Diretto da Pierluigi Montalbano

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martedì 1 gennaio 2013

Rapporti commerciali preistorici: scambio, merce, valore

Rapporti commerciali preistorici: scambio, merce, valore
di Pierluigi Montalbano




Lo scambio
E’ l'incontro tra genti che raccolgono frutti diversi o cacciano differenti animali a creare le condizioni per uno scambio occasionale. “Il baratto e il commercio si sviluppano in regioni a prodotti differenziati, in cui macchia e spiaggia, foresta e pianura, montagna e vallata si offrono vicendevolmente prodotti nuovi incoraggiando scambi reciproci”.
Il commercio è poco sviluppato quando le condizioni della zona sono cosi uniformi che non c'è ragione che un distretto scambi beni con un altro. L'origine dello scambio va ricercata, dunque, al di fuori dell'unità sociale primitiva. Predominano, in una fase primitiva, l'aiuto reciproco e la cooperazione del lavoro, che escludono lo scambio. Il servizio di ciascuno alla comunità è stabilito sulla base dell'uso: muta con l'età, il sesso e il grado di parentela. Ma è indipendente dalla ricerca di una controprestazione che costituisce, invece, la caratteristica essenziale dello scambio.

lunedì 31 dicembre 2012

Felice 2013



Felice 2013 a tutti i lettori, agli appassionati, ai docenti, agli studiosi, agli autori e a tutti gli altri che frequentano il quotidiano on line.
Abbiamo raggiunto le 415.000 visite, è un traguardo che stimola la redazione ad operare con rinnovato entusiamo.

domenica 30 dicembre 2012

Preistoria: La metallurgia antica. Estrazione, fusione e leghe. 2° e ultima parte

Metallurgia antica: estrazione, fusione e leghe. 2° e ultima parte
di Pierluigi Montalbano





Verso il 1500 a.C., cominciò la produzione di leghe a differente tenore di stagno, adatte in maniera specifica alla fabbricazione di armi.
L'introduzione dei metalli per gli utensili delle armi ha segnato l'alba di una nuova era, non tanto per dare un taglio affilato, poiché la selce può essere utilizzata in maniera analoga, ma per la durata e per la varietà della forma ottenibile. Inoltre un utensile di metallo, anche dopo rotto, poteva essere sagomato.
Il rame puro non è facilmente fusibile in una forma chiusa, data la sua tendenza ad assorbire i gas con conseguenti soffiature che generano dei difetti nei getti di fusione. Tenendo conto delle difficoltà della tecnica, non sorprende che i getti di fusione preistorici di forma complessa, fatti con rame non in lega, siano assai rari. Salvo per i piccoli oggetti primitivi quali lesine e spilli, i primi utensili che richiesero un volume considerevole di rame non in lega furono le asce. Le prime daghe di metallo sono piatte e triangolari, in seguito ci fu l'introduzione di una nervatura centrale per aumentare la rigidità laterale e ottenere una lama più sottile. La punta di freccia fu anche riprodotta in metallo, ma gli esemplari sono rari poiché era prezioso per oggetti che sovente andavano perduti.

sabato 29 dicembre 2012

Preistoria: La metallurgia antica. Estrazione, fusione e leghe Parte 1° di 2

Preistoria: La metallurgia antica. Estrazione, fusione e leghe Parte 1° di 2
di Pierluigi Montalbano



La scoperta dei metodi per l'estrazione dei metalli portò gradualmente alla fine della cultura neolitica. Per molti secoli, mentre utilizzavano la pietra, l'osso e il legno come materiali da utensili, gli uomini fecero uso di qualche metallo allo stato nativo (oro, argento, rame e ferro meteorico) per scopi decorativi e per la fabbricazione di piccoli oggetti quali spilli e ami da pesca.
Le ampie possibilità offerte dalla lavorazione dei metalli non erano ancora note. La metallurgia vera e propria iniziò solo quando si comprese che, con la fusione, il riscaldamento e la colata, si poteva impartire al metallo una forma nuova e controllata, al di là dello scopo delle vecchie tecniche di scheggiamento, spaccatura, taglio. Ciò avvenne verso la fine del IV millennio a.C.
Nel giro di un migliaio di anni dalla scoperta dei processi di estrazione, l'uomo era riuscito a padroneggiare la metallurgia e la tecnica della fusione. È probabile che in un primo tempo il metallo puro e la lega fossero usati indiscriminatamente e senza una chiara distinzione.

La trappola nuragica: un caso esemplare di archeologia sperimentale

La trappola nuragica: un caso esemplare di archeologia sperimentale
di Desi Satta.



