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lunedì 18 agosto 2014

I Celti, un antico popolo europeo che influenzò l’Occidente mediterraneo

I Celti, un antico popolo europeo che influenzò l’Occidente mediterraneo
di Pierluigi Montalbano

Appartenenti a uno stesso gruppo linguistico di famiglia indoeuropea, all'inizio del II millennio a.C. migrarono dall'Asia Minore in Europa, stanziandosi principalmente nelle regioni del Danubio e del Reno. Organizzati in tribù, i celti basavano la loro coesione interna sulla religiosità verso numerose divinità.
Dall’VIII a.C., dopo aver dato vita alla cultura di Hallstatt, una località austriaca dove sono state ritrovate 2.000 tombe, i Celti compirono una serie di migrazioni, occupando gran parte del continente e delle isole britanniche e dividendosi in diverse tribù: Galli, stanziati nell'odierna Francia; Britanni, Cimri e Gaeli in Gran Bretagna; Belgi; Celtiberi nella Penisola Iberica; Galati nei Balcani. Gli spostamenti originarono alcuni fenomeni, fra i quali l’aumento demografico e uno spirito di conquista che causò numerosi conflitti con altri popoli. Dal V a.C. il centro di diffusione della loro civiltà fu La Tène, località svizzera presso Neuchâtel. Intorno al 400 a.C. alcuni Galli (Insubri, Leponzi, Senoni, Boi e Cenomani) attraversarono le Alpi e si stanziarono nella Pianura Padana, conosciuta con il nome di Gallia Cisalpina. Da qui si mossero per compiere cruente scorrerie in tutta Italia, saccheggiando anche Roma nel 390 a.C. guidati da Brenno. Nel III a.C. i Galati fondarono in Asia Minore un regno, che sopravvisse fino al 25 a.C. ma la loro spinta espansionistica si esaurì lasciando il posto a una rapida decadenza.
L'espansione dei Romani e dei popoli germanici sottrasse ai Celti molti territori e cancellò la loro lingua ovunque, salvo che in Britannia, l'odierna Gran Bretagna, dove, nonostante l'occupazione romana, i Celti conservarono il Galles, la Scozia, l'Irlanda e alcune isole, come l'Isola di Man. Qui i loro dialetti sopravvissero nelle varianti gaelica (Scozia e Irlanda) e cimrica (Galles, Cornovaglia) che si affermò anche in Bretagna (nord della Francia), occupata dai Britanni in fuga a causa dell'occupazione da parte degli Anglosassoni dell'isola avvenuta nel 410. In tali dialetti i loro poeti e musici (bardi) celebrarono le gesta epiche degli eroi e si sviluppò una letteratura che espresse opere come i cicli di Ossian (in gaelico) e di Re Artù (in cimrico).
La società celtica era organizzata in tribù, suddivise in clan familiari a struttura patriarcale e governate inizialmente da re, poi da magistrati elettivi. Giulio Cesare incontrò in Caledonia (la Britannia) alcune tribù governate da donne che praticavano la poliandria, avevano cioè più di un marito. I clan si alleavano con legami di sangue, consolidati da scambi di doni denominati potlach. Le tribù raramente si legavano in federazioni, preferendo conservare la propria autonomia.
Al vertice della società stava la ricca e potente aristocrazia costituita da guerrieri, druidi (sacerdoti, maghi, insegnanti e giudici) e popolani che si dedicavano ad agricoltura, allevamento, caccia e artigianato. In tempo di guerra l'assemblea dei nobili nominava il comandante dell'esercito che disponeva di una valorosa cavalleria e di ottime armi e carri da guerra. I Celti decapitavano i nemici e trasformavano i loro crani in coppe, convinti che questo trofeo aumentasse la forza di un guerriero. La decapitazione di un nemico era un rito di iniziazione del giovane al mondo adulto.
La religione celtica si fondava sul culto di numerosi dei la cui triade principale era costituita da Teutanes, Taranis ed Esus, ai quali erano dedicati anche sacrifici umani. Nonostante credessero nell'esistenza di un aldilà e si dedicassero al culto dei morti, i Celti esaltavano la vita e la natura e immaginavano che gli dei risiedessero in luoghi nascosti: isole lontane, foreste e grotte. La loro arte fu decorativa, legata alla produzione di gioielli, vasellame, armi e monete. Tipico era l'uso di forme geometriche e astratte, con oggetti non riprodotti fedelmente ma rappresentati da simboli.

