mercoledì 10 agosto 2011
Caverna dell'età della pietra in Germania.
Baviera. Scoperta una grotta con sensazionali pitture
di Martina Calogero
La Soprintendenza regionale per i monumenti della Baviera ha annunciato, attraverso la rivista “Die Zeit” il ritrovamento di una caverna dell’età della pietra in Germania, sulle pareti rocciose della quale sono stati rinvenuti disegni e sculture – corpi di donne, scene di caccia e anche simboli fallici – databili a circa dodici mila anni fa. Si tratta quasi sicuramente del più antico ritrovamento mai avvenuto in Germania. Le raffigurazioni presentano immagini dalla facile interpretazione, ma tramandano anche scene alle quali i ricercatori non sono ancora riusciti a dare una spiegazione. Per motivi di sicurezza, l’ubicazione della grotta è ancora segreta e l’unica cosa che si sa in proposito è che si trova nell’Alta Franconia, nella provincia di Bamberg. La schematicità delle scene e di alcune delle tematiche raffigurate ricorda le grotte di Lascoux in Francia e probabilmente risalgono allo stesso periodo.
La caverna, scoperta per la prima volta nel 1991, fa parte di una serie di gallerie che scendono per un’ottantina di metri e che, secondo gli archeologi, si sarebbero formati a partire da 150 milioni di anni fa. L’idea che gli studiosi si sono fatti osservando le raffigurazioni, definite da qualcuno “erotiche”, è quella di immagini che pendono dalla parete e, paradossalmente, si sono trovati davanti a immagini che non sembrano opera umana ma formazioni rocciose. E le primordiali formazioni rocciose – come ricorda l’archeologo Bernhard Hack – ispirarono probabilmente gli uomini che si rifugiavano in quelle spelonche che furono trasformate gradualmente in “stanze del piacere”, nelle quale è probabile che venissero tenuti i rituali della fertilità.
Secondo gli esperti, le immagini scoperte nelle grotte di Bamberg dimostrano nuovamente che decine di migliaia di anni fa l’uomo era già così abile da saper sviluppare strumenti di cui si serviva per attività che andavano oltre la semplice sopravvivenza.
Fonte: Archeorivista
di Martina Calogero
La Soprintendenza regionale per i monumenti della Baviera ha annunciato, attraverso la rivista “Die Zeit” il ritrovamento di una caverna dell’età della pietra in Germania, sulle pareti rocciose della quale sono stati rinvenuti disegni e sculture – corpi di donne, scene di caccia e anche simboli fallici – databili a circa dodici mila anni fa. Si tratta quasi sicuramente del più antico ritrovamento mai avvenuto in Germania. Le raffigurazioni presentano immagini dalla facile interpretazione, ma tramandano anche scene alle quali i ricercatori non sono ancora riusciti a dare una spiegazione. Per motivi di sicurezza, l’ubicazione della grotta è ancora segreta e l’unica cosa che si sa in proposito è che si trova nell’Alta Franconia, nella provincia di Bamberg. La schematicità delle scene e di alcune delle tematiche raffigurate ricorda le grotte di Lascoux in Francia e probabilmente risalgono allo stesso periodo.
La caverna, scoperta per la prima volta nel 1991, fa parte di una serie di gallerie che scendono per un’ottantina di metri e che, secondo gli archeologi, si sarebbero formati a partire da 150 milioni di anni fa. L’idea che gli studiosi si sono fatti osservando le raffigurazioni, definite da qualcuno “erotiche”, è quella di immagini che pendono dalla parete e, paradossalmente, si sono trovati davanti a immagini che non sembrano opera umana ma formazioni rocciose. E le primordiali formazioni rocciose – come ricorda l’archeologo Bernhard Hack – ispirarono probabilmente gli uomini che si rifugiavano in quelle spelonche che furono trasformate gradualmente in “stanze del piacere”, nelle quale è probabile che venissero tenuti i rituali della fertilità.
Secondo gli esperti, le immagini scoperte nelle grotte di Bamberg dimostrano nuovamente che decine di migliaia di anni fa l’uomo era già così abile da saper sviluppare strumenti di cui si serviva per attività che andavano oltre la semplice sopravvivenza.
Fonte: Archeorivista
martedì 9 agosto 2011
Eratostene e carte geografiche.
Cartografia e Eratostene
di Rolando Berretta
Tutti conosceranno il metodo usato da Eratostene, di Cirene, per misurare la circonferenza equatoriale della Terra. Mentre girava per l’Egitto, paese famoso per i suoi obelischi, aveva notato che il 21 giugno a mezzogiorno, giorno del solstizio d’estate, il Sole era a picco sopra un pozzo di Siene (Hassuan). Il pozzo era illuminato fino in fondo. Aspettò che tornasse lo stesso giorno ad Alessandria. Il 21 giugno piantò un bel bastone e misurò l’angolo dell’ombra a mezzogiorno. (Tutte le notizie ci sono giunte di seconda mano). Il fatto è talmente conosciuto che evito di riportarlo. Da parte mia ho fatto delle semplici verifiche applicando lo Stadio Attico di 177,6 metri ai suoi dati. Tutto perfetto; però….
I primi sospetti mi sono venuti quando ho letto che aveva messo sullo stesso meridiano l’isola di Rodi, Alessandria e Hassuan dandone la distanza esatta. Come se, davanti ad una carta, avesse preso la distanza con un righello e avesse effettuata la conversione in Stadi.
Ho inserito una ricostruzione della terra di Eratostene a fianco di una mia “impostazione”. Nessun commento. Ho ritirato fuori, poi, dai cassetti una carta del Toscanelli. Così viene presentata:
Queste carte sono del 1450/70 circa.
Mi sono tornate in mente certe strane segnalazioni di Colombo quando affermò che l’ago della bussola aveva avuto uno scarto di una quarta di vento.
Ho cercato di allineare quel Mediterraneo su di una moderna griglia di meridiani e paralleli.
Diciamo che da 30° ovest fino a 60° est il Mediterraneo risulterebbe ben allineato. Bene pure il Mar Rosso e il Golfo Persico. Il Mar Caspio sembrerebbe occupare un bacino di gran lunga maggiore dell’odierno. Se individuate la linea arancione del Tropico del Cancro potrete vederne il diametro che fu presentato da Dicearco, e da Eratostene, come il mitico parallelo di Rodi. Non riesco a trovare la giusta proiezione per evidenziare il meridiano che toccherebbe l’isola di Rodi, Alessandria e Siene. La zona raffigurata è la stessa riproposta dalla ricostruzione della Terra di Eratostene.
E’ l’inclinazione che non va bene! E tutti a spiegarci i guai della bussola di Colombo.
Morale della favola. Con tutti gli obelischi che c’erano in Egitto c’era bisogno di ricorrere al pozzo?
domenica 7 agosto 2011
Viaggio al centro di restauro di Li Punti - I giganti di Monte Prama

Una mattina a Li Punti
di Pierluigi Montalbano.
