Diretto da Pierluigi Montalbano

Ogni giorno un nuovo articolo divulgativo, a fondo pagina i 10 più visitati e la liberatoria per testi e immagini.

Directed by Pierluigi Montalbano
Every day a new article at the bottom of the 10 most visited and disclaimer for text and graphics.
History Archaeology Art Literature Events

Storia Archeologia Arte Letteratura Eventi

Associazione Culturale Honebu

Translate - Traduzione - Select Language

mercoledì 19 marzo 2014

Archeologia. L’alimentazione, dal Neolitico alle prime età dei metalli

Archeologia. L’alimentazione dal Neolitico alle prime età dei metalli
di Pierluigi Montalbano


Nella ricerca archeologica, l’indagine sull’alimentazione antica comporta un’analisi di tutti i resti di cultura materiale. Percorrendo un viaggio attraverso gli antichi sapori si può ricostruire anche l’evoluzione delle tecnologie impiegate nella realizzazione dei manufatti. L’uomo preistorico si nutriva di alimenti crudi che si procurava con la caccia, la pesca e con la raccolta di frutta e verdura che cresceva allo stato selvatico.
Con la cottura dei cibi i popoli hanno diversificato le abitudini alimentari attuando la prima rivoluzione alimentare. Nel Neolitico, l’uomo da cacciatore e raccoglitore nomade, impara a riconoscere, a selezionare e a coltivare le graminacee. Ciò lo lega a una dimora permanente per attuare attività agricole e a cercare metodi di conservazione della produzione. Plasmò l’argilla realizzando ceramiche funzionali alla lunga conservazione delle derrate e ai diversi sistemi di cottura. Sviluppò anche il gusto estetico fin dal 6000 a.C. con la decorazione cardiale, realizzata con una conchiglia, e intorno al 3000 a.C. è documentata una esplosione delle decorazioni nella produzione di stoviglie di uso quotidiano, presenti anche nei corredi funerari.
La ricerca di nuovi sapori affinò la capacità dell’uomo di allevare animali come la capra e il cinghiale. A questi si aggiungeva la caccia di cervi, mufloni, prolagus, volatili e la raccolta di molluschi. L’allevamento del bestiame introdusse il latte e i suoi derivati, con la necessità di contenitori adatti ai liquidi e alla manipolazione industriale dei cibi. All’inizio dell’età del rame, intorno al 3000 a.C. nell’ambito della Cultura di Ozieri è documentata la produzione di ceramica caratterizzata da un raffinato gusto estetico, con motivi geometrici e naturalistici impressi a graffito e arricchiti con paste bianche e pigmenti colorati. I contenitori adatti alla cottura sul fuoco sono soprattutto i vasi tripodi. Aperti o chiusi, rimanevano in equilibrio grazie a piedi triangolare inseriti nello spessore delle pareti. Queste ceramiche erano funzionali alla cottura di zuppe, farinate e alla bollitura della carne e del latte. La lavorazione delle superfici con l’uso di stecche rendeva le superfici lisce, lucide e impermeabili. E’ documentata la presenza di ciottoli senza segni di usura come i pestelli e i macinelli. Verosimilmente i ciottoli surriscaldati nei focolari si utilizzavano per intiepidire i liquidi, soprattutto in ambienti pastorali, per accelerare i tempi della cagliata.

Nella prima età dei metalli nell’ambito delle culture del vaso campaniforme, da alcuni studiosi indicate con le denominazioni Abealzu e Filigosa, cambiano i criteri di scelta dei luoghi d’insediamento, diminuisce sensibilmente la decorazione dei contenitori e si prediligono le forme chiuse più funzionali a un’economia pastorale. La caduta del decorativismo e l’assenza di anse o prese, possono essere spiegate con la necessità dei continui spostamenti per le transumanze che richiedevano la produzione di vasi più semplici e di facile manutenzione. D’altro canto è in questo periodo che le genti del campaniforme si spostano di continuo per la ricerca di metalli, dalla penisola scandinava fino alle culture dolmeniche britanniche e francesi, fin nella penisola iberica, soprattutto in Portogallo.

Dalle tombe ipogeiche sarde di Osilo, nei pressi di Sassari, provengono dei mestoli d’impasto con lunga impugnatura forata che potevano essere utilizzati come frangicagliata nella lavorazione dei latticini. A Filigosa (Macomer) e Biriai (Oliena), gli archeologi hanno portato alla luce vasi di piccole dimensioni chiusi con un coperchio mentre nei periodi precedenti i vasi venivano coperti con un altro vaso rovesciato che non aderiva perfettamente alla circonferenza dei contenitori. Anche nella necropoli ipogeica di Santu Pedru provengono manufatti che si inquadrano nella cultura del vaso campaniforme, perciò la consideriamo la prima grande cultura europea per la sua diffusione documentata fino ai paesi mediterranei. Ai vasi campaniformi caratterizzati dalla decorazione a bande con motivi geometrici erano associati vasi da fuoco con quattro piedi (tetrapodi) cilindrici che sostengono una vasca aperta, con le superfici esterne ornate dai motivi decorativi “internazionali”, così chiamati perché si presentano ovunque con le stesse sintassi decorative. Gli archeologi inglesi ritengono che il bicchiere (beaker) venisse usato per la birra, prodotta in tutti i paesi in grado di produrre orzo. E’ inoltre ipotizzabile che nei continui spostamenti imparassero e divulgassero l’uso e la cottura di cibi di zone con economia e abitudini alimentari diverse.

Nelle immagini:
Sopra, ceramiche della cultura campaniforme (beaker)
Al centro, movimenti europei delle genti del Vaso Campaniforme
Sotto, una sepoltura del campaniforme con corredo tipico

martedì 18 marzo 2014

Il nome proto sardo o sardiano del lombrico, di Massimo Pittau

Il nome proto sardo, o sardiano, del lombrico
di Massimo Pittau


lembréchinu, limbríchinu «lombrico o verme di terra», «individuo malfido» (alternanza é/í e suffisso -'in-): relitto sardiano o protosardo da confrontare coi lat. lumbricus «lombrico» (finora di origine ignota; LEW, DEI, DELI²), gentilizio Limbricius, da connettere con quello etr. LEMRECNA, LEMRCNA, e infine da confrontare col celtico gallese llýngyr «vermi intestinali» (indeur.). Una omofonia casuale fra il sardo lembréchinu e l'etr. LEMRECNA è una eventualità grandemente improbabile perché riguarda ben 7 fonemi (OPSE 215, LISPR). Vedi lingrone, thilingrone.
lingrone «individuo magro, allampanato» (Uri) (suffisso -on-): relitto sardiano o protosardo da confrontare – non derivare - col lat. lumbricus «lombrico» (finora di origine ignota; LEW, DEI, DELI) e inoltre col celtico gallese llýngyr «vermi intestinali» (indeur.). Vedi lembréchinu, thilingrone (LISPR).
thilingrone, tilingrone, thulungrone, thuruncrone, thulunc(r)one, (at)tilingione, atteringone, attalingone, tziringone, tzilingone, tziaringòĩ, tzirringò(n)i, sitziringò(n)i, tziling(r)u, tziringu (m.), attulíngia, tilíngia (f.) «lombrico» (pansardo) (suffisso -on-): relitto sardiano o protosardo da confrontare – non derivare - col lat. lumbricus «lombrico» (finora di origine ignota) e col celtico gallese llýngyr «vermi intestinali» (indeur.). L’appell. è caratterizzato dall'artic. determinativo sardiano o protosardo ti-/tu-/thi-/thu- (vedi) (OPSE 215). Vedi lembréchinu, lingrone, thorroígu.
thorroigu (Baunei), tzorroigu, tzerrigu/a, tzirriga, tzarriga (camp.), thirriqa (Ollolai) «lombrico», «verme intestinale del cavallo», «verme della carne putrida»; topon. plur. Zurruigus (Serrenti); retroformazione di tziringone, tzirringò(n)i, thilungrone «lombrico» (vedi).

