Diretto da Pierluigi Montalbano

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Associazione Culturale Honebu

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martedì 9 giugno 2015

Archeologia. Le incisioni rupestri della Val Camonica

Le incisioni rupestri della Val Camonica


Si trovano nel territorio di Brescia e costituiscono una delle più ampie collezioni di petroglifi preitorici del mondo. L'UNESCO ne ha riconosciuto quasi duecentomila su circa 2000 rocce, in oltre 180 località comprese in 24 comuni. Le incisioni furono realizzate in ottomila anni, fino al Ferro, e quelle dell'ultimo periodo sono attribuite al popolo dei Camuni ricordato dalle fonti latine. La maggior parte delle incisioni è stata realizzata con la tecnica della martellina, altre con graffito. Le figure si presentano a volte sovrapposte senza ordine apparente, ma spesso appaiono in relazione logica tra loro, a illustrazione di un rito religioso o di una scena di caccia o di lotta. Questa impostazione spiega lo schematismo delle immagini, ognuna delle quali è un ideogramma che rappresenta l’idea dell’oggetto reale. La loro funzione è riconducibile a riti celebrativi, commemorativi, iniziatici o propiziatori che si tenevano in occasioni che legavano le comunità. Tra i segni più noti spicca la cosiddetta Rosa Camuna, simbolo ufficiale della regione Lombardia. Nel dialetto locale della Valle Camonica le incisioni rupestri vengono indicate col termine di pitoti, ovvero pupazzi. Le incisioni più antiche risalgono al Mesolitico, ossia a partire dall'VIII Millennio a.C., qualche millennio dopo il ritiro del ghiacciaio che ricopriva la Val Camonica (Wurm), e furono opera di cacciatori nomadi che seguivano gli spostamenti degli animali. Le figure rappresentate raffigurano animali di grandi dimensioni (cervi e alci), che costituiscono le tipiche prede di quel periodo. Sono presenti nel comune di Darfo Boario Terme, nel Parco comunale delle incisioni rupestri di Luine. Nel Neolitico si diffusero anche in Val Camonica le pratiche agricole, con la formazione dei

lunedì 8 giugno 2015

Giganti di Monte Prama erano colorati?

I Giganti di Monte Prama erano colorati?
di Antonio Masala

La fantasia aiuta, dà una mano. Ma se a sostenere la tesi talmente ardita da sconfinare nell'eresia che tutto quello che è uscito dalle mani di Adamo in poi era a colori, statue di Monte Prama comprese, è nientemeno che il professore Ercole Contu, decano degli archeologi sardi e studioso di prima grandezza, bisognerà pur rifletterci. Quantomeno ripensare se quel bianco accecante su sfondo nero di finissimo gusto xilografico che incanta a visitatori (22 mila nel solo museo di Cabras in tre mesi, numeri da record) delle statue dei pugilatori, arcieri, guerrieri, nasce bianco.
Contu è docente di lungo corso: novant'anni e una carriera sempre in prima fila. L'altare preistorico di monte d'Accoddi l'ha scoperto lui nel 1952, di scavi ne ha fatto tanti che è faticoso elencarli, dall'Isola alla Grecia. Insegnante, scrittore, studioso. Professore emerito, novant'anni che a vederlo e ascoltarlo non si direbbe. Capelli bianco sale, farfallino su camicia manco a dirlo di un colore vivo, da ragazzino dell'isola di Wight. All'Antiquarium arborense ha incantato il pubblico trattando un tema affascinante: “La policromia delle statue di Monte Prama”. In altre parole: quelle statue erano bianche come oggi si ammirano nei musei di Cagliari e Cabras oppure colorate? Colorate, sentenzia il professore che si diverte pure a proiettarle modificate sullo schermo. Guance un po' scure, da sardi come li voleva anche Cicerone, con qualche chiazza rubizza. Occhi belli grandi e cerchiati. Vivi. Una folta barba nera che ci sta. Gambe sul giallo. «Questa del colore è una delle due scuole di pensiero attorno alle quali si sono scatenate polemiche a non finire», ha esordito Momo Zucca.
Ercole Contu tira dritto, alle polemiche è abitato e da uomo «cresciuto in ragione e scienza» non si sottrae. L'inizio è da botto: «Le statue dovevano essere dipinte, impossibile che non ci fosse il colore. Il fatto che oggi siano totalmente bianche non significa niente perché i colori col tempo scompaiono velocemente». E qui di anni ne sono passati: IX e X a.C., di questo si parla quando si parla di Mont'e Prama. Alla domanda se la mostra restituisce l'aspetto originario delle sculture recuperate nel Sinis di Cabras, Contu risponde secco e convinto: no. «Le statue erano riccamente colorate perché non esiste una sola statua che non lo fosse», e il professore emerito sforna esempi uno dietro l'altro. «L'Ara Pacis? Colorata, si vede benissimo. La Colonna Traiana e quella Antoniana: colorate. Le statue sono tutte colorate a partire dal Neolitico», è l'affermazione che accenderà ancora di più la discussione sulle statue misteriose. Il non colore nasce nel '700 da uno studioso tedesco: tutto qui. «Ma mai un santo è privo di colore, bianco non lo vedrete mai. Il vaso greco? Dipinto. Le statue greche e romane? Dipinte pure quelle. I bronzi di Riace? Colorati. I bronzetti colorati sono un'altra storia. Se le statue di Mont'e Prama fossero nate bianche sarebbe un miracolo o forse una sciocchezza». Tra una battuta e l'altra, il professore lancia attraverso i computer gli accostamenti tra i guerrieri nuragici di bianco vestiti e gli stessi colorati ora di rosso, ora di giallo. Tutti regolarmente con la barba nera come la pece e gli occhi cerchiati. «Tutto cambia, l'espressione è diversa». Da veri guerrieri che «non si difendono ma attaccano». Ma come si può scientificamente parlare di colore in questi tesori di millenni fa? «Osservando con attenzione i particolari che sarebbero invisibili se non ci fosse il colore». Il professore nella sua cavalcata universale scopre un santo indiano «dai colori stupendi» e così anche il presidente del tempo che fu. «Certe stilizzazioni hanno passato e futuro, senza date e confini», è la conclusione. Magari se ne può parlare e la polemica sarà di casa. Convinti comunque che Ercole Contu non mollerà un centimetro di colore.
Fonte: http://www.regione.sardegna.it


