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domenica 7 agosto 2016

Archeologia. Gli Etruschi e la Sardegna, di Marco Rendeli

Archeologia. Gli Etruschi e la Sardegna
di Marco Rendeli

I rapporti fra Etruschi e Sardi hanno da un punto di vista archeologico una lunga storia, peraltro corroborata dalle fonti greche, in particolare un'annotazione al Timeo platonico che ricorda come Tyrrenòs, giunto in Etruria dalla Lidia, si fosse sposato con Sardò dalla quale prese poi il nome l’isola Argyròphleps, ovvero “l’isola dalla vene di argento” (Plato, Timaeus fr. 25b Greene). La relazione fra le due sponde del Tirreno inizia nel corso dell’età del Ferro e si sostanzia in una serie di momenti di presenza e attestazioni che si colgono fin verso il IV-III secolo a.C. Nel corso dell’età del Ferro esse si rinvengono costantemente in complessi nuragici della costa orientale dell’isola, medianti i quali vengono poi ridistribuiti verso l’interno, in abitati o in aree sacre delle odierne province di Nuoro e di
Sassari con sporadiche attestazioni anche in prossimità del Golfo di Oristano.
Si tratta nella gran parte, se non nella totalità, dei casi di oggetti in bronzo che appartengono alle categorie dell’abbigliamento personale (fibule o rasoi), dello “status e del potere” (spade a antenne) o anche, per esemplari più tardi, connessi alla sfera del bere (coppe): nella gran parte dei casi si tratta di prodotti che provengono dall’Etruria centro settentrionale (Vetulonia, Populonia e Vulci), ovvero più precisamente da quel distretto minerario dove nella stessa fase si rinvengono numerosi oggetti nuragici, dalle brocchette a collo obliquo ai bronzetti di Vulci, dalla navicella di Vetulonia ai bottoni e altri oggetti miniaturistici attestati a Tarquinia, Vulci, Vetulonia e Populonia.
Come si può notare si tratta di traffici e scambi che interessano direttamente le comunità villanoviane e quelle nuragiche e che avvengono, verosimilmente, senza l’intermediazione di altri vettori commerciali. La continuità di queste attestazioni nel corso delle fasi più antiche dell’età Orientalizzante sia in Etruria che in Sardegna potrebbe seguire a questo punto una doppia direttrice, quella dei commerci instaurati nel corso dell’età del Ferro fra nuragici e villanoviani e quella della colonizzazione fenicia e greca in area tirrenica: nella prima si assiste a una continuità delle presenze in contesti nuragici della Sardegna settentrionale e centrale; nella seconda si rileva una nuova spinta propulsiva che non fa riferimento solamente al distretto minerario dell’Etruria settentrionale ma amplia il proprio raggio di azione anche ai centri dell’Etruria meridionale.
La fase di maggiore attestazione di evidenze etrusche in Sardegna si coglie nel secolo che dalla metà del VII giunge fino al momento della conquista cartaginese della Sardegna. In questa fase si possono definire diverse tipologie di rinvenimento: innanzi tutto vi è una differenza sostanziale fra rinvenimenti in contesti della strutturazione coloniale fenicia in Sardegna (Olbia, Karalis, Nora, Bitia, Sulcis, Neapolis, Othoca, Tharros, ma anche dei centri interni dell’area centro meridionale) e quelli che potremmo ipotizzare essere gli eredi della straordinaria tradizione nuragica, sia che essi siano stati fenicizzati sia che abbiano mantenuto una loro natura sarda. Fra i primi poi appare necessario compiere una doverosa differenziazione fra