***Estratto dall'opera di Massimo Pittau, Nuovo Vocabolario della Lingua Sarda - fraseologico ed etimologico, nuova edizione digitale, accresciuta ed emendata. Ipazia Books 2014 (Amazon) (nella quale sono spiegate anche le abbreviazioni e le sigle bibliografiche).

lunedì 17 marzo 2014

Escursione archeologica: Pozzo Santa Cristina, Nuraghe Palmavera, Altare Monte d'Accoddi, Necropoli Anghelo Ruju

Escursione archeologica: Pozzo Santa Cristina, Nuraghe Palmavera, Altare Monte d'Accoddi, Necropoli Anghelo Ruju

Si è svolta lo scorso week-end una gita dedicata a 4 importanti siti archeologici sardi, organizzata da ETSI, Ente Turistico Sociale Isolano, con la collaborazione di Pierluigi Montalbano. Gli 85 partecipanti hanno soggiornato al centro di Alghero, presso l'Hotel Catalunya, e gustato le prelibatezze di tre ristoranti, quello all'interno del santuario nuragico del pozzo di Santa Cristina, nell'albergo ad Alghero e all'agriturismo Barbagia, nei pressi delle domus de Janas Anghelo Ruju.
Ecco una descrizione dei siti visitati:

Santa Cristina
Il santuario nuragico di Santa Cristina è situato nel comune di Paulilatino, nei pressi della chiesa campestre di Santa Cristina, da cui prende il nome. Il sito si compone di due parti: la prima costituita dal tempio a pozzo risalente all'età nuragica, con strutture annesse: capanna delle riunioni, recinto e altre capanne più piccole. La seconda parte del complesso si trova a circa duecento metri a sud-ovest ed è costituita da un nuraghe monotorre, da alcune capanne in pietra di forma allungata e un villaggio nuragico, ancora da scavare, di cui sono visibili solo alcuni elementi affioranti. Il pozzo sacro fu costruito attorno all’XI a.C. ed è racchiuso da un tèmenos, recinto di forma ellittica che separa l’area sacra da quella profana, e circonda un altro recinto a forma di serratura all'interno del quale è situato il pozzo stesso. La struttura è simile a quella degli altri pozzi sacri che si trovano in Sardegna, ma si distingue per la perfetta scolpitura di ogni singola pietra che lo compone.
Il pozzo è preceduto da un atrio nel quale si svolgevano cerimonie di culto. La scala si apre in un vano trapezoidale, con una gradinata di 25 gradini che si restringe verso il basso. La scala è raccordata specularmente agli architravi di copertura, formati da blocchi tutti uguali tra loro che creano uno straordinario effetto a scala rovesciata di larghezza costante.
Il pozzo sacro è formato da una cella circolare larga circa 2,5 m coperta da una tholos a volta ogivale alta quasi 7 m, realizzata con blocchi di basalto lavorati e disposti in filari. L'intera struttura del pozzo sacro presenta blocchi di basalto di media grandezza (circa 60 cm di lunghezza per 30 cm di spessore) rifiniti e disposti in file orizzontali avendo cura che il blocco inferiore sporgesse di circa un centimetro rispetto al blocco superiore al fine di creare un effetto architettonico molto efficace. L'ottimo stato di conservazione della struttura conferisce al pozzo una grande importanza archeologica e storica. Ancora oggi l'acqua scaturisce nel pozzo grazie ad una falda perenne che le consente di riempire la vasca circolare scavata nella roccia base e raggiungere il primo gradino della scala. Il livello dell’acqua è costante, forse grazie a un canale di scarico che, tuttavia, non è stato trovato.
La prima menzione del monumento è di Giovanni Spano, padre dell'archeologia sarda, nel 1857. Nel 1860 il Lamarmora nel suo Itineraire in collaborazione con lo stesso Spano elogia il monumento e lo paragona «al famoso sotterraneo, detto il Tesoro di Atreo, a Micene, nella Grecia, descritto e figurato da Giacomo Stuart». Antonio Taramelli, archeologo della prima metà del Novecento, ne intuisce la funzione e insieme a Raffaele Pettazzoni descrive il culto delle acque facendo riferimento anche a confronti esterni all'isola.
Le più recenti campagne di scavo sono state condotte da Bernardini nel 1989-90 e da Arnold Lebeuf[14] tra il 2005 ed il 2010. Nella struttura sacra e nelle sue vicinanze si svolgevano probabilmente culti riguardanti le acque, che riunivano l'intera comunità e forse devoti che venivano anche da fuori dell'isola: ne sono testimonianza le quattro statuette di bronzo, una raffigurante una figura femminile seduta, ritrovati insieme a figurine e altri oggetti votivi di produzione nuragica. Testimonia il permanere del culto nel tempo il ritrovamento di gioielli in oro fenici di molto posteriori all'età nuragica.
Secondo alcune teorie il santuario di Santa Cristina potrebbe essere stato anche un luogo di osservazione e analisi astronomica; infatti in un particolare momento dell'anno, la Luna si riflette sul fondo del pozzo, illuminandolo. Alcuni archeologi hanno obiettato a tale ipotesi affermando che in origine la tholos fosse chiusa (non permettendo quindi l'ingresso della luce lunare). Nelle vicinanze del pozzo sacro si trovano resti di varie costruzioni attribuibili alla civiltà nuragica. In particolare una ampia capanna circolare del diametro di circa 10 metri con un pavimento costituito da ciottoli, al cui interno si trova un sedile (alto circa 30 cm e profondo 50) che corre lungo tutta la parete. Nella stessa zona si trovano i resti di dieci capanne di forma circolare e quadrangolare poste a schiera. Tale disposizione, riscontrata anche in atri santuari nuragici (Santa Vittoria di Serri) fa propendere per una destinazione commerciale di supporto al quella devozionale.
A circa 200 metri di distanza dal pozzo sacro in direzione sud ovest, oltre la chiesetta di Santa Cristina, è situato un nuraghe monotorre di cui restano ben conservati i resti del primo piano con la tholos e la scala di acceso al piano superiore integre. Fu eretto anteriormente alla costruzione del pozzo sacro, testimoniando una frequentazione del sito precedente. Ben visibili in superficie nel bosco di olivastri si trovano tre capanne dalla forma allungata. Sono costruzioni sicuramente successive all'età nuragica, tra le poche presenti in Sardegna e se ne conosce l'uso come ricovero per il bestiame. Una di esse è ancora intatta e presente una lunghezza di quasi 14 m, la copertura è a lastre di pietra con mura massicce poste a formare una sezione trasversale trapezoidale. Completano l'area i resti di un villaggio nuragico ancora da scavare costituito da capanne di forma circolare. Nei dintorni sono sparse varie tombe dei giganti e qualche nuraghe.

Monte d’Accoddi
L’altare di Monte d'Accoddi è un sito archeologico risalente al Neolitico finale considerato unico non solo in Europa ma nell'intero bacino del Mediterraneo, accomunato morfologicamente alle ziqqurat mesopotamiche. Si trova nella Nurra, regione della Sardegna nord-occidentale in prossimità di Sassari, in un terreno appartenuto alla famiglia Segni. Nel territorio registra una rilevante presenza di monumenti preistorici come le necropoli di Su Crucifissu Mannu, Ponte Secco, i dolmen e menhir di Frades Muros e una decina di nuraghi. Il monumento faceva parte di un villaggio di capanne quadrangolari sviluppatosi sul pianoro a partire dalla seconda metà del IV millennio a.C. Nelle vicinanze c’è una necropoli con tombe ipogeiche a domus de janas e una serie di menhir, lastre di pietra per sacrifici e sfere di pietra.
Successivamente, genti appartenenti alla cultura di Ozieri costruirono una piattaforma a forma di tronco di piramide (27 m x 27 m, di circa 5,5 m di altezza), alla quale si accedeva mediante una rampa. Sulla piattaforma fu realizzato un vano rettangolare rivolto verso sud (12,50 m x 7,20), denominato Tempio rosso, in quanto le superfici esterne sono intonacate e dipinte in color ocra, con tracce di giallo e di nero. Intorno al 2800 a.C. la struttura fu ricoperta da un colossale riempimento di terra e pietre, contenuto da un rivestimento esterno in grandi blocchi di calcare.

