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mercoledì 24 aprile 2013

Libro pdf scaricabile gratuitamente: Le Navicelle Bronzee Nuragiche

Le Navicelle Bronzee Nuragiche
di Pierluigi Montalbano


I bronzetti delle navicelle, per la loro rarità iconografica, hanno certamente avuto carattere più votivo che pratico, e perciò è arduo interpretare il significato più profondo di queste opere artistiche. Inoltre il fattore decorativo ha, fra le sue convenzioni, il produrre immagini che superano o alterano nel mito ornamentale gli elementi della realtà e della natura. Per questi motivi propongo ai lettori una chiave interpretativa che deve funzionare secondo la visione propria di ogni singolo osservatore, secondo la propria cultura, le proprie considerazioni e le proprie convinzioni, senza lasciarsi suggestionare dalle teorie che per decenni hanno visto gli studiosi cimentarsi in un lavoro di ricostruzione storica, riguardo la Sardegna, che vedeva il popolo isolano incapace di navigare, di proporre una civiltà pari almeno a quelle dei popoli vicini e di produrre cultura. Invito tutti a riflettere su tutto ciò che i nostri avi ci hanno lasciato, dai nuraghi ai bronzetti, dalle ceramiche alle tombe dei giganti, dai manufatti in ossidiana ai lingotti ox-hide. Vi offro, quindi, il libro sulle navicelle bronzee, frutto della mia tesi di laurea, per fornire un punto di vista differente a chi avesse voglia e tempo per approfondire, affidando al filtro dei lettori ogni conclusione sui temi affrontati.


Per scaricare il libro in formato pdf cliccare quì

martedì 23 aprile 2013

La metallurgia tra il calcolitico e l’età del Ferro

La metallurgia tra il calcolitico e l’età del Ferro
di Pierluigi Montalbano


Il metallo, come ho già detto, fa la sua prima apparizione nella cultura di Ozieri: un pugnale e alcune verghe di rame dai fondi di capanna del settore F da Cuccuru Arrius di Cabras e un paio di anelli d'argento dalla tomba V della necropoli di Pranu Muttedu di Goni. La comparsa del metallo e l'inizio della metallurgia è un fatto che sembra essersi verificato contemporaneamente in Sardegna, in Corsica ed in Sicilia dove le prime scorie di rame, ancora aderenti alla parete di un crogiuolo, sono state raccolte nello strato di Diana sull'Acropoli di Lipari.
È ragionevole ritenere che anche nelle isole si sia verificato un profondo rivolgimento economico con un radicale cambiamento degli equilibri consolidati che ha ovunque segnato il passaggio dal Neolitico all’Eneolitico. La diffusione del metallo causa una diminuzione d’interesse nei confronti dello sfruttamento e della circolazione dell’ossidiana e accelera il processo di decadenza economica e la partecipazione ai fenomeni più generalmente diffusi in Italia peninsulare ed insulare, dando luogo alla formazione delle culture eneolitiche di Abealzu e Filigosa che ereditano da quella di Ozieri molte forme ceramiche.
In seguito si arriva alla cultura di Monte Claro che si articola in facies locali: meridionale, oristanese, nuorese e settentrionale. Il patrimonio culturale è ricco ed elaborato: annovera numerosi insediamenti in grotta e all'aperto; deposizioni in tombe a fossa, sepolcri a forno, domus de janas, tombe a cista, tombe megalitiche, con rito esclusivamente inumatorio. Lo strumentario di selce e di ossidiana è scarso e, come abbiamo visto, alla cultura di Monte Claro risale il primo caso conosciuto nell'isola di riparazione antica di un vaso con grappe di piombo.
L’eccezionale fioritura di Monte Claro è forse spiegabile con un’economia agricola in ripresa, con un incremento delle attività pastorali e con l’avvio allo sfruttamento delle risorse minerarie dell'isola che inseriscono a pieno titolo la Sardegna nelle rotte di prospezione mediterranea, innescando un processo economico ed evolutivo di vasta portata. Nei pugnali raffigurati nelle statue-menhirs di Laconi e Nurallao si attestano due tipi di arma segnalando il momento del trapasso di uso dall'una, forse ormai solo cerimoniale, all'altra, certamente ancora rara e preziosa.
L'area di rinvenimento delle statue-menhirs dista meno di 8 km in linea d'aria dai giacimenti di calcopirite, galena e blenda di Funtana Raminosa, nei monti del Sarcidano, lungo il versante occidentale digradante del massiccio delle Barbagie di Belvì e Seulo. La prima età del Bronzo è segnata dalla cultura di Bonnannaro. Lo strato intatto sigilla le domus de janas, pochi oggetti d'ornamento, pochissime armi e scompare totalmente lo strumentario litico. Si potrebbe pensare al passaggio di piccoli gruppi che passando dalla Corsica sono portatori al nord degli elementi più antichi della facies A. Questo non esclude che vi siano stati anche influssi esterni che agirono insieme su di un contesto indigeno.
Giova un confronto con la Sicilia, dove all'inizio dell’età del Bronzo tutta l'isola e le Eolie vengono investite da stimoli che sfociano nelle due culture di Capo Graziano e Castelluccio, marinara l’una, agricolo-pastorale l'altra, entrambe fortemente intrise di caratteri allogeni che fanno pensare a immigrazioni. Queste due culture costituiscono una netta cesura con il passato e sovvertono completamente i valori culturali esistenti. Nella media età del Bronzo il collegamento fra la nascente civiltà micenea e il Mediterraneo occidentale pone basi stabili e si intesse una rete di rapporti organizzati che ripercorrono in parte tracciati precedenti. Un ruolo fondamentale in queste vicende è certamente svolto dalla necessità di approvvigionamento di materie prime e soprattutto di metalli.

