Diretto da Pierluigi Montalbano

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sabato 10 settembre 2011

"Gli Amanti di Valdaro" due scheletri abbracciati da 6000 anni


Una storia d'amore lunga 6000 anni in vetrina a Mantova
di Mario Baudino


Abbracciati teneramente, le gambe raccolte e incrociate l’uno con l’altra, le braccia di lui sul collo di lei, quelle di lei sulle spalle di lui, uniti da oltre 6000 anni in una pace d’abbandono che forse è stata amore. Sono gli «amanti di Valdaro», due scheletri risalenti al Neolitico ritrovati vicino a Mantova in una necropoli scoperta nel 2007. Finora nessuno aveva potuto gettare uno sguardo su quelle ossa innamorate, se non in fotografia. Da ieri sono forse la cosa più bella del Festivaletteratura, pur senza essere Festival. Un’associazione nata tutta per loro che si è battezzata «Amanti a Mantova» è riuscita e esporli per qualche giorno nell’ingresso del Museo Archeologico, ancora in fase di ristrutturazione.

Oggi il progetto verrà illustrato in una conferenza stampa: l’obiettivo è che i due possano avere, come avrebbe detto Virginia Woolf, una stanza tutta per sé, e magari anche un adeguato arredamento tecnologico per illustrarne la vicenda. Che è straordinaria, come un romanzo di cui possediamo alcuni capitoli, una narrazione al tempo stesso frammentaria e appassionante, una storia eterna. I due scheletri sono stati ovviamente studiati a lungo. Ora sappiamo che sono appartenuti a due giovani, un uomo e una donna, fra i 18 e i 20 anni. A sinistra il maschio, a destra la femmina, vissuti intorno a 6000 anni fa.

Rappresentano qualcosa di unico al mondo, sia per l’antichità sia per la posizione in cui sono stati trovati. E recano con sé una componente di mistero, perché sul significato del loro abbraccio mortale ed eterno (o quasi, dipende dai punti di vista e dal futuro dei musei) non si possono che formulare ipotesi. In un primo tempo, dato che erano state trovate accanto alcune punte di silice, si era pensato che potessero essere stati uccisi. Immaginare un compagno geloso, un capo-clan irascibile, una seduzione finita molto male non è poi così strano, visto che Mantova è la città del Rigoletto, e la casa dove Verdi concepì la sua (immaginaria) vicenda è a due passi dal museo, basta attraversare la piazza. Le prime analisi, però, stabilirono che non c’erano fratture e neppure microtraumi, dunque l’omicidio era da escludere.

Restava la malattia, forse il freddo: che i due ragazzi si fossero stretti per scaldarsi a vicenda in una gelida nottata neolitica? E’ possibile, ci dice la professoressa Silvia Bagnoli, animatrice e presidente del Comitato; però il luogo del ritrovamento, una necropoli, rende la cosa improbabile, o eccessivamente romanzesca. Sembrerebbe molto più verosimile pensare che i due corpi siano stati composti in quella posizione da mani pietose, che forse volevano lanciare un messaggio, magari non a noi posteri curiosi, ma certamente agli spiriti dell’aldilà, chiudere in un tenero abbraccio quello che era stato un amore (coniugale, probabilmente: è verisimile che a quel tempo ci si «sposasse» assai presto), consegnarlo tale e quale, incorrotto, al lungo viaggio della morte.

Queste cose le abbiamo lette nei feuilleton di Jean M. Auel, fra pitture rupestri e idilli nella caverne, sapiens-sapiens e neanderthaliani che si guardano in cagnesco, deliziose - per l’epoca - fanciulle in fiore: ma a vederle di persona e quasi toccarle l’impatto è ovviamente incommensurabile. La terra della zona ha conservato perfettamente le ossa, tanto che per non danneggiarle al momento dello scavo è stato sollevato e riposto in un adeguato contenitore l’intero blocco da cui affioravano, una zolla da due metri cubi che resta anche adesso il loro letto. I due amanti non hanno mai cambiato posizione, si stringono immutabili in un gesto che è nello stesso tempo affettuoso e sensuale, un gesto d’amore. Ora, dopo un’ultima notte che si perde nella vertigine dei millenni, avrebbero diritto forse a una prima notte al museo.

Non serve moltissimo, aggiunge la professoressa Bagnoli: 250 mila euro per una stanza dotata di un provvisorio accesso dall’esterno, e altri 200 mila per farla diventare una camera multimediale. Il prezzo di un appartamento in centro. Hanno sì 6000 anni, ma restano giovani e di poche pretese. E con un po’ di buona volontà, si potrebbe forse trovare posto anche per un loro antenato, non proprio il nonno visto che risale a 6500 anni fa, ma insomma un lontano trisavolo, il cui scheletro è stato ritrovato nella stessa necropoli. E’ un cacciatore, sepolto col cane e le armi. Non è mai uscito dalla cassa in cui è rinchiuso: esiste l’immagine, beninteso, ma salvo gli studiosi nessuno ha potuto ancora vederlo di persona. Per ora il cacciatore non riceve. Eppure anche lui ha una storia da raccontare, altrettanto straordinaria anche se forse un po’ meno appassionante; chi mai, del resto potrebbe rivaleggiare con un amore paleolitico stroncato a 18 anni?
Fonte: la stampa.it

venerdì 9 settembre 2011

Convegno a Domus De Maria e video su Chia.


Si è svolta il 3 e 4 Settembre a Domus De Maria la rassegna archeologica su Bithia e sull'interazione fra nuragici e fenici, intitolata “NOTE di SETTEMBRE”, organizzata da Giuseppe Lulliri in collaborazione con le associazioni Ugo Tomasi e Bithia.
Dopo il saluto di benvenuto dell’Assessore alla Cultura Dott. Luigina Tronci, e l'introduzione del curatore Giuseppe Lulliri, ha preso la parola l'archeologo Mauro Perra, direttore del museo di Villanovaforru, che ha presentato un argomento particolarmente dibattuto in questo periodo: "Guerra e Aristocrazia nella Sardegna Nuragica?”

L'esposizione di Perra ha preso in esame le tipologie di sepolture e i manufatti trovati all'interno delle tombe, con particolare attenzione ai confronti fra tali reperti e quelli portati alla luce in siti non sardi. Ha dimostrato, ad esempio, che non sempre il corredo funerario è testimone del ruolo che quei personaggi avevano in vita. Ad esempio, due cadaveri affiancati, sepolti con una spada ciascuno, in realtà non potevano essere guerrieri perché le loro condizioni fisiche presentavano problemi alle articolazioni, tali da impedire l'utilizzo delle pesanti armi. Spesso, dunque, si tratta di elementi che venivano deposti nelle tombe per distinguere l'appartenenza ad una casta e non un utilizzo durante la vita.
Al termine della relazione ha parlato l'archeologo Alfonso Stiglitz, curatore del museo di San Vero Milis. Condirettore e coordinatore di varie missioni di scavo di periodo nuragico e fenicio in Sardegna, ha illustrato un tema dal titolo intrigante: “Fenici e Nuragici in contrappunto”.
Dopo l'esposizione di questo argomento ha preso la parola l'archeologo Marco Rendeli, docente di Etruscologia all'università degli studi di Sassari e responsabile di un progetto di scavi nel sito di Sant’Imbenia. Dal 2007 il professor Rendeli ha ripreso i lavori nel sito algherese, insieme a ragazzi e studenti delle Università di Sassari, Salerno, Bologna, Cambridge e altre.

