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sabato 10 agosto 2013

Ossidiana in Sardegna: Bannari "satellite" preistorica.

Bannari "satellite" preistorica dell'ossidiana
di Vitale Scanu


L’esistenza del paese di Bannari (oggi Villa Verde), ipotizzando una continuità temporale dalla preistoria fino ad oggi, si spinge ben oltre i duemila anni convissuti con il cristianesimo. Almeno fino ad altri 1500 anni avanti Cristo. L’ossidiana, con la sua realtà storica trascina la piccola storia della gente del monte Arci. Bannari e Pau, “per circa mille anni” (Giovanni Lilliu, Manlio Brigaglia, Cornelio Puxeddu…) furono l’epicentro di questo rilevante periodo di civiltà della Sardegna. La loro esistenza è in stretta coerenza con l'ossidiana.
Così, figurandoci l’esistenza storico-geografica di Bannari come un grande ponte, possiamo immaginare come prima campata quella che va, convenzionalmente, da oggi fino all’imperatore Marcus Salvius Otho (amico di Nerone e compagno delle sue dissolutezze), perché di lui, anni fa, è stata trovata una moneta lungo i sentieri di Villa Verde (in foto moneta di Salvius Otho) segno fattuale che la frequentazione romana – evidentemente in relazione alla Colonia Iulia Augusta Uselis (distante otto chilometri), fondata in età tardo-repubblicana attorno al secondo secolo a.C. - ha già raggiunto il comprensorio di Bannari. Siamo al 69 dopo Cristo.
La seconda campata possiamo immaginarla dunque a partire dal periodo romano, senza soluzione di continuità, fino all’era dell’ossidiana, sa pedra crobĩa del monte Arci, conosciuta e diffusa già dal quarto millennio a.C. In Sardegna l’ossidiana, una roccia amorfa detta anche vetro vulcanico, si trova esclusivamente nel monte Arci, complesso eruttivo risalente al ciclo vulcanico tardo-pliocenico.
La realtà dell’ossidiana – quella che lo storico naturalista Plinio nel suo “Naturalis historia” chiamava “lapis obsianus” - che coinvolge e interessa largamente il nostro territorio, ci obbliga a guardare con attenzione a questa seconda (o prima) campata, che si perde nei tempi più remoti, fino al periodo nuragico (1800-238 a.C.) e addirittura fino al limitare del Neolitico (6000-2800 a.C.), quando già “l’intero territorio regionale era abitato“ dai prenuragici (v. Carlo Lugliè, “L’ossidiana del monte Arci”, Sardaprogetti Ales). In altre parole, attorno all’ossidiana si costruisce un contesto dal quale non si possono estrapolare, cronologicamente, i nuclei abitati da essa coinvolti.

L’ossidiana è stata studiata nella sua composizione chimica, che varia a seconda del luogo di provenienza. Esaminando il dosaggio degli elementi compositivi, bario, zirconio, cesio, rubidio e boro, si riesce a individuare i diversi giacimenti di provenienza. L’ossidiana sarda, studiata dal Dipartimento di Archeologia dell’Università di Cagliari, è più ricca di bario e tre volte più ricca di rubidio rispetto alle ossidiane di Lipari, Pantelleria e Palmarola, che sono gli altri giacimenti di ossidiana esistenti fuori del monte Arci. Tali peculiari caratteristiche consentono di conoscere perfino quali dei versanti del monte Arci fossero sfruttati nelle diverse epoche e quali direzioni prendessero le differenti varietà di ossidiana nella loro distribuzione insulare ed extrainsulare: l’ossidiana dalla composizione chimica riscontrata in quella del monte Arci, è stata trovata in Toscana, nel Lazio e nella Francia meridionale, esportata, ovviamente, mediante contatti e scambi tra genti neolitiche che utilizzarono le famose navicelle o il ponte terrestre rappresentato dal promontorio sardo-corso all’arcipelago toscano. Non poté essere diversamente.
La fittissima concentrazione dei centri di raccolta e di officine per la sua lavorazione attorno al monte Arci, dimostra in modo inequivocabile, che "tutti gli abitanti della zona furono attivissimi esportatori dell'oro nero per un lunghissimo periodo di tempo, sicuramente per oltre mille anni”, dal IV millennio a.C. fino all'arrivo dei metalli (archeologo Cornelio Puxeddu, “Diocesi di Ales-Usellus-Terralba”). La conseguente densità demografica del comprensorio di Bannari, documentata dal numero dei nuraghi per chilometro quadrato (0,576/kmq), la più alta della zona (Morgongiori 5 nuraghi 0,110 per kmq; Pau 3 nuraghi 0,213 per kmq; Usellus 12 nuraghi 0,341 per kmq), postula contestualmente un’attività economica diffusa e una necessaria rete logistica seppur primordiale, indispensabile per l’estrazione, il trasporto e lo scambio dell’ossidiana, vero “oro nero” di quei remoti antenati nostri, i quali, migliaia di anni fa, spesso con mezzi inadeguati e tantissimi pericoli, affrontavano innumerevoli insidie per commercializzare il prezioso materiale, estratto con arnesi rudimentali da “minatori” specializzati.