Poco dopo si creò una seconda grande piattaforma troncopiramidale a gradoni (36 m x 29 m, di circa 10 m di altezza), accessibileattraverso una seconda rampa, lunga oltre 40 metri. Questo secondo stantuario, conosciuto anche come "Tempio a gradoni" ricorda le contemporanee ziqqurat mesopotamiche. Conservò la sua funzione di centro religioso per diversi secoli e fu abbandonato definitivamente nell’età del Bronzo, intorno al 1800 a.C. Durante la seconda guerra mondiale fu danneggiata la parte superiore dallo scavo di trincee per impiantare sull'altura delle batterie contraeree. Gli scavi archeologici furono condotti da Ercole Contu (1954-1958) e da Santo Tinè (1979-1990).
Oltre all'altare, nel complesso archeologico sono presenti altri monumentali. Nel lato est della rampa, è presente un lastrone di calcare di 8,2 tonnellate di circa tre metri per tre, che costituiva un dolmen o forse una tavola per offerte, munito di fori passanti nei bordi della pietra che potevano servire a legare le vittime dei sacrifici. Nello stesso lato della rampa d'accesso, fu trovata un'altra lastra, questa in trachite, del peso di circa 2,7 tonnellate. Nel lato opposto della rampa è stato rialzato un menhir di calcare di forma allungata, alto 4,40 m e pesante 5,7 tonnellate. Altri due monumenti litici, provenienti dalla zona ad est del complesso sono stati collocati nei pressi della lastra più grande, e sono due pietre calcaree sferoidali, la più grande, lavorata, pesa più di una tonnellata ed ha una circonferenza di 4,85 m, mentre la seconda ha un diametro di circa 60 cm., interpretati come rappresentazioni del sole e della luna.

Nuraghe Palmavera
Il complesso nuragico di Palmavera si trova lungo la strada costiera che da Alghero conduce verso Capo Caccia ed è costituito da diverse torri unite tra loro. La torre principale risale al XV a.C. e conserva la camera centrale coperta a tholos e realizzata con pietre in calcare. La torre ha un ingresso privo di anditi laterali e nicchie appena accennate nelle pareti della camera principale. Dovevano essere presenti anche alcune capanne all'esterno del nuraghe. Nella seconda fase edificatoria, nella prima metà del IX secolo a.C., fu aggiunta una seconda torre e rifasciata la torre precedente, in blocchi di arenaria. Le due torri comunicano tramite un cortile interno e un corridoio con nicchie. Intorno al 1000 a.C. fu realizzata la capanna delle riunioni, fornita di un sedile in pietra che corre lungo tutto il perimetro, interrotto da una vasca realizzata con lastroni in pietra e da un sedile-trono rotondo in pietra, con accanto una nicchia nella parete. Al centro della capanna, su un altare circolare, si trova un modellino di torre nuragica in arenaria (l'originale è al Museo Sanna di Sassari). In quest'epoca vennero inoltre costruite altre capanne nel villaggio, di maggiori dimensioni. Nel IX-VIII secolo a.C. il nuraghe venne rifasciato con blocchi nuovamente in calcare e venne costruita intorno al nuraghe un muro esterno con quattro torri-capanne, venendo a formare due cortili esterni, divisi tra loro da un muro privo di aperture. In uno di questi cortili era inserita la capanna delle riunioni, nell'altro è stato individuato un silos con imboccatura in blocchi di pietra.
Il villaggio venne distrutto da un incendio alla fine dell'VIII a.C. e successivamente fu sporadicamente frequentato in epoca punica e romana, come attestano alcune ceramiche rinvenute.
I primi scavi vennero condotti nel 1905 da Antonio Taramelli, coadiuvato da Filippo Nissardi. Il villaggio venne riportato alla luce negli anni 1961-1963 ad opera di Guglielmo Maetzke, contemporaneamente ad interventi di restauro sui resti del nuraghe. Altri scavi nel complesso nuragico si sono svolti a cura di Alberto Moravetti. Le alture circostanti il sito erano difese da nuraghi monotorre, alcuni dei quali ancora oggi in buono stato di conservazione. Molti dei reperti rinvenuti durante gli scavi, effettuati negli anni sessanta, sono esposti nei musei archeologici di Cagliari e di Sassari.

Necropoli Anghelo Ruju
La necropoli di Anghelu Ruju si trova nei pressi di Alghero, in località I Piani, a lato della Strada provinciale 42 dei Due Mari. Si tratta della più vasta necropoli della Sardegna prenuragica. Fu scoperta casualmente nel 1903 durante gli scavi per la costruzione di una casa colonica nell'area della azienda vinicola di Sella&Mosca. Furono trovati un cranio umano e un vaso tripode. In seguito a questi ritrovamenti l'archeologo Antonio Taramelli effettuò, l'anno seguente, i primi scavi del sito su dieci domus de janas. In seguito ne vennero alla luce altre 21 ed ulteriori lavori di ricerca portarono a 38 le domus scoperte; i picchi di pietra utilizzati per scavarle furono ritrovati numerosi all'interno delle tombe.
I numerosi ritrovamenti (vasi, statuette di dea madre, armi, vaghi di collana e altro ancora) permettono di ascrivere la necropoli al Neolitico finale (Cultura di Ozieri 3200-2800 a.C.) e attestano il suo utilizzo fino nell'età del Rame e del Bronzo, tra il 2800 e il 1600 a.C.
La necropoli è costituita da due gruppi, di 7 e 31 unità, di domus de janas ipogee; una soltanto è monocellulare mentre le altre hanno planimetrie più articolate e una di esse contiene fino a undici vani. Sono accessibili attraverso un pozzetto verticale oppure un dromos discendente, quasi sempre provvisto di gradini che immettono nel vestibolo.
Studi antropologici effettuati sui resti umani rinvenuti nella necropoli hanno mostrato l'esistenza di due tipi umani principali: uno maggioritario dolicomorfo (84%) indigeno e uno minoritario brachimorfo (16%) tipico delle genti del vaso campaniforme, l'altezza media era di circa 1.60 metri. Il nome, Angelo Ruju, è quello del proprietario della tenuta in cui furono scoperte.




domenica 16 marzo 2014

Eccezionale scoperta in Inghilterra: un corredo di borchie di stagno nel sepolcro di una donna del 2000 a.C.

La giovane donna dell'antica Inghilterra.