Sant’Imbenia, ad Alghero, è uno dei principali siti nei quali è possibile verificare che la convivenza fra nuragici e fenici produceva effetti positivi e moltiplicava le possibilità di espansione economica e demografica delle comunità locali.
Il tema della relazione del professor Rendeli è stato: “Il mondo di Sant’Imbenia”
In questo sito, posto nella baia di Porto Conte, nel 2010 erano stati trovati due ripostigli di pani di bronzo, ciascuno di oltre 40 kg, e armi di vario genere. Quest'anno l’equipe del professor Rendeli ha portato alla luce, oltre a reperti di varia tipologia, un falcetto in ferro datato alla metà dell'VIII secolo a.C., che retrodaterebbe la conoscenza di questa tecnologia in Italia.
Dopo il dibattito, un rinfresco con prodotti locali e uno spettacolo di musica sarda hanno allietato gli oltre 100 partecipanti.

Il giorno seguente, alle 18.30, il sindaco Dott. M. Concetta Spada ha introdotto la serata con un saluto ai partecipanti e ai relatori. Ospite d'eccezione il soprintendente ai beni archeologici Marco Edoardo Minoja che ha raccontato i dettagli della nuova esperienza di scavo sull’acropoli di Bithia, curata del Comune di Domus de Maria e dalla Soprintendenza Archeologica di Cagliari e Oristano.
Al termine ha parlato Piero Bartoloni, professore di Archeologia fenicio-punica presso l`Università di Sassari.

Il docente, dal 1990 al 1994, è stato Professore di Archeologia del Vicino Oriente e dal 1994 al 2000 di Archeologia fenicio-punica nell`Università di Urbino. Bartoloni è autore di oltre centottanta pubblicazioni a carattere scientifico, e ha scritto una dozzina di libri. Dal 1962 ha effettuato missioni archeologiche, prospezioni terrestri e subacquee in Italia, in Europa, in Africa e nel Nord-America. Ha parlato dei porti e degli approdi da Cagliari a Nora, da Bithia a Sant’Antioco, e fino a Tharros di epoca fenicia”. Ultimo, ma non meno importante, ha preso la parola Paolo Bernardini, ispettore archeologo della soprintendenza dal 1979 al 1990, direttore archeologo dal 1990 al 2001 e poi direttore del museo di Cagliari fino al 2008. Coordinatore di importanti rassegne espositive sul Mediterraneo arcaico, ha svolto tanti altri incarichi di prestigio. Il suo argomento è stato: “Nascita della città in Sardegna ed equilibrio di forze tra indigeni e fenici”.
Tutte le relazioni hanno avuto un filo conduttore che ribalta il precedente e da anni superato,concetto di fenici invasori. Si fa strada prepotentemente una nuova visione che pone i sardi nuragici in situazione di controllo delle coste, pronti ad accogliere pacificamente i commercianti levantini.
L'inizio dell'età del Ferro in Sardegna è il periodo di massima fioritura delle produzioni artistiche e artigianali locali, impiegate come offerte nei santuari per l’autocelebrazione e legittimazione dell’aristocrazia al potere.

L'integrazione fra popoli è stata una costante fin dall'alba dei tempi, e in Sardegna i segni di questa costante sono presenti lungo tutte le coste. Dalla mescolanza fra nuragici e fenici derivano molte tradizioni sarde, e lo sviluppo tecnologico portato dai nuovi arrivati, in cambio di metalli, creò la spinta propulsiva per trasformare la società, ponendola allo stesso livello delle altre comunità che basavano sui commerci la propria economia. Fra i vari prodotti, il vino sardo di Sant'Imbenia venne apprezzato in tutto il Mediterraneo, e viaggiò sulle anfore prodotte localmente ad Alghero in quantità industriale. Nuovi scavi dovrebbero consolidare questa visione, e il percorso archeologico è ormai indirizzato verso la sinergia fra comunità locali e levantini.

Sabato 10 Settembre, a partire dalle 19.00, Domus De Maria ospiterà altri due relatori su temi storici: Pierluigi Montalbano che parlerà degli antichi popoli del Mediterraneo, e Leonardo Melis che esporrà la sua teoria sui Popoli del Mare.
Le prossime settimane pubblicheremo i riassunti degli interventi dei relatori.
Sotto troverete un bel video sulla splendida località balneare di Chia, nel Comune di Domus De Maria, realizzato dall'amico Giancarlo Musante.

giovedì 8 settembre 2011

Una curiosa investigazione del conte Della Marmora



Una curiosa investigazione del conte Della Marmora
di Paolo Bernardini

Nel 1833 Alberto Ferrero Della Marmora visita il nuraghe Iselle in territorio di Buddusò; l’illustre personaggio è accompagnato nell’occasione da un ecclesiastico del luogo che ha assistito parecchi anni prima, nel 1819, alla scoperta di una tomba collocata all’interno della camera del nuraghe, in una sorta di nicchia laterale. Sebbene il monumento sia quasi completamente distrutto, Della Marmora può riconoscere, da alcune tracce ancora esistenti sul terreno, il luogo esatto di collocazione del sepolcro, di cui fornisce la descrizione: «une fosse en grande partie creusée dans le rocher [...] en parte formée par la muraille de l’édifice», coperta da un lastrone, lungo oltre 2 m; all’interno riposava il defunto inumato con il suo corredo. Per quanto gli oggetti siano attualmente «dispersés», il conte è in grado di fornirne uno scarno ma significativo inventario: una piccola immagine di cinghiale in bronzo, due grandi cavigliere e uno spillone in bronzo. Della Marmora ha saputo del ritrovamento nel sepolcro di un altro bronzo figurato, di cui registra l’apparente descrizione che gli è stata fornita: «une figure humaine avec des cornes, une queue et un baton fourchu»; egli ritiene che tale oggetto sia entrato a far parte della prestigiosa collezione degli «idoles sardes» che sono vanto del Museo di Cagliari e che oggi sono relegati in un polveroso magazzino dopo la clamorosa denuncia della loro falsità agli inizi del Novecento da parte di Ettore Pais.
Molti lettori riterranno piuttosto azzardato introdurre un tema intricato come quello delle necropoli della Prima Età del Ferro in Sardegna, partendo da una notizia così problematica e controversa come quella appena ricordata; eppure l’interesse e l’importanza della notizia apparsa sul Voyage risiedono nelle comparazioni che è possibile fare tra il “sepolcro” di Buddusò e due ritrovamenti più vicini ai nostri tempi e concordemente ricordati da ogni studioso che affronti il tema dell’apparizione di tombe individuali nell’isola agli inizi dell’Età del Ferro: mi riferisco ai due sepolcri rinvenuti rispettivamente nel 1912 e nel 1929 in agro di Sardara e in agro di Senorbì. Nel primo caso – come apprendiamo dalla relazione di Filippo Nissardi, seguita dalla notizia di Antonio Taramelli – nella località di Sa Costa fu ritrovata una tomba a fossa di notevoli dimensioni (oltre 1 m) costruita con pietre, pavimentata e coperta da lastre. Il defunto, inumato, riposava su una «grande lamina esilissima di bronzo, che era ridotta in minuti frammenti» e che Taramelli definirà in seguito come un «letto d’onore»; accanto al corpo due oggetti straordinari “di corredo”: le due notissime figurine di arciere con veste corazzata che rappresentano una delle testimonianze più straordinarie e suggestive della bronzistica figurata sarda. Nella località di Campioni di Senorbì fu rinvenuta un’altra tomba a fossa foderata da lastre di arenaria e coperta da un imponente lastrone lungo intorno ai 2 m; l’inumato era rivestito di una sorta di corazza in bronzo, rinvenuta in frammenti, ed esibiva come corredo una corta spada, ancora in bronzo, con impugnatura lunata e lama a doppio tagliente. Come si diceva, i tre ritrovamenti presentano dei significativi elementi di affinità: le tombe di Sardara e Senorbì sono del tipo a fossa foderata e coperta da lastroni, quindi, in termini più esatti, del tipo a cista litica, cui appartiene probabilmente anche quella visitata da Della Marmora. Le dimensioni dei sepolcri sono notevoli: la lastra di chiusura della tomba a Buddusò misura oltre 2 m, quella di Senorbì raggiunge i 2 m e la lastra di chiusura di Sardara supera il metro ed è costruita con «pietre di larghe dimensioni»; il rito funerario praticato in tutti e tre i casi è quello dell’inumazione, anche se nel caso di Sardara Nissardi osservò una parziale combustione. I defunti sono abbigliati con oggetti in bronzo: a Buddusò il cadavere aveva cavigliere alle gambe e uno spillone a fermare l’acconciatura dei capelli; a Sardara e Senorbì i corpi erano rivestiti da lamine che componevano elementi di corazza o di protezione delle vesti. In tutti e tre i casi, infine, è costante il rapporto con i bronzi, figurati e d’uso: la figurina di cinghiale a Buddusò, le immagini di arcieri a Sardara, una raffinata spada a Senorbì.


