Diretto da Pierluigi Montalbano

Ogni giorno un nuovo articolo divulgativo, a fondo pagina i 10 più visitati e la liberatoria per testi e immagini.

Directed by Pierluigi Montalbano
Every day a new article at the bottom of the 10 most visited and disclaimer for text and graphics.
History Archaeology Art Literature Events

Storia Archeologia Arte Letteratura Eventi

Associazione Culturale Honebu

Translate - Traduzione - Select Language

mercoledì 21 agosto 2013

I gioielli spaziali degli antichi Egizi: lavorati con il ferro dei meteoriti

I gioielli spaziali degli antichi Egizi: lavorati con il ferro dei meteoriti

Arriva dallo spazio il ferro delle perline dei più antichi gioielli Egizi realizzati con questo metallo. Il ferro era contenuto nei meteoriti, come mostra l'analisi della struttura interna delle perle condotta da un gruppo di ricerca dell'University College London e pubblicato sul Journal of Archaeological Science. Realizzati oltre 5.000 anni fa, i gioielli dall'origine cosmica, inoltre, spostano indietro nel tempo di almeno due millenni l'origine della lavorazione del ferro.
Le perline realizzate con il ferro presente nei meteoriti sono nove, sono state scoperte nel 1911 in una tomba egizia del IV millennio a.C. e attualmente sono conservate presso il Museo di archeologia egizia Petrie Museum, dell'University College London. L'origine extraterrestre di questi gioielli è stata scoperta analizzando le perle con fasci di neutroni e raggi gamma, che hanno svelato l'alta concentrazione di nichel, cobalto, fosforo e germanio presente negli oggetti e che è caratteristica del ferro che si trova nei meteoriti.
L'indagine non invasiva ha mostrato anche la struttura interna degli oggetti e ha permesso di scoprire che sono stati realizzati a partire da lamine sottilissime, arrotolate per ottenere le sfere.

Le perline così ottenute sono state utilizzate per realizzare le più antiche collane in ferro: gioielli che contenevano anche oro e pietre preziose, e ciò dimostra l'alto valore attribuito a questo materiale dagli antichi Egizi.
Per dare al ferro la forma di sottili lamine, "il metallo è stato sottoposto a più cicli di martellamento, una tecnica molto diversa da tutte le altre allora usate per realizzare monili", ha osservato il coordinatore della ricerca, Thilo Rehren, che lavora nella sede del Qatar dell'University College London.
La ricerca ha messo in luce anche la particolare abilità degli antichi artigiani egizi nel lavorare un materiale molto difficile come il ferro meteoritico, una lega di ferro e nichel molto più dura e più fragile di quella del materiale comunemente usato all'epoca, il rame. Secondo gli esperti l’esperienza maturata con la lavorazione del ferro dei meteoriti sarebbe stata tanto più importante nel II millennio a.C., con l'arrivo della produzione del ferro con la tecnica della fusione, che avrebbe permesso a questo metallo di sostituire il rame e il bronzo.

Fonte www.ansa.it

martedì 20 agosto 2013

Eccezionale scoperta archeologica in Sardegna: trovata la prima raffigurazione del mitico dio sardo al tempio di Antas.

Trovata la prima raffigurazione del mitico dio sardo al tempio di Antas.
di Fabio Isman


Per quasi 50 anni, erano rimaste in una cassa. Sono le decorazioni in terracotta del Tempio di Antas in Sardegna, vicino a Iglesias, uno dei più antichi e dei più misteriosi dell’isola. Le ha ordinate e studiate Giuseppina Manca di Mores, archeologa isolana e vicepresidente dell’ANA, l’Associazione nazionale Archeologi. E ha scoperto così la più antica raffigurazione del “Sardus Pater”, mitico progenitore della Sardegna, la cui immagine di divinità con il cappello inequivocabilmente piumato si fonde con quella di Iolao, il nipote di Eracle. Perché nella prima raffigurazione di questo mitico personaggio, si uniscono le tradizionali origini greche e fenicie della fondazione dell’isola.
Antas. Vicino a Fluminimaggiore, c’è uno dei grandi misteri sardi: un tempio punico del 500 a.C. dedicato al dio Sid Addir, forse dove già c’era un luogo di culto nuragico per il dio delle acque. Due secoli dopo, è ristrutturato. Per volere di Augusto (27 a.C.-14 d.C.), restaurato da Caracalla (213 – 217 d.C.) diventa un tempio romano. Lo scopre nel 1836 il generale Alberto La Marmora; oggi, lo vediamo, sei colonne ioniche alte otto metri, come è stato ricostruito nel 1967. Da un dito trovato in loco, doveva esserci una statua alta tre metri: quella del Sardus Pater, cui il tempio è dedicato, e una cui effige fu collocata al Santuario di Delfi.

La nemesi. Una tra le frasi preferite di un famoso archeologo che non c’è più, Sabatino Moscati, era che «gli scavi più importanti sono quelli nei magazzini dei musei»: una nemesi. A scavare il tempio di Antas (e molto altro) è stato infatti proprio lui. Ma le terrecotte che, sulla facciata del tempio, ne proteggevano e decoravano il legno, sono finite nei depositi; e lì sono rimaste per oltre mezzo secolo, non studiate da nessuno.
Libro dei Lincei. A metà del prossimo anno, sarà pronto un poderoso libro sul tempio, curato, per l’Accademia dei Lincei, da Mario Torelli, un maestro dell’archeologia. E per questo lavoro a più voci, Giuseppina Manca ha finalmente esaminato, dal 2008 in poi, proprio quegli oggetti. Davvero importanti: il tempio di Antas è tra i più remoti ed importanti dell’isola. In un iscrizione, si legge la dedica: «TEMPL(um) DE SARDI PATRIS BAB», al Sardus Pater, così chiamato dai Romani, che può essere identificato con il dio Sid dei Cartaginesi. A ribadire l’importanza del luogo, Tolomeo lo cita già.
Nascita dell’isola. Sul sorgere della Sardegna abitata, si fronteggiano, entrambe con nobili sponsor e dotta letteratura, due diverse tradizioni. Sallustio e Pausania la vogliono colonizzata da Sardo, il figlio dell’Eracle libico, cioè del fenicio Melqart; Diodoro Siculo e altri, da Iolao, che sarebbe il padre degli Iliensi, giunto sull’isola con i figli di Eracle. Tra le terrecotte nei magazzini, Manca di Mores ha ricomposto una figura di Eracle con la leonté, e un personaggio maschile nudo, in piedi, con la doppia corona di piume in testa che lo qualifica con certezza come Iolao. Lo vediamo sulle monete romane di Azio Balbo, in un bronzetto punico trovato a Genoni, ed altrove.

