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lunedì 11 febbraio 2013

Storia degli scavi a Monte Sirai, di Piero Bartoloni

Storia degli scavi a Monte Sirai
di Piero Bartoloni



La città di Monte Sirai si pone come strumento fondamentale ai fini di una maggiore conoscenza della civiltà fenicia e punica poiché il centro
abitato, completo in ogni sua fondamentale componente, è privo di sovrapposizioni più tarde. Dopo il suo abbandono, avvenuto per motivi
non facilmente spiegabili attorno al 100 a.C., nulla è venuto a sconvolgere o a mutare in modo sia pure minimo la struttura del luogo.
L'insediamento di Monte Sirai è composto di tre grandi settori, che sono i fulcri scientifici e turistici dell'antico centro. Il principale è costituito dall'abitato, che occupa la parte meridionale della collina. Nella collina settentrionale è invece situato il tofet: è questo il luogo sacro nel quale erano sepolti con particolari riti i corpi bruciati dei bambini nati morti o defunti in tenera età. L'ultimo settore è costituito dalle due
necropoli, collocate nella valle che separa l'abitato dal tofet. Si tratta di una necropoli fenicia a incinerazione, della quale ormai sono visibili
unicamente delle fossette scavate nel piano di tufo, e una necropoli punica a inumazione, formate da tombe sotterranee, tutte visitabili.
Il centro di Monte Sirai nasce come abitato civile attorno al 740 a.C. e risulta particolarmente importante perché è situato lungo la via
costiera, alla confluenza con la valle del Cixerri che conduce al Campidano. La sua fondazione come città si deve probabilmente ai
Fenici di Sulcis o forse a quelli di un insediamento anonimo presso l'attuale Portoscuso. In ogni caso, da ciò scaturisce più che evidente la
necessità, e anzi l'obbligo, di un'analisi globale del territorio che tenga conto di tutte le componenti storiche che parteciparono alla nascita,
alla crescita e alle vicende della civiltà nella regione sulcitana. Pertanto, questa deve essere sempre considerata nella sua interezza, da
Chia a Monte Sirai, da Sant'Antioco a San Pantaleo. Quindi, non è né possibile né corretto lo studio di un solo insediamento che non tenga in debito conto anche la storia e la vita di quelli più o meno vicini, poiché sia la storia che la vita li accomunarono e li accomunano. L'altura di Monte Sirai trae la sua origine da vasti movimenti tettonici che hanno suddiviso la regione del Sulcis in alcune ampie zolle. Alcune di queste sono rimaste in rilievo e tra di loro vi è per l'appunto la collina di Monte Sirai, accanto ai monti Essu, Narcao e Sinni.
L'area di Monte Sirai in particolare è costituita da arenarie e conglomerati appartenenti alla cosiddetta "Formazione del Cixerri" (Eocene-
Oligocene medio) e in un secondo momento, al termine del Cenozoico (Oligocene-Miocene), venne ricoperta da rocce vulcaniche effusive (Ignimbriti). Non sono noti i centri di emissione di queste vulcaniti, poiché si tratta in prevalenza di prodotti ignimbritici (nubi ardenti), provenienti da diverse direzioni ed emessi da fratture della crosta terreste ormai richiuse da lungo tempo. Attualmente l'attività vulcanica nella zona prosegue in mare in un apparato vulcanico chiamato Quirino, situato 30 chilometri a sud di Capo Sperone, che è la punta meridionale dell'isola di Sant'Antioco. L'altura di Monte Sirai si eleva ad una quota massima di 194 metri sul livello del mare. La parte sommitale del rilievo è costituita da vulcaniti acide appartenenti alla cosiddetta "Serie Ignimbritica Sulcitana". Questa particolare serie è presente sul monte con due ignimbriti compatte, comunemente chiamate trachiti, separate da una piroclastite cineritico-pomicea tenera, comunemente denominata tufo.