Il rituale dell’inumazione singola e l’adozione della cista funeraria si accompagnano nei casi citati a una particolare sottolineatura dello stato sociale del defunto, che esibisce la sua panoplia militare e le sue armi e i suoi gioielli ed è accompagnato da immagini figurate che alludono all’abilità venatoria (il cinghiale) o bellica (gli arcieri e la spada votiva). Oggi possiamo indicare con una certa sicurezza il probabile luogo di derivazione culturale del sepolcro a cista litica che rompe così clamorosamente con la tradizione delle tombe di concezione megalitica (le cosiddette tombe di giganti), fortemente radicata nelle comunità nuragiche: le fosse, le fosse foderate e le vere e proprie ciste scandiscono i sepolcreti fenici attestati nell’isola tra l’VIII (San Giorgio di Portoscuso) e il VII-VI a.C. (Bitia di Domusdemaria, Monte Sirai di Carbonia, Paniloriga di Santadi). In questi casi le tipologie tombali richiamate si accompagnano generalmente al rito dell’incinerazione, ma non mancano numerosi esempi di inumazione, così come vari fenomeni di “interrelazione” culturale, come, ad esempio, la presenza di armi o di vasellame di tipo indigeno all’interno di corredi di tradizione fenicia. Ma dobbiamo ritornare a Della Marmora e alla sua investigazione per notare che il conte non è per niente sorpreso del ritrovamento di Buddusò: egli sa bene che le tombe tradizionali dell’isola sono le «sepultures de géants», ma conosce altrettanto bene – «nous en avons vu beaucoup» – altri sepolcri, «plus ordinaires », e ne ricorda un esempio particolarmente significativo: «celles qui sont en grand nombre autour du N. Lunghenia, près d’Oschiri, où nous avons trouvé des objets en bronze».
La citazione di Oschiri è di rilievo per tre ordini di motivi: consente di trovare un collegamento con il nuraghe Iselle di Buddusò, confermando il rapporto tra alcuni nuraghi e questo tipo di tombe; rafforza il nesso tra tombe a fossa o a cista e presenza di corredi costituiti da oggetti in bronzo; permette di verificare, attraverso un oggetto di particolare pregio, proveniente dalla “necropoli” del nuraghe di Oschiri, quell’ideologia della particolare valorizzazione dello status del defunto che ho evocato in precedenza (mi riferisco alla splendida “arca” su ruote (vedi immagine in alto) proveniente da questo sito, modello evidentemente miniaturistici di un prestigioso arredo aristocratico – vengono in mente i keimélia omerici –, oggetto finora unico nella documentazione sarda). Ma la notizia di Oschiri consente anche, in qualche modo, di correggere il tiro sulla natura dei nostri ritrovamenti: se Buddusò e Sardara danno l’impressione, non verificabile, di ritrovamenti di tombe “isolate”, Oschiri è una vera e propria necropoli, così come Senorbì, a giudicare dal commento di Andrea Tocco, funzionario della Direzione dei monumenti presente al recupero: «a due metri a sud dalla tomba [...] probabilmente ne esiste un’altra, perché altra lastra delle dimensioni della precedente impediva che il vomere facesse i solchi profondi». Così come Della Marmora a Buddusò, neppure Taramelli si mostra particolarmente sorpreso del ritrovamento di Senorbì; il tipo di sepolcro qui rinvenuto non gli è infatti ignoto né «è ignoto alla cultura nuragica»; egli lo confronta con le tombe – un’altra necropoli – rinvenute nell’altopiano di Abbasanta, in regione Nurarchei.

Fonte: Tharros/Felix 4

Nell'Immagine in basso: Il Prof. Bernardini accanto al Dio Bes.
Foto scattata al recente convegno di Domus De Maria

martedì 6 settembre 2011

Cinema archeologico a San Vero Milis.


Festival Internazionale del Cinema Archeologico di San Vero Milis
7 - 10 settembre 2011 • San Vero Milis (Or) • Museo Civico • proiezioni ore 21
mecoledì 7 settembre
ore 18.30 – Loc. su Padru
Visita guidata al Parco archeologico del Nuraghe s'Urachi
Ore 21.00 – Museo Civico
Presentazione del Festival
Flavia Adelia Murru - Sindaco di San Vero Milis
Alfonso Stiglitz - direttore Museo Civico di San Vero Milis
Nemi, il mistero sommerso del lago di Massimo My, Italia, 52'
Cosa ci facevano due navi lunghe oltre 70 metri e larghe 25 in un piccolo lago della provincia di Roma? Chi le fece costruire? Perché furono distrutte? Il film vi accompagnerà in un viaggio alla scoperta dell'incredibilestoria delle navi di Nemi dell'imperatore Caligola che ne ordinò la costruzione, e di uno strano fenomeno di sincretismo religioso che a Nemi, vide fondersi le figure della dea Diana, venerata in queste terre da secoli, edi Iside, la dea proveniente dal lontanissimo Egitto.
Herculaneum, diari del buio e della luce di Marcellino de Baggis, Italia, 52'
Il film racconta la storia degli scavi di Ercolano attraverso la figura di Amedeo Maiuri, l'archeologo che in poco più di un trentennio riportò alla luce la città romana, distrutta insieme a Pompei dall'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Oggi, i due terzi della città antica giacciono ancora sotto la moderna Ercolano. I diari di Maiuri, insieme a interviste e immagini di repertorio inedite, ci guidano alla scoperta del sito archeologico e ci invitano a ragionare sul rapporto che l'uomo ha con il passato, la sua voglia di scoprirlo, di capirlo e di preservarlo
nel tempo.


giovedì 8 settembre
ore 21.00- Museo Civico
Ougarit: un'impronta nella storia dell'umanità di Valerie Girié e Lionel Pouliquen, Francia,
52'
La Siria ebbe un ruolo fondamentale nella storia dell’umanità. Verso la fine del IV millennio i Sumeri inventarono la scrittura… 1500 anni dopo, un altro popolo del nord della Siria ideò un nuovo sistema di scrittura. Con solo circa 30 segni, la scrittura sarebbe diventata un gioco da ragazzi… L’alfabeto più antico vennescoperto nel 1928 nel sito di Ougarit, la capitale del regno Ougarit.
La verità sulla storia di Troia di Aidan Laverty, Inghilterra, 49'
La saga troiana è una delle più straordinarie storie mai raccontate e da tremila anni esercita il suo fascino ininterrotto. Ma esiste qualcosa di vero in questo mito? Il documentario presenta il lavoro di Manfred Korfimann, lo scienziato che ha cercato una risposta a questo interrogativo. Possono le sue recenti scoperte rilevare, una volta per tutte, la verità nascosta dietro al mito?
venerdì 9 settembre
ore 18.30 Loc. Serra is araus
Visita guidata al Parco archeologico delle domus de janas di Serra is Araus
ore21.00 – Museo Civico
Il Diluvio - Mito o Verità? di Martin Papirowski, Germania, 43'
La Bibbia racconta di una terribile catastrofe: il diluvio. La scienza si chiede se il diluvio ci sia stato realmente migliaia di anni fa o se sia solo una leggenda. Per cercare di scoprirlo il regista e l'autrice del documentario partono dal Mar Nero e arrivano fino in Australia.
Secondo una possibile teoria proprio nel Mar Nero 8000 anni fa si sarebbero alzate
considerevolmente le temperature e lo scioglimento dei ghiacci avrebbe portato a
una terribile inondazione. E cosa ci riserverà il futuro? Gli scienziati su un punto sono d'accordo: l'uomo sarà il principale responsabile di eventuali future catastrofi...

