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mercoledì 23 settembre 2026

I vecchi più vecchi dell'Atlantide Sardegna

I vecchi più vecchi  dell'Atlantide  Sardegna

Scritto di Antonio Usai


Concludo il mio scritto “Le colonne d'Ercole nell'ecumene di Aristotele” con una ricerca in cui tratterò, a mio parere, i punti che secondo me sono i più rilevanti nella teoria di Sergio Frau. 

1°) Sergio Frau dice che il dubbio che le prime colonne d’Ercole fossero nel canale di Sicilia gli sia venuto guardando una cartina tratta dal libro di Vittorio Castellani Quando il mare sommerse l’Europa della Ananke Edizioni. Il giornalista, nel suo libro a pagina 32, dice: «Il Professore, pubblica altre due cartine, stavolta togliendo 200 metri di acqua. A pagina 48 lo stretto di Gibilterra. A pagina 49, fronteggiante il Canale di Sicilia com’era, senza tutto il mare di oggi». Ma Vittorio Castellani, alle pagine 48 e 49, oltre a mostrare le cartine suddette, dice: «Risulta di grande interesse esplorare con grande dettaglio l’aspetto dell’Europa al tempo dei paleolitici (periodo che inizia 2 milioni di anni fa circa e termina con la fine dell’ultima glaciazione, quella di Wurm, circa 10.000 anni fa; NdA), per comprendere quali antiche, e talora inattese libertà di movimento avessero questi nostri antenati. Nel far ciò noi assumeremo un dislivello di -200 metri come limite superiore per l’abbassamento del livello delle acque. In tal modo potremo con sicurezza identificare ciò che anche durante la glaciazione restò certamente inaccessibile se non tramite navigazione». Cioè, la cartina a pagina 49 del libro di Castellani, che si trova anche a pagina 33 del libro di Sergio Frau, mostra come sarebbe stato, più di

10.000 anni fa, il canale di Sicilia se le acque si fossero abbassate di 200 metri. Inoltre alla fine dell’ultima glaciazione, 10.000 mila anni fa circa, iniziò lo scioglimento dei ghiacci che, dice un articolo apparso sulla rivista Focus il 2 luglio 2017, provocò inondazioni inimmaginabili e un innalzamento dei mari di 20 metri in pochi secoli. E ancora: Castellani nel suo libro riporta ciò che dice K. Henderson nel suo Prehistoric Man del 1928 a proposito dello scioglimento dei ghiacci: «Un’altra devastante avanzata delle acque dell’oceano ha allagato le pianure della Manica sino all’istmo di Dover e qui, prima dell’inizio dell’epoca neolitica (quindi prima del VI millennio a.C., NdA), le maree hanno finito col tagliarsi un passaggio alle acque del Mare del Nord. Nel mare del Nord i delfini giocano sopra le foreste sommerse dove una volta si aprivano il passo branchi di mammut». Dato che nel periodo dell’ultima glaciazione l’Atlantico e il Mediterraneo erano in comunicazione tramite lo stretto di Gibilterra, dove il punto meno profondo è di 300 metri, il livello del nostro mare era lo stesso di quello dell’Atlantico, come dice a pagina 50 lo stesso Vittorio Castellani parlando, appunto, dello stretto di Gibilterra: «È questo un fattore molto importante perché ci assicura che il livello del Mediterraneo rimase collegato al livello generale dei mari mondiali». Perciò, la cartina suddetta presentata da Sergio Frau, non rispecchia il canale di Sicilia del periodo di cui parla la sua teoria: II millennio a.C. 