Osservando con attenzione, è facile constatare come i nuraghi di Bannari siano piazzati in una postazione strategica, come a corona su un vasto cerchio d'orizzonte (cartina topografica)quasi a monitorare, sorvegliare e garantire una sicurezza alle cose e alle persone esistenti nella valle in una comunità unitaria e “laboriosa” (come il Casalis definisce ancora, nel 1831, la popolazione bannarese). La visuale di tutti i nuraghi è posizionata in direzione della valle: da Nurax’e Mãu, a su Brunk’e s’Omu, al Nurax’e Trùttiris, a Mont’e Aba, a Grégui (G iniziale di Genova), sembra di vedere come altrettanti ciclopici “castiadòris” (vigilantes) che seguono con occhio vigile tutta l’attività del vasto comprensorio. Attorno ai nuraghi gravitavano infatti altrettante piccole comunità vive e vitali, intente a molteplici attività: uomini, donne, bambini, giovani, parenti e nonni e nonne: le preistoriche matrioske dalle quali, di generazione in generazione, sono originate le nostre vite… Il Casalis nel suo “Dizionario” ci riferisce di 17 nuraghi; l’archeologo Puxeddu ne calcola una decina. Ipotizzando una media minimale di venti-trenta persone per nuraghe (necessarie, oltretutto, per spiegare l’edificazione di edifici tanto imponenti), arriviamo a circa 450-500 individui. Forse, la valle di Bannari era allora molto più abitata e movimentata di oggi.

venerdì 9 agosto 2013

Archeologia. Necropoli del Primo Ferro. Sepolture nuragiche a pozzetto.


Le necropoli nuragiche con tombe “a pozzetto”
di Paolo Bernardini



Nel notiziario della «Rivista di Scienze preistoriche» dell’anno 1977, Vincenzo Santoni ha illustrato un intervento di recupero operato, a seguito di scavi clandestini, nella regione di Is Aruttas, in agro di Cabras; il saggio di scavo allora condotto mise in luce, in una estensione di pochissimi metri quadrati, cinque tombe a pozzetto circolare scavate nel tufo trachitico. La densità dei ritrovamenti in un saggio esplorativo assai ridotto fa ritenere assai verisimile l’esistenza nel sito di una necropoli di una certa ampiezza e rende quanto mai urgente la ripresa della ricerca. I sepolcri a pozzetto hanno un diametro di una cinquantina di centimetri e una profondità più o meno analoga, tra i 50 e i 40 cm; in uno di essi fu rinvenuto lo scheletro del defunto, sistemato “seduto”, in posizione fortemente contratta. Una decorazione scultorea era associata alle tombe, forse come elemento di chiusura della parte superiore del pozzetto: si tratta di crescenti lunari, la cui lunghezza corrisponde al diametro dell’apertura dei pozzetti. L’attribuzione della necropoli di Is Aruttas a «momenti preparatori o del pieno dell’età del Ferro nuragica», pur avanzata senza il conforto di serie ceramiche significative, è oggi pienamente confermata dalla presenza di tombe analoghe in due santuari indigeni della Prima Età del Ferro: Antas in territorio di Fluminimaggiore da un lato, Monte Prama in territorio di Cabras dall’altro. Giovanni Ugas ha condotto nel primo sito una campagna di scavi nel 1984, che ha portato alla scoperta di tre tombe a pozzetto, allineate in direzione nord-sud, in un’area prossima al basamento del tempio del Sardus Pater; i pozzetti hanno bocca circolare, con diametro compreso tra 87 e 80 cm, e sezione cilindrica, con profondità tra 68 e 35 cm; i pozzetti erano chiusi da un tumuletto di pietre di media pezzatura. Due dei sepolcri contenevano i resti dei defunti, inumati, in posizione inginocchiata o seduta. L’inquadramento dei sepolcri dipende soprattutto dal corredo della tomba 3, che ha restituito perline sferiche in cristallo di rocca, perline a botticella, cilindriche e biconiche in ambra e vetro, vaghi e pendagli e una statuina bronzea antropomorfa; la cronologia suggerita si pone tra il IX e l’VIII a.C. anche in rapporto alle analoghe tombe di Monte Prama; una cronologia non contraddetta dai pochi frustuli ceramici presenti all’interno del pozzetto. La presenza di ornamenti e di un bronzetto figurato – e ad altre tombe analoghe nell’area rimandano a bronzi nuragici, figurati e d’uso, noti in precedenza ad Antas – rapporta direttamente queste sepolture con le tombe a cista di Sardara e di Senorbì, oltre che con quella, più problematica, del nuraghe Iselle di Buddusò.

giovedì 8 agosto 2013

Archeologia in Sardegna: Grano, granai, pane e...nuraghi.