Immagine di Wikipedia: una coppa celtica


domenica 17 agosto 2014

Archeologia subacquea. Torna alla luce il decimo rostro delle Egadi

Archeologia subacquea. Torna alla luce il decimo rostro delle Egadi

Proseguono i lavori di ricerca condotti dalla Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana e dagli americani della RPM Nautical Foundation nelle acque delle isole Egadi, laddove il 10 marzo del 241 a.C. si scontrarono, per il dominio del Mediterraneo, le potenti flotte di Romani e Cartaginesi, durante le fasi finali della Prima Guerra Punica. 
A partire dal 2005, tra gli altri materiali individuati grazie all'operato di un team internazionale e all'ausilio di un potente apparato tecnologico, sono stati individuati ben undici rostri (ne davamo notizia, da queste stesse pagine nel 2008, nel 2010 e nel 2012). Nelle scorse ore, un ROV filoguidato, calato dalla nave Hercules, ha raggiunto il rostro Egadi 10, a 70 metri di profondità, 7 km ad Ovest dell'isola di Levanzo, e lo ha imbragato e recuperato, restituendolo, dopo quasi 23 secoli, alla luce del sole. 

Il prezioso reperto si trova in un buono stato di conservazione, e mostra notevoli affinità con i rostri Egadi 7 e Egadi 9, recuperati nel corso delle varie campagne del progetto Archeo Egadi. Si tratta di un massiccio rostro in bronzo, appartenuto a una nave da guerra romana e caratterizzato da una struttura a tridente, con una decorazione raffigurante un elmo del tipo Montefortino e, con tutta probabilità, con le indicazioni epigrafiche relative all'attività dei quaestores, al di sotto delle concrezioni. Alcuni chiodi e frammenti di legno rappresentano le ultime tracce superstiti della giunzione dell'arma alla struttura della nave. 

I rostri già recuperati hanno permesso di ricostruire dettagli importanti di un capitolo fondamentale della storia di Roma. Si attendono ora i risultati del trattamento di restauro del nuovo manufatto, nella speranza di poter aggiungere ulteriori informazioni alla storia della battaglia.


Si ringrazia la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana per le splendide immagini
Fonte: http://archeologiasubacquea.blogspot.it/


sabato 16 agosto 2014

Sardegna, archeologia sperimentale. Domani sera in Ogliastra sarà realizzato un bronzetto nuragico con la tecnica della fusione a cera persa.

Sardegna, archeologia sperimentale. In Ogliastra sarà realizzato un bronzetto nuragico con la tecnica della fusione a cera persa.


Domenica 17 Agosto, con inizio intorno alle 21.30, il lido di Cea (di fronte ai faraglioni di Tortolì) ospiterà i maestri della fusione a cera persa per uno scintillante spettacolo notturno nell’incantevole scenario balneare della baia che sarà illuminato dal fuoco prodotto dalla fornace.

Clicca quì per vedere il servizio al tg di Videolina
L’Associazione “Sulle tracce di Dan” realizzerà il bronzetto nuragico nella foto con la tecnica della fusione a cera persa. Lo spettacolo sarà arricchito da una relazione di Pierluigi Montalbano che illustrerà le varie fasi del procedimento metallurgico e racconterà la storia dei metalli in Sardegna.
I giorni scorsi la manifestazione è stata apprezzata a Talana,  Jerzu e Santa Maria Navarrese, davanti a un caloroso pubblico incantato davanti agli sbuffi di fuoco prodotti dalla fornace azionata dai mantici dei maestri fonditori Andrea e Gianni. Vedere all’opera questi artigiani del bronzo che adoperano strumenti identici a quelli di 3000 anni fa, per realizzare i gioielli oggi esposti nelle vetrine dei musei di tutto il mondo, è un avvenimento imperdibile. Si raccomanda la massima partecipazione con macchine fotografiche nel momento di colata del bronzo fuso dal crogiolo allo stampo, un istante di alchimia che vede il fuoco protagonista principale.
L’archeologia sperimentale non pretende di dimostrare alcunché, ma fornisce uno strumento attraverso il quale è possibile valutare nel loro sviluppo e significato alcune delle attività economiche fondamentali dell'uomo antico, in primo luogo la sussistenza e la tecnologia. Consente, inoltre, di sottoporre a ulteriore verifica ipotesi e modelli, tanto nel campo della tecnologia produttiva che in quello dei processi formativi. La Manifestazione in programma Domenica 17 sarà allietata dalle musiche di Alberto e il momento più intenso sarà quello della colata del bronzo nella matrice contenente la cera sagomata con la forma del famoso bronzetto della Dea Madre benedicente che tiene in braccio il futuro sovrano della comunità. Molti studiosi si sono cimentati nell’interpretazione dei bronzetti, sempre nel campo di ipotesi soggettive perché si tratta di oggetti artistici. Per capire l’ideologia dei nuragici  occorre anzitutto sgombrare il campo da false verità: nulla è stato trovato scritto su questi preziosi reperti (quindi nessuno ha la verità in tasca) e bisogna affidarsi all'intuito, esaminando con estrema attenzione l’oggetto per  catturare visivamente ogni più piccolo dettaglio. 