2°) Come indizio per la posizione delle colonne d’Ercole al Canale di Sicilia, S. Frau, a pagina 58 del suo libro, dice: «Più leggi, infatti, più il Canale ti si affolla di paure: è, quella, una delle zone del Mediterraneo a più alta concentrazione di mostri, tragedie, naufragi che mai sia stata immaginata, descritta. Tutte fantasticherie?», e a pagina 61 dice: «Su mostri e terrori e rischi, tutti posizionati in zona Canale di Sicilia, invece, Omero va fortissimo. Non si nega niente dei racconti che dovevano riempire le serate nei porti del Mediterraneo di allora. Per i dettagli c’è già lui, e con parole inarrivabili. Qui siamo solo a caccia di indizi... Eccoli e immaginatevi però di essere un marinaio di 2500 anni fa». Il giornalista comincia col citare Ulisse da Polifemo, le Sirene, Scilla e Cariddi (che sono, però, nello stretto di Messina e non in zona Canale di Sicilia) ed Eolo (anch’esso non in zona Canale di Sicilia), e a pagina 66 dice: «Insomma: dove cominciava davvero l’Oceano spaventoso di Omero? Possibile di là da Gibilterra?». Per i greci oltre le colonne d’Ercole c’era il mare Atlantico (su questo è d’accordo anche S. Frau), un mare che, però, loro non navigavano, come dice anche lo stesso Frau. Fra coloro che fanno capire che il mare Atlantico non era navigato dai greci, c’è Pindaro (517- 438 a.C.) che nella III Olimpica, dice: «Ora al confine estremo Theron approda, e da meriti propri sbarca alle Colonne di Herakles. Oltre è precluso a saggi e non saggi. Io non voglio provarci. Sia folle, prima!». Erodoto (V sec. a.C.) è ancora più chiaro: «Il Caspio è un mare a sé, che non comunica con l’altro, poiché, nell’insieme, il mare che percorrono con le loro navi i Greci, quello che è denominato Atlantico oltre le colonne d’Ercole e quello Eritreo costituiscono un mare unico». Quindi, dal momento che per S. Frau il mare Atlantico cominciava subito dopo le sue colonne d’Ercole di Malta, il suddetto mare non avrebbe dovuto essere navigato dai greci. Ma nella costa siciliana del canale di Sicilia, a partire dal VII sec. a.C., i greci fondano, oltre le colonne d’Ercole del giornalista, quattro colonie: Gela nel 689 a.C., Selinunte nel 650, Camarina nel 598 e Akragas (Agrigento) nel 581; colonie fondate navigando in quel mare che, secondo il giornalista, dovrebbe essere infestato dai mostri di Omero (VIII sec. a.C.) che terrorizzavano i navigatori greci. In quel mare Atlantico oltre le colonne d’Ercole di Sergio Frau, invece, i greci erano di casa. Quelle colonie dimostrano chiaramente e senza ombra di dubbio che i greci conoscevano perfettamente quella zona del canale di Sicilia, come d’altronde conoscevano tutta la Sicilia che avevano iniziato a colonizzare a partire dall’VIII sec. a.C. fondando Zancle (Messina), quindi nel periodo di Omero. Un’altra conferma che i greci conoscevano perfettamente quella zona del Canale di Sicilia ci viene dallo storico greco Tucidide (V sec. a.C., quindi contemporaneo di Pindaro e di Erodoto) che nel VI libro delle sue Storie dice: «Il tempo impiegato per la circumnavigazione della Sicilia con una nave da trasporto è appena meno di otto giorni». Inoltre, in questa misurazione, Tucidide non cita le colonne d’Ercole, come non le cita neppure quando parla della fondazione delle colonie suddette di Gela, Selinunte, Camarina e Akragas. E ancora: le suddette colonie sono state fondate molto prima che nascessero Pindaro ed Erodoto dai quali, nelle loro opere, un blocco cartaginese oltre le colonne d’Ercole, cioè la cortina di ferro di cui parla Sergio Frau da pagina 251 del suo libro, che avrebbe precluso quella zona delle colonie ai greci dal 509 a.C., il blocco suddetto non viene neanche ventilato.

Basterebbero solamente questi due punti, a mio avviso, per escludere le colonne d’Ercole da Malta; ma proseguiamo e vediamo cos’altro dice il giornalista sulle colonne d’Ercole e, anche, su quell’isola che ci sarebbe stata oltre quelle colonne. 

