, 122) nella riedizione di

sabato 26 giugno 2021

Archeologia, miti e leggende. Del re Salomone è leggendaria la saggezza, ma fu veramente tanto saggio ? oppure sulla sua figura si coagularono nostalgie e frustrazioni successive ? Articolo di Lydia Schropp

Archeologia, miti e leggende. 

Del re Salomone è leggendaria la saggezza, ma fu veramente tanto saggio? Oppure sulla sua figura si coagularono nostalgie e frustrazioni successive ?

Articolo di Lydia Schropp

 


Salomone nacque verso il 990 a.C. dal re Davide e  da Betsabea, donna di cui Davide si era innamorato mentre era intento all’assedio di Rabba. Sebbene Davide fosse già sposato e avesse figli da molte altre mogli elencate fra l’altro in I Cronache 3, e Betsabea fosse sposata con un militare ittita di nome Uria,(1) Davide , appena seppe che la donna aspettava un figlio da lui, fece in modo  che  suo marito Uria si trovasse coinvolto nella mischia dell’attacco nemico e fosse colpito a morte. (2 Samuele 11). Dopo il prescritto tempo del lutto, sposò la donna.

Salomone fu il secondo figlio, perché il primo morì subito dopo la nascita. In seguito Betsabea gli diede altri tre figli, Scimea, Shobab e Nathan (I Cronache, 3,5)

Sin dall’inizio Salomone fu prescelto come successore di Davide, sebbene non fosse il primogenito, per cui  poco prima della  morte di Davide un altro figlio, nato prima, Adonia, cercò di sottrargli  la carica. Questi si procurò una guardia del corpo e cercò di attirare a sé l’esercito ed i sacerdoti, vantando i suoi diritti. Nathan lo mise in guardia del pericolo che correva e, scoperti i suoi piani,  Salomone lo graziò. Ma Adonia non si diede per vinto e continuò a congiurare, cercando di coinvolgere anche la matrigna

mercoledì 23 giugno 2021

Hatti, il regno degli ittiti, una delle grandi potenze dell'età del Bronzo.

 Hatti, il regno degli ittiti, una delle grandi potenze dell'età del Bronzo.

La storia degli Ittiti è legata all’Anatolia, pur se parlare di ittiti o di regno ittita è inesatto. Il nome attribuito dai moderni deriva dalla parola biblica “ittim”, indicante una piccola tribù cananea dell’inizio del I millennio a.C., e si usa questa parola perché agli ittiti dell’età del bronzo non corrispose mai una singola denominazione che li identificasse etnicamente o politicamente. E se, in questo periodo, il regno egiziano era etnicamente definito per contrapposizione agli Hyksos, il regno hittita, frutto di matrimoni politici, adozioni, colpi di stato ed unioni forzate di elementi diversi, era una straordinaria miscela culturale che comprendeva diversi elementi etnici –indoeuropei, hattici, hurriti e varie popolazioni mesopotamiche e siriane che probabilmente non parlavano nemmeno la lingua ufficiale del regno. Ciò che dava loro un’identità comune era il fatto di vivere in una regione geograficamente ben definita,  il triangolo che va dal Mar Nero alla piana di Konya e alle pendici del Tauro, che li differenziava dagli altri sudditi del re distribuiti fra gli stati vassallo. Tutti questi elementi si unirono –per avvicinamento politico o per adozione- alle famiglie da cui provenivano coloro che di volta in volta finivano per occupare il trono. A giudicare dai nomi dei re e delle famiglie regali, infatti, a fondamento dell’inclusione nella classe dominante non vi era una concezione etnica, anche se, una volta arrivati al trono, tutti si piegavano al costume ed all’uso del “nesita”, la lingua di governo.  Il regno di Hatti fu un paese capace di rivaleggiare e sorpassare nel XIV secolo paesi come Egitto e Mitanni, originariamente più potenti. Fondato nel XVII secolo, la sua capitale fu stabilita ad Hattusa, 150 kilometri ad est di Ankara, dal primo re Hattushili, sopra un picco roccioso che la proteggeva dai due lati e le permetteva di dominare un’area straordinariamente produttiva dal punto di vista agricolo. Da qui, nell’arco di circa 500 anni, i re del paese giunsero a controllare una rete di stati vassalli che, all’apice dello sviluppo, estendevano il proprio potere dalle coste egee dell’Anatolia a Damasco ed alle frange occidentali della Mesopotamia. 

