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venerdì 14 maggio 2010

Cinema a Cagliari

Questa mattina un caro amico che scrive nel sito "quelli del phous" (c'è un apposito link in questo blog per entrare direttamente) ha inserito un articolo che mi è piaciuto tantissimo. Un tuffo nel passato della nostra città. Ho deciso di riproporlo quì perché ritengo che la nostra storia sia costruita giorno per giorno, anche nel quotidiano. La città cambia aspetto, ma tutto succede sotto i nostri occhi occupati a essere condizionati dai media e dalle distrazioni che la società dell'usa e getta ci costringe a subire. Ho eseguito un copia-incolla totale, perché ogni parola, ogni virgola, ogni spazio sono da gustare.
Buona lettura.

Da...Mansardo.
Appresa la notizia dell'ormai prossima demolizione del cineteatro Alfieri e visto il perdurare dell'eterna diatriba sull'Anfiteatro romano (tribune sì tribune no) che ripropone il tema degli spazi cittadini destinati agli spettacoli, ho pensato di aggiornare il mio flashback sui cinema di Cagliari per riproporlo qui.
Dopotutto, la sezione si chiama L'ARENA e nessuno ne reclama la demolizione (per adesso).
Più che un'idea, un promemoria per la mia città.
Da qualche anno cinema a Cagliari è sinonimo di multisala.
Si oppongono – con alterne fortune – a questo trend soltanto alcuni cineforum e cineclub (Spazio Odissea, Alkestis, Greenwich, Namaste, S.Eulalia, i primi che mi vengono in mente), che tuttavia costituiscono luoghi di ritrovo quasi carbonaro, per non dire di nicchia (e non alludo soltanto alle dimensioni dei locali che li ospitano).
Ben vengano, comunque. Sono gli unici posti nei quali si possono vedere film non di cassetta e si respira ancora l’atmosfera dei cinema di una volta. Cioè di 20, 25 anni fa. Mica preistoria.
Però, che ci piaccia o no, questa è l’era dei multisala. Grandi spazi, fuori città, magari non lontani da centri commerciali, sale con la moquette, luci soffuse, poltrone ergonomiche e confortevoli, schermo panoramico, audio super-mega-dolby-surround-dts, immagini in 3D, occhiali speciali usa e getta (quelli riciclabili erano a rischio ziddicche o peggio), niente fumo, niente sacchetti di patatine, consumazioni (pop-corn o coca cola non fa differenza) soltanto in bicchierone di cartone, uso del cellulare durante la proiezione consentito solo ai buzzurri.

Per le strade di Cagliari, invece, dei cinema storici poche, tristi tracce. Soltanto qualche rudere, insegne rotte, serrande arrugginite. Oppure supermercati, uffici, negozi, locali.
Gli annunci delle società immobiliari hanno preso il posto delle locandine dei film. Nessun sopravvissuto, un solo resuscitato (ma per il teatro), molti monumenti alla memoria. Insomma, un’ecatombe.
Ma sino agli anni ’90 i cinema in città esistevano eccome.
Era un altro mondo. I film arrivavano in televisione solo dopo molti anni dalla programmazione cinematografica, non esistevano i dvd, internet non era ancora entrato nelle case, il noleggio di videocassette era solo un pallido surrogato. Non restava che andare al cinema.
Il film da vedere si sceglieva leggendo il giornale, alla pagina degli spettacoli.
Oggi invece si può andare, anche impreparati, in un multisala qualsiasi, dove sono proiettate tutte le novità simultaneamente. L’importante è entrare prima dei titoli di testa.
Una volta, invece, quando si decideva di andare al cinema all’improvviso, passeggiando per strada oppure dopo cena, appena usciti da una pizzeria, se il film era già al secondo tempo si guardava la fine poi si aspettava lo spettacolo successivo per tutto il resto. Una specie di montaggio analogico modello Corazzata Potemkin di Fantozzi.
Da ragazzino, negli anni ’70, io andavo spesso al Corallo, in piazza Michelangelo, perché era a 100 metri da casa. Me lo ricordo abbastanza ampio e gelido, con pizzetteria e bar attigui. Ovviamente tutti film di seconda visione. Nei primi anni ’90 conobbe il triste declino comune a molti altri cinema: pellicole a luci rosse come lenta agonia prima della chiusura definitiva. L’insegna rossa, miracolosamente intatta, è spenta da almeno 15 anni.
Nello stesso periodo, ho visto diversi film anche all’Alfieri, in via della Pineta. Ingresso importante, in lieve pendenza, sala non grande, adatta al teatro. E infatti oggi è soltanto un piccolo teatro, più che altro una pertinenza del Caffè omonimo, ma il suo destino è ormai segnato: è imminente la demolizione.
Il primo esempio di multisala ante litteram fu escogitato (con esiti abbastanza grotteschi) in via Grazia Deledda, dove c’erano l’Ariston e, nello scantinato, il Fiamma.
Il primo era un vero cinema, il secondo invece un ripostiglio umido e maleodorante, con le colonne in mezzo alle file di durissime poltroncine di legno sbiadito, lo schermo piccolo e l’audio che concedeva ampi spazi alla creatività, visto che anche la lettura del labiale al cinema ha poco senso.
Con un ardito guizzo di fantasia, negli anni ’80, il ripostiglio dal nome nostalgico fu ribattezzato Ariston 2. Cambiare nome alla muffa non ne rallentò la caduta e l’espediente fallì miseramente: dopo qualche anno furono rase al suolo entrambe le sale per far posto a uffici e parcheggi interrati.
Abbastanza vicino a casa era anche il Nuovo Odeon, via Vittorio Emanuele Orlando. Inaugurato pomposamente nel 1967, era uno dei pochi con galleria e platea, molto capiente e dignitoso.
Mi ha lasciato bei ricordi, è stato uno degli ultimi a gettare la spugna. Adesso è un cantiere polveroso, vuoto e desolato, con l'insegna rotta e le serrande inchiodate.
Solo una volta sono andato al Nuovocine, all’inizio di via Caboni. Non riesco a ricordare come era fatto, non doveva essere memorabile. Da parecchi anni è stato soppiantato da un più lucroso supermercato.
Una sola visita anche al mitico Massimo, all’inizio di viale Trento. Ero con la scuola (le medie, credo) e non proiettavano un film, ma ho il vago ricordo di una recita teatrale. Era molto bello, il più elegante di Cagliari, e conobbe stagioni leggendarie. Dopo tanti anni di completo abbandono (dalla fine degli anni ’70 sino a metà anni ‘90) in seguito a un devastante incendio, è rimasto un cantiere in attesa di identità sino al 2008, quando è stato riaperto. Completamente ristrutturato, oggi è adibito a teatro.
Del famoso Cine Giardino, proprio dietro il Massimo, ho visto soltanto rovine austere e sfregiate dal tempo e dagli uomini, prima che fossero piallate anche quelle per essere sostituite da un complesso residenziale signorile.
A maggior ragione, non ho alcun ricordo della prima sala cinematografica di Cagliari, l’Iris. So soltanto che sorgeva dove oggi c’è il palazzo della Rinascente.
Per ragioni anagrafiche non ho conosciuto nemmeno l’Odeon (in via Garibaldi, all’altezza della farmacia) e l’Eden (noto Pidocchietto), in via Roma, sulle cui ceneri è sorto a fine anni ’70 il Capitol. Quest’ultimo è stato il cinema più all’avanguardia che la città abbia mai avuto. Niente a che vedere con l’eleganza del Massimo, ovviamente, ma era comodo, con lo schermo vasto (allora non si usava dire panoramico) e con il volume forte e chiaro. Unico problema, nelle prime file potevamo guardare il film solo a patto che un ortopedico ci avesse preventivamente slogato le vertebre cervicali per disarticolare il collo.
Negli ultimi anni è diventato un tempio della movida cagliaritana poi una sala bingo. Oggi è un’anonima cubatura in cerca di destinazione.
Forse il cinema più maestoso di Cagliari è stato il Due Palme, nei locali della Manifattura Tabacchi in viale Regina Margherita. Spazioso ingresso imperiale con doppia scalinata avvolgente, alti soffitti, colonne, capitelli, marmi, platea ariosa con ampia galleria soprastante. Oggi, se non è stato sventrato del tutto, è una cattedrale buia e spettrale dove forse rimbombano solo i gemiti degli ultimi indecorosi anni dedicati esclusivamente ai film porno.
Visto che siamo in tema, non ho mai avuto il “piacere” di frequentare l’Astoria, zona S.Michele, e l’Adriano, locale del dopolavoro ferroviario, ritrovo abituale e insostituibile degli affezionati del cinema proibitissimo di seconda visione (o si dovrebbe dire di seconda mano?). Non li immagino molto diversi dal già citato Fiamma, ma forse con olezzi ancora peggiori e avventori non di primissima scelta. Eppure nei muri dell’Astoria, durante l’opera di demolizione, pochi anni fa, furono rinvenuti alcuni disegni su maiolica di un certo pregio, visibili anche dalla strada durante l’inevitabile fermata del cantiere per l’inatteso ritrovamento.
Ho ricordi generici e molto sfuocati anche del Nuovo 4 Fontane, in via Alagon. Penso di esserci stato pochissime volte. Forse all’ingresso c’era una scala, ripida e molto meno sfarzosa del Due Palme. Di fontane neanche l’ombra. Dopo la proiezione il pubblico defluiva in via Alghero, passando attraverso un lungo corridoio.
Insieme al Nuovo Odeon e all’Ariston, è stato uno dei cinema in cui era più alto il rischio di arrivare tardi per la difficoltà di parcheggiare l’auto in zona. Nel suo inevitabile crepuscolo è stato anche un ristorante cinese.
Sono stato spesso, invece, al Nuovo Olimpia, in via Roma. Un po’ piccolo l’ingresso, ma tutto sommato un cinema più che accettabile. Oggi è un esercizio commerciale. L'insegna è la stessa, ma sa tanto di lapide commemorativa.
Ultimi due ricordi per due punti di ritrovo tradizionali per i cinefili cagliaritani dei decenni passati, due posti agli antipodi in tutto: il cinema all’aperto di Marina Piccola e il Vicoletto.
Tra la prima fermata del Poetto e Marina Piccola, un enorme sterrato ghiaioso veniva adibito, nei mesi estivi, a cinema all’aperto. Molto economico, casereccio (c’era chi si portava la seggiola da casa), era un luogo dove si andava più per combattere l’afa che per gustarsi un film. A parte il cartellone ultra nazional-popolare, la visione era disturbata sempre (dico sempre) da: pellicola che si rompeva, schermo che ondeggiava, amplificazione affidata ai due altoparlanti dell’autoradio di una A112, vociare proveniente dai “caddozzoni” sulla strada e continuo sbattere delle cime sugli alberi delle barche a vela messe a dimora dietro lo schermo.
Il Vicoletto era l’esatto opposto, essendo ricavato da un angusto locale di via S. Giacomo, una strettissima via del quartiere di Villanova. Ovviamente in quel budello era quasi impossibile parcheggiare e la folla in attesa dell’apertura impediva persino il transito delle auto.
Il locale era spazioso quanto una modesta canonica, cabina, palco, schermo, biglietteria, pianoforte verticale e servizi igienici compresi. Era il classico cinema d’essai, con tessera sociale e prezzi abbordabili, ideale se ti rassegnavi a seguire un film in posizione fetale e con lo schermo più vicino di quanto non sia la tv nel salone di casa. Oggi non è più in attività, il proprietario ha scelto di dedicarsi esclusivamente alle due salette del Greenwich, in via Sassari.
Dei cinema di allora non mi mancano i bagni (quando andava bene erano solo sporchi e senz’acqua né salviette) e il fumo di sigaretta da tagliare a fette. Le maschere erano fioche presenze quasi ornamentali. Eppure, nel complesso, mi manca un po’ quell’andare al cinema con animo ingenuo e sperimentale, non tecnologico, non climatizzato. Mai anonimo, sempre un po’ avventuroso.