C’era caldo in città, e quando ho avviato il motore dell’auto già pensavo ai 250 km di asfalto rovente che avrei dovuto affrontare prima di arrivare a destinazione. Scorrendo la rubrica per trovare un volontario che dividesse con me gioie e pene di questo viaggio non ho avuto dubbi: il mio maestro di archeologia, il prof. Giovanni Ugas. Un uomo mosso da una passione tanto forte per l’argomento “Storia della Sardegna antica” che non avrebbe battuto ciglio sui 40° che ci avrebbero accompagnato per l’intera giornata. Avevo ragione. Dopo qualche minuto era al mio fianco, e già parlavamo di tombe a pozzetto, faretrine e matriarcato.
Attraversando l’isola si aprivano squarci di vita nei campi, con buoi e mucche che incuranti del sole a picco sulla loro pelle masticavano indisturbati il pasto quotidiano, e si facevano compagnia vicino ai muretti a secco. Campi arati erano in bella mostra, è evidente un migliore sfruttamento della risorsa idrica rispetto al recente passato, quando la mancanza d’acqua e il disinteresse dell’uomo per la dura vita in campagna provocavano desolazione e incuria nel paesaggio visibile dalla 131.
Ecco il nuraghe di Mogoro, le risaie di Oristano e le prime colline che richiedono un maggiore impegno nella guida. La temperatura continua a salire, ma i discorsi del professore abbreviano la percezione del tempo trascorso all’interno dell’auto. Una foto al Santa Barbara, una alle incantevoli vallate di Macomer ed eccoci davanti al Santu Antine. Ci osserva con la magnificenza acquisita nel tempo. È bellissimo, forse ancora più di quando fu edificato. Il gusto per le antichità non mi ha mai abbandonato e questi luoghi magici sono capaci di farmi dimenticare la quotidianità.
Troppo lontane le tombe di Sant’Andrea Priu, dobbiamo arrivare al centro di restauro alle 10.30, così mi raccomandò la gentile segretaria che rispose al telefono a Li Punti e fissò l'appuntamento.
In meno di mezz’ora la grande facciata in mattoni arancioni del laboratorio, e un poster che ritrae il volto di un gigante con i suoi occhi concentrici che ci osservano, sono davanti a noi.
Il parcheggio è piccolo ma ordinato, con gli ulivi che offrono ombra e profumo di Sardegna ai visitatori.

Ci accoglie una collaboratrice della D.ssa Boninu, spiegandoci che l’archeologa è impegnata con una delegazione di politici della provincia di Oristano. Il mio primo pensiero è che siano giunti per reclamare le statue in quel di Cabras, ma quando vedo quella donna minuta addomesticare con parole ferme il gruppo dei 6 giovanotti, apparentemente grandi e grossi, ma docili come agnellini, capisco perché è lei a guidare il centro di restauro.
Un breve cenno di saluto fra i due professori, Ugas e Boninu, e iniziamo la nostra visita in attesa di fare due chiacchiere con la piccola grande donna.
Percorso uno stretto corridoio si apre davanti a noi una visione inaspettata: una parete alta oltre dieci metri, sulla nostra destra, accoglie un manifesto a tutta lunghezza che simboleggia il panorama collinare nel quale le statue dei giganti dovevano fare bella mostra di se.
I giganti sono davanti ai nostri occhi, e ci osservano con interesse. Sembrano pensare: -Chi saranno questi nuovi visitatori? Riusciranno a capire chi siamo, quando siamo nati e chi sono i nostri padri?-

La parete che accoglie le strutture ricomposte offre ai visitatori la possibilità di visionare nei minimi dettagli le sculture. Incisioni, bruciature, treccine, occhi disegnati dal compasso, corpetti e dettagli delle armature sono a portata di polpastrelli. Un lungo brivido mi percorre la spina dorsale: gli incursori-pugilatori sono imponenti, sono molto più muscolosi degli arcieri. È evidente che si tratta di personaggi addestrati per il corpo a corpo. Gli arcieri, invece, sono modellati secondo i canoni delle tendenze attuali: taglia da sfilata di moda. Le gambe sono ben proporzionate, il corpo è dritto e l’eleganza che contraddistingue questa tipologia sembra scolpita da una bottega specializzata in silouette. Gli incursori sono massicci, mettono paura. Immagino che quando i tecnici riusciranno a ideare delle strutture in grado di reggere gli scudi inseriti sopra la testa la visione sarà maestosa. Sono i “veri” giganti di Monte Prama, i temibili guerrieri che proteggevano il territorio. Provate a pensare cosa poteva suscitare la visione di questi personaggi a chi si avvicinava alla zona nella quale erano posizionati. Se la loro funzione era quella di deterrente verso i malintenzionati…funzionavano a meraviglia. I committenti erano evidentemente ben consci di ciò che un combattente doveva cagionare: terrore e rispetto. Molto più lineari sono gli arcieri. Figure apparentemente esili a confronto con i mastodontici compagni d’avventura, e facevano dell’arco la loro micidiale arma da combattimento. I vestiti sono eleganti, ricordano le figure impresse nelle decorazioni del palazzo di Cnosso a Creta e in quello di Avaris, capitale degli Hyksos, nonché le raffigurazioni ammirabili nelle decorazioni delle ceramiche greche. I mitici minoici che hanno ispirato gli autori facendo gettare fiumi di inchiostro sui manoscritti antichi e moderni, e gli eroici micenei della guerra di Troia. Sarebbe sufficiente mostrare solo uno di questi magnifici personaggi per attirare una folla di visitatori, ma a Li Punti sono una trentina le ricostruzioni, oltre gli spettacolari nuraghe in miniatura, e ogni scultura è straordinariamente incastonabile nella storia della Sardegna antica. I mitici guerrieri immortalati nei bronzetti sono il completamento della rappresentazione di un popolo che occupò certamente un ruolo di primo piano nelle vicende del Mediterraneo del Bronzo finale e del I Ferro.

L’orgoglio di essere sardo e di avere avuto la fortuna di nascere in questa isola misteriosa e paradisiaca mi fa dimenticare che al termine della visita dovrò sopportare almeno un paio d’ore di canicola estiva al rientro in città. Dopo le foto di rito, e i complimenti ai gestori di questa meraviglia architettonica che accoglie le statue, vengo rapito da alcune stanze adiacenti la grande sala dell’esposizione: i laboratori di restauro. Mi affaccio timidamente ad una delle porte e capisco in un istante il paziente e immenso lavoro che c’è dietro le quinte. Migliaia di frammenti piccoli come uova sono posati ordinatamente su banconi e minuziosamente contrassegnati con foglietti bianchi. Mani, piedi, pezzi di torcieri, scudi frammentati, braccia, piccole porzioni di colonne e altri particolari che solo l’infinita passione di chi lavora in questo centro potrà, forse, un giorno restituire ai proprietari, in paziente attesa di essere ammirati nella completezza, dopo 3000 anni di polveroso riposo, sballottati dagli aratri degli agricoltori e dimenticati su una necropoli utilizzata come discarica. Alcuni scudi sono a Roma per essere studiati, altri giacciono su forme arcuate, quasi completi ma privi degli attacchi per essere riposizionati sulle teste dei giganti. Non sfugge agli occhi attenti di appassionato una particolarità: 4 di questi scudi frammentati sono rotondi e piatti, ben differenti da quelli lunghi, arcuati e costolati dei corridori. Chiedo lumi alle esperte del centro di restauro e mi rassicurano.

