lunedì 16 novembre 2015
Tumuli e Tombe Megalitiche in Gallura, di Angela Antona
Tumuli e Tombe Megalitiche in Gallura
di Angela Antona
Concludiamo la panoramica sulle sepolture, dopo l'articolo pubblicato ieri, con la zona gallurese.
Nell’articolato panorama dei fenomeni culturali preistorici e protostorici della Gallura si annovera una serie di monumenti funerari, nei quali il tumulo costituisce una componente determinante. Va precisato che la carenza dei dati di scavo non consente di valutare né la qualità, né l’entità del qualificante elemento in alcuni dei monumenti presi in esame. Metodologie proprie del tempo a cui risale lo scavo, infatti, spesso non hanno consentito di tramandare fino a noi situazioni chiare o notizie sufficienti a riconoscere la presenza funzionale o cultuale del tumulo, né le sue caratteristiche. Nel ristretto ambito geografico del quale si parla, il termine »tumulo« va inteso, perciò, nei due significati conferitigli dall’uso: da un lato finalizzato a ragioni di statica delle strutture del sepolcro vero e proprio; dall’altro, come elemento legato a credenze e rituali, dove finalità pratiche e cultuali risultano strettamente connesse.
I circoli funerari
La comparsa del tumulo appartiene, in Gallura, ad una delle più antiche manifestazioni di architettura
funeraria megalitica presenti nell’isola. Si tratta della necropoli neolitica di Li Muri (Arzachena, SS), scavata da Puglisi e Soldati tra il 1939 e il 1940 33. Essa si compone, come è noto, di una
di Angela Antona
Concludiamo la panoramica sulle sepolture, dopo l'articolo pubblicato ieri, con la zona gallurese.
Nell’articolato panorama dei fenomeni culturali preistorici e protostorici della Gallura si annovera una serie di monumenti funerari, nei quali il tumulo costituisce una componente determinante. Va precisato che la carenza dei dati di scavo non consente di valutare né la qualità, né l’entità del qualificante elemento in alcuni dei monumenti presi in esame. Metodologie proprie del tempo a cui risale lo scavo, infatti, spesso non hanno consentito di tramandare fino a noi situazioni chiare o notizie sufficienti a riconoscere la presenza funzionale o cultuale del tumulo, né le sue caratteristiche. Nel ristretto ambito geografico del quale si parla, il termine »tumulo« va inteso, perciò, nei due significati conferitigli dall’uso: da un lato finalizzato a ragioni di statica delle strutture del sepolcro vero e proprio; dall’altro, come elemento legato a credenze e rituali, dove finalità pratiche e cultuali risultano strettamente connesse.
I circoli funerari
La comparsa del tumulo appartiene, in Gallura, ad una delle più antiche manifestazioni di architettura
funeraria megalitica presenti nell’isola. Si tratta della necropoli neolitica di Li Muri (Arzachena, SS), scavata da Puglisi e Soldati tra il 1939 e il 1940 33. Essa si compone, come è noto, di una
domenica 15 novembre 2015
Necropoli a tumulo: I monumentali sepolcri della Sardegna preistorica e protostorica.
I monumentali sepolcri della Sardegna preistorica e protostorica.
di Fulvia Lo Schiavo, Mauro Perra e Angela Antona

La Sardegna, inserita con la Sicilia nel quadro dell’Italia insulare e dell’Europa continentale, si è avvantaggiata delle animate discussioni seguite alle prime due giornate dei lavori. In premessa va precisato che se la prima definizione, che rispetta la natura di grande isola, si attaglia ad ambedue le realtà perfettamente, molto più di quella amministrativa di »Italia meridionale«, i riferimenti archeologici vanno istituiti con il mondo mediterraneo, più che con quello centreuropeo, con il quale in realtà è difficile trovare, per l’antichità, dei punti di contatto non casuali, soprattutto se dall’ambito centreuropeo si differenzia la penisola iberica, che del mondo mediterraneo costituisce il caposaldo occidentale e che con la Sardegna ha molteplici e consolidati legami.