mercoledì 12 maggio 2010

Sea Peolple - La fine del mondo avvenuta nel 1200 a.C.


L'invasione dei popoli del mare:
La fine di Amenophi IV è caratterizzata non solo dal crollo del dominio egizio in Siria ma anche dagli attacchi degli Ittiti che non rinunciavano alle velleità espansionistiche nel sud-est, e dalla crescente potenza assira. A farne le spese fu il regno dei Mitanni, invaso anche da tribù aramee. Amurru, Ugarit, Qadesh e Karchemish, divennero vassalle ittite e lo sfacelo del regno dei Mitanni pose le basi per uno degli scontri più celebrati dell'antichità, quello fra ittiti ed egizi a Qadesh, sul fiume Oronte nel 1274 a.C. Fu un pareggio e si giunse ad un trattato di pace con Ramesse II che prese in sposa la figlia del re degli ittiti Khattusili, succeduto a Muwatalli. L'Egitto era inattaccabile e l'impero ittita era al suo apogeo. Gli assiri non erano in grado di creare serie minacce, mentre gli achei-micenei erano padroni nel Mar Egeo, almeno fino alla decennale impresa di assedio della pelasgica Troia, l'unica città in posizione strategica sfuggita al potere dei micenei, punto nodale per i commerci sul Mar Nero. La civiltà di tipo palaziale è la caratteristica, Egitto escluso, del mondo che si affaccia sul Mediterraneo, diretta conseguenza dell'arrivo delle nobili caste di guerrieri indoeuropeei che verso il 1750 a.C. portatori di nuove armi, del cavallo e di una nuova cultura, avevano cambiato la realtà del mondo. Questo equilibrio di forze e di potenze sarà drammaticamente interrotto da una tempesta devastatrice tale per cui la storiografia considera i successivi tre secoli una buia era. Solo l’Egitto si salverà dall'invasione, ma a caro prezzo, tanto da meritarsi il sarcastico appellativo degli assiri: “la canna spezzata”. La tempesta arriva dal mare e dai suoi popoli, come ci raccontano gli egizi. Sono le genti dell'Haou-Nebout e arrivano dalle isole del Grande Verde. L'invasione avverrà in due tempi a circa quarant'anni di distanza, prima sotto Mereptah e poi sotto Ramesse III, preceduta da sintomi che sarà opportuno analizzare. Ciò che rese inevitabile una migrazione di ben nove popoli va ricercata in importanti mutazioni climatiche, in sconvolgimenti sociali interni o in disastri ecologici. L'impero ittita è colpito da un'improvvisa e grave carestia. La richiesta di aiuti e di grano giunge all'Egitto con toni decisamente drammatici, che ne fanno una questione di vita o di morte. La stessa richiesta viene inoltrata dall'ultimo re ittita Shuppilulyuma II alla città di Ugarit, che nello strato archeologico corrispondente appare sconvolta anch'essa da terremoti di una violenza eccezionale. Numerosi centri dell'Egeo, Micene compresa, sono colpiti da forti movimenti tellurici che provocano distruzioni e crolli anche delle costruzioni ciclopiche. Molti centri non furono più né abitati né ricostruiti, con un calo demografico rilevante. La società venne decimata e sopravvissero solo i centri maggiori che mostrano opere di restauro, consolidamento e incremento delle fortificazioni. Molti abitanti dei centri minori distrutti affluivano nei centri principali come Micene e Tirinto, ma in questo periodo si segnala il termine del potere di coloro che chiamiamo micenei: la presenza di numerose punte di freccia accanto ad evidenze di incendi, cui segue l'abbandono delle rocche principali, sono segni evidenti di eventi bellici, interpretati dagli studiosi col sopraggiungere dei Dori. Se l'Egitto appare risparmiato, la Libia è colpita da una repentina e disastrosa desertificazione. Ulteriore conferma di una catastrofe ambientale potrebbe essere indicata nel racconto biblico delle piaghe inviate all'Egitto su richiesta di Mosè, dal momento che è proprio Mereptah il faraone dell'esodo. Le prime 7 piaghe sono interpretabili come eventi concatenati originati da un'unica causa innescante, da uno sconvolgimento che portò il mare a penetrare profondamente lungo il corso del Nilo, tanto da cambiarne, nei tratti più vicini al delta, il senso della corrente. Un impaludamento portò ad una moria di pesci e alla proliferazione delle rane che invasero le città. Le successive piaghe sono state identificate anche microbiologicamente e sono risultate essere episodi infettivi di grande contagiosità, probabilmente a seguito di inondazioni di tipo ciclonico in un clima come quello egizio. I testi di Medineth Habu, pur essendo mutili, testimoniano che l'Haou-Nebout e i popoli del mare sono stati colpiti dalla potenza di Amon-Ra per opera della dea Sekhmet che ne possiede la potenza distruttiva ed è colei che ne scaglia le folgori. Ecco ciò che si legge sulle mura del tempio: "il grande calore di Sekhmet si è mischiato con quello dei loro focolari, cosicché le loro ossa si incendiano all'interno dei loro corpi. La meteora fu terrificante per come li perseguitò mentre la terra d'Egitto era serena. Così per i paesi stranieri fu la distruzione delle loro città. Furono devastate in un solo attimo, i loro alberi e le loro genti sono diventati cenere. Essi presero consiglio dai loro cuori: verso quale luogo andremo? I loro capi vennero con i loro beni e i loro figli sulla schiena in Egitto".
Si afferma inoltre di numerosi movimenti tellurici e di una marea che spazzò via le città e i villaggi. E' Amon-Ra che parla a Ramesse III affermando che mentre l'Egitto è risparmiato dal suo benefico abbraccio, l'Oceano e il Grande Circolo sono sconvolti dall'oscillazione e dall'ondeggiamento. E prosegue così: "Ti diedi la mia spada per distruggere i Nove Archi e misi per te tutti paesi sotto i tuoi piedi. Feci in modo che essi vedessero la tua maestosità come forza del Nun quando distrusse e cancellò le loro città e i loro villaggi con un'onda d'acqua". Questi testi appaiono illuminanti ed esprimono una sequenza logica, tuttavia risulta da verificare se effettivamente fu una meteora caduta nell'Oceano a provocare l'onda di marea. I sopravvissuti di questo catastrofico evento furono, in seguito, colpiti da scosse telluriche ed eruzioni vulcaniche che trovano conferma nei testi di Medineth Habu, in cui si afferma che "le isole non avevano riposo". Se così fosse, risulta evidente che i popoli dell'Haou-Nebout valutarono impossibile vivere nelle loro isole minacciate dalla natura e prepararono con cura ciò di cui avevano necessità: una grande flotta. Anche la Bibbia ci viene incontro, poiché definisce i filistei (uno dei popoli del mare) come i "sopravvissuti delle isole". Ovidio scriveva di un evento astronomico con la caduta di un astro dal cielo: "E' Fetonte che prima di precipitare nel mare Atlantico, dove si getta il fiume Eridanio, incendia e desertifica al suo passaggio intere regioni della terra, vaporizzandone i fiumi e cambiando drammaticamente il paesaggio”. Questi eventi ambientali portarono a due reazioni: una prima migrazione immediata dovuta alla perdita di ogni bene, e in seguito un piano di invasione accuratamente ideato e progettato nelle isole dell'Haou-Nebout, messo in atto con una perfetta conoscenza del Mediterraneo e dei suoi paesi.