Gli elementi concreti a nostra disposizione sono la donna, il bambino che si affida alle sue braccia, il trono, il pugnaletto tipico nuragico e il vestiario dei due personaggi. Personalmente, ritengo che la donna possa essere la Dea Madre, colei che da la vita, la massima divinità delle culture antiche. Il bimbo è forse suo figlio, o comunque un importante e nobile maschietto, dotato di un segno di potere (uno scettro) che lo distingue dagli altri membri della comunità. Il trono potrebbe essere la testimonianza concreta del ruolo della donna: il capo religioso della comunità, il massimo punto terrestre dell'unione fra comunità e divinità, la porta che separa il mondo dei vivi da ciò che sta nell'alto dei cieli, l'unica creatura in grado di garantire la sopravvivenza della specie, colei che da la vita e ci protegge. Per quanto riguarda il vestiario, concordo con altri studiosi che ritengono il mantello un tipico capo d'abbigliamento dei sacerdoti e delle sacerdotesse, quindi un segno distintivo di chi incarna la religiosità all'interno della comunità. E poi...c'è quel gesto benevolo di saluto, quella mano sollevata ma non minacciosa, quel rassicurante messaggio di pace che chiude il cerchio sulla funzione della donna e suggerisce serenità.

Dopo l’età della pietra, l’invenzione delle tecniche metallurgiche migliorò notevolmente le condizioni di vita degli uomini preistorici. Prima dell’invenzione delle tecniche fusorie, in alcune regioni asiatiche si utilizzavano i metalli allo stato nativo (in particolare oro, rame, argento e ferro meteorico) che venivano lavorati a freddo, soprattutto a martellatura, per ottenere piccoli utensili o oggetti d’ornamento come ami o spilloni. Questo tipo di produzione è noto in Persia e nel Vicino Oriente fin dal VII millennio a.C.
La metallurgia più antica è quella del rame, attestata dalla metà del IX millennio a.C. nella regione fra Anatolia e Afghanistan. Il bronzo è una lega di rame e stagno (in rapporto di 9:1) che offre numerosi vantaggi per quanto riguarda sia la lavorazione sia le qualità del prodotto finito. E’ stato osservato che anche agli inizi si adoperava rame contenente un’alta percentuale di arsenico come impurità naturale, più facile da lavorare e più resistente.
I più antichi processi erano semplici e si praticavano in rudimentali forni fusori, utilizzando carbone di legna e immettendo ossigeno forzatamente con dei mantici. Il metallo ottenuto conteneva impurità naturali, soprattutto perché le forme di fusione erano aperte. Più tardi le matrici bivalvi divennero la regola e alcuni casi di adozione della tecnica della cera persa, che utilizza una forma di fusione chiusa, sono documentati in figurine di animali di rame, oro e argento trovate nelle tombe reali di Alaca Hoyuk, in Turchia, datate verso la fine del III millennio a.C.
In Mesopotamia dal V millennio a C. e in Egitto dal IV Millennio, la fusione dei metalli giunse nelle culture greche del Mar Egeo nella fase iniziale dell’Elladico Antico (3300-2900 a.C.), testimoniata a Lerna e nel Peloponneso da un’industria metallurgica fiorente. In Europa i centri più importanti si collocano già nel 3000 a.C. nelle regioni ricche di giacimenti minerari, ad esempio la Transilvania e la Penisola Iberica. La metallurgia del ferro, invece, risale all’inizio del I Millennio a.C., anche se questo metallo era già noto da tempo. Il bronzo fu così a lungo preferito perché la lavorazione del ferro è più difficile a causa del suo più elevato punto di fusione rispetto al rame e alle sue leghe. Non potendo modellarlo per mezzo di forme di fusione, gli artigiani del XII secolo a.C. lo forgiavano e tempravano per ottenere quel grado di resistenza che rende armi e strumenti di ferro molto più efficienti di quelli di bronzo.

