Diretto da Pierluigi Montalbano

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domenica 14 aprile 2013

Monachesimo in Sardegna: San Basilio


San Basilio e i monaci orientali
di Rossana Martorelli

L’archeologia cristiana parte convenzionalmente dalla nascita di Cristo e arriva fino a Papa Gregorio Magno, nel VI-VII secolo, un personaggio che ha avuto un ruolo importante anche in Sardegna. L’archeologia medievale si fa iniziare convenzionalmente dall’occupazione dei Vandali, alla metà del V secolo, e si conclude con la scoperta dell’America, alla fine del XV secolo, in quanto la scoperta del nuovo mondo sposta il baricentro economico dal Mediterraneo all’Atlantico.
Betlemme e Gerusalemme sono i centri interessati alla nascita e morte di Cristo e proprio in quest’ultima città si forma la prima comunità cristiana, con discepoli e apostoli che iniziano a viaggiare e a portare le idee ovunque. Emblematici sono Pietro e Paolo, che moriranno a Roma. Paolo compì 4 viaggi missionari che lo portarono a visitare il Mediterraneo orientale e buon parte di quello Occidentale. Secondo una diffusa tradizione, ma assolutamente priva di fondamento, il Cristianesimo sarebbe arrivato in Sardegna proprio con San Paolo che, navigando verso la Spagna, avrebbe toccato il porto di Cagliari introducendo il cristianesimo. Quando inizia la vicenda di Cristo, il Mediterraneo era interamente compreso nell’impero romano. Anche l’Europa era romana, tranne parte delle attuali Germania, Ungheria e Russia, ossia i luoghi da cui partiranno le popolazioni barbariche che porranno fine all’impero romano. Cristo nacque quando era imperatore Augusto e morì sotto l’impero era nelle mani di Tiberio. La Sardegna era una delle province romane e quindi assorbì gran parte delle idee religiose del cristianesimo, andando a sostituire le precedenti divinità pagane. Già all’epoca di Tiberio abbiamo la prima diffusione delle idee cristiane in Sardegna. Fonti antiche segnalano una colonia di ebrei e di seguaci del culto egizio di Iside deportata in massa in Sardegna. Il cristianesimo nasce nell’ambito della comunità ebraica; pertanto è verosimile che proprio tramite questo primo nucleo di ebrei arrivati nell’isola sia stato introdotto nei pensieri delle comunità sarde. Abbiamo testimonianze archeologiche di questa comunità ebraica, come ad esempio una lucerna con la rappresentazione del candelabro ebraico. In Sardegna venivano anche deportati i condannati ai lavori forzati per lavorare nelle cave di granito e nelle miniere, forse a Metalla. Sotto l’imperatore Commodo, infatti, abbiamo fonti che parlano di una grande quantità di cristiani che furono deportati in Sardegna, fra i quali Papa Callisto, poi liberati dalla concubina dell’imperatore, simpatizzante per i cristiani, che convinse le autorità a far ritornare molti di questi cristiani.
Le fonti dicono che Ponziano, papa vissuto alla metà del III secolo, fu deportato “in un’insula nociva presso l’isola di Sardegna”. Ponziano è uno dei due papi che hanno conosciuto il proprio successore (l’altro è Celestino V), poiché quando fu deportato, per non lasciare i cristiani senza una guida, rinunciò al suo mandato e fu sostituito da Fabiano. Quest’ultimo, alla morte di Ponziano, si recò in Sardegna per prenderne le spoglie e trasferirle in una catacomba romana, quella di Callisto. L’epigrafe della lapide funeraria è scritta in greco e recita Pontianos Episcopos.

sabato 13 aprile 2013

Conferenza a Olbia sugli Antichi Popoli del Mediterraneo

Olbia. Antichi Popoli del Mediterraneo all'Expò
ArcheOlbia organizza la II edizione di "Incontri Archeologici"


Oggi, Sabato 13 Aprile, alle ore 18.00 nella sala convegni dell'Expò di Olbia in Via Ponte Romano, si svolgerà un incontro con lo scrittore Pierluigi Montalbano. L’appuntamento verterà sui popoli preistorici che frequentarono le coste mediterranee dal neolitico fino all'età del Bronzo. Con l'ausilio d’immagini, il relatore illustrerà i movimenti migratori di genti primitive che si distribuirono lungo le coste mediterranee al termine dall'ultima glaciazione.
Le città di Gerico e Catal Hoyouk presentano, rispettivamente, tracce delle prime forme di agricoltura e difesa delle risorse, e la costituzione di una serie di reti commerciali che dalla Mezzaluna Fertile distribuivano il surplus di risorse. Nel corso dei millenni si assistette alla comparsa di una serie di borghi specializzati nella lavorazione della ceramica, uniti nel credo religioso legato alla Dea Madre e abili nella manipolazione dell'ambiente in cui vivevano.
Sarà approfondita la civiltà minoica, con il declino dovuto all'esplosione del vulcano Santorini. I grandi imperi del passato, dagli ittiti agli egizi, diedero vita a una serie di guerre per il controllo dei porti, delle risorse metallifere e delle vie di comunicazione.
Verso la fine del II millennio a.C., genti levantine specializzate nella navigazione ripercorsero quelle autostrade del mare che collegavano commercialmente gli approdi dei popoli coinvolti in quella koinè tecnologica che la storia ricorda come età fenicia.
I popoli che si alternarono nel controllo delle rotte navali furono identificati con vari nomi, Pelasgi, Minoici, Micenei, Popoli del mare, fenici...e tutti gli studiosi sono concordi nell'osservare che la Sardegna non poteva essere estranea a quel mondo nel quale gli approdi che consentivano l'acquata, ossia il rifornimento di acqua e viveri, elementi che costituivano l'unica possibilità di vita dei naviganti.
Saranno discusse varie tematiche legate al commercio, alle guerre e alle relazioni fra popoli.
La conferenza si concluderà con una panoramica sulla civiltà nuragica e con l’esposizione del ”Sistema Onnis”, un metodo di ricerca utile all’individuazione di microambienti circondati da nuraghi a corridoio e strutturati nelle vallate ricche di risorse idriche e terreni coltivabili.
Ingresso libero.