Un “primum”. «Ma questa è la prima raffigurazione che ora, finalmente, conosciamo», racconta Giuseppina Manca; risale alla fase romana non imperiale, ma repubblicana, «nel primo, finora unico tempio romano-repubblicano con decorazione architettonica completa, tra gli ultimi decenni del II e la prima metà del I secolo a.C.». Chi arrivava al tempio, si trovava immediatamente di fronte le figure della mitica fondazione dell’isola. Solo che, per saperlo, abbiamo dovuto attendere mezzo secolo dagli scavi, perché «quelli più importanti avvengono nei depositi dei musei»: Moscati aveva proprio ragione; evidentemente, anche per quanto riguardava lui stesso.
Fonte: ww.artemagazine.it

lunedì 19 agosto 2013

600.000 visite. Per festeggiare parliamo di navigazione antica.

600.000 visite. Per festeggiare parliamo di navigazione antica.
di Pierluigi Montalbano


L’antica marineria della Sardegna.


Sarei felice di poter raccontare le vicende di qualche marinaio nuragico, ma le fonti storiche, avarissime di dati per questo periodo, non me lo consentono. In ogni caso, vista la tecnologia navale del tempo e tenendo conto del carattere notoriamente invariato del mare, sono ragionevolmente certo che qualche tempesta e vari naufragi abbiano accompagnato la storia di questi antichi naviganti. Certamente si andava per mare solo nella buona stagione ma, nonostante queste gravi difficoltà, i mari erano solcati da navi ed equipaggi coraggiosi, consentendo alle genti di conoscersi, di attivare traffici e scambi, ma anche di organizzare atti di pirateria. I sardi hanno un forte debito di riconoscenza nei confronti di questi marinai perché aiutano a superare un preconcetto al quale qualcuno è affezionato: la repulsione verso i viaggi in mare. La Sardegna è abitata (non stagionalmente) da almeno 80 secoli ma alcuni studiosi sostengono, a mio avviso erroneamente, che i sardi si sono tenuti rigorosamente lontani dal mare: tutti sul Gennargentu insomma…con qualche sofferta eccezione per il Limbara. Un record planetario ineguagliabile, peccato che non sia vero. Per me, studioso e appassionato di paleostoria, affascinato dalle incantevoli navicelle bronzee nuragiche, nucleo della mia tesi di laurea, i dubbi sull’ipotesi “sardi impauriti dal mare” sono leciti, a meno che non mi convincano che i modellini riproducano efficaci mezzi di trasporto per andare da Su Nuraxi di Barumini al Nuraghe Losa. Qualche studioso ha tentato di convincermi che le barche nuragiche in bronzo sono mezzi per raggiungere l’aldilà, quindi i nostri antenati progettavano le crociere solo dopo la morte. Per gli studiosi che non vedono di buon occhio una civiltà sarda proiettata verso il Mediterraneo, tutte le proposte sono buone, ma devono convincermi che le navicelle non riproducano modelli navali realistici. Va detto, comunque, che finora nessuno ha ipotizzato che fossero giocattoli per i giovani nuragici o portacenere. Resta poi da domandarsi come siano arrivati i primi abitanti. Esclusa la germinazione spontanea si intuisce un affannoso bruciare di barche, zattere e remi e vele. “Dae su mare su male” mi è capitato di sentire con toni di compiaciuto pessimismo.
Alcuni documenti egizi, tra i quali il papiro di Wilbour citato da Lilliu a proposito del periodo degli attacchi dei popoli del mare a Qadesh e nel Delta del Nilo, nel pieno sviluppo della Civiltà Nuragica, riferiscono di Sherden dal cuore ribelle, invincibili guerrieri che giungono dal mare. Non si ha la certezza assoluta che si tratti dei nuragici ma tutti gli indizi portano a questa deduzione. Inoltre, i rilievi di Medinet Abu, Abu Simbel e Karnak, che riferiscono di questi popoli, mostrano (rappresentati sui templi) personaggi molto simili ai guerrieri dei bronzetti nuragici, soprattutto nel vestiario e nelle armi. Le piccole sculture che fanno la fortuna dei musei di tutto il mondo, mostrano uno spiegamento di armi e armati eccessivo se il compito di questi ben equipaggiati guerrieri si limitava a regolare faide tribali interne all’isola. Inoltre ci sono le navicelle. Le coste italiche non sono lontane: risalendo le coste sarde e quelle della Corsica, e dirigendosi verso l’isola d’Elba, si può navigare a vista fino all’arcipelago toscano. Vi erano tutte le condizioni favorevoli per uno scambio commerciale fra le due sponde, e l’archeologia conferma questa proposta: a cavallo fra Bronzo e Ferro, nell’isola,si trovano asce, spade, fibule, anfore e brocche per il vino, e sono frequenti i bronzi sardi in tombe e ripostigli dell’Etruria. Nelle città di Tarquinia, Vulci, Populonia, Vetulonia troviamo un repertorio archeologico molto vicino al mondo nuragico. Inoltre sono provati scambi col mondo miceneo, e ceramiche nuragiche sono presenti a Lipari.