Nell'area di Monte Sirai sono presenti anche prodotti vulcanici di natura andesitica, sia in cupole che in facies esplosiva. Il progressivo lento disfacimento delle vulcaniti acide ha dato origine ad un terreno ovviamente acido, le cui proprietà si riverberano anche sui manufatti di terracotta che di norma vengono rinvenuti con le superfici completamente spatinate. La particolare struttura morfologica di Monte Sirai trae origine dalla
differente natura e dal diverso grado di erodibilità delle rocce presenti. A questa situazione morfologica ha concorso anche l'assetto determinato
dalle forze tettoniche che hanno sollevato l'altura provocandone lo sbandamento verso sud-ovest. Il basamento della collina, che è di
natura sedimentaria, ha una forma tronco-conica, mentre gli episodi vulcanici che formano il "cappello" del rilievo e che costituiscono il
pianoro sommitale, caratterizzano il paesaggio con le tipiche rotture del pendio (gradonate). Le necropoli sono state realizzate scavando
l'unità piroclastica tenera, cioè il tufo. Quindi, Monte Sirai ha l'aspetto tipico dei pianori ignimbritici della regione Sulcitana e, con la sommità piatta e i fianchi scoscesi, ricorda la giare, i caratteristici tavolati basaltici della Sardegna centrale. Tra le più famose e di maggiore estensione è la giara di Gesturi. Anche Monte Sirai è specificamente noto per la sua posizione particolarmente isolate ed è quindi ben visibile lungo la costa anche da grande distanza. Dell'antico nome dell'abitato di Monte Sirai non è rimasta alcuna traccia nella memoria degli abitanti del circondario, nessuna antica fonte scritta lo ricorda e in definitiva non sappiamo neppure con certezza se il nome attuale abbia un'origine antica. Tuttavia ciò è probabile e quindi in un primo momento si è pensato che tra l'altro il nome di Sirai potesse essere accostato alla radice SR, il cui significato è roccia o scoglio, e che ad esempio compare nel toponimo fenicio che indica la città fenicia di Tiro (S.ur). Inoltre, si è ipotizzato che le due lettere finali di Sirai (-ai) fossero un suffisso di antica origine fenicia che indicava un nome plurale che si fosse conservato fino ai giorni nostri e che quindi, ad esempio, il nome significasse il Monte con due cime o il Doppio monte. Ma, come la precedente, anche quest'ipotesi è stata presto abbandonata in quanto non corretta per quanto riguarda l'aspetto glottologico e per di più linguisticamente insostenibile.


Né del resto vi è una giustificazione geografica poiché le due supposte cime, create dalle due successive colate laviche, risultano assai poco eminenti e non sono visibili se non dal versante settentrionale. Anche l'ipotesi che il nome di Monte Sirai avesse comunque un'origine fenicia o punica è stata abbandonata di recente a favore di una sua più probabile provenienza da lingue mediterranee anteriori all'arrivo sulle coste sarde dei popoli provenienti dal Vicino Oriente. In un primo momento infatti è anche stato proposto che il nome Sirai avesse una origine berbera e cioè che il monte fosse stato indicato con questo nome da coloni nord-africani di stirpe indigena, venuti in Sardegna come agricoltori al seguito degli eserciti cartaginesi dopo il 520 a.C. Si è ritenuto inoltre che l'insediamento di Monte Sirai fosse da identificare con l'antica Pupulum. Il nome di questo centro abitato è noto unicamente attraverso la Tabula Peutingeriana, che è una antica carta geografica nella quale è riprodotta la collocazione dei centri romani del mondo conosciuto nel IV sec. d. C. Ma poiché, come si vedrà più sotto, l'insediamento di Monte Sirai è stato abbandonato definitivamente alla fine del II sec. a.C., e la succitata carta geografica riproduce una situazione decisamente più tarda, è poco probabile che l'abitato di Monte Sirai fosse talmente importante da perpetuare il suo ricordo per circa cinquecento anni, tanto cioè da inserirlo nella riproduzione geografica del mondo allora noto. È invece più probabile che il toponimo di Pupulum vada riferito ad uno degli insediamenti romani divenuti particolarmente consistenti in età imperiale, quali ad esempio quelli di Matzacara o Paringianu, collocati lungo la costa antistante le isole di Sant'Antioco e di San Pietro. Attualmente si ritiene più probabile che l'origine del nome, il cui significato è da considerare comunque legato all'aspra natura del luogo e dunque alla roccia, sia sempre da collocare in ambiente nord-africano berbero, ma da porre in epoca neolitica e quindi in un periodo ben precedente all'arrivo di popolazioni orientali in Sardegna. La collina di Monte Sirai ha attratto l'attenzione degli studiosi del territorio fin dai primi decenni del secolo scorso grazie alla sua particolare forma e alla sua posizione emergente sul piano di campagna ed isolata nella piana costiera, che permettono di distinguerla nettamente anche da grande distanza. Il primo studioso che ne descrisse sia pur brevemente e in modo sommario le caratteristiche geologiche fu Alberto Ferrero della Marmora, che per la sua peculiarità morfologica la inserì nel volume Voyage en Sardaigne, pubblicato con una prima edizione nel 1826, e nella sua Carta topografica dell'isola del 1845, la prima ad essere rilevata con moderni sistemi di triangolazione topografica ed eseguita correttamente. Invece, il primo a intuire e a citare la presenza di un antico centro abitato sul monte fu il Canonico Vittorio Angius che curò la parte storica nella monumentale opera sulla Sardegna edita da Goffredo Casalis a Torino tra il 1833 e 1856. Infatti, alla pagina 349 del Dizionario geografico, storico, statistico, commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna si può leggere quanto segue: "Sirài ... I molti rottami che trovansi in questo sito fan congetturare molto considerevole l'antico paese di questo nome, che distrussero i barbari ...".