Link di riferimento. https://www.facebook.com/events/526871007354327/

venerdì 12 aprile 2013

Preistoria: Il culto degli antenati

Il culto degli antenati
di Pierluigi Montalbano


Per centinaia di migliaia di anni l’uomo si è evoluto lentamente: sopravviveva cacciando e accumulando provviste. Poi, al termine dell’ultima glaciazione, l’evoluzione subisce una brusca accelerata. Nel corso degli ultimi 10 millenni, l’uomo passa dall’Età della Pietra allo sbarco sulla Luna. Che cosa causò un cambiamento così radicale delle abitudini di vita? Andare sulla Luna non è stato un avvenimento che ha cambiato il nostro modo di vivere. La scintilla che determinò l’evoluzione è stata l’idea di coltivare la terra per produrre alimenti. Si è passati a un’economia produttiva. L’agricoltura ha permesso all’uomo di diventare stanziale, di sviluppare relazioni sociali, ideare le religioni e costruire templi e città. Senza dover cacciare per nutrirsi, l’uomo aveva il tempo per pensare, inventare e uscire dall’Età della Pietra. La Turchia, da sempre, è il ponte che collega l’Europa e l’Asia, e si trova nel cuore della Mezzaluna Fertile, una regione che comprende gli attuali Egitto, Israele, Siria e Iraq. Qui sorsero i primi insediamenti umani, e fiorirono le prime grandi civiltà. Gli edifici dedicati al culto contengono, generalmente, rappresentazioni simboliche di divinità. Animali e altri simboli sono presenti su pareti, pavimenti, pilastri e altri elementi architettonici, e possono essere scolpiti, incisi o, semplicemente, dipinti. La costruzione di questi edifici richiedeva un’organizzazione sofisticata: spaccare e trasportare le pietre, scavare, realizzare le fondamenta, ed erano necessari tanti uomini. A quale scopo furono costruiti? Sistematicamente, nel corso degli scavi, gli archeologi portano alla luce resti di animali selvatici o allevati: gazzelle, cervi, cinghiali, volatili, montoni, soprattutto nelle zone in cui l’agricoltura è praticata in maniera intensiva. Per la costruzione è necessaria una società strutturata perché l’agricoltura consente all’uomo di non doversi procurare il cibo ogni giorno. Le comunità scelgono il territorio in cui insediarsi e hanno il tempo di sviluppare idée religiose senza preoccuparsi di morire di fame. I primi gruppi stanziali impararono che c’erano più vantaggi nel condividere e sviluppare le conoscenze in gruppi fissi, piuttosto che in piccoli clan nomadi. Generalmente, al centro dei villaggi c’era un luogo nel quale si conservavano le risorse alimentari. I primi templi presentano un portale che rappresenta l’ingresso al mondo ultraterreno, come se il tempio avesse a che fare con i morti o con le divinità del cielo. La mancanza di simboli, rilievi o incisioni, aumenta le difficoltà per gli archeologi di interpretare i siti. A volte i simboli sono compresi solo presso le comunità che li realizzano, e ciò pone problemi agli studiosi di storia antica, poiché si ha a che fare con edifici costruiti nei millenni scorsi. Ogni luogo di culto ha un’iconologia che è compresa solo da chi la frequenta. Lo scopo delle immagini è di unire la congregazione in una fede comune, condivisa con i rituali a essa legati. Le immagini, i colori, le funzioni e gli elementi architettonici sono spesso incomprensibili a chi pratica altre fedi.
All’inizio i popoli vivevano di caccia e di raccolta, e condividevano il cibo all’interno di piccoli gruppi, prevalentemente familiari. In seguito divennero stanziali, nacquero più bambini e le comunità crebbero rapidamente. A quel punto ogni comunità dovette imparare a rapportarsi e a vivere in pace. Queste situazioni richiesero l’applicazione di un codice morale, e convinzioni comuni. I templi sono progetti di costruzione condivisi, che mantengono la coesione fra comunità, anche all’interno della stessa. Allo stesso tempo consentono di celebrare riti che richiamano la comunità all’unità di pensiero. Chi vuole far parte di una comunità deve comportarsi secondo i costumi di quella comunità. Dai territori vicini arrivano uomini messi a disposizione dalle comunità confinanti in relazione alle qualità lavorative di ogni singolo individuo. Sono evidenti alcune figure professionali: tagliatori di pietre, scultori, specialisti nel trasporto e manovalanza, e l'apporto di questi individui da parte di comunità vicine aiuta a consolidare i buoni rapporti di vicinato. Questi progetti spingono le persone a collaborare, ad affidarsi agli altri e a fidarsi delle competenze dei nuclei insediativi vicini. Sono sistemi di lavoro che uniscono le genti: se un uomo vede un suo simile all’interno del proprio tempio, sente di potersi fidare, anche se non lo conosce. Per migliaia di anni la gente credeva che tutto avesse uno spirito: animali, piante, rocce, fenomeni naturali…l’uomo era semplicemente una piccola parte della natura. Nei dipinti primitivi l’uomo è quasi assente, ed è sempre inferiore alla natura.

La rappresentazione degli animali nelle grotte o sulle pietre, indica un cambiamento culturale: gli esseri umani si pongono al di sopra della natura, al centro di tutto, superiori agli animali. Questo è un passo decisivo nella storia dell’evoluzione. Realizzare una simbologia che rispecchia questa superiorità, significa acquisire una mentalità che consente di manipolare l’ambiente secondo le necessità del momento, e in prospettiva futura. L’uomo si pone in stretta relazione con le divinità, si pone in un piano di superiorità con l’esterno. La presenza di animali vicino ai luoghi di culto è un forte indizio di genti che si riuniscono per banchettare in onore di qualcosa o qualcuno. Ne consegue che le risorse di cibo dovevano aumentare, e ciò portava a manipolare sempre più l’ambiente circostante. La natura era sfruttata per la produzione, non solo per fornire cacciagione. L’introduzione della religione fornisce agli uomini un grande vantaggio psicologico e lo pone al di sopra di animali e piante. Questa ideologia porta l’uomo a rappresentare scene e simboli nelle grotte, nelle sepolture, nelle pietre, ma occorre stabilire le forme dei rituali e a capirne la simbologia. Tra i vari elementi raffigurati, troviamo animali, oggetti, figure antropomorfe e colori, soprattutto il rosso, simbolo del sangue e della vita. L’intero apparato descritto è riportabile a riti di sepoltura, e a volte i corpi erano tumulati e poi riesumati per celebrare altri riti. I templi più antichi rivestono spesso una funzione legata al mondo dei morti, e il sacrificio di animali è connesso a rituali che testimoniano la superiorità degli uomini sulle bestie. L’uomo eresse i templi per celebrare la fede, e le religioni lo spinsero a produrre risorse crescenti per far fronte ai sacrifici, oltre che per soddisfare i bisogni della comunità. Essendo un luogo che svolge un ruolo primario nella vita collettiva, riveste anche una funzione di “polo di attrazione” per le comunità vicine, costituendo una sorta di mercato dove condividere, oltre le merci, idee, notizie e scoperte.