Ora descriverò come si muovevano i sardi di due millenni fa.

domenica 18 agosto 2013

Archeologia subacquea: individuato un relitto di nave romana nelle isole Eolie.

Individuato un relitto di nave romana nelle Isole Eolie, a Filicudi

E' stato scoperto dall'archeologo Philippe Tisseyre, sub della Soprintendenza del Mare della Regione Sicilia, un relitto di epoca romana nella Secca di Capo Graziano a Filicudi. Nell'area erano già state individuate numerose anfore romane e alcuni relitti di varie epoche, testimoni della pericolosità della navigazione in questa area marina. Il nuovo relitto si trova a 50 metri di profondità, nei fondali delle isole Eolie ribattezzate come museo archeologico subacqueo. Philippe Tisseyre ha dichiarato: "Finora era noto che vi fosse la presenza di una nave romana solo attraverso le notizie di furti di una certa tipologia di anfore, ma non si conosceva l'ubicazione della nave. Oggi, nel quadro di una ricognizione sistematica del sistema informatico territoriale della soprintendenza coordinata dal professore Sebastiano Tusa, Soprintendente del Mare, è stato possibile rinvenire il relitto in questione". Per il recupero hanno collaborato i carabinieri di Filicudi e il museo archeologico regionale Luigi Berbabò Brea di Lipari.


Come le altre vicine isole, Filicudi fu popolata già 3.000 a.C., come è testimoniato a Capo Graziano dove gli archeologi hanno scavato una ventina di capanne dalla forma ovale poste su un promontorio a circa 100 m sopra il livello del mare. All’interno delle capanne sono state rinvenute ceramiche di produzione autoctona e frammenti di ceramica appartenenti al periodo di Diana. Altre ceramiche di stile protomiceneo suggeriscono che il villaggio ha continuato la sua vita fino al 1430 a.C, quando ci fu una violenta distruzione. Sul punto più alto di Capo Graziano si trova l’antico altare sacrificale di queste genti. Capo Graziano nelle sue acque custodisce millenni di storia, ed è stato istituito un museo sottomarino accessibile solo ai sub più esperti in possesso di un brevetto avanzato e rigorosamente accompagnati da guida specializzata. Sono bene nove i relitti adagiati nel fondo. Si può scendere fino ad una profondità di 45 metri, punto dal quale si può ammirare il relitto A, di età greca, che risale al II a.C. e sempre dallo stesso punto si scorge il relitto G, ancora oggi quasi interamente insabbiato, che risale al V a.C.



Nelle immagini, di Salina Live, i sub in azione e la Grotta del Bue Marino, nei pressi di Capo Graziano

sabato 17 agosto 2013

Età del Ferro in Sardegna: L’archivio delle tombe impossibili


L’archivio delle tombe impossibili
di Paolo Bernardini


Fonte: Tharros - Felix 4

La letteratura archeologica sarda, da Giovanni Spano a Giovanni Lilliu, conserva un importante nucleo di notizie che fanno riferimento all’esistenza di tombe individuali, a pozzetto, a fossa e a fossa costruita, così come a oggetti particolarmente significativi, come i bronzi figurati, provenienti da sepolcri di questo genere. Intendo valorizzare, in questo paragrafo, una ricerca lucidamente avviata da Raimondo Zucca in anni lontani (1981), a corollario di uno studio sulla statuaria nuragica a Narbolia, purtroppo mai edito e che l’autore, generosamente, mi ha esortato a riprendere. Sono evidentemente ben conscio che le notizie che mi appresto a ricordare sono oggi, nella forma in cui sono esposte, scientificamente inutilizzabili se non come spunto per l’avvio di una rigorosa ricerca sul campo che, sulla base dei pochi dati certi richiamati in precedenza, si ponga l’obiettivo di chiarire l’estensione e la sostanza reali delle necropoli del Ferro in Sardegna. È significativo che nessuno dei luoghi che citerò dappresso – ma neppure quelli meno nebulosi, legati ai ritrovamenti di Sardara e di Senorbì – siano stati interessati da ricerche ulteriori e da critici approfondimenti; giacimenti fondamentali come quelli di Antas, di Is Aruttas e di Monte Prama sono anch’essi indagati in modo parziale e preliminare. Mi pare estremamente pericoloso, partendo da una situazione obiettiva di generale “disattenzione” su queste tematiche, trasformare la lacuna della documentazione sulle necropoli del Ferro in Sardegna in un assunto storico netto e categorico: l’inesistenza di una cultura indigena viva e vitale in queste fasi storiche. L’assenza complessiva di un panorama articolato di necropoli del Ferro diventa infatti la conseguenza storica di un rapido tracollo della società nuragica alla fine del Bronzo, di un veloce annichilimento culturale la cui agonia emerge dagli sparsi e sbrindellati documenti che riusciamo a intravedere e che sono intesi in qualche modo come disorganici e incoerenti. Dell’archivio delle “tombe impossibili” fanno parte le notizie che ho già ricordato sul nuraghe Lunghenia di Oschiri e sul nuraghe Iselle di Tertenia, ma vi appartengono anche le tombe a inumazione segnate da stele incise ricordate da Contu nella località di Lazzaretto di Alghero o i pozzetti funerari rivestiti in pietra e coperti da lastrone segnalati ad Austis e a Tula da Spano; le tombe “circolari” di Sorgono, menzionate da Lilliu, da cui deriva un bronzo figurato, un milite con stocco e scudo sulle spalle; le tombe ritrovate nell’area della chiesa parrocchiale di Lanusei, che hanno restituito numerosi i discussi pendagli a catenelle desinenti in elementi lanceolati o quella, probabilmente a fossa, di Isili, registrata ancora da Spano, che conteneva una figura maschile in bronzo, o quella, a cassone e loculi laterali, di Gestori, che richiamava a Lilliu architetture funerarie dell’agro falisco e capenate. Vi sono quelle, a fossa o a pozzo, di Nurri, da cui proviene un bronzo figurato, o i numerosi pozzetti di Guasila o le tombe “costruite” di Ussana ricordate da Taramelli. Appartengono all’archivio anche quelle tombe di antica tradizione megalitica in cui vengono registrati elementi di “contaminazione”, di transizione verso nuovi rituali con l’apparizione di oggetti di corredo inconsueti: sono le tombe di giganti a filari regolari di pietre squadrate in regione Bopitos di Laerru descritte da Taramelli, con i defunti in posizione seduta o rannicchiata, la gigantesca sepoltura di un inumato segnalata da Spano a Oniferi, forse accompagnato da un cavallo, o quella, con i resti di una biga e altri bronzi, che lo stesso studioso descrive a Terranova; il sepolcro a corridoio di Paulilatino, che conteneva panelle e una navicella in bronzo, o quello, altrettanto imponente, in località Subbulè di Urzulei, con bronzi figurati e d’uso; il monumento a filari di blocchetti regolari di marna di Motrox’e Bois di Usellus, con cremazioni e inumazioni accompagnate da vaghi in ambra e vetro fuso, spilloni crinali e bracciali di rame. Un rapido sguardo alla carta distributiva relativa ai ritrovamenti certi e alle “tombe impossibili” (vedi immagine) dimostra quanto sia urgente abbandonare posizioni aprioristiche e attivare viceversa nuove ricerche e indagini mirate; il momento è del resto quanto mai opportuno, poiché finalmente emergono, su altri fronti, chiare testimonianze dell’esistenza di una cultura nuragica vitale e propulsiva nei primi secoli dell’Età del Ferro.

