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sabato 17 dicembre 2011

Vino greco nella Sardegna Punica


Bere vino “alla greca” nella Sardegna punica?
di Carlo Tronchetti

(tratto da Bollettino di Archeologia on line I 2010/ Volume speciale A / A3 / 4)

Con il finire dell’età arcaica va a perdersi il valore cerimoniale del simposio e del relativo consumo del vino, nelle forme in cui è stato ben evidenziato da Paolo Bernardini relativamente alla Sardegna fenicia. La sostanziale coincidenza con il concreto avvicendamento tra Fenici e Cartaginesi nell’isola, adeguatamente testimoniato da una serie diversificata di evidenze, impone una riflessione sui modi del consumo del vino nella Sardegna punica. Se, cioè, questo si possa configurare in una certa misura con modalità legate a costumi stranieri, e, in particolare, di stampo greco. Il vino era consumato con certezza; se da un lato Bernardini non rileva un incremento delle produzioni anforiche locali destinate alla veicolazione della bevanda, ma anzi una specializzazione verso altre derrate agricole, dall’altro si può facilmente rilevare un notevole incremento delle importazioni anforarie vinarie, da diversi luoghi del Mediterraneo. Sono attestati, in ritrovamenti terrestri, contenitori dall’area egea, dalla Grecia orientale e continentale, dalla Magna Grecia e dall’area Cartaginese- Siceliota, dall’Etruria, da Massalia. Un commercio di vino, quindi, di discreta ampiezza e rilevanza, che trova, seppur parzialmente, un buon confronto con il carico anforico del relitto di El Sec, mentre minori sono le affinità con quello della Secca del Capistello. Possiamo adesso quindi rivolgere la nostra attenzione al vasellame utilizzato per il consumo del vino, rivolgendoci in particolare verso quello di importazione, maggiormente cogente con il tema trattato. A partire dagli anni iniziali del V secolo riscontriamo un discreto numero di coppe ansate, (fig. 1) in prevalenza decorate a figure nere (gruppo Leafless e genericamente Late-cups) e in misura minima a figure rosse, anche se non mancano le coppe tipo C a vernice nera, cui seguono in quantità rilevante le coppe stemless inset-lip (le Castulo cups della terminologia iberica) (fig. 2), che costituiscono una sorta di fossile-guida dei livelli del V secolo centrale in Sardegna. Ancora nell’ambito delle figure nere troviamo alcuni cup-skyphoi della maniera del pittore di Haimon, mentre altri cup-skyphoi e cup-kantharoi sono a vernice nera. Sono poi attestate anche poche coppe monoansate e non ansate. Un buon numero di esemplari è dato da skyphoi, sia a figure rosse (in quantità molto ridotta) che a vernice nera.

Non si possono tralasciare, perché eminentemente legati al consumo del vino, i pochissimi crateri, alcune oinochoai a bocca trilobata, anch’esse sia a figure rosse che a vernice nera, e sporadici boccali. Come si vede siamo di fronte ad un repertorio molto ampio di forme, che mostra come, nell’ambito del V a.C., le importazioni attiche fossero legate prevalentemente a un tipo di vasellame da mensa destinato al consumo del vino, anche se non aderisco aprioristicamente alla posizione di M. Bats, che individua unicamente i vasi ansati come vasellame per bere vino. Gli altri materiali attici presenti rientrano agevolmente in un contesto simposiaco: dalle numerose lucerne alle onnipresenti coppette, ai frequenti contenitori di olio profumato, che si addensano nella parte finale del secolo. Il IV secolo vede ad Atene l’introduzione nel repertorio formale in misura molto rilevante di coppe non ansate: le outturned rim e le incurving rim (L. 22 e L. 21), sempre accompagnate però dalle forme ansate: prevalentemente skyphoi e bolsal, già presenti dallo scorcio del secolo precedente. In Sardegna si assiste ad un immediato e ragguardevole adeguamento a questo nuovo repertorio, con la forte introduzione di un rilevantissimo numero di coppe non ansate e di bolsal (fig. 3), mentre gli skyphoi tendono a decrescere sensibilmente. Ora gli studi di M. Bats, cui ho già fatto cenno sopra, tendono a riconoscere nelle coppe non ansate vasellame legato al consumo di alimenti semiliquidi: zuppe, minestroni, pastoni vari. Questo è senza dubbio sostenibile quando ci si riferisca all’ambito

greco della madre patria e coloniale, ma non mi sentirei di affermare con la medesima sicurezza la stessa funzionalità in un ambito culturale diverso come quello punico, che presenta marcate differenze da quello ellenico. Se andiamo a considerare il vasellame punico destinato al consumo delle bevande, possiamo agevolmente constatare come il repertorio si componga di ciotole, di diverse fogge, sempre rigorosamente prive di anse, tranne che nel caso dell’imitazione di vasi alieni (figg. 4, 5).

Se indubbiamente le coppe attiche incurving rim non sono idonee al consumo di una bevanda, a causa appunto dell’orlo incurvato all’interno, le outturned rim, al contrario si prestano benissimo per bere; io ritengo che la coppa attica L. 22 possa essere stata utilizzata anche, e forse sopratutto, per il consumo del vino. A questo mi spinge inoltre l’esame delle numerosissime imitazioni della forma nella Sardegna punica (fig. 6). In realtà imitazioni e derivazioni della L. 22 sono ampiamente diffuse in tutto l’occidente punico e punicizzato dallo scorcio del IV sino a gran parte del III sec. a.C., ma la Sardegna si delinea, in questo quadro più generale, con una propria peculiarità. Verificando il fenomeno delle imitazioni in altre aree puniche vediamo che a Cartagine sono imitate in gran numero anche le bolsal (fig. 7), e così avviene pure nell’area gaditana (fig. 8), interessata di recente da un’accurata analisi, mentre nell’isola imitazioni di bolsal, sino ad oggi, non si conoscono. Mi chiedo se un tale numero di imitazioni della outturned rim, talora redatte con estrema aderenza agli originali attici, possa trovare la sua giustificazione per una foggia destinata unicamente al “pane quotidiano” o, invece, non possa meglio riferirsi al consumo di una bevanda sostanzialmente sentita come esotica, da bersi con vasi di aspetto anch’esso esotico.

Sicuramente, nel quadro del consumo del vino, possiamo vedere come avvenga una selezione da parte dei Punici di Sardegna, rispetto alla relativa produzione ceramica attica. Mentre nel V, sia pure in modo abbastanza sporadico, si avevano importazioni e imitazioni di vasi destinati a versare il vino (oinochoai shape 2 Sparkes-Talcott), e si riscontrano anche alcuni crateri, durante il IV secolo questo fenomeno si arresta. Le oinochoai attiche definite chous (shape 3), che attraversano tutto il IV secolo, in Sardegna sono assenti, così come pure i crateri. A proposito di quest’ultima forma si deve tener presente la totale assenza dei crateri del Pittore del Tirso Nero, ampiamente diffusi nella penisola iberica meridionale e abbondantemente presenti nel relitto di El Sec. Una tale assenza, peraltro, concorda con il fatto che la maggior parte di questi vasi, nella penisola iberica, si trova distribuita nelle necropoli indigene, dove giungeva attraverso il commercio punico. I grandi vasi per miscelare e servire il vino sembrano assai scarsamente rappresentati in ambito punico vero e proprio. Diverso è invece il caso delle coppe afferenti alla produzione del gruppo di Vienna 116 e degli skyphoi del gruppo Fat-boy. Questi vasi, entrambi ansati e quindi istituzionalmente destinati al consumo del vino, sono attestati in ambito punico vero e proprio, come ci indicano chiaramente i recenti scavi di Cartagine eccellentemente editi dalla Bechtold, ma in Sardegna non si trovano che in maniera sporadica: unicamente coppe del gruppo di Vienna 116 a Tharros (2 esemplari), Sulci e Terralba (1 esemplare ciascuno). Come ho già avuto modo di chiarire altrove, questo rientra sicuramente nel diffuso aniconismo della cultura punica, che non mostra assolutamente interesse alle figurazioni sulla ceramica sino dall’età arcaica; ma anche può essere l’indizio di una multifunzionalità di altre forme importate, come la outturned rim.

Un esame degli scavi negli abitati, ove possibile, cioè in presenza di contesti stratificati attendibili, offre lo spunto a considerazioni interessanti. L’analisi dei materiali provenienti dallo scavo di una cisterna di Sulci, che conteneva un gran numero di vasellame da mensa compreso in un arco cronologico abbastanza ristretto, può essere confrontato con quello dei livelli di vita dell’abitato punico di Cagliari.

Si percepisce immediatamente la disparità dell’incidenza delle singole forme. La bolsal è assai più attestata a Sulci che a Cagliari, dove invece è dominante la coppa L. 21, assente nel centro sulcitano. Le coppe L. 22 outturned rim hanno una buona ed abbastanza simile consistenza in entrambe le situazioni, così come le coppette. Altre forme ansate sono testimoniate in numero minimo unicamente a Sulci. Se allargassimo l’indagine anche al vasellame da mensa, stavolta sicuramente destinato al consumo degli alimenti solidi, potremmo vedere attestati a Cagliari il piatto da pesce ed il piattino rolled-rim, che sono invece stranamente del tutto assenti a Sant’Antioco. Dico stranamente perché il piatto da pesce è forma diffusissima nei centri punici di Sardegna, sia pure con una attestazione preferenziale in ambito funerario. Se passiamo adesso a considerare le necropoli, dobbiamo rivolgerci ad altre situazioni, perché Sulci, in tutte le sue decine e decine di tombe a camera ricche di corredo databili nel IV a.C., ha restituito come unica attestazione di oggetti ceramici di importazione solo un limitatissimo numero di lucerne. Possiamo rivolgere la nostra attenzione alle necropoli di Cagliari e Nora, che offrono una serie di dati omogenea e ben confrontabile. Anche nei corredi tombali si possono riportare le medesime osservazioni operate per gli abitati. Le bolsal e le outturned rim sono prevalenti a Nora, mentre a Cagliari appaiono in misura molto ridotta, inversamente alla coppa incurving rim.