Nell'immagine sopra il popolo rappresentato nella tomba del gran visir Rekmire

lunedì 10 maggio 2010

I Prìncipi di Keftiou


I Principi di Keftiou:
Come fanno notare gli studiosi Berni e Chiappelli nel loro libro sui popoli del mare, nella confusione che da sempre alberga fra i termini utilizzati per menzionare i popoli, l'unico dato che sembra storicamente accertato riguarda l'identificazione dei minoici con Keftiou, mentre i micenei erano i Danai. Lo studioso Donadoni, riferendosi a un testo del 1400 a.C., afferma che gli egizi possedevano un'ottima conoscenza dei territori egei e non si può quindi confonderli con le isole del Grande Verde e l'Haou-Nebout. Fra gli scritti recuperati dal tempio di Amenophi III, sei sono settentrionali e, fra questi, uno mostra una lista di nomi. Nel titolo ci sono Keftiou e Danai e si parla di oggetti lavorati "secondo la tecnica Keftiou" che giungevano in Egitto. Dalla parte opposta ci sono 12 nomi, fra i quali Amnisos (porto di Creta per Strabone), Phaistòs, Kydonìa, Mykènè, Wìlios, Nauplìa, Kythera, Wìlios, Cnossòs, di nuovo Amnisos e Lyktos. Il testo sottintende esperienze dirette, pratiche di navigazione e di portolani. Una realtà concreta con scambi di merci e di esperienze. Questo documento non ci fornisce la prova per cui sia possibile affermare che Keftiou sia Creta, dal momento che i termini sono usati come etnici e non come territoriali. Sulle pareti della tomba del gran cerimoniere di corte sono rappresentate le offerte dei popoli delle estremità della terra, con grande rilievo riservato ai popoli provenienti da occidente, descritti come i principi della terra di Keftiou, delle isole che sono in mezzo al Grande Verde. In quel tempo i micenei avrebbero già dovuto essersi sostituiti ai minoici a Creta, ma non sono certo i micenei a essere riprodotti sulle pareti della tomba. I testi sottolineano il diverso atteggiamento dei Keftiou, che hanno solo sentito parlare delle vittorie del faraone, mentre i popoli che portano le loro offerte hanno invece assistito ai trionfi di Tuthmosis III su questi paesi. Sono principi Haou-Nebout del Grande Verde quelli rappresentati, ma le vesti e gli elementi decorativi non ci riconducono a nessun popolo conosciuto. I meravigliosi vasi d'oro e d’argento cui seguono gioielli, lingotti di rame, panelli di stagno, fili di perle, zanne di elefante, tessuti e altri oggetti, sono difficilmente interpretabili. Le forme dei vasi cesellati fanno pensare a modelli evoluti, lontani dalle forme legate all'epoca di Tuthmosis III (1470-1430 a.C.). Sono simili a quelli del tardo periodo ellenistico, sembra qualcosa che non dovrebbe esistere. Le eleganti e raffinate figure sembrano possedere il fascino sia degli egizi che dei minoici, ma non è un popolo conosciuto quello rappresentato. Si tratta di rappresentanti di un paese dove le pietre e i metalli preziosi sembrano essere abbondanti e la loro metallurgia straordinaria, un luogo dove vivevano elefanti e altri animali esotici. L'identificazione tra isole che stanno nel mezzo del grande mare e le isole egee è impossibile. Si trattò di immortalare un evento ben più eccezionale, e non la visita dei vicini egei. L'esclusivo omaggio tributato dai principi delle lontane isole era stato giudicato come l'evento cerimoniale più rilevante. Come è stato possibile identificare Keftiou con Creta? Era nominata insieme alle isole del centro del Grande Verde, confuse e scambiate con le isole dell’Egeo, per cui la prima fra queste non poteva essere che Creta. Quando si riferiscono a Keftiou gli egizi indicano un paese situato a occidente, ai confini estremi del mondo conosciuto, cosa che non si accorda con l'immagine di Creta o dell'Egeo, ma rientra nell'orizzonte dell'Haou-Nebout, agli estremi universali, con la necessità di utilizzare speciali imbarcazioni per raggiungerla. Ma se Keftiou va relegata nel lontano orizzonte oceanico, con quale nome indicavano Creta gli egizi? Attribuire agli egizi conoscenze geografiche e un orizzonte così limitato si infrange contro ogni aspetto del loro sapere. È sufficiente pensare al rapporto degli egizi con gli Ittiti che, pur trovandosi sulla sponda opposta del Mediterraneo, non erano mai stati considerati abitanti dei confini del mondo. Sui documenti il nome di Creta esiste, ed è decisamente più appropriato, per quella che abbiamo sempre conosciuto come l'isola di Minosse: Me(i)nous. Popolata dai Keftiou, è riportata nelle varie liste dei popoli, associata e preceduta da Keftiou. Nella tomba di Amenemheb, un personaggio della nobiltà militare della XVIII dinastia, c'è un testo che accompagna la raffigurazione di tributi, e cita: "i re del paese Keftiou e di Minous". Era Keftiou che dominava in mari e Minous-Creta era la sua base mediterranea. In alcuni elenchi di paesi stranieri Minous risulta associata anche a Isy e scompare dai testi dopo la scomparsa di Keftiou. I minoici partecipavano insieme ai Keftiou e agli Haou-Nebout del Retenou (Siria) a commerci di beni preziosi in tutto il Mediterraneo. Keftiou deve quindi essere considerata come regione naturale, o come civiltà, importante quanto quelle dei Mitanni e della Mesopotamia, e si situerebbe nel lontano occidente. Un testo del 2200 a.C. dimostra l'antichità del termine: "Non si scende più verso Biblos oggi, cosa faremo per i pini destinati alle nostre mummie, grazie all'importazione dei quali i sacerdoti vengono sotterrati, e con l'olio dei quali vengono imbalsamati i re? Arriveranno da lontano, quanto lo è il paese Keftiou". Oltre a notare che il termine Keftiou è utilizzato per designare l'estremo punto raggiunto dall'influenza egizia, si può osservare che lo scriba menziona soltanto l'imbalsamazione dei sacerdoti e dei re, e questo fa risalire a un'epoca in cui la tecnica della mummificazione era ancora poco diffusa in Egitto. La grande distanza non poteva certo essere quella con Creta, dove peraltro non possediamo esempi di mummie o di pratiche di mummificazione.
È quindi possibile individuare nell'Antico Regno una fase in cui i rapporti fra i due paesi risultavano consueti e non si trattava solo di scambi commerciali ma venivano condivisi particolari rituali come l'imbalsamazione. Keftiou compare negli elenchi dei paesi minerari da cui provengono durante la XVIII e XIX dinastia i beni preziosi del tesoro di Stato e nei quali sono citate anche le isole del Grande Verde. Creta e le isole egee non possiedono pietre preziose nè metalli. Nella lista ci sono due regioni: il Nord e il Sud dell'universo. Al sud sono elencate le aree minerarie del deserto arabico e delle oasi libiche, mentre per l'emisfero nord, oltre a Keftiou e alle isole del centro del Grande Verde, sono menzionati anche i "confini marittimi del mondo". Per concludere l'argomento minerario bisogna ricordare che i lapislazzuli provengono solo dall'Afghanistan e, viste le distanze enormi che lo separano dall'Egitto, verosimilmente Keftiou e le isole del Grande Verde sono le esportatrici di questa preziosa risorsa. Un documento egizio conservato al Louvre riporta il seguente testo: "dato in ricompensa dal re Tuthmosis III al principe, padre divino, amato dal dio, confidente del re per tutti paesi stranieri e per le isole che sono in mezzo al Grande Verde, colui che riempie i magazzini di lapislazzuli e d'argento". A partire da Amenophi IV, i documenti che menzionano le isole del mezzo del Grande Verde diventano più precisi. In un testo scritto in occasione di una delle periodiche cerimonie dell'apporto del tributo straniero, che ebbe luogo nell'anno 12 (circa 1380 a.C.) del re Amenophi IV sono giunti alcuni abitanti delle isole del mezzo del Grande Verde, non a rendere omaggio al re, ma a portargli dei doni di loro spontanea volontà. Si legge: "il re dell'Alto e del Basso Egitto (Amenophi) fece la sua apparizione sul grande trono di argento per ricevere il tributo di Kharou (Siria), di Koush (Nubia), dei paesi occidentali, orientali e di tutti paesi stranieri messi insieme. Le isole del mezzo del Grande Verde portarono dei doni al re che era sul grande trono di Akhet-Aton, per ricevere tributi di tutti paesi stranieri e per dargli il soffio di vita". Si pensa subito al testo nella tomba di Rekmire in cui, in un'analoga occasione, i capi di Keftiou e delle isole del mezzo del Grande Verde vengono a portare dei doni per ottenere la protezione egizia e in Asia, indispensabile per i loro commerci. Intendevano ingraziarsi il faraone con doni meravigliosi per ottenere il consenso per commerciare liberamente con gli Haou-Nebout dell'Asia, anche loro principi dello stesso Haou-Nebout. Per la sapienza e la conoscenza egizia il centro del mondo non erano né le piramidi, né il Nilo, né Tebe, né Creta, bensì le isole Haou-Nebout nel cuore del Grande Verde, e Keftiou per molto tempo vi primeggiò. Al tempo di Tuthmosis III la potenza di Keftiou si avviava al declino e la delegazione intendeva mantenere i rapporti commerciali con gli Haou-Nebout delle rive dell'Asia, cioè i Mitanni, i principi del Retenou, e i Fenchou ma le conquiste del faraone, che controllava i territori dell'Asia, avevano richiesto un nullaosta ufficiale. I popoli della famiglia indoeuropea che si impossessarono dei vari regni asiatici compresa Babilonia con i Cassiti, vengono sempre definiti dagli egizi come paesi stranieri del Nord. Esiste una perfetta correlazione tra le espressioni "Haou-Nebout delle isole del Grande Verde" e "i paesi nordici che sono nelle loro isole". Allo stesso modo gli "Haou-Nebout delle rive dell'Asia" corrispondono all'espressione: "i paesi nordici delle rive dell'Asia". Dai tempi degli Hyksos l'area siro-palestinese si trovava saldamente in mano ai principi indooeuropei. Sarà contro costoro, i paesi stranieri del Nord dei confini dell'Asia, che sia Tuthmosis III che Ramesse II condurranno vittoriosamente le loro campagne asiatiche. A partire dal 1370 a.C., Keftiou non viene più citata ma ciò che indicherebbe il definitivo tramonto della sua potenza secolare non si adatta per nulla alla florida Creta micenea di quel periodo. Probabilmente Keftiou ha lasciato i minoici, che rappresentavano la loro più importante base del Mediterraneo, privi di quel sostegno fondamentale che la madrepatria gli procurava, e Creta-Minous fu preda degli agguerriti achei-micenei. Dal 1100 a.C., dopo l'invasione dei popoli del mare, anche la citazione di isole del centro del Grande Verde scompare dai testi, mentre il termine Haou trova ancora spazio, ma solo come ripetizione di formule arcaiche come quella dei "nove archi". Perché questi termini si sarebbero estinti dopo l'esodo dei popoli del mare nei testi egizi, se avessero effettivamente significato isole egee?
In conclusione Keftiou, che primeggia fra le isole del Grande Verde, è considerato dagli egizi alla stregua delle grandi nazioni come gli Ittiti, i Mitanni e i Babilonesi. Il Nebout è una sorta di mare poco profondo disseminato di isole, percorso da un circolo d’acqua e da canali in parte navigabili, ma che in base ai testi egizi potevano rappresentare una trappola labirintica per gli stranieri. Al di là del Nebout vi sono le isole che per la loro definizione sono considerate al centro del mare Oceano, il Grande Verde, considerato centro universale anche nella concezione geografica egizia. I documenti precedenti il 2000 a.C. lasciano intendere rapporti con l'Egitto che risalgono all'Antico Regno e testimoniano della grandezza di questa potenza che condivide con l'Egitto culti e rituali, compresa l'imbalsamazione del re e dei sacerdoti. Un'epoca in cui Menous-Creta ancora non aveva visto sorgere i suoi primi palazzi. L'Haou-Nebout doveva trovarsi in una posizione che ci porta a domandarci quali rapporti potevano esserci stati con la civiltà megalitica atlantica, la cui genesi si compie attraverso l'oceano. Sono gli stessi dei dell'Egitto che governano l'Haou-Nebout e vige lo stesso credo nell'aldilà. Loro è anche la maggior ricchezza materiale, poiché è sempre dalle isole che con navi speciali provengono metalli, pietre preziose, avorio di elefante, ambra e pasta vitrea. Una vera oceanica fucina di popoli caratterizzati dal marchio di "indoeuropeei".