Nell'immagine la localizzazione delle tombe impossibili.

venerdì 16 agosto 2013

Archeologia in Sardegna. Dal villaggio nuragico Su Brunk'e Somu germina la Bannari storica

Archeologia in Sardegna. Dal villaggio nuragico Su Brunk'e Somu germina la Bannari storica
di Vitale Scanu



Morgongiori, Pau, Usellus, Villa Urbana…, ognuno di essi ha la sua parte montana di riferimento e di appartenenza. Anche Bannari (oggi Villa Verde) ha una zona di monte sulla quale fin dalla preistoria gravita, rappresentata dalla Mitza Mraxiãi e suoi dintorni.

A questa terra noi bannaresi moderni ci sentiamo appartenere in modo intimo e naturale. Ci sentiamo una scheggia di questa terra: più che dire questa terra appartiene a noi, è giusto dire che noi apparteniamo a questa terra. Viviamo da sempre in simbiosi con essa e con essa condividiamo l’aria, le acque, le temperie stagionali, il sole, su lugòri della notte, tutte le vicis-situdini belle o tristi, i lavori dei campi, perfino le cellule e gli atomi, invisibili ma pure in essa presenti, dei nostri padri antichi. Conosciamo intimamente ogni angolo, ogni siepe, ogni tratturo, ogni tana, ogni sentiero, e li chiamiamo addirittura per nome: Muntãiedda, Lĩus Arbus, Minda ‘Uréu, Giuabi, Mind’e Pira, Carongi’arrùbiu, Trunchéddu, Prã Monti, Padènti, Mitza Mraxiãi, sa Cannìga, Bosãu… Quando li pronunciamo ci si illumina un’idea, un’immagine localizzata ben precisa e unica. Quando diciamo “Atziaus a mònti”, ci si materializza una meta e un percorso ben chiari e definiti; se siamo sulla montagna e diciamo “Abaxiáus a bidda”, intendiamo immancabilmente quei viottoli sotto le ombre che andiamo a percorrere. Sentiamo la "nostra" montagna come casa nostra. Anche un abitatore preistorico ragionava così e così interagiva col territorio. Come noi diciamo “la nostra montagna”, così è lecito ipotizzare che i nostri antenati preistorici abbiano detto “la nostra valle”. Da tutto ciò, a dedurne che la Bannari storica è germinata dai preistorici abitatori di su Brunk’e s’Omu, il passo è assai breve. E il motivo è semplice: non c’è un discorso alternativo.

Un dato comprensorio, è stato rimarcato dagli etnologi, presenta identiche e marcate peculiarità nei suoi abitanti; al contrario, quelli che vivono ai margini di esso, esternano culture, usi, parlata, modi di vivere poco o tanto divergenti, estranei alle caratteristiche dell’area “nostra”. In altre parole: gli abitatori della montagna di Baini condividevano peculiarità identiche, che contribuivano a formare un comprensorio "bainese", caratteristiche rimaste inalterate lungo i secoli. Con il loro DNA essi ci hanno trasmesso, lungo una carsica continuità millenaria, anche il carattere (per gli animali diciamo sa intĩa), le attitudini e sicuramente pure tante parole del loro dialetto arcaico che noi a tutt’oggi usiamo nel parlare, e che non hanno riscontro, non solo con le semantiche di altre lingue conosciute, ma spesso neanche con particolari dialettali di comunità viciniori. Come il paesaggio bannarese si è mantenuto sostanzialmente identico, non adulterato da intrusioni o modifiche da parte dell’uomo, così abbiamo ereditato un paesaggio spirituale ed etnico condiviso con i nostri avi nuragici.