domenica 7 giugno 2015

Terapie magiche in Sardegna, un fenomeno senza tempo.

Terapie magiche in Sardegna, un fenomeno senza tempo.
di Nando Cossu

Occhi che si incontrano, pupille contro pupille, chi ha il sangue “più forte” colpisce inevitabilmente il più debole. Lo scatenarsi della crisi è un atto istantaneo e immediato e, quindi, impossibile da controllare. L’aggressione dell’occhio può essere inconsapevole e involontaria e chiunque, potenzialmente, può causarla. Può essere dovuta anche al troppo affetto, al troppo amore ed allora diventa ancora più difficile da guarire. I sintomi che la rivelano sono improvvisi e tra essi vi sono spossatezza e forte mal di testa, ma anche nausea, inappetenza, febbre alta e malinconia.
Secondo importanti studi di antropologia medica ("A luna calante", Nando Cossu, ed. Argo), in Sardegna sono oltre 36.000 le persone che si recano dai guaritori per curare questi segnali, poiché si ritiene che siano causati dal così detto “occhio preso”. È diffusa la credenza che alcuni accorgimenti possano prevenire gli effetti della crisi come, ad esempio, portare un indumento al rovescio o indossare qualcosa di verde come un nastro o qualche foglia di basilico o lentisco. Talvolta, si porta addosso un piccolo oggetto a cui un guaritore abbia recitato i brebus, cioè la formula magica o preghiera che in genere accompagna il rito terapeutico: si tratta di braccialetti, cornetti d’oro, pezzetti di corallo nero oppure medaglie con raffigurazioni di santi.
Ma quali persone hanno la capacità di guarire e come si apprende la pratica della medicina dell’occhio? Sebbene vi siano numerose varietà di situazioni attraverso le quali si diviene