3°) A pagina 272 del suo libro, parlando di Polibio (200 a.C. circa 120 a.C. circa) per il quale le colonne d’Ercole erano nello stretto di Gibilterra e il percorso per arrivarci era, come dico nella quinta parte, Capo Malea, Stretto di Messina detto Stretto di Sicilia o solamente Stretto, Narbona e stretto di Gibilterra e per una distanza di 22.500 stadi, S. Frau dice: «Subito dopo, però, l’entusiasmo si affloscia un po’. Polibio, infatti, prosegue così: “Dicearco afferma inoltre che dalle Colonne d’Ercole allo Stretto di Sicilia vi è una distanza di tremila stadi (540 km? Ndr), di modo che la parte rimanente dallo Stretto alle Colonne misura secondo lui settemila stadi...” No! Dicearco ha appena detto un’altra cosa! Doveva essere anche lui sotto shock, Polibio...». Prima di proseguire, una precisazione: nella frase suddetta tratta dalle Storie di Polibio riportata da S. Frau a parlare non è Polibio ma Strabone, ed è sempre quest’ultimo che parla nelle frasi da me riportate più avanti. Infatti quelle frasi sono state estratte dal II libro della Geografia di Strabone e inserite nel XXXIV libro delle Storie di Polibio, come indicato in una delle pagine dello stesso libro delle Storie di Polibio della Newton al par.6 nelle quali sono riportate quelle frasi. Proseguiamo: sempre nella frase suddetta riportata da S. Frau, però, non ci sarebbe dovuto essere quel Colonne d’Ercole in quanto non c’è scritto nella versione in greco (da notare, inoltre, che in quella frase sono ripetuti gli stessi luoghi). Al posto di quel Colonne d’Ercole c’è sottinteso, invece, il punto di partenza della distanza fino alle Colonne d’Ercole che è, in quanto si capisce chiaramente, il Peloponneso. Infatti nelle Storie di Polibio (della Newton) c’è scritto, giustamente: «Quando Dicearco afferma che dal Peloponneso alle Colonne d’Eracle c’è una distanza di diecimila stadi e che maggiore è quella tra il Peloponneso stesso e l’ansa più estrema del Mar Adriatico, così come quando, della distanza fino alle Colonne, fa ammontare a tremila stadi il tratto fino allo Stretto di Sicilia (Stretto di Messina, come dice, anche, S. Frau, NdA), cosicché il rimanente tratto dallo Stretto alle Colonne risulta essere settemila...». E ancora, dal par.6 del XXXIV libro delle Storie di Polibio della BUR: «E quando poi di tale distanza fino alle colonne stabilisce a tremila stadi il tratto fino allo stretto, per cui il tratto rimanente dallo stretto alle colonne risulta essere di settemila stadi...». Quindi, Polibio, o più giustamente Strabone, non ha detto quanto riportato sopra da S. Frau, ma ha fatto capire che Dicearco (IV sec. a.C.) dà una distanza di tremila stadi dal Peloponneso (che è sottinteso) allo stretto di Messina, confermandolo più avanti: «Aggiungendo quindi i tremila stadi che separano il Peloponneso dallo Stretto, la somma complessiva...» dal par.6 del XXXIV libro delle Storie di Polibio della Newton. «Se poi si aggiungono i tremila stadi dal Peloponneso allo Stretto...» dal par.6 del XXXIV libro delle Storie di Polibio della BUR. S.Frau, sempre a pagina 273, continua dicendo: «Così Polibio che fa? Invece di lasciar fermo quel dato dei 10.000 stadi per il tratto Peloponneso-Colonne d’Ercole del Mistero, Polibio scala i 3000 che ci vogliono dalle Colonne d’Ercole di Dicearco (piazzate in un qualche punto X del Canale di Sicilia. Malta?) per arrivare allo Stretto di Sicilia...». Le Colonne d’Ercole di cui parla Dicearco sono posizionate, secondo il giornalista, in un punto X del Canale di Sicilia e si domanda se quel punto X potesse essere Malta. Perciò, dato che per Dicearco dal Peloponneso allo stretto di Messina la distanza è di 3000 stadi, da quest’ultimo a Malta (il punto X di S.Frau) la distanza dovrebbe essere di 7000, dal momento che, sempre per Dicearco, la distanza dal Peloponneso alle colonne d’Ercole è di 10.000 stadi. Ma dallo Stretto di Messina a Malta ci sono, solamente, circa 300 km, cioè 1690 stadi, e questi ultimi, se aggiunti ai 3000 dal Peloponneso allo Stretto di Messina, fanno 4690, di stadi, cioè meno della metà della distanza dei 10.000 di Dicearco. Quindi le colonne d’Ercole di Dicearco non potevano essere a Malta. E ancora: a pagina 275, il giornalista riporta dalle Storie di Polibio: «...di modo che risultano menzognere tanto l’affermazione di Dicearco che l’Ellesponto dista dalle colonne d’Ercole 7000 stadi quanto la notizia che tu sembri accettare...». Ma nella frase suddetta ci sarebbe dovuto essere scritto stretto e non Ellesponto. Infatti nella versione in greco delle Storie di Polibio o della Geografia di Strabone, non c’è scritto Ἑλλήσποντον (Ellesponto) ma πορθμου (stretto). E nelle due traduzioni in italiano in mio possesso c’è scritto, giustamente: «...allo stesso modo vanno considerate false entrambe le opinioni, sia cioè quella di Dicearco, secondo cui la distanza dallo Stretto alle Colonne è di 7000 stadi, sia anche quella che tu pensi di aver dimostrato» dal par.6 del XXXIV libro delle Storie di Polibio della Newton. «...allo stesso modo costituiscono un errore anche entrambe queste opinioni, sia ciò che sostiene Dicearco, cioè che la distanza dallo stretto alle colonne è di settemila stadi, sia ciò che tu credi di aver dimostrato» dal par.6 del XXXIV libro delle Storie di Polibio della BUR. Quindi, nella frase suddetta, niente Ellesponto ma stretto: stretto di Messina. 