Appartengono a 4 guerrieri che ancora non sono stati ricomposti, probabilmente spadaccini, identici a quelli rappresentati nei bronzetti e simili ai personaggi raffigurati nei rilievi di Medinet Habu in Egitto, la guardia reale del faraone. Inizio a sognare a occhi aperti, i mitici Sherden, appartenenti alla coalizione dei popoli del mare che sconvolsero le coste del Vicino Oriente nel 1200 a.C.
I tecnici continuano a parlare ma non li ascolto più, volo con l’immaginazione in quei campi di battaglia orientali dove i carri si affrontavano in polverosi e fragorosi duelli, decretando la vittoria di uno dei contendenti e assegnandogli il dominio sui metalli e sulle vie di comunicazione. Ugarit, Qadesh, il delta del Nilo e tutti quei luoghi che hanno segnato le imprese dei misteriosi Sherden. È tardi, la mente rientra a Li Punti, e mentre il professor Ugas si trattiene a colloquio con la Boninu, ritorno nella sala espositiva per una veloce panoramica finale sulle statue e per immortalare qualche dettaglio da mostrare ai lettori di questo quotidiano on line. Dovrò riorganizzare gli appunti perché le sensazioni, le ipotesi di funzionalità, i percorsi mentali fatti fino ad oggi, necessitano di qualche aggiustamento. Ringrazio per l’attenzione chi ha letto fino a questa riga e consiglio a tutti una visita al centro di restauro di Li Punti, merita un applauso per l’organizzazione, la cura espositiva, la competenza dimostrata e la disponibilità.
Le immagini mostrano l’interno della grande sala che accoglie le statue ricomposte.
venerdì 5 agosto 2011
Solanas, mostra Sutiles Naves. Le immagini.


Alcune istantanee scattate alla mostra sulle navicelle nuragiche. Organizzazione a cura del Museo di Sinnai e dell'associazione Archistoria.

In contemporanea si è svolta a Vetulonia la conferenza dell'archeologo Matteo Milletti dedicata ai manufatti artistici in bronzo ritrovati nelle tombe della necropoli etrusca.
La conferenza "Bronzetti Nuragici a Vetulonia" fa parte del tradizionale percorso di conferenze tematiche che accompagna e correda l'itinerario espositivo della mostra "Navi di bronzo - dai Santuari nuragici ai Tumuli etruschi di Vetulonia". L'intervento è a cura dell'archeologo Matteo Milletti (Università "La Sapienza" di Roma) dedicato alla presentazione delle principali categorie di manufatti artistici in bronzo prodotti nella Sardegna nuragica e deposti dai principi etruschi di Vetulonia nel corredo delle loro tombe.


La Mostra "Navi di Bronzo" a cui è correlata la conferenza "Bronzetti Nuragici a Vetulonia", trova spazio nel novero degli eventi organizzati in seno alla XI edizione delle "Notti dell'Archeologia" in Toscana, che ha privilegiato, quale filone tematico per l'anno 2011, "LE ACQUE DEGLI ANTICHI" .
Il tema regionale delle acque, intese come risorsa idrica, ma soprattutto come spazio e strumento per un profondo e proficuo dialogo commerciale e culturale, diviene lo sfondo ideale per ambientare una mostra incentrata sui contatti tra civiltà ed etnie differenti e sugli scambi intrapresi fra l'etrusca Vetulonia e la Sardegna sin dall'Eta del Bronzo, ove il mare assurge ad emblema di siffatto sfondo, riassumendone identità, influenze e contrasti.

mercoledì 3 agosto 2011
Simbologia delle navicelle nuragiche
Considerazioni sugli aspetti formali e simbolici delle navicelle bronzee
di Pierluigi Montalbano
È evidente che gli artigiani tendevano a creare un oggetto che riproducesse la forma di un'imbarcazione ed è opportuno tenere presente l'esistenza di tre categorie fondamentali di modelli:
- vere e proprie riproduzioni di navi;
- oggetti d’uso nei quali l’aspetto naviforme ha un semplice scopo decorativo;
- prodotti simbolici di uso cultuale, specie in contesti funerari, legati al concetto del viaggio nell'oltretomba.
L'identificazione delle navicelle come doni votivi è strettamente dipendente dal contesto di rinvenimento, anche se a volte si è abusato nell’attribuire alla sfera votiva gli oggetti di cui non si riusciva ad individuare la funzione. Il dono votivo può essere un atto di gratitudine alla divinità da parte di un uomo di mare per lo scampato pericolo.
Il rinvenimento di questi modellini in contesti domestici, fa pensare a un loro uso nel quotidiano: oggetti votivi, lampade, simboli di prestigio. Votivo significa “offerto alla divinità”, e come tale può ben indicare un oggetto che ha una funzione pratica: una lucerna a navicella può avere anche un uso pratico. Il ritrovamento in diversi contesti dimostra che il bene era prezioso sia nella vita che nella morte.
Il valore religioso, oltre che dalla collocazione nei luoghi sacri, era messo in rilievo dalla valenza di ex-voto di particolare prestigio e importanza, ed all'utilizzazione della navicella come lucerna votiva adoperata nell'illuminazione degli ambienti bui, all'interno di santuari e sacelli, poggiata su un piano o sospesa per mezzo dell’appiccagnolo. La funzione di lucerna votiva è ipotizzabile sulla base del confronto con un'analoga classe di manufatti realizzati in ceramica. Gli elementi più significativi di confronto giungono dai risultati di un'importante scavo effettuato nel nuraghe Su Mulinu di Villanovafranca.
Durante lo scavo del vano “e” in strati databili al Bronzo finale, alla prima età del Ferro e all'età orientalizzante ed arcaica, si rinvennero oltre 500 modellini fittili di navicelle. I dati dello scavo, condotto da Giovanni Ugas nel luglio 1989, e parzialmente editi dallo stesso autore nel 1990, mostrano la maggior parte delle navicelle con una protome generalmente bovina all'estremità della prua. Il ritrovamento di questi oggetti in un ambiente del nuraghe chiaramente adibito a sacello ribadisce il valore cultuale di queste classi di oggetti che richiamano negli aspetti tipologici le più preziose navicelle di metallo.
Al di là di un loro utilizzo in termini funzionali si leggono significati legati a convenzioni simbolico-religiose che rispecchiavano valori sociali in relazione con la figura dello status dell'offerente. La presenza di rappresentazioni animali sul margine di alcuni modellini può essere interpretata come espressione della volontà di accentuare con la ricchezza di elementi figurati il valore e l'importanza dell'oggetto.
