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sabato 6 febbraio 2021

lunedì 1 febbraio 2021

Archeologia della Sardegna. “Su corpu' e conca”, l'arma segreta degli Shardana? Articolo di Gustavo Bernardino

 Archeologia della Sardegna. “Su corpu' e conca”, l'arma segreta degli Shardana?

Articolo di Gustavo Bernardino

 


 A guardare le immagini dei bronzetti raffiguranti guerrieri Shardana, viene naturale porsi delle domande su come poteva essere davvero vissuta la vita di un militare di allora. Prendiamo ad esempio un arciere con l'elmo cornuto e proviamo a capire che ruolo poteva avere in ambito militare. Se possedeva un arco ovviamente era un arciere, ma l'elmo cornuto che funzione aveva, posto che non tutti gli arcieri dei bronzetti hanno l'elmo cornuto? Una prima considerazione può portarci a pensare che esistessero diverse etnie e conseguentemente differenti abbigliamenti, ma il caso preso in esame richiede comunque delle risposte.

Forse è necessario entrare in uno specifico ambiente militare e cercare in questo ambito di trovare la soluzione. Come abbiamo visto il personaggio in esame ha un'arma di offesa (l'arco) e uno strumento di protezione (l'elmo). E' difficile pensare che l'elmo servisse per proteggere dalle frecce lanciate dagli avversari, è più probabile ritenere che l'elmo servisse per parare eventuali colpi di spada e in questo caso però si deve prendere in considerazione l'ipotesi di un possibile coinvolgimento nel corpo a corpo. Se fosse giusta questa osservazione ne deriverebbe una prima interessante immagine dello svolgimento di una battaglia. Infatti si possono intravedere due precise azioni militari: la prima nell'utilizzo dell'arco che aveva il compito di eliminare un gran numero di nemici tenendosi a distanza da essi. La seconda in cui le parti contendenti entravano a contatto diretto che richiedeva, perciò, l'uso della spada. In questa fase, del corpo a corpo, giocavano un ruolo fondamentale diverse componenti: la fisicità (altezza, robustezza, forza, agilità, ecc.)la velocità di pensiero e decisione, l'esperienza e soprattutto la preparazione. Ma esistono documenti da cui si può ricavare la giustezza di tali ragionamenti? Per fortuna si.

 
L'immagine (presa da internet) rappresenta un momento della battaglia di Qadesh, combattuta dal Faraone Ramesse II contro gli Ittiti guidati da Muwatalli II, in cui per amissione dello stesso faraone, i soldati Shardana hanno avuto un ruolo importante.

Questa immagine è preziosa perché permette di capire come fosse essenziale per (i valorosi Shardana) indossare il casco cornuto, che era ben saldo nella testa tenuto da un sottogola, come  evidenziato nella immagine scolpita nel tempio di Luxor e che probabilmente svolgeva due funzioni simultaneamente. La prima, la più intuitiva, è quella di proteggere il capo dai colpi di spada o di altri corpi contundenti, la seconda invece è meno evidente ma, a mio parere plausibile, consentiva al guerriero Shardana di colpire il nemico con il classico e tradizionale (per i sardi) “corpu' e conca”, che essendo, appunto, armata delle corna poteva essere decisiva nello scontro a due. Per dipiù, siccome le corna erano un simbolo sacro che rappresentava una divinità, come vedremo più avanti, l'elmo svolgeva oltre alla funzione protettiva tecnica già descritta, anche una protezione divina che assicurava, probabilmente, al nostro guerriero, la garanzia di un contributo celeste per eliminare l'avversario.

Sul significato delle corna, è interessante leggere quanto scrive al riguardo Salvatore Dedola nel cap. 10.3 del volume II dell'Enciclopedia della Civiltà Shardana (Grafiche del Parteolla 2018, pagg. 72/73):”Vi è continuità nella tradizione delle narrative orali tra Canaan e Israele, anche sul piano religioso: è infatti Ilu/El-Yahweh il dio che assicura eredi, benedicendo i suoi fedeli e rivelandosi in sogni oracolari; è Ilu-El-Yahweh che nel così detto “Ciclo di Giacobbe” assume il titolo di “Toro di Giacobbe”, in perfetta linea quindi col titolo di “Toro” che Ilu aveva ad Ugarit. Lui è quel “Dio dei padri” i cui luoghi di culto erano Bet'el e, in epoca pre-monarchica (XII sec.), Dan (Gdc 18, 30) in Galilea, centro di irradiazione della cultura cananea e punto di incontro delle epiche di Ugarit con le narrative patriarcali del Genesi.