Già in altra sede ho avuto modo di notare che i corredi funerari punici non offrono un posto di particolare rilevanza al servito per l’assunzione del vino. Non si riesce ad individuare, non solo in località diverse, ma anche nell’ambito di un medesimo centro, prendendo in esame i singoli corredi all’interno della stessa necropoli, una costante di presenze ed associazioni che si ripeta e ci indirizzi verso un eventuale valore ideologico del “bere vino”, significato dal vasellame utilizzato per il suo consumo. Con ogni evidenza questo dipende dall’ambiente culturale in cui ci troviamo. La bella e approfondita analisi dedicata al simposio da Domenico Musti è illuminante al riguardo. Il Musti propone tre forme nello
sviluppo del simposio, di cui il bere vino rappresenta il secondo tempo, indispensabile preliminare al terzo tempo, quello della gioia (euphrosýne, hedoné), che può andare dal piacere puramente fisico a quello puramente intellettuale. Mentre la prima forma del simposio interessa in massima prevalenza (lo studioso ricorda opportunamente che la distinzione da lui proposta non ha valore rigido ed assoluto) il periodo orientalizzante ed arcaico, derivando da influssi medio-orientali, ed è legata ad una pratica sociale ed esistenziale propria delle aristocrazie e di un ceto elevato, con la fine dell’età arcaica il terzo tempo del simposio si indirizza verso una pratica intellettuale di conversazioni morali e filosofiche, con la forte impronta del socratismo e del platonismo; è quindi strettamente legata ad un tempo ed una fase ben determinata della cultura greca. Il fenomeno, ovviamente, non è ristretto alla città di Atene, ma è diffuso nel mondo coloniale e immediatamente adiacente, permeato di cultura ellenica. Così invece, con ogni evidenza, non è per il mondo punico, culturalmente diverso. Mi sentirei di proporre, quindi, che la mancata valenza ideologica del servito da simposio in ambito punico di Sardegna sia dovuta proprio alla differente concezione del banchetto nei due dissimili ambienti culturali. Tale considerazione, d’altronde, rientra in un filone di studi rivolti all’analisi di culture “periferiche” con propri e peculiari caratteri distintivi, in cui vengono adottati selettivamente oggetti esotici per il consumo di cibi e sopratutto bevande, incorporandoli in un repertorio già ben stabilito, senza che questo voglia significare una stretta aderenza ed imitazione dell’ambito culturale di provenienza di tali oggetti. Come conclusione ritengo di poter affermare che nella Sardegna punica, tra il V ed il IV a.C., si ha un utilizzo di vasi greci per bere il vino, ma non si consuma il vino “alla greca” nel senso in cui questo avviene nell’ambito del simposio greco, esistendo profonde diversità culturali e strutturali fra la società punica e quella ellenica.

Fonte: www.archeologia.beniculturali.it/pages/pubblicazioni.html

venerdì 16 dicembre 2011

Nuova teoria sulle “coppelle”: sarebbero mappe stellari


Aosta, coppelle.
di Martina Calogero

Nel corso di una serata organizzata presso la Cittadella dei Giovani di Aosta, Guido Cossard, archeoastronomo valdostano, ha illustrato la sua ultima scoperta relativa agli incavi semisferici, ricavati nella roccia e risalenti alla preistoria, conosciuti con il nome di “coppelle”. Secondo lo studioso, molte configurazioni di coppelle rappresenterebbero costellazioni celesti e risalenti alla preistoria, conosciuti con il nome di “coppelle”. Secondo lo studioso, molte configurazioni di coppelle rappresenterebbero costellazioni celesti e sarebbero state impiegate in campo astronomico, pur non escludendo che alla base di tali realizzazioni artistiche potessero esserci altre motivazioni.

La nuova teoria di Cossard riaccende la discussione sulle coppelle e sul loro scopo. Alcuni ricercatori pensano che si tratti fondamentalmente di un gesto votivo: una specie di ex-voto preistorico, frutto di un lavoro lungo e faticoso, in un atto di preghiera e di devozione. Altri studiosi ritengono che le coppelle venissero usate come contenitori, nei quali venivano rovesciati liquidi infiammabili, probabilmente olii combustibili, allo scopo di appiccare piccole fiammelle circoscritte in onore di un qualche rituale oggi dimenticato.

L’esperto valdostano, dopo tre anni di lavoro, con la collaborazione e grazie alle segnalazione dei valdostani, è riuscito a identificare diversi simboli lunari e solari incisi, ma anche numerose raffigurazioni di costellazioni, ottenute attraverso le coppelle, tra cui spiccano Cassiopea, la Vergine, le due Orse, il Cigno e Cefeo, il cui numero e qualità non lasciano dubbi circa l’interpretazione astronomica.

Fonte: Archeorivista

giovedì 15 dicembre 2011

Le molte identità della Sardegna Antica


Un'isola meticcia: Geografia di una frontiera
di Alfonso Stiglitz


Fonte: Bollettino di Archeologia on line I 2010/ Volume speciale A / A3 / 3
www.archeologia.beniculturali.it/pages/pubblicazioni.html

D(is) m(anibus)/ Urseti Nispeni/ni coniugi / b(ene) m(e)r(enti) / f(ecit) (fig. 1). In un qualche anno del I d.C. nella piana del Tirso tra Borore e Macomer (Sardegna centro-occidentale) sullo sfondo dei contrafforti dell’altopiano degli Iliensi, Urseti affidò l’amata coniuge, Nispeni, agli Dei Mani.
L’epitaffio, per la sua collocazione geografica e per l’onomastica, ci mostra le tante sfaccettature che i termini “confini” e “frontiera” possono assumere, se li si usa in un’accezione che non si limiti, come troppo spesso avviene, all’ambito fisico ma si estenda al complesso dei significati, comprendendo quello che, superando la visione etnica, possiamo indicare come incontro tra culture. Una testimonianza, quella del cippo in questione, che vuole segnare la presa di distanza netta dalla visione marcatamente dualista di una Sardegna divisa tra una Romània civilizzata, alfabetizzata, planiziale e una Barbària analfabeta, resistente e montanara, l’un contro l’altra armate, fino alla presa di potere della superiore civiltà romana, come gli antichi autori coloniali ci hanno tramandato. Uno scontro di civiltà nel quale a soccombere furono quei “Sardi”, ovviamente pelliti, barbari (anzi barbaricini), che abitavano in caverne, non seminavano le terre seminabili e depredavano gli altri (Strabone V, 2, 7), vivendo “senza pensieri e travagli, contenti dei cibi semplici” (Diod. Sic., V, 15, 5), secondo lo strumentario del bravo etnologo colonialista che isola alcuni caratteri stereotipati. Una visione nella quale i protagonisti della straordinaria civiltà nuragica sarebbero stati travolti dall’abbrutimento psicofisico trasformandosi nei barbari abitanti le caverne e nella quale la plurisecolare presenza fenicia sarebbe scomparsa nel nulla. Il dibattito in Sardegna può trovare uno dei momenti più alti nel bel lavoro di A. Mastino che si muove nell’ambito del modello resistenziale di Lilliu, come si può notare nel titolo con l’indugiare su termini certamente suggestivi ma, a parere di chi scrive, anacronistici quali analfabetismo e resistenza. Il primo, analfabetismo, potrebbe più utilmente essere sostituito con “pluralità di codici” sulla scorta delle analisi dell’antropologo sardo Michelangelo Pira. Il secondo, resistenza, da interpretare meglio con “la diversificazione della società sarda” di età romana, sulla scorta di un altro maestro, Yvon Thebert. A questi maestri aggiungo lo straordinario testo di Giovanni Tore sull’artigianato lapideo sulla cui scia si muove questo lavoro. Il territorio oggetto di indagine è l’Oristanese, in particolare lo spazio delineato dal principale fiume sardo, il Tirso, un’area a elevata intensità di incontri sin da epoca molto antica e, probabilmente, quella a maggiore densità di insediamenti dell’isola, da quelli nuragici dell’età del Bronzo e del Ferro, a quelli fenici e romani con una pluralità di spazi urbani senza confronto nel resto della Sardegna. L’area è ricca di risorse potenziali nella costa e nell’entroterra. Sono presenti interessanti giacimenti metalliferi di Ferro, Argento e Piombo e terreni utili per una pluralità di coltivazioni, da quelle cerealicole a quelle pregiate, non ultima la vitivinicoltura, che i risultati degli scavi di Duos nuraghes di Borore (non distante dalla tomba di Urseti del nostro incipit) ci permettono di retrodatarla quantomeno al Bronzo finale. Un altro elemento fondamentale per gli scopi di questo lavoro è il ruolo dell’urbanizzazione e il rapporto città/campagna, che vede per la prima volta in Sardegna la divisione del territorio tra spazi centrali, urbani e spazi periferici rurali; tale distinzione non era presente, in questi termini, in età nuragica, quando non vediamo sostanziali differenze nell’organizzazione territoriale, negli aspetti culturali ed economici tra l’area interna e quella costiera. Il cambio radicale avviene nell’VIII a.C. con il formarsi delle città di Tharros e Othoca e, probabilmente Neapolis, che provoca la fine irreversibile dell’organizzazione territoriale nuragica, la creazione di una gerarchizzazione spaziale non più locale, come nel sistema delle torri nuragiche, ma estesa ad ambiti più ampi.

Nell’età romana il processo di urbanizzazione giunge alla sua massima espressione coinvolgendo sia l’ambito costiero, con la rivitalizzazione degli antichi centri fenici sia quello interno con la fondazione di centri dal carattere urbano, sin nella profonda Sardegna interna, come mostrano i centri di Aquae Hypsitanae poi Forum Traiani (Fordongianus), Augustis (Austis), Sorabile (Fonni), per citarne solo alcuni nell’area oggetto di questo intervento. Urbanizzazione che porta con se la riorganizzazione del territorio, la sua “geometrizzazione” funzionale agli scopi coloniali, la realizzazione di una fitta rete stradale che ingloba ogni porzione di questo spazio geografico e i rapporti conflittuali con le comunità presenti, sia in ambito costiero (rivolta delle comunità puniche), sia in quello più interno (rivolte degli Ilienses, Balari e Corsi) (fig. 2).
A fronte di una sostanziale omogeneità dell’età del Bronzo, che va pian piano articolandosi in varie direzioni nelle quali si evidenziano percorsi diversi e segmentazioni sociali più marcate ben visibili nel Bronzo finale e nel Primo Ferro, l’impatto con il fenomeno urbano di tipo coloniale sembra produca una “disintegrazione” di questa unità e la formazione di nuovi gruppi che comunemente vengono chiamati con termine equivoco “etnie” e che gli antichi chiamavano in modo altrettanto equivoco “popoli”, ma la cui identità sembra essere più il frutto della necessità coloniale di ripartire il territorio per meglio controllarlo. Da questo punto di vista preferisco utilizzare i termini più neutri di “comunità” e “componenti”; in tal senso anche la formazione degli etnici sembra il frutto di questo processo più che la volontà di una autorappresentazione. In questo breve contributo ci si limita a cartografare gli indicatori di confine, perché è ancorando i fenomeni culturali allo spazio nel quale sono avvenuti, oltre che al tempo, che si può affrontare concretamente il problema delle Civitates Barbariae, traendole fuori dal limbo metafisico nel quale veleggiano. In primo luogo i toponimi, che indicano luoghi di passaggio tra realtà distinte quali il Marghine e il Barigadu (fig. 3). Il Marghine è una vasta regione storica sulla riva destra del Tirso; il suo nome, che significa margine, indica una sorta di barriera visiva, i contrafforti della Campeda, ma anche una regione di passaggio tra territori geograficamente diversi, quali la piana del Tirso e il Logudoro nella Sardegna settentrionale.

