lunedì 17 dicembre 2012
Significato e origine del nome Cagliari
Significato e origine del nome Cagliari
di Massimo Pittau
Il video è di Giancarlo Musante.
Cagliari (Cágliari; antica Karalis, Caralis, spesso plurale Carales) (capoluogo di provincia e capitale della Sardegna). La odierna denominazione locale del toponimo è Casteddu = «Castello», denominazione che in origine indicava il rione alto della città, la sua acropoli o roccaforte. Fino all'inizio del Novecento la città veniva chiamata anche Casteddu Mannu «Castello Grande» per distinguerlo da Casteddu Sardu «Castelsardo», che era il «Castello Piccolo».
È da respingersi con decisione la tesi corrente, secondo cui Cagliari sarebbe stata fondata dai Fenici; la testimonianza di Claudio Claudiano (I, 520), che la dice «fondata dai potenti Fenici di Tiro», non ha alcun valore perché è troppo tardiva (IV sec. d. C.). È assurdo infatti ritenere che, molto prima dei Fenici, i Nuragici non avessero messo occhio e provato interesse per questa località, caratterizzata come era da facili approdi, sia ad oriente che ad occidente, munita di un colle dirupato facilmente trasformabile in roccaforte, ricca di importanti saline e posta all'imboccatura di quella laguna di Santa Gilla, che non solo era molto pescosa, ma portava anche fino ad Assemini, nella direzione delle risorse agricole del Campidano e di quelle minerarie dell'Iglesiente. D'altra parte risulta accertato che nell'area di Cagliari lo stanziamento umano è molto più antico dell'arrivo dei Fenici in Sardegna, dato che risale al periodo eneolitico e forse a quello neolitico, come risulta dai ritrovamenti archeologici effettuati nel colle di Sant'Elia, a San Bartolomeo e a Monte Claro. Inoltre è quasi del tutto certo che il toponimo Karalis/Caralis - come aveva già sostenuto Max Leopold Wagner (LS 141) - è sardiano o protosardo, dato che trova riscontro nei toponimi Carále di Austis e Carallái di Sorradile. Esso poi è da confrontare coi toponimi antichi Káralis o Kárallis della Panfilia e Karalléia della Pisidia, in Asia Minore (Strabone, XII 568; PW; OPSE 102). Il quale accostamento interviene a confermare la tesi della venuta dei Sardi dall'Asia Minore (cfr. Ardali, Arzachena, Bargasola, Libisonis, Scandariu, Sindia, Siniscola, Tiana). Circa l’etimologia od origine del nostro toponimo a me sembra che siano possibili due spiegazioni differenti, anche se in parte convergenti.
I) Il toponimo Karalis/Caralis può essere collegato con un appellativo che ha l’aria di essere sardiano o protosardo sia per la sua forma fonetica, sia perché è attestato in due aree molto isolate e fortemente conservative dell’Isola, il Sarcidano (Isili) e il Sarrabus (Villaputzu): caraíli «macigno, roccia, rupe» (DitzLes). Ed è logico trarne questa conclusione: è probabile e verosimile che in origine Karalis significasse «la rocca» e la «la roccaforte», con riferimento alla collina rocciosa sulla quale insiste il suo odierno rione di Castello. D’altronde il riferimento a quell’elemento geo-fisico viene tuttora ripetuto e conservato nella odierna denominazione sarda della intera città: Casteddu.
II) Il toponimo Karalis/Caralis si potrebbe collegare con l’altro appellativo sardiano o protosardo cacarallái, crialléi, crièlle, chirièlle, ghirièlle «crisantemo selvatico» (margherita di colore giallo) (Chrysanthemum coronarium, segetum L.) e «macerone» (Smyrnium olusatrum L.) e pure con l’altro appellativo sardiano garuléu, galuréu, galiléu «polline dei fiori, polline depositato nel miele» (che è di colore "giallo oro"), entrambi da confrontare - non derivare – col fitonimo etrusco garouleou «crisantemo (selvatico)» (LELN 100; OPSE 102, 116, 143, 211-212; LISPR; DETR 93) e inoltre probabilmente col greco chlorós «giallo» (indeur., GEW, DELG).
Con quest'ultimo accostamento è molto probabile che trovi la sua esatta spiegazione il fatto che nell'Ottocento e nel Novecento viaggiatori forestieri definivano Cagliari "gialla", colore che veniva attribuito alla città perché la roccia della sua roccaforte "il Castello" - che in quei tempi era di certo assai più visibile di adesso - era per l'appunto "gialla". Si veda Alberto La Marmora, Itinerario dell'isola di Sardegna (Cagliari 1868) pag. 14: «color bianco giallastro della roccia calcarea»; pag. 25: «La pietra calcarea di quest'edifizio [la Torre dell'Elefante] è tirata dall'antica pietraja di Bonaria, pietra forte giallastra. Vedi Parte Terza, descrizione Geologica: cap. VII, pag. 257». Grazia Deledda nel 1899, nella rivista Natura ed Arte, num. 12, scriveva testualmente: «Cagliari è fatta di case giallastre» (G. Deledda, Versi e prose giovanili, a cura di A. Scano, Milano 1938, pag. 218). Ma anche in epoca più recente, cioè nel 1932, Elio Vittorini definiva Cagliari «È fredda e gialla. Fredda di pietra e d'un giallore calcareo africano». E infine lo studioso cagliaritano Francesco Alziator (L’elefante sulla torre, Cagliari 1979, pag. 217), avendo detto che «Per qualche secolo, Bonaria è stata la cava dalla quale venivano fuori le pietre per le case e la breccia per le strade», specifica dicendo «Bonaria era una collina nudarella di calcare (...) che a primavera ricopriva il suo squallore giallastro con una grande infiorata di gigli». In conclusione è molto probabile che in origine Karalis/Caralis significasse «(la Roccia o Rocca) Gialla».
C’è da osservare e precisare che le due possibili spiegazioni etimologiche di Karalis/Caralis in effetti convergono entrambe sul riferimento alla collina rocciosa del suo Castello e, per questo fatto, l’una conferma l’altra. Ciò implica e significa che in origine Karalis/Caralis poteva significare «Rocca» oppure «Rocca gialla».
La trasformazione dell'antico toponimo in quello attuale è di certo avvenuta attraverso le seguenti forme, tutte storicamente documentate: Caralis > Calaris > Callari > Cagliari. L'ultima forma del toponimo è effetto della pronunzia spagnola della penultima.
In epoca classica il toponimo ricorreva spesso nella forma del plurale: Karales, Carales: come capitava per altre città antiche, il plurale voleva indicare la grande estensione della città; ed è quanto aveva segnalato lo stesso Claudiano, quando aveva scritto: tenditur in longum Caralis «Cagliari si distende in lunghezza».
Risale già all'epoca romana la forma del suo etnico Caralitanus e Carallitanus (RNG 309), con una ambigua intensità della consonante liquida che trova riscontro anche nelle forme del toponimo Calari e Callari e perfino nella pronunzia di quella consonante nell'odierno dialetto campidanese.
Estratto perfezionato dall’opera di M. Pittau, I toponimi della Sardegna – Significato e origine, Sassari 2011, pagg. 794-5, EDES (Editrice Democratica Sarda). (Corrige LCS I cap. I).
Nell'immagine: una foto aerea di Cagliari del 1954
di Massimo Pittau
Il video è di Giancarlo Musante.
Cagliari (Cágliari; antica Karalis, Caralis, spesso plurale Carales) (capoluogo di provincia e capitale della Sardegna). La odierna denominazione locale del toponimo è Casteddu = «Castello», denominazione che in origine indicava il rione alto della città, la sua acropoli o roccaforte. Fino all'inizio del Novecento la città veniva chiamata anche Casteddu Mannu «Castello Grande» per distinguerlo da Casteddu Sardu «Castelsardo», che era il «Castello Piccolo».
È da respingersi con decisione la tesi corrente, secondo cui Cagliari sarebbe stata fondata dai Fenici; la testimonianza di Claudio Claudiano (I, 520), che la dice «fondata dai potenti Fenici di Tiro», non ha alcun valore perché è troppo tardiva (IV sec. d. C.). È assurdo infatti ritenere che, molto prima dei Fenici, i Nuragici non avessero messo occhio e provato interesse per questa località, caratterizzata come era da facili approdi, sia ad oriente che ad occidente, munita di un colle dirupato facilmente trasformabile in roccaforte, ricca di importanti saline e posta all'imboccatura di quella laguna di Santa Gilla, che non solo era molto pescosa, ma portava anche fino ad Assemini, nella direzione delle risorse agricole del Campidano e di quelle minerarie dell'Iglesiente. D'altra parte risulta accertato che nell'area di Cagliari lo stanziamento umano è molto più antico dell'arrivo dei Fenici in Sardegna, dato che risale al periodo eneolitico e forse a quello neolitico, come risulta dai ritrovamenti archeologici effettuati nel colle di Sant'Elia, a San Bartolomeo e a Monte Claro. Inoltre è quasi del tutto certo che il toponimo Karalis/Caralis - come aveva già sostenuto Max Leopold Wagner (LS 141) - è sardiano o protosardo, dato che trova riscontro nei toponimi Carále di Austis e Carallái di Sorradile. Esso poi è da confrontare coi toponimi antichi Káralis o Kárallis della Panfilia e Karalléia della Pisidia, in Asia Minore (Strabone, XII 568; PW; OPSE 102). Il quale accostamento interviene a confermare la tesi della venuta dei Sardi dall'Asia Minore (cfr. Ardali, Arzachena, Bargasola, Libisonis, Scandariu, Sindia, Siniscola, Tiana). Circa l’etimologia od origine del nostro toponimo a me sembra che siano possibili due spiegazioni differenti, anche se in parte convergenti.
I) Il toponimo Karalis/Caralis può essere collegato con un appellativo che ha l’aria di essere sardiano o protosardo sia per la sua forma fonetica, sia perché è attestato in due aree molto isolate e fortemente conservative dell’Isola, il Sarcidano (Isili) e il Sarrabus (Villaputzu): caraíli «macigno, roccia, rupe» (DitzLes). Ed è logico trarne questa conclusione: è probabile e verosimile che in origine Karalis significasse «la rocca» e la «la roccaforte», con riferimento alla collina rocciosa sulla quale insiste il suo odierno rione di Castello. D’altronde il riferimento a quell’elemento geo-fisico viene tuttora ripetuto e conservato nella odierna denominazione sarda della intera città: Casteddu.
II) Il toponimo Karalis/Caralis si potrebbe collegare con l’altro appellativo sardiano o protosardo cacarallái, crialléi, crièlle, chirièlle, ghirièlle «crisantemo selvatico» (margherita di colore giallo) (Chrysanthemum coronarium, segetum L.) e «macerone» (Smyrnium olusatrum L.) e pure con l’altro appellativo sardiano garuléu, galuréu, galiléu «polline dei fiori, polline depositato nel miele» (che è di colore "giallo oro"), entrambi da confrontare - non derivare – col fitonimo etrusco garouleou «crisantemo (selvatico)» (LELN 100; OPSE 102, 116, 143, 211-212; LISPR; DETR 93) e inoltre probabilmente col greco chlorós «giallo» (indeur., GEW, DELG).
Con quest'ultimo accostamento è molto probabile che trovi la sua esatta spiegazione il fatto che nell'Ottocento e nel Novecento viaggiatori forestieri definivano Cagliari "gialla", colore che veniva attribuito alla città perché la roccia della sua roccaforte "il Castello" - che in quei tempi era di certo assai più visibile di adesso - era per l'appunto "gialla". Si veda Alberto La Marmora, Itinerario dell'isola di Sardegna (Cagliari 1868) pag. 14: «color bianco giallastro della roccia calcarea»; pag. 25: «La pietra calcarea di quest'edifizio [la Torre dell'Elefante] è tirata dall'antica pietraja di Bonaria, pietra forte giallastra. Vedi Parte Terza, descrizione Geologica: cap. VII, pag. 257». Grazia Deledda nel 1899, nella rivista Natura ed Arte, num. 12, scriveva testualmente: «Cagliari è fatta di case giallastre» (G. Deledda, Versi e prose giovanili, a cura di A. Scano, Milano 1938, pag. 218). Ma anche in epoca più recente, cioè nel 1932, Elio Vittorini definiva Cagliari «È fredda e gialla. Fredda di pietra e d'un giallore calcareo africano». E infine lo studioso cagliaritano Francesco Alziator (L’elefante sulla torre, Cagliari 1979, pag. 217), avendo detto che «Per qualche secolo, Bonaria è stata la cava dalla quale venivano fuori le pietre per le case e la breccia per le strade», specifica dicendo «Bonaria era una collina nudarella di calcare (...) che a primavera ricopriva il suo squallore giallastro con una grande infiorata di gigli». In conclusione è molto probabile che in origine Karalis/Caralis significasse «(la Roccia o Rocca) Gialla».
C’è da osservare e precisare che le due possibili spiegazioni etimologiche di Karalis/Caralis in effetti convergono entrambe sul riferimento alla collina rocciosa del suo Castello e, per questo fatto, l’una conferma l’altra. Ciò implica e significa che in origine Karalis/Caralis poteva significare «Rocca» oppure «Rocca gialla».
La trasformazione dell'antico toponimo in quello attuale è di certo avvenuta attraverso le seguenti forme, tutte storicamente documentate: Caralis > Calaris > Callari > Cagliari. L'ultima forma del toponimo è effetto della pronunzia spagnola della penultima.
In epoca classica il toponimo ricorreva spesso nella forma del plurale: Karales, Carales: come capitava per altre città antiche, il plurale voleva indicare la grande estensione della città; ed è quanto aveva segnalato lo stesso Claudiano, quando aveva scritto: tenditur in longum Caralis «Cagliari si distende in lunghezza».
Risale già all'epoca romana la forma del suo etnico Caralitanus e Carallitanus (RNG 309), con una ambigua intensità della consonante liquida che trova riscontro anche nelle forme del toponimo Calari e Callari e perfino nella pronunzia di quella consonante nell'odierno dialetto campidanese.
Estratto perfezionato dall’opera di M. Pittau, I toponimi della Sardegna – Significato e origine, Sassari 2011, pagg. 794-5, EDES (Editrice Democratica Sarda). (Corrige LCS I cap. I).