materiali rinvenuti in contesti funerari e quelli provenienti da contesti di scavo di abitato che in anni recenti hanno interessato in particolare Sulcis, Bitia e Nora. Fra i primi infatti si può notare una minore quantità di attestazioni e minore varietà nel repertorio delle classi e delle forme vascolari attestate, forme potorie in bucchero quali l’anforetta, l’oinochoe, la kylix e il kantharos, ai portaunguenti in forma di aryballoi e alabasta  o alle coppetti di ceramica etrusco corinzia nei contesti sepolcrali di Bitia, Monte Sirai e Tharros.
D’altra parte sia a Sulcis che a Bitia e a Nora il numero dei frammenti presenti il repertorio delle forme vede un ampliamento notevole, con una attestazione di vasi in bucchero e di ceramica etrusco corinzia legati al consumo del vino (anfore, ancorette, oinochoai, olpai, ma anche calici, kylikes, coppette su piede oltre ai kantharoi in bucchero e ceramica etrusco corinzia), a forme legate al mangiare (piatti in ceramica etrusco corinzia), a meno numerosi  ma attestati contenitori di unguenti (alabastra e aryballoi etrusco corinzi). Risultano, in generale, poco attestati i contenitori da trasporto limitati a rinvenimenti sottomarini e a un esiguo numero di anfore rinvenute in aree di abitato, anche se recenti ricerche di superficie a Neapolis ne hanno restituito un certo numero di frammenti. Le aree di provenienza di questi vasi sono generalmente circoscritte all’Etruria meridionale, in particolare dall’area ceretana, tarquiniese e vulcente senza che apparentemente si possa distinguere una distribuzione differenziata o una predilezione per esportazioni di una città etrusca in un distretto sardo. Di difficile soluzione è la questione dei vettori che fecero arrivare questi vasi nei centri fenici anche se l’ipotesi di carichi di ritorno di correnti di traffico fenicie è quella che appare ancor oggi la maggiormente plausibile.
La redistribuzione di prodotti etruschi in contesti non costieri della Sardegna fenicia non è di grandi proporzioni ma vede in questo dossier importanti attestazioni sia in stanziamenti fenici interni, sia in complessi che potremmo ancora ritenere indigeni: un caso su tutti è il rinvenimento di Furtei dove arrivano buccheri, peraltro abbastanza antichi e di raffinata esecuzione. Al momento, e in assenza di altri dati, si potrebbe ritenere che la presenza di prodotti etruschi in Sardegna sia da collegarsi al contatto che le colonie fenicie mantenevano con l’Etruria e non a una relazione diretta fra indigeni ed Etruria. All’indomani della conquista cartaginese delle colonie fenicie della Sardegna si assiste a un brusco rallentamento delle attestazioni etrusche nell’isola: per una fase che dura circa un secolo, un secolo e mezzo non vi è traccia consistente di evidenze provenienti dall’area tirrenica continentale se si escludono le placchette di avorio da Nora e Tharros. Una breve e non duratura influenza, peraltro dai contorni assai nebulosi e sulla quale è necessario condurre ulteriori riflessioni, si potrebbe circoscrivere fra la metà del IV e il III secolo a.C. quando nella glittica si assiste alla recezione di modelli che potremmo definire di area centrale tirrenica o, in particolare, etruschi che si possono comunque associare alle più ampie importazioni di piattelli del tipo Genucilia, di brocche e altri vasi di ceramica a vernice nera sopradipinta e di ceramica a vernice nera di produzione centro italica.