(Avviso i lettori meno attenti che lo spirito di questo articolo è ironico…ma non troppo)

L’archeologia sperimentale è una disciplina affascinante, sebbene difficile, ostica, perché richiede doti non comuni di cultura archeologica ma anche un profondo bagaglio culturale interdisciplinare e la capacità di confrontarsi con ambiti esterni all’archeologia propriamente detta.
Nell’ambito dell’archeologia sperimentale orientata al periodo nuragico, con riferimento al Bronzo Medio (d’ora in poi BM), un problema particolarmente arduo riguarda l’orientazione delle torri nuragiche, che proprio in quel periodo furono edificate in gran copia determinando un cambiamento drastico, in senso antropico, del panorama Sardo.
Che esse siano astronomicamente orientate, è fuori di ogni ragionevole dubbio, come ha dimostrato il saggio di un illuminato archeoastronomo sardo, purtroppo vessato dalla spietata baronia accademica.
Si pone pertanto l’importante domanda: attraverso quali conoscenze e catene operative, i sardi del BM poterono ottenere questo eclatante risultato? Nelle brevi righe che seguono, esporrò la mia teoria in merito, corredandola dei risultati di un’attività di archeologia sperimentale durata un quindicennio.
Con questa dimostrerò, incontrovertibilmente, da una parte che il Prof. Rota ha interpretato correttamente l’orientazione a sud/sud-est delle torri, dall’altra proporrò una catena operativa, sperimentalmente verificata, al fine di prospettare una possibile spiegazione delle modalità attraverso le quali il popolo nuragico riuscì nello sforzo titanico di orientare tutte le torri in modo da far corrispondere l’ingresso con la direzione opposta al vento di maestrale.
Costruzione delle torri
Rispetto al problema dell’orientazione, quello della costruzione risulta banale. Come ho fatto più volte notare, la teoria del Caos insegna come una torre nuragica sia il risultato dell’ingestione improvvisa di un gallone di Cannonau buono da parte di ciascun componente delle piccole tribù del BM. Sbronzi come cosacchi, anziché vederci doppio, i nuragici, sotto l’influsso della gradevole bevanda, edificarono l’ottuplo, ricoprendo il suolo sardo con torri di cui non sapevano che fare, tant’è che fin da allora cominciarono a chiedersi a che cappero potessero servire. Il vino non migliorò le cose, come ancora oggi avviene, e dei poco illuminati autori, per il solo fatto di ingurgitare spropositate quantità di alcolici, continuano a menare il torrone con questa storia assurda della destinazione d’uso dei nuraghi.
Orientamento delle torri
I nuragici impiegarono secoli a capire quale costellazione si trovasse dalla parte opposta a quella da cui spira il maestrale. Furono anni e anni di studi, intensi e defatiganti, osservazioni puntigliose che portarono molti sull’orlo della depressione nervosa, finché la soluzione apparve nel cielo, fulgida come la costellazione del Sirbone. Se questa sorgeva dalla parte opposta a quella da cui spira il maestrale, verso di essa dovevano essere orientate le torri. A quel punto, individuata la direzione corretta, si pose l’annoso problema: come fare a ruotare le 8000 torri, così che l’ingresso guardasse il sorgere del Sirbone?
La Trappola Nuragica
Eccoci arrivati al dunque. Una volta costruite, le torri dovevano essere orientate facendola ruotare attorno all’asse e, per questo, ci volevano dei personaggi sufficientemente idioti da fare tutta quella faticaccia, per di più gratis e possibilmente senza vino, poiché al volgere del XII secolo a.C. la Peronospera, importata dagli Sherdanu a seguito della scoperta dell’America, faceva strage di viti e riduceva al lumicino le scorte di Cannonau. Che fare? Come spesso accade, l’onere ricadde sui più saggi, coloro che coltivavano le preziose viti e, nei momenti liberi, operavano a favore della comunità osservando le stelle e chiedendosi quale costellazione fosse la più adatta a fungere da faro per l’orientazione delle poderose strutture di pietra. Essi, da tempo immemore, erano raccolti nella setta che aveva la carota come animale totemico e, proprio per questo, ne portavano sempre una con sé. Poiché in tempi di carestia era invalsa l’abitudine di rubare le carote per aggiungerle alla minestra di lenticchie, gli adepti svilupparono una carota OGM particolarmente adatta a essere introdotta nel corpo, così che fosse più difficile da trafugare. Essa, a parte le ragguardevoli dimensioni, spuntava dal terreno con la rossa e invitante radice rivolta verso l’alto (per questo venne chiamata “Gayrota”) e rendeva particolarmente agevole strapparla direttamente con la parte del corpo preposta anche alla conservazione.
La consuetudine di tenere con sé le carote, rese gli adepti della setta particolarmente adatti a ruotare le torri. Essi, infatti, usavano i preziosi ortaggi, che sporgevano per circa una decina di centimetri (erano lunghi circa 25 cm in tutto) per ancorarsi tenacemente al terreno mentre con un complicato sistema di corde e carrucole, imbragavano le strutture di pietra e le facevano ruotare a forza di braccia fino a che l’ingresso non fosse orientato verso il sorgere del Sirbone.
Sfortunatamente, l’eruzione di Santorini oscurò il cielo e provocò un gigantesco Tsunami che, un millennio dopo, diede modo a Platone di raccontare la favola di Atlantide. A causa di questi sconvolgimenti le preziose Gayrote scomparvero. I Nuragici, consci che non sarebbero più riusciti a orientare le torri, smisero di edificarle, ed era ora, perché c’era ormai troppa gente che si domandava per quale accidente di motivo ce ne fossero così tante.
Nel periodo di transizione, verso al fine del XII secolo, la foia costruttiva era al termine e gli adepti scarseggiavano (come le gayrote, difficili da coltivare poiché sparivano immediatamente non appena facevano spuntare il nasino dalla terra).
I nuragici svilupparono allora la ben nota Trappola Nuragica, il cui ricordo è testimoniato da Senofonte nella sua Anabasi e da Esiodo, ripresa da Tucidide, Tacito, Apollodoro, Cirillo e Dante, senza dimenticare l’opera perduta di Ipazia, De Carota. Questa trappola, era diretta alla cattura degli adepti necessari alla rotazione delle torri.