È evidente che l'episodio legato all'aggressione di non meglio precisate popolazioni barbare è del tutto immaginario ed ha un valore puramente leggendario, poiché, come sembra più probabile, l'insediamento di Monte Sirai fu abbandonato più o meno volontariamente dai suoi abitanti. La prima testimonianza scritta su Monte Sirai risale probabilmente al 1323, con la menzione dell'esistenza di un villaggio denominato Siray, mentre dalla seconda metà del XIX secolo la documentazione si concentra prevalentemente sull'interesse suscitato dal sito in relazione alle caratteristiche geologiche del pianoro, sebbene sia ravvisabile una seppur vaga intuizione dell'importanza del luogo, anche dal punto di vista archeologico. Sono note le vicende che portarono alla «riscoperta» dell'insediamento in età moderna. Il primo rinvenimento di stele nel 1892, da parte del parroco di Tratalias Don Vincenzo Atoni, attirò l'attenzione dell'allora Direttore del Museo di Antichità di Cagliari, Filippo Vivanet. Il Vivanet, per verificare la consistenza della scoperta e per non affrontare inutilmente un viaggio che in quel periodo era lungo e non facile, inviò al Parroco una lettera contenente una lunga serie di precise domande. Le risposte fornite tempestivamente permisero al Direttore del Museo di constatare l'indubbia importanza dell'antico centro abitato. Tuttavia, i prevedibili disagi, creati dalla considerevole distanza da Cagliari e gli alti costi dell'impresa per il reperimento in loco della mano d'opera e per il trasporto degli eventuali reperti, costrinsero il Vivanet a rimandare di qualche tempo le indagini sulla collina. Ma le speranze di Filippo Vivanet di realizzare le indagini progettate andarono deluse poiché, a causa di ulteriori lavori altrettanto importanti ed urgenti in altre località dell'isola, non ebbe mai più la possibilità di interessarsi di Monte Sirai. Dopo circa cinquanta anni di silenzio, all'inizio dell'ultima guerra mondiale sulla sommità del monte fu installata una batteria contraerea, oggi in parte restaurata e riutilizzata come luogo di ristoro per i visitatori. La batteria, che aveva il compito di proteggere dagli attacchi aerei le miniere di Carbonia, fondata il 18 dicembre del 1938, occupa un settore ove sono state rinvenute tracce forse di un villaggio di età neolitica, appartenente alla cultura detta di San Michele. Sempre nello stesso luogo è stata individuata parte di un santuario di età ellenistica, sorto dopo la conquista romana della Sardegna e dedicato probabilmente alla dea Demetra. I soldati occuparono e utilizzarono come rifugio antiaereo anche una tomba a camera ipogea della necropoli punica, ma in nessun caso si resero conto della presenza di un antico centro abitato o, se se ne resero conto, nulla fecero per esplorarlo. Nel frattempo, le pietre trachitiche crollate appartenenti alle antiche abitazioni furono ampiamente utilizzate per la costruzione della città di Carbonia. I lavori, iniziati nel 1935, si conclusero alla fine del 1938, periodo in cui fu inaugurata ufficialmente la città. Quindi, anche se la città sorse dal nulla, poiché nessun centro abitato le preesisteva, si pur ben dire che in qualche modo la città è fondata su antiche testimonianze.