Fonte: https://www.blogger.com/blogger.g?blogID=9114049080754118173#editor
Testo di riferimento: P. Bernardini, Gli Etruschi in Sardegna, in G. Camporeale ed., Gli Etruschi fuori dall’Etruria, Verona 2001, pp. 280-291. [Marco Rendeli]

9 commenti:

  1. Considerando che una conquista armata cartaginese dell'isola non è attestata in nessun sito, da nessun reperto e in nessuna fonte letteraria non di parte (ci furono, invece, accordi con reciproci vantaggi), ammesso e non concesso che avvenne, non può essere cronologicamente attestata prima della metà del IV a.C., visto che il trattato con Roma del 348 a.C. è stato da alcuni confuso, raddoppiato e retrodatato al 509 a.C. come se i trattati fossero due. La possibilità di un accordo in questa data così arcaica deve essere rigettato senza indugio, poiché Roma in quel periodo non aveva alcuna possibilità, da sola, di essere presa in seria considerazione dai punici. Inoltre, c'è da ribadire che le fantomatiche colonie fenicie sono un granchio gigante adottato da tanti studiosi formatisi su testi obsoleti, elaborati grossolanamente seguendo una forma mentis frutto del periodo coloniale del Novecento dovuto alle conseguenze delle guerre mondiali,con una spartizione geopolitica dei territori fatta a tavolino dai grandi imperi. Ciò non avvenne certo nella Sardegna nuragica, un’isola costellata da 8000 edifici poderosi che svolgevano funzioni civili, sociali e di accentramento delle risorse agropastorali e minerarie delle comunità. A questi si aggiungono migliaia di villaggi, tombe di Giganti, pozzi monumentali, templi di varia natura e una straordinaria produzione di bronzi, ceramiche e grande statuaria in pietra. Come si può proporre una Sardegna dominata e incapace di svolgere un ruolo attivo nei traffici dell'epoca in tutto il Mediterraneo? Questi studiosi evitano accuratamente di approfondire e raccontare le fasi del passaggio fra età del Bronzo e Ferro in Sardegna, un periodo di grandi cambiamenti sociali che vedono nell'isola una serie di organizzazioni floride, vive e perfettamente in grado di inserirsi da protagoniste negli scambi commerciali nel Mediterraneo. La Sardegna dimostra una ricchezza straordinaria, e l’immensa quantità di reperti di matrice esterna (levantina, greca, iberica, nordafricana e anatolica) che giungono nell'isola sono spiegabili solo accettando una Sardegna in grado di acquisire questa produzione pregiata. D'altro canto si sa: i poveri non sono in grado di comprare! Sarebbe ora di capovolgere la visione di un'isola dominata, conquistata commercialmente e sottomessa a chi si affaccia lungo le coste. La storia dei reperti dice altro. Suggerisco vivamente di iniziare a cambiare registro.

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    1. deidda alessandro14 ottobre 2016 09:10

      Mi trova perfettamente d'accordo dr. Montalbano

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  2. E iniziare anche a mollare questi fenici,non se ne può piú.

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  3. Ma a quando risale l'articolo dell'archeologo Rendeli? Spero non sia recente, perché leggere ancora nel 2016 e con la quantità di materiali rinvenuti in Sardegna (alcuni dei quali più antichi dell'ormai celeberrima età della navigazione fenicia) che questi siano materiali arrivati in Sardegna grazie ai viaggi di ritorno delle marinerie fenicie equivale al voler mettere la testa sotto la sabbia!

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  4. Il problema non è la Poverta' dei Sardi, invero la ricchezza potenziale. Nei Metalli e nei prodotti agricoli di classe, il bestiame, etc. Una ricchezza snobbata. Suona strano? eppure i Vettori del Vino e delle Miniere, non erano Sardi nel 1800 0 1900. Ma Stranieri o Continentali. Nulla osta, come dice il Turfa, che i vettori fossero Fenici. Nulla è cambiato.

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  5. Vorrei sapere dal sig. Rendeli in quale Timeo di Platone ha letto, al 25/b, della Sardegna chiamata isola dalle vene d'argento. Questa affermazione non mi è nuova, la disse (anzi lo ha scritto nel suo libro) Sergio Frau, il quale afferma, parecchie volte (vedere alcuni video su Frau ) che nel Timeo c'è scritto che ad Atlantide c'erano i vecchi più vecchi del mondo.Forse Platone ha scritto un Timeo esclusivamente per Sergio Frau.Cose c'è di strano nel dire che i cartaginesi erano in sardegna nel 510? Conoscete la battaglia di alalia nel mare sardo del 535?: focesi contro etruschi e cartaginesi. i cartaginesi fermano l'avanzata greca nel mediterraneo occidentale.
    falso Antonio

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  6. Nula osta che ci fu collaborazione tra Sardi e Levantini, basarsi su situazioni attuali per esprimere un giudizio su situazioni di tremila anni fa non è un metodo valido.
    Le relazioni tra Sardegna Nuragica e Villanoviani sussistono da ben prima dell'arrivo dei Fenici in Sardegna, e pensare che i vettori fossero unicamente Fenici o genericamente Orientali è scorretto, così come dice Rendelli nel suo articolo nelle prime fasi si tratta di rapporti diretti tra Villanoviani e Sardi.

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