Dalla fase della caccia e della raccolta dei frutti spontanei, verso la fase della coltivazione, ossia dell’agricoltura. Conoscendo le cifre storiche del tracciato di civilizzazione percorso da tutti gli altri popoli e stabilendo analogie con quelli impliciti con la realtà dell’ossidiana, diciamo, a buona ragione, che il primitivo nucleo abitato di su Brunk’e s’Omu, situato a poche decine di metri dalla fonte di Mitza Mraxiãi (creduta acqua salutifera fin dai tempi più antichi), può essere ritenuto il fulcro antropico da cui, fin da tempi remotissimi, germinò una migrazione a valle originata dalla ricerca di un’esistenza più agevole, verso l’agricoltura. Noi, bannaresi di oggi, possiamo pertanto chiamare gli abitatori di su Brunk'e s'Omu i nostri “compaesani” della preistoria.

L’ubicazione montana del villaggio di questo villaggio era giustificata da una scelta elettiva, riconosciuta nei popoli primitivi, più per le alture che per le valli, per la presenza di ottime e abbondanti acque, per l’abbondanza della cacciagione, per l’aria più fine e salubre, per la vicinanza ai giacimenti dell’ossidiana, per essere un sito più adatto per la propria difesa, per essere un importante incrocio lungo l’asse pedemontano che correva lungo lo zoccolo sud-orientale dell’Arci. Il nucleo, riqualificato verosimilmente in periodo romano, slitterà verso un logico nuovo assetto più a valle: dalla pastorizia e dalla caccia verso l’agricoltura stanziale.

Ubicato ai piedi del nuraghe omonimo di tipo complesso (la cui esplorazione, condotta nel 2005 dai responsabili scientifici del sito: Emerenziana Usai, Giuseppina Ragucci, Carmen Locci, Gabriella Puddu e Sandrina Carta, ancora non è stata completata), il villaggio è ben definito nella descrizione che Diodoro Siculo (90-27 a.C., Bibliotheca historica, IV, 30) fa delle abitazioni dei coevi plessi nuragici degli Ilienses, «che hanno le proprie sedi sui monti, dove abitano certi luoghi impervi e di accesso difficile…, abituati a nutrirsi di latte e di carni, perché vivono di pastorizia e non hanno bisogno di grano. Abitano in dimore sotterranee, scavandosi gallerie al posto di case, e così evitano con facilità i pericoli delle guerre. Perciò, quantunque i Cartaginesi ed i Romani spesso li abbiano inseguiti colle armi, non poterono mai ridurli all’obbedienza». E aggiunge: «Sebbene i Cartaginesi al vertice della loro potenza si fossero impadroniti dell’isola, non poterono però ridurre in servitù gli antichi possessori, essendosi gli Iliensi rifugiati sui monti ed ivi, fattesi abitazioni sottoterra, mantenendo quantità di bestiame, si alimentavano di latte, di formaggio e di carne, cose che avevano in abbondanza. Così, lontani dalle pianure, si sottrassero anche alle fatiche del coltivare la terra e seguitano ancora oggi a vivere sui monti, senza pensieri e senza fatiche, contenti dei cibi semplici… In tal modo essi si preservarono liberi»... «Infine, i romani, potentissimi per il loro vasto impero, avendo fatto spessissimo la guerra, per nessuna forza militare che impiegassero, poterono giungere a soggiogarli.»

Con corretta analogia possiamo giustapporre le abitazioni e la vita semplice ma libera degli abitatori di su Brunk’e s’Omu alla descrizione che lo storico greco fa dei villaggi e dei popoli nuragici. Essi hanno in comune non solo la loro primitiva condizione economico-sociale, ma soprattutto condividono lo status di uomini “liberi”, unici padroni di se stessi. E’ verosimile che, se lo storico Diodoro, vissuto nel primo secolo avanti Cristo, è nella condizione di descrivere tanto minuziosamente i popoli neolitici della Sardegna (come quello di su Brunk’e s’Omu), viventi ancora nelle loro condizioni primitive, questi uomini abbiano vissuto nelle condizioni neolitiche fino a incontrarsi con i romani.

giovedì 15 agosto 2013

Archeologia: strumenti musicali antichi. Tromba Celtica.

Tromba celtica.

Recentemente è stata presentata presso lo Spazio Archeologico Sotterraneo del Sas, a Trento, la ricostruzione in ottone di una singolare tromba celtica che terminava in una testa d’animale. Usato dai Celti in battaglia per spaventare i nemici, il karnyx è oggi oggetto di uno studio diretto dalla Soprintendenza per i Beni librari archivistici e archeologici della Provincia autonoma di Trento. Alla presentazione sono intervenuti Paolo Bellintani e Rosa Roncador, archeologi della Soprintendenza, e Alessandro Ervas di Fucina Ervas che ha riprodotto lo strumento in base alle analisi archeometallurgiche effettuate sui frammenti del manufatto scoperti a Sanzeno. Invece, il Maestro Ivano Ascari, docente di tromba al Conservatorio Bonporti di Trento, ha affrontato gli aspetti legati alla produzione di suoni del karnyx, ed Elena Negriolli ha mostrato in anteprima alcune sequenze della pellicola realizzata da Decimarosa Video per illustrare le fasi della ricostruzione sperimentale.

Da quattro anni il progetto di ricerca sul Karnyx di Sanzeno si articola in scavi archeologici, curati da Rosa Roncador, di approfondite analisi sulla composizione del materiale della tromba, effettuati da Benoit Mille e Paolo Piccardo, rispettivamente del Centre de Recherche et de Restauration des Musées de France e dell’Università degli Studi di Genova, e di raffronti con strumenti similari relativi ad altri ambiti culturali e cronologici, a cura di Roberto Melini, paleomusicologo e docente di pianoforte del Conservatorio Bonporti Trento.