Collocata come si trova al centro del Mediterraneo centro-occidentale, la Sardegna è ormai stata riconosciuta come una pietra miliare per tutte le rotte dall’E e dall’O, e per una sua compiuta ed approfondita valutazione non è possibile fare a meno dei riscontri in
di Fulvia Lo Schiavo, Mauro Perra e Angela Antona

La Sardegna, inserita con la Sicilia nel quadro dell’Italia insulare e dell’Europa continentale, si è avvantaggiata delle animate discussioni seguite alle prime due giornate dei lavori. In premessa va precisato che se la prima definizione, che rispetta la natura di grande isola, si attaglia ad ambedue le realtà perfettamente, molto più di quella amministrativa di »Italia meridionale«, i riferimenti archeologici vanno istituiti con il mondo mediterraneo, più che con quello centreuropeo, con il quale in realtà è difficile trovare, per l’antichità, dei punti di contatto non casuali, soprattutto se dall’ambito centreuropeo si differenzia la penisola iberica, che del mondo mediterraneo costituisce il caposaldo occidentale e che con la Sardegna ha molteplici e consolidati legami.
Collocata come si trova al centro del Mediterraneo centro-occidentale, la Sardegna è ormai stata riconosciuta come una pietra miliare per tutte le rotte dall’E e dall’O, e per una sua compiuta ed approfondita valutazione non è possibile fare a meno dei riscontri in
sabato 14 novembre 2015
Ritrovato su Ötzi il sangue più antico: le nanotecnologie svelano la rapida, e forse indolore, morte dell'Uomo del Similaun
Ritrovato su Ötzi il sangue
più antico: le nanotecnologie svelano la rapida, e forse indolore,
morte dell'Uomo del Similaun
di James Owen
Fin dal suo ritrovamento,
avvenuto nel 1991 in Alto Adige, il corpo mummificato di Otzi è stato
sottoposto a numerosi studi scientifici, ma fino ad ora non era ancora stata
trovata nessuna traccia di sangue, nonostante fosse morto in seguito a un
episodio violento. Diverse ricerche suggeriscono infatti che Ötzi sia morto
dopo essere stato colpito da una freccia, come testimoniano le ferite alla
schiena e alla mano destra.
“Non erano mai state trovate tracce di sangue, anche quando furono aperte alcune arterie, per cui si era sempre pensato che il sangue non si fosse conservato o che forse Ötzi ne avesse persa una grande quantità dalla ferita provocata dalla freccia”, spiega Albert Zink, direttore dell’Istituto per le mummie e l’Iceman di Bolzano.
I ricercatori hanno analizzato la ferita sulla schiena di Ötzi e la ferita da taglio sulla mano destra con
“Non erano mai state trovate tracce di sangue, anche quando furono aperte alcune arterie, per cui si era sempre pensato che il sangue non si fosse conservato o che forse Ötzi ne avesse persa una grande quantità dalla ferita provocata dalla freccia”, spiega Albert Zink, direttore dell’Istituto per le mummie e l’Iceman di Bolzano.
I ricercatori hanno analizzato la ferita sulla schiena di Ötzi e la ferita da taglio sulla mano destra con
venerdì 13 novembre 2015
Launeddas, il suono della Sardegna, stasera da Honebu con Dante Olianas
Launeddas,
il suono della Sardegna, stasera da Honebu con Dante Olianas
Le launeddas, anima dei sardi, saranno protagoniste oggi, venerdì 13
Novembre, nella sala conferenze dell’associazione culturale Honebu, in Via
Fratelli Bandiera 100 a Cagliari/Pirri. Dante Olianas sarà relatore sulla
storia di questo arcaico strumento musicale. La sala aprirà alle 18.45 e si inizierà alle ore 19 in punto. Ingresso libero.