Le analisi di archeometallurgia spiegheranno se i lingotti “ox-hide” siano stati prodotti da minerali sardi o se provengono dall’Egeo o da Cipro. Non vi è ragione plausibile per supporre che il movimento che parte dall'Egeo, diretto all'acquisizione dei metalli, escluda le zone minerarie della Sardegna. Per lo stesso motivo si ritiene che la rotta dei metalli dovesse raggiungere anche le zone minerarie della penisola iberica.
Nascono alcuni quesiti: è ancora valida, e fino a che periodo, la limitazione della navigazione da costa a costa? In caso affermativo, perché questa limitazione non si dovrebbe applicare anche ai micenei che attraversavano il Tirreno per la rotta più lunga, stabilendo una base a una delle estremità del Golfo di Cagliari? Nell'economia dell'approvvigionamento di metalli avrebbe consentito un accesso strategico alle miniere del Sulcis.
E' ipotizzabile che i traffici si svolgessero unicamente fra i micenei e le popolazioni nuragiche? Quando si può presumere che questi contatti abbiano avuto inizio?
In Sardegna questo periodo vedrebbe l’edificazione dei nuraghi, delle tombe di giganti con stele centinata e la realizzazione di ceramiche a decorazione metopale e a nervature. In quest'epoca si collocano le prime grandi asce a margini rialzati e a profilo ellitico, e alcune daghe a base semplice, simili alle forme dell’età del Bronzo Medio peninsulare nonché la produzione di forme analoghe ai pugnali di tipo Arreton Down di Wessex.
Si possono far risalire a questo periodo anche i primi lingotti che in tutto il bacino del Mediterraneo costituiscono una delle forme più antiche di accumulo di metallo sia ai fini di tesaurizzazione sia di scambio. Conseguentemente è legittimo ipotizzare che la struttura economica e sociale delle comunità che eressero i primi nuraghi, per l'evidente e ingente meccanismo di accantonamento di risorse, di organizzazione operativa e d’investimento di forza-lavoro necessario a compiere tali opere, sia stata in grado di intraprendere lo sfruttamento sistematico delle miniere.
La presenza dei marchi in scrittura egea, cretese, micenea e cipro-minoica è un indizio della complessità dei processi di produzione, circolazione e scambio che dovevano essere istituiti fra le popolazioni locali ed i mercanti dei metalli. Lo sviluppo culturale differenziato osservato nel periodo precedente prosegue con l'ampliamento dei villaggi, con l'elaborazione delle tombe di giganti e con la costruzione di tempietti detti “a megaron”.
I fatti più significativi sono l'adozione della strumentazione per la lavorazione del bronzo, l'introduzione di strumenti a doppio tagliente (doppie asce, bipenni, picconi) e il moltiplicarsi delle matrici di fusione, indizio certo di una produzione sistematica ed abbondante. Sicuramente i minerali della Sardegna hanno costituito un’attrazione per le popolazioni della Sicilia e delle Eolie, notoriamente prive di tali materie prime, ed è assai plausibile che, sulla scia dei Micenei e dei Ciprioti, siano stati istituiti rapporti regolari.
Fra la fine dell’età del Bronzo e l'inizio dell’età del Ferro, nella Sardegna nuragica si verifica una rivoluzione che vede l'emergere di una classe aristocratica con conseguente radicale mutamento delle strutture economiche e sociali, accompagnato da un nuovo sensibile sviluppo nelle condizioni generali di ricchezza. Salvo limitate eccezioni non si costruiscono più nuraghi, taluni sono ristrutturati e ampliati, altri subiscono parziali demolizioni e cambiano destinazione d’uso.
Le due espressioni più significative sono la produzione dei bronzetti e quella delle grandi statue di pietra, la prima delle quali è un fatto di portata rilevantissima che investe tutta l'isola, legata alla tecnica della cera persa e di indizio inequivocabile di una produzione metallurgica di tutto rispetto. Di certo i mutamenti di forze e di aggregazioni verificatisi nel Mediterraneo in coincidenza con l'apparizione dei Fenici e con la diffusione della metallurgia del ferro non possono essere estranei alle vicende che abbiamo descritto.
Non si può escludere che si siano ripercorse, sotto diverse bandiere, le stesse rotte Tirreniche aperte dalla navigazione per il commercio dell’ossidiana prima, e successivamente Micenea e Cipriota, sempre tenendo presente che come per i Micenei non si intende con il termine Fenici indicare un popolo specifico.
La Sardegna sembra essere il cardine intorno al quale ruota buona parte di traffici del Mediterraneo occidentale. Non è casuale la presenza di bronzetti nel famoso corredo della tomba Cavalupo di Vulci del IX a.C.: essa prova che già in quell'epoca nella quale nulla di simile esisteva in Occidente, questa produzione caratteristica nuragica era matura e fiorente.
In conclusione la Sardegna, per l'eccezionale ricchezza delle sue risorse, fu una delle più significative realtà dell'economia del mondo antico. Inoltre le culture esterne, attratte dalle fonti della materia prima, di epoca in epoca hanno fatto dell'isola un crocevia di tutti i traffici del Mediterraneo occidentale.


Testo tratto dalla mia tesi di laurea sulle Navicelle nuragiche.

Nelle immagini:
Lingotto ox-hide al British Museum di Londra
Oggetti in bronzo al Museo Archeologico di Cagliari