4°) Sergio Frau, parlando di Delfi che era considerata dai greci il centro (l’ombelico) del mondo antico, alle pagine 337/338 del suo libro scrive: «Il confine orientale del mondo conosciuto – quello di Zeus e della sua aquila d’oro liberata dai paesi dell’Alba – era sempre stato ai monti del Caucaso, proprio dove Prometeo era stato incatenato a far da segnale. Al confine occidentale – luogo di partenza dell’altra aquila d’oro, quella del tramonto – ci pensava invece suo fratello Atlante, bloccato anche lui ma a reggere il Cielo del Tramonto. Sempre lì, nel mezzo, tra il 38° e il 39° parallelo, il “parallelo di Delfi”, e probabilmente – almeno a misurare le equidistanze su una carta d’oggi – in Sardegna. Così sì, che Delfi – lì al centro, sotto il Sole del mezzogiorno, del mezzo cammino – aveva un senso...». Per Frau Delfi si trovava al centro tra il Caucaso e probabilmente la Sardegna per via delle equidistanze che ci sarebbero tra questi luoghi. Distanza Delfi – Caucaso: circa 1950 km (tenendoci, però, un po’ stretti, in quanto la catena del Caucaso si estende da nord-ovest a sud-est, mentre io ho misurato solo fino alla metà della catena caucasica). Distanza Delfi – Sardegna occidentale, oltre l’isola di San Pietro: circa 1250 km. Quindi, tra Delfi-Caucaso e Delfi-Sardegna, non c’è nessuna equidistanza e dunque Delfi non si trovava al centro tra il Caucaso e probabilmente la Sardegna. Di Atlantide ne parla solamente Platone nel Timeo e nel Crizia; quindi se uno crede che quel racconto sia veritiero, dovrebbe attenersi a ciò che è scritto nei due libri. 

5°) S. Frau, ovviamente, crede al racconto di Platone su Atlantide, ma: secondo lui i 9000 anni sono 9000 mesi, e così, aggiungendo a questi ultimi 399 anni (399 a. C. data presunta della morte di Socrate il quale ascolta il racconto di Crizia su Atlantide), si arriva alla data dello scontro tra Atlantide e Atene, che accade, dice Frau, all’incirca nel periodo in cui i popoli del mare, tra i quali gli Shardana, attaccano l’Egitto di Ramses III. Ma Ramses III respinse i popoli del mare, mentre il sacerdote egizio, nel Timeo, dice a Solone che Atene: «…liberò tutti noi altri...». Quindi Atlantide ed Atene non si sono scontrate, come dice S.Frau, all’incirca nel periodo in cui i popoli del mare attaccano l’Egitto di Ramses III, ma in un altro periodo. 