Fonte: http://exxworks.wordpress.com/

Nell'immagine il Nuraghe Piscu di Suelli.

venerdì 28 dicembre 2012

Tomba monumentale preistorica scoperta a Suelli

Tomba monumentale preistorica scoperta a Suelli


Una scoperta nel sito archeologico di Pranu Siara, nel comune di Suelli si preannuncia di importanza notevole per la ricostruzione storico-antropologica della preistoria sarda.

Il sindaco di Suelli, Massimiliano Garau, appassionato di archeologia, ha annunciato la rilevante scoperta in un Convegno nella Casa museo del suo comune. Gli scavi del sito sono recenti, pur se tuttavia negli anni Settanta fu violata una tomba e trafugato il suo contenuto, e il sito cadde nel dimenticatoio. Fino ad un mese fa circa, quando Garau ha insistito per far riprendere gli scavi sotto la direzione scientifica della Soprintendenza archeologica di Cagliari e Oristano, guidata dalla dott.ssa Donatella Cocco e coadiuvata da un team di giovani impegnati nel Progetto Archeo Siara.

La tomba di Pranu Siara, ubicata su un altipiano poco al di fuori dal centro abitato di Suelli, presenta un'architettura unica nel suo genere nel panorama sardo. Oltre a numerosi frammenti del periodo campaniforme (2000 a.C.), utili ad un maggior approfondimento degli studi inerenti la tarda età del Rame, è stato rinvenuto un enorme quantitativo di ossa umane in perfetto stato di conservazione, probabilmente riconducibili a persone di notevole statura, con un'altezza media di 180 cm.

Il materiale ceramico di cultura Monte Claro e Bonnanaro, è risalente ad un arco temporale che copre il periodo dalla metà del III millennio a.C. agli inizi del II millennio a.C. (circa 2500-1900 a.C.), oltre a resti di monili e al rinvenimento di un esemplare di pugnale in rame o bronzo con fori per l'immanicatura e con i relativi ribattini ancora inseriti.

La monumentalità della tomba non ha al momento altri confronti nel resto dell'isola, poiché anche i riferimenti segnalati nel territorio di Barumini e Gesturi risultano sommari e scarsamente rilevanti. L'eccezionalità del sito di Pranu Siara è in particolare riferita al fatto che la tomba non risulta isolata ma fa parte di una estesa necropoli perfettamente allineata per qualche centinaio di metri e sormontato, in corrispondenza del salto di quota, da una sorta di cinta fortificata che sembra configurarsi a protezione del pianoro, secondo modelli insediativi di consimili documentati nell'area nord occidentale dell'isola, nelle zone di Olmedo e Castelsardo.