lunedì 22 aprile 2013

Le risorse minerarie e la prima metallurgia in Sardegna

Le risorse minerarie e la prima metallurgia in Sardegna
di Pierluigi Montalbano


Nel processo di sviluppo delle comunità protosarde, le miniere hanno indubbiamente esercitato un ruolo determinante. Particolarmente nell'Iglesiente, sono presenti strutture geologiche classificate tra le più antiche d'Europa, sicuramente le più antiche dell'area mediterranea; per cui la Sardegna, è considerata una delle regioni più interessanti d'Europa per ricchezza e varietà di minerali.
Già dal Neolitico, le risorse minerarie della Sardegna erano oggetto di particolare interesse da parte di diversi popoli già socialmente ed economicamente evoluti che, dalle regioni orientali, avviavano le prime migrazioni e colonizzazioni commerciali nel vasto bacino mediterraneo, raggiungendo le estreme regioni occidentali e toccando anche la Sardegna.
La prima grande risorsa geomineraria a essere sfruttata in Sardegna fu certamente l’ossidiana, un composto di lava vitrea finissima di colore nero intenso e notevole durezza, presente nei vasti giacimenti del Monte Arci, presso Oristano. L'uomo del Neolitico fece uso dell'ossidiana per realizzare armi, utensili e oggetti d'uso comune, indispensabili per le esigenze della propria vita.
Nell'intero bacino mediterraneo, erano stati individuati appena cinque giacimenti di una certa rilevanza di questo prezioso materiale, tutti in isole: Melos (Egeo), Pantelleria, Lipari (Eolie), Palmarola (Ponziane) e Sardegna. Per millenni questa rara e preziosa materia prima, percorse le più disparate rotte del Mediterraneo, raggiungendo i mercati più lontani dell'Africa settentrionale, dei Balcani, della penisola Italica, dell'Iberia e della Provenza. Solo la successiva scoperta dei primi metalli, rame e stagno, indusse l'uomo ad accantonare progressivamente l'uso delle pietre dure.
Nel periodo di transizione dal Neolitico all’età del Bronzo le armi e gli utensili di rame spesso svolsero solo un ruolo subordinato in confronto a quelli di pietra. Perciò quest'epoca è chiamata età del Rame (anche Eneolitico o calcolitico). Gli inizi della metallurgia in Sardegna risalgono al periodo della cultura di Ozieri. Nel periodo delle culture di Abealzu, Filigosa e Monte Claro le tracce della lavorazione del rame diventano sempre più frequenti. Per la prima volta si producono anche pugnali che sono colati in forme e induriti in seguito a colpi di martello. Fra i corredi tombali della cultura del vaso campaniforme troviamo oggetti realizzati in una lega di rame e arsenico che presentava un maggiore grado di durezza. Il passo successivo, quello cioè di aggiungere al rame alcune parti di stagno per ottenere un bronzo di durezza notevolmente maggiore, ci è noto in Sardegna solo dalla cultura Bonnannaro.
La prova finora più antica di una lavorazione locale di minerali di piombo è fornita da una ciotola in stile Monte Claro rinvenuta presso Iglesias, aggiustata con graffe di piombo proveniente dai giacimenti di galena situati nei dintorni di Iglesias. Funtana Raminosa, la più grande miniera di rame della Sardegna, si trova invece nella valle al confine fra il Sarcidano e la Barbagia di Seulo. Sull'adiacente altopiano presso Laconi si sono trovate le prime statue-menhir della Sardegna, sulle quali sono raffigurati pugnali di metallo. Sotto la linea della cintola, spicca una specie di doppio pugnale con impugnatura centrale comune alle due lame triangolari. Il motivo sul petto dei menhir, simile a un tridente o a un candelabro, simboleggia secondo alcuni archeologi una figura umana capovolta, un morto. Secondo altri si tratta, invece, di una stilizzazione delle braccia con, all’interno, uno scettro, ossia il simbolo del potere. A mio avviso è una rappresentazione del simbolo maschile e di quello femminile che si uniscono.

Tratto da "Le Navicelle Bronzee" - tesi di laurea di Pierluigi Montalbano.
Nell'immagine: La Navicella di Costa Nighedda.

domenica 21 aprile 2013

La luce artificiale una scoperta che cambiò le abitudini

L'illuminazione nell'antichità
di Samantha Lombardi


Perché la luce sia splendente, ci deve essere l’oscurità
F. Bacon

Nell’antica Roma, all'imbrunire, e durante la notte, erano solo le case dei ricchi a essere illuminate con numerose torce, mentre, ai meno abbienti era riservata la sola luce emanata dalla luna. Nel corso del medioevo non vi furono cambiamenti sostanziali nei sistemi di illuminazione artificiali. Le principali fonti di luce si ottenevano da lampade e torce ad olio, ma anche dalla cera. Gli edifici più illuminati erano sicuramente quelli religiosi, in particolare le chiese, mentre, le abitazioni, di solito, erano rischiarate dalla debole luce del focolare o al massimo da qualche torcia.
Agli inizi del Settecento, (definito, per ironia dei nomi, il secolo dei Lumi) la situazione non era cambiata dal momento che, l’illuminazione artificiale, non aveva subito grosse trasformazioni per cui si continuarono ad usare lumi ad olio ed il fuoco per mezzo di torce, candele, lumi, focolari ecc. Solo le zone centrali più importanti erano fornite di luci, anche se spesso, insufficienti, tanto che, per eventi di particolare rilevanza, si ricorreva a grandiose fiaccolate come avvenne, nel 1716, per la nascita del figlio di Carlo VI. La stessa cupola di San Pietro era rischiarata da una fila di grosse lanterne a candela. L’illuminazione delle strade era affidata anche ai lumi appoggiati alle pareti o agli angoli dei palazzi, posti spesso all’interno di altarini da dove le famose madonnelle* stradaiole, così erano chiamate a Roma le edicole sacre, spargevano verso il basso la loro incerta e debole luce ma che, con grande spettacolo suggestivo, rischiaravano il volto della Madonna.

sabato 20 aprile 2013

Creta, età del Bronzo: Nuova vita per Eleutherna

Creta: Nuova vita per Eleutherna


Il museo del sito archeologico di Eleutherna, nella prefettura di Rethymno, a Creta, sarà pronto a ricevere i primi visitatori nel 2015. Si sta ultimando, infatti, la sua costruzione. A tutt'oggi sono pronti il seminterrato e il primo piano.
Con la previsione di apertura è stato anche approvato un piano di scavo (2013-2015) che vedrà impegnato il Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell'Università di Creta, presente sul sito dal 1985. Le indagini scientifiche coinvolgeranno il professor Nicholas Stampolidis, docente di Archeologia Classica e la dottoressa Christina Tsigonaki, che si occupa di archeologia bizantina. Gli scavi mirano a rivelare la fase ellenistica e romana della città e a individuare la reale ampiezza della necropoli geometrico-arcaica di Orthi Petra.
Gli scavi di Eleutherna hanno permesso di recuperare reperti eccellenti appartenenti a diverse fasi cronologiche, come case e strade lastricate, santuari, una grande cava di calcare, iscrizioni, sculture, oggetti e vasi in vetro e metallo, statuine e oggetti in avorio.

venerdì 19 aprile 2013

Ritratti di Sardegna: "La tradizione classica incontra il folklore"

               
Ritratti di Sardegna: "La tradizione classica incontra il folklore"
Musica di Lao Silesu, Gavino Gabriel, Ennio Porrino





“La luna calava nel vasto occidente, dando alla brughiera un incanto selvaggio. O pallide notti delle solitudini sarde… L’aspro odore del lentischio, il lontano mormorio dei boschi solitari, si fondono in un’armonia monotona e melanconica, che da all’animo un senso di tristezza solenne, una nostalgia di cose antiche e pure….”