Il ritrovamento di numerose navicelle in aree non cultuali, ripostigli ed ambiti insediativi, evidenzia comunque la circolazione e la tesaurizzazione del bene tra membri di rango della comunità, prospettando una possibilità della realizzazione dell'oggetto di pregio e della sua conservazione, non solo in vista del dono alla divinità, ma anche con l'intento di custodire in ambito domestico, privato o comunitario, un manufatto prezioso da riservare eventualmente per pratiche di scambio e dono ma questa ipotesi attualmente non si può dimostrare.
Le navicelle sono nate dall'osservazione delle imbarcazioni del tempo, lo attestano legature, alte mura, alberi, coffa. Negli esemplari più ricchi si aggiungono piccole sculture riproducenti animali. Le imbarcazioni attestano quindi un interesse per la navigazione che non poteva mancare in un popolo coinvolto nelle relazioni con l'esterno e stanziato in una terra insulare che, anche per posizione geografica, si pone al centro di un'area di intensi traffici transmarini.
Le rimarcate divergenze tipologico-formali che distinguono gli scafi delle navicelle bronzee di età nuragica possono costituire il punto di partenza per un tentativo di classificazione: da un lato abbiamo le navicelle a scafo ellittico-convesso tipo E ed EV, dall'altro le barchette con scafo del tipo V, che a loro volta mostrano qualche affinità con le navi del tipo C.
Le barchette ellittiche presentano spesso protomi prodiere di maggiori dimensioni, le colombelle, le sospensioni ad albero e a semialbero, il gavone prodiero. Gli scafi del tipo V si distinguono, oltre che per la foggia, per la presenza di costolature a rilievo sulle mura, protomi prodiere solitamente piccole, manici a ponte spesso con decorazioni e talora in forma di giogo bovino, peducci di sostegno, l'assenza di colombella sull'anello di sospensione e, talvolta, presenza dell'anellino sul bordo sinistro.
Lo scafo cuoriforme del tipo C, presenta anch’esso l'anellino sinistro e una piccola protome con lungo collo orizzontale. Le differenti forme degli scafi, ma anche il differente gusto decorativo per la foggia delle protomi, per l'alberatura e per la presenza di importanti dettagli nautici, deve farci ritenere che proprio gli scafi angolosi del tipo V, più di quelli ellittici, possono rappresentare vere e proprie riproduzioni di imbarcazioni d'uso locale, per brevi spostamenti, di piccolo cabotaggio.
Notiamo quindi delle tipologie parallele fra gli scafi, non un unico percorso evolutivo, da semplici scafi cuoriformi alle navicelle più elaborate, forse una tradizione di barche forestiere, dapprima soltanto osservate, in seguito forse anche imitate dalla cantieristica isolana. Cantieristica che doveva peraltro essere limitata dalla qualità e quantità dei materiali.
Mancavano in Sardegna alberi alti fino a 40 metri, come i grandi cedri del Libano, indispensabili per costruire lunghe e solide chiglie, remi, alberature. Si sarebbero potuti utilizzare i pini mediterranei, le querce o i cipressi, anche se il risultato non sarebbe stato paragonabile. Mancava il bitume, che consentiva di calafatare e rendere impermeabili gli scafi, il fasciame, i legni e le pelli; anche per questo materiale si potrebbe pensare ad una sostituzione con delle resine naturali, tuttavia il risultato non avrebbe avuto la stessa qualità. Mancavano soprattutto terre e isole vicine, a vista, con le quali intessere quella fitta rete di traffici e collegamenti marittimi, non limitati a contatti occasionali o stagionali, che avrebbe potuto trasformare gli antichi uomini di Sardegna da naviganti in navigatori.
E navigatori non si nasce: lo si diventa, attrezzando porti, cantieri di costruzione, rimessaggio e manutenzione, elaborando un'astronomia e una cartografia, lasciando tracce del proprio passaggio nelle testimonianze dei popoli vicini. Ciò che lascia perplessi, di fronte a tanta profusione di reperti, è la quasi assoluta mancanza, nei bronzi, dei mezzi di governo: vele, timoni, remi, scalmi, mostrati invece con tanto rilievo nelle raffigurazioni marinare di altre civiltà; e poi l'assenza, nei dipinti ma non nelle sculture, di strumenti di offesa e difesa: rostri, rinforzi, scudi, imprescindibili per la navigazione d'altura.
Armare una nave significava alla lettera dotarla degli armamenti necessari per affrontare coscientemente i pericoli, non sempre e solo naturali, del mare. Tutte le antiche civiltà mediterranee conoscevano la nave rostrata, che invece pare assente nei modelli sardi. Occorrerà forse allora riconsiderare, fra i due estremi che vogliono le antiche genti sarde ora un popolo di montanari legato alla terra, ora un popolo di temuti dominatori dei mari, il ricco ventaglio delle possibilità intermedie, tra le quali certamente trova luogo anche l'ipotesi di una cantieristica locale in grado di costruire imbarcazioni adatte per gli spostamenti in acque interne, per il piccolo cabotaggio, per il trasbordo e traghettamento delle merci o, forse, attrezzate per la difesa delle coste.
Senza peraltro escludere l'eventualità di avventurosi viaggi che abbiano visto gli uomini dei nuraghi allontanarsi su navi di tal fatta dal continente Sardegna, con quella frequenza e quella regolarità che sole possono stimolare lo sviluppo delle arti e delle tecniche marinaresche. Arti e tecniche che, nelle testimonianze archeologiche fino ad oggi esaminate, risultano solo in piccola misura attestate e significate. Resta aperta l’ipotesi che le navi più grandi fossero costruite in vari cantieri del Mediterraneo, con maestranze provenienti da tutto il Mediterraneo e, soprattutto, con gli alti fusti del Libano e i vari materiali occorrenti, opportunamente scambiati con altre merci. Un anticipo, dunque, di quella globalizzazione di merci e uomini alla quale assistiamo nei nostri giorni.
Personalmente ipotizzo che il committente volesse racchiudere nella navicella un simbolismo fortissimo. Desiderava dimostrare la sua conoscenza e il relativo dominio sui 4 elementi del cosmo: terra, aria, acqua e fuoco. La terra con la riproduzione di nuraghi e animali; l’aria con gli uccelli e la colombella; l’acqua con lo scafo e il fuoco con il processo di fusione del bronzo. Se ipotizziamo l’uso come lucerne si aggiunge un altro fattore: lo stoppino acceso si troverebbe a poppa, costituendo il quarto punto cardinale a formare nord (colombella), sud (scafo), ovest (protome), est (fiamma). Una vera e propria cosmografia racchiusa in un unico oggetto prezioso.
Nelle immagini: colombelle e protomi di navicelle conservati al museo di Cagliari
martedì 2 agosto 2011
Elementi e decorazioni delle navicelle nuragiche

Orli e listelli in rilievo sulle mura
di Pierluigi Montalbano
Lo scafo delle navicelle nuragiche, di disegno lineare e di norma austero nella decorazione, presenta talvolta sulle fiancate uno o più ordini di rilievi che, a differenti altezze, corrono lungo tutto il perimetro dell'imbarcazione. Gli scafi di tipo V possiedono sempre almeno due cordonature; una, superiore, solitamente situata poco sotto il bordo; un'altra, inferiore, sempre in corrispondenza dell’intersecarsi del fondo con le bande. Una terza cordonatura è talvolta interposta equidistante tra le prime due.