Nell'immagine sopra sono rappresentati due Prìncipi di Keftiu

sabato 8 maggio 2010

Sea People - Popoli del mare VIII - "i nove archi"


I nove archi
In ogni testo che canti le lodi del faraone è quasi di rigore che appaia l'augurio che il faraone tenga sotto i suoi piedi i nove archi, ossia le nove razze, che rappresentano per gli egizi l'intero genere umano. Già su un masso di epoca predinastica a Ieracompolis si ritrova questo testo inciso sotto la pianta dei piedi della statua del faraone Gioser, costruttore della prima piramide a gradoni di Saqqara. Lo studioso Vercoutter afferma: sembra che a quell'epoca gli archi designassero l'universo umano sottomesso al re, in opposizione all'universo divino. Nei testi delle piramidi troviamo scritto che come in cielo governano i nove Dei (ossia l'Enneade), così in terra nove sono i popoli che dominano, o da dominare. Il primo dei nove Dei è Ptah, padre degli dei dell'Enneade e creatore del genere umano; i primi della lista dei nove archi sono gli Haou-Nebout. Come potevano le piccole isole della Grecia e i greci stessi con cui gli storici identificano gli Haou-Nebout ricoprire un ruolo simile nella conoscenza egizia, quando appariranno solo nel XVI a.C.? Alla radice della famiglia umana l'Haou-Nebout sembrerebbe ricoprire un ruolo fondamentale. È da questo luogo perduto alla nostra conoscenza che dunque sarebbero partite le migrazioni, e le successive colonizzazioni, determinando così il concetto di nove popoli da cui di discenderanno tutte le genti? Questo è ciò che lascia supporre tale concezione egizia, già manifesta in tempi predinastici. Haou-Nebout significa ciò che sta al di là del Nebout, o ciò che sta attorno al Nebout. Con Haou-Nebout si indicano quindi dei territori, sostanzialmente isole, che si trovano al di là di una vasta area, forse paludosa, con una forte indicazione geografica di settentrionalità e lontananza estrema. Gli egizi inoltre indicano il Nebout come una regione dell'altro mondo, un mondo infernale a cui si accede sempre in barca, come racconta il libro di "Ciò che esiste nel Duat", corrispondente all'Ade dei greci. Ma dove è possibile localizzare l'Haou-Nebout? Gli egizi ne danno una sorprendente collocazione in associazione al Sin-wur: il limite estremo del mondo circondato dall'Oceano, inteso come circolo d'acqua che delimita e circonda il mondo. Questa definizione è vaga, ma come può un luogo inesistente procreare tante genti? Siamo pertanto obbligati ad integrarlo in uno spazio terrestre. Vercoutten ci segnala un testo incompleto della XII dinastia dove troviamo scritto: il Grande Verde dei Neb(ou)tiou. Essendo il Grande Verde identificabile con il mare universale, che nella sua ampia accezione comprendeva l'acqua anche di tutti i fiumi, siamo certi che gli egizi intendessero comprendere anche il Mediterraneo. E' nel mezzo del Grande Verde, racconta il papiro Chester Beatty, che avvenne il mitico scontro fra Horus e Seth. Si nota un legame profondo fra l'Egitto con il suo mito fondamentale e il "cuore del Grande Verde", che sappiamo essere parte dell'Haou-Nebout. Viene spontaneo associare il concetto di Nebout, localizzato nelle più remote distese marine, a quello di pelagos e quindi ai pelasgi ed infine ai pelasti (peleset-filistei) che provenienti dall'Haou-Nebout invaderanno il Mediterraneo nel 1200 a.C. L'Haou-Nebout è uno spazio molto vasto abitato da un insieme di razze con cui gli egizi ebbero rapporti fondamentali, poiché fondamentale appare il ruolo di questo termine che dagli albori percorre l'intero arco della civiltà egizia.