Una sepoltura di 4000 anni fa potrebbe riscrivere la storia dell'Età del Bronzo britannica. In questa sepolture vennero deposti i resti, cremati, di una giovane donna con quanto rimaneva del legno utilizzato nel rogo e con il corredo della giovane accuratamente avvolto in una pelliccia. L'involto era stato, a sua volta, deposto in una piccola scatola di pietra.
Fra gli oggetti scoperti vi sono 34 borchie di stagno, che costituiscono la prima prova della lavorazione del metallo nel sudovest dell'Inghilterra, una cintura in fibra d'ortica con una frangia in pelle, gioielli come l'ambra del Baltico e lo scisto di Whitby ed orecchini in legno che sono i primi esempi di tornitura del materiale ritrovati in Gran Bretagna.
La scelta del sito di sepoltura non fu casuale: si tratta della collina di White Horse, a 600 metri sul livello del mare, in un luogo isolato da una palude e da una brughiera di erica. Gli scienziati si stanno, ora, occupando di interpretare questa sorprendente sepoltura. Hanno analizzato alcuni dei reperti, come, per esempio, la pelliccia che accompagnava i resti della defunta. Hanno scoperto che non si trattava di animali quali il cane, il lupo, il cervo, il cavallo o la pecora. Probabilmente si trattava di una pelliccia di orso di una specie estintasi, in Inghilterra, almeno 1000 anni fa.
La giovane donna sepolta aveva un'età compresa tra i 15 ed i 25 anni. Sorprendenti sono gli orecchini a vite quasi identici a quelli che ancora vanno di moda. Questi orecchini erano costellati dalle 34 gocce di stagno che li rendevano estremamente brillanti. Sono stati individuati anche dei resti di un tessuto che potrebbe essere un sudario.
La scatola in pietra in cui era contenuto il corredo della giovane donna è stata trovata più di dieci anni fa, ma lo scavo è iniziato solo tre anni fa, quando gli archeologi hanno capito che il sito si andava erodendo e correva il rischio di scomparire. Il contenuto della scatola è stato, quindi, immediatamente portato al laboratorio di conservazione del Wiltshire, dove c'è voluto un anno per riuscire a pulirla e per rimuoverne il contenuto.

Fonte: Le nebbie del tempo.

sabato 15 marzo 2014

Antiche Civiltà del Mediterraneo: Minoici e Micenei

Antiche Civiltà del Mediterraneo: Minoici e Micenei
di Pierluigi Montalbano



Minoici
La civiltà minoica si sviluppò a Creta per un millennio, fra la metà del III millennio a.C. e il 1500 a.C. circa. La sua scoperta e il nome si devono all’archeologo inglese A. Evans che, agli inizi del Novecento, intraprese scavi a Cnosso e scoprì architetture monumentali e una ricca cultura materiale. Secondo Evans, i minoici giunsero sull’isola da Oriente intorno al 3000 a.C.
Nuovi studi suggeriscono che dopo una colonizzazione in età neolitica non vi siano stati altri movimenti migratori. Durante il III millennio a.C. alcuni gruppi emergenti iniziarono a controllare la vita economica e politica delle comunità, sulla base soprattutto di contatti e scambi con le popolazioni mediterranee. Nel II millennio a.C. queste élite promossero l’urbanizzazione ed edificarono i primi palazzi (civiltà palaziale), nei quali gestivano le risorse agricole, le attività manifatturiere, gli scambi, la vita religiosa e amministrativa attraverso una struttura burocratica molto semplice. In questa fase si collocano le prime attestazioni dell’uso della scrittura: il cosiddetto geroglifico minoico e una forma arcaica di scrittura denominata lineare A.
I maggiori centri erano Cnosso, Festos e Mallia, ma vi erano anche siti di dimensioni minori e insediamenti a vocazione portuale, rurale e industriale. Intorno al 1700 a.C. i palazzi subirono una distruzione generalizzata, forse a causa di eventi sismici, ma furono ricostruiti rapidamente. Nel periodo dei secondi palazzi (1700-1450 a.C.), che segnò il periodo più florido della loro civiltà, si assistette a un’intensa urbanizzazione e al controllo del territorio attraverso ville, vere e proprie aziende di gestione amministrativa. Si affermò definitivamente l’uso della scrittura lineare A su tavoletta d’argilla, su papiro e su pergamena. La civiltà minoica si espanse in tutto l’Egeo e nel Mediterraneo orientale, come testimoniano l’ampia distribuzione della cultura materiale e la creazione di colonie o scali. Dopo il decadimento dovuto all’esplosione del vulcano Santorini e la conseguente crisi agricola dovuta ad ampi lembi di terra avvelenati dalle ceneri vulcaniche, intorno al 1450 a.C. i palazzi subirono una nuova distruzione connessa con fenomeni naturali o, secondo alcuni, con l’arrivo di gruppi di greci micenei. A Cnosso si affermò una nuova scrittura, la lineare B, atta a esprimere la lingua greca, ma la vita continuò senza cesure fino al 1300 a.C. circa, manifestando una forte influenza greco-micenea in tutte le espressioni culturali: architettura, artigianato e pratiche funerarie. Creta, lentamente, perse il suo ruolo egemone nell’Egeo in favore dei centri micenei continentali.


Micenei
La civiltà micenea si sovrappone, miscelandosi, all’ultima fase della civiltà minoica. Si sviluppò un mix di culture strettamente legate, e in parte contemporanee, a quelle esistenti nell’isola di Creta e nella Grecia preellenica. L’origine della civiltà cretese (detta anche minoica, da Minosse, mitico re di Creta) si fa risalire alla prima metà del II millennio a.C. e con il suo declinare si giunge al massimo rigoglio della civiltà micenea nel Peloponneso.
Basandosi su confronti cronologici con la civiltà egiziana, A.Evans distinse tre periodi della civiltà cretese: l’antico , il medio e il tardo-minoico, ciascuno suddiviso ancora in tre altri periodi. Le ricerche successive hanno permesso un approfondimento e portato all’introduzione di una diversa nomenclatura: si parla di un periodo prepalaziale (anteriore cioè alla costruzione dei grandi palazzi), che corrisponde alla seconda metà del III millennio a.C.; un periodo protopalaziale (corrispondente all’incirca al minoico medio di Evans), che giunge fino all’esplosione del vulcano Santorini nel 1620 a.C.; un periodo del secondo palazzo, che giunge sino al 1500 a.C.; infine il minoico tardo III (che corrisponde, in Grecia, al miceneo), dal 1400 a.C. sino al 1200 a.C., periodo delle invasioni dei cosiddetti Popoli del Mare.
La civiltà cretese si sviluppa intorno alle corti fastose dei re, i quali detenevano tutti i poteri religiosi e legislativi. Accanto a loro lavorava un corpo di funzionari amministrativi, con gradi e sigilli particolari; a capi militari era affidato l’esercito. La donna godeva di grande libertà. Industrie, officine artistiche, commercio e agricoltura prosperavano; erano sviluppate la caccia e la pesca; alle ottime comunicazioni interne si aggiungevano quelle marittime.
La diffusione della cultura minoica al di fuori di Creta è stata testimoniata per la prima volta dagli scavi di Thera (Santorini): lussuose dimore con suppellettili e affreschi del medesimo livello qualitativo di quelli dei palazzi cretesi nel periodo del pieno rigoglio. Nel corso del XIV a.C. vanno in rovina i grandi palazzi cretesi; nel tardo-minoico III da Creta il centro vitale si sposta nella penisola greca, dove sotto l’influsso cretese erano sorti i palazzi fortificati di Micene e Tirinto e le cittadelle di Pilo, Midea, Argo, Asine, Malthi, Zygùries, nel Peloponneso, e quelle di Atene, Gla, Orcomeno,Tebe.
La civiltà micenea si diffuse in tutto il bacino del Mediterraneo orientale a partire dalla seconda metà del II millennio a.C. e i suoi prodotti arrivarono anche in Italia e in Spagna. La sua decadenza è cronologicamente attestata a partire dal 1150 a.C. forse a causa dell’invasione dorica.
Le popolazioni di Creta e del Peloponneso conobbero la scrittura almeno dal II millennio a.C. Al periodo della scrittura geroglifica (in massima parte ideografica: 2000-1600 a.C. circa), succede quello di una scrittura di segni sillabici e ideogrammi, che rappresenta una semplificazione della precedente, la cosiddetta lineare.

Nelle immagini:
sopra, il principe dei gigli (civiltà minoica)
sotto, una principessa micenea

venerdì 14 marzo 2014

Gli antichi padri nuragici.