Uno dei suoni che rappresentano meglio la Sardegna è quello delle
launeddas. Ancora oggi si discute sulla loro data di origine ma è certo che,
sia nella musica sacra che in quella profana, è lo strumento che infonde
emozioni uniche. Il suono forte e metallico, ricorda le voci dei tenores
barbaricini. Sono composte da tre canne legate fra loro con spago cerato. La
canna che sta alla sinistra è chiamata Su Tumbu, produce il suono più basso, ha
una sola nota e funge da basso continuo dall’inizio al termine del brano. La
canna che sta al centro si chiama Sa Mancosa Manna, offre un suono di contralto
e infonde una melodia con toni diversi. La canna di destra, la più sottile, è
Sa Mancosedda, che produce i toni più acuti. La parte che viene introdotta in
bocca e dalla quale si soffia è fornita di ancia, così come alcuni strumenti a
fiato quali il clarino e il sax. Lo strumento sardo assomiglia dal punto
di vista sonoro alla cornamusa scozzese ma si differenzia per la sua più
complicata esecuzione dei brani. Mentre infatti il suonatore di cornamusa
sfrutta una sacca d’aria fatta di pelle di animale, che permette allo strumento
di continuare a suonare anche mentre il suonatore prende fiato, per suonare le
launeddas il musicista deve essere in grado di utilizzare una difficilissima
tecnica respiratoria. Caratteristiche soprattutto nel sud Sardegna, le
launeddas hanno in ogni paese il loro suonatore professionale. Considerato un
vero e proprio maestro, il suonatore di launeddas si esibisce durante le feste,
nelle manifestazioni religiose, durante le funzioni della messa e nelle
processioni, riunendo aspetti sacri e profani della cultura sarda.
Launeddas
di Ermenegildo Lallai
Lo scrittore francese Gaston Vuillier raccontando nel libro
“La Sardaigne par Gaston Vuillier” il viaggio compiuto nell'Isola nel 1890
scrive di aver sentito, durante un trasferimento tra i paesi del Campidano di
Cagliari, “une musique charmante” che “ me fit detourner la tete. Un
tableau superbe ètait devant mes yeux”.
La musica che tanto aveva colpito Vuillier proveniva dallo strumento
musicale tipico della Sardegna, le launeddas, che da tremila anni è presente
nell'Isola ed ha accompagnato col suo suono bello e sofisticato (secondo la
traduzione della parola charmante) la storia tribolata e la vita stessa
dei sardi. Al IX a.C. risale il bronzetto nuragico esposto nel Museo Nazionale
di Cagliari, meglio conosciuto come “aulete itifallico”, che riproduce, con
dovizia di particolari, un uomo che
giovedì 12 novembre 2015
Archeologia. Cartagine: Conquistò la Sardegna o...fu inquilina pagante? Quanto versava nelle casse sarde?
Archeologia. Cartagine: Conquistò la Sardegna o...fu inquilina pagante? Quanto versava nelle casse sarde?
di Rolando Berretta
Non si capisce il punto di vista di chi ci ha propinato una grande Cartagine, nel VI a.C., fino alla stipula di un trattato con Roma dove si rivendica il possesso cartaginese della Sardegna; una grande Cartagine in piena espansione militare e padrona del Mediterraneo. Basterebbe visionare in quale posto i Focesi fondarono Massalia e alla sua importanza commerciale. E' sufficiente un atlante. Nessuno lo ha impedito; ne gli Etruschi, né i Cartaginesi e nemmeno i Sardi. Per essere sinceri ci provarono i Cartaginesi con questi risultati: Tucidide I 13 6 I Focesi, appena fondata Massalia, vincevano i Cartaginesi. Pausania X 18 6: quelli dei Focesi che occupavano Elatèia (o Elatea,nella Focide; in Grecia) mandarono a Delfi un Leone d’oro in onore di Apollo dopo la battaglia navale contro i Cartaginesi. Giustino XLIII 5 2 I Marsigliesi spesso sbaragliarono gli eserciti dei Cartaginesi poichè era scoppiata la guerra tra loro a causa della cattura di navi da pesca e, dopo averli vinti, concessero loro la pace. Vittorie confermate dalle offerte votive a Delfi (iscrizione SIG 12; questa iscrizione paleografica è databile intorno al 525 . (n.d.a. i Massalioti erano già alleati di Roma) Se ci aggiungiamo la visita di Dorieo, direttamente in Africa, nel 525, possiamo dire che non è stato un secolo di espansione e di successi. I Cartaginesi erano talmente messi male che non potettero soddisfare le richieste di Cambise che se la legò al dito. Il fondo della favola si è toccato quando
di Rolando Berretta
mercoledì 11 novembre 2015
Iscrizione latina del nuraghe presso Áidu Entos (Mulargia), di Massimo Pittau
Iscrizione
latina del nuraghe presso Áidu Entos (Mulargia)
di
Massimo Pittau
Nella
più importante delle strade costruite in Sardegna dai Romani, quella che andava
da Tibulae (Castelsardo) a Caralis (Cagliari), toccando anche Molara
(= Mulargia; “Itinerario di Antonino”, 82.2) e attraversando Áidu Entos
«valico dei venti» verso Bortigali, si trova un piccolo nuraghe, sul cui
frontone si notano ancora i resti di una iscrizione latina di epoca imperiale.