Nell'immagine sopra la Tomba del gran visir Reckmire

venerdì 7 maggio 2010

Sea People - Popoli del mare VII - l'Egitto


L'Egitto:
Attorno al IV Millennio a.C. non esisteva la dicotomia fra scienza e religione ma vigeva la "scienza sacra" il cui compito era la ricerca dell'armonia assoluta fra alto e basso, fra cielo e terra: fu così che l'Egitto venne creato a immagine del cielo. Una regione oscura in riva al mare potrebbe aver generato la civiltà da cui proveniamo, ed è nei testi sacri egizi che un luogo ancestrale viene per la prima volta nominato: l'Haou-Nebout, un luogo ai confini nord-occidentali del mondo. Nell'antichità era universalmente accettato il concetto che al di là delle Colonne d'Ercole si estendesse un unico vasto mare che circondava la terra, a sua volta delimitato dallo scorrere del fiume Oceano, il Sin-wur, letteralmente il grande circolo. Anche nei poemi omerici Oceano è il fiume che scorre nel Grande Mare, tuttavia ben distinto da esso. Abbiamo quindi l'equivalenza fra il fiume Oceano che scorre nel grande mare, e il Sin-Wur che scorre nel Wad-wur, cioè il Grande Verde, espressione che gli egizi adottavano per mare-oceano, ossia l'intero mondo marino. Per gli egizi l'Haou-Nebout sono le isole nel centro del Grande Verde. Le genti di questa area geografica non bene identificata saranno celebri in Egitto come importatori di pietre preziose e metalli. Particolarmente celebrata sarà una loro principesca ambasceria giunta ai tempi di Tuthmosis III e le cui immagini sono immortalate nella tomba di Rekmire, gran visir e addetto al cerimoniale del faraone. Questi popoli rappresentarono la peggior minaccia che l'Egitto abbia subìto dal tempo del dominio degli Hyksos, con il grande tentativo di invasione ai tempi di Ramesse III. Rimarranno celebri nella storia come i popoli del mare, definizione di Maspero che sintetizzava una espressione con cui gli egizi li conoscevano e identificavano: coloro che vivono nelle isole del cuore del Grande Verde. Alla domanda “chi sono gli Haou-Nebout”, la storia ci riserva una risposta dubbia, perché saranno i mercenari greci in servizio in Egitto verso l'VIII a.C. a venire usualmente così chiamati. La conferma di ciò risiede nella famosa Stele di Rosetta, di epoca tolemaica, dove il termine viene tradotto con "hellenikos". Fu automatico, una volta legato il termine ai greci, creare l'equivalenza: isole dell'Haou-Nebout = isole della Grecia. Il grande problema che si pone di fronte a questa realtà è il seguente: dato che i greci appaiono con i micenei (Achei) verso il 1700 a.C., come è possibile che gli egizi conoscessero il termine Haou-Nebout, che equivarrebbe a greci, prima del 3000 a.C.? Ma da quando esiste la genìa dei greci? I testi egizi sembrano non essere stati compresi. Quella equivalenza derivata dalla Stele di Rosetta è inaccettabile.
Erodoto afferma che il popolo greco usò sempre e costantemente la stessa lingua. Staccatosi ancora debole dal ceppo pelasgico, si ampliò fino all'agglomerato di popoli che comprendeva varie altre popolazioni pelasgiche e numerosi altri barbari. Dal 1956 quando Michael Ventris e Chadwick decifrarono la lineare B, sappiamo con certezza che i micenei (Achei) erano quei greci che parlavano il greco che abbiamo studiato a scuola. L'aristocrazia guerriera dei micenei, contraddistinta dall'uso del carro da battaglia, è giunta sulla scena della storia contemporaneamente alle caste guerriere dei Mitanni e degli Hyksos. Inoltre sappiamo che micenei furono fra i più grandi navigatori che la storia ricordi.
Il cavallo era considerato un bene prezioso, tanto che un documento di Ugarit rivela che una coppia di cavalli venne acquistata dal re della città e pagata con molti kg di stagno. L'origine del carro leggero a due ruote a raggi, con il cavallo addestrato al combattimento, è indo-iranica e si deve ai Mitanni, come testimonia il trattato di Kikulli. Taylour afferma che quando i micenei compaiono sulla scena, i ritrovamenti delle tombe a fossa mostrano una cultura già ricca e complessa con ambra proveniente dal Nord, avorio della Siria e oro dall'Egitto. Del tutto diversi appaiono i minoici: dolicocefali e sbarbati, mentre brachicefali e barbuti erano i micenei. Le mura ciclopiche che circondavano la città di Micene custodivano il potere del Wanax, il principe guerriero. Le tombe circolari a cupola minoiche di Creta che Evans paragonò a quelle disseminate in Libia, formulando l'ipotesi che i minoici fossero giunti profughi dall'Egitto dopo l'unificazione di Menes intorno al 3000 a.C., si trasformano nelle monumentali tombe a tholos conosciute come il Tesoro di Atreo o quello dei Minii ad Orcomenos. Questa potenza, esplosa dopo il 1650 a.C., fu il frutto di un'egemonia non certo su spazi terrestri ma su aree marittime, ed ebbe nell'Egeo il suo luogo centrale. È probabile un grado di parentela fra i micenei e i nobili indoeuropei che alla guida degli Hyksos erano penetrati in Egitto conquistandolo verso il 1720 a.C. La dinastia degli Hyksos dominava tutta una serie di vassalli e, durante il regno di Khyan, la pressione tributaria sull'Egitto e sulle regioni cananee era pesante. Mantenevano relazioni commerciali con i minoici e con i babilonesi, e manufatti egizi che recano il nome di Khyan sono stati ritrovati a Babilonia, a Cnosso e a Hattusa. Gli Hyksos veneravano Seth (Sutekh) Signore dei deserti, dei vulcani e del mare, l'analogo di Poseidone, come afferma anche Plutarco, ed era la principale divinità degli Achei (micenei). C'è un particolare affascinante a proposito dell'identità Seth-Poseidone: al primo deve collegarsi il cavallo, dal momento che furono gli Hyksos ad introdurlo in Egitto, ed è proprio Poseidone a fregiarsi del titolo di Hippios, vantandosi di aver creato di cavallo, una cosa insolita per un dio del mare. Seth viene raffigurato sia nei testi delle piramidi che nel papiro Chester Beatty, che descrive il mitico scontro con Horus sulla prua di una nave. La sfida si consuma in un luogo che ci interessa: le isole del centro del Grande Verde che fanno parte dell'Haou-Nebout. Osserviamo che alcune caratteristiche di Seth, dio del deserto, sono assimilabili al dio delle tempeste degli ittiti, e allo stesso Dio ebraico (Yahweh), ricordando che il deserto è "come un mare in cui non si affonda il remo", di cui si deve temere la forza distruttrice e dove l'orientamento e la vita dipendono sempre dalla conoscenza della volta del cielo. Seth era un dio equivoco già nella mitologia osiriaca egiziana che l'aveva confinato a regnare fuori dal territorio dell'Egitto, nei paesi stranieri.
Ma ritorniamo ad achei e troiani. L'appellativo acheo designa genti guerriere e costoro, a dispetto delle teorie proposte, non mostrano prove di attraversamento del territorio né anatolico né balcanico. Ricordiamo che in epoca classica i greci consideravano brevi le distanze sul mare, lunghissime e inaffrontabili quelle su terra. Il legame profondo con il cavallo è dimostrato dal fatto che quest'ultimo era inumato insieme proprietario. Con l'invasione dei Dori intorno al 1200 a.C. e il crollo della potenza micenea, il mondo greco si dividerà in due grandi gruppi che entreranno in era storica: i Dori e gli Ioni, in continuità e in linea pelagica con le altre popolazioni eroico-leggendarie dell'Ellade. Il legame fra la civiltà micenea, per la quale il mare è divino e la madre del grande Achille è la dea marina Teti (una delle Nereidi), e la civiltà megalitico atlantica è fortissimo, e ci riconduce all'Oceano. Pensiamo alle tombe a tholos micenee che si pensavano punto di partenza dell'architettura megalitica. Perché i micenei consideravano l'ambra più preziosa dell'oro? Perché è presente in grande quantità solo nelle più antiche tombe a fossa e scompare successivamente? Si trattava quindi di un bene non più raggiungibile e probabilmente i preziosi manufatti dovevano essere appartenuti ai primi colonizzatori micenei provenienti da una sconosciuta patria. L'ambra proviene dallo Jutland, non è certo un bene mediterraneo nè orientale, e alcune tazze d'oro trovate in Cornovaglia (tombe del Wessex) sono identiche ad altre micenee, come micenea appare la spada incisa su uno dei triliti di Stonehenge. Gran parte dello stagno utilizzato in Egeo proviene dalla Cornovaglia. Sino a quando abbiamo pensato che dall'Egeo si fosse espansa la civiltà, tutto ciò poteva avere un senso logico, ma oggi sappiamo che Stonehenge era già terminata quando la civiltà micenea non era ancora nata. Ci chiediamo quindi se la terra d'origine, peraltro ignota, della civiltà megalitica e degli achei-micenei non fosse la stessa. E' a questo punto che si rende necessario un approfondimento del termine Haou-Nebout, non solo geografico ma anche etnico, infatti come sappiamo indica i popoli del mare. Gli egizi lo collocano in uno spazio di enormi dimensioni agli estremi confini nord-occidentali del mondo. Ne facevano parte le isole del centro del Grande Verde, cioè il mare Oceano ed un numero rilevante di popoli nordici su altre isole chiamati generalmente "i paesi nordici". Spazi che si estendevano lungo quello che gli antichi consideravano il limite dell'universo terrestre, cioè il Sin-wur.