Gli antichi padri nuragici
di Pierluigi Montalbano



Eccoli i nostri avi.
Ci osservano, si mostrano fieri, decisi, ma hanno tutti lo stesso sguardo interrogativo che pare suggerire una domanda: “Gli studiosi del XXI secolo d.C. capiranno chi siamo?”
Sembrano perplessi davanti alla nostra ignoranza. Erano convinti di aver lasciato una traccia indelebile nel tempo, un forte segnale che, attraversando i millenni, sarebbe arrivato forte e chiaro a illuminare la nostra ricerca. Ma
abbiamo perduto la memoria storica, non riusciamo più a distinguerli… eppure sono lì, a dimostrare con tutte le loro forze che parteciparono attivamente ad una società complessa e meravigliosa, in grado di produrre le più maestose architetture occidentali dell’epoca, e in grado al contempo di spingersi lungo il Mediterraneo per rapportarsi alle altre grandi civiltà del passato.
Osserviamoli con attenzione. Illustri studiosi li dividono in due gruppi: popolani e guerrieri o, con più scrupolo, Uta e Abini-Teti. Qualcuno, forse più informato, aggiunge Ogliastra, a dimostrazione che tanti visi non possono essere racchiusi in due sole categorie. Ma io vorrei invitarvi ad osservarli ancora più nel dettaglio, desidero far rivivere per un istante quei volti, voglio capire insieme a voi perché hanno tutti caratteristiche così singolari, tanto da aprire la mente ad ipotesi suggestive che vedono una classificazione ad personam.
Nell’immagine ho sezionato solo le espressioni, così da agevolare le comparazioni. Solo uno fra questi personaggi nuragici appare in tutta la sua eleganza: passo incedente egizio e segno sardo di saluto, a simboleggiare un legame che i millenni non hanno cancellato. Ricordo due grandi statue identiche trovate dall'archeologo Bernardini negli anni Novanta nella necropoli di Sant’Antioco.
Una è stata restaurata malamente e sicuramente sarebbe stato il caso di lasciarla come era. L’altra è stata lasciata integra nella stessa tomba, poi sigillata per evitare che le tracce di colore svanissero a contatto con gli agenti atmosferici.
Guardate i copricapo, gli occhi e la morfologia dei visi, sono quelli di individui che appartenevano a popoli diversi, tutti rispettosi verso i sardi e forse assorbiti pacificamente da essi, tutti devoti nell’atto di offrire e, ancora, impavidi guerrieri rappresentati nel momento della sfilata dopo il trionfo.
Ecco cosa era la Sardegna: un luogo dove una moltitudine di popoli arrivava in segno di devozione, una terra nella quale le comunità si mescolavano fino a perdere l’identità originaria per diventare sardi nell'animo. Vorrei che qualcuno dei lettori si cimentasse nel riconoscere alcuni volti. Io vedo magrebini, egizi, africani dell’interno, orientali, sudamericani…

Il collage di immagini è tratto da Lilliu, 1966, sculture della Sardegna nuragica

giovedì 13 marzo 2014

Atlantide, aveva ragione Platone?

Atlantide, aveva ragione Platone?
di Pierluigi Montalbano


Già nell'antichità classica, specialmente negli scritti di Platone Timeo e Crizia, si favoleggiava d'una grande isola Atlantide, più grande dell'Asia e della Libia prese insieme, situata innanzi alle colonne d'Ercole. Era abitata da un popolo forte e guerriero, che una volta si mosse per invadere l'Europa e l'Asia, ma era stato ricacciato dai Greci comandati dagli Ateniesi, finché, poi, si inabissò nel mare con tutta l'isola.
Il nome di Atlantide è stato poi adottato dai geologi per indicare un ipotetico continente, che avrebbe occupato fino da tempi geologicamente remotissimi l'Atlantico settentrionale, e del quale la Groenlandia, le Azzorre e forse le Canarie sarebbero gli ultimi territori visibili oggi.
L'ipotesi si appoggia da una parte sulla natura e sulla distribuzione dei sedimenti paleozoici nell'America del Nord e nella Scandinavia e sulla direzione delle catene montuose che si fronteggiano in queste regioni. Dall'altra, sulla forma del fondo attuale dell'oceano, con la sua vasta zona mediana relativamente poco profonda, accidentata, vulcanica, che si diparte appunto dalla Groenlandia.
Altri indizi sono la forma delle coste canadesi, irlandesi e bretoni, indicanti un rilievo recentemente sommerso; la distribuzione geografica di animali e piante attuali ed estinti, che accennerebbe a connessioni continentali e facilità di migrazione.
Lo sprofondamento sarebbe avvenuto progressivamente, in vari momenti, e gli ultimi sarebbero posteriori al Terziario. Tuttavia, l'opinione di taluni, che vorrebbero protrarre le fasi ultime dell'Atlantide a epoca antropozoica, fino a identificare gli ultimi brandelli dell'Atlantide dei geologi con quella di Platone, è fantastica e per nulla fondata. Se quella degli autori greci non è una pura leggenda, o per meglio dire, se a tale leggenda si vuole attribuire una base nella realtà, converrà supporre che le indicazioni di Platone circa l'estensione del paese, descritta dettagliatamente nel Crizia, si riferissero al regno, di cui l'isola scomparsa avrebbe rappresentato la capitale, e cercare quindi l'Atlantide sia nella Spagna meridionale, in un'isola posta alla foce del Guadalquivir, che alcuni autori identificano con l'emporio di Tartesso (per me, invece, da riferire a Tharros e altri territori costieri della Sardegna Occidentale) e con l'omerica isola dei Feaci (a mio avviso la Sardegna); sia nel nord dell'Africa e precisamente nella Tunisia, dove la sebkha di Melah, non lontana da Gabes, rappresenterebbe l'ultimo residuo del mare in cui sorgeva l'isola, come ho scrtitto nel mio libro Antichi Popoli del Mediterraneo – Capone Editore, nel 2011. Quest'ultima interpretazione, se conferma la presenza di elefanti selvatici nell'Atlantide, di cui è fatto cenno dagli autori, presuppone però profondi cambiamenti nel clima africano, cambiamenti che gli esperti accademici e i ricercatori più accreditati escludono possano essersi verificati in epoca tanto recente.
Secondo le dottrine dei moderni teosofi l'Atlantide sarebbe stato il teatro dell'evoluzione della quarta fra le razze madri dell'umanità attuale. Dai primi progenitori di questa, provenienti dal continente di Lemuria, ancor più antico di Atlantide e già in corso di sommersione, procedettero sette “sottorazze” (pur se le razze…non esistono), in seno alle quali si svolsero grandi civiltà. Ai cataclismi tellurici di Atlantide si accompagnarono grandi migrazioni di popoli sulle terre dei nuovi continenti, sicché dalle ultime sottorazze atlantidee derivarono i gruppi umani attuali. Pare che gli Atlantidi avessero naturalmente sviluppate facoltà occulte di chiaroveggenza e di dominio sulle forze sottili della natura, pertanto sono da considerarsi…stregoni.
C’è da aggiungere che per molti secoli la civiltà europea ha considerato l'Oceano Atlantico una barriera alla conoscenza del nostro pianeta, ma a partire dai viaggi di Cristoforo Colombo è stato sempre più conosciuto fino a divenire spazio di collegamento tra il continente europeo e quello americano.
Deriva il suo nome da Atlantis, un grandissimo oceano che si credeva circondasse interamente un'unica terra emersa. A lungo l'Atlantico ha rappresentato per l'Europa uno spazio sconosciuto e le Colonne d'Ercole la barriera più estrema, un limite mentale (nel senso tecnico del termine) che le esplorazioni spostarono geograficamente sempre più a occidente, fino appunto all’attuale Stretto di Gibilterra.