Questa però, a causa dello sbriciolamente della roccia, purtroppo risulta in
parte illeggibile, come avevo già indicato io, primo segnalatore della
iscrizione (M. Pittau, Ulisse e Nausica
in Sardegna, Nùoro 1994, capo XII).
Fino
ad ora lo storico Attilio Mastino e l'epigrafista Lidio Gasperini avevano
ricostruito l'iscrizione in questo modo:
Essi
però non si sono accorti che il gruppo di lettere ILI è strettamente preceduto
da alcune lettere purtroppo non chiare. Ed io le ricostruisco e leggo il primo
vocabolo come GIDDILI, cioè uguale a «Giddilitani o Gitilitani», abitanti di Gitil.
E dopo interpreto e traduco l'intera iscrizione in questo modo:
GIDDILI(TANI)
IVR·(IS) D(OMI)N(O)
NURACS·SESSAR
M· C·
i
Giddilitani (dedicano) al Signore del diritto (Giove)
costruttori
del nuraghe
miglia cento
Tengo
molto a precisare che questa mia interpretazione e traduzione in realtà è
effetto della mia compartecipazione, scritta e pure orale, col collega ed amico
Attilio Mastino: prima e senza i suoi interventi anche io avrei continuato a
vagolare intorno a questa che si presentava come una iscrizione grandemente
misteriosa.
Prima importante considerazione: in
epigrafia, relativamente ad ogni e qualsiasi lingua scritta, vale questa
importante norma metodologica: «una iscrizione è “contestuale” al supporto in
cui risulta iscritta, salvo prova contraria». Ciò significa ed implica che un
epigrafista ha il dovere e pure l’interesse a ritenere che una iscrizione I)
appartiene realmente al suo supporto, II) è stata scritta da chi ha costruito
od ordinato il supporto. Su un epigrafista che in un caso specifico neghi
questa “contestualità”, cade l’obbligo di dimostrare le ragioni della sua
scelta contraria.
Ebbene,
dato che questa iscrizione latina di Áidu Entos risulta scritta su
quell'edificio civico-religioso che era il “nuraghe” e addirittura nel suo
punto più importante che è il “frontone”, cioè il suo fastigium, se ne
deve trarre una prima e importante conclusione: essa è fornita anche di un
“carattere sacrale o religioso”, ossia deve contenere pure un riferimento a qualche
divinità ivi adorata. Questa divinità, a mio avviso, è probabilmente indicata
con la formula abbreviata IVR· DN, che io svolgo in IVR·(IS) D(OMI)N(O) e
traduco «al Signore del diritto (Giove)».
Una
tale interpretazione e traduzione è perfettamente congruente col carattere
essenziale del nuraghe, nella sua caratteristica di “edificio multifunzionale e
cerimoniale, religioso e civico” entro e attorno al quale si svolgevano, in un
clima di religiosità, tutte le funzioni sociali della tribù: riti di nascita,
pubertà, matrimonio, malattia, morte, pace o guerra, carestia, siccità,
pestilenza degli uomini e del bestiame, sogni, in maniera particolare rito
della “incubazione” e quello connesso dell’“oracolo”. Invece questo essenziale
carattere anche sacrale o religioso del nuraghe è stato trascurato del tutto da
A. Mastino, il quale ha finito con l'optare per la tesi che quella in esame
fosse un'iscrizione confinaria, la quale avrebbe indicato il confine del
territorio degli Ilienses.
Seconda
considerazione: Gitil era un antico
villaggio, ormai scomparso, della curatoria del Marghine, citato ampiamente nel
Condaghe di Trullas (CSNT² 80.1,
80.5, 97, 97.1, 177, 243 e [244]),
nel Condaghe di Silki (CSPS passim) e anche nella Carta di donazione di Furatu de Gitil a
Montecassino del 1122 circa (CREST XXI 3). Siccome i suoi abitanti, assieme con
quelli di Mulargia e di Bortigali, avevano rivendicato, contro il convento di
San Nicola di Trullas (Semestene), il possesso del salto di Santu Antipatre (l'odierno Santu Padre di Bortigali), c'è da
supporre che il villaggio fosse a Padru
Mannu (nella Campeda), dove si trova ancora qualche macina romana e si
vedono i resti della strada romana che veniva da nord verso Caralis,
toccando Ad Medias (Vias) (Abbasanta), Forum Traiani
(Fordongianus), Othoca (Santa Giusta), Aquae Neapolitanae (Santa Maria de is Aquas di Sardara).