"Il sito svela potenzialità enormi sia sotto il profilo della ricerca archeologica in ambito preistorico sia per lo sviluppo dell'area di interesse dal punto di vista turistico e occupazionale", rivela con orgoglio e passione il sindaco di Suelli, che conferma il minuzioso lavoro del team che sta riportando alla luce tutti i reperti. L'idea di far diventare il sito di Pranu Siara un polo di attrazione per le giovani generazioni alletta Massimiliano Garau, che sogna in grande.

giovedì 27 dicembre 2012

Storia della tecnologia del bronzo:la coltivazione delle miniere

Storia della tecnologia del bronzo:la coltivazione delle miniere
di Pierluigi Montalbano



Come accade per tutti i risultati tecnici raggiunti dalla civiltà, nessuna classificazione per data ha un qualche valore scientifico; ciò che più conta, invece, è il riferimento agli stadi di cultura. Per quanto riguarda l'Europa settentrionale e occidentale, i procedimenti tecnici in uso nella età del Bronzo possono anche risultare analoghi a quelli che in Egitto e nel Vicino Oriente hanno già dietro di sé diversi secoli di storia scritta. Nella stessa Europa nord-occidentale l’età del Ferro è stata posteriore a quella del mondo greco e romano. La classificazione per stadi culturali coincide pressappoco con la disposizione geografica: l'evoluzione avanza verso Occidente e nella sua corsa tende a far sparire i precedenti lavori compiuti in opere di ristretto interesse locale, quali possono essere quelli relativi allo sfruttamento di un filone metallifero. In Grecia, l'estrazione dello zinco nel XX secolo d.C. ha distrutto buona parte degli antichi lavori compiuti nel VI secolo a.C. per lo sfruttamento delle miniere di argento; per fortuna, tale distruzione è avvenuta in epoca successiva alla descrizione che ne era stata fatta.
In epoca preistorica tutti i tipi di scavi erano fatti per avere noduli di selce adatti alla fabbricazione di utensili, quali testi di scuri, coltelli, punte di frecce o di lance e simili. I primi pozzi erano poco profondi e senza galleria. Erano scavati con picconi di osso, ricavati per la maggior parte dagli ossi lunghi di bue. I pozzi perforati dall'uomo del Neolitico giungono fino a 10 metri di profondità e sono dotati di gallerie che accompagnano il filone. Nella costruzione di pozzi e gallerie si utilizzavano svariati tipi di utensili: la selce è di qualità adatta alla fabbricazione di coltelli lunghi e raschietti, ma non a quella di scuri.
Il più antico metallo lavorato dall'uomo fu l'oro, seguito dal rame allo stato nativo e dallo stagno. Il metodo più antico per ottenere il metallo consisteva nel lavaggio dei depositi alluvionali. Il rame era usato tra i Sumeri della Mesopotamia meridionale fin dal 3500 a.C. Proveniva dall'Asia minore e dall'Armenia. Molto più tardi le stesse fonti rifornirono gli Assiri i cui commercianti acquistavano rame cattivo (nero) e rame buono (raffinato), il primo a metà prezzo del secondo. I lingotti avevano la forma di pelle di bue. Spesso il rame era compreso nel bottino di guerra delle campagne intraprese dagli Assiri nel territorio montano del Monte Ararat: per esempio, Sargon II elenca tra il bottino 126 tonnellate di rame grezzo e centinaia di daghe, punte di lancia e recipienti.
Gli egiziani conobbero questo metallo verso il 2600 a.C. Nel deserto orientale dell'Egitto sono state rinvenute alcune miniere di rame, ma il metallo proveniva per la maggior parte dal Sinai. La maggior parte dei pozzi di accesso in queste miniere è orizzontale e segue la vena cuprifera per circa 50 metri nella roccia. Le capanne dei minatori, i templi e i campi fortificati contrassegnano le località. I minatori usavano principalmente attrezzi di pietra e la fusione veniva effettuata sul posto.
Una magnifica descrizione dei metodi usati nello sfruttamento delle miniere dell’età del Bronzo è conservata nel 28° libro di Giobbe. Questo poema, che risale al 400 a.C. circa, descriveva le miniere di rame egizie del Sinai. A Cipro la coltivazione delle miniere di rame cominciò almeno dal 4000 a.C. e da lì si rifornì l'Egitto durante la XVIII dinastia (1580-1350 a.C.). Un notevole tributo fu inviato da Cipro a Thothmes III. Le miniere, che rifornivano anche Troia, Creta e la Grecia, erano anche famose ai tempi omerici e contenevano enormi cumuli di sterili e di scorie.
In Europa vi sono miniere di rame appartenenti all’età del Bronzo dislocate in Austria, Germania, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, Russia meridionale e, soprattutto, nel Tirolo dove le miniere di Mitteberg erano coltivate almeno dall’età del Bronzo. L'abbattimento col fuoco era usato per fendere le rocce dure, e per affrettare l'azione di rottura talvolta si versava acqua sulla superficie riscaldata.
Gli utensili erano perlopiù di bronzo fuso. I martelli di bronzo erano usati per sgretolare il minerale della miniera, che poi veniva separato mediante setacci di legno e trasportato in superficie in sacchi di pelle. Giunto in superficie veniva frantumato con piccole pietre-martello, senza però essere macinato. In seguito veniva lavato.
Nell’età del Ferro, i minerali di ferro erano così ampiamente distribuiti e frequenti in superficie che di rado era necessario estrarli dalle miniere, così la storia dello sviluppo del ferro riguarda principalmente la sua metallurgia. I greci e i romani fecero grandi progressi nella tecnica di coltivazione delle miniere, ma i primi metodi si conservarono a lungo e sopravvivono ancora fra le tribù primitive. Inoltre lo scopo delle migliorie tecniche è di ottenere i risultati desiderati con minore fatica.