Sappiamo per certo che la cantieristica antica faceva largo uso di funi e gomene nella costruzione degli scafi. Non solo nella legatura delle stuoie di papiro, come documentato nei numerosi dipinti egizi dell'Antico Impero, ma anche nella costruzione di scafi in legno, utilizzandole con precise funzioni strutturali. Questa cima era destinata a contrastare le forze che, qualora la nave si fosse trovata in dorso d'onda, avrebbero altrimenti spezzato in due o più parti lo scafo.
La struttura doveva probabilmente essere completata da una seconda cima, tesa al di sotto della chiglia, allo scopo di conferire uguale resistenza alle opposte sollecitazioni alle quali la nave era invece soggetta durante la navigazione in caso d'onda. Poco sotto il bordo, ancora oggi è d'uso che le piccole imbarcazioni applichino un listello di legno, con funzione di paracolpi (detto bottazzo), situato in tale posizione per sfruttare la maggiore resistenza che ha lo scafo in corrispondenza dell'intersezione tra le mura e le pontature di coperta.
Questo listello viene talvolta sostituito da una grossa gomena, come d'uso ancor oggi, che con il medesimo scopo corre lungo tutto il perimetro dell'imbarcazione. L'ipotesi che i rilievi a listello (e la funicella), presenti poco sotto il bordo delle navicelle nuragiche con scafo di tipo V, siano un elemento strutturale e non decorativo della costruzione, sarebbe accettabile se tali navicelle fossero il modello di imbarcazioni di modeste dimensioni adibite a compiti di traghettamento, con la conseguente necessità di proteggere lo scafo dai frequenti piccoli urti durante le operazioni di accosto, di abbordo, di approdo.
Se così fosse sarebbe possibile, a partire dalla presumibile dimensione delle gomene e dal posizionamento dei parabordi, trarre una precisa indicazione di scala che ci consentirebbe di stimare intorno ai 7 metri la lunghezza dell'eventuale modello reale di una navicella con scafo del tipo V.
Completano lo scafo di molte navicelle, oltre la protome e gli apparati di sospensione, diversi altri elementi, strutture e attrezzature tra i quali possiamo comprendere, insieme al gavone di prora che spesso risulta dalla fusione della protome con lo scafo, altri oggetti quali trasti, anellini, animali, totem, rilievi, colonnine, barrette di rinforzo.
La connessione delle parti può essere ottenuta fondamentalmente in due modi: mediante un procedimento di fusione limitato alle superfici da unire oppure mediante l'introduzione tra esse di un altro metallo fuso.
Il gavone di prora è del tutto assente negli scafi cuoriformi e del tipo V, dove è spesso sostituito da una particolare giunzione della protome che simula una funicella avvolta a spirale. Il gavone non svolge solo la funzione di tenere all'asciutto cibi, indumenti e quant'altro occorra riparare dall'acqua durante la navigazione, ma anche quella, strutturale, di chiudere con una parziale pontatura, irrobustendola, la sezione di scafo maggiormente esposta alla violenza delle onde.
La presenza del gavone può essere trascurata solo nel caso di piccoli scafi, destinati ad acque tranquille. La sua assenza parrebbe allora confermare che almeno per quanto concerne gli scafi di tipo V, non a caso sempre privi di albero, siano da escludere le grandi dimensioni e l'utilizzazione nella navigazione d'altura.
L'ambito costiero-palustre dello scafo del tipo V consentirebbe allora una diversa lettura del piccolo anellino che compare in posizione laterale su alcuni scafi, nonché del piccolo rilievo a “sella” presente sui tre scafi cuoriformi. Tanto l'anellino che il rilievo a sella si mostrano sempre nella medesima posizione, sull'orlo delle mura di sinistra in posizione circa equidistante tra prua e poppa.
Secondo Lilliu nella n° 78 da Tula questo anello sostituiva l'anello che, in altri esempi, sormonta il mezzo del manico a doppio ponte, e ancora quando si voleva appendere l'oggetto dopo l'uso in piano. L'interpretazione lascia tuttavia spazio ad alcune considerazioni:
1) ci si domanda per quale motivo l'anellino sia presente su alcune barche del tipo V e C, mai in quelle di tipo E ed EV, e sia sempre posizionato nel medesimo punto rigorosamente sul lato sinistro;
2) non si vede inoltre la necessità di un ulteriore anello di sospensione, e per giunta di tanto minori dimensioni, in alternativa ad altri numerosi e più efficienti appigli, come il manico, l'anello, la protome.
Cosa si deve intendere poi per “appendere dopo l'uso”? Certamente l'espressione è da riferire all'uso domestico dell'oggetto-lucerna. Ma l'unico risultato pratico che poteva ottenersi appendendo l'oggetto lateralmente era forse quello di facilitare lo sgocciolamento dell'olio combustibile residuo, al fine di ripulire perfettamente la lampada.
Resta tuttavia da chiedersi se un artificio di così complessa realizzazione (l'anellino doveva essere fuso a parte e poi saldato in una posizione che consentisse di bilanciare l'oggetto) sia giustificabile dal modesto risultato raggiunto, che si sarebbe più facilmente potuto conseguire posando la barchetta capovolta su un piano ovvero sospendendola per la protome. Tuttavia in questi due ultimi casi i manufatti si sarebbero potuti danneggiare.
Negli scafi cuoriformi compare un piccolo rilievo a sella che per Lilliu “forse stilizza un uccello o qualche altro animaletto”. Tuttavia riesce assai difficile leggere nel rilievo la stilizzazione di un uccello e non si comprende perché in questi scafi debba mostrarsi appena accennato e per di più rinunciando alla simmetria che su altre navicelle nuragiche vuole gli uccelli sempre disposti a coppie.
Potremmo allora avanzare l'ipotesi che questi rilievi altro non siano che i frammenti residui di anellini del tutto simili a quelli già visti sulle navicelle del tipo V, e che la posizione meno protetta abbia fatto sì che nessuno di tali anelli si sia conservato integro. Si può allora ipotizzare che tale anellino non rappresenti se non un particolare tipo di scalmo atto ad accogliere un solo remo, propulsore e direzionale insieme, ovvero una pertica atta alla navigazione lagunare e palustre in bassi fondali, ovvero un unico remo con funzioni solo direzionali. Sulle navi nuragiche la propulsione doveva essere affidata a remi a pagaia (così come sono d'altronde equipaggiate le barche fenice di Korshabad), vista l'assenza di altri oggetti sulle fiancate interpretabili come scalmi. Difficilmente si può ravvisare nelle colombelle un vezzo artistico di oggetti aventi funzione di scalmo.