In quel periodo, la metallurgia del ferro era praticata dagli Ittiti e, dall’XI a.C. in Grecia, con armi e strumenti che sostituiscono quasi del tutto quelli di bronzo. In Sardegna il ferro non conosce una vera e propria diffusione prima del IX a.C., ma rapidamente la nuova tecnica metallurgica conquistò le varie regioni europee, probabilmente proprio grazie all’influenza dei sardi e degli etruschi.

Nelle immagini, da sopra:
La locandina
Il bronzetto da realizzare
Il bronzetto originale del museo

venerdì 15 agosto 2014

Le vestigia del nostro passato, perfettamente inserite nel paesaggio costiero italiano, sono vittime della devastazione moderna

Le vestigia del nostro passato, perfettamente inserite nel paesaggio costiero italiano, sono vittime della devastazione moderna
di Michele Stefanile


L'italico bagnante che in questa settimana si rosola al sole lungo le coste del Bel Paese, godendosi quel che resta delle un tempo proverbiali ferie d'agosto, faccia, se crede, questo esperimento: sollevi gli occhi dalla linea dell'orizzonte e dalla serenità delle vele nel blu, lasci un secondo da parte il libro, il giornale, lo smartphone o l'iPad, e provi a percorrere con lo sguardo lo spazio circostante, a 360 gradi; conti le case, le tettoie, i parcheggi, evidenzi il cemento, il vetro, i tendoni, i tondini di ferro arrugginito; faccia caso, insomma, a tutte le tracce dell'antropizzazione recente del paesaggio, e, socchiudendo per un attimo gli occhi, provi a immaginare quello stesso spazio senza il moderno, con dune e pinete selvagge, e tutti i profumi della macchia mediterranea, affacciato su un mare cristallino, e con i verdi monti dell’Appennino, il bianco delle Alpi Apuane o qualche morbido colle sullo sfondo.
Vedrà un paesaggio unico e incontaminato, effetto della singolare varietà geografica di una penisola in cui aspre montagne, vulcani, baie di smeraldo e sabbie dorate possono coesistere nello spazio di poche decine di chilometri, e forse coglierà per un momento la grande bellezza che si dischiuse un tempo alla vista di Enea, e di chi come il mitico eroe troiano giunse in queste terre e vi fondò città e regni. Il bagnante di cui sopra si domandi ora cosa è stato di quella bellezza, e in nome di chi o di cosa il cemento ha preso il posto delle dune, l'allumino anodizzato dei canneti, l'asfalto della sabbia.

giovedì 14 agosto 2014

La Carta de Logu, l’opera legislativa più interessante del medioevo europeo

La Carta de Logu, l’opera legislativa più interessante del medioevo europeo
di Alberto Massazza

La Carta de Logu è sicuramente il frutto più sorprendente della plurisecolare Civiltà dei Giudicati sardi. Venne promulgata con ogni probabilità il giorno di Pasqua del 1392, come atto conclusivo della reggenza di Eleonora d’Arborea, a causa dell’acquisita emancipazione dalla tutela materna del figlio Mariano, al compimento del suo quattordicesimo anno d’età. La Giudicessa Eleonora diventò reggente alla morte di suo fratello Ugone III  (ucciso in una sommossa popolare causata dalla sua condotta tirannica ed abilmente cavalcata dagli aragonesi) per conto dei figli Federico, morto nel 1387 in età ancora immatura, e Mariano. Entrambi i figli furono il frutto delle nozze che Eleonora contrasse nel 1376 con Brancaleone Doria, discendente della potente famiglia genovese. I due sposi, entrambi piuttosto attempati per quei tempi, si stabilirono dapprima a Castelgenovese (Castelsardo), dove verosimilmente avvenne il concepimento dei due figli, e successivamente a Genova. Nella città ligure ebbe modo di mostrare le sue capacità diplomatiche, concedendo un prestito di quattromila fiorini d’oro al doge Nicolò Guarco e giungendo ad un accordo di massima per il futuro matrimonio tra suo figlio Federico e la di lui figlia Bianchina.
Pochi mesi dopo, all’inizio di marzo del 1383, non appena le giunse la notizia della morte violenta del fratello Ugone III, si precipitò ad Oristano per rimettere ordine e far valere il diritto del suo primogenito alla successione. Intanto, il marito si era recato a Barcellona per intessere trame diplomatiche con la corte di Pietro il Cerimonioso. Questa politica del doppio binario, rafforzare l’intesa con Genova e mantenere buoni rapporti di facciata con Barcellona, riportava l’ormai prossima famiglia reale in continuità con l’opera del titanico padre d’Eleonora Mariano IV, dopo l’interregno di guerra aperta e totale di Ugone III. Ma una volta ottenuta la reggenza del Giudicato, Eleonora palesò l’intenzione di riprendere la politica paterna antiaragonese. Pietro IV, per tutta risposta, fece arrestare Brancaleone, che ancora soggiornava a Barcellona, per poi trasferirlo a Cagliari ed usarlo per riportare Eleonora a una condotta più remissiva, ma la Giudicessa, da buona sarda e degna figlia di Mariano, tenne lungamente testa al Re, cedendogli solo nel 1388, con un accordo piuttosto vantaggioso per gli aragonesi. Brancaleone venne liberato solo due anni più tardi e, preso il comando militare del Giudicato, compì vittoriose campagne antiaragonesi, rinverdendo i fasti del suocero.