Nell'immagine: panelle e manufatti in rame.

martedì 25 dicembre 2012

Archeoattack, come si diventa fisicomici simbolisti in 20 passi.

Archeoattack, facciamo i fisicomici simbolisti.
di Desi Satta

Innumerevole turba di lettori (*), eccomi di nuovo a voi!
Dite la verità: avevate nostalgia, vero? Non sapevate più come fare ed eravate preda di terribili crisi di astinenza, lo so, tuttavia non preoccupatevi, gli Archeo-Attack sono come la provvidenza: quando c’è bisogno di loro cadono dal cielo come la manna.
Avete finalmente demolito il nuraghe costruito nell’orto? La vostra ex-moglie ha raschiato il barile e non vi tormenta più come prima perché sa che siete dei poveri, miserabili barboni? I vostri amici si sono definitivamente stufati di fare gli spazzini (operatori ecologici), della decifrazione dei reperti nuragici e cominciano a sospettare che una lattina di Coca Cola non sia vecchia di tremilacinquecento anni?

E dov’è il problema? Eccomi a voi con un nuovo Archeo-Attack che risolverà buona parte dei vostri problemi esistenziali, se non quelli economici (però ci stiamo lavorando) e vi consentirà di raccattare ancora qualche bicchiere di liquido alcolico per distruggere ulteriormente la vostra già compromessa massa epatica.
Oggi v’insegno come si diventa FISICOMICI SIMBOLISTI, in 20 passi o, più in generale, STUDIOCOMICI SIMBOLISTI, categoria più ampia comprendente la prima.
Per cui, se siete pensionati, disoccupati cronici con poca voglia di lavorare, bamboccioni attaccati alla gonna della mammà e alla tastiera del PC, ex giornalisti frustrati, ex insegnanti dimenticati, protoprofessori universitari con poche chance di cassare il proto- per manifesta incapacità, questo è l’Archeoattack che fa per voi: seguitelo passo dopo passo e non ve ne pentirete!
E poi, vai a sapere dove possono condurre gli insondabili sentieri del caso, potreste addirittura diventare famosi e guadagnare un po’ di grana. In ogni caso, poiché avete un sacco di tempo e poco da fare, nella peggiore delle ipotesi vi sarete dedicati a un’attività piacevole e ricca di soddisfazioni.
Ah, senza bisogno di “aBBondante” colla vinilica.
1) Recatevi nella più vicina biblioteca pubblica (sì, lo so che non vi piace, accidenti, in biblioteca ci sono i libri, oggetti terribili che a voi provocano l’orticaria, però non sarà così faticoso come pensate, solo un paio d’ore, ve l’assicuro, quindi fidatevi e procedete, non avrete da pentirvene!)
2) Fatevi spiegare come funziona il catalogo elettronico (ho capito che non avete voglia di studiare, accidenti, ho capito! E allora chiedete al personale della biblioteca e fatevi trovare da loro i libri che parlano di simbolismo, simbologie, simboli e interpretazioni dei simboli)
3) Ottenuto l’elenco dei libri disponibili, fatevi indicare dove trovarli (potreste anche studiare la catalogazione Dewey, ma per gente come voi non è cosa, quindi siate orgogliosi di non sapere neppure cosa sia e andate avanti).
4) Scartate immediatamente i manuali privi di illustrazioni a colori e stampati su carta comune (potrebbero essere roba seria e per voi sono terribilmente pericolosi: sappiate che di orticaria si può anche morire; per maggiore precauzione portate con voi un mazzo di teste d’aglio ed agitatelo di fronte agli scaffali prima di toccare i libri).
5) Isolate i libri di grande formato costituiti quasi esclusivamente da fotografie e stampati su carta patinata. Con buona probabilità sono ciò che fa per voi. Se siete stati bravi e avete seguito le istruzioni (pur nel pericolo di essere circondati da… “libri”) potreste aver trovato qualcosa del genere (fig 1).(Natale Spineto – I SIMBOLI, nella storia dell’uomo – Jaka Book 2002): un elenco di pretesi simboli che spaziano dalla preistoria ai giorni nostri,
6) Indossate un paio di guanti di lattice (il libro reperito non dovrebbe essere pericoloso, neppure per voi, ma non si sa mai: prevenire è meglio che curare), pelate uno spicchio d’aglio e tenetelo in bocca mentre compulsate il libro (abbatterà i terribili miasmi della carta stampata, responsabili dell’orticaria).
7) Sfogliate il libro ed ammirate le figure. Non state a leggere il cumulo di scempiaggini contenute nel testo, sebbene siano evidenti assurdità, per voi sono comunque troppo.