La rivoluzione agricola, ossia l’intensificazione della produzione, potrebbe aver preso forma proprio dai contatti che avvenivano nei templi. Col passare dei secoli, e l’evolversi delle condizioni di vita, i templi possono subire dei cambiamenti o delle variazioni rituali. Quando l’agricoltura era florida, gli uomini non sentirono più il bisogno dei templi nei quali i loro antenati rivolgevano le preghiere alle divinità, e li abbandonarono progressivamente. Pensiamo, ad esempio, al culto nelle grotte. Le nuove generazioni di agricoltori guardavano al futuro, e le abitudini e i costumi dei loro avi caddero in disuso. A quel punto la rivoluzione culturale era già avvenuta: l’agricoltura era il nuovo modo di vivere, e i vecchi templi in grotta svanirono, come il passato. Tuttavia, un’antica convinzione persiste ancora oggi, ed è alla base di uno dei concetti più complessi della religione cristiana: il mistero della resurrezione. Nelle religioni esiste un codice morale elaborato dalle comunità più antiche, che è conservato e integrato nelle comunità successive. I semi spirituali e materiali sono piantati, e qualunque fossero i significati troviamo sempre segni simili nelle generazioni seguenti. Il culto dei morti è il modo per riportare in vita una persona cara o un eroe del passato, e mantenere legato al mondo dei vivi il suo ricordo. Era la resurrezione di un personaggio ritenuto importante all’interno della società. Si cerca di portare indietro dal mondo dei morti una persona, recuperando la presenza fisica. Nei secoli successivi, e ancora oggi, la resurrezione sarà un tema centrale della religiosità: babilonesi, egizi, indiani, greci e cristiani, parlano di resurrezione. La costruzione del tempio rappresenta il culmine di una linea di pensiero. E’ un legame sociale che porta le comunità a unirsi, ed è edificato con una monumentale architettura. Rappresenta un balzo enorme nell’evoluzione spirituale dell’uomo: invece di considerarsi parte della natura, si valuta superiore. Sotto i pilastri dei templi nascono le rappresentazioni dei primi dei.

giovedì 11 aprile 2013

Bronzetti sardi: Scultura di navicella nuragica esposta al Museo Archeologico di Washington


Penn Quarter Museum

Questa navicella è stata fotografata da un amico in un importante museo americano. E' indicata come navicella sarda, e ciò è di grande rilevanza perché dimostra ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che la nostra antica civiltà nuragica è apprezzata in tutto il mondo. Si tratta di un'imbarcazione che riporta una simbologia comune alle navicelle conservate nei musei sardi, in particolare a quella proveniente da Bultei con battagliola identica sormontata da un doppio ponte saldato, a sua volta reggente un albero con capitello a forma di nuraghe e colombella sull'anello. La battagliola è ornata da 4 torri-nuraghe ai lati e 4 cani, idealmente rappresentati al sicuro sotto l'ombrello protettivo del totem-nuraghe posto sull'albero.

Sull'albero, in bella mostra i simboli del sole e della luna, rispettivamente rappresentati da un anello e da una colomba. A poppa si notano due cervi, mentre la protome e altri due animali posti a prua sono difficilmente interpretabili. Lo scafo è di tipologia da carico che riporta le consuete proporzioni 1:3, ossia la lunghezza è circa 3 volte la larghezza. Il collo della protome è inclinato a 45° e lo stato di conservazione è ottimo. La protome animale rappresenta simbolicamente l'elemento Terra, un legame che i sardi, notoriamente legati alla produzione agricola e alle divinità che la rappresentano, hanno sempre proposto con ossessiva regolarità.
Questa navicella era fino ad oggi non censita in alcun testo da me conosciuto, pertanto si tratta di un inedito da aggiungere alle altre 156 navicelle conosciute e pubblicate. Ringrazio Francesco per la preziosa segnalazione e invito gli esperti ad inserire anche questa bellezza sarda fra i reperti censiti ma conservati fuori dall'isola.



Nelle immagini:
Sopra, la navicella a Washington
Al, centro quella di Bultei
Sotto, una copia di mia proprietà

martedì 9 aprile 2013

La cantieristica preistorica: Navi da guerra e navi da carico

La cantieristica preistorica: Navi da guerra e navi da carico
di Pierluigi Montalbano