6°) Per provare una possibile coincidenza tra la pianura di Atlantide e la pianura del Campidano di Sardegna, Sergio Frau presenta, da pagina 427 del suo libro, una relazione dell’architetto Paolo Macoratti. Il dottor Macoratti, parlando del testo del Crizia, scrive: «È dunque verosimile che il testo sia stato oggetto di più traduzioni tra lingue e sistemi di grandezza diversi (probabilmente da “grandezza sconosciuta” a cubito, da cubito a stadio) e che conseguentemente le perplessità di Crizia circa le dimensioni del “fossato” che circondava la pianura siano più che legittime. Infatti, mentre l’applicazione dello stadio attico = 177,60 metri risulta plausibile per le dimensioni della città, assume un carattere di evidente sproporzione per il canale: larghezza metri 177,60, profondità metri 29,60! e lunghezza 1.776 chilometri. Lo stesso ragionamento vale per i 60.000 lotti da 100 stadi che, presumibilmente, sono stati “aggiustati” per far tornare i conti. Restando pertanto con “i piedi per terra” ed accettando la legittimità del dubbio di Crizia, proseguiamo nell’approfondimento ridimensionando il numero “1000” al numero “100” ». Il dottor Macoratti applica il suo metodo al fossato in quanto lo ritiene sproporzionato e da 10.000 stadi (1776 km) lo ridimensiona a 1000 stadi (177,60 km), e dato che il fossato circondava la pianura, anche quest’ultima passa dalle originali 3000 stadi x 2000 a 300 x 200, arrivando, così, a una superficie della pianura di 1892 kmq che si avvicina a quella del Campidano di Sardegna che è di 1850. Subito dopo, l’architetto, scrive: «Caliamoci ora in Italia, all’interno della Regione Sardegna, nel territorio compreso tra la pianura del Campidano ed il golfo di Cagliari. Sappiamo anzitutto, sempre dalle informazioni fornite dal Crizia, che la pianura in questione si trovava nella “parte centrale dell’intera isola”, che “abbracciava la città ed era essa stessa circondata da monti discendevano fino al mare”, e che “era rivolta a mezzogiorno e al riparo dai venti del nord”». E più avanti scrive: «La terza affermazione, poi, ci convince, senza dubbio alcuno, che la posizione rivolta a mezzogiorno e al riparo dai venti del nord sia quella orientata secondo l’asse Nord-Sud e identificabile con l’area territoriale compresa tra i monti dell’Iglesiente (Ovest), il Campidano, il golfo di Cagliari (Sud), i monti del Sarrabus e del Gerrei (Est), rinforzata dalla seconda affermazione “circondata da monti che discendevano fino al mare”». Secondo il dottor Macoratti la pianura rivolta a mezzogiorno (sud) di cui parla il Crizia, si troverebbe in Sardegna e sarebbe la parte della pianura del Campidano situata tra i monti dell’Iglesiente, il Golfo di Cagliari e i monti del Sarrabus e del Gerrei. Ma Crizia dice che era tutta la pianura a essere rivolta mezzogiorno, non solo una parte; cito: «In primo luogo tutto quanto il territorio si diceva che fosse alto e a picco sul mare, mentre tutt’intorno alla città vi era una pianura, che abbracciava la città ed era essa stessa circondata da monti che discendevano fino al mare, piana e uniforme, tutta allungata, lunga tremila stadi sui due lati e al centro duemila stadi dal mare fin giù. Questa parte dell’intera isola era rivolta a mezzogiorno». «Si diceva primamente che tutto il luogo fosse molto alto e scosceso dalla parte del mare, e tutt’intorno una pianura circondasse la città, e questa pianura, cinta in giro da monti discendenti fino al mare, fosse liscia e uniforme e tutta oblunga, di tremila stadi da una parte e di duemila dal mare fino al centro. Questo tratto di tutta l’isola era volto a mezzodì e riparato dai venti del settentrione». Quindi, se la pianura di cui parla il Crizia fosse stata la pianura del Campidano di Sardegna, avrebbe dovuto essere tutta quella che si estende dal Golfo di Cagliari fino a oltre il Golfo di Oristano (lunga circa 100 km e larga dagli 8 ai 30 km.). Ma affinché la pianura del Campidano sia coincidente con quella di Atlantide, dovrebbe essere anche rivolta a sud. La pianura del Campidano, invece, non è rivolta a sud. Per essere rivolta a sud avrebbe dovuto estendersi da est a ovest e non da nord a sud, in quanto, come fa capire il testo, è la parte lunga (3000 stadi) che era rivolta a sud e non la parte larga (2000 stadi), vedi sopra. Inoltre, se la pianura del Campidano fosse stata la pianura di Atlantide, sarebbe stata, per i greci, più larga che lunga anziché più lunga che larga. Gli antichi greci consideravano come lunghezza una linea parallela all'equatore, in quanto l'ecumene si estendeva da est a ovest. Strabone, infatti, nel II libro dice: «Così, poiché che l'ecumene si allunga da oriente a occidente e s'allarga tra il nord e il sud, che la lunghezza è tracciata su una linea parallela all'equatore e la larghezza su un meridiano, si deve anche per le parti, prendere come lunghezze le sezioni parallele alla lunghezza dell'ecumene, la larghezza dei segmenti paralleli alla larghezza» (“le parti” sono ciò che compone l'ecumene: continenti, mari, isole, regioni, promontori, stretti, istmi, e perciò anche pianure, ecc). E ancora, la lunghezza della pianura di Atlantide era un terzo più grande della larghezza, mentre la lunghezza della pianura del Campidano è oltre due terzi più grande della larghezza. Per questi motivi, quindi, nella relazione del dottor Macoratti non c’è neanche una possibile coincidenza tra la pianura di Atlantide e la pianura del Campidano di Sardegna.