sabato 6 giugno 2015

Archeologia. Scoperta una fortezza dell’età del Bronzo a Cipro

Archeologia. Scoperta una fortezza dell’età del Bronzo a Cipro




















Un recente ritrovamento archeologico dell’Università di Cincinnati suggerisce che l’antica città cipriota di Bamboula fosse ben protetta dalle minacce esterne.
La città portuale di Bamboula fiorì nell’Età del Bronzo, tra il XIII e l’XI a.C., costituendo un importante centro commerciale per Medio Oriente, Egitto e Grecia. Oggi si trova presso l’odierna Episkopi, lungo la costa sud-occidentale di Cipro. L’area ha in parte prosperato perché i vicini Monti Troodos contenevano rame che poteva essere trasportato a valle grazie a un fiume.
Le ultime ricerche nel sito hanno rivelato i resti di una fortezza della Tarda Età del Bronzo (1500-750 a.C.) che potrebbe aver protetto il centro urbano economico più all’interno, che non sembra essere stato fortificato.
“È abbastanza chiaro che si tratta di una fortezza a causa della larghezza e della solidità delle pareti. Nessun muro di una casa di quel periodo sarebbe stato così solido. Sarebbe stato del tutto inutile”, dice Gisela Walberg, direttrice degli scavi, notando che una parete è spessa 4,80 metri. “Ed è su un altopiano separato, che ha una posizione meravigliosa: si può guardare a nord verso le montagne o il fiume, e si può vedere il Mediterraneo a sud, in modo da poter vedere chiunque si avvicina”.

Inoltre, sono stati trovati resti di scale che portavano ad una distrutta struttura circolare tipo torre, che sarebbe stata utile per controllare l’area.
“Abbiamo trovato le prime mura, che abbiamo pensato essere interessanti, nel 2005″, racconta Walberg. “Abbiamo continuato, e quest’anno abbiamo trovato un’intera scala”.
Secondo Walberg, la scala sembra essere stata rotta durante una violenta catastrofe, il che getta luce sull’inizio della Tarda Età del Bronzo di Cipro, un periodo di cui si sa poco, ma che è caratterizzato da grandi sconvolgimenti sociali e cimiteri contenenti ciò che un certo numero di studiosi ha identificato come sepolture di massa.

La recente scoperta è anche particolarmente significativa perché c’è un altro sito della Media Età del Bronzo nelle vicinanze della fortezza. A monte vi sono i resti di un grande centro economico, chiamato Alassa, un centro per il commercio dei prodotti agricoli e del metallo.
“La nostra scoperta, la fortezza, colma il vuoto temporale tra questo primo insediamento e il grande centro economico. Probabilmente era il centro, il nucleo, da cui iniziò l’urbanizzazione dell’area”, dice Walberg.

Science Daily
University of Cincinnati

venerdì 5 giugno 2015

Oggi, 5 Giugno, Carlo Tronchetti a Cagliari, da Honebu: "Il sesso nell'antichità"

Oggi, 5 Giugno, Carlo Tronchetti a Cagliari, da Honebu: "Il sesso nell'antichità"

Questa sera, Venerdì 5 Giugno, alle ore 19.00, nuovo appuntamento da Honebu con "Il salotto della cultura", in Via Fratelli Bandiera 100 a Cagliari / Pirri.
Relatore sarà l'archeologo Carlo Tronchetti, che leggerà alcuni brani dedicati all'erotismo ambientati nel mondo greco e romano, scritti dagli antichi autori greci e latini e, con l'ausilio di immagini, racconterà "il sesso nell'antichità", dalla Bibbia ai tempi moderni, visto con occhio archeologico.
Ingresso libero. E' gradita la condivisione dell'evento.

Ingresso libero, apertura sala alle 18.45

L'Associazione Culturale Honebu offrirà una serie di appuntamenti anche per il mese di Giugno, tutti alle 19, nella sala di Via Fratelli Bandiera 100 a Cagliari / Pirri.



Martedì 9 Nanni Moro: Gli Ufo, questi sconosciuti

Venerdì 12 Giovanni Ugas: Sardi, Shardana e nuragici

Martedì 16 Mauro Peppino Zedda: Orientamento dei monumenti nuragici

Venerdì 19 Alfonso Stiglitz: L’invenzione del Sardo Pellita

Martedì 23 Nando Cuccu: Nell’animo dettati di parole (serata musicale e letteraria)