L’attestazione del nome è medievale e indica chiaramente un punto di confine; la sua antichità è confermata da due toponimi di origine punica, oggi evidenziati dal nome del più grande centro urbano di questa regione, Macomer, storicamente connesso con i toponimi punici maqom her / maqom misa: la loro interpretazione, il primo come “luogo dell’uscita” e il secondo come “luogo della regione montuosa”, confermano il ruolo e la percezione di questo spazio che si aveva già in epoca molto antica. Il Barigadu è, invece, una regione storica posta sulla riva sinistra del corso d’acqua. Il nome viene interpretato come “varcato, oltrepassato”, cioè al di là del Tirso a sottolineare il ruolo di punto di passaggio lungo una via di penetrazione le cui tracce possiamo rilevare già in età nuragica, dovuta al più grande fiume della Sardegna. A questi toponimi si aggiungono i veri e propri cippi di confine, uno dei quali proprio nel Marghine. Si tratta della nota iscrizione latina incisa sull’architrave del nuraghe Àidu èntos (Bortigali), nella quale viene indicato il posizionamento del confine del territorio degli Iliensi (fig. 4). L’iscrizione, del I d.C., indica il riconoscimento dei diritti giuridici, storici e culturali di questa popolazione su un territorio di vitale importanza strategica, con l’inserimento originale e non di mera assimilazione di un gruppo, di probabile discendenza nuragica, in grado di gestire il proprio destino non solo con la forza, come mostrano le ripetute rivolte, ma anche con consapevoli attività politiche. Stupiscono in questo senso, le affermazioni di Lidio Gasperini secondo il quale l’iscrizione fu “fatta apporre sull’ingresso della fortezza nuragica dai Romani, più per le loro stesse necessità di controllo, che per gli occupanti, probabilmente analfabeti o, comunque, non in grado di gestire l’idioma e, men che meno, il codice scrittorio dei dominatori”: Gasperini 1992a, 305–306. Una lettura evidentemente mediata dalla visione degli autori coloniali latini per i quali gli “indigeni” sono di per se incapaci di adattarsi alla civiltà. Sulla sponda opposta del fiume Tirso, più a ovest, a circa 25 km in linea d’aria, il territorio di Orotelli ha restituito un cippo che riporta la scritta Fin(es) Nurr(itanorum) con la chiara indicazione del territorio di pertinenza della comunità dei Nurritani, noti anche per aver dato origine a una cohors dell’esercito romano. Più a sud di questo, a circa 20 km in linea d’aria, dal territorio di Fonni sede di un importante centro romano, Sorabile, pro-viene un cippo con l’indicazione Celes( ) su una faccia e Cusin(?) sull’altra; si ritiene che si tratti del segno di confine tra il territorio di due comunità una delle quali potrebbe essere identificata con i Celsitani di Tolomeo (III, 6) e collocata nell’area del Barigadu-Mandrolisai. I territori della seconda comunità si estenderebbero invece verso oriente.

La dislocazione geografica dei toponimi e dei cippi di confine ci mostra con chiarezza la distribuzione delle varie comunità occupanti questo territorio nella piena età romana, restituendo concretezza fisica e dignità storica a questi gruppi. La carta di distribuzione conferma l’affermazione di Pausania che indicava il Tirso come confine tra i Troiani e i Barbari (Paus. X, 17, 6). L’esatta interpretazione di questo passo ci permette di chiarire meglio l’esistenza di una pluralità di identità complesse nel territorio, non più rinchiudibili nella definizione, ad alta valenza politico-ideologica, di Barbagia, come luogo primitivo di conservatorismo totale. In Pausania è chiara, infatti, la distinzione tra i troiani (secondo la sua interpretazione del nome Iliensi) e i Barbari, in altre parole gli Iliensi sono considerati cosa distinta dalle Civitates Barbariae. Alla distribuzione geografica degli etnici si affianca un altro tipo di documentazione, quella onomastica, che ci permette di avere un quadro più ampio della complessa realtà di queste comunità che, lungi dal mostrarsi chiuse e resistenti a ogni contatto, ci hanno restituito, nella piena età romana, una situazione identitaria dinamica e articolata. La diffusione di alcuni indicatori ci mostra il permanere di una componente punica della Sarditas che resterà vitale fino alla piena età romana imperiale, non solo in ambito urbano ma anche rurale (fig. 5). Questa componente è, ovviamente, legata alla complessa e lunga storia della colonizzazione fenicia della Sardegna, i cui primi insediamenti stabili possono datarsi all’VIII a.C., e di cui l’oristanese è punto nevralgico. In piena età romana, verosimilmente tra I e II d.C., la componente di tradizione punica è testimoniata da una pluralità di indicatori contenuti nei cippi funerari, la cui lettura non sempre è agevole. In primo luogo la presenza dei simboli betilici, raffigurazione di alto valore ideologico, di cui due sono stati rinvenuti a Sedilo, sulla riva destra del Tirso. Il primo, nel quale è evidente il riferimento a questa simbologia, è un cippo con sommità a vaschetta, sulla cui faccia principale sono raffigurati tre betili e nelle due laterali decorazioni a losanga (fig. 6a) con un richiamo abbastanza palese alle pitture funerarie puniche, si vedano gli esempi dalla necropoli di Tuvixeddu- Tuvumannu di Cagliari e alle produzioni lapidee dei tophet sardi.

Il secondo esemplare con la tipica forma a capannina di questi cinerari ha sulla fronte (fig. 6b), al di sotto di un timpano, cinque betili. A questi due si può accostare un concio in trachite proveniente di Samugheo (fig. 6c), sulla riva sinistra del Tirso, e identificato come “tempio pentastilo con estradosso a botte”; non pare del tutto fuori luogo, invece, l’accostamento con la rappresentazione betilica, magari in un ambito che non ha più del tutto chiari i riferimenti alla tradizione più antica (vedi il trattamento simil tempietto); la presenza sull’altro lato del concio di un crescente lunare rafforza questa lettura. A questi reperti possono essere accostati anche due cippi provenienti da Sedilo, che richiamano la tipologia punica della stele a davanzale, riletta come cinerario, con vaschetta superiore. Questa tipologia è presente nel confinante territorio di Aidomaggiore, con un esemplare di datazione più alta, III sec. a.C. e sul quale è un’iscrizione in caratteri punici con il nome Wgc , riportato alla “persistenza di un forte sostrato paleosardo nell’antroponimia durante il dominio punico e romano dell’isola”. Sempre dalla stessa località proviene un’iscrizione funeraria latina di alcuni secoli più recente contenente un nome, Qdabinel, che è il palese adattamento del punico kbdcln , presente anche in nord africa nella forma Cabdolonis e varianti. Sempre nel campo dell’onomastica relativa a questa componente punica della Sarditas è importante la testimonianza di Ula Tirso, sulla riva sinistra del Tirso, dirimpetto ai precedenti territori, dove è stata rinvenuta un’iscrizione romana di I d.C. contenente il patronimico Osurbali (Asdrubale) che deriva dal nome punico czrbcl
;

interessante notare che il figlio di Osurbali, Asadisio, abbia un nome probabilmente di origine locale. É possibile che a questa tradizione culturale di matrice punica possa essere attribuito anche un complesso di cippi funerari in pietra con raffigurazione umana, provenienti dall’oristanese e dalla Sardegna centro-settentrionale. Nell’area oggetto di questo intervento possono richiamarsi i cippi antropoidi da Sedilo e Bortigali. In particolare quello di Sedilo, purtroppo definitivamente scomparso, è costituito da una lastra alta m 1,48 sulla cui faccia anteriore è risparmiato, in alto, un viso e più in basso è incisa una parola, Foronto, di non chiara attribuzione, per la quale si è ipotizzato di vedere il nome del defunto al nominativo o, in alternativa, quello di una divinità locale; questa attribuzione parrebbe rinforzata dalla resa del volto con lo schema a T, ritenuto di tradizione nuragica (fig. 7a). Un secondo cippo di tipologia simile, ma anepigrafe, proviene dal vicino territorio di Bortigali (fig. 7b-c); la funzione di coperchio di cinerario a cassetta quadrangolare in pietra e il contesto di rinvenimento sembrano riportare all’ambito cronologico qui considerato.