Grazia Deledda
(tratto da “Elias Portolu” per la Rapsodia Sarda)

Il progetto:
Suoni dell'Isola, incantevoli melodie quasi nate dal vento e dalle pietre e ritmi di danza dal sapore antico, capaci di ammaliare i viaggiatori e riecheggianti nel cuore di chi ha lasciato la propria terra e in più il gusto di una riscoperta, la novità di una partitura ritrovata e inedita.  Il fascino delle musiche di Lao Silesu, Gavino Gabriel e Ennio Porrino – tre artisti che respirarono la vive temperie europee tra Ottocento e Novecento, i primi due, anzi coetanei per nascita della generazione dell'80 foriera con Alfano e Respighi, Pizzetti,  Malipiero e Casella di una vera rivoluzione nella scena sonora italiana, il più giovane Porrino destinato a suscitare interesse ben oltre le alpi, specie in Germania – racchiuse in un cd e fil rouge di un concerto è forse proprio nel felice equilibrio fra tradizione e innovazione.
L'eleganza e la raffinatezza formale si sposano alle metriche di un ballo e alle parole poetiche di una canzone, in un affresco variegato e prezioso delle atmosfere cittadine, dei riti e dell'allegria della festa, fino alle note tenere e magari maliziose di una serenata: un mondo palpitante di visioni e emozioni si traduce  in accordi, vibra sulle corde di un violino, che raddoppia e cui fanno eco le voci più gravi del violoncello e della viola. Inaspettatamente da un quartetto d'archi, emblema della musica colta emergono sonorità squisitamente popolari, con l'effetto di una polifonia di launeddas e il timbro e le dinamiche di un organetto.
Spazio quindi a Notte di mezzo luglio a Bonaria, Osteria a mare e Cagliari, la Peripatetica di Gavino Gabriel che firma anche un Fastiggiu e Abbrìvi, mentre le Tre canzoni italiane di Ennio Porrino rispecchiano tre momenti solo apparentemente contrastanti, ma meglio complementari della realtà dell'Isola: alla Canzone religiosa per “La processione di Sant’Efisio” si giustappone una celeberrima Canzone d’amore, la “Disispirata” di Aggius mentre per la Canzone a Ballo ecco affiorare l'eco dei passi di una Danza di Desulo (anninnora). Ouverture del concerto (e del disco) accanto alla sua “Sèrènade sarde”, la “Rapsodia sarda”, dedicata a Grazia Deledda di Lao Silesu, quasi un simbolo del legame tra l'artista e la sua terra, per una squisita rielaborazione del folklore in chiave europea e già universale.

giovedì 18 aprile 2013

Età del Bronzo: reperti portati alla luce nel corso degli scavi per la TAV a Bergamo.

Scoperte nella pianura bergamasca


Testimonianze della vita di 2000 anni fa rivelate dall'Alta Velocità nella pianura bergamasca. Da un anno sono partite le indagini archeologiche lungo il percorso che vedrà posizionati i binari della Tav. Il primo bilancio non è certo di poco conto: 33 cantieri archeologici tra Treviglio e Antegnate hanno riportato alla luce reperti risalenti ad un periodo che va dalla tarda Età del Bronzo (XII secolo a.C.) fino all'Età Rinascimentale (XV secolo d.C.).
Quanto è stato scoperto finora riguarda insediamenti abitativi e necropoli, dai quali sono emersi monete emonili d'argento, punte di freccia, giavellotti in bronzo e molti oggetti in ceramica e vetro. tutto ad una profondità di appena 20-60 centimetri.

Il maggior numero di ritrovamenti sono ascrivibili all'età romana e tardo romana (I secolo a.C. - IV secolo d.C.). Particolarmente interessante è una necropoli ritrovata a Bariano, composta da 36 tombe disposte lungo una strada antica larga sei metri che faceva parte della rete viaria romana nella pianura bergamasca. Le tombe contenevano corredi funerari con piatti, coppe, olle, balsamari, il tutto piuttosto frammentato. Sono state trovate anche delle monete, il famoso "obolo di Caronte" che, come si credeva in antico, i defunti dovevano consegnare al terribile nocchiero dell'Ade per poter usufruire di un "passaggio" sull'infernale traghetto che attraversava il fiume Acheronte.


Fonte: Le nebbie del tempo.

Invito i lettori a confrontare l'immagine in alto (Reperti di Bergamo) con le due sotto (Museo di Cagliari). E' evidente che si tratta degli stessi reperti.

mercoledì 17 aprile 2013

Sardegna, per un turismo sostenibile - libro pdf scaricabile gratuitamente-

Sardegna, per un turismo sostenibile - libro pdf scaricabile gratuitamente-



Cari lettori del quotidiano di storia e archeologia,
in un momento di crisi economica e di carenza di lavoro ho pensato di regalare agli operatori turistici, e agli amici che mi seguono su queste pagine, una mia nuova fatica letteraria. Questa volta ho dedicato l'attenzione a un tema spesso dibattuto ma raramente approfondito nei suoi princìpi costitutivi: il ciclo di vita di una destinazione turistica e la sua sostenibilità. Chi volesse scaricare gratuitamente il file, ed effettuare quindi il download del libro, dovrà semplicemente provvedere alla stampa in una qualunque copisteria. Confido nella vostra riservatezza per quanto riguarda l'utilizzo del contenuto, in quanto il copyright vorrei comunque tenerlo di mia proprietà in vista di futuri aggiornamenti o per una veste editoriale dedicata alle scuole.

PER SCARICARE CLICCARE QUI

Buona lettura.

martedì 16 aprile 2013

Escursione archeologica a Olbia: Cabu Abbas, Sa Testa e Su Monte e S'Abe. 2° e ultima parte.

Escursione archeologica a Olbia: Cabu Abbas, Sa Testa e Su Monte e S'Abe. 2° e ultima parte.
di Pierluigi Montalbano

E’ mattino, e Yago mi porta il guinzaglio vicino al letto. Mi sento osservato e con la coda dell’occhio intuisco la sua figura fra me e la finestra. E’ ora di alzarsi, un nuovo giorno, questa volta dedicato alla scoperta del territorio di Olbia, ci attende. L’appuntamento con gli amici di ArcheOlbia è nella piazzola dell’Hotel Demar, sotto il nostro balcone. Mi affaccio e vedo il sole che sorge all’orizzonte. Yago inizia a brontolare, la sua passeggiata mattutina non può attendere. Rapidamente infilo la tuta e usciamo, mentre Rita prepara i bagagli. La temperatura è tiepida, temo che più tardi il sole riscalderà parecchio. Intorno all’hotel, alla periferia nord della città gallurese, noto con soddisfazione che l’indirizzo economico delle attività è legato al turismo. Caffetterie, pasticcerie, gelaterie, negozi di artigianato, hotel, dolci sardi…gli olbiensi non si fanno mancare nulla. Saldo il conto, ringrazio per l’ospitalità, e chiedo lumi alla proprietaria sul motivo di un costo così contenuto. Mi spiega che la crisi si sente anche in Gallura, e la stagionalità si è ridotta. In sostanza l’offerta turistica è concentrata nei mesi estivi, e durante l’anno si apre solo per coprire i costi.