7°) Sergio Frau, alla pagina 398, scrive: «Crizia: “Largamente presente anche la specie degli elefanti: infatti non soltanto il pascolo abbondava per tutti gli altri tipi di bestie, per quanti vivono nei laghi, nelle paludi, nei fiumi su per le montagne e nelle pianure, ma ve n’ era per tutti in sovrabbondanza, anche per l’elefante, pur essendo questo il più grosso e il più vorace degli animali”. Coordinatore: Elefante? Gemoll: “Elefas: elefante, o avorio. Elafos: cervo, cerva”. Marziale: “Se tu trovi, lettore, un passo che ti sembri strano e strafalcioni qua e là, contro la grammatica e le regole, non è colpa mia; lo scriba in fretta e furia ha commesso gli errori, perché pretende un salario più alto”...». Secondo S. Frau nel testo originale della frase suddetta di Crizia poteva esserci scritto non elefante (Elefas in greco) ma cervo (Elafos in greco), e dato che, così si capisce, i due termini Elefas e Elafos sono simili, presenta, come possibile spiegazione, la suddetta frase di Marziale. Ma, nella frase suddetta di Crizia riportata da S. Frau, c’è un errore. Io, in quella frase, ho messo in evidenza “elefante” perché, in quel punto nel testo del Crizia ci sarebbe dovuto essere scritto non elefante, ma animale. Infatti nella versione in greco c’è scritto ζώω che significa, appunto, animale e che si legge zoo; non c’è scritto Elefas, e nelle traduzioni in italiano del Crizia che ho consultato, in quel punto, c’è sempre scritto, giustamente, animale. Eccone alcune: «In particolare era qui ben rappresentata la specie degli elefanti. Difatti i pascoli per gli altri animali, per quelli che vivono nelle paludi, nei laghi e nei fiumi e così per quelli che pascolano sui monti e nelle pianure, erano per tutti abbondanti e altrettanto lo erano per questo animale, nonostante sia il più grosso e il più vorace». «…per tutti v’era pascolo abbondante, e così anche per quest’animale, ch’è il più grande e il più vorace». Ma mentre il termine Elafos è simile al termine Elefas, non lo è, invece, col termine zoo che è quello col quale si sarebbe dovuto fare, nel caso di cui sopra, il raffronto, in quanto è il termine che è presente nella versione in greco, al contrario di Elefas che non lo è. Quindi difficilmente lo scriba, in fretta e furia, avrebbe commesso gli errori. 

8°) S. Frau va anche dicendo che la Sardegna non era Atlantide ma l’isola di Atlante. Ma questo Atlante di cui lui parla non è lo stesso Atlante di Platone. Infatti quell’Atlante di cui parla il giornalista è colui che sorregge la volta celeste, fratello di Prometeo e figlio di Giapeto, mentre l’Atlante di Platone è figlio di Poseidone. A pagina 341 del suo libro, S.Frau scrive: «È Atlantide, quella di cui Platone sta parlando, l’Isola Fiaba, il Paradiso Rompicapo sacro a Poseidone, Trono di Re Atlante che regge il cielo del Tramonto e di quel suo gemello Gadeiro...». Anche Gadeiro (o Eumelo) non è gemello dell’Atlante figlio di Giapeto, ma gemello dell’Atlante figlio di Poseidone. L’unica cosa che accomuna i due Atlante è che sono parenti stretti. Infatti Giapeto è fratello di Crono padre di Poseidone; cioè i due Atlante erano, rispettivamente, zio e nipote. 