L'annoso problema destato dall’individuazione della tipologia delle navi nuragiche ha provocato l'interesse di studiosi dei più differenti campi disciplinari. Ritengo sia opportuno partire da una classificazione basata sull'obiettivo che ci si poneva al momento della progettazione: navi da guerra o naviglio per il commercio. La tipologia di queste navi era differente anche se non possiamo escludere che in caso di necessità venissero usate ambedue per lo stesso scopo. Si deve considerare che l'affidabilità in mare aperto delle antiche navi doveva porre notevoli problemi, è pertanto ipotizzabile che ambedue le tipologie seguissero rotte non lontano dalle coste. Una prima comparazione possibile riguarda la velocità, sicuramente più ricercata nelle navi da guerra che, infatti, utilizzavano la doppia propulsione remi e vela. Una seconda considerazione riguarda l'aspetto strutturale, visto che la struttura portante della nave da guerra convergeva sicuramente nel rostro, il quale, a sua volta, null'altro era se non l'estremità prodiera della chiglia, asse portante dell'intera imbarcazione.
La distanza tra i porti doveva essere coperta dal naviglio a una velocità tale da consentire all'equipaggio una sosta per l'approvvigionamento dell'acqua e dei viveri prima di ripartire per la nuova destinazione. Ciò comportava una conoscenza abbastanza approfondita di tutti i luoghi nei quali era presente l'acqua potabile. Quando si progettava un viaggio si doveva calcolare il tempo di sopravvivenza a bordo, ed era dunque basilare conoscere la velocità di crociera della nave che, per quei tempi, doveva aggirarsi intorno ai tre nodi all’ora, pari a circa 5 km/h. Durante la navigazione era utilizzata unicamente la vela, a meno di rotte brevissime dov'erano sufficienti i remi, ma le navi da guerra richiedevano alta manovrabilità e quindi, prima degli scontri, l'albero e la vela venivano smontati e durante il combattimento entrava in uso esclusivamente la propulsione a remi.
In caso di guerra la partenza delle flotte doveva avvenire al tramonto, in modo tale da permettere alle navi di giungere sul teatro delle operazioni all'alba. Una considerazione importante scaturisce dalla direzione verso la quale veleggiavano le navi: era preferibile un attacco da est verso ovest così da avere il vantaggio del sole alle spalle, e quindi di divenire visibili sono negli ultimi istanti prima della battaglia. Il tipo più elementare di nave da battaglia è certamente costituito da un’imbarcazione aperta, cioè senza ponte di coperta, mossa esclusivamente dalla forza dei rematori e dunque senza l'ausilio della vela.

Se per le navi da carico era fondamentale un'ampia carena, atta a contenere un carico quanto più cospicuo, a discapito di velocità e di agilità, per le navi da guerra era invece indispensabile la rapidità di manovra, alla quale era affidata sostanzialmente la loro salvezza. Quindi, l'imbarcazione destinata al combattimento doveva essere non solo più lunga che larga, come si conveniva e ovviamente si conviene a ogni tipo di natante, ma la lunghezza era esasperata appunto per ospitare il maggior numero possibile di rematori.
Possiamo ipotizzare, d’accordo con Bartoloni, per le navi da carico un rapporto tra lunghezza e larghezza che si aggirava sul 3:1, per quel che riguarda le navi da guerra il rapporto si spostava attorno al 6:1. Ciò che caratterizzava i natanti destinati alla battaglia erano quindi la lunghezza e la relativa esilità, che, se le rendevano mal governabili con mare agitato, ne facevano un dardo nella corsa e un ariete nell'impatto. Questo comporta che sia per struttura sia per forma il naviglio da guerra era del tutto inadeguato ad affrontare grandi traversate e mare agitato, pertanto la maggior parte delle battaglie si svolgevano in prossimità della costa. Un comandante situato a poppa e un ufficiale che trovava posto a prora, dirigevano l'equipaggio addetto alla manovra della vela e a difesa della nave.
Lo spazio a bordo era limitato poiché ogni rematore aveva evidentemente a disposizione non più di 1 metro quadrato, ma in relazione alla durata del viaggio le navi dovevano prevedere un luogo nel quale sistemare l'albero e la vela durante la battaglia. Pertanto nei tragitti di lunga durata occorreva trovare posto sul ponte anche per l'alberatura.
Contrariamente alle comuni convinzioni che attribuiscono alle navi antiche unicamente la possibilità di essere spinte da venti posteriori, la vela, opportunamente orientata e parzialmente raccolta con l'aiuto delle manovre volanti, poteva consentire l'andatura della nave non solo con il vento in poppa, ma anche con vento al traverso. Gli scafi più grandi dovevano essere dotati di un ponte praticabile per tutta la larghezza, nonché di due castelli, eletti rispettivamente a prua a poppa nei quale trovano posto le catapulte che lanciavano pietre o frecce infuocate sulle navi avversarie. Davanti al castello di prua veniva eretta l'insegna simbolica o una statua della divinità sotto la cui specifica protezione era posta la nave. In altri casi si trattava di riproduzioni animali o demoni, destinati a incutere timore nel nemico.

Il materiale da costruzione era importantissimo: cipresso, cedro e quercia forniscono il legname più duro, resistente e inattaccabile da insetti parassiti, disponibile su larga scala nel bacino del Mediterraneo e costituiva le parti nobili dello scafo. Il pino e l'abete, più facilmente reperibili, erano preferiti per le parti periferiche della nave.
Le tecniche costruttive sono ancora oggi in uso nel Mediterraneo per la costruzione delle imbarcazioni da pesca tradizionali. La costruzione del natante aveva luogo impostando la chiglia e quindi le ordinate e i bagli, che ne costituivano l'ossatura. Su questi era appoggiato il ponte di coperta, mentre sulle ordinate era impostato il fasciame esterno e interno. All'esterno, lo scafo era calafatato e ricoperto interamente con pece, possiamo dunque ipotizzare un'immagine totalmente nera delle navi.
I sistemi di navigazione erano differenti secondo la distanza e del luogo di destinazione. Per le brevi distanze era utilizzata la navigazione di piccolo cabotaggio che avveniva tenendo costantemente in vista la costa. Ma ciò era teoricamente possibile in condizioni di visibilità eccellente entro un arco inferiore le 50 miglia, quindi per raggiungere alcune isole o per tagliare il Mediterraneo da nord a sud era necessario praticare la navigazione d'altura. Questa di norma avveniva orientandosi con il sole e con le stelle o, in loro mancanza, per mezzo di altri indizi quali ad esempio l'umidità e la temperatura del vento o la direzione delle correnti. Un ulteriore sistema utilizzato per reperire la direzione e la distanza della terra più vicina durante la navigazione d'altura era quello di imbarcare alcuni volatili e di liberarli quando si volevano avere informazioni utili sulla posizione della nave e sulla sua distanza dalla costa. Infatti, una peculiare caratteristica di alcune specie, quali i passeracei, è il volo corto, quindi, se la terra era per loro troppo distante, rientravano a bordo. Troviamo questo espediente nella narrazione biblica del Diluvio Universale, mentre la testimonianza archeologica più significativa è fornita dalle navicelle nuragiche bronzee, che talvolta recano sulle battagliole numerose figurazioni di volatili.