Però
gli abitanti di Gitil, abitando in un
sito molto ventoso e piuttosto freddo in inverno, usavano come zona di
svernamento per le loro greggi la vallata del riu Mannu di Cuglieri, come dimostrano due cippi terminali con
iscrizioni latine di epoca romana, nei quali si parla dei limiti territoriali
dei Giddilitani o Ciddilitani (CIL X 7930, E. E. VIII 732;
vedi A. Mastino, in «Archivio Storico Sardo di Sassari», II 187-205; A. Mastino, Storia della Sardegna antica, Nuoro
2005, passim), i quali erano evidentemente gli abitanti di Gitil.
È
evidente che l'indicazione delle miglia nella nostra iscrizione fa preciso
riferimento alla citata strada romana, che passava per l'appunto anche a Molaria
(Mulargia), sfociando nell'Áidu Entos «valico dei venti», verso
Bortigali e il meridione. Ed è molto importante precisare che pure
l'indicazione delle miglia romane, 100 – come ha interpretato bene Attilio
Mastino - è quasi del tutto esatta, dato che il
nuraghe di Áidu Entos dista da Tibulae 98 miglia romane. (Si
vedano nel citato “Itinerario di Antonino” le distanze in miglia da Tibulae:
Gemellas m.p. XXV; Luguidonec m.p. XXV; Hafa m.p. XXIIII; Molaria
m.p. XXIIII).
Però
Attilio Mastino ha interpretato il gruppo di lettere ILI come abbreviazione di
ILIENSES, il noto popolo sardo, perenne ribelle al dominio di Roma. Senonché,
da un lato egli non ha notato che il gruppo di lettere in realtà è preceduto da
alcune altre lettere ormai non chiare, dall'altro che a questa sua spiegazione si
oppone il fatto che tutti gli altri storici, antichi e moderni, hanno mostrato
di ritenere che gli Ilienses fossero stanziati e arroccati nelle
montagne del centro dell'Isola, mentre è inverosimile ritenere che essi fossero
stanziati nella zona del Marghine e della Campeda, la quale era molto
trafficata e frequentata dai reparti degli eserciti romani proprio perché
attraversata dalla più importante delle strade romane.
D'altra
parte l'intero significato della iscrizione mostra abbastanza chiaramente che
siamo di fronte a una popolazione ormai pacificamente sottomessa al dominio di
Roma e pure alla nuova religione della città dominatrice.
Nel
nesso della seconda riga NURACS SESSAR il primo elemento costituisce la più
antica documentazione scritta del nome del nostro monumento, mentre il secondo
è quasi certamente il plurale di un vocabolo, che probabilmente significava
«fondatori, costruttori, possessori», vocabolo anch'esso sardiano o protosardo,
che noi conosciamo come toponimo al singolare nei territori di Cuglieri e Fonni
Sessa [da confrontare con gli altri
toponimi sardiani Sesséi (Gairo), Sesseri (Gesico)], col probabile significato di «fondo, predio,
possedimento».
Per
finire c'è da segnalare e precisare che l'uso della lingua latina
nell'iscrizione del nuraghe di Áidu Entos è una nuova prova - assieme
con altre analoghe - che i nuraghi sono stati adoperati nelle loro funzioni
civico-religiose fino ad avanzata età imperiale romana. Infatti in tutti i
nuraghi fino al presente scavati e studiati dagli archeologi, sono stati
trovati numerosi reperti di matrice romana e pure numerose monete perfino del
tardo impero.