Lo stato hittita prende forma sulle carte geografiche quando, in un cinquantennio, i suoi primi due re riescono a dar vita ad una formazione politica di rango regionale, arrivando ad abbattere i due maggiori regni del tempo (Yamkhad e Babilonia) e avviando un profondo riassetto politico di tutta l’area dell’alta Mesopotamia. Il re Hattushili prende nome dalla città di Hattusa, creata ed eretta a capitale di un altopiano centro-anatolico riunito sotto la sua persona. Che Hattusa fosse la neonata capitale di un nuovo regno, ha fatto si che la documentazione disponibile per gli storici cominci bruscamente da questo re, alla morte del quale il paese di Hatti, prima inesistente, compare come un’entità definita destinata a restare tale nei secoli. Il successore di Hattushili, Murshili I, adottato dal vecchio re sul letto di morte, diede avvio alla conquista del mondo siriano, con la vittoria sul re di Yamkhad e sui suoi alleati. Per mano di Murshili I Aleppo fu espugnata e distrutta, e la Siria divenne hittita. Ma la sua fu una vittoria effimera, perché il suo successore, Hantili, perse il controllo della regione. E’ bene precisare, però, che Hantili, pur restando a lungo sul trono, non ebbe un regno semplice, dato che fu costantemente impegnato a combattere contro Mitanni sulla linea dell’Eufrate, e a limitare i primi attacchi dei Kashka dei monti. Sappiamo poco del suo regno, e ancora meno del regno dei suoi successori Zidanta I e Ammuna, sotto i quali –non senza lotte da parte di Ammuna- la regione del sud-est anatolico, Arzawa, e quella del sud-ovest, la Cilicia, col nome di Kizzuwatna, si distaccarono dallo stato centrale, fondando veri e propri regni a se stanti. Con la Cilicia –Kizzuwatna- se ne andò la Siria, per cui si pensa che anche lo stato centrale, esposto agli attacchi degli Hurriti a sud-est e dei Kashka a nord, fosse in pericolo. Dopo il brevissimo regno di Huzzyia, prese il potere Telipinu, personaggio particolarmente noto agli studiosi perché autore di un editto che racconta l’intera storia del regno Hittita fino a quel momento, e che pone delle regole chiare per la successione monarchica. Telipinu ottenne qualche successo nel recuperare alcuni dei territori perduti, ma senza avvicinarsi alla riconquista dei più importanti. Nel secolo successivo alla morte di Telipinu, il regno Hittita si indebolì. Fu un periodo definito “medio regno hittita”, nel quale una folla di re effimeri si contendevano un trono troppo debole perfino per difendersi, tanto che Hantili II dovette fortificare la capitale.  Fra il 1450 e il 1400 si registra una ripresa dell’attività militare e politica hittita sotto la guida di re Tudhaliya II. Questi, assicuratosi il trono con l’ennesimo colpo di stato, riuscì prima a soggiogare il regno di Arzawa, che ormai costituiva un pericolo per lo stato centrale, e poi a ristabilire, almeno per un breve periodo, l’autorità hittita su Kizzuwatna ed Aleppo. L’epoca di Tudhaliya II, del suo successore Arnuwanda, e di Tudhaliya III fu centrale per il processo di organizzazione interna del regno hittita, ma sotto quest’ultimo si dovette affrontare una crisi talmente grave da poter essere avvicinata solo a quella del 1200: il regno, invaso da nord, da sud-est e da sud-ovest, impegnato dalla lotta con i montanari Kashka, con Kizzuwatna e con un Arzawa ormai tanto importante da essere ammesso al consesso internazionale (anche se non col grado di “grande re “ e nemmeno attraverso la lingua Accadica), fu distrutto, forse dall’azione dei Kashka, una popolazione seminomade, dedita alla razzia, dispersa sulle montagne della parte settentrionale dell’Anatolia. Non essendo inquadrati in un’organizzazione statale, erano anche difficilmente controllabili. Ci furono alcuni periodi della storia Hittita in cui le frontiere erano vulnerabili. Sotto il regno di Tudhaliya III, i generali di confine scrivevano spesso di come i Kashka fossero entrati quasi indisturbati nel territorio hittita, per saccheggiarne le terre, anche in gruppi numericamente consistenti (600 individui, in