Immagine di www.virtuellife.centerblog.net

mercoledì 12 marzo 2014

Il mito di Atlantide e la Sardegna: Presentato a Miami un documentario

Presentato a Miami un documentario intitolato: "Il mito di Atlantide e la Sardegna"


Un documentario realizzato dal giornalista reporter Ralph Grizzle per conto di Cagliari Cruise Port per raccontare la storia e la mitologia del capoluogo e della Sardegna.

Se non vedete il video...cliccate direttamente sul link sotto.
https://www.youtube.com/watch?v=z0gCpo8JDik#t=88



Il video è stato presentato ieri a Miami al termine della prima giornata del Cruise Shipping, la più importante fiera internazionale del settore crociere. L'Autorità portuale del capoluogo sardo sta partecipando ai lavori insieme alla Ccp, la società concessionaria dello spazio riservato proprio alle crociere e al Comune.

"Abbiamo deciso di realizzare questo video - ha spiegato Antonio Di Monte, Ad di Cagliari Cruise Port, presentando il documentario agli armatori - per far vivere attraverso le immagini le emozioni che il crocerista può assaporare esplorando il territorio, con particolare riferimento al mito di Atlantide, al fine di contribuire a promuovere la destinazione Cagliari e Sud Sardegna e stimolare la curiosità dei visitatori".