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Le colombelle sull’anello di sospensione...e altri animali
di Pierluigi Montalbano
Diversamente vanno interpretate le colombelle che spesso ornano la sommità dell'anello di sospensione. Esistono sostanzialmente due linee di interpretazione: una fa capo al Lamarmora che considera le colombelle animali esclusivamente e variamente simbolici; l'altra, del Crespi, che legge nei volatili anche un significato funzionale e pratico, allude alla avventurosa scoperta della terra, mediante la direzione segnata dal passaggio delle emigrazioni di certi volatili. La tesi ricorda come non si può escludere che le colombelle rappresentate avessero più che funzione rituale valore pratico, “per il loro sapersi dirigere, se liberate, verso casa e che i marinai di legni a vela usavano talvolta liberare le colombe quali vivi, anche se muti e romantici, messaggi di favorevoli navigazioni”. Il navigante, fuori dalla vista della terra, faceva uso di uccelli che liberava da una gabbia e seguiva nel loro volo per raggiungere l'approdo. Questo metodo, noto nel viaggio degli Argonauti (Apollodoro), è lo stesso raffigurato su di un sigillo babilonese, seguito da Ut-Napitshstim (il Noè babilonese) nella leggenda del diluvio, e dai suoi successori biblici. La tesi trova ulteriore conferma nelle navicelle sarde dove la colombella si trova in cima all'anello di sospensione, quasi sempre, salvo nei manufatti n° 15 da Nuragus e n° 40 da Gravisca, correlata alla presenza dell'albero o del semialbero.
Anche altri animali, oltre le colombelle e quelli raffigurati nelle protomi, sono presenti su alcune navicelle sarde. Nella n° 43 da Nuoro appare una scimmia, nella n° 2 da Abbasanta Lilliu pensa di riconoscere un topo o un ranocchio, nella n° 31 da Bultei la battagliola è ornata da due cani, nella n° 64 navicella del Duce da Vetulonia Lilliu descrive due anatrelle, un riccio, alcuni cani, un suino, un torello con le corna giovani, una pecora e un animale sdraiato e disteso per lungo sull'orlo.
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Il Lilliu ritiene “la navicella da Vetulonia, come le analoghe, un esempio di battello da trasporto di lunga navigazione per la forma e le dimensioni, ma non certamente per l'ornato plastico, che non ha relazione alcuna con animali trasportati per mare. A quale scopo caricare cani e cinghiali?”.
Tuttavia lo scopo c’è: i cani sono animali da caccia e per la difesa personale, mentre i cinghiali erano preziosi per la carne e il grasso. I cinghiali possono essere addomesticati se catturati da piccoli e perciò potevano diventare una merce. Inoltre i denti e le zanne erano ottimi talismani per la loro forma lunata.
Altre strutture presenti in coperta su alcune navicelle di età nuragica sono infine barrette bronzee, cosiddette di rinforzo. Il Crespi avanza l'ipotesi che le lunghe barrette raffigurino due remi ovvero un albero a doppia antenna, temporaneamente smontato come d'uso sulle navi antiche. Vi sono inoltre le protomi prodiere: tutte le navicelle oggi conosciute, qualunque sia la foggia dello scafo, mostrano traccia di un prolungamento della prora ornato da una protome animale che riproduce in modi diversi il toro (o il bue), il cervo (o il daino), l'ariete (o il muflone). Il toro è la figura predominante.
Estremamente varia è poi la tipologia delle corna, nelle quali gli artigiani si sono sbizzarriti, per Lilliu, “nell'inventare forme, posizioni, movimenti vari, per lo più naturali rendendole col modellato per lo più robusto ma non pesante e quasi sempre elegante nelle linee bellamente ricurve”. Anche la lunghezza e l'orientamento del collo presentano una ricchissima casistica, variando da inclinazioni perfettamente orizzontali ad altre esattamente verticali. Non è da escludere l'ipotesi che la protome, saldata per ultima alla prua, venisse poi modificata nell'orientamento, deformandone il collo, per bilanciare in modo micrometrico la navicella.
Dal punto di vista nautico le protomi delle navicelle sarde, di generose dimensioni, paiono nella maggior parte dei casi inadatte alla navigazione. Nel maggior numero dei casi le protomi venivano fuse a parte e solo in un secondo momento saldate alla prora, con tecniche diverse. Si possono riconoscere le tecniche d'unione “a manicotto”, più diffuse sulle barche del tipo V, e le tecniche a “piastra saldata”, più comuni sugli scafi ellittici. Nella tecnica a manicotto la protome viene innestata tramite un bottone o spinotto in un corrispondente alloggiamento. Nella tecnica a piastra saldata la protome presenta all'estremità inferiore del collo una flangia triangolare che viene adattata, saldandola, alla prora dello scafo, formando in tal modo una sorta di gavone.
Molte delle barchette nuragiche possono essere utilizzate, oltre che posate su un piano, anche in posizione sospesa. Ciò grazie ad appositi apparati di sospensione i quali, seppure di differenti fogge, presentano tutti sulla cima un anello verticale e sono calibrati in modo da consentire il perfetto equilibrio dell'oggetto, che nel supposto uso come lucerna doveva essere tale da evitare ogni perdita di liquido combustibile.
La tipologia degli apparati di sospensione può essere ordinata secondo tre classi ben distinte: a ponte, ad albero impostato sul fondo, mista. Al culmine è situato un anello, talvolta aperto sulla sommità, altre volte saldato o chiuso in cima da una colombella. È possibile che all'anello fosse collegata una corda o una catenella del tipo “a otto”, ben noto ai fonditori di età nuragica. La sezione piatta delle maglie sembra bene adattarsi agli anelli aperti nei quali l'ultima maglia della catena poteva facilmente essere introdotta di traverso per poi reggere senza difficoltà, quando raddrizzata, l'oggetto.
L'uso di funi o catenelle sembra tuttavia impedito, in alcune navicelle, dalla presenza della colombella che sovrasta l'anello. Ci pare allora più verosimile ipotizzare che la navicella venisse sospesa inserendo l'anello in un piolo fissato alla parete in posizione orizzontale. In questo modo la colombella, lungi dal rappresentare un ostacolo, sarebbe anzi servita da appiglio per sfilare più comodamente la navicella dal suo sostegno.
Al di là delle evidenti funzioni che il manico a ponte riveste nell'oggetto-lucerna, resterebbe da chiedersi fino a che punto la sua foggia possa aver tratto ispirazione da strutture similari eventualmente presenti su un ipotetico modello reale.
Strutture centinate simili nella forma sono visibili su barche egizie dell'Antico Impero e possono essere ritrovate nei cerchi a botte delle imbarcazioni tradizionali del lago di Como. Un preciso richiamo a queste strutture, la cui funzione era quella di offrire, ricoperta con pelli o tessuti, un estemporaneo riparo dalle intemperie, uno spazio per il pernottamento. Una protezione alle merci più delicate si può leggere anche nella costruzione centinata a graticcio (cabina?) che è presente nella n° 53 (proveniente dalla Sardegna).
In luogo della più diffusa sospensione a ponte, sette navicelle presentano un vero e proprio albero saldato al fondo e terminante con una sorta di capitello, in cima al quale è impostato l'anello, che in questo tipo di barche è sempre sormontato da una colombella che guarda verso poppa.