un caso). A Tudhaliya III succedette Shuppiluliuma I, quasi contemporaneo con la fine, in Egitto, del regno di Amenothep III e dei primi anni di Amenothep IV, e per questo motivo si suppone sia lui il re delle lettere Amarniane. Quando Shuppiluliuma salì al trono di Hatti, il regno era in condizione precaria. Secondo fonti posteriori, il re fu costretto a combattere per vent’anni, alla fine dei quali la Cilicia-Kizzuwatna, l’Arzawa e la Siria perdettero la loro autonomia e le loro dinastie regnanti, diventando parte integrante del paese hittita. Il tratto saliente del re Shuppiluliuma è la diplomazia con cui pianificava le sue azioni. Avendo intenzione di riconquistare il paese di Isuwa, per farlo sarebbe dovuto passare attraverso il territorio di Mitanni causando una guerra, quindi mantenne sempre relazioni pacifiche con l’Egitto. Data l’alleanza fra il paese del Nilo e Mitanni, non voleva rischiare di mettersi contro entrambe le superpotenze dell’epoca. Quindi, in previsione della campagna militare in Siria- che gli serviva per riconquistare un “posto al sole” nella scena internazionale ed entrare in contatto con Egitto e Babilonia- decise di trascurare Arzawa per concentrare le sue forze su un solo fronte e di annettersi politicamente –per coprirsi le spalle- la regione del Ponto mediante opportune alleanze fondate su matrimoni dinastici. Il momento dell’attacco e le fasi d’esecuzione furono scelte con cura sapiente strategia: Shuppiluliuma prima appoggiò uno dei due contendenti, di nome Artatama, al trono di Mitanni; e poi isolò il suo nemico da tutte le maggiori fonti di possibile aiuto stipulando un gran numero di trattati d’alleanza. Grazie a questa pianificazione accurata, Shuppiluliuma arrivò dall’Eufrate al Libano in un solo anno di guerra. In seguito, alleatosi anche con Amurru e Ugarit, ebbe facilmente ragione di tutti gli avversari, arrivando senza problemi fino a Qatna e Qadesh. Qui si arrestò per non entrare-per il momento- in guerra con l’Egitto, che deteneva ancora molti possedimenti in Palestina e Siria meridionale. La già citata vicenda-Zannanza, comunque, portò a degli scontri con l’Egitto ed alla parziale invasione hittita del suo territorio. A seguito della presa della città di Amqa furono catturati e portati fino al paese di Hatti qualche migliaio di prigionieri malati di peste, che diffusero il morbo nel territorio hittita. Grazie all’opera di Shuppiluliuma, comunque, quelli che un tempo erano stati vassalli di Egitto e Mitanni, vennero in questa maniera sottomessi al regno Hittita. Nell’organizzare le province dell’impero, Shuppiluliuma pose sul trono delle città più importanti (Aleppo per tradizione, Karkemish per posizione strategica) due suoi figli, assegnando in particolare al re di Karkemish un ruolo praticamente da viceré Hittita in Siria. Gli stati che gli si erano spontaneamente sottomessi –come Ugarit- videro confermati i loro regnanti e premiata –tramite acquisizioni territoriali- la loro sottomissione. Shuppiluliuma non visse abbastanza a lungo da godersi le sue conquiste: morì –forse della peste portata in Hatti da Amqa- poco tempo dopo, lasciando un impero molto più grande di quello che aveva trovato. Il suo erede diretto, Arnuwanda II, regnò per poco tempo, forse appena 18 mesi, prima di ammalarsi, morire, e lasciare sul trono il giovanissimo Murshili II. Convinti che il giovane re non avrebbe avuto la forza per sottometterli, tutti i paesi conquistati dal padre si sollevarono. Ma si sbagliavano. Murshili, impegnato tanto contro Arzawa quanto contro la Siria riuscì a ristabilire l’ordine nelle regioni, con una serie di nuovi trattati, fra cui quello punitivo stipulato con Niqmepa di Ugarit. Ma, mentre per la Siria si trattava di una riconquista, su Arzawa Shuppiluliuma non aveva mai conseguito successi decisivi, per cui continuava a sussistervi una vera formazione statale composita, con un gran re – benché non riconosciuto tale dalla comunità internazionale- e una serie di piccoli re sottoposti ali suoi ordini. Perciò, conquistata anche l’area di Arzawa, Murshili le diede un assetto organizzativo simile a quello siriano. Per tanto, alla fine del suo regno tutta l’Anatolia centromeridionale, dall’Egeo all’Eufrate, era hittita, sia sotto controllo diretto, come nel caso di Kizzuwatna, sia mediante regni vassalli.  