Informazioni:
Provincia autonoma di Trento
Soprintendenza per i Beni librari archivistici e archeologici
sopr.librariarchivisticiarcheologici@provincia.tn.it

mercoledì 14 agosto 2013

I primi passi di un archeoastronomo

I primi passi di un archeoastronomo
di Mario Codebò, Membro IISL, SAIt


Ogni volta che a qualcuno racconto che m’interesso di archeoastronomia, invariabilmente mi sento porre una domanda: come sono pervenuto a occuparmi di archeoastronomia?
Galeotto fu il libro I misteri dell'antica Britannia: brutta versione italiana del più serio originale inglese Circles and Standing Stones, pubblicato nel 1975 da Evan Hadingam, un giornalista scientifico che ha divulgato i severi studi in materia condotti dai ricercatori anglosassoni, principalmente Alexander e Archibald Thom (padre e figlio) e Gerald Hawkins.
Non è neppure il caso di menzionare qui la ricca messe di risultati conseguita da tutti costoro: i curiosi e gli interessati potranno attingere a una bibliografia ormai vasta. All’epoca della lettura di questo libro, nel 1986, mi occupavo ormai da circa quattro anni di paletnologia, soddisfacendo così una mia antica passione germogliata fin dalla fanciullezza. Avevo già visitato tutti i principali siti archeologici del Finalese, percorso tutti i suoi sentieri segnati e mi accingevo a iscrivermi (come in effetti feci l’anno successivo) all'Istituto Internazionale di Studi Liguri, IISL.
La frequentazione della sezione Finalese dell’IISL, presso il Civico Museo Archeologico di Finale Ligure, mi aveva permesso di scoprire, tra le varie pubblicazioni, notizie riguardanti presunte strutture di tipo megalitico (non più di cinque) sparse su tutta la Liguria.
E così, stimolato dalla lettura del testo di Hadingam, più per interesse verso il megalitismo che verso l’archeoastronomia, andai a visitare i cosiddetti menhir di Torre Bastìa, nel territorio comunale di Borgio Verezzi (SV). Confesso, senza falsa modestia, che a prima vista mi resi conto del possibile allineamento di questa struttura sull’equinoziale. Così, tornato sul posto con bussola e altri strumenti, eseguii le misurazioni necessarie, trovando piena conferma della mia ipotesi.
Negli anni successivi, tornai due volte sul posto agli equinozi per fotografare il tramonto del Sole sull’allineamento tra la pietra eretta ed un palo (o una persona) posto ai piedi di quello coricato, dal lato corrispondente all'allineamento di poco meno i 270° (l’orizzonte visibile, infatti, è alto circa 60): ne risultarono due complete sequenze fotografiche che confermano visibilmente l'evento.
Assai meno fortunati furono i tentativi di fotografare, nella direzione opposta, l’alba equinoziale, perché entrambe le volte in cui dormii sul posto con la tenda, al mattino la spessa coltre di nubi occultò il Sole fino a tarda ora. I risultati di questo mio primo studio archeoastronomico sono stati pubblicati.

Dopo la fruttuosa esperienza con i menhir di Torre Bastia, estesi le ricerche agli altri "megaliti" segnalati e, successivamente, a quelli che, via via, con l'intensificarsi delle ricerche di superficie e la collaborazione tra alcuni ricercatori, venivano alla luce. Fu la volta della pietrafitta di Tríora (IM), del menhir di Cian da Munega (SV), del bellissimo dolmen di Verezzi (SV), vicinissimo a Torre Bastía; della pietra di Marcello Dalbuono, della pietra-altare sopra la grotta Strapatente e del circolo a tecnica megalìtìca di Camporotondo, tutti nel Finalese (SV); del complesso di Roccavignale in Val Bormida (SV) e del menhir di Tramonti (SP), oltreché di un certo numero di incisioni cruciformi, sempre nel Finalese, che si sono rivelate orientate verso i quattro punti cardinali, quasi fossero rudimentali rose dei venti.

martedì 13 agosto 2013

Archeoastronomia

Prime indagini archeoastronomiche in Liguria
di Mario Codebò


Abstract. The first results of some years lasted archaeoastronomical surveys, inquired into some Ligurian monuments selected on the grounds of their typological features, are expounded here.

1. INTRODUZIONE. (1)
Presento in questo lavoro i risultati fin qui ottenuti nelle indagini archeoastronomiche da me condotte in Liguria dal 1988 ad oggi privilegiando quei monumenti che, per la loro morfologia, appaiono inquadrabili nell'orizzonte culturale megalitico. In due soli casi sono state indagate strutture medioevali. Il presente studio deve in ogni caso intendersi come provvisorio: un primo punto di arrivo ma soprattutto un punto di partenza per future, approfondite indagini, da estendersi anche ad altri orizzonti cronologici. Come verrà via via segnalato, solo una parte delle misure può considerarsi definitiva, mentre un'altra parte resta in attesa di verifica. Nessuno dei dati, poi, è stato finora sottoposto a valutazione statistica, sicché nulla si può inferire circa l'intenzionalità o la casualità degli orientamenti riscontrati. A mio parere, però, un allineamento singolo ha lo stesso valore di un ritrovamento archeologico isolato di superficie. In definitiva, ho voluto eseguire una sorta di "saggio" per verificare la sussistenza o meno di presupposti giustificativi di future indagini di più vasto respiro, cosa del resto comunissima nella pratica archeologica. Vi è poi la questione delicata della presenza o meno del megalitismo nella nostra regione. Pur non potendo entrare nel dettaglio di tale importantissimo argomento, ritengo indispensabile riassumere per sommi capi la questione. Fino a pochissime decadi fa era opinione comune che la corrente megalitica si fosse arrestata al di là delle Alpi senza penetrare nella penisola. Unica eccezione ammessa era l'area pugliese, i cui dolmen, pietre fitte e specchie erano però attribuite a genti balcaniche migrate attraverso l'Adriatico. Da sempre, ovviamente, era noto che le isole del Mediterraneo avevano avuto un'evoluzione diversa. Le successive scoperte negli anni '50 da parte di S. M. Puglisi della così detta Civiltà Appenninica e negli anni '60 della necropoli eneolitica di Aosta, dimostrarono l'infondatezza di questa tesi (Bernardini 1977). In Liguria, solo nella seconda metà degli anni '80 sono stati identificati a N di Sanremo (IM) due tumuli sepolcrali circolari, uno dei quali, scavato dalla locale sezione dell'I.I.S.L., ha potuto essere attribuito alla fase finale dell'Età del Bronzo. Dimostrata così con metodi stratigrafici la penetrazione del megalitismo nella regione, presumibilmente dalla vicina Provenza, anche gli altri manufatti sparsi tra il confine francese e quello toscano e fino ad allora attribuiti, pur dubitativamente, alla civiltà contadina recente hanno assunto ben altro aspetto. Perciò la scarsità di reperti megalitici nella penisola a confronto con le regioni transalpine, specie settentrionali, deve trovare altra spiegazione. Questa potrebbe cercarsi nel maggiore avvicendamento di civiltà nel corso del tempo, fatto che da un lato ha trasformato più radicalmente l'aspetto del territorio, distruggendo molti monumenti, e dall'altro ha limitato quel conservatorismo culturale e di conseguenza materiale che si legge bene, invece, nelle più remote regioni d'Europa.
2. IL FINALESE (SV).
Quest'area, ricchissima di reperti archeologici praticamente ininterrotti dal Paleolitico Inferiore all'Età Contemporanea, ha fornito i risultati più interessanti: cinque strutture orientate ed alcuni petroglifi.