Altre dodici barchette adottano invece un sistema misto, in virtù del quale un albero più piccolo è fuso in un sol pezzo sulla sommità di un manico del tipo a doppio ponte. Tanto la sospensione ad albero che quella a semialbero sono caratteristiche esclusive delle barchette a scafo ellittico di tipo E ed EV, e mancano del tutto negli scafi cuoriformi C e in quelli del tipo V.
L'albero delle barchette nuragiche, basso e tozzo, pare inadatto ad accogliere un gioco velico. È tuttavia possibile che alberi di tal fatta non fossero destinati ad accogliere vele, ma avessero in realtà il compito di sostenere, come nella hippos fenicia, una coffa di avvistamento da leggersi nel disegno a capitello della parte terminale della struttura.
Questi capitelli sono sorprendentemente simili ai ballatoi delle torri nuragiche così come raffigurate nei modellini classificati da Lilliu con Sc. 268 e 269 (da Ittireddu e Olmedo), tanto da far ritenere non improponibile l'ipotesi che alcuni alberi volessero in qualche modo significare, quasi come una sorta di “insegna nazionale”, la struttura a torre dell'edificio più rappresentativo della civiltà nuragica.
Nell'immagine alcune navicelle bronzee esposte al Museo Archeologico di Cagliari
domenica 31 luglio 2011
Tecnologia delle navicelle nuragiche

Navicelle bronzee
di Pierluigi Montalbano
Alcune barchette presentano un attacco per catenelle metalliche fini che chiudevano in un quadro simmetrico la catenella maggiore che, al centro, sosteneva il manico arcuato. È evidente che questo sistema di sospensione non consentiva la soluzione alternativa del poggiare l'oggetto in piano, visto che in tal modo sarebbe risultato problematico riporre in modo adeguato il complesso delle nove catenelle.
L'oggetto, progettato dunque per essere utilizzato in posizione sospesa, presenta uno scafo non più piatto, ma di sezione ovale in lunghezza. Il fondo piatto, non più necessario, è stato quasi del tutto eliminato, e la navicella mostra uno scafo decisamente convesso. Contro questa prima ipotesi potremmo tuttavia osservare che l'esigenza di posare l'oggetto in piano avrebbe potuto essere agevolmente risolta, senza deformare lo scafo, con l'aggiunta di sostegni o peducci, così come si nota in molte delle barchette definite di tipo V. Vi è anche da dire che la navigazione antica, praticata in molto maggior misura che non oggi a brevissima distanza dalle coste, faceva dell'isola uno straordinario punto d'osservazione lungo il quale era facile osservare il continuo e ininterrotto transito di navi e imbarcazioni di ogni genere e provenienza.
Più vicine alla costa dovevano navigare le barche a remi; più lontane, dove il vento non era alterato in forza e direzione dai rilievi montuosi, le grandi navi a vela. In tali condizioni l'osservatore poteva distinguere le forme ma non i dettagli, poteva riconoscere come tale un'alta protome, ma non l'animale che essa intendeva rappresentare, poteva intuire un'alberatura, ma non le complesse attrezzature di governo, il sartiame, la tecnica con la quale l'albero veniva impostato sullo scafo. Di contro si potrebbe ribattere che quelle stesse navi dovevano pur prima o poi venire a diretto contatto con le genti del luogo, o per commerci, o per rifornimenti, o per naufragio. In tali casi sarebbe certo stato possibile osservare nei dettagli lo scafo.
Accanto allo scafo di forma ellittico-convessa con fondo piano è possibile riconoscere altre due tipologie che vanno sempre più arricchendosi di nuove testimonianze archeologiche. Si tratta degli scafi di tipo V, con prua e poppa fortemente carenate e sezione maestra trapezoidale, e di quelli cuoriformi tipo C. E’ sempre assente l'albero mentre sono frequenti le decorazioni in rilievo, assenti nelle tipologie ellittiche, tanto sul manico che sulle mura, talvolta ornate con animali, personaggi, oggetti.
Più di ogni altra la navicella di tipo V è quella che sembra fedelmente riprodurre una vera e propria imbarcazione. Le pareti dello scafo disegnano nella sezione maestra un trapezio capovolto, il cui baricentro risulta spesso così alto che per assicurare la stabilità dell'oggetto è necessario provvederlo di peducci di sostegno. Il fondo piatto è qui certamente un dato strutturale della costruzione, dando così vita a un natante di piccole dimensioni, circa 7 metri, adatto per via del basso pescaggio alla navigazione in acque interne o a brevi tragitti verso le isole minori o ancora alle funzioni di navetta per assicurare i collegamenti tra la terraferma e navi di assai maggiori dimensioni, costrette a sostare in rada per l'assenza di scali ben attrezzati.
Lo scafo cuoriforme tipo C si distingue per la caratteristica foggia a lucerna, dal corpo basso e tondeggiante che si affila in prossimità della poppa disegnando un beccuccio, mentre sul lato opposto è saldato il manico, orizzontale e relativamente lungo e sottile, che termina con una piccola protome animale. Inizialmente classificati come lucerna, gli scafi cuoriformi sono oggi concordemente conosciuti e definiti come navicelle bronzee. Dal punto di vista nautico la funzionalità dell'oggetto è pressoché nulla per le mura troppo basse e per il peso eccessivo della protome, che inevitabilmente avrebbe spinto la prua dentro l'onda causando l’ingavonamento dell'imbarcazione. Nulla vieta, tuttavia, che la lucerna si ispiri a un tipo reale di imbarcazione palustre e che le incongrue dimensioni della protome non siano che una forzatura interpretativa dell'artigiano, che avrebbe ingrandito la piccola prominenza prodiera per facilitarne la presa nell'uso domestico.
Nel 1960, come ricorda il Paglieri , “tutti i tipi di navi antiche riconosciuti dalle raffigurazioni si rifanno chiaramente a tre forme fondamentali di scafo: la nave tonda, con le due estremità rialzate; quella lunga, forgiata a trave con acuminato sperone a prora; quella di tipo misto, con uno scafo del tipo della nave tonda e l'aggiunta di uno sperone sotto la prua”.
Il Lilliu distingue nelle navicelle sarde un tipo corto, tondeggiante, simile alla gôlah dei Fenici, e un tipo lungo, assimilabile alla hippos sempre fenicia. Tuttavia la gôlah si distingue dalle navi nuragiche per la presenza di due ordini di rematori, così come per l'assenza della protome.
S. Moscati riferisce che “due erano i tipi principali: il primo prettamente da guerra, con poppa fortemente ricurva e lo sperone a filo d'acqua; il secondo con entrambe le estremità rialzate. Un terzo tipo di imbarcazione, più piccolo, è riprodotto sulle porte bronzee di Balawat e sui rilievi di Sargon II a Korshabad”.