Nelle immagini:
Nave egizia del XV a.C., Tebe, dalla tomba di Kenamum.
Nave filistea (per gentile concessione di Franco Montevecchi)
Nave punica di Marsala (per gentile concessione di Franco Montevecchi)

lunedì 8 aprile 2013

Olbia. Antichi Popoli del Mediterraneo all'Expò

Olbia. Antichi Popoli del Mediterraneo all'Expò
ArcheOlbia organizza la II edizione di "Incontri Archeologici"


Sabato 13 Aprile, alle ore 18.00 nella sala convegni dell'Expò di Olbia in Via Ponte Romano, si svolgerà un incontro con lo scrittore Pierluigi Montalbano. L’appuntamento verterà sui popoli preistorici che frequentarono le coste mediterranee dal neolitico fino all'età del Bronzo. Con l'ausilio d’immagini, il relatore illustrerà i movimenti migratori di genti primitive che si distribuirono lungo le coste mediterranee al termine dall'ultima glaciazione.
Le città di Gerico e Catal Hoyouk presentano, rispettivamente, tracce delle prime forme di agricoltura e difesa delle risorse, e la costituzione di una serie di reti commerciali che dalla Mezzaluna Fertile distribuivano il surplus di risorse. Nel corso dei millenni si assistette alla comparsa di una serie di borghi specializzati nella lavorazione della ceramica, uniti nel credo religioso legato alla Dea Madre e abili nella manipolazione dell'ambiente in cui vivevano.
Sarà approfondita la civiltà minoica, con il declino dovuto all'esplosione del vulcano Santorini. I grandi imperi del passato, dagli ittiti agli egizi, diedero vita a una serie di guerre per il controllo dei porti, delle risorse metallifere e delle vie di comunicazione.
Verso la fine del II millennio a.C., genti levantine specializzate nella navigazione ripercorsero quelle autostrade del mare che collegavano commercialmente gli approdi dei popoli coinvolti in quella koinè tecnologica che la storia ricorda come età fenicia.
I popoli che si alternarono nel controllo delle rotte navali furono identificati con vari nomi, Pelasgi, Minoici, Micenei, Popoli del mare, fenici...e tutti gli studiosi sono concordi nell'osservare che la Sardegna non poteva essere estranea a quel mondo nel quale gli approdi che consentivano l'acquata, ossia il rifornimento di acqua e viveri, elementi che costituivano l'unica possibilità di vita dei naviganti.
Saranno discusse varie tematiche legate al commercio, alle guerre e alle relazioni fra popoli.
La conferenza si concluderà con una panoramica sulla civiltà nuragica e con l’esposizione del ”Sistema Onnis”, un metodo di ricerca utile all’individuazione di microambienti circondati da nuraghi a corridoio e strutturati nelle vallate ricche di risorse idriche e terreni coltivabili.
Ingresso libero.

Link di riferimento. https://www.facebook.com/events/526871007354327/

I 7 video di 15 minuti ciascuno che seguono mostrano la conferenza di presentazione del libro Antichi Popoli del Mediterraneo che si è svolta recentemente a Sa Illetta.

Buona visione

Video 1 Introduzione e presentazioni



Video 2 Dall'ultima glaciazione al Neolitico



Video 3 Le prime civiltà



Video 4 Età del Bronzo - minoici, egizi e commerci marittimi.



Video 5 Commerci navali - Il relitto di Ulu Burun.



Video 6 Guerra di Qadesh con Ramesse II, e Guerra del Delta del Nilo fra Ramesse III e Popoli del Mare



Video 7 Porti e approdi della Sardegna nuragica.

domenica 7 aprile 2013

Fenici: Artigianato artistico in metallo

Fenici: Artigianato artistico in metallo
di Pierluigi Montalbano


Un’altra categoria importante nell’artigianato artistico è quella delle coppe metalliche che hanno due forme: emisferica o a tazza larga con ombelico centrale a rilievo. Sono realizzate martellando una placca fino a darle una forma arrotondata. La decorazione è realizzata a sbalzo e le figure sono poi rifinite a cesello. Anche questa produzione mostra manufatti di varie scuole, pertanto lo studio iconografico è obbligatorio.
I fenici avevano necessità di reperire stagno e rame per ottenere il bronzo, e si procuravano l’argento scambiando merci con altri popoli, pertanto le coppe sono attestate solo fuori dal Libano, come gli avori. La produzione è divisa in due fasi: una antica (X-VIII a.C.) che attesta coppe in bronzo in Grecia e Oriente, in necropoli e santuari, e una più recente (VII-VI a.C.) con una produzione in argento e argento-dorato. I luoghi di produzione mostrano botteghe siriane (900-700 a.C.) e fenicie (700-550 a.C.), due fasi differenti per materiali e per iconografia. Quella più antica è nord siriana, e si divide in tre sottogruppi principali. È costituita da coppe di bronzo caratterizzate da una rosetta centrale. La decorazione si sviluppa in fasce concentriche floreali o geometriche, non figurate, disposte attorno al centro. I temi sono apprezzati nelle corti reali orientali: bancheto, caccia, tori e vacche che allattano (coppe dei tori). L’iconografia non è egizia perché le figure sono poco slanciate, c’è un’impronta siriana.
Un altro sottogruppo è costituito da coppe con una stella (Star Bowl), di scuola fenicia orientale o sud-siriana. Il motivo si dispiega dalla stella al centro, con decorazione figurata organizzata simmetricamente. Si notano scene di danza o di lotta fra l’eroe e il grifone decorati dentro spicchi separati da colonne e divinità.
L’ultimo sottogruppo è di scuola fenicia orientale ed è caratterizzato dalla presenza al centro di una decorazione calligrafica con fasce continue di palme (Marsh Pattern). In alcune ci sono tori o sfingi alate o urei (cobra, serpente sacro agli egizi).