La tipologia e il contesto di Bortigali richiamano componenti punicizzate, legate al vicino centro di Macomer e alla via di penetrazione del Tirso che ricollega l’area con Tharros. Essi si inseriscono in un complesso corpus di stele funerarie con raffigurazione umana, diffuse principalmente nell’oristanese ma anche nel Marghine come mostrano gli esempi di Bolotana, Scano Montiferro e Mulargia. Alla componente di origine punica si affianca quella dei Sardi di origine libica, testimoniata in questo caso da un complesso di iscrizioni funerarie di età imperiale, diffuse in modo particolare nella nostra zona; i nomi attestati sono quelli di Ginsora, da Macomer, nel Marghine e, nel Barigadu quelli di Gauga, Miriacora, Tumar, da Busachi, Tubmar e Tamucar da Samugheo. Questa componente potrebbe ricollegarsi alle più antiche immissioni operate da Cartagine, da riconoscersi nei sardo-libici testimoniati già nel V a.C. e ai quali, probabilmente, apparteneva Hampsicora. L’onomastica ci può permettere di dare un volto a un altro gruppo, traendolo dalla nebbia ideologica e per il quale mi pare più opportuno la definizione di Sardi di origine nuragica, evitando l’anacronistica espressione “paleosardo”, per il semplice motivo che all’epoca erano vivi e per niente “paleo”, per niente residui di un tempo che fu, ma attori, partecipi in prima persona dei notevoli cambiamenti culturali in corso. Per l’area oggetto di questo lavoro l’elenco è lungo e per alcuni di essi permane l’incertezza sull’effettiva pertinenza a questa componente. A nord del Tirso, nel Marghine, sono attestati i nomi di Semmudi e Urelio, a Macomer; nell’altopiano tra i contrafforti del Marghine e la riva destra del Tirso i nomi Nercau ad Aidomaggiore e Sedilo; Urseti ad Aidomaggiore e Macomer; Nispeni a Macomer; Cariti a Borore e, infine, Foronto a Sedilo, qualora lo si intenda come nome di persona e non di divinità. A sud del Tirso ritroviamo il nome Nercau ad Allai, Samugheo e Austis; Asadiso a Ula Tirso, Beviranus a Busachi, Cariti a Fordongianus al quale è da accostare Kariti da Busachi e Carini (?) da
Samugheo, Caturonus ad Austis, Etunus a Busachi, Gocaras da Allai, Ietoccor da Busachi, Monioriti da Ula Tirso, Nispelli da Ula Tirso, Targuro, da Busachi, Torbenius da Busachi e Ula Tirso al quale può essere accostato Torvenius da Busachi, Torceri da Busachi, Turi da Busachi (fig. 8). La diffusione territoriale di alcuni di questi nomi permette un’ulteriore riflessione; se, ad esempio, ci riferiamo al nome Nercau, notiamo la sua presenza a Borore, Aidomaggiore e Sedilo sulla riva destra del Tirso e ad Allai, Austis e Samugheo su quella sinistra; medesima distribuzione del nome Cariti presente a Borore, Fordongianus, Busachi e Samugheo (fig. 9).

Da questi esempi appare chiara la trasversalità geografica di questi nomi, suggerendo come, verosimilmente, i gruppi che vivevano al di qua e di là del fiume, di cui per ora sono noti l’etnico di Ilienses sulla riva destra e di Celsitani su quella sinistra, non siano etnicamente e linguisticamente distinti ma siano, più concretamente, da riferire a divisioni di ambito amministrativo, politico ed
economico.

Possiamo aggiungere che per alcuni dei cippi può essere avanzato un possibile riferimento a tradizioni più antiche, “letture dovute probabilmente ad alterità culturale”, come nel caso degli esemplari a capannina con resa degli occhi incisi a cerchiello e del naso a T. La suggestione è forte e credo meriti di essere approfondita, soprattutto a partire dagli occhi a compasso di un cippo da Sedilo (fig. 10a), la cui impressionante somiglianza con la resa di quelli della statuaria nuragica di Monti Pramma di Cabras (fig. 10b), databile a un epoca non posteriore all’VIII a.C., desta una certa curiosità e ci indirizza verso il permanere di tradizioni artigianali nuragiche tramandate nel tempo pur all’interno di modalità espressive ormai completamente e naturalmente diverse; in quest’ottica non senza significato pare il cognomen del defunto cui è dedicato il cippo, Nercau, appartenente a questa serie onomastica sarda di origine nuragica, che rafforza l’impressione del convergere nel cippo in questione di linguaggi diversi ma non separati, espressione di un gruppo portatore di una cultura caratterizzata dalla molteplicità di identità in reciproco dialogo.

Nel caso specifico del nostro defunto i tria nomina, Quintus Volusius Nercau, oltre a chiarirne lo status giuridico e il ruolo sociale esemplificano la complessità dell’identità di questa comunità sarda di età romana. Identità fortemente dinamiche nell’attraversare le componenti etniche come attestano i nomi romani dei figli di padri dal chiaro nome sardo di origine nuragica, vedi il caso di Cariti di Borore che dà il nome Valerius al figlio, o di Tamucar, sardo di origine libica da Samugheo, che dà al figlio un nome romano, Senecio, o il caso inverso di P. Manlius di Austis che al figlio dà il nome Nercaus.
La presenza di nomi sardi di origine nuragica nelle iscrizioni latine di quest’area potrebbe indicare l’emergere di elites all’interno della società tradizionale isolana in grado di utilizzare anche altri codici di comunicazione diversi da quelli consueti, quali la scrittura e la lingua latina ad esempio, per obbligo, perché utili all’ascesa sociale o per adesione volontaria a quei codici, senza per questo rescindere totalmente il legame con i precedenti.

Il permanere di alcuni di questi nomi per il millennio successivo, mi riferisco soprattutto a quelli presenti nelle famiglie dell’elite altogiudicale (Nispella, Ithocor, Urseccur ecc.) indica una progressiva partecipazione di questi gruppi alle strutture di potere: sono, probabilmente quelli più attrezzati ad affrontare i cambiamenti che avvengono con la fine del sistema organizzativo latifondistico dell’impero romano e che sono all’origine del sistema economico-sociale giudicale. Queste iscrizioni ci
indicano in sostanza, l’inizio del processo. Questo rapido esame di alcuni indicatori culturali, al quale andrebbe collegato quello della distribuzione territoriale degli insediamenti e delle caratteristiche artigianali della cultura materiale, ci permette di impostare su nuove basi l’analisi della complessa realtà identitaria della Sardegna di età romana. Un processo che vede l’articolazione delle comunità e la loro vitalità e non può più essere compreso alla luce del vecchio strumentario etnologico nel quale la manifesta presenza di componenti culturali altre rispetto a quella romana veniva interpretata nei termini di sopravvivenza e di sostrato, quasi che si trattasse di relitti di culture ormai esaurite. Al contrario siamo in presenza di comunità dinamiche che, sebbene provate dai lunghi anni della repressione violenta, partecipano attivamente ai nuovi tempi senza rinunciare alle proprie affiliazioni, senza rinchiudersi in “riserve indiane” resistenti. Affiliazioni non statiche ma capaci di condividere le proprie esperienze con i propri vicini consapevoli di essere portatori di una molteplicità di identità, che è poi la natura di quella che è stata definita la Sarditas di età romana, di cui abbiamo cercato di delineare sinteticamente le varie sfumature. Il fine di questa ricerca, ancora lunga, è quello di dare un volto a quelle donne e uomini, certamente Sardi, qualunque fosse la loro provenienza originaria, sicuramente non barbari ma portatori di un reticolo di identità culturali, esattamente come i Sardi attuali, ognuno dotato di quella che Amartya Sen ha chiamato la “natura plurale delle nostre identità”, che l’analisi sul terreno può molto faticosamente definire e che si esprime con diversi i codici di comunicazione, compreso l’affidarsi agli Dei mani come fa Nispeni di Macomer quando perde il marito.

Abbreviazioni
ILSard. = SOTGIU G., 1961, Iscrizioni Latine della Sardegna (supplemento al Corpus Inscriptionum Latinarum, X e all’Ephemeris Epigraphica, VIII), I. Padova.
AE = L’Année épigraphique.
CIL = Corpus Inscriptionum Latinarum, Berlin 1863 ss.
EE = Ephemeris Epigraphica. Corporis inscriptionum latinarum supplementum, Roma 1872-1913.

mercoledì 14 dicembre 2011

Tas-Silg Malta.


Intervista a Alberto Cazzella sugli scavi a Tas-Silg (Malta)


Il sito di Tas-Silg
Abbiamo intervistato per voi Alberto Cazzella, Professore Ordinario di Paletnologia e incaricato di Paletnologia e di Archeologia e Antichità Egee presso la Scuola di Speializzazione in Beni Archeologici dell’Università La Sapienza di Roma, che ha guidato la spedizione archeologica dell’Università romana all’area archeologica di Tas-Silg, a Malta.

Iniziamo con una breve storia della campagna di scavo 2011
Il frammento di crescente lunare in agata è venuto in luce nel corso della campagna di scavi 2010 al limite settentrionale dell’area di scavo, nei pressi di un altare ellenistico. Mentre stavamo asportando i resti di un piano pavimentale di età storica fatto di torba, una preparazione realizzata con argilla mista a calcare polverizzato, tra i frammenti di ceramica e di materiali architettonici riutilizzati all’interno di tale preparazione un reperto realizzato in una pietra particolare con strane incisioni ha attirato subito l’attenzione di tutti. Ci siamo resi subito conto che si trattava di un’iscrizione cuneiforme, del tutto inattesa in un sito maltese. Il reperto è stato quindi fotografato direttamente sul sito e consegnato immediatamente ai colleghi della Superintendence of Cultural Heritage. Prima di diffondere la notizia abbiamo pensato che fosse necessario che uno specialista fornisse le indicazioni sul periodo di realizzazione, il luogo e il significato della scritta. Ci siamo rivolti quindi a Padre Werner Mayer, del Pontificio Istituto Biblico di Roma, uno dei massimi esperti di testi cuneiformi a livello mondiale. Padre Mayer è stato in grado di fornici tutte le informazioni necessarie su questi punti e ora un suo articolo è in corso di stampa sulla Rivista “Orientalia”.

Con quali criteri è stata delimitata l’area di indagine ?

Il santuario di Tas-Silg a Malta è un sito archeologico di per sé eccezionale. Si tratta di uno dei grandi santuari megalitici del Neolitico Tardo (III millennio a.C.) tipici delle isole maltesi: caratterizzati da straordinari edifici di culto unici nella preistoria del Mediterraneo. Questo di Tas-Silg però fu riutilizzato nelle fasi successive fino all’epoca storica, quando l’ edificio megalitico principale divenne la cella di un tempio prima fenicio e poi romano e infine il battistero di una chiesa bizantina.
Gli scavi della Missione Archeologica Italiana a Malta nel sito sono stati avviati negli anni ’60 ed hanno messo in luce importanti testimonianze del plurimillenario santuario, in particolare delle sue fasi storiche. Gli scavi finalizzati all’esplorazione dei livelli preistorici sono iniziati nel 2003 a cura della cattedra di Paletnologia dell’Università Sapienza di Roma, con la collaborazione della Dott. Giulia Recchia dell’Università di Foggia: insieme con i colleghi delle altre Università che compongono la Missione Archeologica Italiana (le Proff. Maria Pia Rossignani della Cattolica di Milano e Grazia Semeraro dell’Università del Salento) e a quelli della Superintendence of Cultural Heritage ( il Soprintendente Anthony Pace e il Dott. Nathaniel Cutajar) si è individuata, all’interno del sito, l’area di indagine più promettente per la ricerca sulle fasi preistoriche di costruzione e uso del santuario, fino ad allora poco conosciute. Si tratta della zona a nord-est dell’edificio principale , noto a grandi linee già dalle ricerche degli anni ’60 dove affioravano alcuni elementi megalitici isolati, e dove il deposito archeologico, che in altri punti del sito ha uno spessore limitato, si presentava con una potenza di almeno 2 m.