Suggerirò questa struttura agli amici del capo di sotto che intendono trascorrere una vacanza destagionalizzata in questa zona. Imma e Pietro, i nostri amici di Olbia, sono pronti per l’escursione, e ci avviamo verso la zona sud della città. Dopo pochi minuti siamo bloccati, lungo il percorso si svolge una maratona dilettantistica e siamo costretti ad attendere il passaggio di tutti i concorrenti. Sbuffano, pestano le scarpette sull’asfalto e, ansimanti, tentano di mantenere il passo con il gruppetto dei primi, speranza vana a giudicare dal loro aspetto. E’ ora di ripartire, gli addetti al traffico fanno un cenno con la paletta e siamo nuovamente in marcia. Una rotonda dietro l’altra giungiamo in periferia, mi chiedo se gli amministratori abbiano ottenuto una fornitura conveniente di cemento e l’abbiano destinata alla realizzazione delle decine di rotatorie che affollano questa località. Imma, la nostra amica e guida, suggerisce di iniziare l’itinerario dal nuraghe Cabu Abbas, una struttura abbarbicata sulla cima di una montagna dalla quale si domina il Golfo di Olbia. Accettiamo di buon grado, mai contraddire i locali, e parcheggiamo l’auto nei pressi di una fontana alla base del colle. L’acqua è purissima, fresca e abbondante, non mi sorprende che i nuragici decisero di antropizzare questo sito. Inizia la salita a piedi, un faticoso sentiero granitico ben curato che mette a dura prova le nostre articolazioni. Il panorama migliora con l’altezza e ci fermiamo per tirare il fiato. Tafoni e granito sono a portata di mano, rifletto sul fatto che la pietra non manca in questo sito. Giunti alla sommità siamo avvolti da una serie di poderosi muri a secco, spessi circa 4 metri, che circondano la vetta. Un ingresso a corridoio ricavato nello spessore murario conduce verso il nuraghe, somiglia alla muraglia di Monte Baranta, ma in questo caso è circolare e i sassi non sono ciclopici. Da lassù si gode di una vista pazzesca! Il porto, la baia, i verdi terreni a valle, e il silenzio è rotto solo da qualche uccello che richiama i suoi piccoli. Il profumo della natura è forte, e si miscela piacevolmente con il paesaggio.

Proseguiamo la salita per qualche metro, non senza qualche difficoltà, è giungiamo sulla vetta. Apriti cielo, entriamo in un nuraghe realizzato sfruttando parzialmente lo sperone roccioso. Si notano le camere, la scala e le nicchie, e si intuisce la planimetria, con almeno due tholos sovrapposte, oggi presenti solo in pochi filari, che fanno di questo sito uno dei più suggestivi presenti nell’isola. La vista a 360° ci fa capire che i nuragici si trattavano bene, e sapevano dove, come e perché costruire. Realizzato con massi di granito sbozzati e disposti su file regolari, il nuraghe presenta un ingresso architravato rivolto a Sud che introduce in un corridoio di 3 metri sulle pareti del quale si aprono a destra una piccola nicchia e a sinistra una scala di cui rimangono 9 gradini che portava al piano superiore, ora scomparso.

La camera quasi circolare, oggi svettata, presenta due nicchie e nella parete di fondo è realizzato un piccolo pozzo, probabilmente utilizzato per le derrate alimentari. Yago gironzola felice per il sito, entrando nelle nicchie per cercare un po’ d’ombra. Avere un doppio manto peloso nero è certamente utile in inverno, ma con queste temperature costringe a evitare i raggi solari. La scoperta nel 1936 di un bronzetto raffigurante una donna con anfora sulla testa, e la presenza della sorgente a valle, testimoniano una funzione rituale, legata al culto delle acque. La cortina muraria lunga oltre 200 metri, cinge il sito ed è alta circa 5 metri. Ingloba numerosi affioramenti rocciosi ed è costruita nella parte inferiore con grandi blocchi di granito ai quali si sovrappongono nei livelli superiori massi più piccoli. Dopo le consuete foto ricordo, scendiamo a valle per ristorarci alla sorgente del parcheggio. La seconda tappa è il pozzo sacro Sa Testa, a Pittulongu, un borgo costiero alla periferia di Olbia.

Imma ci precede e saluta i ragazzi che gestiscono le visite al sito. Francesco, l’archeologo che ci guiderà alla scoperta del monumento è preparato, sono felice che il livello delle guide turistiche sia all’altezza dei nostri beni culturali. Il tempio è costituito da un ampio cortile circolare, un atrio, una scala e una camera con volta a tholos che capta la vena sorgiva. Il cortile lastricato è attraversato da una canaletta per il deflusso dell'acqua e presenta lungo l'intero sviluppo un bancone-sedile. Il tempio a pozzo, realizzato con blocchi di scisto, granito e trachite, leggermente sbozzati, conserva in parte l’ingresso, realizzato a un livello inferiore rispetto al cortile. L'ambiente trapezoidale presenta sedili lungo le pareti e il pavimento lastricato è attraversato da una canaletta.

La scala ha 17 gradini, e presenta una copertura costituita da lastre di granito che riproducono una sorta di scala rovesciata. La camera del pozzo è realizzata con massi disposti su 28 filari regolari. Sopra l’ipogeo si conserva per un’altezza residua di circa un metro e mezzo, una camera a tholos. Il tempio, come di consueto, è databile tra la fine del Bronzo e il Primo Ferro. I ragazzi dell'associazione ArcheOlbia, ci raccontano che la notte di San Lorenzo organizzarono un evento notturno allestendo il sito con lumicini e torce, dando vita a un evento che piacque parecchio ai visitatori.