Le coppe del secondo gruppo, quelle che iniziano nel 700 a.C., sono diverse sia come materiali (argento e argento dorato) sia come luoghi di produzione. Sono state ritrovate a Cipro e in Etruria, ma le botteghe sono cipriote. Si differenziano per la presenza di un medaglione figurato con un motivo egizio o orientale. Nelle fasce concentriche si nota un affastellamento di elementi orientali diversi che si susseguono senza ordine. In alcune si nota il genio assiro quadrialato (il bene) che combatte contro il leone (il male). Sopra l’eroe c’è il falco Orus (divinità egiziana) che protegge chi combatte contro grifoni, animali e mostri vari. Sono rappresentati anche alberi della vita realizzati con palmette, sfingi e capridi in posizione araldica, una serie di simboli orientali commisti con simboli egizi. In una fase più tarda scompare l’affastellamento e le coppe sono più ordinate. Narrazioni o decorazioni con palme, barche sacre egizie, sfondi di papireti, Iside che allatta Orus, tutti elementi ripresi dalla tradizione egiziana. Una delle iconografie più diffuse presenta il faraone con la mazza in mano che abbatte il nemico mentre questi implora la salvezza. La rappresentazione del faraone è enfatizzata, grande, mentre il nemico è piccolo e ridotto a strisciare come un animale.
Nell’ultima fase troviamo coppe come quella di Preneste, in Etruria, nella quale è rappresentata la giornata del cacciatore. La scena narrativa è racchiusa entro un bordo nel quale si nota un serpente. Al centro c’è il faraone che con una lancia sta per uccidere il nemico, riverso inerme e umiliato in terra. In una fascia più centrale ci sono i cavalli mentre quella esterna racconta del giovane principe che esce dalla città fortificata per andare a caccia su un carro. Un attendente regge un ombrello per riparare dal sole il sovrano. La scena al fianco mostra una montagna (rappresentata a pelte, di tipo assiro) con un cervo catturato dal principe, ucciso e appeso a un albero per essere scuoiato. Poi c’è il riposo con l’adorazione della divinità con il sole alato e il fumo che sale dall’altare. Dalla montagna esce un mostro ma il re, protetto dal falcone Orus, ingaggia una lotta, lo uccide e rientra in città. Confluiscono elementi di tradizione egiziana, orientale, greca e assira.

Un’altra classe importante è costituita dai bronzetti figurati, a volte impreziositi da una lamina in oro che li riveste. Inizia nel Bronzo Medio e continua fino al Ferro. Per l’interpretazione non abbiamo dati stratigrafici e quindi ci basiamo su iconografia e stile. Sono divinità maschili e femminili, o antenati divinizzati. Nella tradizione siro-palestinese abbiamo due iconografie: divinità maschili (Smiting God, o Dio battente) con una mazza nella mano destra. Percuotono le nubi (Dio Adad e Baal). Si nota l’influenza egiziana per il corto gonnellino e la figura slanciata, ma la cintura e la tiara conica sono siriane. A volte sono seduti in trono.
Nel Ferro, in Fenicia troviamo spesso rappresentazioni femminili con veste lunga, corona egiziana e un braccio rivolto verso l’alto. Continua lo Smiting God maschile ma è più frequente in occidente. Un bronzetto è stato ritrovato in mare a Selinunte e datato all’VIII a.C. Le piccole sculture sono realizzate con il metodo della cera persa e misurano fra i 20 e i 40 centimetri. Un’altra iconografia occidentale è quella dei benedicenti, con le mani rivolte verso chi guarda. Alcuni hanno una corona con il disco solare fra le corna (Athor, la dea vacca). I personaggi maschili indossano una tiara conica (Alghero) e a volte sono incedenti, con una gamba avanzata, un iconografia di tradizione egizia. Ci sono anche bronzetti con le braccia distese lungo i fianchi o con un braccio ripiegato nel petto. Altre iconografie isolate mostrano la divinità che allatta (Tharros), la dea nuda con le mani sui seni e il suonatore di lira (Monte Sirai).
L’economia era dunque fiorente, con commerci di metalli, oggetti lavorati, gioielli e avori con un’irradiazione da oriente verso occidente, a partire da Cipro per poi proseguire nell’Egeo, Creta, Eubea. I levantini arrivavano nelle terre controllate dai capi locali e svolgevano i loro commerci senza entrare in conflitto con gli indigeni. Attraversarono tutto il Mediterraneo e arrivarono nell’Atlantico. Attraversare lo Stretto di Gibilterra non era semplice a causa dei venti e delle correnti marine, e spesso si attendeva sotto costa per mesi in attesa di condizioni favorevoli.
Un dato rilevante, relativo al Bronzo Medio, testimonia un riscaldamento globale che causa un processo di inaridimento e desertificazione, con le steppe dell’interno che avanzano verso il mare. La popolazione che si dedicava alle attività agraricole fu costretta a spostarsi verso il mare, sollevando la pressione demografica sulle città costiere e rendendo difficile sfamare tutti con le risorse esistenti. Aumentò l’esigenza di nuovi sbocchi e aumentarono considerevolmente le flotte delle Città Stato che si avventurano nel Mediterraneo per commerciare. Le cause dell’irradiazione fenicia sono insite nell’organizzazione economica dell’area, basata sulla produzione di manufatti di lusso, in cambio dei quali ricevevano derrate alimentari e materie prime. Inizialmente queste erano procurate dal Re Hiram in oriente, a Ophir e Cipro, e dai ricchi giacimenti minerari dell’area settentrionale, in Cilicia. La situazione si modifica con i cambiamenti politici del Primo Ferro, quando l’alleanza dei regni della Siria blocca il passaggio a nord. Le carovaniere sono bloccate anche a est dal consolidarsi del regno arameo di Damasco e a sud c’è Israele. Tiro e altre città Stato sono costrette a trovare risorse metalliche altrove e attraversano tutto il mediterraneo fino a giungere nell’area atlantica.