2.1. IL DOLMEN DI BORGIO VEREZZI. (2)
Lat. 44°10'23" N Long. 8°18'52" E Q.m. 302 s.l.m. (3)
Venne scoperto negli anni sessanta dal Gruppo Ricerche della Sezione Finalese dell'I.I.S.L. e pubblicato nel 1984 (Giuggiola 1984 pp. 67 69). Di esso e di altre strutture consimili della zona ho dato una dettagliata descrizione in un altro mio lavoro (Codebò c.s. 1°), perciò qui darò alcune note essenziali e gli ultimi aggiornamenti. Esso si trova sul penepiano di Borgio Verezzi, a poche centinaia di metri dal castellaro omonimo e dai supposti menhir di Torre Bastìa (cfr. infra); dalla Grotta dell'Antenna (Lamberti 1971 pp. 32 36), che ha restituito specifico materiale dell'Età del Rame, fra cui un'ascia; dalle altre grotte di Borgio Verezzi (Bernabò Brea 1947), fra cui la importantissima Grotta delle Arene Candide; da un petroglifo di recentissima scoperta raffigurante proprio l'ascia eneolitica. In sostanza, esso si trova in un'area ricca di rinvenimenti tipici dell'Eneolitico (III II millennio a.C.) cui sembra potersi tipologicamente attribuire. Al momento, però, risulta l'unico della zona ed il secondo del Finalese.
Ha forma esterna rettangolare, largo circa cm. 210, lungo cm. 190, alto cm. 110. La camera interna è lunga cm. 170, larga cm. 114 all'ingresso, circa cm. 120 a metà e cm. 90 al fondo, alta cm. 85. La sua forma interna è quella di un trapezio irregolare.
Il suolo è formato: nella metà anteriore, da pietre impilate una sull'altra per oltre cm. 50 di profondità; nella metà posteriore, di solo terriccio. All'epoca delle prime indagini (Giuggiola 1984) esso risultò del tutto sterile.

lunedì 12 agosto 2013

Sardi, Shardana ed El Ahwat, di Giovanni Ugas

Sardi e Shardana: Le ragioni dell’identità e la questione di El Ahwat
di Giovanni Ugas



Recentemente, l'archeologo Giovanni Ugas ha parlato in Israele, in un convegno promosso dall’Università di Haifa, del ruolo degli Shardana del Vicino Oriente e della identificazione degli Shardana coi Sardi.
Finora sono decisamente limitate le ricerche sul terreno che hanno portato a individuare le tracce degli Shardana nel Vicino Oriente. Ricordo quelle di Moshè Dothan e di Jonathan Tubb. Non so se Adam Zertal avesse l’obiettivo di trovare a el Ahwat un insediamento degli Shardana, certo è che la sua indagine ha aperto una nuova strada investigativa sul campo che si innesta sull’antico percorso teorico avviato da De Rougée e da Chabas, quello dell’origine occidentale degli Shardana, troppo affrettatamente messo in disparte dall’archeologia e dalla storiografia dopo gli studi del Maspero. Con questo intervento, che procede lungo un analogo orientamento, intendo offrire il mio pensiero sulle problematiche dell’origine degli Shardana, sui loro possedimenti nel Vicino Oriente e sul significato di El Ahwat.