Quali sono le caratteristiche del reperto?
Il frammento in agata muschiata è riferibile a un elemento a forma di semiluna, accuratamente levigato. L’iscrizione cuneiforme è presente solo su una delle due facce, quella leggermente convessa, che presumibilmente doveva essere a vista, mentre l’altra è perfettamente piana e forse era appoggiata su un supporto. Nell’iscrizione, incompleta, si dice che questa immagine del dio-luna Sin (derivante dalla forma stessa dell’oggetto) era stata dedicata a una divinità della città di babilonese di Nippur (probabilmente Ninurta, che in una tradizione mesopotamica era il figlio di Sin) da parte di un gruppo di individui. Il tipo di scrittura e i nomi fanno risalire l’iscrizione a un momento da collocare intorno al 1300 a.C., durante il cosiddetto periodo della dominazione cassita sulla Babilonia.
In che cosa consiste l’eccezionalità?
Gli elementi di eccezionalità sono più di uno. Il primo, il più evidente, è che si tratta di un oggetto rinvenuto a migliaia di chilometri dal luogo in cui fu prodotto e inizialmente depositato, con un’iscrizione che presumibilmente nessuno a Malta, quando l’oggetto vi arrivò, era in grado di leggere. E’ quindi probabile che sia stata la preziosa materia prima con cui fu realizzato e l’accurata lavorazione a renderlo un manufatto apprezzato anche al di fuori del contesto di origine e a spingere qualcuno a effettuare il trasporto, diretto o in più passaggi, che lo condusse a Malta. Del resto anche nella Babilonia l’agata doveva essere considerata un materiale esotico di pregio: in particolare si può ricordare che una delle principali fonti di reperimento nell’antichità si trovava nella Sicilia sud-orientale. Un altro elemento di eccezionalità, meno evidente ma derivato dall’accurata analisi di Padre Mayer, è costituito dal fatto che i dedicanti babilonesi del crescente lunare in agata si autoidentificarono come un gruppo, mentre in genere si trattava di singoli personaggi di rango che offrivano un bene alla divinità. Si tratta, quindi, di un atteggiamento rituale poco documentato, che apre nuovi interrogativi sull’organizzazione sociale del culto nella Mesopotamia del periodo cassita.
In quale contesto storico si colloca e quale è l’ipotesi sulla sua provenienza?
Mentre, come si è accennato, il contesto storico dell’area originaria in cui il crescente lunare in agata fu prodotto e dedicato, la Babilonia fra XIV e XIII a.C., è ben definito grazie alla ricerca di Padre Mayer, resta problematico il modo in cui uscì dal santuario mesopotamico in cui fu dedicato e il momento in cui arrivò a Malta. Per quel che riguarda la prima questione, Padre Mayer fa notare che un oggetto votivo non poteva uscire dal luogo di dedica se non per effetto di una depredazione connessa con un atto di guerra. La situazione della Mesopotamia dopo il 1300 circa a.C. non fu molto pacifica e già non molto dopo questa data il santuario in cui si trovava potrebbe essere stato depredato. Una volta divenuto parte di un bottino di guerra l’oggetto, che aveva perso il suo valore sacro, poteva entrare in una rete “commerciale” o di scambi di doni nelle aree circostanti la Mesopotamia stessa.
Ma per arrivare fino a Malta doveva essere divenuto un bene svincolato dalla realtà economica e ideologica del Vicino Oriente, che viaggiava su uno degli itinerari marittimi che collegavano il Mediterraneo orientale con quello centrale. I vettori più probabili di tale trasporto via mare su lunga distanza possono essere stati i Micenei/Ciprioti, negli ultimi secoli del II millennio a.C., o i Fenici, nei primi secoli del I millennio o meglio, per quel che riguarda Malta in particolare, l’VIII sec. a.C. Al momento ci sembra più probabile che siano stati i primi, che avevano organizzato un’intensa rete di scambi con la Sicilia, in cui entrava in qualche modo anche l’arcipelago maltese, a portare qui l’oggetto in esame. Se così fosse, sarebbe importante notare che la presenza difficilmente casuale in un luogo come Tas-Silg, che manteneva ancora nella tarda età del Bronzo una funzione di luogo di culto, potrebbe far pensare che il santuario già avesse una fama che superava i limiti dell’arcipelago maltese e che l’oggetto sia stato qui dedicato da navigatori provenienti dal Mediterraneo orientale, come avverrà nei secoli successivi.
Altre testimonianze di particolare interesse?
Il complesso preistorico di Tas-Silg è notevole per diversi altri aspetti. Gli scavi condotti a partire dal 2003 hanno consentito di mettere in luce una parte di quello che doveva essere un grande santuario megalitico nel Neolitico Tardo (III millennio a.C.). Al “tempio” individuato negli anni ’60 si sono aggiunti parti di altri tre edifici con impianto simile ma di differenti dimensioni: oltre a due edifici più piccoli, è iniziato lo scavo di un quarto “tempio”, simile al primo, distrutto da un incendio che ha preservato in posto gli elementi utilizzati al suo interno. Sono inoltre stati messi in luce una scalinata e diversi ambienti e spazi scoperti a pianta quadrangolare, che si inseriscono tra gli edifici “templari” a pianta curvilinea.
Anche questi ambienti appaiono comunque collegati con attività di culto e non di tipo pratico. Si può quindi cercare di comprendere meglio l’articolazione interna di un grande santuario maltese del III millennio a.C. e la sua utilizzazione rituale rispetto a quanto attualmente noto. E’ stato inoltre possibile seguire tutta la sequenza culturale delle successive fasi preistoriche, fino all’arrivo dei Fenici nell’VIII a.C., individuando le trasformazioni subite dal santuario, che comunque non fu mai abbandonato. Di notevole interesse sono anche gli elementi che possono indicare le relazioni con contesti esterni: oltre l’agata stessa, si possono ad esempio ricordare oggetti in ceramica e in metallo della fase tarda dell’età del Bronzo probabilmente importati dalla Sicilia.

Fonte: Archeorivista

lunedì 12 dicembre 2011

Relitti e lingotti


Il lingotto di stagno di Porto Ferro (Sassari), notizia preliminare
di Mario Galasso

La Nuova Sardegna ha riportato il 23 giugno 2010 la notizia del ritrovamento di un lingotto di stagno di circa 10 kg, dal fondale di Porto Ferro (Nurra, NO. Sardegna), da parte di un gruppo di subacquei dell’ass. sportiva Corallo sub di Alghero. Il loro istruttore Alberto Sechi fortunatamente non ha confuso il lingotto con uno zinco di quelli che si usano contro le correnti galvaniche sotto le chiglie delle barche e dopo averlo fotografato sia in situ, sia durante il recupero che fuori dall’acqua lo ha consegnato ai CC di S. Maria La Palma, per il successivo inoltro alla Soprintendenza Archeologica di Sassari. In un primo momento il fortunato rinvenitore si è convinto di aver trovato un lingotto di epoca punica per la somiglianza della forma dello stesso con quello a tutti familiare del simbolo della dea punica Tanit. Lo scrivente, che ha avuto la possibilità di esaminare il reperto nel brevissimo tempo anteriore alla consegna alle autorità competenti ne ha desunto un’altra cronologia che qui di seguito si documenta.
Il lingotto
Lo stesso ha forma tronco piramidale con un anello di sospensione e due corte e tozze
appendici all’altezza del raccordo fra anello a sezione vagamente semicircolare e corpo tronco piramidale. La lunghezza massima è di circa 34 cm, lo spessore massimo del corpo di circa 8 cm, la larghezza massima di circa 18 cm alla base, il peso di kg.10,300. L’oggetto è stato ottenuto colando il metallo fuso in una forma presumibilmente preparata nel terreno utilizzando un modello a tronco di piramide per il corpo e le dita per la forma dell’anello. I due cornetti che escono sui due lati sono con certezza i raccordi di questa forma con altre similari e vicine approntate per produrne una serie. A raffreddamento avvenuto le due appendici sono state sezionate e distaccate dai due lingotti limitrofi che qui si ipotizzano
non essendone stati trovati altri nelle vicinanze.
Non sono state effettuate analisi del materiale non essendo possibile asportarne dal lingotto per non incorrere in sanzioni, ma è certo trattarsi di stagno, probabilmente con inclusione di vari elementi come impurità. La superficie del lingotto è tutta erosa e bucherellata da vacuoli a causa della lunga permanenza in ambiente marino e dell’azione del sale che aggredendo le superfici ne ha
determinato distacchi sotto forma di cloruri e clorati di stagno. Utilizzando una fonte di luce radente sul lato più largo è stato possibile rilevare i resti di un
cartiglio rettangolare nel quale si leggono a fatica le lettere L V A.
Considerazioni
Il lingotto è stato avvistato a circa 10 metri di profondità nella parte sud della baia di Porto Ferro, in una zona ricca di frammenti di terracotta assegnabili tout-court all’epoca romana. Dalle foto effettuate dai partecipanti all’immersione si evincono frammenti di anfore e di altro materiale inquadrabile nel I secolo d.C., ma dato che nulla è stato prelevato dal fondale questa datazione è da considerare per lo meno sub judicio in quanto chi scrive non ha potuto esaminare fisicamente i frammenti fotografati. Nella zona non sono stati avvistati altri lingotti di stagno ma sempre a parere dello scrivente è plausibile che un oggetto di tal genere
non sia solo ed adespota ma faccia parte di un insieme da trovare, vuoi che si tratti di un relitto vuoi che ci siano altri lingotti similari. Tuttavia il fondale nel punto di ritrovamento è coperto da rocce e sassi sparsi, con poche zone sabbiose. Il sig. Sechi riferisce della presenza di molte lastre di scisto, di varia pezzatura, una presenza tutta da indagare. Attualmente salvo possibili omissioni sono conosciuti lingotti di stagno provenienti dai seguenti siti:
Età romana
- Relitto di Capo Bellavista, est Sardegna, datato verso la metà del I secolo dopo Cristo per confronto col relitto seguente.
- Relitto di Port Vendres II, Francia, datato a subito dopo il 42-43 d.C.
- Ischia (zona di mare Carta romana, fra Castello e spiaggia), recuperi isolati, età
romana non meglio precisata.
- Relitto Lavezzi II (detto anche Sud-Lavezzi 2 o Lavezzi B o Gilot) datato fra il 40 e 70 d.C.
- Relitto di Cala Rossano (Ventotene), datato fra il 30 ed il 60 d.C. in base al materiale anforaceo e ceramico.
- Relitto di Cap de Mèdes (Porquerolles) datato dubitativamente al 1° secolo a.C.
- Relitti di Cabrera, Redona e Conellera (Baleari, Spagna) databili genericamente ad età romana.
- Ritrovamento di Lipari, notizia orale da P. Gianfrotta a F.P. Arata. Non supportata da studi e pubblicazioni a conoscenza dello scrivente.
- Ritrovamenti inglesi isolati databili fra primo impero e IV secolo.
Età “preromana”
- Relitto di Rochelongue, Cap d’Agde, Herault (Francia), datato fra fine VII-inizi VI
secolo a.C.
- Relitto di Sa Domu e s’Orku, Arbus, ovest Sardegna, età del ferro, lingotti di stagno da cassiterite sarda.
- Haifa, recuperi isolati di lingotti con iscrizioni ciprominoiche o anteriori nel porto di Haifa e da probabile relitto dell’età del bronzo (max. fine XVI secolo a.C.) presso Hofha Carmel (Haifa).
- Relitto di Uluburun (Turchia),
- Relitto di Capo Gelidonya, fine XIII-inizi XII secolo a.C., lingotti di stagno in barre
- Ritrovamenti svizzeri ottocenteschi.
Età romana, confronti
Dalla forma dell’oggetto salta subito all’occhio la sua somiglianza con i materiali restituiti dai due relitti di Capo Bellavista e di Port Vendres (Port Vendres II) nonché da i lingotti del Museo di Lacco ameno (Ischia).