domenica 10 febbraio 2013

Religione e panteon dei fenici

Religione e panteon dei fenici
di Pierluigi Montalbano



In assenza di scritti mitologici e liturgici, le fonti sono le iscrizioni dalle città stato orientali. Gli autori principali sono: Sancuniatone, sacerdote di Beirut (XII a.C.), riportato da Filone di Biblos, giuntoci attraverso Eusebio; Damascio, neoplatonico (V a.C.), che cita una cosmogonia di Mecio; Plutarco e Luciano, che forniscono dati sulle credenze; l’Antico Testamento, sui Cananei; i testi di Ugarit; le fonti puniche. La religione fenicia appare come un prolungamento di quella cananea del II millennio a.C. Ogni città fenicia aveva una divinità poliade generalmente associata a un partner, con determinate funzioni. A Tiro imperavano Melqart e Astarte, dove era comune il rito del risveglio annuale. Melqart è una divinità che garantisce ordine e benessere, Astarte è la dispensatrice di potere e vitalità, legata al trono e alla fertilità. A Sidone erano venerati Astarte ed Eshmun, dio guaritore assimilato ad Asclepio. A Biblos invece si credeva nella Baalat Gubal (signora di Biblos), insieme al Baal di Biblos, che è all’origine dell’Adonis greco. Per loro erano celebrate feste annuali di morte e resurrezione. Altre divinità erano: Reshef, dio della folgore e del fuoco, originariamente nefasto poi benefico; Dagon, dio del grano; Shadrapa, conosciuto dal VI-V a.C., un genio guaritore rappresentato con serpenti e scorpioni; diversi culti astrali, di età ellenistica; Chusor, inventore e lavoratore del ferro. Sydyk e Misor, divinità della giustizia e della rettitudine. Filone di Biblos riporta una mitologia: all’origine del cosmo, della cultura e degli dei sono il vento e il caos, da cui nasce un uovo cosmico, detto Mot. La cultura sarebbe stata creata da Usoos, inventore delle pelli d’animali, mentre al vertice della genealogia divina sarebbero stati Eliun e Berut. Gli dei vivevano nei templi, o bet (casa o palazzo). Non ci sono pervenute statue a causa del diffuso aniconismo. Apprezzavano il culto di stele o betili, nonché di montagne, acque, alberi, e pietre ritenute sacre. Asherah è una piccola colonna votiva in legno, analoga al betilo, la dimora degli dei. Il tempio era un recinto sacro a cielo aperto con una piccola cappella o un betilo. Davanti si trova un altare per i sacrifici, vicino a una fonte o a un bacino e un bosco. Le offerte potevano essere cruente (eccezione per il maiale, che era considerato tabù), in cambio speravano di ottenere una grazia, seguita da un ex-voto. Si credeva anche nei refaim, esseri dell’aldilà o antenati. La magia era una pratica diffusa: lo scopo era allontanare il malocchio o colpire i nemici, con formule talvolta incise nelle tombe. L’aldilà era localizzato sottoterra, come un deserto arido e buio. Era importante per i defunti ricevere una sepoltura ed essere ricordati tra i vivi.

Nell'immagine: Bes, una divinità orientale che si afferma anche fra i fenici.

sabato 9 febbraio 2013

L'uomo di Piltdown è vivo? Il metodo scientifico smaschera i falsi.

L'uomo di Piltdown è vivo? Il metodo scientifico smaschera i falsi.
di Maurizio Feo


Esistono argomenti nei quali le certezze sono veramente poche. E perciò, in alcuni casi, sono aperti a dispute, anche molto accese, specialmente quando il tema è caro a molti (cioé: conflittuale).
Un esempio non conflittuale è rappresentato dai dinosauri, che sono abbastanza lontani da tutti e dal presente, tanto da essere del tutto impersonali e astratti.
Dei dinosauri si sa con certezza che sono esistiti e che hanno fortemente improntato di sé l’ambiente circostante coevo. La loro esistenza è dimostrata dalle tracce che ci sono giunte: principalmente i loro scheletri, in numero impressionante. Nel caso dei dinosauri abbiamo anche zanne, squame, impronte e addirittura penne (colorate!)[1]. Se la loro esistenza non è in dubbio, nondimeno ancora molte incertezze lasciano aperta la porta a differenti teorie. Talvolta queste teorie sono fantasiose e affascinanti, alcune sono state dimostrate scientificamente.
Ad esempio: le penne hanno portato ad ipotizzare (ed in seguito dimostrare[2]) che gli attuali uccelli derivino da alcuni di quei dinosauri. Sarebbe errato concludere che tutti gli antichi dinosauri avessero sangue caldo e penne o piume.
Sarebbe, però, addirittura anti-scientifico ipotizzare l’esistenza di grandi rettili volanti che sputano fuoco: in realtà questa sarebbe, piuttosto, una favola.
Naturalmente, non c’è nulla di sbagliato nelle favole, specialmente in quelle didattiche, che preparano i bimbi al mondo adulto che dovranno affrontare, rappresentandoglielo sotto forma di simboli edulcorati. L’errore (e l’orrore) sta invece in quelle favole create ad arte da adulti furbi (venditori) per altri adulti creduloni (compratori) e proposte con grande insistenza e insopportabile arroganza come assolute verità dimostrate...