Nell'immagine: una foto aerea di Cagliari del 1954
domenica 16 dicembre 2012
Alle radici dell'albero cosmico: l’albero come asse del mondo nella mitologia europea
Alle radici dell'albero cosmico: l’albero come asse del mondo nella mitologia europea
di Greta Fogliani
Uno degli elementi più presenti nei miti e nel folklore delle popolazioni antiche è l’albero. Questo elemento naturale assume una grande varietà di funzioni, ma una più di tutte le altre rende evidente l’importanza che l’albero ha sempre rivestito nell’antichità: quella di centro e asse dell’universo.
Di per sé, l’albero non è propriamente un motivo cosmologico, perché è innanzi tutto un elemento naturale che, per i suoi attributi, ha assunto una funzione simbolica. L’albero, in quanto tale, si rigenera sempre con il passare delle stagioni: perde le foglie, secca, sembra morire, ma poi ogni volta rinasce e recupera il suo splendore. Per queste sue caratteristiche, esso diventa non solo un elemento sacro, ma addirittura un microcosmo, perché nel suo processo di evoluzione rappresenta e ripete la creazione dell’universo. Inoltre, proprio per la sua estensione sia verso il basso sia verso l’alto, questo elemento ha finito inevitabilmente per assumere una valenza cosmologica, andando a costituire il perno dell’universo che attraversa cielo, terra e oltretomba e che funge da collegamento tra le zone cosmiche.
Per questo, sono molte le popolazioni che nella propria cosmologia concepiscono l’esistenza di un albero sacro come asse del mondo. Tale concezione è comune anche nella religione e nella mitologia delle popolazioni antiche europee.
Un primo esempio lampante ci viene dalla Bibbia, dove si parla dell’albero della conoscenza del bene e del male posto al centro dell’Eden. È importante sottolineare che l’albero, in questo caso e negli altri che verranno esposti, si fa portatore anche della simbologia del centro, il luogo sacro per eccellenza, poiché è l’inizio e la fine di tutte le cose e sede dell’ordine cosmico. È proprio il centro il luogo di intersezione delle tre sfere cosmiche (cielo, terra e oltretomba), dove è possibile passare da una regione all’altra dell’universo. Perciò, solo pochi eletti riescono ad accedere a questo punto particolare, e non senza aver superato molte prove e difficoltà. Uno degli ostacoli può essere rappresentato proprio dal custode dell’albero, che nella Genesi è il serpente tentatore di Adamo ed Eva. L’albero della conoscenza giocherà un ruolo centrale anche nelle vicende che riguardano la morte del Cristo: esiste, infatti, una leggenda cristiana che vuole che il legno della croce di Gesù coincida con quello dell’albero edenico. E, guarda caso, questa stessa leggenda fa corrispondere il punto della crocifissione del Cristo con il centro del mondo, dov’era stato creato e sepolto Adamo. Dunque la croce di Cristo, instaurando una continuità con l’albero della Genesi, si configura per i cristiani come sostegno dell’universo, incorporando così il motivo dell’albero come asse del mondo che collega il cielo, la terra e l’aldilà.
Sempre rimanendo in ambito europeo, ci sono molti altri esempi di culture che, pur non essendo cristiane, presentano il concetto di albero cosmico nel proprio folklore. Nell’area celtica troviamo due specie arboree che svolgono questo ruolo: la quercia e il frassino. In Gallia, la quercia è considerata la regina della foresta, perfetta, forte dei suoi imponenti rami e salda nelle sue ancor più grandi radici. Per questo, essa simboleggia la salda protezione e la forza primordiale, nonché l’abilità di sopravvivere. Tali attributi associati alla quercia non derivano però dalle sue caratteristiche naturali, ma da Giove, divinità a cui quest’albero è strettamente legato. La quercia, infatti, si presta bene a rappresentare la maestosità e la forza del dio romano supremo, il cui culto era diffuso anche tra i Celti gallici. Anche il frassino, chiamato Necht, rappresenta il motivo dell’albero cosmico, poiché possiede radici che penetrano molto in profondità nel terreno e rami spessi e forti. Per questa sua immagine di molteplicità e robustezza, nella mitologia celtica e norvegese il frassino è ritenuto lo specchio del mondo e dell’universo, poiché in quanto asse del mondo la sua estensione abbraccia gli inferi, la terra e il cielo. Esso è dunque un microcosmo, poiché riproduce in scala ridotta la struttura di tutto l’universo.
Parlando del frassino, non si può non menzionare Yggdrasill, l’albero cosmico che sostiene tutti e nove i mondi dell’universo germanico, che veicola una complessa simbologia. Yggdrasill ha tre radici, ma sulla loro collocazione vi sono tradizioni discordanti. Secondo il poema norreno Grímnismál, contenuto nell’Edda poetica, la prima radice finisce nel regno di Hel, l’oltretomba, la seconda a Jötunheimr, dove dimorano i giganti della brina, e la terza a Midgardr, il mondo degli umani. Il Gylfaginning dell’Edda in prosa, invece, afferma che la prima radice va a Niflheimr, la regione infera dove si trova la sorgente Hvergelmir, la seconda a Jötunheimr (come dice anche il Grímnismál) e la terza ad Asgardr, presso la dimora celeste degli dèi Asi. In ogni caso, le tre radici non indicano tre zone terrestri, ma tre differenti modi di essere che si esplicano nei regni cosmici degli inferi, della terra e del cielo. Un’altra particolarità di Yggdrasill è la presenza minacciosa di un’abbondante fauna: lo scoiattolo Ratatoskr sale e scende lungo il tronco, sui rami sta appollaiata un’aquila che con il suo battito d’ali origina i venti, cinque cervi e una capra brucano le sue chiome e otto rettili, simili a draghi, rodono le sue radici. Tra questi, gli animali più rilevanti sembrano l’aquila e il più terribile dei rettili, Nidhöggr, che si scambiano vicendevolmente degli insulti attraverso lo scoiattolo Ratatoskr, che funge da messaggero. È proprio per mezzo di questo roditore che si sviluppa il conflitto tra cielo e terra, simboleggiato dagli screzi tra l’aquila e il rettile. Tutti questi animali mostrano la fragilità di quest’albero, che non è immune alla progressiva erosione della fauna e soprattutto del tempo. Quando Yggdrasill verrà abbattuto, il mondo attuale avrà fine, tutto ciò che esiste verrà distrutto per stabilire un nuovo equilibrio e un nuovo universo.
Se tra i Germani e i Celti è il frassino l’albero più importante, tra le popolazioni slave sono il larice e la betulla a fungere da assi del mondo. Queste due specie arboree riprendono il motivo di matrice uralo-altaica dell’albero cosmico che, crescendo al centro dell’universo, congiunge i tre livelli del mondo con le sue radici che scendono nelle viscere della terra e i suoi rami che toccano le nuvole. L'immagine appartiene a una comune concezione sciamanica presente dalle zone orientali d’Europa, che si estendono fino alla Siberia. L'albero cosmico non è solo l'asse che unisce cielo, terra e inferi, ma anche il tramite attraverso il quale lo sciamano è in grado di uscire dal nostro mondo per salire o scendere attraverso i molteplici livelli dell'essere. Per le popolazioni siberiane, il larice è l’albero cosmico lungo il quale scendono il sole e la luna sotto forma di uccelli d’oro e d’argento. Tale ruolo, però, come si è detto prima, può essere rivestito anche dalla betulla, che viene incisa con sette, nove o dodici tacche che rappresentano i livelli celesti. Questa può essere anche connessa talvolta al sole e alla luna; in questo caso assume la duplice funzione di padre e madre, maschile e femminile e anche quella di strumento della discesa dell’influsso celeste.
La fonte della concezione slava dell’albero cosmico molto probabilmente deriva dalle popolazioni ugro-finniche, che in passato si sono insediate nella Scandinavia e in Russia. Nella mitologia di queste popolazioni, però, l’albero cosmico non è né un larice né una betulla, ma una quercia, che compare nel Kalevala, un poema epico finlandese composto da Elias Lönnrot a metà del XIX secolo. Nel secondo runo, in particolare, si parla di una quercia gigante che si estende in tutto il mondo, fino a coprire la luce del sole. Proprio per questo motivo, il saggio Väinämöinen ordina a un piccolo omino di rame venuto dal mare di abbattere la quercia, affinché il sole possa ancora scaldare la terra. L’abbattimento della quercia simboleggia la rottura dell'asse terrestre, la quale va probabilmente collegata con il fenomeno della precessione degli equinozi, quando il mondo passa da un’era alla successiva e un nuovo signore del tempo dovrà cedere il posto al vecchio.
Com’è possibile notare, in Europa l’albero cosmico è un motivo che ricorre in culture anche molto diverse tra loro. Del resto, la relazione di questo elemento naturale con il trascendente non poteva essere trascurata; l’albero rappresenta la fertilità, l’abbondanza e il ciclo della natura che si rinnova miracolosamente ogni anno. Ecco perché una semplice pianta riesce a contenere l’infinità dell’universo.
BIBLIOGRAFIA
-BROSSE, Jacques, Storie e leggende degli alberi, Edizioni Studio Tesi, Pordenone, 1989;
-CHEVALIER, Jean, GHEERBRANT, Alain, Dizionario dei simboli: miti, sogni, costumi, gesti, forme, figure, colori, numeri, Rizzoli, Milano, 1986;
-ELIADE, Mircea, Immagini e simboli: saggi sul simbolismo magico-religioso, Jaca Book, Milano, 1981;
-ELIADE, Mircea, Trattato di storia delle religioni, Bollati Boringhieri, Torino, 2008;
-GREEN, Miranda Jane, Dizionario di mitologia celtica, Bompiani, Milano, 2003;
-GUÉNON, René, Simboli della scienza sacra, Adelphi, Milano, 1990;
-LECOUTEUX, Claude, Dizionario di mitologia germanica, Argo, Lecce, 2007;
-WARNER, Elizabeth, Dèi, eroi e mostri della mitologia russa, Mondadori, Milano, 1985.
Immagini di Wikipedia
di Greta Fogliani
Uno degli elementi più presenti nei miti e nel folklore delle popolazioni antiche è l’albero. Questo elemento naturale assume una grande varietà di funzioni, ma una più di tutte le altre rende evidente l’importanza che l’albero ha sempre rivestito nell’antichità: quella di centro e asse dell’universo.
Di per sé, l’albero non è propriamente un motivo cosmologico, perché è innanzi tutto un elemento naturale che, per i suoi attributi, ha assunto una funzione simbolica. L’albero, in quanto tale, si rigenera sempre con il passare delle stagioni: perde le foglie, secca, sembra morire, ma poi ogni volta rinasce e recupera il suo splendore. Per queste sue caratteristiche, esso diventa non solo un elemento sacro, ma addirittura un microcosmo, perché nel suo processo di evoluzione rappresenta e ripete la creazione dell’universo. Inoltre, proprio per la sua estensione sia verso il basso sia verso l’alto, questo elemento ha finito inevitabilmente per assumere una valenza cosmologica, andando a costituire il perno dell’universo che attraversa cielo, terra e oltretomba e che funge da collegamento tra le zone cosmiche.
Per questo, sono molte le popolazioni che nella propria cosmologia concepiscono l’esistenza di un albero sacro come asse del mondo. Tale concezione è comune anche nella religione e nella mitologia delle popolazioni antiche europee.
Un primo esempio lampante ci viene dalla Bibbia, dove si parla dell’albero della conoscenza del bene e del male posto al centro dell’Eden. È importante sottolineare che l’albero, in questo caso e negli altri che verranno esposti, si fa portatore anche della simbologia del centro, il luogo sacro per eccellenza, poiché è l’inizio e la fine di tutte le cose e sede dell’ordine cosmico. È proprio il centro il luogo di intersezione delle tre sfere cosmiche (cielo, terra e oltretomba), dove è possibile passare da una regione all’altra dell’universo. Perciò, solo pochi eletti riescono ad accedere a questo punto particolare, e non senza aver superato molte prove e difficoltà. Uno degli ostacoli può essere rappresentato proprio dal custode dell’albero, che nella Genesi è il serpente tentatore di Adamo ed Eva. L’albero della conoscenza giocherà un ruolo centrale anche nelle vicende che riguardano la morte del Cristo: esiste, infatti, una leggenda cristiana che vuole che il legno della croce di Gesù coincida con quello dell’albero edenico. E, guarda caso, questa stessa leggenda fa corrispondere il punto della crocifissione del Cristo con il centro del mondo, dov’era stato creato e sepolto Adamo. Dunque la croce di Cristo, instaurando una continuità con l’albero della Genesi, si configura per i cristiani come sostegno dell’universo, incorporando così il motivo dell’albero come asse del mondo che collega il cielo, la terra e l’aldilà.
Sempre rimanendo in ambito europeo, ci sono molti altri esempi di culture che, pur non essendo cristiane, presentano il concetto di albero cosmico nel proprio folklore. Nell’area celtica troviamo due specie arboree che svolgono questo ruolo: la quercia e il frassino. In Gallia, la quercia è considerata la regina della foresta, perfetta, forte dei suoi imponenti rami e salda nelle sue ancor più grandi radici. Per questo, essa simboleggia la salda protezione e la forza primordiale, nonché l’abilità di sopravvivere. Tali attributi associati alla quercia non derivano però dalle sue caratteristiche naturali, ma da Giove, divinità a cui quest’albero è strettamente legato. La quercia, infatti, si presta bene a rappresentare la maestosità e la forza del dio romano supremo, il cui culto era diffuso anche tra i Celti gallici. Anche il frassino, chiamato Necht, rappresenta il motivo dell’albero cosmico, poiché possiede radici che penetrano molto in profondità nel terreno e rami spessi e forti. Per questa sua immagine di molteplicità e robustezza, nella mitologia celtica e norvegese il frassino è ritenuto lo specchio del mondo e dell’universo, poiché in quanto asse del mondo la sua estensione abbraccia gli inferi, la terra e il cielo. Esso è dunque un microcosmo, poiché riproduce in scala ridotta la struttura di tutto l’universo.