Grano, granai, pane e...nuraghi.
di Mauro Perra


Gli archeologi stanno scoprendo gli alimenti consumati dai nuragici grazie alle nuove ricerche archeologiche, che si avvalgono di nuove tecniche di analisi chimica e fisica. Dal VI Millennio in poi, in Sardegna, l’uomo da predatore diventa produttore e, passando ad un’economia di produzione, deve adottare strutture economiche.
La produzione umana dei beni di sussistenza, così come avviene nei nostri tempi, si impatta sull’ambiente. Le attività dell’uomo lasciano tracce, a volte pesanti, sull’ambiente circostante e, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, si è cominciato a pensare al nuraghe non più procedendo alla descrizione di ogni singola pietra e di ogni ceramica trovata dentro l’edificio. È cambiato il paradigma dell’archeologia e si è capito che gli archeologi non erano più quelli che, armati di piccozza, dovevano recuperare i manufatti, ma dovevano raccogliere anche più dati possibile, con nuove tecnologie. Ricordiamo che lo scavo è distruttivo, e una volta distrutto non lo si può recuperare. Bisogna quindi documentarlo nel migliore dei modi, con fotografie, disegni e analisi, altrimenti dopo non rimane più niente. Già dagli anni Settanta, in varie zone d’Europa, venivano applicate nuove tecniche che affiancavano il lavoro degli archeologi, perché si capì la connessione fra ambiente e strutture costruite.

Il dato di fondo è che l’uomo si alimenta, e per farlo deve produrre. Le sue attività hanno un impatto sull’ambiente circostante e lo trasformano.
L’alimentazione è un elemento culturale complesso e importante, infatti ancora oggi c’è il pranzo quotidiano che riunisce la famiglia, o il pranzo di rappresentanza dove si mostra qualcosa di sé all’ospite, e il pranzo diventa una sorta di status symbol. Fino a pochi decenni fa c’era il pranzo dei morti: i parenti preparavano il pranzo per tutti i convenuti alla cerimonia funebre e la notte lasciavano qualcosa da mangiare per i defunti.
Se ci spostiamo nell’antichità greca, possiamo comparare la società civile con il mito dei centauri: la popolazione coltivava grano e la vite, cuoceva i cibi e beveva il vino con moderazione. I centauri erano dei mostri perché vivevano nei boschi, non producevano ciò che mangiavano, bevevano smodatamente vino e adottavano costumi sessuali che li distinguevano dalla società.
Negli anni Ottanta, sono stati fatti per la prima volta degli scavi nel sito di Borore, nel nuraghe Duos Nuraghes, chiamato così perché composto da due strutture monotorre ben distinte, unite da un tratto murario. Intorno c’è il villaggio, più recente delle torri. Lo scavo è stato effettuato dall’americano Gary Webster che ha poi pubblicato alcuni libri e diversi articoli in inglese. Fra le nuove tecniche utilizzate, c’è la flottazione, ossia passare al setaccio la terra con l’ausilio dell’acqua. Con questa tecnica i materiali pesanti si depositano sul fondo dei secchi, mentre sulla superficie rimangono quelli più leggeri. Questi ultimi sono frammentini di carbone o resti carpologici, cioè semini o frutti carbonizzati.

mercoledì 7 agosto 2013

La Sardegna brucia.