Presenze e stanziamenti degli Shardana nel Vicino Oriente
Nel Vicino Oriente al servizio dei re d’Egitto.
La storia degli Shardana nel Vicino Oriente inizia nel XV a.C. quando gli inviati delle Iww ḥiryw ib nw wɜḏ Wr, ossia delle “Isole nel cuore del Verde Grande” portano i loro doni per i re egizi Ashepsuth,Tuthmosis III e Amenofi II nelle tombe tebane dei visir Senmut, Useramon e Rekhmira. Infatti, diverse ragioni sostengono che fossero Shardana questi isolani che insieme ai principi Cretesi di Kephtyu portavano i loro prodotti ai faraoni. Innanzitutto, il colorito rosso bruno della pelle e le caratteristiche fisionomiche, alcuni capi d’abbigliamento, le spade a robusta lama triangolare e forse già lo scudo tondo degli abitanti delle Isole nel cuore sono peculiari anche degli Shardana raffigurati nei rilievi di Ramesse II (Figura 1) e Ramesse III. Inoltre, tra le genti delle Isole nel cuore, gli Shardana sono i primi e i soli che per circa 150 anni, almeno da tempi di Amenofi IV (prima metà XIV a.C.) al regno di Meremptah (ultimo quarto XIII), risultano esplicitamente menzionati nei documenti egiziani. Peraltro, le tavolette di el Amarna e di Ugarit, sebbene risalenti al XIV a.C., contengono informazioni che fanno retrocedere già ai tempi di Tuthmosis III e Amenofi II la più antica presenza degli Shardana nelle guarnigioni delle cittadelle del Vicino Oriente.
Pertanto, quando salì al trono Ramesse II, gli Shardana non erano affatto ignoti agli Egizi. Già prima di Kadesh, il grande faraone li definì “guerrieri dal cuore risoluto, invincibili sul mare” e non a caso li considera un valido alleato contro gli Ittiti e gli altri popoli dell’Est e, fin dai primi anni del suo regno, gli Shardana formano il corpo di guardia e, non di meno, sono schierati nella fanteria a Dapur e a Kadesh, come si evince dalle immagini di queste battaglie e dal papiro Anastasi I. Mirando ad ampliare i domini egizi nelle province del Nord-Est, Ramesse II assolda anche Mashuesh e Kahek del Nord Africa, facendoli passare, come gli Shardana, da “prigionieri di guerra”, ma di fatto essi hanno lo status di soldati mercenari compensati con terre e altri benefici. In Egitto, oltre a essere stanziati in fortezze, gli Shardana risultano assegnatari di fertili campi soprattutto su una fascia di 80 km nel medio Egitto, lungo il corso del Nilo e del canale di Bahr Yusuf (Gardiner, Kemp). Altri mercenari continuarono a essere stanziati nel Vicino Oriente per il controllo delle guarnigioni provinciali.
Scomparso Ramesse II, l’intesa con gli Shardana e i popoli del Nord Africa va in frantumi e, anzi, tra gli ex alleati inizia un lungo conflitto durato 50 anni, dal 5° anno di Meremptah (circa il 1224) all’anno 11° di Ramesse III (circa 1170 a.C). La guerra, condotta dagli Shardana coalizzati con altri Popoli del Mare e i Nord Africani Mashuesh, Libi e altri, era finalizzata a raggiungere un obiettivo ambizioso: l’abbattimento dei più grandi imperi del Mediterraneo, a cominciare dall’Egitto e da Hatti; tale progetto non poteva essere concepito senza un esercito forte e numeroso, e senza un’adeguata strategia politica e militare. Nel disegno prefissato, i popoli del Nord Africa miravano a estendere i loro domini sino al delta occidentale del Nilo mentre gli Shardana e gli altri Popoli del Mare tendevano a impadronirsi delle terre a Est del grande fiume. L’obiettivo fu raggiunto al tempo di Ramesse III (Figura 2);


il re a mala pena riuscì a conservare le terre bagnate dal corso del Nilo. Nel tempio di Medinet Habu, Ramesse III sostiene che i Popoli del Mare travolsero l’impero ittita e “tutto l’orbe terrestre”, partendo dall’Amurru che divenne una fondamentale base d’appoggio per le loro campagne di guerra a sud e a Nord. Ovviamente, il re tace sulle sconfitte che portarono alla perdita delle sue terre provinciali nel Vicino Oriente e ritrae i re dei popoli nemici prigionieri tra cui il capo ribelle degli Shardana.

1.2. I domini degli Shardana nel Vicino Oriente
Non è semplice restituire la porzione di territorio assegnata agli Shardana nella ripartizione delle terre strappate a Ramesse III dai Popoli de Mare nel Vicino Oriente. È da credere, però che sulle scelte insediative dei singoli popoli, Pelaset, Sikali, Shardana, Wshesh e Dayniun, abbia pesato il ruolo di coordinamento, se non di leadership, assunto dagli Shardana per la precedente esperienza maturata in tre secoli di presenze nelle cittadelle egizie del Vicino Oriente, presumibilmente, oltre che a Ugarit e Biblo, anche a Tiro sulla costa e a Megiddo, Bet Shean e Hazor all’interno. È presumibile, in sostanza che gli Shardana si siano stabiliti in terre ben note e meglio confacenti alle loro strategie economiche e politiche. Ma dove precisamente?
L’Onomasticon di Amenope, della fine del XII a.C., informa che gli Shardana erano insediati in sequenza dopo i Pelaset e i Sikali (Tjekker) che, stando al racconto del sacerdote egizio Unamon, dimoravano nella regione di Dor. I testi egizi esaminati da Gardiner e da Yadin e le considerazioni di M. Dothan sui reperti del Miceneo IIIC di Akko inducono a pensare che gli Shardana si stanziarono non solo più a Nord, ma anche prima dei Filistei. Ciò premesso, il passo del Vecchio Testamento (Giudici 4,1-23) relativo alla sconfitta inflitta presso il rio Qishon dagli Israeliti di Barak e Deborah al generale Sisara, che aveva la sua sede in Haroshet ha Goiym ed era dunque a capo di stranieri (non Cananei), porta a ritenere che gli Shardana avessero conquistato, tra gli altri territori, la valle di Jezrael. Qui, si trovavano le città di Iokneam, Megiddo, Taanak e Ybleam che non furono occupate da Israele al tempo di Giosuè e dei Giudici (Giosuè 3-21; Giudici 1,27), così come Beth Shean. I confini dei domini degli Shardana dovevano raggiungere e attraversare la fascia pianeggiante immediatamente a est del Giordano, controllata a sud del lago Tiberiade da Beth Shean e verosimilmente da Sartan, l’odierna Tel Sa’id’iydia, nell’importante area metallurgica presso il guado di Adam (I Re 7,46, Giosuè 3,16), dove gli Shardana, secondo J. Tubb erano stanziati alle dipendenze degli Egizi, ma è da credere che poi si stabilissero in conto proprio.