Parlando del frassino, non si può non menzionare Yggdrasill, l’albero cosmico che sostiene tutti e nove i mondi dell’universo germanico, che veicola una complessa simbologia. Yggdrasill ha tre radici, ma sulla loro collocazione vi sono tradizioni discordanti. Secondo il poema norreno Grímnismál, contenuto nell’Edda poetica, la prima radice finisce nel regno di Hel, l’oltretomba, la seconda a Jötunheimr, dove dimorano i giganti della brina, e la terza a Midgardr, il mondo degli umani. Il Gylfaginning dell’Edda in prosa, invece, afferma che la prima radice va a Niflheimr, la regione infera dove si trova la sorgente Hvergelmir, la seconda a Jötunheimr (come dice anche il Grímnismál) e la terza ad Asgardr, presso la dimora celeste degli dèi Asi. In ogni caso, le tre radici non indicano tre zone terrestri, ma tre differenti modi di essere che si esplicano nei regni cosmici degli inferi, della terra e del cielo. Un’altra particolarità di Yggdrasill è la presenza minacciosa di un’abbondante fauna: lo scoiattolo Ratatoskr sale e scende lungo il tronco, sui rami sta appollaiata un’aquila che con il suo battito d’ali origina i venti, cinque cervi e una capra brucano le sue chiome e otto rettili, simili a draghi, rodono le sue radici. Tra questi, gli animali più rilevanti sembrano l’aquila e il più terribile dei rettili, Nidhöggr, che si scambiano vicendevolmente degli insulti attraverso lo scoiattolo Ratatoskr, che funge da messaggero. È proprio per mezzo di questo roditore che si sviluppa il conflitto tra cielo e terra, simboleggiato dagli screzi tra l’aquila e il rettile. Tutti questi animali mostrano la fragilità di quest’albero, che non è immune alla progressiva erosione della fauna e soprattutto del tempo. Quando Yggdrasill verrà abbattuto, il mondo attuale avrà fine, tutto ciò che esiste verrà distrutto per stabilire un nuovo equilibrio e un nuovo universo.
Se tra i Germani e i Celti è il frassino l’albero più importante, tra le popolazioni slave sono il larice e la betulla a fungere da assi del mondo. Queste due specie arboree riprendono il motivo di matrice uralo-altaica dell’albero cosmico che, crescendo al centro dell’universo, congiunge i tre livelli del mondo con le sue radici che scendono nelle viscere della terra e i suoi rami che toccano le nuvole. L'immagine appartiene a una comune concezione sciamanica presente dalle zone orientali d’Europa, che si estendono fino alla Siberia. L'albero cosmico non è solo l'asse che unisce cielo, terra e inferi, ma anche il tramite attraverso il quale lo sciamano è in grado di uscire dal nostro mondo per salire o scendere attraverso i molteplici livelli dell'essere. Per le popolazioni siberiane, il larice è l’albero cosmico lungo il quale scendono il sole e la luna sotto forma di uccelli d’oro e d’argento. Tale ruolo, però, come si è detto prima, può essere rivestito anche dalla betulla, che viene incisa con sette, nove o dodici tacche che rappresentano i livelli celesti. Questa può essere anche connessa talvolta al sole e alla luna; in questo caso assume la duplice funzione di padre e madre, maschile e femminile e anche quella di strumento della discesa dell’influsso celeste.
La fonte della concezione slava dell’albero cosmico molto probabilmente deriva dalle popolazioni ugro-finniche, che in passato si sono insediate nella Scandinavia e in Russia. Nella mitologia di queste popolazioni, però, l’albero cosmico non è né un larice né una betulla, ma una quercia, che compare nel Kalevala, un poema epico finlandese composto da Elias Lönnrot a metà del XIX secolo. Nel secondo runo, in particolare, si parla di una quercia gigante che si estende in tutto il mondo, fino a coprire la luce del sole. Proprio per questo motivo, il saggio Väinämöinen ordina a un piccolo omino di rame venuto dal mare di abbattere la quercia, affinché il sole possa ancora scaldare la terra. L’abbattimento della quercia simboleggia la rottura dell'asse terrestre, la quale va probabilmente collegata con il fenomeno della precessione degli equinozi, quando il mondo passa da un’era alla successiva e un nuovo signore del tempo dovrà cedere il posto al vecchio.
Com’è possibile notare, in Europa l’albero cosmico è un motivo che ricorre in culture anche molto diverse tra loro. Del resto, la relazione di questo elemento naturale con il trascendente non poteva essere trascurata; l’albero rappresenta la fertilità, l’abbondanza e il ciclo della natura che si rinnova miracolosamente ogni anno. Ecco perché una semplice pianta riesce a contenere l’infinità dell’universo.
BIBLIOGRAFIA
-BROSSE, Jacques, Storie e leggende degli alberi, Edizioni Studio Tesi, Pordenone, 1989;
-CHEVALIER, Jean, GHEERBRANT, Alain, Dizionario dei simboli: miti, sogni, costumi, gesti, forme, figure, colori, numeri, Rizzoli, Milano, 1986;
-ELIADE, Mircea, Immagini e simboli: saggi sul simbolismo magico-religioso, Jaca Book, Milano, 1981;
-ELIADE, Mircea, Trattato di storia delle religioni, Bollati Boringhieri, Torino, 2008;
-GREEN, Miranda Jane, Dizionario di mitologia celtica, Bompiani, Milano, 2003;
-GUÉNON, René, Simboli della scienza sacra, Adelphi, Milano, 1990;
-LECOUTEUX, Claude, Dizionario di mitologia germanica, Argo, Lecce, 2007;
-WARNER, Elizabeth, Dèi, eroi e mostri della mitologia russa, Mondadori, Milano, 1985.
Immagini di Wikipedia
sabato 15 dicembre 2012
L'astronomia al tempo dei nuraghi
L'astronomia al tempo dei nuraghi
Il convegno – patrocinato da Regione Sardegna (assessorato alla Cultura); Comune di Sassari (assessorato alle Culture) e Università di Sassari - si avvale della collaborazione di: Soprintendenza archeologica di Sassari e Nuoro; Osservatorio astronomico di Brera – Milano; Società italiana di archeologia, Centro ricerche archeoastronomia linguistica – Genova; European association for astrology education – Garching; Associazione dei planetari italiani – Brescia; Associazione per l'insegnamento della fisica – Sassari.
Fonte: Sardies.org
Roma. Mostra al Quirinale: reperti di Cipro, l’isola di Afrodite
Cipro reca testimonianze di tempi remoti della sua vocazione a fare da “punto d’incontro” tra civiltà diverse, dell’Oriente e dell’Occidente , come ha sottolineato il nostro presidente Giorgio Napolitano; mentre il presidente cipriota Demetris Christofias ha accomunato l’Italia e Cipro nello stesso “fenomeno storico e culturale” per la loro posizione mediterranea.
Afrodite, storia e leggendaIl consigliere del presidente della Repubblica per la conservazione del patrimonio artistico, Louis Godart,ha illustrato la mostra nei contenuti storici e culturali, con un richiamo alla realtà che vede l’isola divisa da 35 anni nei due settori greco e turco, ostili tra loro; ma anche con un messaggio di ottimismo, per l’attenuazione dei vincoli che impedivano il passaggio ai turisti dal sud greco cipriota al nord turco: ora è possibile.
I reperti risalgono a tempi remoti, addirittura al neolitico: di tale era primordiale della storia umana troviamo statuette totemiche della Madre Terra. Afrodite – il cui nome viene dalla leggenda che ne vuole la nascita dalla spuma del mare a Paphos, nella parte meridionale di Cipro – compare con Omero nell’Iliade e nell’Odissea come dea dell’Amore e della Bellezza. Mentre i documenti greci precedenti che risalgono all’età micenea, del XVII secolo avanti Cristo, pur citando altre divinità come Zeus ed Hermes, non ne fanno menzione, perché ancora non era stata “importata” dall’isola.
L’introduzione avvenne da parte dei coloni greci di Cipro, quindi dopo la fine della civiltà micenea che segnò il loro esodo verso l’isola dove conobbero la Madre Terra; ma la protezione di semina e raccolto passò a Demetra, Afrodite ebbe l’immagine sensuale di dea dell’Amore e della Bellezza.
Ambedue le dee che convergono in un’unica figura sono presenti nei reperti esposti, anche se non mancano problemi interpretativi, come quelli relativi alla divinità autoctona Ishtar che era anche dea della guerra, caratteristica questa molto diffusa. Athena dea della sapienza viene rappresentata chiusa nell’armatura entro la quale, secondo la leggenda, sarebbe nata dalla testa di Giove. Aspetti comuni nelle leggende non mancano, in un poema cuneiforme è raccontata una storia analoga di seduzione del re degli dei da parte delle dee, Ishtar e la greca Era, per difendere i loro protetti.
Di Afrodite si sa che era una divinità popolare, oltre che il centro delle cerimonie ufficiali. La località di Paphos per la sua nascita dalla spuma del mare veniva considerata l’“ombelico del mondo”, al pari di Delfi, vi si svolgevano feste e cerimonie celebrative della dea. Solo gli eredi al trono potevano essere sacerdoti del tempio di Afrodite, che restò attivo fino a Settimio Severo, l’imperatore Tito lo visitò nel suo viaggio in Siria e ne rimase colpito.
La fioritura artistica intorno al culto della dea è presente nei reperti attraverso le sculture, i mosaici e le miniature esposte, in diversi materiali dal calcare e marmo alla ceramica fino all’oro. Sono contenuti in otto vetrinette, abbiamo il privilegio di una guida d’eccezione qual è Louis Godart.
Nei reperti esposti si succedono le stratificazioni della storia, dal Neolitico al Calcolitico, poi il Periodo Antico Cipriota in diverse fasi, quindi il Periodo Geometrico e il Periodo Cipriota dall’arcaico al classico, fino al Periodo Ellenistico: dal 3000 al II-I secolo sempre avanti Cristo. Le dimensioni delle sculture sono anch’esse diverse, dalle miniature ai 10-15 cm fino ai 50-70 cm, con il clou della grande statua di Afrodite in marmo bianco alta 80 cm del periodo ellenistico.
Dopo la più antica forma totemica del Neolitico, nel Calcolitico forme più evolute, mentre nel Periodo Tardo, 1500-1200 a. C. vediamo divinità arcaiche con teste di uccello finemente lavorate.
Non solo statue e teste, anche brocche con sopra delle figure come quella femminile con un fiore di loto in mano, Godart ricorda quando nell’Odissea i compagni di Ulisse perdono la memoria per aver mangiato il loto, qui la donna sembra nell’atto di annusarlo, l’uso delle droghe è stato accertato. Ci sono anche elementi simbolici come le due sfingi ai lati dell’imponente seggio, è cultura dell’Oriente, i greci metteranno due leoni; altri segni nell’acconciatura egizia su un volto greco.
L’epoca ora è meno remota, siamo nell’850-800 a. C., sono esposte statuette di terracotta, poi brocche in ceramica lavorate con un tornio primordiale, misurano fino a 36 cm. Del Periodo Cipriota Arcaico, 750-475, spiccano la suonatrice di lira e le tre di tamburello, tra parecchie statuette di figure femminili con decorazioni: il soggetto dovrebbe essere Afrodite. Statue più grandi, fino a 70 cm provengono dal centro del culto, Palaepaphos e dal santuario di Arsos.
Questi soggetti, statuette della divinità, suonatrici e danzatori, sono presenti anche nel Periodo Classico fino al 400 a. C. Ma solo nel I-II secolo i reperti esposti sono esplicitamente intitolati ad Afrodite, fino alla grande statua di 85 cm del periodo Ellenistico Tardo: proviene da Nea Paphos, è mutila e senza testa ma armoniosa nel corpo flessuoso, una Afrodite seducente. Nella vetrinetta vicina gli unici reperti d’oro esposti, un orecchino e un anello, ornamenti degni di una dea.
Una stele calcarea del IV secolo a. C., coperta di iscrizioni, chiude la mostra, con un ritorno alla storia dopo tanta leggenda. La seconda nasce dalla prima, il mito di Paride ed Elena riporta alla distruzione di Troia, con la dea della Bellezza protagonista. In quel caso lo fu di distruzioni, ma l’eccezione conferma la regola, quella della celebre espressione “La bellezza salverà il mondo”. Afrodite, la Venere dei romani, ne è la dea, e lo è anche dell’Amore, la cui forza è stata cantata da Virgilio con le parole “amor omnia vincit”. Perciò anche oggi è tanto amata e riesce a far sognare.
Palazzo del Quirinale, dal martedì al sabato, ore 10,00-13,00; 15,30-18,30, ingresso gratuito; domenica ore 8,30-12,00 ingresso euro 5 con visita al Palazzo. Lunedì e festività chiuso.
Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante al Palazzo del Quirinale alla presentazione della mostra, si ringrazia “Comunicare Organizzando”, con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta.
Fonte: Archeorivista
Roma: Archeologia dell'Albania in mostra.
Roma. Al Vittoriano l’archeologia dell’Albania
Il centenario dell’indipendenza dell’Albania dal dominio ottomano viene celebrato con la mostra “I tesori del patrimonio culturale albanese”, a Roma nelVittoriano dal 21 novembre 2012 al 6 gennaio 2013 e a Torino, Palazzo Madama, dal 23 gennaio al 7 aprile 2013.E’ importante che i reperti archeologici siano considerati tesori da valorizzare come portatori nel mondo delle radici culturali di una nazione di cui marcano l’identità. Realizzata da“Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia, curatore il Direttore dell’Istituto Monumenti Culturali d’Albania Apollon Bace.
I reperti millenari dell’Albania
Ai ritrovamenti in Albania che hanno creato un patrimonio archeologico di grande valore hanno contribuito i ricercatori italiani, tra cui Luigi Ugolini; si vedono in azione in un filmato dell’Istituto Luce che mostra la missione archeologica italiana negli anni ’30 in alcuni siti famosi come quelli diButrinto e di Fenik; ad essi ne vanno aggiunti altri siti dai quali provengono i reperti esposti, in particolare Apollonia, antica colonia greca. Ma non c’è solo l’influsso dell’antica Grecia, altri popoli si sono incontrati in questo territorio posto tra Oriente ed Occidente fin dalla Preistoria.
I reperti preistorici sono il punto di forza della mostra che parte dal Neolitico per approdare al periodo romano, fino a un’incursione nel XVI secolo dopo Cristo con le pitture iconiche di Onofri. Prima della conclusione pittorica vi è un vastissimo assortimento di reperti archeologici che coprono una gamma vastissima, dai vasi e le suppellettili alle armi, dagli ornamenti – come pendagli, collane e gioielli – alle monete, dalle statue di ogni epoca e dimensione alle stele funerarie e ai bassorilievi, nei materiali più diversi: la ceramica e il bronzo, il marmo e la pietra arenaria.