8) Cercate di capire cosa vi attira di più: le figure geometriche? Carine vero? Tutti i puntolini rossi e neri disegnati sulle pareti delle caverne, i rettangoli, i cerchi, le linee. Vi sembrano aride? Allora gli animali, da quelli stilizzati della preistoria (ma mica poi tanto) alle pitture egiziane, o giapponesi, le stilizzazioni dell’Africa nera, del Sahara. No? Non vi attirano? Insomma che cappero volete? Siete ignoranti come scarpe e fate i pretenziosi? Scarpe? Vi piacciono le scarpe? I piedi? Vi piacciono i piedi! Bene!
9) Partite dall’antichità e cominciate a raccogliere gli esempi dell’espressione simbolica umana legata ai piedi. Prima di tutto quella più antica che si conosca oggi: Lucy, il famosissimo Australopitecus Afarensis di cui sono state trovate le tracce.(fig 2). Come mai Lucy ha lasciato un segno così evidente a memoria dei posteri? Ma è chiarissimo, no? Perché voleva ossequiare la Dea della Terra e, per farlo, posava le piante dei piedi sulla superficie di separazione tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti! È per questo che gli australopitechi scesero dagli alberi e cominciarono a camminare: per adorare la Dea! Se così non fosse stato, avrebbero continuato a mangiare banane seduti sui rami, al sicuro dai predatori, oppure avrebbero camminato sulle mani per ossequiare il dio del cielo, e noi avremmo trovato le impronte delle mani e non quelle dei piedi! Le impronte trovate a Laetoli da Mary Leakey, sono la prova provata della vostra teoria: il piede è stato (ed è) l’espressione simbolica umana più antica ed importante, ed è il simbolo della Dea Suprema della terra: GEA!
10) A questo punto la vostra teoria è delineata, però, poiché siete scienziati, altro che storie, ed anche eroici, perché stare dentro una pericolosissima biblioteca non è cosa da tutti, dovete raccogliere altre prove della vostra ardita teoria. Ricordatevi che le teorie si difendono a colpi di PROVE, mica bruscolini negli occhi, dunque procedete a sfogliare il libro.
11) Arrestatevi non appena trovate una figura che abbia a che fare con i piedi, ad esempio questa (fig 3). Come sarebbe: “Mi ricorda qualcos’altro?” Ma siamo matti? Questa è una statuina che rappresenta i due sacri alluci appesi all’albero della conoscenza, vecchia di almeno 25.000 anni e precorre la Bibbia. Dovete piantarla di obiettare anche di fronte alle più semplici interpretazioni simboliche, le più ovvie. Se andate avanti così non diventerete mai Studiocomici, e men che meno Fisicomici! Dovete seguire le istruzioni, che diamine, non far finta di usare i neuroni che neppure avete! Procediamo. (**)