Immagini tratte da "Sulla rotta dei fenici" - Montalbano - Capone Editore - in pubblicazione.

sabato 6 aprile 2013

Fenici: artigianato di lusso

Fenici: Artigianato di lusso
di Pierluigi Montalbano


L’economia levantina si basava sul commercio, sull’intermediazione e sull’artigianato sfarzoso di metalli e avorio ricavato da zanne di elefante e denti d’ippopotamo, animali africani. L’avorio, lavorato anche in Siria, era ritenuto più pregiato dell’oro ed era impreziosito ulteriormente dalla lavorazione. Nelle aree vicine non vi erano dei Re in grado di acquisire questi manufatti, per cui la grande produzione di avori è concentrata in zone diverse da quelle di produzione. I principali luoghi di rinvenimento sono le grandi corti assire, in particolare Nimrud, dove i prodotti erano acquisiti come tributi. Anche Sammaria in Israele è luogo di rinvenimenti. Si tratta sempre di manufatti decontestualizzati, ritrovati lontani dai luoghi di produzione, pertanto il loro studio può essere fatto solo su base stilistica e iconografica. Le principali scuole artigianali sono tre: nord-siriana, ben attestata dal X all’VIII a.C., sud-siriana intermedia e fenicia, influenzata dalla tradizione egizia. Gli avori presentano spesso la faccia a vista rivestita in oro e il principale utilizzo riguarda due tipologie di manufatti: mobili cerimoniali (troni e letti) con placchette in avorio incastonate nella struttura lignea, e oggetti prestigiosi per la cura della persona (pissidi, manici di specchio, scatolette per il trucco). I manufatti di tradizione nord-siriana tendono all’esasperazione della plasticità e alla decorazione dettagliata: animali muscolosi, sfingi che guardano dritto verso l’osservatore, vesti degli uomini impreziosite da lamine in oro e pettorali con raffinate miniature calligrafiche.

Applicazioni auree e riempimenti degli spazi non hanno simmetrie. Il gusto volumetrico, realizzato con rilievi, e le muscolature in evidenza non appartengono alla scuola fenicia. Inoltre, nelle sfingi nord-siriane il volto mostra la parte anteriore, mentre in quelle di scuola fenicia orientale la vista è laterale. Gli avori fenici sono caratterizzati da una placchetta a bassorilievo con lavorazione a giorno, nata per decorare i mobili di pregio. I legni non si sono conservati ma sappiamo del loro utilizzo perché alla base e alla sommità delle placchette vi sono delle linguette per il fissaggio ai mobili. I temi di tradizione siriana sono orientali mentre quelli fenici sono ripresi da quella egiziana, eccetto alcuni di gusto siro-palestinese. Lo stile egizio si nota dall’allungamento e dall’eleganza delle figure rappresentate, i muscoli sono solo accennati e gli animali sono slanciati, al contrario delle figure siriane che sono tozze e muscolose. Le sfingi guardano davanti quasi a mostrare un distacco con l’osservatore. Anche la tecnica è diversa: gli avori siriani prediligono il rilievo sullo sfondo, quelli fenici preferiscono la lavorazione a giorno e l’eliminazione dello sfondo, che indebolisce la struttura e necessita di elementi decorativi (fiori di loto o altro) che la rinforzano. Un’altra tecnica degli artigiani fenici è il cloisonnè: si lasciano spazi vuoti fra i bordi a rilievo (alveoli) e all’interno si incastrano vetri policromi o pietre preziose. L’iconografia egizia negli avori si nota dalla presenza di vari elementi: la corona rossa dell’Alto Egitto e bianca del Basso Egitto, il klaft, il pettorale, il grembiule, i paesaggi nilotici con elementi vegetali, sfingi con corpo da leone e volto con attributi faraonici. Il grifone, invece, è ripreso dalla tradizione orientale ed è rappresentato in stile egiziano, allungato, elegante, con corpo da leone e testa da uccello predatore. Anche l’albero della vita, di tradizione medio-orientale, è trattato con un linguaggio elegante e slanciato ma a volte è rappresentato con iconografie egiziane (cartigli e corone) trattate con il cloisonnè.

La terza tradizione è quella sud-siriana, con Damasco che costituisce il centro di maggiore produzione. Situata ad est del Libano, è una città commerciale strategica, lungo la via di comunicazione fra oriente e occidente.
Gli avori sono frutto di tradizioni che s’incontrano: faraoni egizi contro grifoni siriani, animali possenti con lo sguardo distaccato, oppure sfingi con ali slanciate inquadrate con difficoltà all’interno del bordo del manufatto, a dimostrazione di una scarsa padronanza di quel tipo di prospettiva. In altri avori abbiamo decorazioni vegetali con palme sovrapposte, di tradizione cananeo-cipriota, associate a fiori di loto. In Libano i committenti non potevano permettersi botteghe per la produzione di questi manufatti e ordinavano avori d’importazione arricchiti con lo stile locale. In occidente manca la classe committente per cui i manufatti in avorio sono rari. Sono sostituiti da lavori in osso (Monte Sirai), meno raffinato ma più reperibile. Il livello stilistico è meno alto e la lavorazione più semplice.

Nelle immagini (tratte da "Sulla rotta dei fenici" - Montalbano - Capone Editore - in pubblicazione), dall'alto:
Placca avorio - X a.C. - Iraq
Ornamento letto - avorio - X a.C.
Pettorale oro e tecnica cloisonnè - Biblo - XVI a.C.

giovedì 4 aprile 2013

Conferenza a Sa Illetta: Karalis e l'isola del mito

Cagliari. Si svolgerà venerdì 12 Aprile, alle 17.00, la conferenza "Karalis e l'isola del mito", presso la sala Pietro Sabater, nello splendido scenario della fattoria Sa Illetta, lungo la S.S.195 al km 3.00, dove sarà proiettato un filmato dedicato alla millenaria storia della laguna cagliaritana.
A distanza di trent’anni dagli schiavi archeologici che misero in luce i resti della città giudicale di “Santa Igia”, l’associazione culturale sa illetta, presenta il documentario “Karalis e l'isola del mito" di Antonio Rojch.
Furono scavi fondamentali per l’archeologia antica e medievale che riportarono alla luce le tracce di un’antica città che grazie al suo porto, situato sulla laguna e che guardava l’isolotto di San Simone, tratteneva floridi scambi commerciali con le maggiori città del mediterraneo.
Il documentario, realizzato a cura dell’Associazone Sa Illetta, racconta l’affascinante storia della laguna di Santa Gilla, una storia di lunga durata dove Fenici e Cartaginesi commerciavano e portavano la loro cultura, romani e marsigliesi scambiavano vino e carni e abbellivano la città.
Il documentario sarà presentato in occasione di una tavola rotonda alla quale parteciperanno alcuni dei protagonisti degli scavi di Santa Igia come Barbara Fois e Nicola Porcu, assieme a noti studiosi della materia quali Rossana Martorelli e Olivetta Schena (Università di Cagliari), Marina Valdes (Soprintendenza archivistica per la Sardegna) e l’archeologa Manuela Solinas. Modera la discussione il direttore di Rai Sardegna Romano Cannas
Cliccare sulle immagini per ingrandirle.