La Sardegna brucia
di Fabio


Io non so se i mandanti di questo nuovo disastro siano sardi, ma sono sardi sicuramente gli esecutori. Gente ignobile, assassini senza valore e senza valori, talmente ignoranti che non si rendono conto di mandare in fumo anche il loro futuro e quello dei loro figli.
Sicuramente sono ignobili le finalità, siano esse di pura speculazione edilizia o di pastorizia o di pressione per assunzioni chissà dove. La morte dolorosa, la devastazione e la desolazione che hanno provocato questi stronzi se le porteranno dentro per sempre.
E un giorno gli verrà presentato il conto. Ma non dalla giustizia degli uomini - sempre più inefficace e inaffidabile - nè tantomeno dalla classe politica inetta e corrotta che abbiamo. Dalla loro coscienza, se mai ne svilupperanno una, o da qualcuno più bastardo di loro che li spazzerà via come meritano i vermi striscianti. Oppure dalla Provvidenza, sotto forma di fame o di sete o di acqua o di fuoco.
Anche questa è Sardegna, dove la parte più deteriore della società non ha più il senso di appartenenza: piromani, ubriachi che molestano turisti, vandali che devastano natura e spazi pubblici, operatori commerciali imbroglioni e sgarbati, inquinatori, amministratori che sanno solo produrre macerie e disperazione.
Una terra che piange miseria ma non ha il coraggio di alzare la testa e difendersi, di valorizzarsi, di sfatare tanti luoghi comuni sul suo conto.
Questa terra, questa società, la ricchezza maggiore l'ha avuta in eredità e, invece, di salvaguardarla e proteggerla, la distrugge tutti i giorni. Con il fuoco, con il cemento, con l'ignoranza, con l'ambientalismo di circostanza.
Adesso la Sardegna deve dimostrare di meritarsi tutta quella immensa ricchezza: altrimenti il male minore che le si possa augurare è un nuovo colonialismo, che la valorizzi e che releghi la classe politica e quella imprenditoriale al ruolo (perfetto) di camerieri, esaltando le eccellenze (che per fortuna ci sono, poche ma ci sono) e pieghi la schiena ai servi decerebrati che oggi si prestano a compiere stragi come questa.

Archeologia: Scoperta ad Amiternum una piscina di oltre 2000 anni fa

L’Aquila: scoperta ad Amiternum una piscina di oltre 2000 anni fa
di Renzo De Simone


L’antica città romana di Amiternum continua a riservarci scoperte straordinarie. L’ultima in ordine di tempo è davvero sensazionale ed è stata fatta nel corso di un intervento di archeologia preventiva, effettuato nell’ambito del progetto per la realizzazione di alcuni moduli che serviranno a migliorare la fruibilità del parco archeologico. Si tratta di resti monumentali di una grande vasca (natatio) rettangolare, il cui lato corto misura circa 12 metri mentre per il lato maggiore la lunghezza ipotizzata è di circa 30 metri. È stata edificata rispettando i criteri manualistici riferiti da Vitruvio e presenta ancora particolari costruttivi che denotano l’accuratezza dell’impianto che si può datare all’epoca augustea attraverso il riferimento incrociato alla tecnica edilizia, ai reperti rinvenuti e alla stratigrafia riconosciuta in fase di scavo. “Si tratta di una scoperta importante che merita grande attenzione - dichiara Fabrizio Magani Direttore Regionale per i Beni Culturali e Peasaggistici dell’Abruzzo - un cantiere all'altezza della migliore tradizione archeologica, con cui senza esitazione si privilegiano conoscenza e conservazione. E il progetto è corale, perché si vuole migliorare il decoro dell'area e così la sua fruizione”.

Ancora importanti scoperte dal parco archeologico di Amiternum, così dopo i ritrovamenti fatti durante le ultime campagne di scavo, come la preziosa statua cosiddetta del Signore di Amiternum, ora tornano alla luce altre testimonianze che raccontano la storia di una città ricca e influente “questi rinvenimenti – spiega l’archeologa Rosanna Tuteri della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo – ci raccontano una fase straordinaria della città: l’espansione e la monumentalizzazione di questo comparto urbano in epoca augustea, posto alla base della collina che era stata già terrazzata per la costruzione di edifici che avevano fatto spazio alla realizzazione del teatro. Sia come struttura pubblica (piscina di una palestra o posta nello spazio aperto nella zona servita dalla viabilità monumentale verso il teatro) sia come elemento di una residenza privata (da accertare), la grande vasca costituisce elemento di interesse eccezionale, importantissimo e inedito. Si svelano così man mano i momenti della nascita di Amiternum come grande città romana e si rivela la trasformazione profonda del paesaggio in questo periodo, quando più vicino al fiume si organizza e monumentalizza il foro, e quando sorgono, su edifici precedenti, le grandi domus (tra le più grandi rinvenute in Italia) di proprietà dei potenti locali, ritratti da statue e ricordati da iscrizioni”.Uno dei più importanti siti archeologici della nostra regione si arricchisce di nuove e interessanti testimonianze che dovranno essere valorizzate e rese fruibili; per questo la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggisti dell’Abruzzo, di concerto con la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo, sta portando avanti il progetto che prevede la realizzazione di piccole strutture per l’esposizione dei reperti rinvenuti in questo sito e per migliorare l’accoglienza, che daranno la possibilità al visitatore di approfondire la storia della città romana di Amiternum e le vicende legate alle campagne di scavo che si sono succedute negli anni. Scavi che hanno portato alla luce importanti reperti da offrire all’interesse e alla curiosità del pubblico.