venerdì 8 febbraio 2013

L’alimentazione nell’Italia antica. Cibi sardi. Tipologia dei contenitori e metodi di cottura

L’alimentazione nell’Italia antica. Cibi sardi. Tipologia dei contenitori e metodi di cottura
di Maria Ausilia Fadda



Nella ricerca archeologica, l’indagine su un atto essenziale come quello di procurarsi e preparare il cibo, comporta un analisi attenta di tutti i resti di cultura materiale e il coinvolgimento di specialisti di diverse discipline relative ai diversi periodi della preistoria e della protostoria.
Percorrendo un lungo viaggio attraverso gli antichi sapori si può ricostruire anche l’evoluzione delle tecnologie impiegate nella realizzazione dei manufatti che hanno portato i protosardi a selezionare le forme e i materiali per ottenere la funzione ottimale per la cottura dei cibi. I numerosi studi, noti in letteratura, hanno dimostrato che l’uomo per migliaia di anni si nutriva di alimenti crudi disponibili in natura che si procurava con la caccia, la pesca e con la raccolta di frutta e verdura che cresceva allo stato selvatico.
Con la cottura dei cibi, soprattutto di origine animale, l’uomo ha potuto diversificare le proprie abitudini alimentari attuando la prima rivoluzione alimentare. Nel neolitico, durante la rivoluzione agricola, l’uomo da cacciatore e raccoglitore nomade, impara a riconoscere, a selezionare e a coltivare le graminace che gli garantirono la più importante base alimentare. La soluzione dei problemi di sostentamento legarono l’uomo ad una dimora permanente in un territorio adatto alle coltivazioni agricole; la produzione in esubero spinse l’uomo alla ricerca di diversi metodi di conservazione in contenitori disponibili in natura ma molto deperibili, a plasmare l’argilla e a realizzare vari contenitori funzionali alla lunga conservazione delle derrate, ai diversi sistemi di cottura. Alla funzionalità dei contenitori si aggiunge progressivamente una ricerca degli aspetto estetico dei contenitori a partire dal neolitico antico (6000 a. C. ) con la decorazione cardiale, realizzata probabilmente con gli stessi resti di pasto, e fino al neolitico finale (3000 a.C.) durante il quale è documentata una vera e propria esplosione di un decorativismo applicato nella produzione di stoviglie di uso quotidiano che venivano offerte anche come corredi funerari.
La definizione della funzionalità degli strumenti di cottura costituisce la vera rivoluzione alimentare che ha portato di conseguenza ad una consapevole e determinata variazione dei sapori del cibo. La differenziazione e la moltiplicazione dei sapori durante il periodo neolitico viene accentuata dalla capacità dell’uomo di addomesticare e allevare animali come la capra e il cinghiale; l’allevamento veniva integrato con la caccia di cervi, mufloni, prolagus, volatili e la raccolta di molluschi e di vari tipi di gasteropodi terrestri e marini.
In tutte le fasi del neolitico vari alimenti di origine animale integravano un regime alimentare basato essenzialmente sul consumo di cibi vegetali prodotti in un’economia prevalentemente agricola. Non va sottovalutato il fatto che l’allevamento del bestiame ha introdotto nell’ alimentazione l’uso del latte e tutti i prodotti derivati dalla sua trasformazione.
Attraverso i manufatti è sorprendente scoprire che alcuni accorgimenti realizzati in molti contenitori preistorici sopravvivono attualmente nelle più moderne batterie da cucina.

giovedì 7 febbraio 2013

Tophet, un santuario a cielo aperto di età fenicia.