9°) A pagina 354 del suo libro, S. Frau scrive: «Crizia: “Ora, in quest’isola di Atlante, vi era una grande e mirabile potenza regale che possedeva l’intera isola e molte altre isole e parti del continente. Inoltre dominavano, al di qua dello Stretto, le regioni della Lybia fino all’Egitto, e dell’Europa fino alla Tirrenia” (ovvero, letteralmente, inizialmente, Il Paese delle Torri o la Terra delle Torri o l’Isola delle Torri; solo in seguito l’Etruria. Ndr)». Per S. Frau, nel periodo in cui il sacerdote egizio racconta a Solone di Atlantide (560 a.C. circa), la Tirrenia era la Sardegna (Il Paese delle Torri o la Terra delle Torri o l’Isola delle Torri). Perciò, dal momento che per il giornalista la Sardegna era anche Atlantide, la quale si trovava al di là dello stretto delle Colonne d’Ercole, che sempre per il giornalista si trovavano a Malta, il suddetto passo di Crizia, di conseguenza, direbbe questo: «Ora, in quest’isola di Sardegna, vi era una grande e mirabile potenza regale che possedeva l’intera isola e molte altre isole e parti del continente. Inoltre dominavano, al di qua dello Stretto, le regioni della Lybia fino all’Egitto, e dell’Europa fino alla Sardegna». Emerge, cioè, una palese ed enorme contraddizione: la Sardegna si sarebbe trovata allo stesso tempo al di là e al di qua delle colonne d’Ercole, ossia al di là nei panni di Atlantide e al di qua nei panni della Tirrenia.

10°) Secondo S. Frau i Tirreni erano i Sardi. Per associare i Tirreni ai Sardi, il giornalista, a pagina 386 del suo libro, riporta un passo di Strabone: «Si dice che Iolao, conducendo alcuni dei figli di Eracle, sia giunto in Sardegna, e che essi abitarono insieme ai Barbari che allora occupavano l’isola: costoro erano dei Tirreni, ma poi il dominio passò ai Fenici...». Ma Strabone quando dice: «insieme ai Barbari che allora occupavano l’isola», non sta dicendo che quei Barbari erano del posto, ma che tenevano l’isola sotto il proprio controllo. Infatti, subito dopo, Strabone dice: «ma poi il dominio passò ai Fenici». Perciò quando Strabone dice che «costoro erano dei Tirreni», sta dicendo che costoro, i Barbari, provenivano dalla Tirrenia (l’Etruria, NdA). Gli antichi, infatti, il termine Tirreni lo fanno derivare da Tirreno figlio di Ati re della Lidia. Erodoto: «Al tempo di Atis, figlio di Mane, una tremenda carestia si sarebbe abbattuta su tutta la Lidia [...]. Ma poi, siccome il malanno, invece di attenuarsi, si andava aggravando sempre più, il loro re, divisi tutti i Lidi in due parti, fece estrarre a sorte quale dovesse rimanere e quale, invece, andarsene via dal paese. A capo della schiera destinata a rimanere sul luogo, il re avrebbe posto se stesso; a capo di quella che doveva esulare, il proprio figlio, che si chiamava Tirreno. Questi ultimi [...] dopo aver oltrepassato parecchi popoli, sarebbero giunti fra gli Umbri, dove fondarono città che abitano ancora oggi. Cambiarono, però, il loro nome di Lidi, con quello del re, che li aveva condotti; sicché, prendendo da lui la denominazione e facendola propria, si chiamarono Tirreni». Strabone: «I Tirreni, dunque, sono conosciuti presso i Romani col nome di Etrusci e di Tusci. I Greci li chiamarono Tirreni da Tirreno, figlio di Ati, come raccontano, in quanto quest’ultimo aveva inviato dalla Lidia alcuni coloni in questa zona (l’Etruria, NdA). Una volta giunto in questi luoghi, Tirreno chiamò il paese Tirrenia dal proprio nome e fondò dodici città» (la Dodecapoli etrusca, NdA). Quindi difficilmente i Tirreni erano i Sardi. 

11°) Sergio Frau afferma che Esiodo (VII sec. a.C.) dice che gli illustri Tirsenoi (o Tirreni, come dice anche lo stesso Frau) governavano sulle isole sacre. Ma Esiodo, dalla riga 1011 della sua Teogonia, invece dice: «E Circe, la figlia del sole Iperionide, generò dall’amor di Odisseo dall’animo paziente Agrio e Latino incensurabile e forte (e partorì Telegono, in grazia dell’aurea Afrodite); questi in un luogo assai lontano, in fondo alle isole divine, regnavano su tutti i popoli illustri della Tirrenia». Quindi erano gli illustri Tirsenoi a essere governati e, anche, da coloro (Agrio e Latino) che si trovavano in fondo alle isole divine o sacre. Dunque il contrario di ciò che afferma S. Frau. 