Fonte: www.beniculturali.it

martedì 6 agosto 2013

Nuova scoperta sul Monte Landro. Potrebbe cambiare parte della storia degli Etruschi

Nuova scoperta sul Monte Landro. Potrebbe cambiare parte della storia degli Etruschi


San Lorenzo Nuovo.
L’ultima scoperta avvenuta tra i resti del tempio del monte Landro potrebbe sconvolgere parte della storia degli Etruschi come finora conosciuta. Per rendere comprensibile la vicenda occorre ritornare indietro nei secoli fino al I Millennio a.C.
Siamo circa nel V a.C., quando Porsenna decide di creare nel suo distretto territoriale un luogo in cui far riunire tutte le dodici città stato per diventare il re dei lucomoni (lo Zilath). Aveva un problema: era svantaggiato nel confronto con le altre città, dalla poca rilevanza della sua e dalla scarsa potenza militare. Dovette, quindi, usare la propria intelligenza.

Dopo alcune scosse di terremoto sui monti Volsini, fu chiamato a uccidere un mostro che stava cercando di distruggere le mura della città. Giunto sul posto, il panorama paradisiaco, l’abbondanza di acqua e la vastità del luogo gli suggerirono un idea, e sfruttando la superstizione dei campagnoli diede vita alla leggenda del mostro Volta. Creò il mito della personificazione umana di una nuova divinità: Voltumna, il dio del profondo, colui che sarà poi il protettore unico del Fanum Voltumnae.
Il luogo scelto per erigere il tempio dedicato al mostro è intuibile: una piccola radura sui monti Volsini, proprio nel punto in cui Porsenna incontra e uccide Volta con un fulmine che scaturisce dalla terra.
Verosimilmente, il monte Landro aveva ancora qualche residuo fenomeno della sua antica e tipica attività vulcanica: una putizza che si sprigionava dalla terra. Gli ultimi scavi del Prof. Maggiani hanno portato alla luce una vasca che misura 5 x 1,5 m, con un grande foro di circa 30 cm sul fondo.
Collocando sopra al foro il puteale ritrovato lì in cima, dentro i resti di un pozzo, si ricrea la scena della rinascita del mostro Volta descritta dagli Etruschi su pitture e affreschi. Dal foro usciva un denso fumo in cui un abile sacerdote riconosceva ogni volta una le molteplici sembianze prese dal mostro. Il potente dio del Fanum non era altro che un vulcano.





lunedì 5 agosto 2013

La navigazione commerciale nella preistoria

La navigazione commerciale nella preistoria
di Pierluigi Montalbano


Le più antiche notizie storiche riguardanti la navigazione commerciale risalgono soltanto al 2650 a.C. e appaiono in testi egiziani della IV dinastia. Uno di essi parla di quaranta navi inviate in Libano per approvvigionarsi del legno di cedro, ricercato per la costruzione di tetti e per la realizzazione delle parti nobili degli scafi. Ovviamente, molto di più di quanto accade oggi, la navigazione antica dipendeva dall’andamento delle stagioni e dal regime dei venti e delle correnti. Inoltre, la durata del viaggio non era prevedibile, poiché le antiche navi, capaci di risalire il vento solo con difficili manovre e un’andatura a zig-zag, navigavano preferibilmente con il vento in poppa ed erano spesso costrette a cambiamenti di direzione o a lunghe soste. A complicare la situazione si aggiungevano i problemi di orientamento, verosimilmente basati sui movimenti del sole o sulle costellazioni. Le nostre principali fonti di documentazione sulle antiche imbarcazioni sono i monumenti figurati, le notizie degli storici e degli scrittori antichi, quelle dei documenti epigrafici e, negli anni più recenti, i ritrovamenti archeologici subacquei. Erano diffuse piroghe ricavate dallo svuotamento di grossi tronchi d’albero, barche formate da un’armatura di legno sulla quale erano tese delle pelli cucite tra loro, zattere costituite da due piroghe unite da tronchi o formate da una piattaforma di legno tenuta a galla da otri di pelle animale gonfi d’aria (antenate dei nostri gommoni), barche di canne o di papiro, come è attestato in Egitto dove, a partire dal Regno Antico (I-VIII Dinastia 2920-2150 a.C.), si iniziarono a costruire anche navi di legno, delle quali è giunto a noi un noto esemplare integro, la nave del faraone Cheope o Khufu (2551-2528 a.C.).
Ecco una breve nota sul suo ritrovamento:
Nel 1952, ai piedi della piramide del faraone Cheope, durante un lavoro di asportazione di un cumulo di sabbia gli archeologi portavano alla luce una pavimentazione di grandi lastre di pietra squadrate. Si trattava in realtà della copertura di una fossa sigillata. L’esplorazione effettuata con una macchina fotografica introdotta attraverso un foro rivelava il contenuto: una grande imbarcazione smontata in numerose parti, remi, grandi tavole, porte, colonne, elementi diversi, il tutto ricoperto da stoffe ormai degradate e resti di tappeti. Il legno però si presentava conservato bene grazie al fatto che l’ambiente era rimasto isolato perfettamente per 4600 anni. Il lavoro di recupero del reperto era affidato al capo conservatore delle antichità Ahmad Moustafa. La fossa era lunga 31,2 m, larga 2,6 m e profonda 3,5 m, e conteneva l’imbarcazione che giaceva smontata in 407 elementi disposti su 30 strati. Rimessi insieme, si poté constatare che gli elementi componenti tutta la struttura erano 1224, i più grandi dei quali in cedro del Libano, mentre i più piccoli, quali cavicchi e perni, erano di gelso. L’imbarcazione, oggi musealizzata, è lunga 43,4 m, larga 5,9 m e ha un dislocamento di circa 40 tonnellate. Il tavolame dello scafo, spesso 13-14 cm, è assemblato parzialmente con legamenti passanti attraverso lo spessore dalla parte interna e in parte con elementi che, perfezionati, troveremo nella tecnica del tenone e della mortasa delle navi greche e romane. La carena è piatta, senza chiglia, fatto, questo, comune anche nelle costruzioni più antiche non solo egiziane, con 12 elementi interni classificabili come corbe ma non portanti. Una batteria di 6 coppie di rematori vogava con remi di lunghezza variabile da 6,8 m a 7,8 m, utilizzati sia come derive sia come timoni.