Nell'immagine il circolo delle tombe reali a Micene

giovedì 6 maggio 2010

Sea People - Popoli del mare VI - Hatti


Hatti:
Ad Alaca Hoyuk, nei pressi di Ankara sul Mar Nero, vengono trovate, in tombe principesche, mirabili fusioni in bronzo con alto contenuto di stagno, prodotte con la tecnica della fusione a cera persa, mai riscontrata prima. Per secoli Kanesh ebbe un ruolo egemone nelle vicende centro-anatoliche ma intorno al 1800 a.C. i re di Kussara estesero la loro influenza verso ovest conquistando Kanesh. Un secolo dopo, alcuni signori in relazione con Kussara stabilirono a Hattusa la loro capitale. Il loro linguaggio è conosciuto come una forma ittita arcaica. È questa un’altra conferma della radice pelasgica, poiché l'ittita, benché autonomo, è inserito nel gruppo delle lingue anatoliche insieme al luvio. La diretta ascendenza riconosciuta alle forme luvie precedenti l'ittita sono comprovate dal fatto che nella liturgia ittita veniva utilizzata la lingua di Hatti, come succedeva a noi con il latino che per secoli è rimasta la lingua della liturgia. È da escludere che un popolo per officiare il proprio credo religioso adotti una lingua estranea alla propria base culturale.
Fra i naviganti che si riversarono nell'Egeo intorno al 3000 a.C. penetrando l'Anatolia, emergono personaggi dai connotati divini che trovarono a Creta il luogo ideale per esprimere il massimo della loro potenza, manifesta nella talassocrazia di Minosse, figlio di Zeus e di Europa. Erodoto narra che i Cari erano i marinai della flotta di Minosse e che col tempo le Cicladi furono piegate dalla potenza emergente di Creta. L'ultima a cadere fu l'isola di Melo che con la sua ossidiana svolgeva fin dal primo neolitico una frenetica attività commerciale. Il bronzo e lo stagno divennero un monopolio cretese, e le navi minoiche che solcavano i mari in ogni direzione esportavano tecnica, costumi e gusti nuovi. Questo processo toccò il suo culmine con la costruzione dei primi palazzi a Cnosso, Festo e Mallia verso il 1900 a.C., ma nel 1750 a.C. la distruzione si abbattè sui palazzi e i minoici impiegarono un secolo per risollevarsi. Nuove e bellicose etnie indoeuropee si stanziarono sulle coste asiatiche, affermandosi come Stati potenti come i Mitanni, caratterizzati da caste aristocratiche militari che possedevano lo strapotere del carro da combattimento trainato dai cavalli, sconosciuti in precedenza. I Mitanni si attesteranno nelle coste siriane fino all'Alta Mesopotamia e il loro regno si troverà anche a capo dei Cassiti, che invasero Babilonia introducendovi il carro da guerra. Un'altra popolazione capeggiata da misteriosi principi indoeuropei sui carri invase l'Egitto intorno al 1730 a.C. partendo dall'area siro-palestinese: gli Hyksos. Per oltre 250 anni si sostituirono ai dinasti egizi. Hurriti, Ittiti e Cassiti vengono definiti "popoli dei monti" ma questa definizione non appare idonea. Si delineava la costruzione di un nuovo mondo con la comparsa della casta guerriera dei "Maryannu", il distacco fra le classi sociali, un sistema di trattati giuridici, lo sviluppo della diplomazia, la presenza di ambasciatori che portavano doni ai nuovi palazzi reali, e i matrimoni fra membri delle case regnanti. Questi nuovi popoli provenivano da luoghi dove la conoscenza doveva esprimersi ad alti livelli e l'amministrazione era affidata a famiglie nobili che guidavano cocchi da battaglia su ampie pianure, inesistenti fra le montagne dell'Armenia, dell'Iran o del Caucaso. Queste genti indoeuropee, caratterizzate da innovative armi e tecnologia, si assimilarono nei secoli al substrato orientale. Il re ittita Telepinu all'inizio del XV a.C. riformò le istituzioni, introdusse la successione ereditaria al trono, limitò fortemente il potere dell'assemblea e abbandonò la scrittura fino a quel momento utilizzata (geroglifica) a favore del cuneiforme.


Nell'immagine la navicella di Capo Colonna. Notare le proporzioni fra l'imbarcazione e i buoi aggiogati.

Sea People - Popoli del mare V - il substrato mediterraneo

Il substrato mediterraneo:
La scoperta nel 1915 della lingua ittita, che risultava essere la più antica lingua indoeuropea, fu accolto con stupore. Ancora 10 anni dopo si cercava di attenuare l'entità della scoperta applicando a questa lingua influenze indoeuropee mentre, a dispetto di ciò, si scoprirono tre nuove lingue, il luvio, il palaico e l'hati, le prime due indoeuropee, mentre l'ultima era preindoeuropea. È del 1960 la teoria classica di Childe, e in seguito di Gimbutas, sull'espansione dell'indù europeo verso l'Asia e l'Europa occidentale durante il V millennio a.C., a partire dalla cultura dei Kurgan (cultura dei cumuli) delle steppe del Volga e del Don come nucleo di irradiazione primario. Ma difficilmente questa cultura può essersi diffusa nel Mediterraneo, dal momento che i Kurganici dovevano essere tutto tranne che grandi navigatori. Nel 1987 Renfrew propose di individuare nell'area Anatolica la culla degli indoeuropei, responsabili questi anche dello sviluppo dell'agricoltura che successivamente esportarono in Europa e nel Mediterraneo. Tale teoria è facilmente criticabile dal momento che esiste un abisso linguistico tra il gruppo indoeuropeo anatolico e le lingue indoiraniche. Renfrew ha comunque il merito di far sprofondare l'origine indoeuropea all'VIII millennio a.C. Si potrebbe a questo punto formulare l'ipotesi di una civiltà superiore nata in un'unica area circoscritta che abbia dovuto sopportare le stesse conseguenze negative. Dietro alla comparsa del neolitico potrebbero celarsi due mondi comunicanti: il primo è il Mediterraneo, l'altro è oscuro, e la civiltà che lo popola è già differenziata e complessa e si manifesta, una volta entrata nel bacino ricevente, nel fenomeno neolitico multiforme che ben conosciamo. discendono quindi da un unico progenitore. Se nessuna teoria ha dato esiti soddisfacenti, una delle spiegazioni possibili è che la patria dei neolitici e degli indoeuropei sia ancora scoprire e forse questi popoli discendono da un unico progenitore. È difficile non collegare la causa dell'emigrazione neolitica agli sconvolgimenti climatico-ecologici del 9500 a.C. che portarono alla fine dell'ultima glaciazione. I colonizzatori si sarebbero distribuiti nel Mediterraneo e sul territorio europeo, costituendo il substrato su cui le successive ondate migratorie si fusero, si sovrapposero, o vennero assorbite.
Avvicinandoci alle età dei metalli bisogna osservare che intorno al 3500 a.C. si assiste al processo di urbanizzazione della Mesopotamia meridionale e alla comparsa dei primi documenti scritti provenienti da Uruk, la più antica città della civiltà di Sumeri. Questo è anche il momento legato alla nascita dell'Egitto predinastico e all'arrivo di nuove popolazioni nell’egeo, a cui seguirà la civiltà minoica. I greci che conservavano la memoria di tali antichissime emigrazioni davano loro il nome di Pelasgi. Provenienti da un indefinibile "pelago", lasciarono tracce ciclopiche anche al di fuori dell'Egeo. Per capire la nascita e lo sviluppo del Bronzo è necessario chiarire che è stata l’assenza dello stagno nel Mediterraneo a rallentare l'esplosione di quest'epoca. Come è stato possibile che questa tecnologia si sviluppasse in un'area dove lo stagno era assente? I Pelasgi ne possedevano il segreto e la tecnologia necessaria. Questo metallo era raro e si poteva ottenere solo attraverso un'efficiente rete di scambi che procurava anche altri materiali fra cui oro, argento, lapislazzuli e manufatti già lavorati. Secondo Omero i Pelasgi combattevano da entrambe le parti della guerra di Troia: venivano considerati come dei nomadi del mare. Erodoto associava ai Pelasgi, oltre ad Atene e Dodona, la costa del Peloponneso e dell'Egeo nord occidentale, le isole Samotracia e Lemno. Dionigi di Alicarnasso sosteneva che i Pelasgi erano gli antenati dei greci che per primi avevano popolato l'Egeo e l'Arcadia. Sappiamo che i greci consideravano se stessi divisi in tre stirpi: ioni, achei (micenei) e dori, ma Tucidide ed Erodoto affermavano che i Pelasgi, pur avendo vissuto in tutta la Grecia, erano gli antenati soltanto degli ioni. E' interessante lo studio di Georgiev che chiamò Pelasgico il popolo indoeuropeo responsabile del substrato Mediterraneo, pensando che il termine partisse da pelagos=mare, la cui forma originaria doveva conservarsi in pelastikos (peleset, filisteo o palestinese). Nell'ultima grande migrazione indoeuropea del 1200 a.C. i filistei appaiono i più potenti, insieme agli achei, e forse sono a capo della confederazione dei numerosi popoli del mare che sovvertiranno l'intero assetto del Mediterraneo causando la fine del Bronzo. Sarà questa cultura pelasgica a creare le prime cittadelle fortificate: il megaron diventerà un elemento costante dell'architettura diffuso da Troia a Cnosso e Beycesultan e si svilupperà la produzione di una particolare ceramica con disegni a spirali e meandri. L'impossibilità di individuare un'area d'origine delle popolazioni pelasgiche ha indotto gli storici a collocarne la nascita in qualche punto indefinito dell'oriente. Ma sappiamo che i primi siti dove appare questa cultura, che parlava il luvio e possedeva il segreto la metallurgia, si localizzano sulle isole dell'Egeo. La civiltà viene dal mare e prima di toccare le coste anatoliche, e assistere alla fondazione di Troia I nel 3000 a.C. circa, sono documentati i siti pelasgi delle Cicladi e Lemno, dove la presenza del megaron non lascia spazio alcun dubbio. Vi furono diverse migrazioni: costretti ad abbandonare i propri territori affrontando un esodo senza ritorno, molti navigatori cercavano territori da conquistare. Ciò può spiegare quell'insolito fatto di assumere il nome della terra in cui si insediavano, come fu per la gente di Hatti, Pala, Luvia, invece di imporre quello della propria tribù. Lo stagno, come ho detto, è un'incognita costante per tutto il Bronzo e saranno indicate Cornovaglia e Bretagna come probabili centri di diffusione dello stagno in Occidente. I Pelasgi furono i primi a oltrepassare lo stretto di Gibilterra? L'indicazione del superamento delle Colonne d'Ercole entrando nel Grande Mare, che per gli antichi era circondato dal fiume Oceano, è molto forte, mentre appare improbabile una diffusione dello stagno per via terrestre proveniente delle stesse regioni.