I Tophet
di Pierluigi Montalbano



Si tratta di santuari a cielo aperto dell’area mediterranea centrale. Sono assenti in Libano, Spagna e Ibiza. Li troviamo in Tunisia (Soùsse e Cartagine), Sicilia (Mòzia, Solùnto e Lillibèo) e Sardegna con Tharros, Sulci, Monte Sirai, Nora, Cagliari e Bithia. Sono circondati da un recinto sacro all’interno del quale si depongono urne in ceramica e stele in pietra. Generalmente si trova a nord dell’abitato in una posizione periferica e non viene mai spostato: qualora si dovessero fortificare le città si arriva a modificare il percorso delle mura. Le urne contengono le ceneri di feti, fanciulli, infanti, agnelli, capretti e uccelli. È sempre dedicato a due divinità: Baal Ammon e Tanìt, attestata come manifestazione di Baal, che lo affianca a partire dal V a.C. per poi soppiantarlo. Il primo è una divinità che i greci identificano con Krono e i romani con Saturno. Tanìt è una divinità orientale raramente è attestata in Libano, ma in Occidente diviene la più importante insieme ad Astarte. Greci e romani la assimilavano a Era o Giunone. Prima del tophet di Cartagine sono stati individuati quello di Nora, precisamente sulla spiaggia orientale della città nel 1889, e quello di Mozia, in Sicilia, ma si pensò a necropoli ad incinerazione. Solo a Cartagine furono eseguite analisi osteologiche sui resti e ci si rese conto che si trattava di bambini. Gli studiosi ipotizzarono che si trattasse di sacrifici umani, come quelli celebrati in oriente vicino a Gerusalemme e menzionati in alcuni brani delle Sacre Scritture. Ci sono diversi passi che parlano di tophet e di figli offerti agli dei con il passaggio dentro il fuoco. Gli studiosi si convinsero che i tophet vicino a Gerusalemme di cui parlava la Bibbia, nel Deuteronomio e nel libro dei Re, potevano avere la stessa matrice. Fino agli anni Ottanta, dalla lettura delle fonti classiche (Diodoro, Plutarco, Platone, Tartulliano), si è pensato a un rituale con sacrificio di bambini a Krono (Baal-Ammon o Saturno) in caso di grave pericolo per la popolazione. Si tratta di un rituale non accettato da Dio: vicino a Gerusalemme c’è un luogo chiamato Tophet nominato nel libro dei Re. Le fonti riportano: “Lì farò il Tophet, nella valle di Ben Innom, e nessuno faccia più passare per il fuoco i propri figli in onore di Moloch”; e ancora Geremia: “Costruiscono un altare di Tophet nella valle di Ben Innom per bruciare i propri figli nel fuoco, ma io non ho comandato né mai mi venne in mente”. Geremia: Hanno eretto un altare per bruciarvi col fuoco i loro figli in olocausto a Baal, cose tutte non comandate da me, né mai venutemi alla mente, perciò questo luogo non si chiamerà più Tophet, ne Valle di Ben Innom, ma Valle della strage”.