E’ un suggerimento che girerò ad altri gestori, invitandoli a copiare questa bella iniziativa. E’ quasi ora di pranzo, ma l’escursione non è ancora completa, Imma ci convince ad andare verso Loiri, nei pressi dell’Aeroporto Costa Smeralda, alla Tomba di Giganti Su Monte e S’Abe. Lungo la strada, superate un centinaio di rotatorie tanto grandi quanto inutili, notiamo due siti interessanti: la fattoria romana di S’imbalconadu, nota per il rinvenimento di una stele in granito con il simbolo della dea fenicia Tanit, e il Castello di Pedres, un complesso del XII d.C. commissionato dai Visconti, una potente famiglia pisana che resse il Giudicato di Gallura fino al XIII secolo. Edificato su una ripida roccia alta quasi 100 metri, sovrasta la parte meridionale della conca di Olbia. A pochi metri dalla rupe troviamo ad aspettarci gli amici della cooperativa che presidia la Tomba di Giganti. Il sepolcro di Su monte e s'abe è considerato il più grande della Sardegna con i suoi 28,5 metri di lunghezza dall’ingresso all’abside, nonostante sull'altopiano di Goronna, a Paulilatino, si conservi un corridoio funerario di 24,5 metri, poco più lungo dell’interno di quello che vediamo oggi. La sepoltura a corridoio, di derivazione dolmenica, è costituita da un esedra composta da lastroni verticali, con bancone-sedile alla base, e da un corridoio a ortostati con copertura a piattabanda.

La camera sepolcrale deriva da una sepoltura più arcaica, un alleè cuverte, che in un secondo momento è stata rifasciata e trasformata in tomba dei giganti. La grande stele centinata, della quale si conserva solo il lato sinistro fino all'altezza della sommità del portello, è assente, ma secondo la nostra guida doveva essere bilitica, alta circa quattro metri. Al termine del corridoio funerario è infissa una lastra, perpendicolarmente all'asse, e dietro essa ci sono alcuni metri di tumulo fino all'abside, incredibilmente non ancora oggetto di scavo. Incuriosisce lo spazio fra la lastra e l’abside, e a mio avviso potrebbe celare un’arcaica cista litica, simile a ciò che si nota a Lunamatrona nella Tomba di Giganti denominata Cuaddu de Nixas. Il nostro fidato amico Yago è l’unico ad avere il privilegio di infilarsi nel corridoio funerario, e ci osserva compiaciuto scodinzolando animatamente. Pietro, uno degli amici che ci accompagna nell’escursione, fortunatamente scatta una serie di foto che utilizzerò per l’articolo, in quanto la mia macchina fotografica ha esaurito la carica energetica e inesorabilmente mi avvisa di sostituire la batteria. La giornata volge al termine, rientriamo verso l’auto vinti dalla bellezza dei siti visitati.

Olbia merita tutta l’attenzione dell’archeologia internazionale, peccato che si continui a investire esclusivamente per cercare materiali greci e punici, un dispendio di risorse che non illumina le nostre origini e non aggiunge nulla a ciò che già conosciamo della breve frequentazione greca nella cittadina gallurese. Forse in futuro qualche soprintendente illuminato capirà che la civiltà nuragica è il biglietto da visita esclusivo della storia antica della nostra isola, la bandiera della nostra identità storica dell’età d’oro, e inizierà a mirare verso ciò che i turisti culturali cercano in Sardegna: scoprire un’antica civiltà che realizzò nuraghi, tombe di giganti, pozzi sacri e bronzetti. Oggi i finanziamenti per gli scavi e la ricerca a Olbia sono accentrati verso il segmento greco perché l’attuale responsabile degli scavi si occupa solo del periodo greco e romano.


Ma quell’epoca non mostra le nostre vere radici storiche, non ci identifica. Si parla tanto di incrementare il turismo offrendo identità e tradizioni, ossia cultura, e poi s’investe in rotatorie superflue e scavi mirati a ricostruire la storia di altri popoli. Rientriamo verso Cagliari, la strada concilia il sonno, ma a breve incontrerò gli amici del Nuraghe Losa, il miglior caffè delle S.S. 131 sorseggiato all'ombra del maestoso gigante bruno che domina sul territorio di Abbasanta. Si tratta di una delle espressioni più alte dell'architettura nuragica, per il disegno organico e la raffinatezza delle tecniche murarie. Edificato con blocchi di basalto, con il suo bastione trilobato che contiene il mastio, e un poderoso antemurale circondato da un'ulteriore cinta muraria. All'interno i nuragici realizzarono una serie di capanne circolari e una tomba di Giganti edificata con conci isodomi, ossia blocchi regolari parallelepipedi elegantemente rifiniti. Il complesso fu costruito in più fasi: fra il XV e gli inizi del XIII a.C. con la costruzione del mastio, dalla metà del XIII alla fine del XII a.C. con la costruzione del bastione, dell'antemurale e della cinta esterna, infine dal XII agli inizi del IX a.C. con la costruzione della capanna 1. Il sito fu abitato ancora nella prima età del Ferro e nelle epoche successive, anche a scopo funerario, fino al VII-VIII d.C.
Bene…il mio racconto è giunto al termine, vi ringrazio per essere giunti fino all’ultima riga e, insieme a Rita e Yago, ringrazio Imma, Durdica e Pietro per avermi regalato tante emozioni, e vi saluto con affetto.

lunedì 15 aprile 2013

Escursione archeologica a Olbia: Domus di Oniferi, Su Tempiesu di Orune e Su Romanzesu di Bitti. 1° parte di 2.