12) Qualunque sia il libro che avete trovato, non potrete fare a mano di trovare le fotografie di alcune figurette riconducibili al paleolitico superiore, ad esempio questa (fig 4). Essa simboleggia la Dea. Visto che non ha i piedi? Come mai? Siete così stupidi? Ma perché non ha bisogno dei piedi visto che non deve adorare nessuno, è lei l’oggetto dell’adorazione, quindi l’ignoto sacerdote paleolitico ha scolpito la statuina per poi privarla dei piedi durante una cerimonia sacra, conferendole in questo modo la dignità riservata agli dei! E infatti…
13) …ecco una rappresentazione umana più o meno dello stesso periodo (cinquemila più cinquemila meno, non stiamo a sottilizzare): rappresenta un sacerdote con le corna (chissà che diamine combinava la moglie mentre lui portava a casa la pagnotta facendo il prete) intento ad adorare la dea della terra calpestando il terreno (fig 5). Visto che lui i piedi li ha? Altrimenti come avrebbe fatto ad adorare la dea?
14) Spostatevi al neolitico (poche pagine in avanti su, non esitate, abbiate coraggio: avete i guanti di lattice, accidenti!! Magari ciucciate un altro spicchio d’aglio, forza!): ecco un’altra statuina della Dea (fig 6). Neppure lei ha i piedi (ovviamente) perché è arcaica e il maschilismo neolitico ancora non aveva preso piede (da cosa credete che derivi “Prender Piede”? dal fatto che i neolitici maschi presero i piedi e li privarono della loro sacralità, cancellando il culto della Dea!).
15) Un salto al periodo egizio. Ormai la Dea che aveva regnato per tutto il paleolitico (inferiore e superiore) ed era arrivata alle soglie del neolitico, è definitivamente sparita. Tutte le raffigurazioni delle dee egizie comprendono i piedi. Eppure il culto della Dea (tramandato dalle sacerdotesse in incognito) persiste, e raffigurazioni segrete lo testimoniano,ad esempio questa (fig 7). Vedete il segno del sacro alluce sulla destra in basso? E quello del sacro mignolo al centro del simbolo circondato dal bianco che simboleggia il fecondo liquido amniotico della Dea Terra? Il piede persiste dunque ma in incognito! (Potrebbe essere un buon titolo se mai scriverete un libro: Il Piede Incognito – Alla ricerca del simbolo della Dea Terra lungo il cammino dell’uomo!).
16) L’adorazione della Dea viene sempre più avversata dai maschilisti e, nel periodo greco, ecco che addirittura si rappresentano i sandali, il simbolo evidente dell’iconoclastia Achea (fig 8). Il sandalo impedisce il contatto della pianta del piede con la terra, ed è evidente pertanto l’impossibilità dell’adorazione! Del resto è noto che le scarpe vennero inventate proprio per questo, per far cadere definitivamente nel dimenticatoio il culto della Dea terra impedendo le pratiche di devozione!
17) Il mondo romano, maschilista per eccellenza, reprime senza pietà il culto dei piedi, tanto da costringere al suicidio una delle sacerdotesse più famose, Cleopatra! Il contatto del piede con laterra viene talmente vietato, che si inventano i primi disinfettanti per i piedi. Ecco un mosaico del IV secolo che mostra tre sacerdoti intenti alla disinfezione dei piedi tramite il succo d’uva (fig 9). È noto che fu tale pratica a generare, quasi per caso, la produzione del vino.
18) Nel medioevo, la repressione e l’odio nei confronti della Dea fu così totale da sconfinare nel ridicolo. Ecco un Adepto del movimento iconoclasta anti-Dea che pur di non toccare terra con i piedi siede in bilico su un cavallo senza neppure l’uso delle staffe (fig 10).
19) Ci vorrà il cristianesimo per riabilitare i piedi: ecco infatti il battesimo di Gesù rappresentato a piedi nudi, addirittura sott’acqua, dunque in contatto ancora più intimo col mondo della Dea! (fig 11). Per ribadire il concetto, fu proprio il vangelo a parlare della lavanda dei piedi, rito di purificazione prima del sacro contatto col terreno!
20) Anche in India il culto della Dea riprese vigore (fig 12).


Ecco qua. In soli venti passi avete “svelato”, in modo assolutamente originale l’antica religione della Dea Madre basata sui piedi! Un culto presente ancora oggi ma del tutto segreto e nascosto, praticato dalle sacerdotesse e sconosciuto alle religioni ufficiali, e tutto con l’aiuto del vostro neurone che è riuscito a interpretare i simboli arcaici fin dalla comparsa dell’umanità, anzi ben prima, poiché avete dato senso alle impronte degli Australopitechi!
Non siete terribilmente orgogliosi di voi stessi? E poi: con quale dovizia di particolari, di prove incontrovertibili che nessuno potrà mai contestare! Chi mai sarà in grado di confutare che le scarpe furono inventate per contrastare la Dea? Che il vino scaturì da una pratica di purificazione anti-Dea?
Siete dei genii, poche storie, lanciati sulla strada della fama se solo saprete gestire il vostro immenso sapere, e tutto in un paio d’ore di pericolosa frequentazione di una biblioteca e lettura di un solo libro!
Adesso siete Studiocomici Simbolisti in pectore e, per esserlo veramente, dovrete solamente raccogliere in uno scritto (anche breve, per cominciare) le fregnacc… le profonde verità scoperte dai lunghi anni di studio (così dovrete dire, mi raccomando) per poi pubblicarlo in un blog compiacente, nel quale, possibilmente, non si accettano commenti contrari.
Se poi, per caso, possedete una strascicata laurea in fisica, allora siete sulla buona strada per divenire Fisicomici Simbolisti e, perché ciò accada, sarà sufficiente non aver paura delle figuracce con i colleghi, che si domanderanno se per caso, nel corso dell’ultimo raffreddore, non vi siate soffiati via l’unico malandato neurone che galleggiava come una particella di sodio nell’acqua minerale, all’interno del misterioso fluido contenuto nella vostra pregiatissima scatola cranica. Qualora non siate del tutto analfabeti, potreste anche decidere di raccogliere le vostre stronz… profonde riflessioni in un libro, nel qual caso cliccate qui per sapere come comportarvi.
E non dimenticate che se andate al bar con gli amici saranno loro a pagare il conto: voi sarete troppo occupati a erudirli sulla religione dei piedi: il vostro malandato fegato ne sarà entusiasta.