sabato 3 agosto 2013

Scoperta necropoli del Neolitico in Gran Bretagna

Scoperta necropoli del Neolitico in Gran Bretagna
di Leonardo Debbia


I resti di due ampie sale, antiche di 6000 anni, ognuna scavata all’interno di un tumulo preistorico, sono state scoperte durante uno scavo congiunto di archeologi dell’Università di Manchester e del Consiglio della Contea di Herefordshire, nel Regno Unito.
Si ritiene che questi reperti, venuti alla luce a Dorston Hill, nelle vicinanze di Peterchurch, nell’Herefordshire, siano stati edificati all’incirca tra il 4000 e il 3600 a.C.
Alcuni resti di legno combusti indicano le caratteristiche materiali delle strutture, che sono posizionate sotto il livello del terreno.
Non si conoscono le esatte dimensioni delle costruzioni, probabilmente utilizzate da intere comunità, ma si suppone possano essere state della stessa lunghezza – da 30 a 70 metri – dei tumuli neolitici che le ricoprivano.
Questi lunghi tumuli (o long barrow) sono monumenti tipici della cultura neolitica dell’Europa e se ne trovano circa 300 sparsi tra la Scozia e l’Inghilterra.
Secondo gli archeologi, le tombe di Dorston Hill furono deliberatamente bruciate dopo la costruzione e i resti rimasero sepolti sotto i due tumuli funerari, che hanno dimensioni diverse.
Molti dettagli sono rimasti conservati nel tumulo più grande: elementi strutturali in forme carbonizzate, buchi di pali che mostrano le posizioni dei montanti e i resti bruciati di paletti che delineavano i divisori interni.
Cosa ancora più importante, il nucleo di ogni tumulo si compone di argilla bruciata intensamente: è quel che rimane del fango di cui erano fatti i muri delle costruzioni, che probabilmente erano costituite da lunghe navate, delimitate da pali verticali con ulteriori divisori interni.
Il tumulo più piccolo contiene una camera mortuaria di 7 metri per 2,5, che presenta ad ogni estremità delle buche profonde in cui sarebbero stati infissi, perché si mantenessero in posizione verticale, dei tronchi d’albero. Questi pali massicci fungevano da supporto per sostenere una camera mortuaria in legno, destinata a contenere i resti dei defunti.
Lo scavo è stato diretto da Julian Thomas, professore di Archeologia dell’Università di Manchester insieme a Keith Ray, archeologo del Consiglio della contea di Herefordshire.
“Questo ritrovamento” – ha affermato il prof. Thomas – “è stato di enorme importanza per la comprensione della vita preistorica, perché rappresenta un collegamento tra la casa e la tomba con più evidenza di qualsiasi altra indagine mai realizzata finora”.
“Queste sale del Neolitico antico – ha continuato lo studioso – sono sempre estremamente rare, ma trovarle all’interno di un lungo tumulo rappresenta la scoperta di una intera vita”.