martedì 10 novembre 2015
Da Atlantide ai Giganti di Monte Prama: i nodi al pettine nella ricostruzione di un dibattito
Da Atlantide ai Giganti di Monte Prama: i nodi al
pettine nella ricostruzione di un dibattito
Ricevo in redazione e pubblico, riservandomi un
commento più avanti nel tempo. Mi preme, tuttavia, segnalare che nessuna
traccia di tsunami devastanti ha colpito la Sardegna nel periodo in esame, ed è
pertanto da rigettare senza indugio questa possibilità. (Nota di Pierluigi Montalbano)
«Per noi è secondario
affermare che la Sardegna sia l’isola sacra di Esiodo, la Tartesso della Bibbia
o l’Atlantide di Platone. Queste ipotesi sono secondarie rispetto alla
grandiosità del lascito che è davanti ai nostri occhi e in gran parte ancora
sotto terra o ricoperto dalla macchia mediterranea. L’eccezionalità
dell’evidenza non ha necessità di forzare alcun processo di mitopoiesi: le
diecimila torri sono comunque una realtà […]» (Anonimo, Un sogno chiamato Nurnet, Condaghes,
Cagliari, 2014, p. 10).
Pur concordando con queste
affermazioni, appare indispensabile ricostruire alcuni snodi e passaggi di
accese polemiche che, evidentemente, non riguardano solo il mondo degli
archeologi. Chi scrive (Federico Francioni), privo com’è delle loro specifiche competenze,
ritiene però essenziale uno sforzo tendente alla ricostruzione storica di un
dibattito che richiederebbe anche conoscenze sul piano massmediologico,
indispensabili per analizzare l’impatto di determinate scoperte sulla società,
la cultura, le mentalità dominanti. L’esposizione mediatica della Sardegna –
dalle roventi polemiche sul libro di Sergio Frau (Le colonne d’Ercole.
Un’inchiesta. Nur Neon, Roma, 2002) sino alle più recenti notizie di
cronaca sugli scavi archeologici nella penisola del Sinis ed in particolare a
Monte Prama – mostrano sempre più che temi e problemi di carattere
storico-culturale ed archeologico vanno ben oltre l’area degli addetti ai
lavori, dotati di competenze scientifiche da cui, sia ben chiaro, non si può e
non si deve
lunedì 9 novembre 2015
Archeologia. Launeddas, uno strumento musicale nuragico che vive in Sardegna da almeno 3000 anni
Archeologia. Launeddas, uno strumento musicale nuragico che vive in
Sardegna da almeno 3000 anni
In
occasione della serata Honebu sulla storia delle launeddas, organizzata il 13
Novembre 2015, a Cagliari/Pirri, in Via Fratelli Bandiera 100, nella quale sarà
relatore Dante Olianas, abbiamo deciso di proporre un articolo su questo
strumento musicale millenario.
Le launeddas, rimaste per lo più inalterate
nell'aspetto e nelle caratteristiche costruttive, possono essere inscritte
nella famiglia di aerofoni policalami, tutt'ora presenti nel Mediterraneo, aventi
come antenati comuni i clarinetti bicalami egizi e sumeri. Una delle
caratteristiche peculiari delle launeddas è la presenza, oltre alla canna di
bordone (la più lunga e priva di fori, denominata "su tumbu"), di due
canne melodiche. La canna intermedia, detta "sa mancosa manna", è
legata al "tumbu" con uno spago e assieme vengono tenute dalla mano
sinistra; quella più piccola, "sa mancosedda", è tenuta con la mano
destra. Le due canne melodiche sono provviste di cinque fori quadrangolari:
quattro vengono diteggiati con le falangette delle mani, mentre sul quinto,
detto "s'arrefinu", viene apposta della cera d'api per perfezionare
l'intonazione dello strumento. All'estremità delle tre canne viene infisso un
cannellino, "sa cabitzina", dal quale si ricava, per incisione di tre
lati, l'ancia. Si tratta di uno strumento musicale di origini
molto antiche, ancora oggi usato nella
domenica 8 novembre 2015
Il Malocchio in Sardegna e i rimedi tradizionali per curarlo.
Il Malocchio in Sardegna e i rimedi tradizionali per curarlo.
di Fabrizio e Giovanna

Questo articolo, scritto dagli amici Fabrizio e Giovanna (redattori del Mulino del Tempo) è il più letto nel blog "Il Mulino del Tempo" e ritengo sia interessante proporlo nel quotidiano on line per richiamare l'attenzione dei lettori sulle pratiche legate a ideologie ancora in uso presso le nostre comunità, e diffuso a carattere internazionale con altre denominazioni.