Escursione archeologica a Olbia
di Pierluigi Montalbano


1° parte
Un nuovo sole fa capolino rosseggiando le cime all’orizzonte e affrontando una luna che si appresta a scomparire nel cielo. E’ sabato, e questa sera sarò relatore in Gallura, invitato dagli amici di ArcheOlbia che hanno organizzato un convegno per la presentazione del mio libro “Antichi Popoli del Mediterraneo”, edito da Capone lo scorso anno. Di buon mattino, dopo aver consumato una ricca colazione ammirando lo spettacolo dell’alba, aiuto mia moglie Rita nella preparazione del necessario per trascorrere il week-end. Qualche borsa, due bottiglie d’acqua preventivamente lasciate in freezer per conservare a lungo la freschezza, il computer, la macchina fotografica e tanto entusiasmo per l’avventura che sempre accompagna le nostre escursioni. Yago, il nostro fido cagnolino nuragico, verifica se le crocchette, il riso e il pollo sono sufficienti per il pasto quotidiano, per nulla sorpreso dalla quantità e dall’aroma sprigionato dal contenitore ancora caldo. Il nostro amico, affidatoci dal canile di Cagliari quasi 6 anni fa, non conosce cibi in scatola, e la sua salute conferma che la nostra scelta alimentare è stata positiva. Saliamo in auto e dopo qualche minuto siamo fuori dalla città, diretti verso il nord dell’isola. Prima tappa dagli amici dell’associazione Archeotour, gestori del sito realizzato intorno al pozzo sacro di Santa Cristina. Una breve chiacchierata e siamo nuovamente in viaggio, increduli davanti a un’azienda nei pressi di Paulilatino nella quale si vendono enormi pietre certamente ricavate dallo smontaggio di qualche nuraghe nei dintorni. Arricchiscono la loro offerta con dolmen e menhir giganteschi, e sono attraversato da un brivido quando provo a immaginare quale sia la provenienza di quel materiale. Lo svincolo di Ghilarza riaccende buoni pensieri perché so che da lì a poco potrò fare una preghierina nel santuario di San Costantino a Sedilo, una delle mie mete preferite. Il comitato è già impegnato nella preparazione dell’ardia che si svolgerà a Luglio, e due ragazze lustrano la chiesa.

Per la prima volta vedo le pareti illuminate dalla luce naturale che penetra dall’ingresso, completamente spalancato, e dalla luce artificiale che illumina l’altare e gli angoli. Generalmente San Costantino si presenta buia, sublime, tappezzata da ex-voto che i fedeli offrono al santo. Oggi è solare, radiosa, annuncia la primavera e una nuova stagione di raccolta. Nel parco mi aggiro fra i betili e gli altri elementi architettonici che i nuragici realizzavano per ingraziarsi le divinità. Saluto il comitato e mi dirigo verso un cavallo che mi osserva da qualche minuto. Nero, elegante, con due occhioni profondi che controllano le mosse di Yago, si avvicina per le carezze di rito. Siamo amici ora, e sono certo che si ricorderà di me quando ritornerò in questo incantevole santuario. L’auto ronfa speditamente verso Nuoro, arrampicandosi lungo una strada deserta che offre paesaggi verdi e gialli, alternati da mostri industriali che meriterebbero un colpo di spugna per cancellare dalla memoria un fallimento che ha messo in ginocchio l’economia del territorio. Sulla destra, Rita nota una parete lievemente degradante che presenta fori nella roccia. Rallento e mi accorgo che si tratta della necropoli di Oniferi, le famose domus de janas con i petroglifi. E’ la prima volta che posso vederle e toccarle, e non posso lasciarmi sfuggire l’occasione. Parcheggiamo nei pressi del cancelletto in legno che separa il terreno dalla strada e iniziamo la passeggiata. L’erba è alta e dobbiamo attraversare un rivolo d’acqua prima di giungere sul pianoro forato. Che spettacolo! Yago le visita tutte, immergendosi nell’acqua contenuta all’interno a causa delle abbondanti piogge dei giorni scorsi. Il silenzio è rotto solo da qualche mezzo agricolo che opera nei terreni vicini. Approfittiamo della luminosità della giornata per scattare qualche foto. La piacevolezza del sito è interrotta da un evento inaspettato: un vascone artificiale scavato nella roccia, di notevoli dimensioni, si apre dietro un macchione di rovi e fichi d’india. E’ uno spettacolo della natura miscelato con il lavoro dell’uomo. Posso solo immaginare quanto lavoro è stato fatto per scavare questo bacino d’acqua frequentato oggi dagli animali della zona.

Un altro rullino di foto si avvolge nella macchina e proseguiamo il viaggio. Superato lo svincolo per Nuoro leggiamo nei cartelli stradali una indicazione che accende la mia fantasia: Orune. Rallento e, senza troppi sforzi, convinco Rita e Yago a fare una deviazione verso la montagna. Tante volte ho letto di un luogo paradisiaco, storicamente importante, legato all’acqua e ai nuragici: Su Tempiesu, una fonte sacra immersa nel bosco. Inserisco le ridotte perché l’auto pesa oltre due tonnellate e il cambio automatico inizia a soffrire la salita. Poco prima di Orune spicca su una cima un gruppo di massi con una forma caratteristica. Un amico dice che ricorda un cowboy, ma secondo noi sembra più un esploratore col naso lungo e uno zainetto sulle spalle. Foto di rito e proseguimento del viaggio. I cartelli sono frequenti e non abbiamo problemi a trovare il sito. Circa 5 km di sentiero asfaltato ci conducono da Orune fino al complesso dedicato agli dei dell’acqua: la fonte sacra di Su Tempiesu. Il profumo della campagna inonda l’ambiente mentre una signora che si occupa della biglietteria ci illustra il doppio percorso: una via di 800 metri che si snoda verso il basso dedicata alle piante locali, con cartelli che consentono di riconoscere le specie, e la risalita da percorrere al termine della visita della fonte, dedicata alle specie animali, anch’essa dotata di cartelli esplicativi e corredata con una pinnetta rivestita col sughero e una capanna che riproduce le celebri “capanne delle riunioni” della prima età del Ferro.
La fonte sacra di Su Tempiesu fu scoperta nel 1953, realizzata allo scopo di captare e incanalare una vena sorgiva che sgorgava tra due ripide pareti di scisto per approvvigionare del prezioso liquido le vicine comunità del nuraghe S. Lulla e del villaggio verso la vallata di Marreri. Successivamente, intorno al XII a.C., la trasformazione in luogo di culto fece convergere nel sito i clan nuragici della vallata dell'Isalle. La struttura di Su Tempiesu mostra gli elementi tipici dei pozzi sacri: atrio, scala e pozzo, in questo caso coperto a tholos. L’atrio rettangolare è delimitato dai due sostegni che s’innalzano obliquamente e si restringono verso l'alto del paramento interno.