mercoledì 13 agosto 2014

L’organizzazione dei Giudicati in Sardegna

L’organizzazione dei Giudicati in Sardegna
di Alberto Massazza


Formatisi in un lungo percorso di trasformazione durato circa tre secoli, dal 700 al 1000 d.C., conseguenza del progressivo indebolirsi dei rapporti dell’isola con Bisanzio, causato dall’espansione inarrestabile degli arabi nel Mediterraneo, i Giudicati sardi apparvero sulla ribalta della storia nel corso dell’XI secolo, all’indomani dell’estenuante lotta, intrapresa dall’alleanza tra essi e le Repubbliche Marinare di Pisa e Genova contro i tentativi di invasione di Mujahid al-Amiri (italianizzato in Museto, Musetto o Muscetto), schiavo affrancato di origine slava, divenuto governatore di Denia e delle Baleari grazie alle sue straordinarie doti militari, politiche e intellettuali. Mujahid era riuscito a instaurare dei presidi stabili lungo la costa settentrionale dell’isola, tra Alghero e Olbia, e da qui aveva comandato spedizioni veloci e improvvise a Luni e a Pisa, approfittando del temporaneo impegno delle truppe pisane nel sud Italia per fronteggiare altri pirati arabi. Coordinati dal Papa, sardi, pisani e genovesi si coalizzarono per scacciare Mujahid dalle basi sarde. Si aprì una guerra destinata a durare per quasi trent’anni, con il condottiero arabo costretto a indietreggiare, ma sempre pronto a riorganizzarsi e a rifarsi minaccioso. Solo con la morte dell’ormai ultraottantenne Mujahid (pare per mano di un soldato sardo) nella spedizione degli alleati contro la roccaforte algerina di Bona (Ippona) nel 1044, il Tirreno fu definitivamente liberato dalle incursioni saracene.
Ristabilita la tranquillità del mare, la Sardegna fu interessata dall’espansione commerciale delle due Repubbliche Marinare e dalla volontà del papato di portare la chiesa sarda, fossilizzata sul rito bizantino, nell’orbita di Roma, in un periodo di forte tensione tra latini e greci, sfociato nello scisma del 1054. Mercanti e monaci diedero l’impulso alla ripresa dell’utilizzo della scrittura, necessaria per le operazioni mercantili, ma soprattutto utilizzata dai monaci per redigere i Condaghes, termine greco-bizantino con cui si indicano i registri delle attività dei monasteri. Questi registri, oltre che come fonte diretta di notizie, sono importanti anche perchè la lingua utilizzata è un latino volgare che si va trasformando in sardo, tanto da potersene considerare le più antiche testimonianze scritte. L’esempio dei condaghes fu seguito anche all’interno delle corti giudicali, facendo aumentare esponenzialmente le notizie sulle vicende storiche e sull’organizzazione della vita quotidiana di quei tempi. Affiorarono così regnanti dai nomi esotici (Torchitorio, Barisone, Orzocco), contrasti tra giudicati, traffici (non solo mercantili) pisani e genovesi, ma soprattutto un’organizzazione politica e amministrativa capace di sbalordire, se confrontata con le coeve esperienze statuali europee e mediterranee.