Il segno sulla pietra - Il Sahara sconosciuto degli uomini senza nome di Lucio e Anna
Rosa, Italia, 58'
La storia del Sahara racconta di un alternarsi di fasi climatiche estreme: periodi di grande aridità, di grandi piogge, e dietro le vicende di uomini che ebbero la ventura di scegliere quella terra come loro dimora. 12000 anni fa, dopo una fase di aridità estrema, ritornò la pioggia e la vita ricominciò a germogliare lentamente. Così, nel Sahara centrale, sui massicci del Tadrart Acacus e del Messak, nel sud ovest della Libia, si formarono le prime comunità, tenaci e vitali, culturalmente compiute, che riuscirono anche ad elevare a linguaggio pittorico, quindi complesso, il loro vissuto quotidiano ed il loro primitivo bisogno di trascendenza. I ripari che li accoglievano, divennero attraverso l'arte rupestre, dalla fine del Pleistocene all'Olocene, fino all'ultima desertificazione, sede e conversazione di un sapere, libri di pietra sui quali si dipanava e si affermava una vicenda umana che ancora oggi mostra intatta tutta la sua straordinaria ed avvincente magia...
sabato 10 settembre - serata finale
ore 21.00 – Museo Civico
Carvilio, un enigma dall'antica Roma (film fuori concorso) di Tricia Lawton, Italia, 52'
Roma imperiale, tra il I e il II secolo d.C. Un giovane nobile muore all'improvviso e poco dopo sua madre lo segue nella tomba. Nell'estate del 2000 viene scoperta per caso alla periferia di Roma una tomba con due sepolture in marmo in cui c'erano corpi ben conservati e alcuni manufatti speciali. Questo film è un poliziesco che vuole scoprire chi fossero queste due persone, la loro condizione sociale e il loro stile di vita e soprattutto perché furono conservate in un'epoca in cui la maggior parte dei cittadini veniva cremata.
PREMIAZIONE
Assegnazione del Premio "San Vero Milis" per il film più gradito al pubblico
Informazioni:
Tel. 0783.53611
cultura@comune.sanveromilis.or.it
Ingresso gratuito
selezione filmati Dario Di Blasi
traduzioni testi cinematografici Claudia Beretta,
Maura Sirtori, Elena Valle
voce narratore Andrea Castelli
archivio cinematografico Museo Civico di Rovereto
edizioni video Sirio Film Trento

L'Età del Ferro, nuragici e levantini si incontrano


Un’Età del Ferro in Sardegna
di Paolo Bernardini


Le parole di Alessandro Usai, scritte a margine di un incontro sul tema delle relazioni tra Nuragici e Fenici, rappresentano un significativo esordio per questo paragrafo: è questo, tra il Bronzo Finale terminale e almeno gran parte della Prima Età del Ferro (pressappoco tra il X e la metà dell’VIII a.C.), il periodo di massima occupazione degli insediamenti, di massima accumulazione di ricchezze nei santuari, di massimo sviluppo del ceto aristocratico che si pone alla guida del processo di ristrutturazione economica e sociale; questo è anche il periodo di massima fioritura delle produzioni artistiche e artigianali impiegate come offerte nei santuari per l’autocelebrazione e legittimazione dell’aristocrazia al potere. L’esame dettagliato di giacimenti stratificati e di contesti di materiale che, pur senza essere purtroppo ancora legati a stratigrafie, sembrano presentare caratteri di consistente omogeneità, consente ormai di definire, attraverso seriazioni formali e sviluppi di apparati decorativi, una base di cultura materiale nuragica che, ben lontana dall’essere in fase di estinzione, si distribuisce con chiarezza tra il IX e l’VIII a.C.; le indicazioni fornite dalle ceramiche si incrociano con le evidenze fornite dai bronzi figurati e d’uso, come è il caso delle fibule, e documentano vividamente la Sardegna del Ferro negli insediamenti di villaggio e nei grandi santuari indigeni. In una prospettiva più generale, questi quadri cronologici e culturali restituiscono pieno senso logico ai rapporti “internazionali” che uniscono l’isola con l’area levantina, villanoviana e atlantica e che si saldano, tra la fine del IX e gli inizi dell’VIII a.C., con la creazione della rete mercantile fenicia in cui le comunità dell’isola – che a quanto pare non percepivano se stesse come post-nuragiche – assumono ruoli di spicco. L’operazione, ancora prevalente nel campo degli studi, di “concentrazione culturale” dell’intero sviluppo della civiltà nuragica all’interno dell’Età del Bronzo Medio, Recente e Finale mostra tutta la sua precarietà e debolezza. Sul piano dell’analisi formale e tipologica delle forme vascolari che segnano gli orizzonti del Ferro, il dato di maggiore interesse è la costante, talvolta prevalente presenza del repertorio inornato accanto ai manufatti decorati e, per questi ultimi, il graduale passaggio verso le forme decorativamente ricche e complesse della fase geometrica e orientalizzante. Un ulteriore dato, complementare e integrativo al precedente, è la constatazione di come il patrimonio formale della fine dell’Età del Bronzo si affacci nella nuova età senza che sia possibile segnare cesure nette di ambito né cronologico né tanto meno culturale. Per quanto non manchino proposte di quadri di sviluppo della cultura indigena fino all’età dell’arcaismo, peraltro molto discutibili in alcuni passaggi e connessioni, la bella “avventura” della civiltà nuragica nel Ferro si infrange, dopo aver finalmente superato il robusto ostacolo del Bronzo Finale, su un altro fiero baluardo: la fine dell’VIII a.C., data che segnerebbe la fine irrevocabile di questa esperienza culturale. Non vi sarebbero infatti nella cultura materiale finora conosciuta elementi evidenti di una continuità nel VII a.C.; anche sul versante “internazionale”, entro questa data si chiuderebbero i contatti e i contesti seriori (come nel caso delle navicelle nuragiche nelle tombe orientalizzanti etrusche) andrebbero considerati, per riprendere un’antica denominazione, “falsi contesti” in cui i materiali sardi si trovano in una costante situazione di tesaurizzazione. Il recente ritrovamento di una navicella nuragica nel corredo tombale di un personaggio socialmente eminente in territorio di Salerno, ben databile entro gli ultimi decenni dell’VIII a.C., costituisce viceversa una nuova evidenza dell’ovvio trapasso della produzione delle navicelle dall’uno all’altro secolo, peraltro documentabile dal semplice esame dei caratteri iconografici e stilistici dell’intera produzione bronzistica figurata sarda nel suo complesso. Vi è un caso, ancora più significativo, di sbarramento rigido alla fine dell’VIII a.C.: si tratta dei giacimenti di Su Cungiau ’e Funtà di Nuraxinieddu e di Su Padrigheddu in territorio di San Vero, a un centinaio di metri dalle poderose torri del nuraghe S’Urachi; i due siti, che presentano un’esemplare attestazione di ceramiche nuragiche “del Ferro”, sono anche interessati dalla circolazione di anfore di tipo fenicio (il cosiddetto tipo Sant’Imbenia) nel primo caso e delle stesse anfore accompagnate da red slip fenicia nel secondo. L’emporio indigeno di Sant’Imbenia produce anfore di questo tipo almeno dalla fine del IX a.C. nell’ambito della commercializzazione del vino della Nurra – originale joint-venture con i Fenici attirati dalla vivacità del mercato aperto nel golfo algherese –, ma questo tipo di contenitore è subito adottato e fabbricato in varie località dell’isola, nella regione sulcitana, in quella oristanese e lungo la costa orientale e gode di un’ampia fortuna sui mercati extrainsulari almeno fino alla metà del VII a.C.; la presenza del tipo nelle sequenze stratigrafiche cartaginesi, con concentrazione a Cartagine, picco di attestazioni tra il 760 e il 675 e proseguimento “a calare” tra il 675 e il 600 a.C., ne offre chiara e inoppugnabile testimonianza. Eppure, e in modo incomprensibile se non proprio a causa di un limite definito aprioristicamente, le anfore tipo Sant’Imbenia nei due siti citati dell’Oristanese si fermano all’VIII secolo a.C., mentre un ragionamento “logico” dovrebbe contemplare lo sviluppo della cultura materiale indigena in stretto collegamento con questi materiali entro il secolo successivo. I santuari dell’isola, peraltro, forniscono chiare evidenze della circolazione di materiali di pregio, assolutamente incompatibili con fasi di frequentazione sporadica in siti ormai abbandonati, nei secoli VII e VI a.C.: che siano le importazioni orientalizzanti e arcaiche attestate nel nuraghe-santuario di Nurdole di Orani, i leoncini che decoravano i vasi bronzei etruschi donati nel tempio di Su Monte di Sorradile e, di nuovo, l’attestazione delle fibule che, in questi contesti, non possono che riferirsi all’offerta di vesti alla divinità; difficilmente si potranno considerare sporadici e non invece da collegare a quadri omogenei di cultura materiale vivace e vivacissima, inopinatamente “congelata” all’VIII a.C., la coppa del nuraghe Su Igante di Uri, la brocca del nuraghe Ruju di Buddusò, i vasi in bronzo laminato del nuraghe Albucciu di Arzachena e di Sa Sedda ’e Sos Carros e, ancora, le brocche fenicie in argento ricordate dal nuraghe Nurdole e mai edite; e questa lista potrebbe continuare a lungo. Sulle componenti orientalizzanti della bronzistica figurata sarda, che rientrano pienamente in questi scenari, ho detto più volte altrove, e non è qui il luogo di riprenderne la problematica se non per osservare come alcune recenti attribuzioni al Bronzo Finale di questa produzione, derivanti da contesti di scavo come il pozzo di Funtana Coberta di Ballao o quello di Matzanni di Vallermosa o il tempio-santuario di Sorradile, e che vorrebbero in qualche modo avvalorare uno sviluppo della bronzistica figurata tutto contenuto tra il 1100 e l’850 a.C. circa, vengono ora seriamente discussi e ridimensionati.