La Bibbia e pure il Nuovo Testamento non risparmiano i passi dove le corna sono bellamente rappresentate. Nell'Apocalisse 5,6 l'agnello ha sette occhi e sette corna. E pure Mosè scende dal Monte Sinai (Es 34, 29 sgg) con due corna sul capo. Questo passo è talmente sconvolgente per gli Ebrei ortodossi, che la Bibbia Ebraica (es. quella del rabbino Dario Disegni) trascrive il termine come 'viso risplendente' anziché 'viso cornuto'...” Dedola continua la sua esposizione con sapiente e ampia argomentazione per spiegare il “raffinato gioco di sotterfugi intessuto da millenni dagli Ebrei, i quali non potranno mai ammettere che proprio Mosè, il rigoroso promotore del Primo Monoteismo Universale, indossasse le corna al pari di ogni sacerdote, o re, dei popoli “pagani”...”

Riguardo alla divinizzazione del Toro e al culto che lo ha venerato per oltre 2.000 anni, ho ampiamente argomentato in un articolo del 6/12/19 ( in questa rivista ) in cui, appunto, ho evidenziato come fosse rilevante questa figura celeste nella vita dei nostri antenati a partire dall'eneolitico. L'immagine del toro la troviamo riprodotta in epoca  tarda nelle dimore dei defunti. Un esempio significativo è quello delle “domus de janas” di Museddu a Cheremule.

 

L'ingresso di questa costruzione sepolcrale realizzato a forma di protome taurina, forse concepito in funzione del valore simbolico, doveva probabilmente illuminare (scaldare) il corpo del defunto per consentirgli di raggiungere l'aldilà.

Tornando agli Shardana ed all'uso dell' elmo cornuto, ritengo che fosse loro consuetudine utilizzare nel duello il “ corpu' e conca” per le ragioni innanzi esposte che trovano fondamento anche nella osservazione delle naturali abitudini dell'animale Toro. E' risaputo infatti che la bestia, affronta il nemico colpendolo con la testa.

 

 

venerdì 29 gennaio 2021

Archeologia della Sardegna. Forme architettoniche nuragiche. Articolo di Pierluigi Montalbano

Archeologia della Sardegna. Forme architettoniche nuragiche.

Articolo di Pierluigi Montalbano

La geometria legata al mondo del sacro evidenzia la volontà di realizzare monumenti eterni con forme ispirate alle divinità.

Riferendosi ai sardi dell'età del Bronzo si parla tanto di società aniconica, ossia priva di simboli, a differenza della precedente che mostrava spirali, cerchi concentrici, protomi di animali con le corna...
Il simbolismo diffuso ritorna poi nel periodo tardo nuragico, a cavallo fra Bronzo e Primo Ferro, con la bronzistica, la statuaria e le ceramiche incise e decorate.
Tuttavia, le forme degli edifici del Bronzo sono inequivocabili: le Tombe di Giganti sono la monumentalizzazione delle teste di toro (e di ventre materno), mentre i pozzi sacri evocano la fertilità e il mondo femminile.


Ebbene, cosa rappresentano i nuraghi?
Certamente la potenza e la virilità non possono avere forma più monumentale dei nuraghi monotorre, ma osservando l'interno degli edifici si notano chiaramente espliciti riferimento al ventre materno e al mondo femminile, come se l'unione fra virilità e fertilità, ricercata anche con la penetrazione del raggio di luce del sole all'interno delle tholos, rappresentasse il concepimento che dava continuità alla nostra specie.

Nelle immagini:
Pozzo Su Tempiesu di Orune
Nuraghe Abbaudì di Scano Monteferro

lunedì 25 gennaio 2021

Archeologia della Sardegna. Cronologia della preistoria sarda. Articolo di Pierluigi Montalbano

Archeologia della Sardegna. Cronologia della preistoria sarda.