Risulta così esclusa ogni possibile identificazione tra navi fenicie di tipo lungo, caratterizzate dalla presenza del rostro, e navicelle nuragiche, generalmente prive di sperone. L'assenza tra le raffigurazioni nuragiche di esemplari rostrati può condurci a due differenti considerazioni:
a) le imbarcazioni sarde non erano adatte a intraprendere rischiose navigazioni d'alto mare;
b) le navicelle nuragiche sono l'imperfetto modello di navi anche rostrate, osservate lungo le rotte, che in gran numero costeggiavano l'isola e il cui sperone, occultato alla vista per essere quasi del tutto sommerso, non è stato di conseguenza rappresentato.
E se è pur vero che le navi dei primi Fenici venivano spesso tirate in secca sulle spiagge dell'isola per far lì mercato con le popolazioni del luogo, ciò accadeva più di frequente alle navi commerciali che non a quelle lunghe da guerra, le quali comunque venivano sempre tirate in spiaggia dal lato di poppa, pronte alla fuga, così che l'eventuale rostro prodiero restava comunque sommerso.
L'assenza di rostro sulle navicelle sarde parrebbe ancora alimentare l'ipotesi che i sardi ignorassero la tecnica costruttiva a coste e chiglia, o che quantomeno non disponessero del legname d'alto fusto necessario alla sua realizzazione. L'efficacia del rostro è infatti strettamente correlata all'insostituibile presenza di una lunga e solida trave di chiglia, unito alla quale lo sperone si comporta come una testa d'ariete e solo in virtù di quella è in grado di infliggere e sopportare urti anche di notevole violenza.
Ricordo a tutti i lettori che Venerdì 5 Agosto, a Solanas, alle 18.00 sarà inaugurata la mostra "Sutiles Naves" a cura del Museo di Sinnai. Per l'occasione sarà presentata al pubblico una relazione, con proiezione di immagini, sulle navicelle nuragiche e sulla navigazione nell'età del Bronzo.
Nell'immagine alcune navicelle esposte al Museo Archeologico di Cagliari
venerdì 29 luglio 2011
La cultura Vinca.
La cultura Vinca.
La cultura di Vinča fu una cultura preistorica che si sviluppò nella penisola Balcanica tra il VI e il III millennio a.C.
Nel VI millennio a.C. questa cultura occupava una zona delimitata dai Carpazi a nord, dalla Bosnia a ovest, dalla pianura di Sofia a est e dalla valle di Skoplje a sud. La cultura toccò il corso del Danubio, nelle attuali Serbia, Romania, Bulgaria, e Macedonia.
Gli insediamenti appartenenti alla cultura di Starčevo, rinvenuti negli strati più profondi e antichi di Vinča, erano composti da capanne di fango in cui le persone vivevano e e dove venivano sepolte dopo la loro morte.
Oltre all'agricoltura e all'allevamento di animali domestici, le genti neolitiche di Vinča praticarono anche la caccia e la pesca. Gli animali domestici più frequenti furono i bovini, ma furono allevati anche i più piccoli caprini, ovini e suini. Venivano coltivati grano, farro e orzo.
Un surplus di prodotti permise lo sviluppo di scambi commerciali con regioni vicine, per l'approvvigionamento di sale, ossidiana e conchiglie ornamentali.
La produzione locale di ceramica raggiunse un elevato livello artistico e tecnologico. Sono presenti oggetti in osso, corno e pietra.
A Bele Vode e Rudna Glava in Serbia orientale estrassero il rame, che inizialmente utilizzarono solo per oggetti decorativi.
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Buona visione.
La cultura di Vinča fu una cultura preistorica che si sviluppò nella penisola Balcanica tra il VI e il III millennio a.C.
Nel VI millennio a.C. questa cultura occupava una zona delimitata dai Carpazi a nord, dalla Bosnia a ovest, dalla pianura di Sofia a est e dalla valle di Skoplje a sud. La cultura toccò il corso del Danubio, nelle attuali Serbia, Romania, Bulgaria, e Macedonia.
Gli insediamenti appartenenti alla cultura di Starčevo, rinvenuti negli strati più profondi e antichi di Vinča, erano composti da capanne di fango in cui le persone vivevano e e dove venivano sepolte dopo la loro morte.
Oltre all'agricoltura e all'allevamento di animali domestici, le genti neolitiche di Vinča praticarono anche la caccia e la pesca. Gli animali domestici più frequenti furono i bovini, ma furono allevati anche i più piccoli caprini, ovini e suini. Venivano coltivati grano, farro e orzo.
Un surplus di prodotti permise lo sviluppo di scambi commerciali con regioni vicine, per l'approvvigionamento di sale, ossidiana e conchiglie ornamentali.
La produzione locale di ceramica raggiunse un elevato livello artistico e tecnologico. Sono presenti oggetti in osso, corno e pietra.
A Bele Vode e Rudna Glava in Serbia orientale estrassero il rame, che inizialmente utilizzarono solo per oggetti decorativi.
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Buona visione.
Bronze Age. Montagna sacra nell'Etruria meridionale

Scoperta in Etruria
una “Montagna sacra” del 1000 a.C.
SORIANO NEL CIMINO - Una montagna sacra nel cuore dell'Etruria, dove, nell'età del bronzo, si offrivano voti agli dei pagani e si bruciavano oggetti sacri in loro onore. Hanno portato alla luce questo gli archeologi dell'università Sapienza di Roma e della soprintendenza ai Beni archeologici dell'Etruria meridionale sul monte Cimino, in provincia di Viterbo. La scoperta, «una delle più importanti della protostoria del Lazio», con reperti risalenti al 1000 a.C, è stata illustrata oggi sul luogo del ritrovamento in località La faggeta, a Soriano nel Cimino.
Sulla sommità del monte, a oltre mille metri di altezza, tra i faggi, negli ultimi tre anni l'equipe degli archeologi, coordinati dal professor Andrea Cardarelli, ha condotto gli scavi portando alla luce «una serie di stratificazioni di materiali derivanti da roghi cultuali». Una «chiara evidenza votiva», secondo il docente della Sapienza, perchè, spiega, «le attività religiose del mille avanti Cristo passavano proprio attraverso il fuoco. Venivano bruciate offerte per gli dei: oggetti sacri, cibo o animali».
Gli scavi stanno portando alla luce anche una recinzione muraria che circonda tutto il monte Cimino, anch'essa risalente all'età del bronzo. «Sono tante le domande che questi scavi ci hanno suscitato - spiega Laura D'Erme della Sovrintendenza ai Beni archeologici dell'Etruria meridionale -: quali rapporti intercorrevano tra gli abitanti del monte Cimino e la vicinissima comunità di Soriano? La montagna era abitata dalla classe dominante? Era questo il punto di riferimento religioso dell'Etruria?».
Entusiasta della scoperta il neo sindaco di Soriano nel Cimino, Fabio Menicacci, che commenta: «Abbiamo un territorio ricco di reperti archeologici, dalla preistoria all'archeologia industriale. Questa è la terza campagna di scavi che continueremo a sostenere con risorse sempre maggiori. Ci stiano attivando affinchè i reperti restino a Soriano. Il mio sogno è realizzare su questa montagna un sito archeologico aperto, che si possa visitare e diventi un volano per il turismo della zona».
Fonte: Il Messaggero.it
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