Quindi Tophet è un luogo in cui si svolgeva un rito pagano, non voluto da Dio, che prevedeva il sacrificio di far passare i figli nel fuoco. Nel momento in cui gli archeologi hanno trovato a Cartagine le urne con le ceneri di centinaia di bambini, hanno pensato al santuario citato in oriente dlla Bibbia.
Si conoscono altre fonti che raccontano di sacrifici. Dice Gaudesio: “c’era l’usanza presso gli antichi, in caso di grave pericolo, che i capi della città o della popolazione, per evitare la distruzione di tutto, facessero sacrificio dei più cari dei loro figli, come riscatto per i demoni vendicatori. Quelli che erano prescelti venivano sgozzati nel corso di un rituale cerimoniale misterioso”.
Secondo Moscati nei tophet c’erano i resti di sacrifici di quei bambini non ancora passati attraverso il rito di introduzione nella comunità (battesimo e circoncisione). Non facevano ancora parte del mondo degli adulti e non potevano essere sepolti con loro. Dovevano essere purificati col fuoco e sepolti a parte, in apposite urne, e in qualche caso si sacrificava alle divinità qualche piccolo animale. Le iscrizioni dei tophet riportano formule rituali sempre uguali: denominazione dell’oggetto offerto alla divinità (stele, dono), denominazione del rito (molch), il verbo della dedica o del dono, il nome e la genealogia dell’offerente, la divinità (Baal-Ammon o Tanìt) e il motivo dell’offerta, che si concludeva con la frase: “…perché ha ascoltato la sua voce”. Ad esempio: “STELE DI MOLCH OFFERTA AL SIGNORE BAAL AMMON CHE HA DEDICATO SULL’ALTARE (tizio) FIGLIO DI (caio) FIGLIO DI (sempronio) PERCHE’ HA ASCOLTATO IL SUONO DELLA SUA VOCE”, cioè perché ha esaudito la richiesta, la preghiera.
I monumenti votivi si dividono convenzionalmente in cippi e stele funerarie.
Il cippo è una pietra aniconica poco lavorata dove prevale l’altezza sulle altre dimensioni e rappresenta direttamente la divinità. È posto come segnacolo per individuare la fossa, infissa nel terreno o sopra un basamento in pietra attraverso incastri. Queste basi sono costituite da un plinto tronco piramidale, sormontato da un listello rettangolare con sopra una gola egizia. Alcuni cippi possiedono elementi simbolici come quello di Tanìt ma non conosciamo l’evoluzione di questo segno. Lo troviamo in contesti funerari, sacri, abitativi… quindi un segno con molti significati. Fra i cippi più antichi abbiamo quelli che rappresentano un trono, (stele trono e cippi trono), a volte evocato da una semplice sgusciatura che separa la spalliera dalla seduta, altre volte con i braccioli e con il simbolo divino aniconico al centro. In qualche caso un idolo a forma di bottiglia sostituisce il betilo. Il trono può essere affiancato da due bruciaprofumi.

Nelle immagini: i tophet di Cartagine e Mozia.

mercoledì 6 febbraio 2013

Nuragici





Nuragici,
di Maurizio Feo


Noi li chiamiamo così, un nome inventato, come quello dei 'Villanoviani', come quello degli Ittiti e molti altri nomi moderni per popoli antichi. Spesso, poi, ci fidiamo troppo dei nomi che la Storia ci ha tramandato, sbagliando: infatti, i nomi 'esoetnici' sono errati e fuorvianti, anche se in qualche modo coevi dei popoli che descrivono. La regola generale, infatti, è che i nomi endoetnici (che una data popolazione usa per se stessa) sono sempre immancabilmente differenti da quelli esoetnici, attribuitele dai confinanti: si pensi a Niemcy, Germans, Alemanes, Tedeschi, e Tysch ed alla rispettiva differenza con Deutch.
Loro sicuramente chiamavano se stessi in modo diverso, con un nome a noi ignoto[1]. Forse, come diversissimi gruppi umani hanno fatto in passato (mostrando una ripetitiva e comune propensione all’autocelebrazione), usavano un’espressione come “uomini liberi”, oppure “uomini eletti”. Comunque, un nome a noi ignoto.
In uno studio genetico ormai non più recentissimo (1998), L. L. Cavalli Sforza descrive un albero filogenetico in cui la Sardegna si separa dalle altre popolazioni già alla seconda divisione[2]. Questo implica già le grandi differenze che descriveremo meglio. La data di separazione sembra essere 16.000 anni fa[3] (e non è in disaccordo sostanziale con quella archeologica al radiocarbonio, riportata più sotto: 9.500 anni fa). Si tratta di un’isola, la Sardegna, di circa 23.800 km2 (Quindi non "la più grande di tutte le isole", come sosteneva Erodoto [I,170,1], bensì la seconda, dopo la Sicilia. Comunque un'area ragguardevole: insieme alla Corsica, la superficie diviene quasi grande come quella della prima Mesopotamia, carica di molti destini), 

che dista circa 200 km sia dalle coste italiane che da quelle africane. È molto vicina alla Corsica, ma le due popolazioni isolane sono diverse dal punto di vista etnico e dal punto di vista delle vicende storiche in cui si sono formate.