martedì 4 maggio 2010

Sea People - Popoli del mare IV - la civiltà megalitica atlantica


La civiltà megalitica atlantica:

Vi sono evidenze costanti che mostrano come questa cultura si sia diffusa a partire dalle rive dell'Atlantico fino a coprire lentamente una parte del continente europeo. Attorno al 5000 a.C. appare con sorprendente rapidità in tutta l'Europa atlantica un’umanità che conosce l'agricoltura, la ceramica, la pulitura della pietra e l'architettura, che sa smuovere grandi blocchi in pietra e prende il nome proprio da tale tecnica di costruzione. Parrebbe che un'ondata di genti provenienti dal mare avesse distribuito nel mondo culturale europeo una serie di borghi oceanici. Poiché non è possibile che i megalitici siano sorti dal fondo dell'oceano Atlantico, rimane per il momento senza risposta il problema della loro origine. I grandi monumenti in pietra sono situati nelle zone litorali e nelle isole: Malta, Sardegna, Baleari, Bretagna, Inghilterra, Irlanda, Seeland, coste dell'Africa settentrionale, Provenza, Spagna. In Bretagna, dove sono numerosi, sarebbero il risultato di viaggi verso l'oro dell'Irlanda e lo stagno della Cornovaglia, la penisola che funge da scalo indispensabile. La zona toccata da questo fenomeno del Mediterraneo ricorda quella, precedente di circa due millenni, della ceramica cardiale. Il secondo elemento fondamentale consiste nell'evidenza di un potere politico ed economico asservito ad una scienza: l'astronomia. Dagli straordinari siti di Carnac, Kermario, New Grange, Stonehenge e altri, da un circolo principale si dipartono allineamenti dalle chiare connessioni astronomiche con più di 1000 menhir. Questi indubbi orientamenti dei megaliti con i punti solstiziali ed equinoziali ne fanno dei giganteschi orologi-calendari a cielo aperto e la sensazione è quella di trovarsi di fronte ad uno sbalorditivo congegno di unione cielo-terra ben più complesso, di cui la nostra ignoranza ci lascia intuire solo le funzioni più elementari e macroscopiche.
Quale potrebbe essere l'interesse di una iniziale cultura neolitica per l'astronomia se non quello di conoscere al meglio il tempo della semina e della raccolta? Ma da dove venivano se i siti più antichi sono proprio quelli della costa atlantica del 5700 a.C. in Francia e di Milares in Spagna? Furono i celti, almeno in parte, gli eredi della cultura megalitica. L'immagine della casta druidica che riceviamo dalle descrizioni di Cesare nel "De Bello Gallico" è quella di una istituzione politico-religiosa dominante il substrato sociale: sono amministratori sia della giustizia che del culto. Una classe sacerdotale dominante che richiama alla mente la più alta casta dell'India vedica, quella dei bramini, ma anche quella dei primi re Dori spartani amministratori del culto, fino a giungere all'imperatore romano che è anche Pontefice Massimo. Le diverse migliaia di dolmen a corridoio e la galleria coperta testimoniano un terzo elemento caratterizzante: il culto degli antenati. Per i grandi monumenti è necessario un potere politico centralizzato oppure un consorzio di comunità, una sorta di federalismo. Da dove scaturiva questa koinè atlantica? Sappiamo che arrivavano dal mare, e sempre attraverso il mare si diffusero ulteriormente, sino alla Danimarca e alle coste della Svezia. L'idea che i megalitici dell'isola di Malta, come proposto da alcuni, siano arrivati dalla Sicilia è da escludersi, dal momento che un simile fenomeno non si sviluppò in Sicilia in quel periodo. La cultura misteriosa di Malta giunse dal mare e scelse un cruciale punto intermedio nella rotta fra la costa siro-palestinese e la Spagna, o l'estremità occidentale del Mediterraneo. In epoca storica, i Fenici percorrevano ancora la stessa rotta, e non è un se caso Malta è localizzata dove il Mediterraneo è più stretto. È impossibile non accennare alle tombe di giganti e al megalitismo sardo. Le misteriose tombe della cultura di Ozieri del IV millennio a.C. offrono evidenze di primissimo piano. Braudel dice che tutto sembra collegare queste tombe a una cultura orientale: teste di toro scolpite sulle pareti rocciose, idoli di tipo cicladico, disegni a spirale che sono emblema della fertilità largamente diffusi nell'oriente mediterraneo, da Sumer fino a Troia, Micene e la Siria. Ma vi si mescola un'influenza occidentale, forse proveniente dalla Francia del sud, e alcuni oggetti importati dimostrano l'esistenza di contatti con la Sicilia, la Corsica, le isole britanniche e l'Irlanda. Qualche tempo dopo compaiono le tombe a dolmen, che più tardi diventeranno grandi tombe collettive dette tombe di giganti, e poi i primi villaggi a nuraghe. È evidente che la progressione della civiltà che si era sempre ritenuto affluire da est a ovest, cambia completamente direzione.

Nell'immagine sopra vediamo un sito dell'Andalusia

Sea People - Popoli del mare III - il neolitico in Italia

Il neolitico in Italia:
Tra il VI e V millennio a.C. l'economia agro-pastorale si afferma lungo le corse dell'Italia meridionale, nella Sicilia e nelle isole minori; la Sardegna correlata alla Corsica e alle aree costiere tirreniche, rappresenta una delle più antiche neolitizzazioni occidentali. Già dal 6000 a.C. sono presenti villaggi con allevamento sia di bovini che di ovini, ricordando che questi ultimi erano assenti a livello selvatico in Europa. Il versante tirrenico presenta una ceramica impressa (lungo la costa toscana e nelle isole) ed è quindi da escludere la possibilità di una penetrazione dal Nord, ma è ben evidenziata la via marittima attraverso la quale giunse il nuovo popolo. Questo addensarsi lungo le coste potrebbe essere messo in relazione con i molteplici rapporti intercorsi tra la regione tosco-laziale, le isole dell'arcipelago toscano, la Sardegna, le Baleari e la Corsica. Tra gli elementi più importanti a favore di tale ipotesi sono le concentrazioni di ossidiana, infatti oltre a quella di Lipari e Palmarola, la più abbondante è quella del Monte Arci in Sardegna. Insieme agli elementi della ceramica, che nell'area toscana è tipologicamente simile a quella sarda e corsa, questo dato conferma l'ipotesi di una rotta marittima Baleari-Sardegna-Corsica, arcipelago toscano-costa tirrenica. Inizia a svelarsi un'organizzazione a livello commerciale marittimo completamente oscurata dal pregiudizio storico di una navigazione in mare aperto molto più tardiva. Abbiamo un'unica identità culturale che mostra diversi popoli con culture ben differenziate fra loro ma che non possono che provenire da un'unica civiltà, quella stessa da cui provengono anche gli indoeuropei. Anche i Danubiani, fedeli al culto della dea madre, possiedono una società di tipo matriarcale e, come se non avessero mai perso il contatto originario con il mare, continuarono a importare conchiglie mediterranee per ornamento personale. La relazione che si presenta fra l'interminabile paleolitico, la brevissima parentesi mesolitico-Natufiana e l'esplosione della rivoluzione neolitica fa nascere degli interrogativi ma anche alcune certezze. I primi siti come Gerico, Aswad e altri, ci insegnano che l'alba neolitica è pienamente in possesso dei cardini dell'economia produttiva e vanta costruzioni sulla cui realizzazione si dissente tuttora. È una certezza che il neolitico si propagò attraverso il mare. È una certezza che la diffusione neolitica non sia avvenuta per continuità ma evidenzia tante culture diverse all'ombra di un'unica civiltà: quella della dea madre.

lunedì 3 maggio 2010

Sea People - Popoli del mare II - dal mesolitico al neolitico


Proseguono le vicende che cercano di inquadrare l'epopea dei popoli del mare.