La forma del corpo è molto simile, la presenza di un anello di sospensione e le appendici residue sono riscontrate anche in alcuni dei lingotti francesi e sardi.
Il relitto di Capo Bellavista (Arbatax, fraz. Tortolì, Nuoro) fu segnalato il 13-10-1954 dalla Capitaneria di Porto di Cagliari all’allora unica Soprintendenza; i pescatori nelle cui reti erano rimasti impigliati i resti del relitto recuperarono e consegnarono 32 lingotti di stagno per kg 119,1, oltre a ferro e rame e 110 chili di “agglomerati marini” (sic). Nel dicembre 1954 la polizia tributaria (Guardia di Finanza di ?) segnalò di aver sequestrato a clandestini 584 chili di rame e 208 chili di stagno. Probabilmente in origine vi erano varie tonnellate di metallo, la gran parte delle quali andò rifusa clandestinamente. Anche la Soprintendenza non
è esente da colpe: quando nel 1960 le fu inviato un carico di lingotti non ne fu fatto elenco dettagliato né fu inventariato quando fu preso in carico; in conclusione gran parte del materiale andò disperso “dopo” essere stato consegnato alla Soprintendenza ed oggi restano solo 6 lingotti di stagno per un totale di 28,3 chili. A detta della stessa Fulvia Lo Schiavo, che nel 1986 ne scrisse sul Bollettino d’arte del Ministero, questa è una storia fra le meno gloriose
della storia dell’archeologia subacquea italiana. Chi scrive questa triste storia di cattiva amministrazione del bene pubblico in appendice dà un po’ di datazioni e dati sui 6 lingotti residuali esposti nel Museo A. Sanna di Sassari, facendoli coevi a quelli di Port Vendres II per la loro forma e assegnando provenienza simile ai due carichi (genericamente Spagna).
Il relitto di Port Vendres (P.V. II) ebbe invece sorte migliore: fu studiato da Dali Colls, Claude Domergue , Fanette Laubenheimer e Bernard Liou che nel 1975 pubblicarono i risultati delle loro ricerche su Gallia, quindi uscì un numero monograficodi Archeonauta che ne inaugurava la serie (1/1977) e ancora su Archeologia Classica XXXI del 1979 che ne pubblicò una recensione approfondita stante l’importanza del rinvenimento. Gli autori furono in grado di ricostruire sia cronologia che provenienza e riuscirono a dare un nome al funzionario imperiale al quale si riferivano le sigle dei cartigli di 12 su 14 lingotti di stagno. Su questi lingotti comparivano le lettere L. VALE AUG L A.COM che stanno per Lucius Valerius Augustae Libertus a commentariis. Riprendendo da Archeonautica 1/1977 p. 11 e segg. si trattava di un funzionario imperiale, aggiunto di un procuratore provinciale, affrancato da Valeria Messalina, moglie dell’imperatore Claudio. A causa della nascita di Britannico, prima della quale Messalina non avrebbe potuto avere il titolo di Augusta, emerge il terminus a quo, e cioè 41/42 d.C.. In nota gli autori precisano che si potrebbe slittare all’indietro di un anno (cioè alla data del matrimonio di Claudio) se si ammettesse che L. Valerius fosse stato un Aug(usti) l(ibertus) al quale, affrancandolo, Claudio avrebbe conferito il nome della sua sposa. Ma questo non cambia di molto la cronologia. I lingotti quindi sono stati marcati dopo che L. Valerius, affrancato, è stato incaricato delle funzioni di controllo, e cioè dopo il 42 d.C. Si può quindi ipotizzare un periodo di attività di Valerius come funzionario imperiale che va da tale data al terzo quarto del I secolo d.C., più o meno. La cronologia viene migliorata dallo studio del materiale ritrovato nel relitto che risale tutt’al più un decennio dopo tale data, cioè verso il 52 d.C. come scritto nell’introduzione del testo in Archeonautica 1/1977. In seguito Dali Colls restringerà ulteriormente al 48 d.C. il termine ante quem per la datazione del relitto e quindi dei lingotti. Gli autori, esaminando il carico nel suo complesso, lo attribuirono ad un luogo unitario del sud della Spagna, probabilmente l’Estremadura, vicina alla Betica ed alla stessa economicamente legata. Si spinsero ad ipotizzare che L. Valerius avrebbe potuto essere l’acommentarius del procuratore della provincia di Lusitania e residente nella sua capitale Emerita (Merida), che sarebbe stata il centro di controllo amministrativo della produzione dello stagno, (estratto e preparato in lingotti non in città ma nella regione circostante). Per via terrestre sarebbe stato trasportato da Albuquerque a Merida e da qui dopo la marcaturaal Guadalquivir per l’imbarco verso la destinazione finale. Per quanto riguarda i ritrovamenti di Ischia il discorso si fa più complicato. Dal web si ha la seguente notizia sul luogo di provenienza del materiale custodito nella sala 51 del Museo Archeologico di Pithecusae, Lacco Ameno:
Nel 1971, nello specchio d'acqua tra il Castello d'Ischia e la spiaggia di Cartaromana (plage romana), vennero alla luce dal fondo del mare materiali
archeologici riferentisi ad un villaggio di età romana. Si tratta di un centro industriale attivissimo con fabbriche di terrecotte e di fonderie di piombo, argento, stagno e rame, intestate a GN. Atellio e al figlio Miserino, come si legge su di un lingotto di piombo di Kg. 46. Dall'industria di questa variegata produzione
di metalli (Aenum=Aena) dovette originarsi il toponimo Aenaria che si estese a tutta l'isola: infatti, esso appare già nell'82 a.C. in sostituzione dell'antico toponimo greco Pithekoussai. Tra i materiali di piombo spiccano le frecce che gli arcieri romani usavano nelle guerre. Il villaggio "Aenaria" scomparve bruscamente nel fondo marino, per un assestamento tettonico che staccò l'isolotto Castello dall'isola maggiore, verso la fine del I se. a.C. e da questa catastrofe morfologica dell'isola prese origine un terzo toponimo distinto in "Insula Major" e "Insula Minor" detta"Castrum Gironis"… …lingotti in piombo e stagno della fonderia sommersa di Carta Romana (Ischia), dove si lavorava il piombo importato dalle miniere spagnole di Cartagena grazie alle capacità imprenditoriali degli Atellii, una gens campana nota da bolli presenti su lingotti databili tra la fine della Repubblica e la prima metà del I secolo a.C.
Dal sito istituzionale del Museo http://www.pithecusae.it/sala8a.htm invece si legge:
Nella vetrina 51 sono esposti i materiali archeologici recuperati con uno scavo subacqueo effettuato agli inizi degli anni '70 nella zona nord-orientale dell'isola, sui fondali antistanti gli scogli di S. Anna, che si trovano tra la spiaggia di Cartaromana e l'isolotto del Castello di Ischia. Qui si sono scoperti i resti di una fonderia di piombo e stagno, oggi sommersa ad una profondità tra i 5 ed i 7 metri sotto il livello del mare. Tra gli scarsi resti di strutture murarie in opera
reticolata, si sono rinvenuti blocchi di galena - il minerale dal quale si ricava il piombo, forse importato dalla Sardegna - scorie residuate dalla fusione, ghiande missili ed altri manufatti in piombo tra i quali un buon numero di lingotti del peso di oltre trenta chili ciascuno, e di stagno, tutti con i loro marchi di fabbrica impressi. La ceramica recuperata con lo scavo è per lo più grezza. I frammenti più antichi sono quelli di ceramica a vernice nera del III - II sec. a.C., mentre quelli più recenti sono di ceramica aretina. Sono esposti, insieme con un lingotto in piombo col bollo CN. ATELLI. C N. F. MISERINI (inv. 227925), alcuni lingotti in zinco, di forma trapezoidale (inv. 227926 e 227927), un frammento di galena (inv. 227928) e ghiande missili e grappe, sempre in piombo. Tra il materiale ceramico si segnalano un'anfora frammentaria, riferibile alla forma Dressel 1 (inv. 227945), ed un piccolo alabastron a vernice nera (inv. 227942). Non si posseggono i dati fisici dei 4 lingotti di stagno qui sopra riportati, che possono essere accostati al lingotto di Porto Ferro anche se le dimensioni e la forma divergono in parte. Infatti il loro peso è inferiore a 5 kg, mediamente più della metà del nostro in esame, ma la forma a tronco di piramide quadra con anello di sospensione è identica, mentre è presente in due lingotti una sola appendice di collegamento a fronte delle due dell’esemplare di Porto Ferro. Sulla faccia piana dei lingotti ischitani nei cartigli presenti si leggono le lettere ACA e sotto le stesse HLVIO, che in ipotesi riportano secondo chi li ha studiati ad una provenienza dalla Spagna meridionale come per quelli di Port-Vendres IIe di Capo Bellavista (Galizia o Lusitania). Ma non a Lucius Valerius a quanto pare. I lingotti ischitani sono stati datati sulla base della loro somiglianza con quelli di Port Vendres a circa la metà del I secolo d.C. Manca quindi una datazione assoluta per l’assenza di materiale sicuramente accompagnante. Tuttavia per la forma standardizzata si propende per l’accoglimento di questa datazione. Tutti i materiali di stagno qui sopra ricordati hanno forma e spesso dimensioni simili o più piccole di quelle del lingotto di Porto Ferro e pertanto si propende per una analoga origine e datazione con forchetta cronologica abbastanza coerente.
Il primo a parlare di metalli per il relitto di Lavezzi B (o Gilot) fu W. Bebko nel 1971 mentre Tchernia nel 1969 ne aveva dato solo informazioni relative ad anfore e ceramica. Bebko nel suo lavoro a p.30, Planche XXIV n.157 pubblicò il disegno di un Poids ou sonde (?) en plomb che nulla aveva a che fare con quelli conosciuti in letteratura mentre era identico nella forma ai lingotti di stagno troncoconici con anello di sospensione. L’altezza stimata dalla scala allegata è sui 25 cm, lo spessore fra 2,5 e 3 cm. Di questa anomalia fece riferimento A.J. Parker che a pag.240 della sua pubblicazione del 1992 (vedi bibliografia) scrisse testualmente:
An object illustrated by Bebko resembles the tin ingots from Port-Vendres B, though it is said to be of lead; it, too, may be a tin ingot (Beagrie 1985). Parker dà riferimenti per questa notizia in Bebko 1971: 2, 4-5 & 29-34. Il relitto fu studiato a fondo negli anni seguenti (vedi bibliografia) e venne datato fra il 40 ed il
70 d.C. a causa delle anfore Dressel 7-11, Camulodunum 186a con qualche Dressel 9, in
sintonia con lo stagno dei siti sopraindicati di epoca romana. Anche la sagoma del peso o sonda in piombo è simile a quella dei lingotti qui sopracitati.
Il relitto di Cala Rossano a Ventotene, scavato nel 1990, ha restituito 15 lingotti di stagno di provenienza spagnola, associati ad anfore prevalentemente del tipo Dressel 8 e Dressel 9 che hanno restituito 24 tituli picti dei mercatores. I lingotti sono di tipo diverso da quelli descritti qui sopra: quattordici si presentano in una forma definita da Arata “a pan di zucchero”, troncoconica, con una sorta di presa semilunata derivata dalla fusione. Il loro peso medio è di
kg 6,570 (poco più di 20 libbre romane di gr. 327,45), per 25 cm di lunghezza, 15 cm di larghezza, 9 cm di altezza. Presente un bollo (IVN) impresso tre volte sulla base piatta di uno di questi lingotti. Uno solo è conformato a pane rettangolare rigonfio nella parte superiore, per kg 8,840 di peso (circa 27 libbre romane), lungo cm 31, largo cm 13 e alto cm 7,5, Il relitto è stato studiato da Francesco Paolo Arata, che attribuisce ad una origine spagnola questi manufatti, anzi la identifica con quella dello stagno del relitto di Port-Vendres II. Il materiale è nel Museo dell’isola di Ventotene. Arata colloca il relitto “con buona sicurezza al secondo trentennio del I sec. d.C.” I lingotti di stagno sono di tipologia differente da quella finora descritta, anche se forse coeva, e di stesso areale di origine secondo quanto scritto da Arata.
Il relitto di Cap de Mèdes (Porquerolles, Francia) scoperto nel 1964 ha restituito due pani di stagno allungati e ne è stata data notizia nel 1969 da Tchernia (vedi bibliografia) in questi termini:
Il relitto è stato datato dubitativamente al 1° secolo a.C. per la presenza forse sporadica di un frammento di Dressel 1. Il giacimento è infatti un blocco omogeneo di concrezioni ferrose lungo circa 18,20 metri e largo 6, a 29 metri di profondità. La cronologia dovrebbe essere riveduta con uno scavo se è rimasto ancora qualcosa del relitto. La tipologia e la cronologia dunque sono differenti dai primi confronti esaminati come dal lingotto di Porto Ferro.
I lingotti “provenienti dall’isola di Redona” (Baleari)” sono mal citati da Colls, Domergue et alii in Gallia 33, nota 75, p. 83 e segg. (si cita Redona come luogo), nonché da Arata in Un relitto da Cala Rossano (Ventotene) ecc, p.147 (ne cita uno solo a Redona, mentre i sicuramente noti sono 2 ad Alcudia). In effetti la loro fonte è Mascarò Pasarius che a p. 84 del suo articolo (vedi bibliografia) parla di 3 ritrovamenti distinti nel mare che circonda gli isolotti di Conillera, Redona e Cabrera, nelle Baleari (Spagna) negli anni precedenti il 1961, data della sua relazione.
-ad est dell’isola Conillera, a 20 metri di profondità furono recuperati “pani” di stagno assieme a lingotti di piombo ed anfore di vari tipi non precisati. Non precisato il numero dei “pani”. Tutto fu trafugato. Sembra di capire che i cd. pani fossero di forma differente da quella del lingotto di Porto Ferro.
-a N.E. dell’isola Redona, a -33 m furono recuperati “pani” di stagno a forma di mezza arancia ed uno di 60 kg di peso, oltre a anfore e lingotti piani di bronzo (?). Tutto fu trafugato. In ogni caso forma e peso differiscono da quelli del lingotto di Porto Ferro. -Nella baia di Alcudia all’altezza del Can Picafort (Cabrera) furono recuperati 2 lingotti di stagno con tracce di argento in lega, di forma trapezoidale in pianta e a sezione trapezia in sezione. Nell’estremità più stretta è presente un foro per il trasporto. Peso 10,5 e 11,5 kg., Lunghezza 28 e 35 cm, larghezza massima 20 e 13 cm, minima 12 e 10 cm, spessore 7 cm, diametro dei fori 5 cm. Vedi foto più avanti, nella cui didascalia si legge parece habia un
cargamento bastante importante. Quindi non lingotti isolati ma provenienti da un relitto. La forma di questi lingotti si avvicina molto a quella del nostro, differendone per la semplificazione dell’anello di sospensione sostituito da un foro passante. Per azzardare una datazione occorre attendere qualche altro ritrovamento simile, anche se questi lingotti sono già diversi dai pani oblunghi non forati del I secolo a.C. Il lingotto proveniente da Lipari è citato da Arata in Archeologia subacquea, p.147 e nota 79 come inedito e come notizia fornita ad Arata da Piero A. Gianfrotta. Non se ne ha altra notizia e quindi non può essere preso ancora in considerazione. Da citare inoltre i vecchi ritrovamenti di lingotti provenienti “sans aucun doute des mines de Cornouaille” come dicono gli autori Colls, Domergue et alii in Gallia 33, 1975, p.83 e segg.: -un lingotto di 79 chili dragato nel porto di Falmouth (Regno Unito), anepigrafe, a forma d’astragalo che è la forma (secondo Diodoro,V, 22) con la quale i Britanni commercializzano il loro stagno.
-un lingotto da Newquay (Cornovaglia) a forma di Pinna nobilis, lungo 52,5 cm, largo max 20 cm, peso 17,5 kg, con marchi: testa con elmo che ricorda imperatori romani del IV secolo e DD NN (Dominorum nostrorum).
-due lingotti (1,250 e 3,100 kg) trovati nel Tamigi con un krismon costantiniano ed un marchio a nome Syagrius.
I ritrovamenti inglesi non mostrano alcuna somiglianza col lingotto di Porto Ferro né con gli altri ritrovati nel Mediterraneo. Anche se a questo punto si potrebbe fermare la ricerca di confronti, è tuttavia utile ad escludendum, un rapido excursus sui ritrovamenti più antichi.
Età “preromana”, confronti
Il relitto di Rochelongue ad Agde (Francia), scoperto negli anni sessanta dello scorso secolo non ha lasciato traccia dello scafo ma il solo carico: lingotti di rame, piombo, un ingente quantità di bronzo lavorato (asce, bracciali, fibule) e 32 fogli di stagno, di cui il più pesante è di 46 kg ed un lingotto discoide piano convesso di 14 cm di diametro. Con tutta probabilità si trattava di un carico di metalli semilavorati o di scarto da avviare forse verso l’Etruria e le officine specializzate locali. E’ stato datato fra fine VII-inizi VI secolo a.C. ed è finora l’unico relitto di tale epoca e carico ad essere stato trovato.
Non ci sono parametri di forma e peso confrontabili col nostro lingotto.
Il fantomatico (finora) relitto di Domu e s’Orku a sud di Arbus sulla costa occidentale sarda non ha ancora restituito nulla dell’imbarcazione ma solo alcuni materiali in parte esposti nel museo di Sardara ed in parte trasportati fuori Sardegna per le analisi (non sappiamo se rientrati).