Articolo di Pierluigi Montalbano



La varie fasi culturali che si sono succedute prima della civiltà nuragica sono inquadrabili cronologicamente seguendo vari metodi di analisi.
Uno dei più usati è il metodo del 14C (carbonio-14) o del radiocarbonio, è basato sulla misura degli isotopi del carbonio e permette di datare materiali di origine organica (ossa, legno, tessuti, semi, carboni di legno e altri).
Fra gli altri metodi c'è quello dendocalibrato, ossia basato sul conteggio degli anelli di accrescimento annuale degli alberi che, purtroppo, offre datazioni di riferimento ancora troppo oscillanti.
In base a questi, e altri sistemi di indagine, gli studiosi distinguono una serie di facies (modi di vivere) chiamate culture.
Vediamo quali sono le fasi preistoriche indicate dagli archeologi:
La cultura Bonu Ighinu del Neolitico Medio risale al 4700- 4400 a.C., quella di San Ciriaco, del Neolitico Recente, si sviluppa intorno al 4400- 4000 a.C., la successiva cultura di Ozieri del Neolitico Finale, cade tra il 4000-3400 a.C., seguita dagli aspetti culturali Sub- Ozieri (circa 3400-3200) e

mercoledì 20 gennaio 2021

Archeologia della Sardegna. I Sardi antichi: alcuni riscontri evidenziano che la loro civiltà era simile a quella egizia. Articolo di Pierluigi Montalbano

Archeologia della Sardegna. I Sardi antichi: alcuni riscontri evidenziano che la loro civiltà era simile a quella egizia.

Articolo di Pierluigi Montalbano

I Sardi di età nuragica non solo furono una grande civiltà occidentale, ma gettarono le fondamenta per i popoli che seguirono, fino ai nostri giorni. Se i posteri svilupparono arti autonome ed una cultura originale vi riuscirono solo grazie all’eredità culturale dei costruttori di torri che, a loro volta, furono influenzati dalla tradizione egizia. Punici, Romani e Greci svilupparono una religiosità simile tra loro che ricalcava il modello delle divinità pagane precedenti, molte delle quali avevano fondamenta egizie. La differenza principale tra i sardi nuragici e le civiltà che seguirono è rappresentata soprattutto dall’organizzazione del

lunedì 18 gennaio 2021

Archeologia. Le origini di Pompei - La città tra il VI e il V secolo a.C., di Alessandra Avagliano, recensione di Felice di Maro.

Archeologia. Le origini di Pompei - La città tra il VI e il V secolo a.C.

Testo di Alessandra Avagliano

Series: Babesch Supplements, 33, pp.245,

edito da Peeters Publishers, 2018, Leuven - Belgium.

Recensione  di Felice Di Maro

Fase arcaica di Pompei, VI-V secolo a.C., con una descrizione dell’impianto urbanistico e dei santuari dentro e fuori le mura. È il risultato di studi mirati sia su lavori editi e sia su dati d’archivio inediti. Una guida, possiamo dire, mirata e articolata, con un apparato bibliografico, un’Appendice sulle tecniche edilizie e un catalogo dei rinvenimenti organizzato a livello topografico. L’Autrice ha elaborato una carta archeologica della Pompei preromana che è uno strumento fondamentale per le ricerche su Pompei, al riguardo un allegato al volume un cd-rom con una versione in digitale liberamente implementabile suddivisa in due tavole, ciascuna delle quali è predisposta per la stampa con il

sabato 16 gennaio 2021

Archeologia: Omero e Odissea. Ulisse ad Itaca. Articolo di Lydia Schropp

Archeologia: Omero e Odissea. Ulisse ad Itaca.

Articolo di Lydia Schropp

Con il  rientro di Ulisse ad Itaca assistiamo ad  un cambiamento di prospettiva notevole, perché ora l’eroe deve rientrare in possesso delle sue prerogative di re, che dopo venti anni di assenza, sono state usurpate da altri nobili Achei, e cioè dai pretendenti di Penelope, che non credendo più nel ritorno del loro re , pensano di assumerne il ruolo sposando la vedova . Dopo aver appreso il triste destino di Agamennone,  tradito dalla propria moglie ed ucciso dal suo antagonista, Ulisse sa di dover agire con la massima cautela e possibilmente nascondere la sua vera identità. Quindi i travestimenti e le “metamorfosi” di Ulisse giocano un ruolo importante, insieme ai suoi falsi racconti, che hanno uno sfondo storico, collocabile verso l’VIII-VII sec. a.C. , quindi molto dopo la conquista di Troia, ma

domenica 10 gennaio 2021

Archeologia della Sardegna. Il misterioso Recinto-Torre di Monte Baranta, nella Sardegna nord-occidentale. Descrizione e interpretazioni. Articolo di Pierluigi Montalbano

Archeologia della Sardegna. Il misterioso Recinto-Torre di Monte Baranta, nella Sardegna nord-occidentale. Descrizione e interpretazioni.