12°) S. Frau ambienta lo scontro tra Atlantide e Atene (secondo i suoi calcoli nel 1149 a.C.) dopo la guerra di Troia (1200 a.C. circa). Perciò la Sardegna, prima o durante la guerra di Troia, non si sarebbe dovuta chiamare Sardegna. Invece: Ercole inviò suo nipote Iolao e i suoi figli a fondare una colonia in Sardegna. E li inviò o prima o durante la guerra di Troia, perché nel periodo in cui è ambientata l’Odissea, quindi subito dopo la guerra di Troia, Ercole è già morto. Infatti nell’undicesimo libro dell’Odissea, alla riga 602, si racconta di Ulisse che, disceso nell’Ade (il regno dei morti), dice: «Scorsi dopo di lui la possanza di Eracle, l’ombra». Quindi, prima o durante la guerra di Troia, e, dunque, prima della scomparsa di Atlantide la Sardegna era già conosciuta come Sardegna. 

13°) S. Frau associa la Sardegna anche alla Scherìa (la terra dei Feaci). A pagina 473 del suo libro, il giornalista scrive: «Scherìa. La montagna di fango che avrebbe seppellito Scherìa era stata raccontata ai Feaci da un oracolo, ma solo come minaccia di Poseidone». Ma Omero, nel tredicesimo libro dell’Odissea, non parla di montagna di fango. Infatti nella versione in greco non c’è scritto πηλός, che significa fango e che si legge pelόs, e nelle varie versioni in italiano dell’Odissea che ho consultato, non si parla, giustamente, di montagna di fango. Eccone alcune: «voglio spezzarla (la nave dei Feaci, NdA), perché si fermino e smettano d’accompagnare gli uomini, e voglio avvolgere la loro città d’un grande monte». «Coprirò la loro città con un gran monte intorno». «grande alla lor città montagna imporre». Quindi, sulla città dei Feaci o sulla Scherìa come dice Frau, nessuna minaccia di una montagna di fango. 

14°) Sergio Frau afferma che Platone dice che ad Atlantide c'erano i vecchi più vecchi del mondo. Ma sia nel Timeo che nel Crizia non c'è scritto. E a pagina 465 del suo libro scrive: «Atlantide, Scherìa, Iperborea, Tartesso con quel suo Argantonio da Guinness condividono il primato dei Vecchi Giovani, più vecchi del mondo». Neppure Omero, quando parla della Scherìa, descrive i Feaci come di un popolo longevo.


Bibliografia 

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Strabone Geografia l’Italia Libro V 2, 5 -2, 7 R.C.S. Libri Milano 2001 

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Apollonio Rodio “Le Argonautiche” introduzione e commento di Guido Paduano e Massimo Fusillo traduzione di Guido Paduano edit. RCS Rizzoli Libri S.p.A Milano 1986 dalla riga 1225 alla riga 1584--

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Omero Odissea Garzanti Libri s.p.a.Cles 2000 

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Omero Odissea della Fermento 2003 

Omero Odissea di Ippolito Pindemonte Arnoldo Mondadori Editori Milano 1998 

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Esiodo Le Opere Teogonia a cura di Aristide Colonna Tea 1993 Utet Torino

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Pindaro Olimpiche editore Garzanti Milano 1981--- 

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Tucidide Storie a cura di Guido Donini Utet Torino 1995 VI libro 1,4,5,- 

Diodoro Siculo Biblioteca Storica IV Libro Enciclopedia Treccani Enciclopedia Grolier 

Vocabolario Greco-Italiano Lorenzo Rocci Soc. Editr. D.Alighieri Roma 2011 

Documenti video: Voyager Sardegna Rai 2 del 16/11/2009- 

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Maurizio Menicucci intervista Sergio Frau Trasmissione Mediterraneo Rai 3 06/05/2018- 

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Sardegna Uno Sat Speciale La Sardegna e il mito di Atlantide Sergio Frau Atlantide 1 di 2 tb pubblicato il 04/08/2009 sito you tube: sardegna vera atlantide ….voyager 1 parte https://www.youtube.com/watch?v=ICzSuHgz0AY sito you tube: atlantide o sardegna l'isola mito (2a p)2 / 2 

Sergio Frau https://www.youtube.com/watch?v=9fJokjmenBQ 

 Testo e cartine: Antonio Usai--- 

 


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