Alfonso Stiglitz commenta a tale proposito su
(http://www.gentedisardegna.it/topic.asp?TOPIC_ID=2629&whichpage=16) :
Sul relitto di Arbus purtroppo non sappiamo ancora niente, salvo che per il carico. Sarebbe interessante operare degli scavi subacquei e verificare, una volta per tutte, se si tratta di un effettivo relitto. Il materiale invece è stato studiato ed è molto interessante, intanto perché ci porta a datare il contesto all’età del Ferro (IX-VIII sec. a.C.), ad attribuirlo ad ambito nuragico e a fare alcune osservazioni, in particolare sui lingotti di stagno che trasportava. Sono stati analizzati
e danno una compatibilità con i giacimenti stanniferi dell’aree tra Gonnosfanadiga e Villacidro;
il dato non è però condiviso da Valera, che è uno dei nostri maggiori studiosi di
archeometallurgia. Non si è in grado di dare dimensioni e forma dello stagno di questo giacimento in questo lavoro. Tuttavia essendo il materiale attribuito all’età del ferro si suppone che i lingotti siano di tipologia differente da quelli di età romana, come negli altri esempi qui sotto.
I ritrovamenti di stagno presenti nel Museo di Haifa
Come già scritto si tratta di recuperi isolati di 2 lingotti (1976) con iscrizioni già definite da De Palma ciprominoiche ed ora decifrate come geroglifi indu da S. Kalyanaraman (2008) presso il porto di Dor a sud di Haifa4 e nel 1970 di vari lingotti da un relitto dell’età del bronzo (finora datati a fine XVI secolo a.C.) presso Hof ha Carmel (Haifa) con marchi Harappa e Indu.
Kinglsdey e Ravey nel 1990 scrivono che le forme dei materiali metallici ritrovati (piombo, rame e stagno) sono totalmente differenti dalle forme romane (Amongst a relatively extensive collection of lead, copper and tin ingots gathered from various points along the Israeli coast, the Roman forms so clearly defined archaeologically in the western Mediterranean is almost entirely absent, p. 119). In effetti (vedi foto in basso) sono differenti dagli esemplari di epoca romana e dal nostro sotto esame. In ogni caso la ricerca su questi materiali è sempre in itinere. Non ci sono parametri di forma e peso confrontabili col nostro lingotto.
Il relitto di Uluburun (costa sud dellaTurchia), scoperto nel 1982, è datato al XIV secolo a.C. e forse il suo ultimo viaggio è collocabile fra il 1316 ed il 1305 a.C., nella tarda età del Bronzo; fra le molte merci recuperate ha restituito 40 lingotti di stagno contenenti pochissimo piombo, oltre ad a lot of tin cups e molto stagno pulverulento, assai difficile da recuperare, residuo di preesistenti lingotti o altro materiale dello stesso metallo. La provenienza dello stagno è ancora oggetto di discussione: Spagna (Tarshish) o Afganistan.