Articolo di Pierluigi Montalbano

Il monumento è sistemato sul bordo di un promontorio con vista sulla costa di Alghero e su una vasta porzione del territorio di Olmedo. Il complesso comprende un recinto-torre, una muraglia che racchiude un villaggio e un circolo megalitico con menhir.

L’edificio, a forma di ferro di cavallo con diametro di circa 20 metri, spessore murario di circa 5 metri e altezza che da 4 metri nel culmine degrada verso i lati fino a una zona di crollo sul limite della scarpata. Il materiale utilizzato per la costruzione è composto da grossi blocchi di trachite sovrapposti a secco e presenta zeppe di rincalzo. All’interno si notano pietre leggermente più piccole, sbozzate e disposte su

giovedì 7 gennaio 2021

Archeologia della Sardegna. Il “Capovolto”dei menhir? Il simbolo cosmico di Hator. Articolo di Gustavo Bernardino

 Archeologia della Sardegna. Il “Capovolto”dei menhir? Il simbolo cosmico di Hator.

Articolo di Gustavo Bernardino


 

Tra i tanti misteri che ancora circondano i reperti archeologici tramandati dai nostri antenati, uno in particolare ha creato una  sorta di record delle interpretazioni che i vari studiosi e appassionati hanno collezionato, tentando di capire il significato del simbolo che appare sulla parte alta di diversi menhir definito empiricamente “Capovolto”. Probabilmente tra le cause che rendono difficile capirne il significato, vi è proprio il fatto che il simbolo non va visto come capovolto ma deve essere interpretato nel suo insieme  e nel verso in cui si trova esposto. Altro possibile motivo di errore di decodificazione può essere stato il rifiuto da parte degli esperti di accettare l'ipotesi che i nostri antenati possano aver costruito e realizzato i manufatti che raccontano la storia più antica della nostra terra con un evidente e razionale collegamento alla astrologia e al grande potere che ne derivava per gli addetti ai

sabato 2 gennaio 2021

Archeologia e storia dei popoli. La potenza politica di Atene e la "macchina del fango", un espediente ancora oggi utilizzato dalla politica. Articolo di Matteo Riccò

Archeologia e storia dei popoli. La potenza politica di Atene e la "macchina del fango", un espediente ancora oggi utilizzato dalla politica.

Articolo di Matteo Riccò

La cosiddetta “macchina del fango” è uno degli ingranaggi più sfruttati dalla politica, non lo scopriamo certo oggi. Non credo stupisca nessuno, pertanto, che il caso più antico - ma probabilmente anche uno dei più celebri, risalga alla prima esperienza di democrazia occidentale, ovverosia all’antica Atene.

Si tratta del c.d. “scandalo delle Erme”, un episodio che talvolta trova ancora spazio nei programmi di storia delle scuole superiori, solitamente salutato dagli sbadigli annoiati delle scolaresche. Inconsapevoli, queste, di avere di fronte il prototipo di tutti i telefilm polizieschi e di tutte le serie politiche alla House of Cards di cui i nostri ragazzi sono, d’abitudine, avidissimi consumatori.

Ma andiamo con ordine, e partiamo dai fatti - quelli noti, almeno. Atene, anno 415 a.C., una notte imprecisata del mese di Targelione, ovverosia fra la metà di maggio e la metà di giugno del nostro calendario. E’ buio: è una di quelle notti di luna nuova in cui, nelle città antiche, l’oscurità regnava sovrana sugli angoli delle strade. Ed in cui, a meno di uscire in brigata, era meglio starsene in casa per evitare guai. A patto che di casa non si uscisse apposta per provocarli, i guai.

Come quella notte.

Quella notte, viene deciso il destino di migliaia di persone - eppure non scorre del sangue. Non