Dal Mesolitico al Neolitico
Circa 12.000 anni fa, la gigantesca massa d'acqua intrappolata nell'ultima glaciazione iniziò ad invadere i territori e sommergerli progressivamente. In quel tempo la Manica non era ancora formata, il Golfo Persico era un mare chiuso, l'Australia era collegata alla nuova Guinea, il Sahara era verde e popolato. L'uomo paleolitico che per migliaia di anni aveva vissuto da raccoglitore e cacciatore di grossa selvaggina come orsi, bisonti e mammut, superò il rischio dell'estinzione ma dovette improvvisamente cambiare le proprie abitudini. Il grande cacciatore sprofonda in una buia era di carestia, dove deve accontentarsi di cibarsi di ciò che raccoglie e di piccole prede come lepri e anatre. Molti trovarono la sopravvivenza sul mare, in caverne dove la monotonia alimentare si evidenziava in enormi cataste di conchiglie vuote. I mesolitici costruirono dei ripari anche lungo fiumi, laghi o paludi, e con pali sommari crearono strutture circolari ricoperte di rami. L'arma più evoluta era l'arco, e le punte in selce e ossidiana utilizzate sono dei veri e propri marchi di questa cultura. Nascono villaggi con capanne intonacate d'argilla, ma quello che è curioso è che all'interno dei recinti dei villaggi vi sono pecore, capre, maiali, bovini e cani da guardia. L'agricoltura è matura: si coltivano, fra i cereali, tre varietà di grano e uno di orzo. Fagioli, lenticchie, piselli e altre leguminose restituiscono l'azoto ai terreni là dove le culture cerealicole li avevano depauperati. Fino all'esplosione neolitica l'uomo aveva vissuto una dimensione animistica dove tutto era vivo e possedeva uno spirito. Le azioni si svolgevano come in un rituale, nel tentativo perpetuo di placare e scongiurare le forze della natura. Ben diversa è la quotidianità all'interno dei villaggi neolitici in cui fervono le attività: le donne iniziano a tessere su rudimentali telai e gli uomini, con asce di pietra levigata tipiche di questa età, abbattono gli alberi e creano terreno fertile. Utilizzano utensili variegati, come falci di selce col manico d'osso e zappe per la semina. Si sviluppa e si perfeziona la consuetudine di impastare e modellare l'argilla; il pane inizia a gonfiarsi nei forni, e negli otri ribolle il succo d'uva.
Il fenomeno neolitico appare realizzarsi prima in un'area del Medio Oriente che abbraccia sia le coste Libano-palestinesi che l'alta Mesopotamia, per manifestarsi in seguito in Anatolia, e verso il VI Millennio troviamo i primi insediamenti europei in Grecia e Bulgaria. Le prime testimonianze dell'area assiro palestinese ci fanno sprofondare oltre il 9000 a.C. dove incontriamo il mitico sito di Gerico. Non ci sono segni di una transizione, come sarebbe giusto aspettarsi, ma i traguardi delle coltivazioni e dell'allevamento sembrano già raggiunti sin dal primo apparire dell'uomo neolitico. In nessun luogo risultano elementi che svelino fasi Protoneolitiche. L'introduzione dell'agricoltura segnò una delle più grandi rivoluzioni nella storia dell'uomo ma non sappiamo dove e quando per la prima volta gli uomini fecero crescere il grano e si nutrirono di pane. Il salto evolutivo più grandioso che l'umanità ha dimostrato ci lascia nel buio più totale. Gerico è uno fra i siti più antichi che l'archeologia ci ha restituito: una sorta di avamposto temporale del processo neolitico. L'imponenza delle sue fortificazioni è al di fuori del tempo. Ci troviamo nel IX Millennio a.C. e questo miracoloso insediamento fortificato che poteva contenere oltre 2000 persone, non avrebbe determinato però un propagarsi di questa civiltà. L'elemento innescante per questo salto evolutivo consiste semplicemente nel fatto che Gerico, nella fossa del Giordano, era l'unico lembo di terra fertile esposto ad attacchi di predoni, per difendersi dai quali fu costruita una muraglia di pietra che ancora oggi misura oltre 1,5 km di circonferenza e 3,6 m di altezza, con una torre ad ovest alta 9 m munita di una scala interna di 22 gradini e un fossato esterno largo 8 m, tagliato nella roccia per un'altezza di 2,7 m. La città occupava una superficie di 4 ettari. Un abisso separa quindi questa realtà da quella delle caverne e dei campi base che appartengono al mesolitico, dove sono invece appena percepibili timidi progressi verso il processo neolitico. È evidente l'esigenza di una solida autorità e di una gerarchia ben organizzata per portare a termine tali costruzioni. Scriveva Braudel che nessuno poteva immaginare che all'alba della preistoria esisteva una città con più di 2000 abitanti con fossati, fortificazioni, cisterne, torri e silos per cereali, ossia i segni di una evidente coesione urbana. Seguirà nei secoli successivi una multicentrica comparsa di genti neolitiche dalle diverse culture, che dimostrano un unico credo religioso, posto sotto il culto della Dea Madre.
Alla luce delle prove archeologiche, la seconda area coinvolta è l'Anatolia. Si tratta di popoli diversi ma che presentano anch'essi una piena conoscenza delle tecniche di produzione. Sono d'accordo con il professor Renfrew che per primo ha proposto la natura indoeuropea delle culture neolitiche dell'VIII millennio in Anatolia, comprendendo Catal Hoyuk, la più antica città di cui ci sia rimasta testimonianza. Un nuovo popolo portatore di una civiltà sconosciuta, emigrato chissà da dove si era insediato in Anatolia edificando la prima città del mondo con più di 1000 case a due piani. Tessuti, recipienti di legno, vasi di creta, specchi di ossidiana e dipinti su pareti intonacate in santuari appaiono per la prima volta. Le case erano edificate con mattoni di fango e paglia ben modellati, essiccati al sole. Tutte le superfici sia interne che esterne erano intonacate ogni anno con un denso strato di argilla bianca. L'agglomerato urbano si presentava senza strade, con la possibilità di accedere all'interno solo attraverso aperture dal tetto che servivano anche da sfogo per i fumi. A Cayonu due strutture con la cosiddetta pianta a griglia presentano una sorta di sistema di aria condizionata, con condutture poste in file parallele sui pavimenti per facilitare la circolazione di aria fresca e impedire il ristagno dell'umidità in inverno, nonché la formazione di muffa nel grano immagazzinato. Ed è sempre a Cayonu che troviamo un edificio che ci riporta a Gerico: il cosiddetto “edificio dei teschi”, che custodiva in due delle sue tre stanze oltre 90 crani misteriosamente carbonizzati. Esistono inoltre testimonianze del primo processo di metallurgia in assoluto del piombo e del rame, sia allo stato nativo sia ricavato per fusione. Catal Hoyuk si trovava lungo un fiume che solcava una fertile pianura ricoperta alcuni millenni prima da un gigantesco lago salato. Un'oasi di fertilità che mi costringerebbe ad una lunga nota per il grande numero di prodotti coltivati e per l'allevamento, con pascoli abbondanti e campi da frumento. A sud le boscose montagne del Tauro fornivano legna in quantità ed era il territorio del leopardo dell'Anatolia e di orsi, daini rossi e caprioli. A nord le aree paludose erano frequentate da gazzelle, leoni e uri, si spremeva l'olio e probabilmente si produceva birra. Lo studio delle alterazioni dentarie della popolazione ha dimostrato che sicuramente usufruivano della dieta migliore e più variegata di tutti i siti neolitici dell'epoca. Ma la più importante fonte di risorse della città è il commercio. Gli abitanti di Catal Hoyuk vivevano in un mondo di prodotti non originari della pianura di Konya, infatti il legno da costruzione, come quercia e ginepro, bisognava importarlo dalle montagne. Il legno di abete veniva dal Tauro, l'alabastro dalla zona di Kayseri, il marmo dall'Anatolia occidentale. Bisognava insomma importare ogni singola pietra per poter fabbricare utensili, a cominciare dalla selce da trasformare in lame. Non mancano conchiglie mediterranee di vario tipo, alcune arrivano addirittura dal Mar Rosso, il piombo arriva da miniere della Cilicia, e altri tipi di pietra dall’Anatolia centrale. Il quadro generale è quello di un sistema commerciale altamente organizzato, nel quale le distanze e i costi non costituivano un ostacolo. Stupefacente appare il percorso del ossidiana perché le concentrazioni non sono inversamente proporzionali alla distanza dal luogo di origine. È fondamentale sottolineare che stiamo parlando di un sistema commerciale che presuppone una organizzazione politico economica che solo l'urbanizzazione può produrre. I neolitici appaiono sfruttare meccanismi propri di una realtà urbana che cronologicamente non gli apparterrebbe. È d'obbligo riflettere su come i neolitici potessero percorrere enormi distanze lungo territori sconosciuti infestati d'ogni tipo di belve feroci, o attraversare le immense foreste che ricoprivano i territori della glaciazione, o valicare catene montuose senza conoscerne i passi. Come potevano conoscere la direzione? La via di terra era difficile in quel mondo così ostile e incognito. Non esistono i sentieri di questa migrazione, neppure la minima traccia. Ma la possibilità di non lasciare traccia esiste: è il mare. La propagazione all'entroterra avviene sempre percorrendo i grandi bacini fluviali. Ad allontanare le pianure Mesopotamiche come centro di irradiazione della cultura neolitica, vi è il fatto che l'allevamento di bovini, che a Catal Hoyuk rappresentano incredibilmente il 90% del consumo di carne, ed è presente anche in siti della Grecia o dei Balcani in data anteriore al 6000 a.C., si riscontra in Mesopotamia solamente dopo il 5000 a.C. Il toro riveste un'importanza particolare ed è sempre presente nei numerosi santuari di Catal Hoyuk. Questa religione appare per la prima volta associata ad un Dio Toro e sembra precedere la diffusione nel Bronzo di divinità come il Dio delle tempeste ittita, il Baal fenicio, quello di Ugarit, lo Zeus di Dodona di cui il toro ci appare come la forza generatrice, la violenza della tempesta, il valore guerriero. Un rituale che passando attraverso la Creta minoica giunge sino all’Iberia, la quale conserva ancora oggi evidenti tracce di riti cerimoniali arcaici.

Nell'immagine la navicella di Chiaramonti.