E’ come se attraverso le espressioni più antiche il popolo albanese raccontasse la sua storia, fatta di incroci di civiltà diverse e di lotte: l’eroe nazionale Scanderbeg si oppose con le armi per 25 anni al dominio ottomano, che durò molti secoli, fino all’indipendenza del 1912 di cui la mostra celebra il centenario con l’orgoglio di esibire le tradizioni remote in cui risiede la cultura di un popolo.
I reperti preistorici dal Neolitico
I primi insediamenti albanesi risalgono al Neolitico, fino al 6000 a. C., trovati segni a Corca e Kolonja, mentre da Pogradec e Kamnik vengono altre tracce datate tra il 2700 e il 2000, di popoli balcanici e dell’Anatolia; poi l’Età del Bronzo, dal 1200, segna la venuta degli Illiri, provenienti dai Balcani, un popolo guerriero che unificò le tribù per avere maggiore forza espansionistica.
La prima vetrina espone un vaso di culto in ceramica alto 32 cm, del tardo Neolitico, con due sporgenze nella parte superiore e disegni geometrici, siamo tra il IV e il III millennio; del Neolitico antico un vaso di uso comune, alto 13 cm, sempre in ceramica, di foggia incredibilmente moderna, decorato con triangoli e creste rosse.
Un “Idolo” del V-IV millennio, del Neolitico medio, ha una cavità e una forma di tipo antropomorfo; mentre un altro “Idolo”, dell’Età del bronzo antico tra il 2100 e il 1800, è un semplice oggetto piatto. Vediamo esposti anche una collana del Neolitico medio, e vasetti antropomorfi del Neolitico tardo e medio, tra il V e il III millennio. Altri vasetti in ceramica che risalgono al I millennio sono esposti in un’altra vetrina, anche di fogge particolari, come quelli che hanno un contenitore doppio e perfino triplo; di quest’epoca vediamo un diadema, delle fibule e due spilloni in bronzo, nonché due gioiellia forma di spirale in oro.
Ci sono poi oggetti rudimentali in bronzo, una vetrina espone un gran numero di asce e bipenne, punte di lancia edue spade, dal XIV al IV secolo; in un’altra vediamo un possente scudo e tre elmi del V-IV secolo, siamo nel periodo preromano, l’età preistorica lascia il posto a un’epoca più progredita, si vede dai reperti sempre più accurati, fino alla statuaria classica di grande bellezza.
I reperti del periodo pre-romano e romano
Sono ben modellate le piccole figure femminili, maschili e divinità, del V-IV secolo, tra cui spicca il lanciatore di giavellotto proveniente da Apollonia. In questo periodo ci sono i primi insediamenti urbani illirici con l’influenza della Grecia e, nel IV-III secolo, di Siracusa e Taranto.
Troviamo anche vari ornamenti, pendagli semplici o con figure e fibule, cinture in bronzo e spille,collane in vetro e orecchini in osso. La parte più spettacolare di questa sezione sono le ”olpe” in ceramica, anch’esse da Apollonia, con figure umane e animali nel caratteristico colore rossiccio su fondo nero degli Etruschi, la più grande è di 46 cm. In una seconda vetrina ce ne sono altre dieci, dai 7 ai 50 cm, il tempo scorre veloce, è il 600 a. C. Al centro del percorso espositivo il vaso più grande, un cratere dal diametro di 40 cm, alto 58 cm, con diverse immagini su fondo nero, uomini barbuti e 3 figure maschili e femminili a lato di una figura alata.
Vorremmo soffermarci per cercare di interpretarne il significato, ma la statuaria ci cattura, siamo al II-III secolo, intanto sono piccole statue di terracotta. C’è Zeus con le braccia protese, e Afrodite , in due posizioni, seduta e in piedi, e altre figure femminili, Quasi per renderle omaggio, in una vetrina vicina sono espostiorecchini, spille,fibule e bracciali questa volta in argento; ci sono anche due collane d’oro e anelli e gioielli d’oro e corniola. Colpisce in modo particolare un piede di vaso che rappresenta una sfinge alata; sono esposte anche monete in bronzo.
La vera statuaria arriva subito dopo, in vari materiali: le teste di Artemide e Demostene in marmo, le stele calcarea con Atlante ed Ecate, le statue di Artemide ed Eros, la testa in marmo di Apollo.
Con l’inizio del periodo romano, II-I secolo, si incontrano diverse teste scolpite: per loro c’è un’apposita vetrina, raffigurano Augusto e Agrippa, un generale e Psiche; con la testa di Villia passiamo al 130 d.C. Altre forme scultoree incalzano, sono le urne funerarie in pietra arenaria con stele ebassorilievi, suggestivo quello con la madre e la bambina raffigurate nella stessa posizione.
E’ un periodo tormentato, l’Adriatico sembrava unire più che dividere i Romani dagli Illiri, e ciò che sembrava restare sul piano dei rapporti commerciali divenne poi oggetto di conquista, con una guerra dal 229 al 167 a. C. gli Illiri furono assoggettati. Entrati nell’Impero d’Oriente furono poi invasi dai barbari ai quali resistettero soprattutto i popoli del sud, gli “Albanoi”.
Il sole sorge là dove tramonta
Saltando secoli su secoli si arriva al dominio dei turchi-ottomani dal 1385, con la parentesi dell’eroica resistenza di Scanderbeg dal 1444 al 1468, fino alla sospirata liberazione nel 1912.
E’ una storia istruttiva dove si riflettono i tragici sommovimenti che hanno tormentato l’Europa ed ha per l’Albania il lieto fine del ritorno alla libertà dopo l’assoggettamento straniero. Le parole del celebre poeta del Rinascimento albanese Naim Frasheri possono essere il sigillo della celebrazione del centenario dell’indipendenza cui dà risonanza questa mostra: “Il sole sorge là dove tramonta”, torna sempre a risplendere dopo la notte, come la libertà torna a rifulgere dopo l’oppressione.
Info
Roma, Vittoriano, lato Ara Coeli, aperto tutti i giorni, lunedì-giovedì ore 9,30-18,30; venerdì-domenica 9.30-19,30. Ingresso gratuito. Tel. 06.69202049.
Foto
Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante il giorno dell’inaugurazione della mostra, si ringrazia “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia e i titolari dei diritti, in particolare l’Istituto dei Monumenti Culturali d’Albania.
Carabinieri recuperano monete antiche
Nasconde in auto monete archeologiche
Denunciato allevatore di Escalaplano
Ha nascosto sull'auto 59 monete archeologiche, così i carabinieri della Compagnia di Dolianova hanno denunciato, per detenzione illecita di beni culturali, un uomo di 38 anni.
L'uomo è stato fermato per un controllo mentre transitava con la sua auto nel centro abitato di Sant'Andrea Frius. Nel vano porta oggetti, in un contenitore di latta, i militari hanno trovato le monete di varia foggia artistica e di interesse archeologico. I reperti adesso saranno inviati agli specialisti del Nucleo carabinieri tutela patrimonio artistico che si occuperanno di analizzarle.
Fonte: L'unione sarda del 15.12.2012
Denunciato allevatore di Escalaplano
Ha nascosto sull'auto 59 monete archeologiche, così i carabinieri della Compagnia di Dolianova hanno denunciato, per detenzione illecita di beni culturali, un uomo di 38 anni.
L'uomo è stato fermato per un controllo mentre transitava con la sua auto nel centro abitato di Sant'Andrea Frius. Nel vano porta oggetti, in un contenitore di latta, i militari hanno trovato le monete di varia foggia artistica e di interesse archeologico. I reperti adesso saranno inviati agli specialisti del Nucleo carabinieri tutela patrimonio artistico che si occuperanno di analizzarle.
Fonte: L'unione sarda del 15.12.2012
venerdì 14 dicembre 2012
Convegno internazionale di numismatica punica a Cagliari
Convegno Numismatica punica a Cagliari
Sabato 15 Dicembre, presso la Sala Consiliare del Palazzo Viceregio a Cagliari, a partire dalle ore 10.00, si svolgerà un convegno internazionale di numismatica con la partecipazione di:
Enrico Piras
Enrico Acquaro
Francesco Guido
Lorenza Ilia Manfredi
Daniela Ferro
Marco Piga
Giuseppe Lulliri
Un caloroso invito a tutti gli amici e lettori del quotidiano on line a partecipare a un evento di straordinaria importanza, dove, insigni studiosi di numismatica, luminari in materia, parleranno della monetazione cartaginese, dei rinvenimenti di monete puniche e sardo puniche in Sardegna, dei tipi monetari, dell’emissione e circolazione monetaria in età punica nell’isola, con la proiezione di splendide immagini delle monete in discussione.
Ingresso libero.
Sabato 15 Dicembre, presso la Sala Consiliare del Palazzo Viceregio a Cagliari, a partire dalle ore 10.00, si svolgerà un convegno internazionale di numismatica con la partecipazione di:
Enrico Piras
Enrico Acquaro
Francesco Guido
Lorenza Ilia Manfredi
Daniela Ferro
Marco Piga
Giuseppe Lulliri
Un caloroso invito a tutti gli amici e lettori del quotidiano on line a partecipare a un evento di straordinaria importanza, dove, insigni studiosi di numismatica, luminari in materia, parleranno della monetazione cartaginese, dei rinvenimenti di monete puniche e sardo puniche in Sardegna, dei tipi monetari, dell’emissione e circolazione monetaria in età punica nell’isola, con la proiezione di splendide immagini delle monete in discussione.
Ingresso libero.
giovedì 13 dicembre 2012
LETTERA APERTA AGLI ARCHEOLOGI ITALIANI
LETTERA APERTA AGLI ARCHEOLOGI ITALIANI
pubblicata da Confederazione Italiana Archeologi
Cari colleghi,
il momento storico che stiamo vivendo è molto importante per la nostra professione.
Nelle ultime settimane alcune importanti novità sono in discussione: l’applicazione e la stesura del Regolamento della legge sull’Archeologia Preventiva, la Riforma delle Professioni non regolamentate da Ordini o Collegi, il Tavolo tecnico istituito dalla Direzione Generale del MiBAC, la Proposta di legge di modifica del Codice dei Beni Culturali, solo per menzionare le più importanti.
La Confederazione Italiana Archeologi, prima associazione nata in Italia da sempre ha cercato di riunire tutti gli archeologi che operano nel nostro Paese, siano essi liberi professionisti, dipendenti, soci o titolari di ditte, funzionari del MiBAC o soprintendenti, docenti o ricercatori universitari, studenti, laureati, specializzati o dottorati.
Per proseguire il nostro intento di unire, per il bene di tutta la categoria, abbiamo intrapreso un lungo lavoro di confronto con realtà associative diverse dalla nostra.
Cercare l’unità degli archeologi per tutelare il nostro lavoro è l’unica via percorribile, anche quando i richiami restano inascoltati!
Con altre associazioni abbiamo cercato di individuare i punti in comune facendo tesoro delle diversità che ci caratterizzano.
Il lavoro che ci siamo posti di concludere nel 2013 sarà quello di definire la professione dell’archeologo in tutte le sue sfaccettature, mettendo nero su bianco i tratti peculiari della nostra formazione, affiancati dalle nostre capacità e competenze.
E' compito di NOI ARCHEOLOGI definire la nostra figura professionale, perché nessuno meglio di chi la svolge giorno per giorno è in grado di farlo!
E per farlo abbiamo deciso di unire le nostre storie in questo percorso comune. La nostra proposta verrà presentata alla Direzione Generale e a tutte le forze politiche per essere condivisa e inserita nel nostro Codice, testo di legge di riferimento; perché secondo noi, per riconoscere “veramente” la nostra professione, non basta inserire una semplice parola nel codice dei Beni Culturali, ma bisogna aggiungere la sua definizione!
Questa è un’operazione complessa e delicata e per riuscire a portarla a termine nel miglior modo possibile chiediamo l’aiuto e la collaborazione di tutti voi.
Per rendere questo possibile, nel 2013, la Confederazione Italiana Archeologi, realizzerà numerose assemblee aperte a tutti coloro che intendono prendere parola e proporre idee. Gli incontri ci saranno anche nelle regioni in cui non sono ancora state attivate delle sedi regionali, per dare ancora più slancio ed energia alla forza propulsiva che dobbiamo mettere in campo.
Durante questi incontri raccoglieremo i dati per il primo Censimento Europeo sul nostro lavoro:DISCO 2014.
Discovering Archaeologists in Europe 2012-14 è un ambizioso progetto europeo, che vede la partecipazione di ben 19 Paesi, nel quale, attraverso un semplice questionario, otterremo una mappatura dettagliata dell’archeologo.
La Confederazione Italiana Archeologi è onorata di rappresentare l’Italia come ente di riferimento.
DISCO 2014, finanziato dalla Comunità Europea, permetterà a tutti gli archeologi di avere uno sguardo a 360° sui nostri profili professionali, sulle nostre attività, sui nostri contratti,sulla nostra sicurezza e sulle tecnologie che applichiamo nel nostro lavoro.
Per agevolare una partecipazione veramente significativa della nostra realtà nazionale metteremo a disposizione sul nostro nuovo portale la possibilità di prendere parte al questionario online.
Il portale CIA (www.archeologi-italiani.it), infatti, ha da poche settimane rinnovato completamente la sua struttura offrendo a tutti i soci la possibilità di essere contattati dalla committenze per proposte di lavoro, inserendo il proprio curriculum e i propri recapiti e garantendo trasparenza nell'offerta e nella domanda. Iscriversi non è obbligatorio per i nostri associati, ma riteniamo che in un momento di crisi del nostro settore, possa essere una vetrina gratuita molto utile.
Abbiamo intrapreso questa strada per un duplice motivo: la trasparenza lavorativa, unica vera nemica delle logiche delle clientele degli amici degli amici che troppo a lungo hanno caratterizzato il nostro lavoro, e la trasparenza associativa per dare un peso vero alla nostra rappresentatività.
Perché riteniamo che parlare a nome di tutti sia scorretto, perché qualcuno forse non la pensa come noi, ma soprattutto perché quando ci sediamo a un tavolo con Ministero, sindacati o con le forze politiche, la prima domanda a cui dobbiamo rispondere è quanti siamo.
È giusto che sia così e ci sembra giusto che a rispondere non siamo noi, ma che siano i nomi e i cognomi di chi ci mette la faccia per cambiare questa situazione impaludata.