Venerdì 26 Salvatore Dedola: Etimologia dei monumenti archeologici



giovedì 4 giugno 2015

I rischi della fantarcheologia

I rischi della fanta-archeologia
di Stefano Todisco


























Tenendo conto del motto cartesiano “dubium initium sapientiae”, è bene però chiarire che alcune informazioni (che si trovano in blog, siti, pubblicazioni e trasmissioni televisive) riguardanti l’associazione tra tecnologie e civiltà passate possono spesso essere fuorvianti se non affrontate con metodo scientifico.
E’ il caso di uno dei tanti articoli presenti sul web e dedicati alle presunte presenze hi-tech nel nostro lontano passato; prendiamo questo articolo come esempio perché propone molte roboanti e suggestive ipotesi, ma non le supporta poi con alcuna concreta testimonianza archeologia o prova scientifica di altro genere. Di seguito proponiamo quindi parti dell’articolo (tra virgolette, evidenziate) con le relative spiegazioni e interpretazioni, laddove possibile anche riferimenti scientifici. Il titolo dell’articolo è “Quindicimila avanti Cristo: quando gli aerei si alzarono per la prima volta in volo” e così inizia: (1)
«Più di 15 mila anni fa, a cavallo tra India e Pakistan esistevano popoli in possesso di una tecnologia molto avanzata, con conoscenze e competenze in campo aeronautico, capaci di costruire e utilizzare potentissime armi di distruzione di massa nonché combattere il nemico telepaticamente. No, non avete capito male: stiamo parlando di civiltà che avevano raggiunto traguardi scientifici superiori a quelli dell’uomo moderno e che l’archeologia classica, da sempre legata a “dimostrazioni razionali”, come lo studio dei reperti o dei siti in cui questi sono stati rinvenuti, etichetta come fantasiose dissertazioni prive di ogni fondatezza. […]»
L’indicazione cronologica rimanda approssimativamente a “più” di 15.000 anni fa, quindi ai tempi che precedettero il 13.000 a.C., periodo in cui ci si trovava ancora nel Paleolitico superiore, o finale; l’autore menziona civiltà conoscitrici di tecnologia aeronautica e dotate di

Comunicato stampa dell'Associazione ArcheoClub d'Italia

ArcheoClub d’Italia - Sede di Brescia
                        Associazione di promozione sociale al servizio dell’archeologia e dei beni culturali


Comunicato stampa.

Chiusura attività 2014/2015 e viaggio d'autunno
Terminato il ciclo di conferenze la sede di Brescia annuncia novità per il nuovo anno


La sede bresciana dell'ArcheoClub d'Italia si rinnova e annuncia per il nuovo anno di attività una serie di iniziative che vogliono mantenere ancora più vivo e attivo l'impegno a far conoscere le proprie attività e a valorizzare il patrimonio archeologico del territorio bresciano. E non solo.
Tra le iniziative messe in campo per tenere vivo il dibattito sulla conservazione e la valorizzazione di un patrimonio culturale tangibile e di un bene collettivo che rappresenta concretamente tracce della storia del territorio e delle persone, la sede di Brescia di ArcheoClub d'Italia lavorerà tutta l'estate a un nuovo sito web e a strumenti informatici in cui raccoglierà preziose testimonianze della sua storia, dell'attività dei direttivi e dei soci, nonché un punto di informazione prezioso per chiunque sia interessato all'archeologia e alle discipline di conservazione, tutela e valorizzazione connesse.
«La tecnologia è oggi un prezioso strumento per fare cultura, se i contenuti che veicola rimangono di alto valore e se riesce, con la sua diffusione capillare, a raggiungere anche le nuove generazioni, passando loro il testimone di un ruolo indipendente che difende un bene collettivo prezioso»: queste le parole della presidente Susanna Viganò, che è tra i consiglieri di ArcheoClub Italia.
Dunque, dall'autunno saranno attivi nuovi canali per appassionati, aspiranti soci, studiosi, studenti e quanti amano l'archeologia, la sua storia, i suoi misteri e i suoi tesori.
Nel frattempo, proseguono le attività istituzionali della sede cittadina con l'apertura delle iscrizioni del tradizionale viaggio d'autunno, che quest'anno vedrà come meta una terra antica e affascinante, carica di bellezza e suggestioni che le appartengono come eredità di grandi momenti di storia europea. Stiamo parlando naturalmente della Polonia, nella quale ArcheoClub d'Italia – Sede di Brescia propone un viaggio alla scoperta di patrimoni architettonici e siti storici tra il 20 e il 28 settembre.
Per maggiori informazioni sul viaggio e sulle modalità di associazione: archeoclub.bs@gmail.com