“Il tumulo” – aggiunge ancora – “ci dice qualcosa anche sulle persone che lo hanno costruito. Questa gente ha cercato di mantenere viva l’idea che per la loro comunità rappresentava l’abitazione.
“Trasformandola in parte integrante del paesaggio, diventava un richiamo permanente per le generazioni a venire. Basti pensare a come l’incendio della sala doveva essere veduto per miglia attorno, nella grande distesa di quello che è oggi il territorio di confine tra Inghilterra e Galles”.
Gli archeologi hanno a lungo ipotizzato che esistesse una stretta relazione tra la casa e le tombe nell’Europa neolitica e che la “casa dei morti” equivaleva ad una rappresentazione delle “case dei vivi”.
Oltre ai due lunghi tumuli, il sito ha fornito la prova di una serie di sepolture successive ed altri depositi prestabiliti, tra cui una sepoltura connessa a una cremazione e una fossa contenente un’ascia e un coltello di selce.
Questi oggetti presentano affinità con artefatti rinvenuti nello Yorkshire orientale del Tardo Neolitico (circa 2600 a.C.).
Il dott. Ray ha commentato: “Questi ritrovamenti successivi mostrano che mille anni dopo la costruzione dei tumuli-sala, il sito è ancora importante per le generazioni successive, che vivono a 200 miglia di distanza, una distanza enorme, in termini neolitici.
“L’ascia e il coltello non possono essere stati lasciati casualmente, ma deposti in quei luoghi durante una cerimonia o un pellegrinaggio ancestrale che proveniva da quello che è ora l’East Yorkshire”, ha continuato l’archeologo. “Così, siamo testimoni di un’unica civiltà che 5000 anni fa collegava l’Herefordshire e l’East Yorkshire, con matrimoni e con discendenze comuni”.
“Nel contesto britannico” – ha aggiunto – “la scoperta di Dorston è unica e senza precedenti.
Noi speravamo che il nostro lavoro con l’Università di Manchester ci avrebbe aiutato a definire un quadro più chiaro sulle origini di questi lunghi tumuli, ma siamo rimasti sorpresi di come la storia sia chiaramente andata oltre”.
“E’ molto eccitante per noi” – ha concluso – ”Personalmente, per 15 anni sono andato avanti a sostenere che Hereford avesse qualcosa di veramente importante da dire nel quadro nazionale del nostro patrimonio neolitico. Potete immaginare cosa significhi questa scoperta”

venerdì 2 agosto 2013

Archeologia subacquea a Porto Torres. Trovata sul fondale un’ancora del III a.C

Archeologia subacquea. Porto Torres, sul fondale un’ancora del III a.C.

Un'antica ancora in piombo, risalente al III secolo a.C., è stata recuperata dagli uomini del Reparto aeronavale della Guardia di finanza di Cagliari nei fondali antistanti Porto Torres.
Lungo oltre 1.5 metri, pesante 150 kg, il reperto è stato individuato sul fondale da un cittadino che ha immediatamente allertato le Fiamme gialle che, in collaborazione con il Nucleo sommozzatori della Stazione navale di Cagliari e gli specialisti della Soprintendenza, dopo una serie di accertamenti lo hanno recuperato. Da oggi è all’esame dei responsabili della Soprintendenza archeologica di Sassari e Nuoro e dell’Antiquarium di Porto Torres.
Il ritrovamento fa il paio con quello avvenuto lo scorso anno a Oristano, quando il mare restituì il ceppo di un'ancora in piombo in un fondale davanti alla base militare di Capo Frasca. L’ancora del peso di 500 chilogrammi, lunga oltre due metri e mezzo, conferma un traffico di antiche navi mercantili di notevole stazza lungo le coste occidentali.
Secondo l’archeologo Ignazio Sanna, della Sovrintendenza di Cagliari e Oristano, il ceppo recuperato potrebbe aver avuto un fusto in legno di circa 5 metri di lunghezza e sarebbe appartenuto a una nave romana del periodo repubblicano adibita al trasporto di merci, come vino e derivati del mare.
Il ceppo in piombo è stato trasferito nei laboratori della Sovrintendenza a Cagliari per le analisi e gli accertamenti. Il comando provinciale dei carabinieri ha chiesto che una volta completati gli studi possa essere esposto nella sede del Comando di via Loffredo.

Archeologia in Sardegna: il DNA dei sardi è europeo

Archeologia in Sardegna: il DNA dei sardi è europeo.

Il primo nucleo di abitatori stabili dell'Isola, giunto nell'isola al'inizio del VI Millennio a.C., arrivava dall'Europa, e non dall'Africa o dall'Oriente. Lo studio, pubblicato oggi sulla rivista statunitense Science, è di un team di ricercatori guidati dal professor Francesco Cucca.
La scoperta è stata possibile grazie a un'analisi del cromosoma Y (quello che determina il sesso maschile) che è stata condotta su un campione di 1200 individui. Gli scienziati sono così stati in grado di risalire al progenitore comune di chi abita l'Isola, l'homo sapiens vissuto in Africa 185 mila anni fa. Lo studio è frutto di un lavoro d'équipe coordinato dal professor Cucca (allievo di Antonio Cao e direttore dell'Istituto di Ricerca Genetica e Biomedica del Cnr), e ha visto la partecipazione di docenti universitari e ricercatori sardi. Hanno contribuito anche studiosi di altri gruppi nazionali ed europei.