Il vano, è pavimentato con lastre di trachite e presenta lateralmente due banconi-sedile realizzati con blocchi. Alla sommità, l’ingresso presenta due archetti monolitici decorativi. La facciata del tempio presenta una copertura a doppia falda che, appoggiandosi alla parete naturale di scisto, copre l’edificio costituendo un timpano di gusto gotico. In origine, nella parte superiore del timpano erano infisse 20 spade votive in bronzo, saldate negli incavi con colate di piombo. Dall’ingresso, una scala trapezoidale introduce al piccolo vano che raccoglie l’acqua sorgiva. La base lastricata presenta una fossetta circolare di decantazione per cui le acque si mantengono sempre limpidissime. Le acque che traboccano si raccolgono al di sotto, in una seconda struttura di raccolta dell’acqua che riproduce, in scala minore, la costruzione maggiore. Anche in questo pozzetto, con imboccatura sovrastata da un archetto, ci sono una canaletta con gocciolatoio in steatite e una fossetta di decantazione. Proprio da questo pozzetto provengono numerosi reperti votivi offerti alla divinità delle acque: bronzetti figurati, spilloni, braccialetti, anelli, stiletti miniaturistici, spade, bottoni.

Dal punto di vista costruttivo la fonte di Su Tempiesu è realizzata con blocchi isodomi di trachite e di basalto, lavorati a martellina e messi in opera senza uso di malta. I blocchi provengono da oltre 10 km, attraverso la vallata del fiume Isalle in quanto nell’area del monumento sono presenti soltanto lo scisto e il granito. Al termine della visita salutiamo Peppino Goddi, uno dei responsabili del sito, e ci avviamo verso Bitti, alla scoperta del suggestivo sito Su Romanzesu, del quale ho sentito tanto parlare ma non ho mai visitato. Un altopiano granitico posto ai limiti settentrionali del territorio nuorese, al km 54.2 della provinciale 389 che conduce a Buddusò, giungiamo nel primo pomeriggio, accolti da Nando, la guida che ci accompagnerà lungo il percorso. E’ un mondo cristallizzato nei millenni, silenzioso, colorato, reso magico da un aura luminosa che avvolge le pietre e un fitto bosco di sughere. Yago si inoltra nella vegetazione, mentre Rita inizia a scattare foto per immortalare questo luogo fuori dalla realtà. Il toponimo Su Romanzesu é dovuto alla presenza di testimonianze di epoca romano imperiale quando nell'altopiano furono realizzati alcuni insediamenti produttivi. Gli stessi romani realizzarono un'importante strada che partiva dalle sorgenti del fiume Tirso e raggiungeva la mansio di Sorabile, in agro di Fonni, un avamposto militare per il controllo dei monti del Gennargentu. Il sito si snoda per sette ettari vicino alla sorgente del fiume Tirso, nei pressi della quale è stato costruito il pozzo sacro, la struttura più antica del complesso.

Nel villaggio si notano numerose capanne, due templi a megaron, un edificio rettangolare, una grande struttura labirintica, e una struttura a forma di anfiteatro. Tra le capanne ve ne sono alcune di grandi dimensioni, con un sedile di pietra che corre lungo la muratura e un focolare in pietra posto al centro del pavimento lastricato. Dei tre templi, due sono a megaron, di forma rettangolare con la presenza di un atrio davanti alla camera, mentre il terzo è caratterizzato dall'ingresso posto su uno dei lati lunghi. In una struttura è presente un labirinto, formato da muri di pietre concentrici all'interno dei quali furono trovati ciottoli di fiume in quarzo rosso e un grande focolare in pietra, forse utilizzato a scopi rituali. Il pozzo, di cui rimangono 19 filari in granito, era coperto a tholos e mostra ancora la sorgente. Davanti al pozzo si apre un canalone lungo 42 metri, realizzato con grossi blocchi di granito e dotato di gradoni sul lato destro,che conduceva l'acqua della sorgente fino all'anfiteatro, un grande bacino circolare caratterizzato da tribune a gradoni, sulle quali potevano trovare posto molte persone. Le ceramiche restituite dalle capanne attestano un primitivo impianto dell'abitato nel Bronzo Medio. Altri edifici a pianta rettangolare, con lato di fondo absidato e banconi spiraliformi o circolari, erano forse funzionali all'accoglienza dei pellegrini. Immersi nella poesia di questo luogo selvaggio ci si sente a contatto con la natura, ma il tempo trascorre inesorabilmente, e fra un paio d’ore è prevista la conferenza a Olbia. Salutiamo una famiglia giunta da Portland, una cittadina della costa pacifica.

Li abbiamo incontrati a Su Tempiesu di Orune, e con loro abbiamo trascorso il pomeriggio a chiacchierare della magia della nostra isola, e della bellezza mozzafiato della natura di Su Romanzesu. Il nostro amico Nando ci suggerisce un percorso alternativo alle indicazioni del navigatore. Anziché proseguire per Buddusò, attraversare Alà dei Sardi e giungere a Olbia, seguendo un percorso breve ma tortuoso, ci convinciamo ad ascoltare il consiglio e rientriamo a Bitti, per poi scendere verso la più comoda 131 che ci porterà fino a Olbia con le 4 corsie. Arrivati a Olbia, facciamo tappa all’Hotel Demar, un 3 stelle di ottimo livello, nel quale hanno accettato la nostra prenotazione con Yago. Alla reception, una elegante signora sorridente ci consegna le chiavi della stanza e possiamo indossare i “vestiti da convegno”, ossia tolti gli scarponi e la tuta ci infiliamo in un più indicato abito scuro, biglietto da visita richiesto per i conferenzieri.
Al centro di Olbia la sala convegni dell’Expo, ci accoglie con le sue poltroncine rosse e la sua maestosità. Prepariamo la strumentazione e concordiamo con gli organizzatori la scaletta della serata. Sarà Durdica Bacciu, presidente dell’associazione ArcheOlbia, a rompere il ghiaccio alle 18.30. Sarà poi il turno di Roberto Carta, incaricato di presentarmi e illustrare il tema della serata. Alle 19.00 inizia il mio lungo racconto, accompagnato dalle immagini sulle prime civiltà, Gerico e Catal Hoyouk, e dalla descrizione dei commerci fino all’avvento dei minoici, i grandi navigatori del Bronzo.

Le vicende cretesi catturano l’attenzione del pubblico, e l’esplosione del vulcano Santorini fa sempre effetto. E’ la volta del relitto di Uluburun, dei micenei, della guerra di Qadesh, della coalizione dei Popoli del Mare e della pace del faraone Ramesse III. E’ il momento di portare il discorso in Sardegna, e il racconto sulla funzione e sull’evoluzione dei nuraghi conclude la serata. Al termine si svolge un breve dibattito e la serata si conclude con il rito degli autografi sui libri. Ritorniamo in Hotel per riposare, ci attende una Domenica dedicata alle escursioni nel territorio.

Domani la 2° e ultima parte.