Fonte: Tharros/Felix 4

Nell'immagine: L'arciere di Sardara

lunedì 5 settembre 2011

"Popoli del mare" a Domus De Maria.


Continuano le serate culturali della I edizione della rassegna: “Note di Settembre, approfondimenti di storia e archeologia".
Dopo il successo di pubblico e di interesse per gli argomenti presentati dagli illustri specialisti dell'archeologia in Sardegna, Minoia, Bernardini, Bartoloni, Perra, Stiglitz e Rendeli, relatori nelle due serate del 3 e 4 Settembre, delle quali domani pubblicheremo il resoconto corredato di fotografie, il Comune di Domus De Maria, in collaborazione con le associazioni "Bithia" e "Ugo Tomasi", a cura di Giuseppe Lulliri, organizza per sabato 10 Settembre alle ore 19.30, nella piazza del Museo, un incontro-dibattito sulle antiche civiltà del Mediterraneo e sui misteriosi popoli del mare.

Relatori della serata saranno Pierluigi Montalbano e Leonardo Melis che, con l'ausilio di immagini proiettate sul maxi-schermo allestito per l'occasione, racconteranno le vicende di quelle genti che per scelta o per necessità decisero di navigare lungo le autostrade del mare fin dall'alba del Neolitico.

I popoli che si alternarono nel controllo delle rotte navali furono identificati con vari nomi, Pelasgi, Minoici, Micenei, Popoli del mare, fenici...e tutti gli studiosi sono concordi nell'osservare che la Sardegna non poteva essere estranea a quel mondo nel quale gli approdi che consentivano l'acquata, ossia il rifornimento di acqua e viveri, costituivano l'unica possibilità di vita dei naviganti. Saranno approfondite varie tematiche legate al commercio, alle guerre e alle relazioni fra popoli.
Al termine della serata è previsto un rinfresco e uno spettacolo di musica sarda.
Nelle immagini: qualche momento del convegno del 3/4 Settembre.

domenica 4 settembre 2011

Civiltà nuragica,,,cancellata da uno Tsunami? No di certo.


Il mare dentro i nuraghi
di Mauro Perra


La costruzione ideologica di percorsi identitari accompagna – non solo in Sardegna ma in tutta Europa, e in particolar modo dall’Ottocento – lo sviluppo dei nazionalismi. L’invenzione della tradizione di Eric J. Hobsbawm e Terence Ranger (edito in Italia da Einaudi) uno dei testi fondanti, non solo a sinistra’ su tale problema.
Variante forse meno nobile di tale costruzione, ma con morfologie adeguate ai tempi contemporanei, è approdata da qualche anno anche da noi – dopo decine di identificazioni fantasiose – l’affascinante questione di Atlantide (consigliamo su questo tema, di vastissima bibliografia, il recente e splendido saggio Atlantide. Breve storia di un mito, del grande storico Pierre Vidal-Naquet, da poco scomparso).
La marcata presenza dell’ “isola non trovata” nella stessa discussione politica sarda ne fa un motivo ulteriore d’interesse: la troppo lunga ‘cultura della dipendenza’ ha prodotto in Sardegna un senso di rivalsa, per cui la possibile origine atlantidea, superando ogni difficoltà e talora il senso del ridicolo, è diventata fortemente attrattiva.
La non accettabile omologazione di metodi scientifici e non a pari dignità (classica morfologia della ‘società dello spettacolo’ coniugata con la potenza dei nuovi media), e l’uso ideologico di tali metodi e dati, ci ha suggerito di proporre le testimonianze scientifiche di chi ha operato in prima persona nei più importanti monumenti nuragici, proprio quelli citati come prova del gigantesco tsunami che, poco dopo il 1200 a.C., si sarebbe abbattuto sulla civiltà nuragica causandone la scomparsa (e, da lì, la nascita della leggenda di Atlantide). Sono lavoratori cognitivi sardi, esperti e scienziati, direttamente attivi nei ‘luoghi del fango’ quelli ai quali daremo volta per volta la parola. Una vera Storia della Sardegna, e dell’identità, non può ignorare i dati della scienza.