Non vi piacciono i piedi? Preferite i rettangoli? Gli icosaedri? Gli occhi? I nodi emorroidali (al mondo c’è di tutto, mai escludere le possibilità)?
E allora? Dove sarebbe il problema? Vi pare che non ci siano libri illustrati a sufficienza? Qualunque sia la vostra preferenza, ci sarà sempre un enorme spazio per propugnarla come una verità.
Basta non aver paura dell’enorme ridicolo che susciterete (soprattutto se volete diventare Fisicomici), senza contare coloro che vi diranno che voi con i piedi ci ragionate (il che costituirà un gran bel complimento).
Dunque avanti, gli impediti mentali vi attendono e vi tributeranno tutto il successo che meritate, commentando a lungo le vostre scempiaggini in area protetta.
(*) Tre! Però non lo sa nessuno e nel mondo virtuale della rete si possono spacciare le balle più enormi senza timore di essere smentiti. Dunque, prendendo esempio da sommi vati e scrittori avventizi, diciamo pure trentamila (o trecentomila, che mi piace anche di più).
(**) Tanto per dire che la realtà supera di gran lunga la fantasia, sappiate che nel libro citato questa foto è descritta come “Statuetta Femminile”!

Fonte: http://www.archeoattack.blogspot.it

lunedì 24 dicembre 2012

Buon Natale

Pierluigi Montalbano augura Buon Natale a tutti i 412.000 lettori del Quotidiano on line di Storia e Archeologia.

Bronzetti guerrieri - Civiltà Nuragica


Guerriero con spada e arco n° 11 (classificazione di Lilliu, 1966) e Guerriero con spada e scudo n° 12 (classificazione di Lilliu, 1966).
Ambedue le sculture provengono da Monti Arcosu, Uta, sono alte 24 cm e sono conservate al museo di Cagliari. I due bronzetti sono identici nello stile, nel vestiario, nel supporto strappato e in parte immerso nella piombatura, per il tipo di veste a doppia tunica con frange. Presentano la stessa grande spada fogliata a nervature e lo stesso sistema di difesa con goliera e gambiere. L’elmo a due corna brevi rivolte in avanti ha due creste che armonizzano l’insieme e lo rendono più resistente. Occhi a mandorla, naso triangolare, capelli ben visibili e orecchie pronunciate sembrano eseguiti dalla stessa mano, e questo suggerisce la presenza di una bottega artigianale nella quale i maestri acquisivano le competenze necessarie per svolgere questa artistica mansione.

Fra i due personaggi vi sono anche delle differenze. Anzitutto il primo è un arciere con brassard in cuoio nell’avambraccio sinistro. La difesa è assicurata da una grande piastra rettangolare al petto legata con due striscie che passano sopra le spalle e tengono nel dorso un astuccio conico per le punte di freccia o per il grasso dell’arco. Nelle strisce si trova anche la faretra per le frecce. Il secondo guerriero ha uno scudo rotondo e nella mano che tiene la spada si nota un guanto striato che protegge la pelle nuda. Lo scudo è in cuoio e rinforzato da tre lamine circolari, e presenta l’umbone centrale in bronzo che costituiva un’arma da offesa. Sul retro dello scudo è fissato verticalmente un pugnale ad elsa gammata. Il pettorale presenta striature che Lilliu classifica come “pelle di muflone”, riconducendo alla letteratura antica che descriveva i sardi protetti da un’armatura in cuoio peloso.

Le immagini scultura n° 11 (arciere con spada) e n° 12 (guerriero con spada e scudo), sono tratte da Lilliu, 1966, Sculture della Sardegna Nuragica.