Abbiamo strutturato il nostro portale attraverso l’utilizzo di software Open Source, nell’ottica della condivisione, perché questa, da 8 anni, ci sembra l’unica strada che la Comunità Scientifica possa percorrere. La condivisione imprescindibile dei dati, liberi e a disposizione. Ci batteremo perché vengano istituite delle regole chiare, limpide, cristalline da seguire, ma anche perché al contempo vengano abbattute tutte le restrizioni che troppo spesso hanno visto soverchiare la ricerca per compiacere quello che può essere definito “nonnismo scientifico”.
Questi saranno alcuni dei tempi che continueremo a portare durante la nostra partecipazione attiva al Tavolo voluto dalla Direzione Generale del MiBAC, nel quale alcune delle nostre istanze, come ad esempio, l’introduzione di una quota del budget destinata al post-scavo per i lavori di Archeologi Preventiva, sono già state accolte.
Porteremo il progetto di definizione della Normativa UNI, così come richiesto dal Disegno di Legge n° 3270, Riforma delle Professioni non regolamentate da Ordine o Collegi, che in questi giorni potrebbe diventare Legge dello Stato.
Soprattutto porteremo al MiBAC e al Ministero di Giustizia la nostra richiesta ufficiale di riconoscimento come Associazione di Categoria, per trasformare quello che 8 anni fa è nato come un’idea di pochi, nello strumento riconosciuto ufficialmente per la nostra professione!
Per queste ragioni chiediamo a tutti gli studenti e professionisti italiani di iscriversi alla Confederazione Italiana Archeologi nel 2013, per questo vi chiediamo la partecipazione attiva nell’associazione e di stimolarci con le richieste e la discussione, perché solamente tutti insieme riusciremo a portare a termine questi ambiziosi progetti, a realizzarne di nuovi e a far si che la nostra professione progredisca e venga riconosciuta e definita!
pubblicata da Confederazione Italiana Archeologi
Cari colleghi,
il momento storico che stiamo vivendo è molto importante per la nostra professione.
Nelle ultime settimane alcune importanti novità sono in discussione: l’applicazione e la stesura del Regolamento della legge sull’Archeologia Preventiva, la Riforma delle Professioni non regolamentate da Ordini o Collegi, il Tavolo tecnico istituito dalla Direzione Generale del MiBAC, la Proposta di legge di modifica del Codice dei Beni Culturali, solo per menzionare le più importanti.
La Confederazione Italiana Archeologi, prima associazione nata in Italia da sempre ha cercato di riunire tutti gli archeologi che operano nel nostro Paese, siano essi liberi professionisti, dipendenti, soci o titolari di ditte, funzionari del MiBAC o soprintendenti, docenti o ricercatori universitari, studenti, laureati, specializzati o dottorati.
Per proseguire il nostro intento di unire, per il bene di tutta la categoria, abbiamo intrapreso un lungo lavoro di confronto con realtà associative diverse dalla nostra.
Cercare l’unità degli archeologi per tutelare il nostro lavoro è l’unica via percorribile, anche quando i richiami restano inascoltati!
Con altre associazioni abbiamo cercato di individuare i punti in comune facendo tesoro delle diversità che ci caratterizzano.
Il lavoro che ci siamo posti di concludere nel 2013 sarà quello di definire la professione dell’archeologo in tutte le sue sfaccettature, mettendo nero su bianco i tratti peculiari della nostra formazione, affiancati dalle nostre capacità e competenze.
E' compito di NOI ARCHEOLOGI definire la nostra figura professionale, perché nessuno meglio di chi la svolge giorno per giorno è in grado di farlo!
E per farlo abbiamo deciso di unire le nostre storie in questo percorso comune. La nostra proposta verrà presentata alla Direzione Generale e a tutte le forze politiche per essere condivisa e inserita nel nostro Codice, testo di legge di riferimento; perché secondo noi, per riconoscere “veramente” la nostra professione, non basta inserire una semplice parola nel codice dei Beni Culturali, ma bisogna aggiungere la sua definizione!
Questa è un’operazione complessa e delicata e per riuscire a portarla a termine nel miglior modo possibile chiediamo l’aiuto e la collaborazione di tutti voi.
Per rendere questo possibile, nel 2013, la Confederazione Italiana Archeologi, realizzerà numerose assemblee aperte a tutti coloro che intendono prendere parola e proporre idee. Gli incontri ci saranno anche nelle regioni in cui non sono ancora state attivate delle sedi regionali, per dare ancora più slancio ed energia alla forza propulsiva che dobbiamo mettere in campo.
Durante questi incontri raccoglieremo i dati per il primo Censimento Europeo sul nostro lavoro:DISCO 2014.
Discovering Archaeologists in Europe 2012-14 è un ambizioso progetto europeo, che vede la partecipazione di ben 19 Paesi, nel quale, attraverso un semplice questionario, otterremo una mappatura dettagliata dell’archeologo.
La Confederazione Italiana Archeologi è onorata di rappresentare l’Italia come ente di riferimento.
DISCO 2014, finanziato dalla Comunità Europea, permetterà a tutti gli archeologi di avere uno sguardo a 360° sui nostri profili professionali, sulle nostre attività, sui nostri contratti,sulla nostra sicurezza e sulle tecnologie che applichiamo nel nostro lavoro.
Per agevolare una partecipazione veramente significativa della nostra realtà nazionale metteremo a disposizione sul nostro nuovo portale la possibilità di prendere parte al questionario online.
Il portale CIA (www.archeologi-italiani.it), infatti, ha da poche settimane rinnovato completamente la sua struttura offrendo a tutti i soci la possibilità di essere contattati dalla committenze per proposte di lavoro, inserendo il proprio curriculum e i propri recapiti e garantendo trasparenza nell'offerta e nella domanda. Iscriversi non è obbligatorio per i nostri associati, ma riteniamo che in un momento di crisi del nostro settore, possa essere una vetrina gratuita molto utile.
Abbiamo intrapreso questa strada per un duplice motivo: la trasparenza lavorativa, unica vera nemica delle logiche delle clientele degli amici degli amici che troppo a lungo hanno caratterizzato il nostro lavoro, e la trasparenza associativa per dare un peso vero alla nostra rappresentatività.
Perché riteniamo che parlare a nome di tutti sia scorretto, perché qualcuno forse non la pensa come noi, ma soprattutto perché quando ci sediamo a un tavolo con Ministero, sindacati o con le forze politiche, la prima domanda a cui dobbiamo rispondere è quanti siamo.
È giusto che sia così e ci sembra giusto che a rispondere non siamo noi, ma che siano i nomi e i cognomi di chi ci mette la faccia per cambiare questa situazione impaludata.
Abbiamo strutturato il nostro portale attraverso l’utilizzo di software Open Source, nell’ottica della condivisione, perché questa, da 8 anni, ci sembra l’unica strada che la Comunità Scientifica possa percorrere. La condivisione imprescindibile dei dati, liberi e a disposizione. Ci batteremo perché vengano istituite delle regole chiare, limpide, cristalline da seguire, ma anche perché al contempo vengano abbattute tutte le restrizioni che troppo spesso hanno visto soverchiare la ricerca per compiacere quello che può essere definito “nonnismo scientifico”.
Questi saranno alcuni dei tempi che continueremo a portare durante la nostra partecipazione attiva al Tavolo voluto dalla Direzione Generale del MiBAC, nel quale alcune delle nostre istanze, come ad esempio, l’introduzione di una quota del budget destinata al post-scavo per i lavori di Archeologi Preventiva, sono già state accolte.
Porteremo il progetto di definizione della Normativa UNI, così come richiesto dal Disegno di Legge n° 3270, Riforma delle Professioni non regolamentate da Ordine o Collegi, che in questi giorni potrebbe diventare Legge dello Stato.
Soprattutto porteremo al MiBAC e al Ministero di Giustizia la nostra richiesta ufficiale di riconoscimento come Associazione di Categoria, per trasformare quello che 8 anni fa è nato come un’idea di pochi, nello strumento riconosciuto ufficialmente per la nostra professione!
Per queste ragioni chiediamo a tutti gli studenti e professionisti italiani di iscriversi alla Confederazione Italiana Archeologi nel 2013, per questo vi chiediamo la partecipazione attiva nell’associazione e di stimolarci con le richieste e la discussione, perché solamente tutti insieme riusciremo a portare a termine questi ambiziosi progetti, a realizzarne di nuovi e a far si che la nostra professione progredisca e venga riconosciuta e definita!
Colonne d’Ercole, Dicearco e…traduzioni dal greco
Colonne d’Ercole, Dicearco e…traduzioni dal greco
di Rolando Berretta
I Frammenti di Dicearco da Messina, raccolti e illustrati dall’avv. Celidonio Errante - Volume II - Palermo presso Lorenzo Dato 1822, pgg.79,81 (è in Italiano atavico.)
"… Ma si è detto che le parti occidentali, e settentrionali dell'Europa erano ignote ad Eratostene; il quale insieme a Dicearco merita scusa, perchè non videro quei luoghi. Chi però scuserà Polibio, e Posidonio? E Polibio è quello, che chiamando le sue sentenze dommatiche delle distanze che sono in quei e in altri luoghi, poi nè pur in ciò, che in altri riprende, è netto di errore. Dicendo adunque Dicearco, che dal Peloponneso alle colonne si ha dieci mila stadi; e che più di questi sono fin all'ultimo termine del golfo Adriatico; e dandocene tre mila, che è fin allo stretto andando verso le colonne, in modo che il resto dallo stretto alle colonne sian settemila: dice Polibio, che tralascia se i tre mila bene si calculino, o no; ma i sette mila in nessun conto vanno bene, sia che si misuri la marina, sia che si tiri una linea pel mezzo del mare. Imperocché la marina è somigliantissima a un angolo ottuso tirato sopra lo stretto, e le colonne, la cima del quale è Narbone. Per la qual cosa forma un triangolo, che ha per base una linea retta tirata pel mare, e i lati sieno quelli, che fanno l'angolo, che abbiam detto: uno, che comincia dallo stretto fin a Narbone è di undici mila, e duecento stadi; l'altro è poco meno di otto mila. E la massima distanza dall'Europa all'Africa pel mare Tirreno senza alcun dubbio essere non più di tre mila stadi, e meno nel mare Sardo. Ma sieno pur soggiunge tre mila stadi, e si pongano due altri mila, che sono per la profondità del golfo presso Narbone, siccome una linea perpendicolare dalla cima alla base di questo angulo ottuso: certo è die' egli dalla misura secondo la scienza, che tutta la marina dallo stretto alle colonne avanza la linea retta, tirata pel mare presso che cinquecento stadi. Ai quali aggiunti i tre mila, che sono dal Peloponneso allo stretto, saranno gli stadi in tutto, pigliandoli pel diritto, più dal doppio di quelli, che Dicearco disse: e più bisognerà, soggiugne, porne secondo lui fin all'ultimo termine dei golfo Adriatico. Ma Polibio amico (dirà alcuno) come 1'esperienza evidentemente sta contra questa menzogna dalle cose stesse, che hai tu detto, dal Peloponneso a Leucade settecento stadi: e di là a Corcira altrotanti, e pure altrotanti ai Monti Cerauni, e a mano destra nella Iapigia: dai Cerauni alla marina Illirica sei mila conto cinquanta: così menzogne sono amendue, e quel che Dicearco disse, dallo stretto alle colonne esservi stadì settemila, e ciò che tu sembri spacciare. Imperocchè molti confessano, che pel mare vi ha dodici mila stadi. Il che si accorda con quello, che si è detto della lunghezza dell'abitabile".
Questo scritto, reperibile su internet, è corredato dal testo greco con relative note.
Oggi ci ritroviamo con questo genere di traduzioni:
Dicearco afferma che le Colonne d’Ercole distano dal Peloponneso 10.000 stadi e che è ancora maggiore la distanza fino all’estremità dell’Adriatico; dice inoltre che dalle Colonne d’Ercole allo STRETTO di vi è una distanza di 3.000 stadi, di modo che la parte rimanente dallo STRETTO alle Colonne misura secondo lui 7.000 stadi. A questo punto Polibio dichiara di non voler prendere in considerazione se Dicearco abbia o meno ragione quando calcola la distanza di 3.000 stadi, ma ha senz’altro torto quando parla di 7.000, che non corrispondono né a una misurazione fatta lungo la costa né alla distanza tra le due località misurata attraverso il mare. La costa è simile ad un angolo ottuso che parte dallo STRETTO e dalle Colonne e abbia il vertice a Narbona, sì da formare un triangolo avente come base una linea attraverso il mare e come lati i due segmenti che costituiscono l’angolo suddetto. Di questi lati quello che va dallo STRETTO a Narbona misura oltre 10.200 stadi, l’altro poco meno di 8.000. Ora la massima distanza dall’Europa all’Africa settentrionale lungo il mare Tirreno, non misura più di 3.000 stadi, ed è minore attraverso il M. di Sardegna. Ma ammettiamo che anche qui, egli dice, sia di 3.000 stadi; si calcoli inoltre a 2.000 stadi la profondità del Golfo sul quale si trova Narbona, cioè la perpendicolare alla base del triangolo considerato. Risulta evidente anche a una misurazione elementare che la costa dallo STRETTO(1) alle Colonne d’Ercole è di 500 stadi più lunga della retta tracciata attraverso il mare. Se si aggiungono poi i 3.000 stadi dal Peloponneso allo STRETTO, la distanza totale, anche lungo la linea retta, risulterà superiore del doppio a quanto ha detto Dicearco. Inoltre, egli osserva, rimane da aggiungere la lunghezza della costa fino all’estremità dell’Adriatico. Ma, mio caro Polibio, si potrebbe obiettargli, l’esperienza diretta della quale tu parli ha confutato questo errore, dimostrando che dal Peloponneso a Leucade vi sono 700 stadi, altrettanti fino a Corciria, altrettanti da lì fino al promontorio di Cherauno e a destra verso la Iapigia , che la costa illirica dal promontorio Cerano misura 6.150 stadi di modo che risultano menzognere tanto l’affermazione di Dicearco che lo STRETTO(2) dista dalle Colonne 7.000 stadi quanto la notizia che tu sembri accettare
(1) Si può completare con: Stretto di Sicilia.
(2) Solo un traduttore, che ha capito veramente bene, scrive ELLESPONTO a posto di Stretto.
Si completa Colonne con Colonne d’Ercole.
A questo punto, per capirci qualcosa, ci siamo disegnati una bella carta geografica comprensiva dei dati ritenuti utili.