Leggiamo cosa ne pensa l’archeologo Mauro Perra, Direttore del Museo di Villanovaforru.
Sono anni oramai che spopola l’idea che la Sardegna dell’età del bronzo, quella dei nuraghi per intenderci, sia da identificare con la mitica Atlantide di Platone, distrutta da Poseidone con una poderosa onda d’ingressione marina che ne cancellò la civiltà. Da qui la proposta che il collasso strutturale dei nuraghi e della loro società sia da imputare ad un catastrofico tsunami. L’analisi che porta dal mito alla storia, cioè quella della ricerca di un fondamento storico nei racconti leggendari, analisi complessa e non priva di trappole, vista la “plasticità” del mito, così facilmente soggetto a manipolazioni, è un’operazione che spesso viene proposta da storici ed archeologi e verificata o falsificata grazie ai dati che la ricerca scientifica mette a disposizione degli studiosi. L’Archeologia è una scienza interpretativa, cioè densa di significati, che si fonda su un metodo sperimentale che gli proviene dalla Geologia: il metodo stratigrafico. Tale metodo si basa sulla semplice constatazione che gli avvenimenti naturali e le azioni umane si materializzano in strati sovrapposti l’uno sopra l’altro, dei quali quelli superiori sono i più recenti, cioè più vicini a noi nel tempo, mentre quelli più profondi sono anche i più antichi. L’interpretazione è discutibile, è opinabile; il metodo no. Questo vuol dire che per essere significante l’interpretazione non può comunque prescindere dalla rigida applicazione del metodo stratigrafico. Sulla base di questi assunti possiamo ora sottoporre ad analisi la teoria dello tsunami e verificarne o smentirne i presupposti.
E qui entriamo nel vivo dei problemi. Secondo Sergio Frau, l’autore della proposta atlantidea, le prove dell’avvenuta catastrofe naturale sarebbero nascoste nelle stratigrafie di tutta una serie di nuraghi interessati dall’azione dell’onda anomala, specie nella piana del Campidano e nel Sinis, e sarebbero già state evidenziate dagli scavi del nuraghe Su Nuraxi di Barumini nonché, e questa è una recente proposta, nel nuraghe Genna Maria di Villanovaforru. Giovanni Lilliu scavò il nuraghe di Barumini alla fine degli anni ’40 del Novecento applicando rigorosamente il metodo stratigrafico, ne descrisse e ne interpretò i dati nel poderoso volume “Il nuraghe di Barumini e la stratigrafia nuragica” del 1955, che è stato di recente ristampato (2007) per i tipi della Carlo Delfino Editore. Già dal 1955 dunque abbiamo la disponibilità dei dati che ci consentono di verificare o smentire la proposta di Sergio Frau, il quale sostiene che il nuraghe di Barumini venne ricoperto da uno strato di fango alluvionale per una potenza di trenta metri. Prima osservazione: la torre centrale entro il bastione quadrilobato è alta 14,10 metri sull’attuale piano di calpestio e, come si evince dalle vecchie foto in bianco e nero scattate prima dello scavo, le pietre sommitali erano esposte e non coperte dal fango. Ma Lilliu fa di più; egli ci descrive minuziosamente la composizione del deposito da lui scavato in alcuni casi corredando l’analisi con una serie di grafici che illustrano le stratigrafie. Da tutto ciò risulta che scavò una stratificazione complessa, nella quale rinvenne il sovrapporsi di strati di frequentazione umana alternati a fasi di abbandono, in un susseguirsi di vicende storiche che dagli strati più alti (moderni e medievali), attraversano la fase altomedievale, romano imperiale, romano repubblicana, punica e tardonuragica della fine del X- inizi del IX secolo a.C.
Non uno strato di fango di origine naturale quindi, ma il complesso succedersi delle vicende umane che hanno interessato il sito di Barumini dall’età del Ferro fino al momento dello scavo. Gli strati inferiori, sottostanti il villaggio nuragico del X-IX secolo a.C., quelli potenzialmente interessati dall’onda anomala, furono sondati solo episodicamente dal Lilliu, cioè non sottoposti a scavo in estensione, e di essi malauguratamente fino a pochi anni fa non ne conoscevamo la composizione e lo spessore. Sapevamo solamente, perché verificabile visivamente in alcuni settori del villaggio, che diverse capanne erano state costruite nell’età del Ferro sovrapponendo i muri su degli strati che contenevano i blocchi squadrati delle parti terminali del nuraghe (che quindi era già scapitozzato al momento della costruzione dell’insediamento). In anni recenti il villaggio è stato sottoposto ad intensi lavori di consolidamento da me coordinati per conto della Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Cagliari e Oristano. In tale occasione sono stati effettuati, dopo cinquant’anni dagli scavi del Lilliu, dei sondaggi in profondità al disotto delle capanne del X-IX secolo a.C., che hanno esplorato lo strato del crollo, quello del fango secondo i sostenitori dello tsunami, in taluni casi fino alla roccia naturale sulla quale è costruito il nuraghe. Ciò che abbiamo trovato è uno strato di crollo dello spessore massimo di metri 1,50, contenente conci lavorati caduti dalle parti sommitali del nuraghe, frammisti all’argilla che componeva, insieme a ciottoli e pietre non levigate, il riempimento interno delle possenti mura del monumento. Nessuna traccia di alluvioni e di tsunamiti dunque, e men che mai della potenza di trenta metri. Quanto al nuraghe di Genna Maria di Villanovaforru ed al villaggio di capanne che lo circondano, del quale conosco la stratificazione per averci lavorato per quasi una decina d’anni, anche in questo caso l’insediamento del X-IX secolo a.C., coevo a quello di Barumini, si sovrappone a strati di crollo della sommità del nuraghe, confermando quanto già osservato nel caso precedente. I livelli sottostanti sono stati sottoposti a limitati sondaggi di scavo che attestano in taluni settori la presenza di strati di livellamento e preparazione per la costruzione delle capanne in muratura. Non è stata osservata la presenza di strati alluvionali, come è lecito attendersi da un sito costruito a ben 409 metri sul livello del mare! Com’è possibile che un’onda catastrofica di circa 500 metri di altezza abbia interessato la sola Sardegna, senza lasciare tracce visibili anche nel resto del Mediterraneo occidentale? E come è possibile che archeologi e geologi seri non si siano accorti in quasi due secoli di ricerche di un evento così distruttivo?
Ma torniamo alle nostre premesse. A coloro i quali escludono che in Sardegna si sia mai verificato uno tsunami in età nuragica, e sono numerosi, i fans di Frau obiettano che si tratta di un’interpretazione altrettanto legittima quanto quelle proposte dagli archeologi, che si pone sullo stesso piano e con pari dignità nell’ambito delle teorie che trattano dello sviluppo e della fine della civiltà nuragica. Non è così. Non è così perché in questa ricostruzione che non è una interpretazione, è totalmente assente il ricorso al rigoroso metodo stratigrafico, che nel caso di Barumini e Genna Maria ne smentisce clamorosamente i presupposti. La mancata applicazione del metodo e la costruzione di una teoria priva di solide fondamenta ci consente di sostenere che si tratti di una ricostruzione semplicistica di fenomeni complessi, il crollo delle civiltà, che richiedono livelli di analisi multifattoriali nei quali i fattori umani sono sempre preponderanti rispetto a quelli naturali. A queste conclusioni è arrivato perfino un geografo come lo statunitense Jared Diamond, che nel suo recente saggio “Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere” (Einaudi 2005) tratta abbondantemente, e con dovizia di esempi, l’argomento. L’archeologia non ha bisogno del sensazionalismo e della spettacolarizzazione mediante discutibili ricostruzioni che forse scaldano i cuori ma sono prive di cervello, che “tutto sommato sono una buona pubblicità per la Sardegna” pur trattandosi di pubblicità ingannevole. La civiltà nuragica è un tema affascinante di studio per esperti della materia e semplici curiosi che non ha certo bisogno di mistificazioni.

Fonte: Manifesto sardo

Nell'immagine il Nuraghe Nolza.

sabato 3 settembre 2011

Convegno di Archeologia: Nuragici e Fenici si incontrano.