Il Malocchio è una pratica malefica che affonda le sue radici nel passato più remoto; le modalità di trasmissione, come lascia intendere la parola, passa dallo sguardo, infatti si dice che gli occhi abbiano la capacità di trasmettere all’esterno le forze nascoste nel corpo.
Si parla di Malocchio anche nella mitologia dei popoli antichi, lo sguardo rabbioso delle donne dell'Illiria poteva uccidere, il gigante Balor delle leggende celtiche poteva addirittura trasformare il suo unico occhio in un'arma letale e Medusa aveva la capacità di tramutare in pietra chiunque incontrasse il suo sguardo.
Il potere degli occhi viene attribuito soprattutto agli esseri umani sospettati di stregoneria, in particolar modo alle donne.
Secondo la tradizione alcuni esercitano involontariamente con il semplice atto di posare lo sguardo su un'altra persona. I sintomi del malocchio sono, a livello fisico, mal di testa frequenti senza averne mai sofferto prima e senza una causa patologica, cattivo umore e sindrome depressiva; possono accadere degli eventi negativi spesso all'interno della
di Fabrizio e Giovanna

Questo articolo, scritto dagli amici Fabrizio e Giovanna (redattori del Mulino del Tempo) è il più letto nel blog "Il Mulino del Tempo" e ritengo sia interessante proporlo nel quotidiano on line per richiamare l'attenzione dei lettori sulle pratiche legate a ideologie ancora in uso presso le nostre comunità, e diffuso a carattere internazionale con altre denominazioni.
Il Malocchio è una pratica malefica che affonda le sue radici nel passato più remoto; le modalità di trasmissione, come lascia intendere la parola, passa dallo sguardo, infatti si dice che gli occhi abbiano la capacità di trasmettere all’esterno le forze nascoste nel corpo.
Si parla di Malocchio anche nella mitologia dei popoli antichi, lo sguardo rabbioso delle donne dell'Illiria poteva uccidere, il gigante Balor delle leggende celtiche poteva addirittura trasformare il suo unico occhio in un'arma letale e Medusa aveva la capacità di tramutare in pietra chiunque incontrasse il suo sguardo.
Il potere degli occhi viene attribuito soprattutto agli esseri umani sospettati di stregoneria, in particolar modo alle donne.
Secondo la tradizione alcuni esercitano involontariamente con il semplice atto di posare lo sguardo su un'altra persona. I sintomi del malocchio sono, a livello fisico, mal di testa frequenti senza averne mai sofferto prima e senza una causa patologica, cattivo umore e sindrome depressiva; possono accadere degli eventi negativi spesso all'interno della
sabato 7 novembre 2015
Una miniera di relitti nel mar Egeo: Al largo delle isole Fourni gli archeologi hanno scoperto i resti di 22 navi antiche
Una miniera di relitti nel mar
Egeo: Al
largo delle isole Fourni gli archeologi hanno scoperto i resti di 22 navi
antiche
di Nick Romeo - fotografie
di V. Mentogianis
Ben 22 relitti individuati in
un'area di meno di 50 chilometri quadrati sul fondo dell'Egeo, intorno al
piccolo arcipelago di Fourni, in sole due settimane: la sensazionale scoperta
compiuta nel settembre scorso di recente da un team di archeologi greci e
americani sta fornendo nuovi e interessanti dettagli sulle rotte commerciali e
sulle tecniche di costruzione navale nell’antico Mediterraneo. A guidare gli
studiosi sono state le indicazioni di pescatori e subacquei locali. I relitti
coprono un arco di tempo vastissimo: il più antico risale al periodo arcaico
(700 - 480 a.C.), mentre il più recente è del Cinquecento. Sono state
individuate anche alcune navi del periodo classico ed ellenistico, tuttavia la
maggior parte delle imbarcazioni - 12 su 22 - appartengono al periodo tardo
antico romano (IV - VII secolo d.C.). “Ci troviamo in un’area archeologica
incredibilmente ricca”, dice George Koutsouflakis, direttore degli scavi e
archeologo del Dipartimento greco per l’archeologia subacquea. Una scoperta di
questo tipo è un evento eccezionale ed estremamente raro, ma i ricercatori sono
comunque certi che troveranno altri
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