L’antica Roma, la città padrona del mondo e i suoi 7 re

L’antica Roma, la città padrona del mondo e i suoi 7 re
di Pierluigi Montalbano


La città di Romolo sorse nell’VIII secolo a.C., ma è in età etrusca che si sviluppa fino alla prima cinta muraria costruita da Servio Tullio.
La leggenda di Romolo, mitico fondatore ed eroe eponimo della città, si confonde in larga parte con quella delle origini di Roma. La più diffusa e accettata nell’antichità (Tito Livio, Dionisio d’Alicarnasso, Plutarco) è quella secondo cui Numitore, re di Alba Longa, aveva un fratello,Amulio, che ne usurpò il trono e ne costrinse la figlia Rea Silvia a farsi vestale. Questa fu resa madre daMarte di due gemelli, Romolo e Remo; Amulio, dopo aver fatto imprigionare Rea, ordinò che i gemelli fossero gettati nel Tevere. Il cesto che li conteneva fu deposto dalla corrente del fiume ai piedi del Fico Ruminale dove una lupa lo rinvenne e, presi con sé i fanciulli, li nutrì finché un pastore delle greggi reali, Faustolo, non li raccolse e allevò. Romolo crebbe e divenne capo della gioventù in imprese guerresche e di rapina; in una di queste fu catturato e condotto da Numitore. Avvenuto il riconoscimento, Romolo abbatté Amulio, e Numitore fu restaurato sul suo trono. Poi i due gemelli fondarono una città sul colle Palatino; venuto a diverbio con il fratello Remo, lo stesso Romolo, o il suo luogotenente Celere, lo uccise. La città si popolò grazie all’istituzione dell’asilo sul colle Capitolino, nel quale potevano rifugiarsi tutti gli esuli delle città vicine, finché il ratto delle Sabine, avvenuto durante una festa, portò a una guerra con i Sabini e il loro re Tito Tazio, che si concluse con l’unione dei due popoli sotto i due re. Dopo un lungo regno, Romolo scomparve misteriosamente (o secondo un’altra versione, fu ucciso e fatto a pezzi dai senatori) divenendo il dio Quirino.
Nella complessa leggenda di Romolo si mescolano elementi tipici di molti racconti sui fondatori delle città antiche (per esempio Teseo per Atene); alcune ricerche storico-religiose, mettendo in rilievo, alla luce della comparazione, il valore mitologico di tutta la protostoria romana, ritrovano, dietro gli elementi fiabeschi delle tradizioni relative a Romolo, un preciso nucleo religioso. Particolare interesse riveste anche l’indagine sul fratricidio, inteso come un tratto antimonarchico e perciò di origine repubblicana.
Numa Pompìlio fu il secondo re di Roma dal 715 al 673 a.C., succeduto a Romolo per designazione del senato dopo un anno d'interregno. Figlio del sabino Pompone e marito di Tazia, figlia di Tito Tazio. Avrebbe avuto come maestro Pitagora (in realtà di molto posteriore) e come consigliera la ninfa Egeria. La tradizione gli attribuisce la maggior parte delle istituzioni religiose di Roma. Avrebbe anche fissato le norme del diritto sacro e il calendario, distinguendo i giorni in fasti e nefasti, e aggiungendo due mesi (gennaio e febbraio) ai dieci istituiti da Romolo. Nonostante l'inaccettabilità dei dati della tradizione, è probabile sia stato effettivamente un personaggio storico.
Tullo Ostilio, fu il terzo Re di Roma (673-642 a.C.), appartenente alla Gens Hostilia, che dovrebbe essere ricompresa tra le cento gentes originarie ricordate da Tito Livio. Scelto dai senatori perché era un romano e perché suo nonno Osto Ostilio aveva combattuto con Romolo contro i Sabini è ricordato per le sue guerre vittoriose con Alba Longa (a 12 miglia da Roma), Fidene (a 18 miglia)[e Veio (a 6 miglia). Fu durante il suo regno che avvenne il combattimento fra Orazi e Curiazi, i rappresentanti di Roma e di Alba Longa. Si dice che morì colpito da un lampo come punizione per il suo orgoglio. Per sospetto di tradimento nei confronti degli Etruschi, fece giustiziare Mezio, re di Alba, e distrusse la città, accogliendone la popolazione sul Celio e le famiglie nobili nel patriziato romano. Vinse i Sabini, i Latini e gli Etruschi. Edificò la Curia Hostilia. Celebrando un sacrificio a Giove Elicio, sbagliò il rito e fu perciò fulminato da Giove. Secondo un'altra tradizione, fu ucciso da Anco Marzio, quarto re di Roma (640-616 a.C.). Nipote di Numa e, come questi, amante della pace, ma valoroso guerriero, restaurò la religione. L'effigie, naturalmente di fantasia, appare, con quella di Numa, nei denari di Censorino (87 a.C.) e in quelli di Marcio Filippo (56 a.C.). Nei primi abbiamo un tipo sbarbato convenzionale, nei secondi un ritratto caratterizzato stilisticamente come quelli dei monarchi ellenistici.
Tarquìnio Prisco fu il quinto re (616 - 578 a.C.). Ebbe un ruolo importante nelle lotte contro Latini, Etruschi e Sabini; attuò riforme e realizzò interventi urbanistici all'interno della città. Secondo la tradizione, sarebbe nato a Tarquinia, figlio di Damarato di Corinto e di una donna etrusca. Con la moglie Tanaquilla si trasferì a Roma, cambiando il suo nome originario, Lucumone, in quello di Lucio Tarquinio. Divenuto caro al re Anco, alla sua morte sarebbe riuscito a farsi creare re dal popolo (616). Oltre alle vittorie riportate su Latini, Sabini ed Etruschi, fu promotore di importanti riforme quali l'aumento delle genti patrizie e lo sdoppiamento delle centurie equestri. Tra le grandi opere pubbliche da lui realizzate vanno ricordati il prosciugamento del Foro con la Cloaca Massima e la costruzione del Circo Massimo. Dopo 38 anni di regno sarebbe stato fatto uccidere dai figli di Anco. Il regno dei Tarquini (Prisco e Superbo) è da ritenersi storico nei suoi elementi essenziali (supremazia sul Lazio, opere pubbliche). Si discute invece sul carattere etrusco dei Tarquini, negato da taluni, che ritengono che la tradizione sia sorta per spiegare il nome dei Tarquini con quello della città. Altri studiosi considerano il loro regno come un periodo di dominazione etrusca in Roma. Alla tradizione romana un dato importante è aggiunto dalle rappresentazioni pittoriche della tomba François a Vulci, dove compare uno Gneo Tarquinio Romano in una narrazione di avvenimenti diversa dalla tradizione romana.
Sèrvio Tùllio fu il sesto re. Secondo una tradizione, figlio di Ocrisia, nobile latina divenuta schiava di Tanaquilla, moglie di Tarquinio Prisco, fu da questo elevato dalla condizione servile (donde il nome) a proprio genero, e gli successe sul trono. Favorito dalla dea Fortuna (cui elevò un tempio), dopo un lungo regno (date tradizionali 578-535 a. C.), morì tragicamente, ucciso dal genero Lucio Tarquinio (il futuro re Tarquinio il Superbo), che agì d'accordo con la consorte Tullia, la quale poi con feroce gesto volle passare col carro sul cadavere del padre (e da ciò prese nome di scellerata, la via dove accadde il misfatto). Secondo un'altra versione, in accordo con tradizioni etrusche, sarebbe stato un condottiero etrusco, di nome Mastarna, il quale, occupato il Celio e cambiato nome, conquistò il regno dopo aver ucciso Tarquinio. La tradizione antica gli attribuiva una costituzione di Roma (costituzione serviana), nella quale patrizî e plebei erano distinti in classi censitarie e al censo erano commisurati diritti e doveri civili e militari. Inoltre, avrebbe diviso la città in tribù territoriali, recingendola poi di un vallo e di un muro di giro più ampio dell'antico (mura serviane). Il limite religioso della città (pomerio) rimase fino a tarda età repubblicana quello delle mura di Servio Tullio. Il tempio di Diana sull'Aventino sarebbe stato da lui elevato a centro dell'alleanza romano-latina.
Tarquìnio il Superbo fu l’ultimo re di Roma (dal 534 al 509 a.C.). Figlio o nipote di Tarquinio Prisco, salì al regno alla morte di Servio Tullio. Stando alla tradizione antica, perseguitò i senatori e oppresse il popolo; affermò tuttavia la supremazia di Roma sul Lazio, mantenne il primato sugli Etruschi e sugli Equi, abbellì Roma (tra l'altro, portando a termine la costruzione del tempio di Giove Capitolino). Fu cacciato in seguito all'offesa arrecata dal figlio Sesto a Lucrezia moglie di Collatino. I tentativi fatti per rientrare in Roma (per mezzo di una congiura, con le armi dei Tarquiniesi e dei Veienti, con quelle di Porsenna, con quelle dei Latini) fallirono tutti, e Tarquinio morì esule presso Aristodemo di Cuma.
La caduta della monarchia e la nascita della Roma repubblicana coincidono con la grande espansione della città che ormai popola i sette colli e che si articola per grandi assi viari. Vengono edificati templi e importanti opere pubbliche come ponti, acquedotti e fori. Il culmine della storia di Roma si realizza con l’Impero: la città è il nuovo centro del mondo e gli imperatori concorrono ad accrescerne il prestigio e lo splendore. Si erigono i nuovi fori, il Colosseo e le sontuose residenze imperiali. Con la creazione delle mura aureliane, che ancora oggi delimitano il centro, la città si prepara a diventare la prima sede della cristianità
Il sito dove sorse Roma risulta abitato nell’VIII a.C., un dato archeologico che conferma la leggenda della fondazione a opera di Romolo, che sarebbe avvenuta il 21 aprile del 753 a.C. Tuttavia, la vita urbana prende consistenza solamente durante il dominio dei re etruschi, nel VI a.C.
Fu allora che il centro abitato assunse l’assetto urbano tipico delle città etrusche (Roma quadrata); venne costruita una cinta di mura (le mura serviane, dal nome del re Servio Tullio) con un circuito di ben 11 km comprendente un’area che venne suddivisa in quattro zone: Suburana, Esquilina, Collina,Palatina. Fu pavimentata per la prima volta l’area del Foro Romano, grazie alla bonifica dell’area precedentemente paludosa (dove era presente un laghetto) tramite la costruzione di una grande fognatura (Cloaca Massima).
La tradizione attribuisce al 509 a.C. la cacciata dei re e l’istituzione di un regime repubblicano. Quell’anno fu consacrato il Tempio di Giove, il più importante di Roma, posto sulla sommità del Campidoglio (Giove Capitolino). Il periodo che separa la data della fondazione della repubblica da quella del grande incendio avvenuto a seguito della incursione dei Galli (390 a.C.) è caratterizzato, nella tradizione, dalla fondazione di un gran numero di templi, testimonianze dei più antichi culti romani e latini (Tempio di Saturno, 497 a.C., di Cerere, 493 a.C., dei Diòscuri nel Foro, 482 a.C.).
Dopo l’incendio gallico fu realizzata una nuova cinta muraria in tufo. Uno dei pochi tratti di queste antichissime mura sopravvive tutt’oggi in prossimità della Stazione Termini. Tra i resti archeologici di età repubblicana ancora oggi visibili a Roma sono da annoverare il cosiddetto Tempio di Vesta e quello cosiddetto della Fortuna Virile, entrambi nel Foro Boario. Il complesso monumentale più imponente si può però ammirare negli scavi al centro di largo Argentina, dove si trovano le fondamenta di quattro templi, costruiti quando la città iniziò a espandersi verso l’area del Campo Marzio. In quella stessa area sarebbero sorti poi anche il Circo Flaminio e il Teatro di Pompeo (55 a.C.), nei pressi di Campo dei Fiori: la pianta di quell’edificio, oggi scomparso, è ancora apprezzabile nella strana forma ricurva che hanno alcuni palazzi che furono costruiti sulle fondamenta.
L’immensa espansione territoriale, destinata a far diventare Roma la più importante potenza del mondo mediterraneo, non poteva non avere riflessi sulla struttura stessa della città. Roma comprendeva oramai tutti e sette i colli (Campidoglio, Palatino, Quirinale, Viminale, Esquilino, Celio, Aventino) e aveva quattordici porte dalle quali si dipartivano le vie pubbliche, che la collegavano con il resto d’Italia. All’interno del grande ovale formato da questa cinta muraria gli assi viari più importanti erano costituiti dall’Argiletum, che andava dalla Porta Collina alla Porta Esquilina, dalla Sacra Via, che, scendendo dal Campidoglio, percorreva il Foro, dal Vicus Tuscus, che conduceva al Foro Boario e al Circo Massimo.
Il sostentamento della popolazione sempre crescente imponeva la realizzazione di opere pubbliche: nel corso del II a.C. furono costruiti alcuni dei principali acquedotti, tra cui l’Acqua Marcia (144 a.C.), in grado di portare al centro della città 19.000 m3 di acqua al giorno, e i ponti Emilio e Milvio, che si affiancarono all’antichissimo ponte Sublicio. Sempre al II a.C. risale la sistemazione urbanistica del Foro Romano, sede delle attività giuridiche e politiche, e dei fori Boario e Olitorio, luoghi delle transazioni commerciali.
Con la costruzione di questi edifici Roma diventò una città monumentale. Un forte impulso alla monumentalità si ebbe con Silla, con l’edificazione del Tabularium, la sede degli archivi pubblici sulla rocca del Campidoglio, e con Cesare, quando iniziò un grande programma edilizio nel Foro romano. Ma fu sotto il fondatore dell’Impero, Ottaviano Augusto, che Roma cambiò faccia.

martedì 11 marzo 2014

Magna Grecia, la splendida civiltà dei Greci d’Italia (2° e ultima parte).

Magna Grecia, la splendida civiltà dei Greci d’Italia (2° e ultima parte)
di Emanuele Lelli


Dopo la prima parte pubblicata ieri, oggi concludiamo le vicende della Magna Grecia descrivendo la storia delle città più significative.