Ho calcolato una circonferenza equivalente, in maniera approssimativa, alla distanza di 10.000, poi 7.000 e 3.000 stadi. Mettiamo da parte, per favore, la questione delle distanze sui diversi paralleli, il tutto serve, solo, a inquadrare il problema. Il centro dei tre angoli giri, circonferenze (o come preferite) ovviamente cade su capo Maleo che si trova all’estremità sud del Peloponneso.
Si provi adesso a capire dove potrebbero essere ubicate le COLONNE e di quale STRETTO parlò Dicearco da Messina; che di geografia ne masticava.
Prego, fate da soli…ragionandoci sopra.
La Carta è capovolta perché la frase: “altrettanti da lì fino al promontorio di Cherauno e a destra verso la Iapigia” vorrebbe indicare che dall’Albania si va a destra per arrivare nelle Puglie. (Carta con il sud in alto)
Molti anni fa, quando andavano gli articoli di Frau sul suo quotidiano, seguiti poi da suo libro, mi disegnai una carta simile. Mi resi conto che, con quelle misure, lo Stretto in oggetto erano i Dardanelli. Poi acquistai: Polibio Storie tradotto da Carla Schick. In questo testo lo Stretto in oggetto era l’Ellesponto. Per me era una cosa normale: l’Ellesponto era già sui testi. Quando ne parlavo in giro, mi resi conto che nessuno ne sapeva niente. Ho messo anche degli articoletti. Tutto questo per dire: Cari Signori che parlate delle COLONNE, forse, è il caso che andiate prima a controllare tra i lavori di Carla Schick. Una studiosa che ha menzionato l’Ellesponto, deve aver localizzato anche le COLONNE di Dicearco in maniera Accademica. Lo farò presto anch’io.
di Rolando Berretta
I Frammenti di Dicearco da Messina, raccolti e illustrati dall’avv. Celidonio Errante - Volume II - Palermo presso Lorenzo Dato 1822, pgg.79,81 (è in Italiano atavico.)
"… Ma si è detto che le parti occidentali, e settentrionali dell'Europa erano ignote ad Eratostene; il quale insieme a Dicearco merita scusa, perchè non videro quei luoghi. Chi però scuserà Polibio, e Posidonio? E Polibio è quello, che chiamando le sue sentenze dommatiche delle distanze che sono in quei e in altri luoghi, poi nè pur in ciò, che in altri riprende, è netto di errore. Dicendo adunque Dicearco, che dal Peloponneso alle colonne si ha dieci mila stadi; e che più di questi sono fin all'ultimo termine del golfo Adriatico; e dandocene tre mila, che è fin allo stretto andando verso le colonne, in modo che il resto dallo stretto alle colonne sian settemila: dice Polibio, che tralascia se i tre mila bene si calculino, o no; ma i sette mila in nessun conto vanno bene, sia che si misuri la marina, sia che si tiri una linea pel mezzo del mare. Imperocché la marina è somigliantissima a un angolo ottuso tirato sopra lo stretto, e le colonne, la cima del quale è Narbone. Per la qual cosa forma un triangolo, che ha per base una linea retta tirata pel mare, e i lati sieno quelli, che fanno l'angolo, che abbiam detto: uno, che comincia dallo stretto fin a Narbone è di undici mila, e duecento stadi; l'altro è poco meno di otto mila. E la massima distanza dall'Europa all'Africa pel mare Tirreno senza alcun dubbio essere non più di tre mila stadi, e meno nel mare Sardo. Ma sieno pur soggiunge tre mila stadi, e si pongano due altri mila, che sono per la profondità del golfo presso Narbone, siccome una linea perpendicolare dalla cima alla base di questo angulo ottuso: certo è die' egli dalla misura secondo la scienza, che tutta la marina dallo stretto alle colonne avanza la linea retta, tirata pel mare presso che cinquecento stadi. Ai quali aggiunti i tre mila, che sono dal Peloponneso allo stretto, saranno gli stadi in tutto, pigliandoli pel diritto, più dal doppio di quelli, che Dicearco disse: e più bisognerà, soggiugne, porne secondo lui fin all'ultimo termine dei golfo Adriatico. Ma Polibio amico (dirà alcuno) come 1'esperienza evidentemente sta contra questa menzogna dalle cose stesse, che hai tu detto, dal Peloponneso a Leucade settecento stadi: e di là a Corcira altrotanti, e pure altrotanti ai Monti Cerauni, e a mano destra nella Iapigia: dai Cerauni alla marina Illirica sei mila conto cinquanta: così menzogne sono amendue, e quel che Dicearco disse, dallo stretto alle colonne esservi stadì settemila, e ciò che tu sembri spacciare. Imperocchè molti confessano, che pel mare vi ha dodici mila stadi. Il che si accorda con quello, che si è detto della lunghezza dell'abitabile".
Questo scritto, reperibile su internet, è corredato dal testo greco con relative note.
Oggi ci ritroviamo con questo genere di traduzioni:
Dicearco afferma che le Colonne d’Ercole distano dal Peloponneso 10.000 stadi e che è ancora maggiore la distanza fino all’estremità dell’Adriatico; dice inoltre che dalle Colonne d’Ercole allo STRETTO di vi è una distanza di 3.000 stadi, di modo che la parte rimanente dallo STRETTO alle Colonne misura secondo lui 7.000 stadi. A questo punto Polibio dichiara di non voler prendere in considerazione se Dicearco abbia o meno ragione quando calcola la distanza di 3.000 stadi, ma ha senz’altro torto quando parla di 7.000, che non corrispondono né a una misurazione fatta lungo la costa né alla distanza tra le due località misurata attraverso il mare. La costa è simile ad un angolo ottuso che parte dallo STRETTO e dalle Colonne e abbia il vertice a Narbona, sì da formare un triangolo avente come base una linea attraverso il mare e come lati i due segmenti che costituiscono l’angolo suddetto. Di questi lati quello che va dallo STRETTO a Narbona misura oltre 10.200 stadi, l’altro poco meno di 8.000. Ora la massima distanza dall’Europa all’Africa settentrionale lungo il mare Tirreno, non misura più di 3.000 stadi, ed è minore attraverso il M. di Sardegna. Ma ammettiamo che anche qui, egli dice, sia di 3.000 stadi; si calcoli inoltre a 2.000 stadi la profondità del Golfo sul quale si trova Narbona, cioè la perpendicolare alla base del triangolo considerato. Risulta evidente anche a una misurazione elementare che la costa dallo STRETTO(1) alle Colonne d’Ercole è di 500 stadi più lunga della retta tracciata attraverso il mare. Se si aggiungono poi i 3.000 stadi dal Peloponneso allo STRETTO, la distanza totale, anche lungo la linea retta, risulterà superiore del doppio a quanto ha detto Dicearco. Inoltre, egli osserva, rimane da aggiungere la lunghezza della costa fino all’estremità dell’Adriatico. Ma, mio caro Polibio, si potrebbe obiettargli, l’esperienza diretta della quale tu parli ha confutato questo errore, dimostrando che dal Peloponneso a Leucade vi sono 700 stadi, altrettanti fino a Corciria, altrettanti da lì fino al promontorio di Cherauno e a destra verso la Iapigia , che la costa illirica dal promontorio Cerano misura 6.150 stadi di modo che risultano menzognere tanto l’affermazione di Dicearco che lo STRETTO(2) dista dalle Colonne 7.000 stadi quanto la notizia che tu sembri accettare
(1) Si può completare con: Stretto di Sicilia.
(2) Solo un traduttore, che ha capito veramente bene, scrive ELLESPONTO a posto di Stretto.
Si completa Colonne con Colonne d’Ercole.
A questo punto, per capirci qualcosa, ci siamo disegnati una bella carta geografica comprensiva dei dati ritenuti utili.
Ho calcolato una circonferenza equivalente, in maniera approssimativa, alla distanza di 10.000, poi 7.000 e 3.000 stadi. Mettiamo da parte, per favore, la questione delle distanze sui diversi paralleli, il tutto serve, solo, a inquadrare il problema. Il centro dei tre angoli giri, circonferenze (o come preferite) ovviamente cade su capo Maleo che si trova all’estremità sud del Peloponneso.
Si provi adesso a capire dove potrebbero essere ubicate le COLONNE e di quale STRETTO parlò Dicearco da Messina; che di geografia ne masticava.
Prego, fate da soli…ragionandoci sopra.
La Carta è capovolta perché la frase: “altrettanti da lì fino al promontorio di Cherauno e a destra verso la Iapigia” vorrebbe indicare che dall’Albania si va a destra per arrivare nelle Puglie. (Carta con il sud in alto)
Molti anni fa, quando andavano gli articoli di Frau sul suo quotidiano, seguiti poi da suo libro, mi disegnai una carta simile. Mi resi conto che, con quelle misure, lo Stretto in oggetto erano i Dardanelli. Poi acquistai: Polibio Storie tradotto da Carla Schick. In questo testo lo Stretto in oggetto era l’Ellesponto. Per me era una cosa normale: l’Ellesponto era già sui testi. Quando ne parlavo in giro, mi resi conto che nessuno ne sapeva niente. Ho messo anche degli articoletti. Tutto questo per dire: Cari Signori che parlate delle COLONNE, forse, è il caso che andiate prima a controllare tra i lavori di Carla Schick. Una studiosa che ha menzionato l’Ellesponto, deve aver localizzato anche le COLONNE di Dicearco in maniera Accademica. Lo farò presto anch’io.
mercoledì 12 dicembre 2012
Nuraghe polilobato: Nuràx’ ’i Àgusu
Il colle del Nurax 'i Agusu
La casa dei padroni (?)
di Aldo Casu
Come preannunciato nel mio articolo intitolato “Il sistema nuragico di Frea, l’antica e vasta area sacra” pubblicato il 16 novembre scorso, ecco qui un articolo interamente dedicato al “Cùccur’’e Nuràx’’i Àgusu”, che è in agro di San Basilio ma è di proprietà di abitanti di Sant’Andrea Frius ed è, come si è visto, uno dei siti più importanti del sistema suddetto.
È una piccola collina isolata che si eleva a 283 m. slm e 59 m. sui terreni circostanti e che ha fatto fantasticare generazioni di giovani e di meno giovani per la sua forma strana, per le leggende che si sono tramandate su di essa e per il suo nome che non lascia dubbi sul fatto che su di essa sia esistito un nuraghe di cui, ancora oggi, si possono osservare i resti.
Gli archeologi che hanno fatto il Censimento Archeologico Comunale lo descrivono così: “… Il monumento occupa la sommità di una collina conica che si staglia in una fertile regione morbidamente ondulata. Lo stato di distruzione e la presenza di uno spesso strato erboso non permettono di rilevare l’esatto sviluppo planimetrico del nuraghe, che si configura comunque come una struttura complessa. Emergono, a sud, poche tracce consistenti in un unico filare di blocchi sub squadrati di medie dimensioni che descrivono un arco di cerchio di circa 6 m. di corda. Ad ovest/sud-ovest si congiunge a questo corpo principale un tratto di muratura a doppio filare di andamento rettilineo che si segue per circa m. 3. A sud emergono per circa 7 m. di lunghezza, alcuni blocchi disposti ad andamento circolare (…) probabili resti di una torre secondaria addossata a quella principale. Una decina di metri sempre a sud si individuano i presumibili resti di un’opera di terrazzamento artificiale (antemurale ?)…” e poi ancora “… Il nuraghe domina a 360 gradi tutto il territorio circostante, dalle alture di Pranu Sanguni ad est, a tutta la conca della Trexenta e anche oltre a ovest (…) situato lungo un’antica via di comunicazione che, passando per la Trexenta, collegava il Gerrei con la zona metallifera di Gadoni…”. (2)
Effettivamente, come osservato nell’articolo suddetto, questo sito si trova lungo quella che dagli anziani era indicata come “sa ì’’e Màndasa” (la strada per Mandas) e, cioè, lungo quella che il Barreca (2) ha indicato come la grande via punica (ma sicuramente molto più antica) che da Cagliari andava a Sant’Andrea Frius - Mandas - Isili con a Sant’Andrea Frius la diramazione per San Nicolò Gerrei – Ballao.
Inoltre, se si considera la collina nella sua totalità, si possono osservare dei particolari utili ad una migliore comprensione della costruzione nuragica esistente sulla sua sommità.
Osservando l’altura da nord-ovest (vedi foto 1) si individuano diversi livelli (vedi foto 2) che si riconoscono benissimo anche nella veduta aerea del colle (vedi foto 3) dai quali si constata che il nuraghe poggia su un affioramento di calcare che si ritrova su tutti i lati della collina. Scalandola da sud, al limite dei terreni coltivati, si incontrano resti di opere murarie di contenimento (vedi foto 4 e 5) e, poco più in alto tutt’intorno (vedi foto 6, 7, 8, 9, 10, 11 e 12) si nota l’affioramento calcareo che corrisponde al livello 0 (vedi foto 3).
Come si può notare osservando la foto aerea del colle, che è naturale solo fino a questi affioramenti che si sono indicati come “livello 0”, (vedi foto 3) a nord-ovest, a nord, a nord-est e a sud-est, tra la vegetazione si riconoscono i resti di muri, solo in parte crollati (vedi rispettivamente foto 13, 14, 15, 16 e 17) che, dalla foto aerea, risultano avere uno sviluppo rettilineo e che, nell’insieme, formano una figura poligonale incompleta a causa del fatto che a sud-est, a sud e a sud-ovest il crollo, o la distruzione dei muri è stata tale da lasciare solo un’estesa dispersione di pietrame difficile da leggere.
Nella stessa foto aerea, però, nello stesso livello 0, si osservano alcuni particolari (vedi foto 3, punti A, B e C) che potrebbero essere i resti di altrettante torri crollate o demolite.
Continuando a salire verso la vetta della collina, si arriva a quello che si può indicare come “livello 1” e che, al contrario di quanto osservato sul “livello 0”, pare essere circolare (vedi sempre la foto 3).
Da questo punto in poi si incontrano solo grossi massi sparsi un po’ dappertutto (vedi foto 18 e 19) fino alla sommità, passando per il “livello 2” (che sul terreno quasi non si nota), per arrivare alla cima del colle dove, tra l’erba e il piccolo pietrame sparso, è facile individuare dei massi disposti in circolo (vedi foto 20, 21, 22 e 23) che sono sicuramente i resti della torre centrale.