Cliccando sull'immagine sotto inizierà l'anteprima di un video (circa 4 minuti) tratto dal documentario.






Ingresso libero.

mercoledì 3 aprile 2013

Tavole con caratteri di scrittura pelasgica

Tavole con caratteri di scrittura pelasgica
di Paola



I due dipinti ai lati dell’altare della Chiesa del Crocifisso di Bodio-Lomnago (VA) sono entrambi rappresentazioni allegoriche della fede cattolica sotto forma di figure femminili, all’interno di finte nicchie, identificabili per i loro specifici attributi. Quella alla destra dell’altare è raffigurata nella versione più classica, velata, mentre sorregge il calice dell’eucaristia con la mano destra e la croce con la sinistra. Quella alla sinistra dell’altare invece sorregge le tavole del Decalogo ma è mancante del libro (che rappresenterebbe il nuovo testamento) e del cero (rappresentante la luce della fede) come la si può trovare anche descritta nel dettaglio da Cesare Ripa nella sua famosa guida alle allegorie sacre e profane, “Iconologia”, del 1593. Queste tavole sorrette da quest’ultima figura allegorica hanno attirato la nostra attenzione per gli strani simboli dipinti sopra, non identificabili con scritture antiche come ebraico o aramaico. A questo punto la parrocchia ci ha gentilmente messo in contatto con Devana, laureata in bioeconomia, studiosa di archeologia e ricercatrice indipendente, che ha riconosciuto i suddetti caratteri come pre-scrittura pelasgica. A conferma di ciò ha presentato una foto delle tavole all’ex-assessore alla cultura Alfonso Carè del comune di Nardo di Pace (Vibo Valentia – Calabria) il quale ha contattato il Professor Domenico Raso (epigrafista, filologo e antropologo del territorio) che da oltre 30 anni si occupa di questa scrittura individuata su reperti (oggetti di epoca pre-ellenica comprendenti fra gli altri otto epigrafi su tavola) rinvenuti dall’Avv. Mario Tolone Azzariti nel 1972 a Girifalco (Catanzaro) dopo un’alluvione che aveva provocato forti smottamenti nei terreni limitrofi al centro abitato. Il Prof Domenico Raso non solo ha confermato la tesi della pre-scrittura pelasgica ma ha anche provveduto cortesemente a tradurla. Pelasgi sono dette le popolazioni greche che abitavano la penisola greca, mar Egeo e coste anatoliche prima delle invasioni elleniche del II millennio a.C.. I risultati degli scavi archeologici più recenti (Catalhoyuk – Turchia) portano a concludere che i Pelasgi sono migrati dall’Asia Minore nel bacino dell’Egeo nel IV millennio a.C. Erodoto e Tucidide, autori del V sec. a.C., nel ricomporre il quadro storico della Grecia del II millennio, eludono il termine “Achei” (tanto caro ad Omero che tale termine aveva usato ben 400 anni prima), e parlano quasi esclusivamente di Pelasgi. Anche Omero parla dei Pelasgi indicandoli nell’Illiade tra gli alleati di Troia. I Pelasgi, concordemente al parere di molti studiosi, ebbero un’articolata migrazione con la quale toccarono sequenzialmente il Peloponneso (1.641 a.C.), la Tessaglia (1.479 a.C.), l’Italia (1.350 a.C.) la Foce del Po e Spina (FE), la Regione degli Umbri, il territorio degli Aborigeni, e l’Agro Campano per giungere sulla costa Laziale sino al loro declino verso il 1.182 a.C.. La cultura pelasgica non presentava una scrittura vera e propria ma piuttosto una “prescrittura”. In altre parole i segni ritrovati non possono essere tradotti letteralmente ma vanno interpretati nel loro insieme al fine di coglierne il significato complessivo. Si tratta di pittogrammi e ideogrammi, ogni segno esprime un concetto, che vengono letti dal basso verso l’alto e da destra verso sinistra.
Di seguito traduzione delle tavole:
“Dalla regione del settentrione e dalla regione della terra della loro residenza abbiamo trasferito da nord-est e da nord-ovest i feretri dei sovrani della navigazione già morti delle tre terre d’oriente partendo dai cantieri navali delle tre terre dove risiedono le mandrie.
Dalle terre di navigazione punto di sosta delle mandrie dalle coste del mare del sud-est abbiamo portato i morti delle tre terre da sud-est in cammino e in navigazione da nord-est le bare protette dei sovrani inoltrandoci lungo la strada e dal mare di sud-est di navigazione arriva al punto di residenza dei morti in direzione della terra e del mare dove tramonta il sole li abbiamo situati nella zona di due mari partendo dalla regione dove fa giorno.”
Il ritrovamento di caratteri di pre-scrittura pelasgica su tavole dipinte prima nell’ottocento e poi restaurate nei primi anni del 1900 in una Chiesa del Nord Italia è sicuramente di singolare interesse alla luce del fatto che le scoperte archeologiche avvenute in Calabria sono storia molto recente e non si conoscono altri reperti di riferimento. Possiamo supporre che gli artisti ottocenteschi che dipinsero le allegorie della Fede nella Chiesa del Santo Crocifisso di Bodio-Lomnago riportarono pedissequamente dei segni forse anticamente rinvenuti in loco. Se la scritta, come ci viene spontaneo pensare, fa riferimento alle due sepolture di epoca Longobarda presenti sotto la pavimentazione della Chiesa (interessante è notare a questo punto che il Prof. Domenico Raso era completamente allo scuro dell’esistenza delle tombe) si potrebbe supporre ad una sua origine al massimo poco più tarda (attorno all’anno mille) e l’uso di questi caratteri per impedirne la decodificazione immediata contro il rischio di saccheggi o profanazioni. La scoperta resta comunque particolare e a suo modo affascinante. Il recupero delle antiche sepolture potrebbe fornire ulteriori chiarimenti e ci auguriamo che le autorità preposte si impegnino in tal senso in un prossimo futuro.

Fonte: http://passionarte.wordpress.com