L’Archeoclub d’Italia è un’associazione culturale nata nel 1971 come centro di documentazione archeologica, che ha poi gradualmente esteso i suoi interessi alla conservazione e valorizzazione di tutti i beni culturali. Divenuta nel 1986 ente morale, si impegna con nuove forme di tutela del patrimonio storico-artistico attraverso 250 sedi locali che contano oltre 15mila iscritti tra archeologi, architetti, docenti universitari, ma anche studenti, lavoratori e pensionati. Il club è un luogo di aggregazione per tutti coloro che amano l’arte, il territorio, e che hanno a cuore il futuro del nostro grande patrimonio storico e culturale. La sede di Brescia, anche grazie all'attività della sua presidente Susanna Viganò, membro del Consiglio Nazionale Archeoclub, vanta quasi un centinaio di iscritti ed è tra le sedi più attive nella valorizzazione del patrimonio archeologico e monumentale del Nord Italia.
Per saperne di più: archeoclub.org

Sede: via Gramsci 30, piano 10,  25122 Brescia  - Contatti:  Segreteria 333 3743606  - Presidente 030 968004


mercoledì 3 giugno 2015

Archeologia subacquea. Recuperato il villaggio sommerso nel Lago di Bolsena

Archeologia subacquea. Recuperato il villaggio sommerso nel Lago di Bolsena
di Laura Larcan

I sub sono al lavoro almeno da due ore senza mai riemergere, a una profondità di quattro metri. L’operazione è quanto mai delicata. Dal limo che ricopre il fondale sono riaffiorati negli ultimi giorni reperti di varia natura. Ci sono vasi, alcuni integri e ben conservati, piccoli rocchetti per filature, aghi da rete e ami, utensili in bronzo, frecce, un coltello, anellini metallici intrecciati quasi ad evocare un possibile «acchiappasogni». Ma soprattutto legni e fibre vegetali, delicatissimi e fragile perché impregnati d’acqua, e ad alto rischio distruzione, che testimoniano le strutture delle capanne del IX secolo a.C. Siamo ad una sessantina di metri dalla costa del lago di Bolsena nel complesso archeologico sommerso del Villaggio preistorico del Gran Carro (o Gran Caro secondo la dicitura originaria), importantissimo insediamento d’età villanoviana, tra i più vasti e meglio conservati, scoperto nel 1959, ma da quasi trent’anni senza interventi di studio accurati, in balia dei tanti tombaroli subacquei che ne hanno approfittato. 
IL GUSCIO 
È qui che il Nucleo di archeologia subacquea dell’Istituto superiore per la conservazione e il restauro diretto da Gisella Capponi conclude oggi la sperimentazione di un nuovo sistema hi-tech di recupero subacqueo di manufatti organici ad alto rischio, nell’ambito del progetto europeo Sasmap, di cui capofila è il National Museum of Denmark. «Abbiamo costruito una barella-guscio con fogli di carbonio e fogli di fibre sintetiche che hanno la caratteristica di essere ammortizzanti - racconta la responsabile scientifica Barbara Davidde - La particolarità è che questa sorta di culla può essere modellata direttamente sott’acqua e, prendendo la forma perfetta del manufatto, permette di recuperarlo in completa sicurezza. Una volta trasportata in laboratorio, la barella può essere aperta e utilizzata dal restauratore come tavolo operatorio, dove iniziare la pulitura del manufatto dal sedimento e le operazioni di consolidamento e restauro». Un intervento provvidenziale, quello dell’Iscr, nella campagna di indagini sullo stato di conservazione delle strutture sommerse del villaggio. 
LEGNO DI QUERCIA 
Questo programma di ricerca si inserisce, infatti, in un progetto più ampio, iniziato dall'Istituto nel 2010, che prevede il monitoraggio dei siti presenti nel lago di Bolsena. Un progetto inedito che affianca il nuovo scavo archeologico promosso dalla Soprintendenza per l’Etruria meridionale guidata da Alfonsina Russo Tagliente, sotto la responsabilità scientifica di Patrizia Petitti in stretta collaborazione con il Centro ricerche della scuola sub del Lago di Bolsena. Le immersioni, iniziate il 20 luglio scorso, si sono concentrate su un’area archeologica di circa 50 metri quadrati, dove sono state setacciate numerose teste dei pali di legno che oltre ottocento anni prima di Cristo sorreggevano il sistema di capanne. Sono state le analisi effettuate da Manuela Romagnoli dell’università della Tuscia a riconoscerne ora l’origine di quercia. Come evidenzia la Petitti, quello del Gran Carro è uno degli insediamenti preistorici più interessanti al mondo, perché il suo stato di conservazione consente di fare luce sulla vita quotidiana di una delle prime testimonianze della civiltà villanoviana alla fine dell’età del Ferro. «La quantità di materiali emersa in questi giorni è enorme, impressionante, tra vasellame e strutture di legno», avverte Egidio Severi responsabile del Centro scuola sub. La scoperta di tracce di incendio su alcune teste dei pali potrebbe schiudere un nuovo scenario: «Bisogna verificare ora se è un incendio che ha devastato una sola capanna o tutto il villaggio - riflette Severi - Le cause dell’abbandono del sito sono ancora tutte da chiarire. Finora era emerso un innalzamento repentino, in antico, del livello delle acque, come uno tsunami, forse dovuto alle origini vulcaniche del lago. Un incendio potrebbe essere la nuova ipotesi».