Oggi, con inizio alle 18.30, si svolgerà la prima serata della rassegna archeologica su Bithia e sull'interazione fra nuragici e fenici. Viste le condizioni del tempo l'organizzazione ha previsto, in caso di pioggia, di trasferire le attrezzature all'interno della sala adiacente la piazza del museo, così da consentire una comoda alternativa ai partecipanti.

COMUNE di DOMUS DE MARIA
PRIMA RASSEGNA “NOTE di SETTEMBRE”

APPROFONDIMENTI CULTURALI “STORIA E ARCHEOLOGIA”

Sabato 3 “RAPPORTI TRA FENICI E NURAGICI IN SARDEGNA”

Ore 18:30-21 Piazza Museo – Domus de Maria.
Saluto di benvenuto dell’Assessore alla Cultura Dott. Luigina Tronci.

Mauro Perra: "Guerra e Aristocrazia nella Sardegna Nuragica?
Alfonso Stiglitz: “Fenici e Nuragici in contrappunto”
Marco Rendeli: “ Il mondo di Sant’Imbenia”

Moderatore: Pierluigi Montalbano.
Organizzano: Associazione Ugo Tomasi con Associazione Bithia.
Curatore: Giuseppe Lulliri.

Seguirà serata di musica etnica, in “Piazza Vittorio Emanuele”.

Domenica 4 “GLI SCAVI DELL’ANTICA BITHIA”


Ore 18:30-21 Piazza Museo – Domus de Maria.
Saluto di benvenuto del Sindaco Dott. M. Concetta Spada.
“Ripresa scavi sull’acropoli di Bithia”, a cura del Comune di Domus de Maria e Soprintendenza Archeologica Cagliari e Oristano.
Paolo Bernardini: “Nascita della città in Sardegna ed equilibrio di forze tra indigeni e fenici”
Piero Bartoloni: “Porti e approdi da Nora a Sant’Antioco in epoca fenicia”
Marco Edoardo Minoja: “Gli scavi di Bithia”

Moderatore: Pierluigi Montalbano.
Organizzano: Associazione Ugo Tomasi con Associazione Bithia.
Curatore: Giuseppe Lulliri.

Seguirà serata di musica etnica, in “Piazza Vittorio Emanuele”.

Alle serate dovrebbe partecipare uno staff di fotografi e giornalisti che inseriranno immagini e riassunto delle relazioni nel quotidiano on line di storia e archeologia.

Per le serate è previsto un assaggio di prodotti locali e un buon bicchiere di vino.

venerdì 2 settembre 2011

...ancora sulle sepolture...ancora l'archeologo Paolo Bernardini.


L’archivio delle tombe impossibili
di Paolo Bernardini


Fonte: Tharros - Felix 4

La letteratura archeologica sarda, da Giovanni Spano a Giovanni Lilliu, conserva un importante nucleo di notizie che fanno riferimento all’esistenza di tombe individuali, a pozzetto, a fossa e a fossa costruita, così come a oggetti particolarmente significativi, come i bronzi figurati, provenienti da sepolcri di questo genere. Intendo valorizzare, in questo paragrafo, una ricerca lucidamente avviata da Raimondo Zucca in anni lontani (1981), a corollario di uno studio sulla statuaria nuragica a Narbolia, purtroppo mai edito e che l’autore, generosamente, mi ha esortato a riprendere. Sono evidentemente ben conscio che le notizie che mi appresto a ricordare sono oggi, nella forma in cui sono esposte, scientificamente inutilizzabili se non come spunto per l’avvio di una rigorosa ricerca sul campo, “a tutto campo”, che, sulla base dei pochi dati certi richiamati in precedenza, si ponga l’obiettivo di chiarire l’estensione e la sostanza reali delle necropoli del Ferro in Sardegna. È significativo che nessuno dei luoghi che citerò dappresso – ma neppure quelli meno nebulosi, legati ai ritrovamenti di Sardara e di Senorbì – siano stati interessati da ricerche ulteriori e da critici approfondimenti; giacimenti fondamentali come quelli di Antas, di Is Aruttas e di Monte Prama sono anch’essi indagati in modo parziale e preliminare. Mi pare estremamente pericoloso, partendo da una situazione obiettiva di generale “disattenzione” su queste tematiche, trasformare la lacuna della documentazione sulle necropoli del Ferro in Sardegna in un assunto storico netto e categorico: l’inesistenza di una cultura indigena viva e vitale in queste fasi storiche. L’assenza complessiva di un panorama articolato di necropoli del Ferro diventa infatti la conseguenza storica di un rapido tracollo della società nuragica alla fine del Bronzo, di un veloce annichilimento culturale la cui agonia emerge dagli sparsi e sbrindellati documenti che riusciamo a intravedere e che sono intesi in qualche modo come disorganici e incoerenti. Dell’archivio delle “tombe impossibili” fanno parte le notizie che ho già ricordato sul nuraghe Lunghenia di Oschiri e sul nuraghe Iselle di Tertenia, ma vi appartengono anche le tombe a inumazione segnate da stele incise ricordate da Contu nella località di Lazzaretto di Alghero o i pozzetti funerari rivestiti in pietra e coperti da lastrone segnalati ad Austis e a Tula da Spano; le tombe “circolari” di Sorgono, menzionate da Lilliu, da cui deriva un bronzo figurato, un milite con stocco e scudo sulle spalle; le tombe ritrovate nell’area della chiesa parrocchiale di Lanusei, che hanno restituito numerosi i discussi pendagli a catenelle desinenti in elementi lanceolati o quella, probabilmente a fossa, di Isili, registrata ancora da Spano, che conteneva una figura maschile in bronzo, o quella, a cassone e loculi laterali, di Gestori, che richiamava a Lilliu architetture funerarie dell’agro falisco e capenate. Vi sono quelle, a fossa o a pozzo, di Nurri, da cui proviene un bronzo figurato, o i numerosi pozzetti di Guasila o le tombe “costruite” di Ussana ricordate da Taramelli. Appartengono all’archivio anche quelle tombe di antica tradizione megalitica in cui vengono registrati elementi di “contaminazione”, di transizione verso nuovi rituali con l’apparizione di oggetti di corredo inconsueti: sono le tombe di giganti a filari regolari di pietre squadrate in regione Bopitos di Laerru descritte da Taramelli, con i defunti in posizione seduta o rannicchiata, la gigantesca sepoltura di un inumato segnalata da Spano a Oniferi, forse accompagnato da un cavallo, o quella, con i resti di una biga e altri bronzi, che lo stesso studioso descrive a Terranova; il sepolcro a corridoio di Paulilatino, che conteneva panelle e una navicella in bronzo, o quello, altrettanto imponente, in località Subbulè di Urzulei, con bronzi figurati e d’uso; il monumento a filari di blocchetti regolari di marna di Motrox’e Bois di Usellus, con cremazioni e inumazioni accompagnate da vaghi in ambra e vetro fuso, spilloni crinali e bracciali di rame. Un rapido sguardo alla carta distributiva relativa ai ritrovamenti certi e alle “tombe impossibili” (vedi immagine) dimostra quanto sia urgente abbandonare posizioni aprioristiche e attivare viceversa nuove ricerche e indagini mirate; il momento è del resto quanto mai opportuno, poiché finalmente emergono, su altri fronti, chiare testimonianze dell’esistenza di una cultura nuragica vitale e propulsiva nei primi secoli dell’Età del Ferro.

Nell'immagine la localizzazione delle tombe impossibili.

giovedì 1 settembre 2011

Le sepolture nuragiche del I Ferro.