martedì 12 agosto 2014

Un nuovo guerriero in pietra si aggiunge alle statue giganti di Monte Prama

Un nuovo guerriero in pietra si aggiunge alle statue giganti di Monte Prama
di Pierluigi Montalbano

Dopo la scultura gigante in pietra spuntata dalla polvere qualche giorno fa, questa volta gli archeologi hanno riportato alla luce i resti di un altro guerriero corridore, di un betile (una pietra sacra) e di una tomba di epoca nuragica che attende di essere studiata. La cronaca di una giornata indimenticabile è iniziata di buon mattino con il ritrovamento della testa, per la verità già identificata il giorno prima. Poi, nel corso della giornata sono spuntati fuori gli altri frammenti.

Gli studiosi ipotizzano che il betile potrebbe essere collegato a un complesso più grande in cui veniva inserito e ancorato tramite perni passanti in due fori. Sono state proprio le due cavità scolpite all’interno del betile a colpire gli archeologi che cercano di interpretare l’origine e la funzione dei due fori.

Oltre alla pietra sacra si è provveduto a ripulire dalla terra 60 kg di frammenti  e tre grossi pezzi di un guerriero corridore, quella tipologia che gli archeologi si ostinano a considerare pugilatore-sacerdote dedito ai giochi sacri. I tre grossi frammenti sono identici a quelli esposti nel museo archeologico di Cagliari e nel museo civico di Cabras e si tratta precisamente di una testa, una porzione di busto e un terzo componente ancora da definire.

lunedì 11 agosto 2014

Talana, un magico centro dell’Ogliastra, “modello” preistorico di insediamento.

Talana, un magico centro dell’Ogliastra, “modello” preistorico di insediamento.
di Pierluigi Montalbano

Talana sorge a circa 700 m di altitudine, collegata a Tortolì tramite la provinciale 50, che termina all'interno dell'abitato di Lotzorai nella strada statale 125 orientale sarda. Il mare dista 26 km.
Le attività di base della sua economia sono l'allevamento del bestiame, in particolare di ovini, caprini, bovini e suini, e l'agricoltura, in particolare viticoltura e anche cerealicoltura, frutticoltura, ovicoltura.
Il significato del nome Talana per il Pittau è legato a una divinità etrusca, dea della giovinezza: Thalana. Altri studiosi individuano un'origine mesopotamica attribuendole il significato di “splendore del cielo”.
Nel territorio, grazie alla grande ricchezza di acqua, pascoli, terreni coltivabili e legname, la presenza umana è testimoniata senza soluzione di continuità, e risale almeno al IV millennio avanti Cristo, come dimostrano le domus de janas neolitiche della zona montana Silla Caccari e di quella di pianura Su Nuragheddu. La presenza del grandioso menhir di Is Cannas sembra testimoniare l'insediamento di questi popoli più o meno sul sito del centro attuale. Le comunità nuragiche in questa zona erano molto diffuse, e il gran numero di nuraghi è un indizio di “benessere preistorico” che si alimentava dalle numerose risorse locali. È da sottolineare la notevole altimetria di queste piccole torri, spesso superiore ai 1100 m, indicatore della necessità di delimitare i confini della comunità e controllarne le vie d'accesso. Inoltre si può comunicare visivamente fra i diversi siti abitati e segnalare con facilità la possibilità di un pericolo imminente. Anche la presenza di abbondante acqua suggerisce che questi siti erano intensamente frequentati.

In epoca romana, la zona e gli insediamenti di Talana, insieme a Urzulei, Triei, Baunei e Lotzorai, appartennero alla tribù degli Alticenses. Il paese è indicato come una "custodia", ossia un presidio militare e commerciale importante e servito da diverse strade, la più importante delle quali dalla costa saliva fino a sfiorare il paese attuale, transitava per Villagrande Strisaili e Villanova Strisaili, e proseguiva verso i centri della montagna barbaricina.
Nel 1921 un contadino locale trovò un tesoretto di 676 monete romane risalenti ai primi secoli dopo Cristo, relative a un lungo periodo in cui si susseguirono ben 30 imperatori. Testimoni di vivaci scambi, erano in una semplice buca nel terreno e oggi sono custodite al museo archeologico di Cagliari. Come è noto, molte chiese campestri sarde sorgono sugli stessi siti dove i popoli prenuragici e nuragici costruirono i loro luoghi di culto e i loro abitati. Il culto dei santi a Talana sembra testimoniare un'influenza bizantina, ossia della Chiesa orientale.

domenica 10 agosto 2014

Archeologo? In Italia è un lavoro senza futuro.