Fonte:  http://www.ilmessaggero.it/


martedì 2 giugno 2015

La storia dei “Villanoviani-etruschi”

La storia dei “Villanoviani-etruschi”
di Paolo Campidori


Come ho detto diverse volte, secondo i miei studi bisogna distinguere fra Villanoviani ed Etruschi, e già subito bisogna dire che c’è una continuazione fra le due etnie. E’ chiaro che se si fa riferimento al passato remoto, noi dobbiamo tener conto di quel trait-d’union fra Italia, mondo Greco, la Mesopotamia e l’Asia. Ma qui si parla di un fenomeno di commercializzazione, di scambio di prodotti, di migrazione che inizia almeno dal terzo millennio a.C. E’ chiaro, quindi, che nell’Italia si formò una popolazione (etnia) autoctona che, molto più tardi, sarà chiamata Villanoviana (da Villanova, presso Bologna). Io ho lavorato per più di due anni alla Soprintendenza dei Beni Artistici di Bologna e negli anni Settanta ho visitato vari musei cittadini, principalmente quello civico, dove ci sono collezioni importanti.
Proprio lì ho avuto modo di studiare il periodo villanoviano, quello che poi sarà conosciuto come Etrusco. (Gli Etruschi, tuttavia, si facevano chiamare Rasena). Verso la fine del VII a.C., abbiamo informazioni più precise sugli Etruschi in quanto inizia il “periodo storico”,quello cioè dove compare la scrittura (guarda caso prendendo come campione l’alfabeto greco). La società in Toscana, nel Lazio (Tuscia) nell’Umbria, ecc., in questo periodo si era già formata. Per fortuna abbiamo ritrovato tante tracce di una popolazione antica che Romani, e non solo, volevano cancellare dalla storia. Si trattava di una

lunedì 1 giugno 2015

Archeologia. In Toscana la farina più antica del mondo, databile al 30.000 a.C.

Archeologia. In Toscana la farina più antica del mondo, databile al 30.000 a.C.
di Alice Danti

                                    
La farina più antica del mondo è stata scoperta in Toscana. La scoperta, che rivoluziona le conoscenze sugli uomini del Paleolitico e sulla loro alimentazione, è stata presentata qualche giorno fa a Firenze, durante l'evento intitolato “La prima farina in Toscana - Alle origini dell'alimentazione”.

A metà degli anni Novanta, durante gli scavi dell’insediamento paleolitico di Bilancino, nel Mugello, gli archeologi ritrovarono una macina di pietra e un pestello. Il reperto non venne lavato e fu così possibili sottoporlo ad analisi più approfondite. L’analisi al microscopio elettronico rivelò la presenza sulla superficie di tracce di amido che furono datate, con il metodo del radiocarbonio, a 30 mila anni fa. Non si sapeva però a quale piante appartenessero quei resti di amido. Recentemente, grazie agli studi condotti dal Dipartimento di Biologia Vegetale dell'Università di Firenze, è stato possibile identificare amidi di varie piante, in particolare di tifa, una piante palustre molto comune. Questa pianta in passato veniva utilizzate 
per fabbricare sporte e panieri, e in alcuni paesi i suoi rizomi venivano usati anche per scopi alimentari.
Dopo questa la scoperta gli studiosi hanno provato a cucinare delle gallette con la farina di tifa. Hanno raccolto dei rizomi, li hanno fatti seccare e poi macinati. Con la farina hanno impastato delle semplici gallette, che sono state poi