Nonostante tutte queste osservazioni, però, si può affermare con certezza solo che il nostro “cùccur’’e Nuràx’’i Àgusu “ non è una collina naturale, che l’ultimo terzo, circa, della sua altezza nasconde i resti di una costruzione nuragica polilobata, probabilmente meglio conservata di quanto può sembrare a prima vista, e che, se un giorno si dovesse riportare alla luce questo monumento, con molta probabilità si troverebbero delle sorprese notevoli. Questa mia certezza del tutto personale si basa su diversi elementi:
• Il primo è la sorprendente somiglianza della sky-line di questo colle con quella del Nuraghe di Barumini prima degli scavi (vedi foto 23 e 24);
• Il secondo elemento sono due leggende che si sono tramandate su questo sito e che, se è vero che ogni leggenda è sempre la trasposizione di una realtà storica, forniscono interessanti informazioni sul sito e sui suoi abitanti.
La prima di queste leggende è quella de “Sa mùsca macèdda ” (letteralmente: “la mosca che uccide”) per sfuggire alla quale la gente non aveva altra possibilità che nascondersi sotto terra. Questa leggenda è diffusa in tutta l’isola, ma sempre riferita a siti nuragici di particolare importanza e in quest’area si è tramandata solo ed esclusivamente per il “Nuràx’’i Àgusu ” e sicuramente non a caso.
In pratica è una metafora che ci racconta che, in quei tempi lontani, quando incombeva un grave pericolo, fosse l’invasione di popoli giunti dal mare o l’attacco di tribù ostili, la gente si rifugiava nel luogo più sicuro qual era un grande e possente nuraghe.
La seconda leggenda, invece, raccontando che nel “Nuràx’’i Àgusu” vi era un “trabàx’’i òru “ (letteralmente “un telaio d’oro”), ci informa della grande ricchezza di chi abitava in quel nuraghe: a quel tempo era considerato già ricco chi possedeva un semplice telaio di legno e canne, possederne uno tutto d’oro significava essere infinitamente ricco e potente.
• Il terzo elemento è diviso in due parti: una terza leggenda e l’etimologia del termine “Àgus”.
La leggenda racconta di un grande re, non sardo, che venne sepolto lungo il “Rio Bascùri “ con tutte le sue armi, ma che la sua tomba non venne mai trovata.
In effetti lungo il fiume indicato dalla leggenda, fiume che nasce in località “ Plànu Sangùni” col nome di “rio Piràstu “, non si individua nessuna traccia di una qualsiasi struttura che possa far pensare alla sepoltura di un personaggio regale.
Ma seguendo più a valle questo fiume, poco distante dal punto in cui esso, con un’ansa, modifica la direzione del suo corso da est verso ovest a da nord verso sud-ovest e prende il nome di “Rio Cìrras “, sulla riva sinistra si trova il colle del “Nuràx’’i Àgusu” che, come osservato, ha una struttura complessa e, tenuto conto della precedentemente citata leggenda del “telaio d’oro”, si presenta come il sito più probabile in cui quel “grande re” non sardo fu sepolto.
Questa ipotesi è ulteriormente sostenuta e, se vogliamo, confermata dal significato etimologico del termine “Àgusu“ ma prima di esporlo è necessario fare qualche precisazione sul metodo utilizzato nello studio della toponomastica locale.
Non avendo personalmente nessuna preparazione linguistica e non essendo a conoscenza di nessuna pubblicazione sull’argomento, confrontando circa 800 termini attuali della variante locale del sardo con i corrispettivi latini, spagnoli e italiani, ho individuato 114 fenomeni metaplasmatici di cui 53 sono alterazioni formali e 61 alterazioni fonetiche.
In sintesi: le alterazioni formali sono quelle che si verificano con la caduta, l’aggiunta o lo spostamento di un fonema nella parola; le alterazioni fonetiche, invece, sono quelle in cui determinati fonemi, nel passaggio dalle altre lingue al sardo friasino, si trasformano in fonemi diversi che hanno, cioè, una diversa articolazione.
Risparmio ai lettori la noiosa esemplificazione di questi fenomeni linguistici e mi limito ad osservare che dalla loro analisi emerge chiaramente l’esistenza di un “filtro fonetico”,
retaggio atavico della lingua o delle lingue sarde preromane, passando attraverso il quale le parole delle altre lingue vengono modificate seguendo regole precise e costanti, e che i Sardi antichi avevano un parco fonetico diverso da quello delle lingue, latina, spagnola e italiana.
Utilizzando al contrario queste alterazioni (tenendo conto anche della cosiddetta “etimologia popolare”) sono risalito all’origine e al significato di 108 toponimi locali e la validità del metodo usato è confermata dal fatto che queste etimologie, con mia grande sorpresa, formano dei quadri storici verosimili, molto interessanti e soprattutto inediti.
Uno dei fenomeni individuati è la trasformazione della A in U, specie in finale di parola, che si osserva verificatosi rispetto sia al latino che allo spagnolo e all’italiano, e p. e. nel termine “Frius” (alterazione di “Frias”), nel toponimo “Cùccur’’e Fórru” (alterazione di “Cùccur’’e fòrra”) e nel nome del nuraghe “Pédru niéddu” (alterazione di “Pèdra nièdda”).
Tornando al nostro colle e al nome del nuraghe le cui tracce si osservano sulla sua vetta, se ipotizziamo che questa alterazione si sia verificata anche in “Àgusu” (paragoge di “Àgus “, plurale di “Àgu “) si ottiene il termine “Aga” (o “Agha”) che significa letteralmente “principe”, “padrone” e, di conseguenza, il significato del nome “Nuràx’’i Àgusu” dovrebbe essere “il nuraghe degli Aga” e, cioè, il nuraghe “dei re” o “dei principi” o “dei padroni”.
“Aga”, però, è un termine originario dell’Anatolia, l’odierna Turchia: come è giunto fin qua e perché si è tramandato per millenni?
La risposta si trova in un documento (in verità poco attendibile) datato 20 luglio 1761(3) dal quale si apprende che il nome latino di “Frius” fino all’ultimo ripopolamento, avvenuto nel 1699, era “Frigos” e, cioè, “Frigi”.
Il popolo frigio, originario della Macedonia, per lungo tempo visse nelle isole greche come alleato degli Achei che affiancò, p.e., nella conquista di Creta (1450 a.C.)(4), fece parte della migrazione dei popoli del mare(5) e solo dopo il crollo delle ultime dinastie Achee nel XII sec. a.C., si stabilì nel centro della penisola anatolica presso il fiume “Sakarya”. I Frigi parlavano una lingua indoeuropea, inizialmente forgiati dalla cultura Achea, furono influenzati dagli Hittiti e dagli Hurriti (da questi ultimi, tra l’altro, appresero l’arte di estrarre e di lavorare i metalli) e veneravano la dea Cibele (Dea Madre Terra della fecondità) futura Artemide tramite i culti praticati nella città di “Sardi”. Il loro regno, che dopo la caduta dell’impero Hittita arrivò ad occupare quasi tutta l’Anatolia, nel 695 a.C. cadde sotto i colpi dei barbari Cimmeri e ai Frigi rimase solo la valle del fiume “Sakarya”.(6)
Nello stesso VII sec. a.C. in Sardegna le città costiere fenicie iniziarono un movimento di espansione verso l’interno(7) e poiché quelle città erano già allora multietniche, non è improbabile che in qualcuna di esse vi fosse anche qualche gruppo di Frigi allontanatisi dalla loro terra per sfuggire all’invasione dei Cimmeri e che qualche loro colonia si sia stabilita proprio in quest’area dove, grazie alla loro esperienza nell’estrazione e nella lavorazione dei metalli (non bisogna dimenticare che nel VII secolo a.C. in Sardegna si era in quella che G. Lilliu ha definito “Età delle Aristocrazie” che dovevano la loro importanza al possesso e alla capacità di sfruttamento dei giacimenti metalliferi) in breve tempo riuscirono a conquistare il potere su tutto questo
territorio sì da meritarsi il titolo di “principi” e di “padroni”.
La suddetta leggenda del “telaio d’oro”, oltre ad essere una metafora della grande ricchezza di chi abitava nel “Nuràx’’i Àgusu ”, può darsi anche che nasconda un riferimento subliminale all’enorme ricchezza de mitico “re Mida” il cui tumulo aveva l’aspetto di una collina innaturale, proprio come il nostro “cùccuru”, e il cui palazzo reale fortificato dell’VIII sec. a.C. aveva uno schema difensivo a tre livelli!(8).
La leggenda de “sa mùsca macèdda”, invece, è probabile che nasconda un riferimento ad un’altra migrazione nell’isola, molto più antica, cui questa dei Frigi somiglia molto, e cioè quella guidata da “Iolao” che Diodoro Siculo, storiografo del I sec. a.C., ha così raccontato: “… (gli “Iolaei)… si costruirono delle abitazioni sotterranee e, svolgendo il loro modo di vita nei cunicoli, evitarono il pericolo della guerra…”.(9)
Anche V. Angius, nel “Dizionario geografico storico (…)” del Casalis, ha scritto: “… Questo paese era compreso nell’antica Iolea, dove i Pelasgi di Iolao si stabilivano usurpando le terre agli indigeni…”.(10)
In effetti, se è vero che in questo territorio non si sono trovate tombe molto antiche, è altrettanto vero che sono numerose le notizie che si hanno dell’esistenza in esso di ipogei e di cunicoli, dove la gente viveva, e che, tenuto conto della natura del territorio, caratterizzato dalla presenza di estesi affioramenti calcarei del Miocene, e di alcuni particolari in essi osservabili, l’esistenza di cavità sotterranee naturali e/o artificiali è quasi certa così come è molto probabile che siano state utilizzate per seppellirvi i morti per molti secoli. Ma questo è un altro argomento che merita di essere approfondito a parte.
Tornando al nostro colle e alla presenza in quest’area di una colonia di Frigi, C. Bellieni (11), sostiene che il secondo termine del nome della località di “Plànu Sànguni” derivi dal nome latino “Sangarius” del fiume frigio “Sakarya” ed è probabile che l’antica miniera di piombo, zinco e ferro oligisto, che il Lamarmora (12) sostiene essere esistita in quell’area, sia stata scavata proprio dai Frigi.
Un’altra mia del tutto personale convinzione è che il “Nuràx’’i Àgusu”, così come descritto, si sviluppi quanto in altezza, altrettanto se non di più, in profondità.
Purtroppo, però, perché tutte queste ipotesi, teorie e convinzioni personali trovino conferma o vengano smentite, bisogna aspettare che qualcuno si decida a scavare: per iniziare basterebbe anche soltanto ripulire il nuraghe dall’erba e dalla vegetazione.
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1) R. RELLI (a cura di): “Sant’Andrea Frius, dal Neolitico alla Rifondazione” , Nuove Grafiche - Ortacesus 2006, cit. scheda 16.1, pagg. 222 e 223.
2 ) F. Barreca: “La Sardegna fenicia e punica”, 1979, pag. 85.
3 ) Segreteria di Stato, II Sezione, fascicolo 1504, pagg. 205 e segg.
4 ) http://www.latlantide.it/storia/frigi.html.
5 ) http://www.spazioinwind.libero.it/popoli_antichi/asia-Minore/frigia.html.
6 ) Vedi nota 4.
7 ) Vedi nota 2, cit. pag 46.
8 ) Vedi nota 4.
9) Diodoro Siculo: “Biblioteca Historica” – vol. 15, traduzione tratta da: M.Perra, “La Sardegna nelle fonti classiche”, Editrice S’Alvure, Oristano 1993.
10) Forse è questa la causa primaria della costruzione del “Sistema nuragico di Frea” (vedi mio articolo del 16.11.2012) e, forse, quegli “adoratori di pale”, di cui si è detto che vivevano all’interno dell’enclave, erano gli “Iolaei”,mentre gli “adoratori di menhirs” che vivevano nelle montagne, al di fuori dell’enclave, erano sicuramente gli indigeni.
11) In “La Sardegna e i Sardi”, 1931.
12) In “Itinerario di viaggio in Sardegna”, 1815.
La casa dei padroni (?)
di Aldo Casu
Come preannunciato nel mio articolo intitolato “Il sistema nuragico di Frea, l’antica e vasta area sacra” pubblicato il 16 novembre scorso, ecco qui un articolo interamente dedicato al “Cùccur’’e Nuràx’’i Àgusu”, che è in agro di San Basilio ma è di proprietà di abitanti di Sant’Andrea Frius ed è, come si è visto, uno dei siti più importanti del sistema suddetto.
È una piccola collina isolata che si eleva a 283 m. slm e 59 m. sui terreni circostanti e che ha fatto fantasticare generazioni di giovani e di meno giovani per la sua forma strana, per le leggende che si sono tramandate su di essa e per il suo nome che non lascia dubbi sul fatto che su di essa sia esistito un nuraghe di cui, ancora oggi, si possono osservare i resti.
Gli archeologi che hanno fatto il Censimento Archeologico Comunale lo descrivono così: “… Il monumento occupa la sommità di una collina conica che si staglia in una fertile regione morbidamente ondulata. Lo stato di distruzione e la presenza di uno spesso strato erboso non permettono di rilevare l’esatto sviluppo planimetrico del nuraghe, che si configura comunque come una struttura complessa. Emergono, a sud, poche tracce consistenti in un unico filare di blocchi sub squadrati di medie dimensioni che descrivono un arco di cerchio di circa 6 m. di corda. Ad ovest/sud-ovest si congiunge a questo corpo principale un tratto di muratura a doppio filare di andamento rettilineo che si segue per circa m. 3. A sud emergono per circa 7 m. di lunghezza, alcuni blocchi disposti ad andamento circolare (…) probabili resti di una torre secondaria addossata a quella principale. Una decina di metri sempre a sud si individuano i presumibili resti di un’opera di terrazzamento artificiale (antemurale ?)…” e poi ancora “… Il nuraghe domina a 360 gradi tutto il territorio circostante, dalle alture di Pranu Sanguni ad est, a tutta la conca della Trexenta e anche oltre a ovest (…) situato lungo un’antica via di comunicazione che, passando per la Trexenta, collegava il Gerrei con la zona metallifera di Gadoni…”. (2)
Effettivamente, come osservato nell’articolo suddetto, questo sito si trova lungo quella che dagli anziani era indicata come “sa ì’’e Màndasa” (la strada per Mandas) e, cioè, lungo quella che il Barreca (2) ha indicato come la grande via punica (ma sicuramente molto più antica) che da Cagliari andava a Sant’Andrea Frius - Mandas - Isili con a Sant’Andrea Frius la diramazione per San Nicolò Gerrei – Ballao.