Non sognare di fare l'archeologo, in Italia è un lavoro senza futuro
di Daniela Giammusso

Il rapporto stilato dalla Confederazione Italiana Archeologi nell'ambito del Progetto Discovering Archaeologists in Europe parla di un settore da 45mila professionisti stritolato tra precarietà e penuria di incarichi.
Donna. Età media 37 anni, prevalentemente impegnata per enti pubblici, ma come libera professionista a partita Iva o con contratto a progetto. Stipendio annuo di 10.700 euro, nonostante la laurea, cui ha fatto seguito specializzazione o dottorato. E' il ritratto dell'archeologo tipo italiano nel 2014, fotografato dal primo rapporto sulla professione ad opera dalla Confederazione Italiana Archeologi nell'ambito del Progetto Discovering Archaeologists in Europe (DISCO). Ecco tutti i dati emersi.
In Italia nel biennio 2012-2013 gli archeologi "attivi" sono 4.500. Più di 3.500 lavora fuori da enti pubblici, 400 nel Mibact, 371 nel Miur e 86 nel CNR. Le società archeologiche sono circa 200, ma spesso si collabora anche con aziende del campo edile o ingegneristico. La maggior parte dei professionisti lavora in modo autonomo (65,9%).
Ben il 70,79% degli archeologi italiani in attività sono donne. Età media 37 anni (36 per le donne, 38 per gli uomini). Superata quella soglia, però, il gap si assottiglia bruscamente, con le donne che abbandonano questa professione in mancanza di garanzie certe. Inevitabilmente si studia molto: solo il 6,35% degli archeologi si è fermato alla laurea triennale, mentre più della metà ha anche una formazione post laurea (52%). Per lo più il luogo di lavoro è nei cantieri di scavo (38%), seguono uffici, laboratori, biblioteche (35%) e musei (23%).
La maggior parte degli archeologi italiani è concentrata al centro (40,9%, contro il 21,8% al sud, il 18,95% al nord, il 16,5% nelle isole). Soprattutto nel Lazio (26,7%) e a Roma (20%), sia per la presenza di numerose università e delle sedi centrali del Mibact, ma soprattutto per il Piano regolatore generale della capitale che impone la presenza di un archeologo su ogni cantiere che tocchi il sottosuolo.
Mediamente si guadagnano 10.687 euro l'anno (nel 2010 erano 10.389), ma si può arrivare a 20-21 mila all'Università e al Mibact o, nel quarto più povero, toccare appena i 5 mila. I freelance non vanno meglio (14.235 euro), anche se è un libero professionista l'archeologo più "ricco" d'Italia, con 120 mila euro l'anno.
I principali sono le Università (20%), seguite dalle società archeologiche (17%), Mibact (15%), Comuni (7,8%) e società turistiche (5,9%). Dal punto di vista delle percentuali di reddito di chi opera full time, invece, al primo posto ci sono le società archeologiche (31% dei redditi), poi il Mibact (20%) e infine l'Università (17%). La lettura cambia per i part time, che indicano come prima fonte di reddito le società (22,5%), poi l'Università (18,5%) e infine, alla pari con altri ambiti non specificati, il Ministero (10%). Quanto ai contratti, nel 2013 meno di un terzo degli archeologi ne possiede uno da dipendente (30%) e solo il 16% è a tempo indeterminato. La norma è il lavoro autonomo (43%) spesso a partita Iva (26,6%). Al momento del sondaggio, però, ben il 28% degli intervistati era disoccupato. In tutto, disoccupati compresi, il 65,9% degli archeologi italiani si dichiara lavoratore autonomo.
Al momento del sondaggio il Ministero contava 400 archeologi, tra funzionari e soprintendenti, il 99% dei quali con contratto a tempo indeterminato. I redditi variano dai 17 mila annui dei funzionari ai 79 mila dei dirigenti di prima fascia. La piramide ha una grande base di donne (circa il 70% dei funzionari, come nella media generale di categoria) e una testa prettamente maschile: 10 dirigenti uomini contro 6 donne (62,5% a 37,5%). Lo stesso accade tra i 371 archeologi sparsi in 50 atenei: tra i professori di I fascia la presenza maschile supera del 40% quella femminile (mentre in II fascia accade il contrario).