Il quotidiano "Il Sole 24 ore" di oggi riporta qualche notizia aggiuntiva:
E' la Sardegna la prima meta delle migrazioni d'Europa. Pubblicata nell'ultimo numero della rivista scientifica "Science" un'analisi dettagliata del Dna del cromosoma Y di 1.200 sardi che fa luce sulla storia evoluzionistica della popolazione isolana e, più in generale, contribuisce a ricostruire le vicende del primo popolamento in Europa, fornendo anche una stima sull'epoca di origine dell'Homo sapiens moderno.
La ricerca, che per la prima volta ha applicato su una casistica così numerosa le più avanzate tecniche di sequenziamento dell'intero genoma da cui sono stati 'estratti' e analizzati i dati del cromosoma Y, ha visto primariamente coinvolti tre gruppi sardi: l'Istituto di ricerca genetica e biomedica del Consiglio nazionale delle ricerche (Irgb-Cnr) di Monserrato (Cagliari), il Centro di sequenziamento e supercalcolo del Crs4 e l'Università degli Studi di Sassari.
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Il Dna varia da individuo a individuo in seguito ad errori durante la sua replicazione, noti come 'mutazioni', che quando riguardano le cellule deputate alla riproduzione sessuata si accumulano di generazione in generazione. Il confronto tra i punti in cui le sequenze di Dna differiscono tra individui o popolazioni in aree del mondo diverse (varianti genetiche), fornisce informazioni preziose su somiglianze, differenze, origine e relazioni passate, anche preistoriche. Il cromosoma Y è particolarmente adatto per tali analisi, poiché viene trasmesso solo dai padri ai figli maschi ed è presente solo nei maschi in copia singola senza i rimescolamenti tra i contributi paterni e materni tipici degli altri cromosomi.
La frequenza delle mutazioni su questo cromosoma fornisce un'orologio molecolare ideale per ricostruire avvenimenti del passato, anche remoto.
«Abbiamo identificato nei cromosomi Y sardi che abbiamo analizzato, le varianti genetiche che permettono di risalire agli antichi progenitori che vivevano nell'isola e di collegare le varie linee ancestrali di questo cromosoma ad eventi di espansione demografica avvenuti nel passato», spiega Paolo Francalacci, docente di Genetica presso il dipartimento di Scienze della natura e del territorio dell'Università di Sassari e primo autore dello studio. «In particolare, abbiamo ricostruito una serie di stratificazioni genetiche a partire dall'espansione demografica di un gruppo di individui avvenuta circa 8000 anni fa (che rappresentano il nucleo fondante di questa popolazione) fino ad arrivare ad apporti successivi nel Neolitico e in misura molto minore in epoca Romana e Vandalica.
Tra l'altro, grazie ai dati disponibili sui campioni sardi siamo andati indietro nel tempo anche prima del loro arrivo in Sardegna fino ai progenitori africani di tutti gli uomini della nostra specie vissuti circa 180.000-200.000 anni fa, un'epoca più antica di oltre 50.000 anni rispetto a quanto indicato dalla maggior parte degli studi precedenti». «Il nostro studio conferma che i sardi hanno nel loro Dna una serie di caratteristiche peculiari, ma rivela anche che posseggono la maggior parte della variabilità presente sul Dna del cromosoma Y degli altri popoli europei. Si tratta cioè della singola popolazione che sembra racchiudere meglio le caratteristiche genetiche di tutti gli europei», prosegue Francesco Cucca, direttore dell'Irgb-Cnr e professore di Genetica medica del dipartimento di Scienze biomediche dell'Università di Sassari.
«Tale caratteristica rende questa popolazione una risorsa preziosa, sia per studi evoluzionistici (come quello pubblicato su 'Science') sia per studiare i fattori genetici di rischio per malattie frequenti nell'isola e nel resto d'Europa». Alla ricerca hanno contribuito tra gli altri, Laura Morelli dell'Università di Sassari (prematuramente scomparsa), Carlo Sidore e Serena Sanna dell'Irgb-Cnr, Riccardo Berutti del Crs4, Andrea Angius dell'Irgb-Cnr/Crs4 insieme a ricercatori di altri gruppi nazionali ed europei (rispettivamente Università di Pisa e di Bilbao) ed americani (University of Michigan e National Institute on Aging di Baltimora).