Le città della Magna Grecia
Taranto
Durante la guerra di Sparta contro i Messeni le donne spartane, stanche dei lunghi anni di assedio e preoccupate per l’assenza di figli, decidono con il consenso dei mariti di far unire tutte le vergini della città ai ragazzi rimasti in patria: da quelle unioni nasce una generazione di Spartani che in seguito, poiché illegittima, viene allontanata dalla città e inviata a fondare una colonia in Italia, l’unica spartana.
Taranto, che prende il nome dal vicino torrente Taras, diviene in poco tempo la più potente colonia greca del golfo e di tutto lo Ionio. Il regime aristocratico con cui è governata riproduce la società spartana, immobile e dedita soprattutto all’attività militare.
Dopo il 470 a.C., con l’avvento di un regime democratico, la città assume un ruolo culturale importante per tutto il Mediterraneo occidentale, divenendo il più importante centro di produzione delle straordinarie ceramiche dipinte a due colori (rosso e nero), apprezzate dappertutto. Dalla metà del IV a.C., sotto il governo del filosofo e matematico Archita, la città attira artisti e letterati e diviene un centro dalla vita culturale intensa: nasce il modo di dire “fare il tarantino”, cioè darsi alla vita dei piaceri e delle prelibatezze. Originari della città sono personaggi come il filosofo Aristosseno, studioso di musica e di matematica; il poeta di epigrammi Leonida, che ritrae personaggi umili e momenti di vita quotidiana; l’autore di mimi e di teatro Rintone, che tratta in modo burlesco gli argomenti del mito.
Da Taranto, conquistata dai Romani nel 272 a.C., arriverà a Roma un giovane letterato, Livio Andronico, che tradurrà l’Odissea di Omero nella lingua dei Romani, dando origine alla tradizione della letteratura latina.
Agrigento
Colonizzata da Gela nel 580 a.C., vanta una tradizione di tiranni non meno prestigiosa di quella siracusana: a cominciare dal leggendario Falaride, noto per la sua crudeltà e spregiudicatezza, fino a Terone, che nella prima metà del V a.C. attira a corte artisti e poeti che celebrano le imprese sportive delle sue squadre equestri. Pindaro e Bacchilide, ancora una volta, si alternano nella composizione di elogi ed epinici (canti per la vittoria), e Terone gareggia con Gelone e Gerone nell’allestimento di feste e cerimonie sfarzose. La città si riempie di monumenti e nella collina che sovrasta Agrigento sorgono uno dopo l’altro i numerosi templi che ancora oggi costituiscono uno dei più straordinari e spettacolari tesori della civiltà greca d’Occidente. Negli stessi anni ad Agrigento è attivo Empedocle, una figura singolare di filosofo e scienziato, uomo politico e poeta: dai frammenti delle sue opere emerge una visione del mondo animata dalla fede nel progresso e nella teoria della reincarnazione delle anime in diversi esseri viventi (metempsicosi).
Siracusa
Al contrario di quanto avviene per la costa ionica del Golfo di Taranto, colonizzata in massima parte dagli Achei e dai Dori, la Sicilia diviene la meta privilegiata delle genti eoliche e ioniche.
Tuttavia la più antica e famosa colonia della Sicilia è di origine dorica. L’esule Archia, governante di Corinto, la città dell’Istmo, è inviato nel 733 a.C. a fondare una città in Occidente. Sceglie, su invito dell’oracolo di Delfi, la ricchezza perpetua come dono per sé e per la città da fondare. Verso l’estremità della costa orientale i coloni notano un isolotto (Ortigia), con una fonte di acqua dolce (Aretusa), vicino alla terraferma, pianeggiante a sud e riparato da colline e cave di marmo a nord (le famose latomie). Il luogo è ideale dal punto di vista strategico. Nasce così Siracusa, che in breve tempo diviene la più potente città greca d’Occidente, adornata di splendidi monumenti e opere d’arte, centro di un’intensa vita culturale e patria di artisti e scienziati famosissimi.
La straordinaria ascesa politica e culturale di Siracusa è legata al succedersi dei tiranni, grandi personalità politiche capaci di assicurare il dominio della città sull’isola, di favorirne la crescita economica e di operare come mecenati per l’arte e la letteratura.
La prima famiglia che governa la città è quella degli Emmenidi, provenienti da Gela: Gelone, il fratello maggiore, assume la carica di tiranno e getta le basi per la sicurezza politica e militare di Siracusa vincendo in una battaglia navale, a Imera (480 a.C.), la flotta di Cartagine.
È con suo fratello Gerone (478-466 a.C.) che Siracusa vive il suo momento di maggiore splendore e di prestigio internazionale: la città si arricchisce di monumenti e di tesori; alla corte del tiranno vengono chiamati artisti e letterati da ogni parte della Grecia. I poeti Simonide, Pindaro e Bacchilide, spesso in un’entusiasmante gara di emulazione fra loro, cantano le imprese delle scuderie del tiranno che riporta anno dopo anno splendide vittorie negli agoni sportivi più famosi della Grecia: i loro canti, commissionati da Gerone in persona, sono eseguiti da cori di giovani nel corso di magnifiche feste offerte dal tiranno, e il nome di Gerone risuona in ogni parte del mondo grecizzato. Per la fondazione di Etnea (luogo suggestivo dove si diceva che lì fosse scomparsa Persefone-Cerere rapita da Ade), Gerone chiama in Sicilia Eschilo, il grande tragediografo ateniese, che fa rappresentare un dramma in onore del tiranno e della nuova città.
A Siracusa, dopo la morte di Gerone e il governo poco efficace del fratello minore Trasibulo, lo splendore della città è rinnovato dall’ascesa di un grande protagonista: Dionigi (o Dionisio).
Di umili origini, alla fine del V a.C. Dionigi diviene capo militare della città e, quindi, tiranno. Gli storici antichi parlano spesso del carattere irascibile e sospettoso di Dionigi, risoluto contro chiunque possa oscurare il suo potere, non si fida di nessuno, vivendo nel terrore di congiure. Dionigi, che rimarrà al potere fino al 367 a.C., fa circondare Siracusa di imponenti fortificazioni ed espande i suoi territori anche oltre la Sicilia.
Artisti e letterati arrivano alla sua corte. Anche Platone, il grande filosofo ateniese, si reca dal tiranno in tre successivi viaggi, con la speranza di convincerlo a instaurare un regime politico illuminato dalla ragione e dalla filosofia della giustizia; i suoi tentativi però falliscono, e la vicenda di Dionigi e Platone rimane per sempre emblematica del rapporto tra governanti e uomini di cultura. Il figlio del tiranno, Dionigi II, è protagonista di alterne vicende. Sul finire del IV a.C. si impone invece un altro personaggio di notevole carisma: si tratta di Agatocle, che dal 317 al 289 a.C., divenuto il nuovo tiranno di Siracusa, fa entrare la città e i suoi domini nel novero delle grandi potenze mediterranee del tempo, alla stregua dell’Egitto tolemaico e della Siria.
L’ultimo grande tiranno siracusano è Gerone II, un generale che si impadronisce del potere nel 275 a.C. e lo mantiene per oltre cinquant’anni. Con lui prende vita una nuova stagione di splendore testimoniata dalla costruzione di monumenti spettacolari, anche grazie alle geniali trovate dello scienziato e ingegnere siracusano Archimede. Giunge alla sua corte anche poeta siracusano, Teocrito, inventore del genere pastorale ambientato proprio nelle campagne siciliane.
Nel 212 a.C. Siracusa è conquistata dai Romani e inizia un lento declino. Diversi quartieri vengono abbandonati e anche quella che un tempo era stata la reggia dei tiranni, in Ortigia, cade in rovina. Ma chi, ancora oggi, sieda nel grande teatro greco di Siracusa assistendo a rappresentazioni di opere antiche che si svolgono in uno scenario suggestivo e unico al mondo, o chi nelle calde serate estive passeggi per i vicoli di Ortigia, pieni di luci e di colori, può sentire intatto il fascino dell’antica Siracusa, nel ricordo della splendida civiltà dei Greci d’Italia.