Fonte: www.unionesarda.it


sabato 9 agosto 2014

Nuraghi e Villa D’Orrì, un patrimonio sconosciuto. Philippe Daverio parla di Sardegna

Nuraghi e Villa D’Orrì, un patrimonio sconosciuto. Philippe Daverio parla di Sardegna
di Paolo Curreli


«Devo dire che prima di consigliare dove andare, insisterei vivamente su dove non andare, non manderei nessuno nei luoghi dei ricchi, dei così detti vip».
Philippe Daverio – storico dell’arte e amatissimo divulgatore televisivo – considera la Sardegna un continente, abitato però, dalla popolazione di una media città europea, e il silenzio, gli immensi spazi vuoti un bene più prezioso del glamour smeraldino.
«Non ho niente contro i ricchi, ma con tutto quello che c'è da scoprire, in questa strana Scozia sul mare, non perderei tempo in discoteca – insiste lo storico dell'arte – Anzi il consiglio lo do ai sardi; fate causa al Billionaire perché ha rovinato l'immagine dell'isola. Esattamente come farebbe la Dom Perignon se qualcuno dicesse che lo champagne serve per fare i gelati. Manderei invece, un amico a girare il luoghi del resto della Sardegna, gli spazi vuoti e sterminati in cerca di una storia antichissima».
In cerca del mito. «Trovo affascinante la quantità di evocazione della protostoria dell’isola. Da questo punto di vista straordinaria è la reggia, la città nuragica di Barumini un luogo che non ha uguali. Assolutamente poco noto». Lo spirito dell’esploratore che ha accompagnato gli italiani a scoprire le bellezze sotto casa con trasmissioni come “Passepartout” viene fuori nei consigli “turistici” di Philippe Daverio.
«Andrei alla ricerca dell’enorme patrimonio diffuso sul territorio, dimenticato ma davvero di grande effetto. C’è poi il museo archeologico di Cagliari, un luogo per niente noioso. I bronzetti e quella donnina cicciotella vecchia di migliaia di anni, sembra la mamma di un pasticcere, che solo l’umorismo degli archeologi poteva definire “la Venere preistorica”. Ma tutta la cittadella del Castello di Cagliari, con la sua storia stratificata è davvero imperdibile. Percorrerei i sentieri consigliati da Sergio Frau che ha avuto il coraggio di porsi delle domande sulle Colonne d’Ercole, con un libro e una mostra di successo.
La preistoria sarda è un mito non percepito, uno dei casi più curiosi di cattiva comunicazione. Affascinante è il rapporto che lega questa ricchezza preistorica al lavoro di artisti contemporanei come Costantino Nivola e Pinuccio Sciola. Un unico filo conduttore con un passato arcaico.
E ancora non capisco come personalità artistiche così importanti e riconosciute a livello internazionale, non vengano percepite come patrimonio nazionale – sostiene Daverio –. Mi sembra che in Sardegna il passato sia un mistero che non si vuole scoprire, anzi è un mistero il perché non lo si voglia scoprire».
La storia diffusa. «E poi c’è la prima epoca piemontese, davvero originale, con i Savoia esuli nel’isola. La sfilza dei ritratti dei reali e vicerè del palazzo Viceregio a Cagliari, che nessuno va mai a guardare.
Poi accompagnerei sicuramente un amico a Sarroch per visitare la villa D’Orrì, residenza di campagna dei reali. Un’atmosfera coloniale da “Cent’anni di solitudine” per aristocratici. È un peccato che nessuno pensi mai alla Sardegna come a un posto così ricco di storia. È una specie di luogo inesistente “un’isola che non c’è”, a partire dalla firma del re “di Sardegna, Cipro e Gerusalemme ecc...”La Sardegna viene messa insieme a regni, per l’appunto, inesistenti. Niente o molto poco filtra fuori dall’isola, non si riesce a bucare la cortina. Un problema di comunicazione comune a tutto il sud, eccetto forse la Puglia, direi».
La bacchetta magica. «Vorrei che si intervenisse con un progetto, perché dal folclore si passa molto facilmente alla caricatura. E vorrei una bacchetta magica, la userei subito per un altra cosa che sfugge alla maggioranza del mondo. Farei diventare la Sardegna il centro europeo del turismo equestre. Il legame tra l’isola e i cavalli sfugge anch’esso alla maggioranza degli europei».

Fonte: http://lanuovasardegna.gelocal.it