Le necropoli nuragiche con tombe “a pozzetto”
di Paolo Bernardini


Fonte: Tharros/Felix 4 – Febbraio 2011


Nel notiziario della «Rivista di Scienze preistoriche» dell’anno 1977, Vincenzo Santoni ha illustrato un intervento di recupero operato, a seguito di scavi clandestini, nella regione di Is Aruttas, in agro di Cabras; il saggio di scavo allora condotto mise in luce, in una estensione di pochissimi metri quadrati, cinque tombe a pozzetto circolare scavate nel tufo trachitico. La densità dei ritrovamenti in un saggio esplorativo assai ridotto fa ritenere assai verisimile l’esistenza nel sito di una necropoli di una certa ampiezza e rende quanto mai urgente la ripresa della ricerca. I sepolcri a pozzetto hanno un diametro di una cinquantina di centimetri e una profondità più o meno analoga, tra i 50 e i 40 cm; in uno di essi fu rinvenuto lo scheletro del defunto, sistemato “seduto”, in posizione fortemente contratta. Una decorazione scultorea era associata alle tombe, forse come elemento di chiusura della parte superiore del pozzetto: si tratta di crescenti lunari, la cui lunghezza corrisponde al diametro dell’apertura dei pozzetti. L’attribuzione della necropoli di Is Aruttas a «momenti preparatori o del pieno dell’età del Ferro nuragica», pur avanzata senza il conforto di serie ceramiche significative, è oggi pienamente confermata dalla presenza di tombe analoghe in due santuari indigeni della Prima Età del Ferro: Antas in territorio di Fluminimaggiore da un lato, Monte Prama in territorio di Cabras dall’altro. Giovanni Ugas ha condotto nel primo sito una campagna di scavi nel 1984, che ha portato alla scoperta di tre tombe a pozzetto, allineate in direzione nord-sud, in un’area prossima al basamento del tempio del Sardus Pater; i pozzetti hanno bocca circolare, con diametro compreso tra 87 e 80 cm, e sezione cilindrica, con profondità tra 68 e 35 cm; i pozzetti erano chiusi da un tumuletto di pietre di media pezzatura. Due dei sepolcri contenevano i resti dei defunti, inumati, in posizione inginocchiata o seduta. L’inquadramento dei sepolcri dipende soprattutto dal corredo della tomba 3, che ha restituito perline sferiche in cristallo di rocca, perline a botticella, cilindriche e biconiche in ambra e vetro, vaghi e pendagli e una statuina bronzea antropomorfa; la cronologia suggerita si pone tra il IX e l’VIII a.C. anche in rapporto alle analoghe tombe di Monte Prama; una cronologia non contraddetta dai pochi frustuli ceramici presenti all’interno del pozzetto. La presenza di ornamenti e di un bronzetto figurato – e ad altre tombe analoghe nell’area rimandano a bronzi nuragici, figurati e d’uso, noti in precedenza ad Antas – rapporta direttamente queste sepolture con le tombe a cista di Sardara e di Senorbì, oltre che con quella, più problematica, del nuraghe Iselle di Buddusò.
La necropoli di Antas, indagata successivamente (1990/93), ha restituito nuovi elementi di grande interesse: due nuovi pozzetti funerari si sono aggiunti ai precedenti, uno dei quali ha restituito un inumato deposto con le stesse modalità riscontrate in precedenza; i due nuovi sepolcri si trovano più vicini al podio templare che, con ogni probabilità, occlude attualmente la serie più numerosa delle tombe indigene. Nella terra nera e carboniosa che circonda i pozzetti e che restituisce frammenti di ceramiche nuragiche, le indagini più recenti hanno individuato alcune fossette, con carboni e resti di ossa animali, interpretabili come luoghi di offerte votive; da quest’area provengono due bronzi che trovano un’impressionante connessione con il ritrovamento “curioso” del nuraghe Iselle: una figurina di cinghiale e uno spillone a capocchia articolata, di un tipo ben noto nella tradizione bronzistica locale, ma stavolta caratterizzato da un ulteriore elemento: la presenza di una serie di lettere fenicie incise sulla lama (Vedi immagine). Tipologia dell’oggetto e lettere fenicie orientano verso una cronologia che ribadisce le datazioni proposte da Ugas all’epoca del primo intervento: IX e VIII a.C. Monte Prama di Cabras restituisce un nuovo esempio di necropoli con tombe a pozzetto e, soprattutto, offre l’aggancio diretto di questa tipologia con il tipo già visto a fossa foderata di lastre e a cista litica, confermando che nella Sardegna della Prima Età del Ferro siano proprio queste le tipologie in corso di adozione e che sostituiscono gradatamente la tradizionale tomba megalitica “di giganti”. Carlo Tronchetti ha messo in luce nel sito oltre trenta tombe a pozzetto, affiancate e allineate in direzione nord-sud, coperte da lastroni monumentali; al di sotto delle lastre, sotto una quarantina di centimetri di riempimento di terra, una lastrina più piccola costituisce la chiusura vera e propria della bocca del pozzo che ospita il defunto, inumato in posizione seduta e rannicchiata; le dimensioni dei pozzetti e le caratteristiche del rituale sono praticamente identiche a quelle riscontrate ad Antas. Queste tombe non rappresentano che una parte, sottoposta a un’accurata valorizzazione monumentale e ideologica, di una necropoli più ampia, già emersa nel corso delle ricerche condotte da Alessandro Bedini e che, oltre ai pozzetti, si caratterizza per la presenza di tombe foderate con lastre e di vere e proprie ciste litiche. Gli elementi funerari finora editi sono relativi all’allineamento indagato da Tronchetti; in assenza di corredo ceramico e a parte alcuni frustuli di terracotta rinvenuti nei pozzi e al di sopra della lastrina inferiore di chiusura, l’elemento più significativo per la cronologia è al momento lo scaraboide proveniente dalla tomba, recentemente riconosciuto di produzione egiziana e attestato in Fenicia (Tiro) e a Cipro in orizzonti di VIII e VII a.C. . Come nel caso di Is Aruttas e di Antas, il giacimento di Monte Prama testimonia l’esistenza di necropoli di una certa ampiezza e densità collocate, ad eccezione del primo sito, ai margini di un’area di santuario e connotate da elementi artigianali di alto significato ideologico e di profondo spessore simbolico, in rapporto a fenomeni di celebrazione dello status dei defunti: a Is Aruttas le tombe sono coronate da crescenti lunari, ad Antas sono corredate da bronzi figurati e d’uso, mentre a Monte Prama il carattere “gentilizio” dei 33 defunti deposti nelle tombe dello scavo Tronchetti emerge sia dalle analisi sui resti osteologici che dal probabile rapporto, anche se non diretto, con la grande statuaria antropomorfa che caratterizza l’area di santuario. La sottolineatura del rango dei personaggi che trovano posto nelle tombe individuali si accompagna, nel santuario di Antas, alla testimonianza eccezionale della scrittura, intesa certamente come elemento di prestigio, segno potente e “magico” che smuove nel profondo le corde emozionali e simboliche di una società “illetterata”: la successione delle lettere proposta dopo una prima lettura, k r(?) m k, sembra fare riferimento a un nome locale, indigeno, trasposto nei phoiníkeia grámmata, e si allinea ai rari “balbettamenti” linguistici che ricorrono nella documentazione archeologica di età nuragica e che trovano oggi importanti contestualizzazioni cronologiche nella documentazione di Sant’Imbenia di Alghero e di Huelva in area iberica andalusa.

Ricordo a tutti i lettori che il prof. Bernardini sarà relatore al convegno di Domus De Maria il 3/4 Settembre con un intervento dal titolo: “Nascita della città in Sardegna ed equilibrio di forze tra indigeni e fenici”

Nell'immagine un disegno dei 3 pozzetti scavati ad Antas dal Prof. Giovanni Ugas nel 1984