Inoltre, se si considera la collina nella sua totalità, si possono osservare dei particolari utili ad una migliore comprensione della costruzione nuragica esistente sulla sua sommità.
Osservando l’altura da nord-ovest (vedi foto 1) si individuano diversi livelli (vedi foto 2) che si riconoscono benissimo anche nella veduta aerea del colle (vedi foto 3) dai quali si constata che il nuraghe poggia su un affioramento di calcare che si ritrova su tutti i lati della collina. Scalandola da sud, al limite dei terreni coltivati, si incontrano resti di opere murarie di contenimento (vedi foto 4 e 5) e, poco più in alto tutt’intorno (vedi foto 6, 7, 8, 9, 10, 11 e 12) si nota l’affioramento calcareo che corrisponde al livello 0 (vedi foto 3).
Come si può notare osservando la foto aerea del colle, che è naturale solo fino a questi affioramenti che si sono indicati come “livello 0”, (vedi foto 3) a nord-ovest, a nord, a nord-est e a sud-est, tra la vegetazione si riconoscono i resti di muri, solo in parte crollati (vedi rispettivamente foto 13, 14, 15, 16 e 17) che, dalla foto aerea, risultano avere uno sviluppo rettilineo e che, nell’insieme, formano una figura poligonale incompleta a causa del fatto che a sud-est, a sud e a sud-ovest il crollo, o la distruzione dei muri è stata tale da lasciare solo un’estesa dispersione di pietrame difficile da leggere.
Nella stessa foto aerea, però, nello stesso livello 0, si osservano alcuni particolari (vedi foto 3, punti A, B e C) che potrebbero essere i resti di altrettante torri crollate o demolite.
Continuando a salire verso la vetta della collina, si arriva a quello che si può indicare come “livello 1” e che, al contrario di quanto osservato sul “livello 0”, pare essere circolare (vedi sempre la foto 3).
Da questo punto in poi si incontrano solo grossi massi sparsi un po’ dappertutto (vedi foto 18 e 19) fino alla sommità, passando per il “livello 2” (che sul terreno quasi non si nota), per arrivare alla cima del colle dove, tra l’erba e il piccolo pietrame sparso, è facile individuare dei massi disposti in circolo (vedi foto 20, 21, 22 e 23) che sono sicuramente i resti della torre centrale.
Nonostante tutte queste osservazioni, però, si può affermare con certezza solo che il nostro “cùccur’’e Nuràx’’i Àgusu “ non è una collina naturale, che l’ultimo terzo, circa, della sua altezza nasconde i resti di una costruzione nuragica polilobata, probabilmente meglio conservata di quanto può sembrare a prima vista, e che, se un giorno si dovesse riportare alla luce questo monumento, con molta probabilità si troverebbero delle sorprese notevoli. Questa mia certezza del tutto personale si basa su diversi elementi:
• Il primo è la sorprendente somiglianza della sky-line di questo colle con quella del Nuraghe di Barumini prima degli scavi (vedi foto 23 e 24);
• Il secondo elemento sono due leggende che si sono tramandate su questo sito e che, se è vero che ogni leggenda è sempre la trasposizione di una realtà storica, forniscono interessanti informazioni sul sito e sui suoi abitanti.
La prima di queste leggende è quella de “Sa mùsca macèdda ” (letteralmente: “la mosca che uccide”) per sfuggire alla quale la gente non aveva altra possibilità che nascondersi sotto terra. Questa leggenda è diffusa in tutta l’isola, ma sempre riferita a siti nuragici di particolare importanza e in quest’area si è tramandata solo ed esclusivamente per il “Nuràx’’i Àgusu ” e sicuramente non a caso.
In pratica è una metafora che ci racconta che, in quei tempi lontani, quando incombeva un grave pericolo, fosse l’invasione di popoli giunti dal mare o l’attacco di tribù ostili, la gente si rifugiava nel luogo più sicuro qual era un grande e possente nuraghe.
La seconda leggenda, invece, raccontando che nel “Nuràx’’i Àgusu” vi era un “trabàx’’i òru “ (letteralmente “un telaio d’oro”), ci informa della grande ricchezza di chi abitava in quel nuraghe: a quel tempo era considerato già ricco chi possedeva un semplice telaio di legno e canne, possederne uno tutto d’oro significava essere infinitamente ricco e potente.
• Il terzo elemento è diviso in due parti: una terza leggenda e l’etimologia del termine “Àgus”.
La leggenda racconta di un grande re, non sardo, che venne sepolto lungo il “Rio Bascùri “ con tutte le sue armi, ma che la sua tomba non venne mai trovata.
In effetti lungo il fiume indicato dalla leggenda, fiume che nasce in località “ Plànu Sangùni” col nome di “rio Piràstu “, non si individua nessuna traccia di una qualsiasi struttura che possa far pensare alla sepoltura di un personaggio regale.
Ma seguendo più a valle questo fiume, poco distante dal punto in cui esso, con un’ansa, modifica la direzione del suo corso da est verso ovest a da nord verso sud-ovest e prende il nome di “Rio Cìrras “, sulla riva sinistra si trova il colle del “Nuràx’’i Àgusu” che, come osservato, ha una struttura complessa e, tenuto conto della precedentemente citata leggenda del “telaio d’oro”, si presenta come il sito più probabile in cui quel “grande re” non sardo fu sepolto.
Questa ipotesi è ulteriormente sostenuta e, se vogliamo, confermata dal significato etimologico del termine “Àgusu“ ma prima di esporlo è necessario fare qualche precisazione sul metodo utilizzato nello studio della toponomastica locale.
Non avendo personalmente nessuna preparazione linguistica e non essendo a conoscenza di nessuna pubblicazione sull’argomento, confrontando circa 800 termini attuali della variante locale del sardo con i corrispettivi latini, spagnoli e italiani, ho individuato 114 fenomeni metaplasmatici di cui 53 sono alterazioni formali e 61 alterazioni fonetiche.
In sintesi: le alterazioni formali sono quelle che si verificano con la caduta, l’aggiunta o lo spostamento di un fonema nella parola; le alterazioni fonetiche, invece, sono quelle in cui determinati fonemi, nel passaggio dalle altre lingue al sardo friasino, si trasformano in fonemi diversi che hanno, cioè, una diversa articolazione.
Risparmio ai lettori la noiosa esemplificazione di questi fenomeni linguistici e mi limito ad osservare che dalla loro analisi emerge chiaramente l’esistenza di un “filtro fonetico”,
retaggio atavico della lingua o delle lingue sarde preromane, passando attraverso il quale le parole delle altre lingue vengono modificate seguendo regole precise e costanti, e che i Sardi antichi avevano un parco fonetico diverso da quello delle lingue, latina, spagnola e italiana.
Utilizzando al contrario queste alterazioni (tenendo conto anche della cosiddetta “etimologia popolare”) sono risalito all’origine e al significato di 108 toponimi locali e la validità del metodo usato è confermata dal fatto che queste etimologie, con mia grande sorpresa, formano dei quadri storici verosimili, molto interessanti e soprattutto inediti.
Uno dei fenomeni individuati è la trasformazione della A in U, specie in finale di parola, che si osserva verificatosi rispetto sia al latino che allo spagnolo e all’italiano, e p. e. nel termine “Frius” (alterazione di “Frias”), nel toponimo “Cùccur’’e Fórru” (alterazione di “Cùccur’’e fòrra”) e nel nome del nuraghe “Pédru niéddu” (alterazione di “Pèdra nièdda”).
Tornando al nostro colle e al nome del nuraghe le cui tracce si osservano sulla sua vetta, se ipotizziamo che questa alterazione si sia verificata anche in “Àgusu” (paragoge di “Àgus “, plurale di “Àgu “) si ottiene il termine “Aga” (o “Agha”) che significa letteralmente “principe”, “padrone” e, di conseguenza, il significato del nome “Nuràx’’i Àgusu” dovrebbe essere “il nuraghe degli Aga” e, cioè, il nuraghe “dei re” o “dei principi” o “dei padroni”.
“Aga”, però, è un termine originario dell’Anatolia, l’odierna Turchia: come è giunto fin qua e perché si è tramandato per millenni?
La risposta si trova in un documento (in verità poco attendibile) datato 20 luglio 1761(3) dal quale si apprende che il nome latino di “Frius” fino all’ultimo ripopolamento, avvenuto nel 1699, era “Frigos” e, cioè, “Frigi”.
Il popolo frigio, originario della Macedonia, per lungo tempo visse nelle isole greche come alleato degli Achei che affiancò, p.e., nella conquista di Creta (1450 a.C.)(4), fece parte della migrazione dei popoli del mare(5) e solo dopo il crollo delle ultime dinastie Achee nel XII sec. a.C., si stabilì nel centro della penisola anatolica presso il fiume “Sakarya”. I Frigi parlavano una lingua indoeuropea, inizialmente forgiati dalla cultura Achea, furono influenzati dagli Hittiti e dagli Hurriti (da questi ultimi, tra l’altro, appresero l’arte di estrarre e di lavorare i metalli) e veneravano la dea Cibele (Dea Madre Terra della fecondità) futura Artemide tramite i culti praticati nella città di “Sardi”. Il loro regno, che dopo la caduta dell’impero Hittita arrivò ad occupare quasi tutta l’Anatolia, nel 695 a.C. cadde sotto i colpi dei barbari Cimmeri e ai Frigi rimase solo la valle del fiume “Sakarya”.(6)
Nello stesso VII sec. a.C. in Sardegna le città costiere fenicie iniziarono un movimento di espansione verso l’interno(7) e poiché quelle città erano già allora multietniche, non è improbabile che in qualcuna di esse vi fosse anche qualche gruppo di Frigi allontanatisi dalla loro terra per sfuggire all’invasione dei Cimmeri e che qualche loro colonia si sia stabilita proprio in quest’area dove, grazie alla loro esperienza nell’estrazione e nella lavorazione dei metalli (non bisogna dimenticare che nel VII secolo a.C. in Sardegna si era in quella che G. Lilliu ha definito “Età delle Aristocrazie” che dovevano la loro importanza al possesso e alla capacità di sfruttamento dei giacimenti metalliferi) in breve tempo riuscirono a conquistare il potere su tutto questo
territorio sì da meritarsi il titolo di “principi” e di “padroni”.
La suddetta leggenda del “telaio d’oro”, oltre ad essere una metafora della grande ricchezza di chi abitava nel “Nuràx’’i Àgusu ”, può darsi anche che nasconda un riferimento subliminale all’enorme ricchezza de mitico “re Mida” il cui tumulo aveva l’aspetto di una collina innaturale, proprio come il nostro “cùccuru”, e il cui palazzo reale fortificato dell’VIII sec. a.C. aveva uno schema difensivo a tre livelli!(8).
La leggenda de “sa mùsca macèdda”, invece, è probabile che nasconda un riferimento ad un’altra migrazione nell’isola, molto più antica, cui questa dei Frigi somiglia molto, e cioè quella guidata da “Iolao” che Diodoro Siculo, storiografo del I sec. a.C., ha così raccontato: “… (gli “Iolaei)… si costruirono delle abitazioni sotterranee e, svolgendo il loro modo di vita nei cunicoli, evitarono il pericolo della guerra…”.(9)
Anche V. Angius, nel “Dizionario geografico storico (…)” del Casalis, ha scritto: “… Questo paese era compreso nell’antica Iolea, dove i Pelasgi di Iolao si stabilivano usurpando le terre agli indigeni…”.(10)
In effetti, se è vero che in questo territorio non si sono trovate tombe molto antiche, è altrettanto vero che sono numerose le notizie che si hanno dell’esistenza in esso di ipogei e di cunicoli, dove la gente viveva, e che, tenuto conto della natura del territorio, caratterizzato dalla presenza di estesi affioramenti calcarei del Miocene, e di alcuni particolari in essi osservabili, l’esistenza di cavità sotterranee naturali e/o artificiali è quasi certa così come è molto probabile che siano state utilizzate per seppellirvi i morti per molti secoli. Ma questo è un altro argomento che merita di essere approfondito a parte.
Tornando al nostro colle e alla presenza in quest’area di una colonia di Frigi, C. Bellieni (11), sostiene che il secondo termine del nome della località di “Plànu Sànguni” derivi dal nome latino “Sangarius” del fiume frigio “Sakarya” ed è probabile che l’antica miniera di piombo, zinco e ferro oligisto, che il Lamarmora (12) sostiene essere esistita in quell’area, sia stata scavata proprio dai Frigi.
Un’altra mia del tutto personale convinzione è che il “Nuràx’’i Àgusu”, così come descritto, si sviluppi quanto in altezza, altrettanto se non di più, in profondità.
Purtroppo, però, perché tutte queste ipotesi, teorie e convinzioni personali trovino conferma o vengano smentite, bisogna aspettare che qualcuno si decida a scavare: per iniziare basterebbe anche soltanto ripulire il nuraghe dall’erba e dalla vegetazione.
______________________________
1) R. RELLI (a cura di): “Sant’Andrea Frius, dal Neolitico alla Rifondazione” , Nuove Grafiche - Ortacesus 2006, cit. scheda 16.1, pagg. 222 e 223.
2 ) F. Barreca: “La Sardegna fenicia e punica”, 1979, pag. 85.
3 ) Segreteria di Stato, II Sezione, fascicolo 1504, pagg. 205 e segg.
4 ) http://www.latlantide.it/storia/frigi.html.
5 ) http://www.spazioinwind.libero.it/popoli_antichi/asia-Minore/frigia.html.
6 ) Vedi nota 4.
7 ) Vedi nota 2, cit. pag 46.
8 ) Vedi nota 4.
9) Diodoro Siculo: “Biblioteca Historica” – vol. 15, traduzione tratta da: M.Perra, “La Sardegna nelle fonti classiche”, Editrice S’Alvure, Oristano 1993.
10) Forse è questa la causa primaria della costruzione del “Sistema nuragico di Frea” (vedi mio articolo del 16.11.2012) e, forse, quegli “adoratori di pale”, di cui si è detto che vivevano all’interno dell’enclave, erano gli “Iolaei”,mentre gli “adoratori di menhirs” che vivevano nelle montagne, al di fuori dell’enclave, erano sicuramente gli indigeni.
11) In “La Sardegna e i Sardi”, 1931.
12) In “Itinerario di viaggio in Sardegna”, 1815.
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