Il relitto turco di Capo Gelidonya, studiato da Peter Trockmorton e George Bass, ha restituito materiale straordinario datato per due vasi in stile Miceneo III B al tardo XIII al primo XII secolo a.C. La nave era fenicia o cananea. Oltre a 40 lingotti d’oro da 20 kg l’uno, 30 di bronzo a forma di disco e 20 in barre, l’imbarcazione trasportava anche stagno: 19 lingotti in barre oltre a tre masse informi relative forse a lingotti corrosi. Quindi di tipologia differente da quello recuperato a Porto Ferro.
Dal website del Darthmout College
http://projectsx.dartmouth.edu/classics/history/bronze_age/lessons/les/22.html#6 del 18-3-2000 si legge che
Under the copper ingots in Areas G and P were found three piles of powdery, white tin oxide, seemingly all that remained of the tin which the ship was also carrying as part of its cargo. The source of tin for the Bronze Age cultures of the Aegean is a very hotly disputed question. Although the ultimate source of the Gelidonya tin is unknown, specialists are quite sure that it did not come from Cyprus. The tin from this wreck is significant in a larger sense as the earliest known, purely industrial tin after that recently found in much greater quantities and in the form of oxhide ingots of metallic tin at the Ulu Burun wreck, which dates some 100-150 years earlier.
Non ci sono parametri di forma e peso confrontabili col nostro lingotto.
Inoltre altri vecchi ritrovamenti per l’età del Bronzo e del Ferro:
Ritrovamenti ottocenteschi in siti lacustri della Svizzera: piccole barre a sezione triangolare e lingotto discoide (1800 gr.) munito di anello di bronzo; da Genève Eaux-Vives un lingotto di forma ovale (asse maggiore 7 cm).
Un lingotto lenticolare dalla grotta Roc de Buffens (Caune-Minervois, Aude, Francia).
Per la relativa bibliografia vedere Colls, Domergue et alii in Gallia 33, 1975, p. 83 e segg.
Conclusioni

I lingotti “preromani” sopracitati non sono confrontabili con quello di Porto Ferro, essendone molto diversi. La forma e la stazza del nostro lingotto trova invece confronto in modo stringente con Port Vendres II, ma anche con Capo Bellavista, mentre per Ischia il peso dei lingotti è notevolmente inferiore, restando simile la forma; per il relitto di Cala Rossano (Ventotene) si può dire che la forchetta cronologia è leggermente più bassa per l’età post quem, mentre per la forma ci sono sostanziali differenze. I 2 lingotti da Cabrera hanno molta somiglianza ma
l’anello di sospensione è sotituito da un foro passante, mentre il peso è similare.
La definitiva conferma ci viene dal cartiglio che a malapena e parzialmente si legge nelle lettere VA precedute da una L poco facilmente leggibile, quanto basta però a supporre si tratti di una parte del cartiglio di L. Valerio di cui sopra.
A questo punto si può ipotizzare che anche per lo stagno di epoca romana vi sia stata una rotta “sarda” verso Ostia come per altri materiali che viaggiavano in lungo e largo dai confini dell’impero verso Ostia o ne partivano verso le provincie. Abbiamo quindi di stessa probabile provenienza 2 relitti e questo lingotto, stesso plausibile controllore (L. Valerius) per Port-Vendres II e Porto Ferro, mentre per C. Bellavista non abbiamo dati sufficienti ed affidabili dalla letteratura. Le onerariae che partivano dalla zona del Guadalquivir risalivano la Spagna e poi, verso la zona dell’attuale confine con la Francia, facevano rotta ad est per il
Fretum gallicum col vento di maestrale al gran lasco.
Ovviamente queste sono solo note preliminari, la ricerca dovrà essere approfondita, sperando in ulteriori ritrovamenti nella zona di mare da cui il lingotto è stato prelevato. Da questa breve nota si evince però la necessità di procedere ad una catalogazione per la compilazione di un database contenente tutti i lingotti di stagno conosciuti, onde tentare di approntare una tavola tipologica e cronologica delle varie forme e tipologie utilizzate nel tempo. Già con queste sole notizie si intravede l’evoluzione cronologica e le differenze geografiche, pur con grandi vuoti relativi ad esempio al periodo fra fine dell’età del ferro e primo secolo d.C. con l’eccezione del relitto di Rochelongue, un unicum fra fine VIII e inizi VII secolo a.C.

domenica 11 dicembre 2011

Teulada, Tavola rotonda sui Popoli del mare.



Si è svolta ieri pomeriggio a Teulada, organizzata dall'Associazione Is Sinnus, la 1° Tavola Rotonda sui "Popoli del Mare". Il folto pubblico, ospitato nella splendida location della Casa Baronale, ha ascoltato con attenzione le risposte dei tre studiosi alle 5 domande poste dal moderatore Pierluigi Montalbano (troverete sotto uno schema riassuntivo). Dopo i saluti del presidente dell'Associazione Gisella Mulas e del sindaco di Teulada Gianni Albai, il moderatore ha introdotto l'argomento inquadrando, geograficamente e cronologicamente, le vicende a cavallo del 1200 a.C. nel Vicino Oriente, quando i grandi imperi di Egitto, Mitanni e Ittiti furono sconvolti da eventi che cancellarono il sistema sociale e politico dell'epoca, lasciando una scia di distruzione lungo i centri nevralgici del potere. Le città imperiali furono distrutte e al termine delle vicende fu inaugurato un nuovo mondo. Fu introdotta una nuova organizzazione che nel volgere di qualche generazione portò alla colonizzazione economica di tutto il Mediterraneo da parte di genti levantine che accesero la miccia del progresso ripristinando i sistemi di scrittura, le nuove strutture abitative e una serie di innovazioni tecnologiche rapidamente recepite dalle popolazioni costiere interessate agli scambi.
Fra qualche giorno saranno pubblicati nel quotidiano on line gli atti di questo incontro, ed è in preparazione un dvd con l'intero dibattito.


Traccia delle 5 domande per la Tavola Rotonda sui Popoli del Mare a Teulada.
Moderatore: Pierluigi Montalbano

Relatori: Marco Rendeli, Giorgio Murru, Leonardo Melis.

Tema:
Per alcuni studiosi, i guerrieri passati alla storia con il nome Sherden sono cronologicamente e geograficamente individuabili con i sardi nuragici. Altri illustri studiosi ritengono che i sardi nuragici non sono collegabili con le vicende degli Sherden in oriente. Questa tavola rotonda cerca di approfondire le tematiche che mettono a confronto la civiltà nuragica, capace di realizzare le più alte e possenti torri di tutto l’Occidente, con la situazione del Vicino Oriente, disturbata da terremoti, crisi sociali interne, carestie e altri eventi che ancora oggi sono nebulosi e, per certi versi, privi di riscontri archeologici. Il dibattito prevede 5 domande aperte ai 3 studiosi oggi presenti. Ogni relatore avrà a disposizione 8 minuti per ciascuna domanda.

1) Origine: Il faraone Meremptah, figlio del grande Ramesse II, nel complesso templare di Karnak, in Egitto, scrisse di Forestieri del mare dai quali si difese nel Basso Egitto resistendo all’assedio di Menphi. Qual è a vostro parere il luogo di origine dei popoli che componevano la coalizione che a più riprese, nell’arco di mezzo secolo, intorno al 1200 a.C. invase l'Oriente e l'Egitto? Parliamo di Akawasa, Sherden, Peleset, Tursha, Shekelesh e alcune popolazioni nordafricane: Libu e Meshuesh.

2) Motivazioni: Quali furono le motivazioni che spinsero la coalizione ad attaccare ripetutamente i territori del Vicino Oriente e che situazione trovarono. Le fonti riferiscono che queste genti trasportavano su carri anche le loro famiglie, sembrerebbe un esodo, una fuga da luoghi divenuti invivibili. Cosa pensate a riguardo?

3) Conseguenze: Possiamo parlare di integrazione o di tentativo di conquista armata e conseguente occupazione? Le genti di questa coalizione imposero usi, costumi e società?

4) Contaminazioni economiche: Per qualche secolo si assiste ad un periodo buio, almeno fino all’arrivo in Occidente di popolazioni levantine che inaugurano un florido periodo di commerci lungo le coste, sono portatori di nuove tecnologie e nuove mode, e lasciano tracce di insediamenti nelle zone portuali. Potete descrivere la vostra ipotesi a riguardo?

5) Fine dei nuragici: I grandi imperi che brillano all’inizio del V secolo a.C. sono Roma e Cartagine. Che ruolo ebbero nel tramonto della civiltà sarda? Che fine fanno le popolazioni nuragiche?