Con il tredicesimo secolo si assiste al risveglio delle mire espansionistiche di Assiria ed Egitto. È probabile che fin dal primo momento la minaccia derivante dal risveglio delle maggiori potenze sia stata percepita nettamente dal successore di Murshili, Muwatalli, il quale fin dall’inizio del regno si mosse per pacificare il nord, facendo una guerra ai Kashka e riuscendo a tenerli lontani dalla sua capitale fino al disastro del 1200. Nel frattempo l’Assiria di Adad-nirari I riuscì ad invadere il morente regno mitannico, assoggettandolo alla propria sfera d’influenza e facendo sì che la città di Karkemish, un tempo centro di controllo del governo hittita al di qua dei monti del Tauro, diventasse città di frontiera fra Hatti ed Assiria.  Dall’altra parte, l’Egitto della rampante XIX dinastia aveva recuperato il controllo delle sue regioni asiatiche, incluse Canaan e Biblo. Sethi I era poi riuscito, come si è detto, a conquistare perfino la regione a nord di Qadesh, e si dibatte se essa fosse stata riconquistata o meno. Di sicuro, comunque, il figlio Ramses II nel suo quarto anno di regno dovette combattere nella piana prospiciente Oadesh, città strategicamente fondamentale per mantenere il controllo sull’alta valle dell’Oronte. Morto Muwatalli nel 1272, si determinò una crisi dinastica, che vide a il fratello di Muwatalli, Hattushili, contendere il trono al legittimo erede, il figlio del re Urki-Teshub, che fu detronizzato e mandato in esilio. Al regno di Hattushili corrispose un ribaltamento in politica estera, conseguente alla firma di un trattato paritetico con l’Egitto di Ramses II. La stessa idea che i regnanti hittita ed egiziano trattassero “alla pari” fra loro testimonia quanto fosse divenuto potente il regno di Hatti: solo un secolo prima un simile trattato sarebbe stato impensabile, per l’Egitto faraonico.  Il problema assiro richiese invece una vera e propria guerra aperta, condotta dal figlio di Hattushili, Tudhaliya IV. Fu, questa, la guerra nella quale Ugarit pagò un fortissimo contributo in denaro per essere esentato dall’inviare le proprie truppe di rincalzo agli eserciti di Hatti. Nonostante la guerra, però, il confine fu confermato lungo l’Eufrate, e la città di Karkemish rimase esposta a nuove aggressioni.  La situazione si deteriorò nell’ultimo decennio del XIII secolo, durante il regno degli ultimi due re Arnuwanda III e Shuppiluliuma II (l’uomo che compì l’effimera conquista hittita di Cipro). Lo sforzo di mantenere il controllo di territori alquanto più vasti rispetto al paese centrale, la crisi economica causata, fra le altre cose, da una carestia tanto grave che perfino Merneptah inviò del grano verso Hatti, avevano deteriorato una situazione sociale e prostrato il paese alla vigilia dell’arrivo dei popoli del mare, che avrebbero largamente approfittato della situazione segnando, assieme all’ultimo e definitivo attacco dei Kashka, la fine del paese di Hatti. Il sistema di controllo hittita sulle sul suo impero si instaurò con l’opera di Shuppiluliuma, raccogliendo l’eredità mitannica ed erodendo buona parte dei domini egiziani. Da un certo punto di vista, essere un piccolo re era molto più semplice sotto il controllo Hittita che non sotto quello del Faraone, in quanto il sistema hittita era basato su un rapporto di fedeltà reciproca esplicitato da un trattato scritto. Quest’ultimo, infatti, assicurava al vassallo fedele una protezione adeguata, stabilizzando così la Siria. La presenza hittita era però più pesante di quella mitannica, e non consentiva patti fra piccoli re, rimandando tutte le decisioni allo stato centrale. Tuttavia in alcuni casi il trono veniva affidato a membri della casa regale di Hattusa, per poter controllare con più sicurezza la zona.

 Testo e immagini dal web