Ma proprio la posizione geografica della Corsica può avere avuto un ruolo importante nel corso del primo popolamento della Sardegna, in quanto, grazie alla posizione dell’arcipelago toscano, dalla penisola si può anche tuttora “navigare a vista”.

martedì 5 febbraio 2013

Allineamento dei nuraghi

Allineamento dei nuraghi
di Giorgio Valdès



A seguito di una verifica sui fogli della Carta Topografica d’Italia IGM (serie 25, scala 1/25.000), ho appurato che, di norma,
tutti i nuraghi della Sardegna sono allineati quantomeno a gruppi di tre
Si tratta di un principio che presenta solo qualche sporadica eccezione, che chiarirò meglio in seguito. Si può sempre individuare un’ipotetica linea retta, che partendo da un qualsiasi nuraghe ne incroci almeno altri due.
I nuraghi indicati nella cartografia IGM della Sardegna (salvo ne sia sfuggito qualcuno), sono complessivamente 3.122, con una densità regionale media di circa 1 nuraghe ogni 7,7 km. quadrati.
La loro concentrazione varia dai 96 presenti nel foglio di Paulilatino ad uno solo rilevato rispettivamente nei fogli di Arbatax, S.Nicolò Gerrei, Piras, Capo Malfatano, Capo Spartivento, Buggerru, S.Gavino Monrale, Siniscola, Capo S.Marco, Bosa Marina, Budoni, Oristano Sud, Porto Palma, Capo Pecora, Iglesias, Luogosanto, Vignola, Aglientu, Loiri e Arzachena.
Nei fogli di Cagliari, S.Sperate, Serramanna, Villacidro, Vallermosa, Villasor, Assemini, Gonnosfanadiga, La Maddalena (Ca), Capoterra, Isola di S.Pietro, Terralba, Gutturu ‘e Flumini, Marina di Arbus, Capo Teulada, Monte Mannu, Isola di Tavolara, Isola di Molara, Padru, Brunella, Lodè, Cantoniera Zuighe, Isola Piana, Isola Rossa, Capo Caccia, Capo Carbonara, Isola Asinara, Stintino, Argentiera, Porto Cervo, Porto Rotondo, La Maddalena, Palau, Punta ‘e Lattone, Olbia Est, Porto S.Paolo, Isola di Tavolara e Isola di Molara non è indicato alcun nuraghe.
La densità maggiore si registra, come accennato, nel foglio di Paulilàtino (96) e quindi in quelli di Bosa (80), Macomer (77), Semestene (76), Isili e Ploaghe (70), Ghilarza (65), Silanus (64), S.Vero Milis (63), Abbasanta (62) e Mandas (60).
Nel tracciamento degli allineamenti, ciascun nuraghe interessato è stato convenzionalmente identificato con un cerchio, che partendo dal centro della torre centrale, avesse un raggio compreso tra i 15 ed i 20 metri.

domenica 3 febbraio 2013

Una pintadera…diversa, e altri reperti.


Una pintadera…diversa, e altri reperti.
di Aldo Casu


La trovò un contadino in un campo in prossimità del sito archeologico di Brùncu s’Ollàstu , poco distante dall’abitato lungo la SS 387 andando verso Cagliari.
Inizialmente la scambiò per un sasso, la prese in mano per scagliarla lontano, notò che era troppo leggera per essere una pietra, la guardò bene e, pur non capendo che cosa fosse, se la mise in tasca e se la portò a casa. Qualche tempo dopo mi chiamò e me la mostrò.
È un disco di terracotta rossastra del diametro di cm 8,4 e dello spessore di cm 1,3, in un buon stato di conservazione, che in entrambe le facce ha delle figure di animali, scolpite in negativo, contornate da figure di vegetali.
In una faccia (vedi foto 1), all’interno di due scanalature circolari che fungono da cornice, è raffigurato un volatile (probabilmente una pernice) con la testa rivolta all’indietro e con intorno una foglia che sembra essere di menta e altri elementi vegetali di difficile comprensione a causa delle abrasioni che il manufatto ha subito nel tempo.
Nell’altra faccia (vedi foto 2), all’interno di due scanalature circolari e di una terza cornice di globetti, è raffigurato un coniglio (o una lepre) con, sotto, due foglioline che sembrano essere di menta e, sopra, dei frutti che sembrano essere dei fichi.
Questa è una di quelle “…matrici circolari tradizionalmente dette “per focacce”, diffuse in Sardegna dall’epoca punica a quella romana imperiale…”(1), è stata datata III – I sec. a.C. e, “…mentre la raffigurazione del volatile (…) è presente su una matrice di Tharros (…) e in uno stampo inedito del Sulcis…”(2) “…la raffigurazione del coniglio o lepre non trova al momento confronti specifici…” (3).
L’archeologa che ha curato il Censimento Archeologico Comunale, alla quale ho mostrato il reperto e ho dato modo di fotografarlo e di farne fare una copia, in una sua relazione del 4 novembre 2002, contenente “Analisi preliminare delle emergenze archeologiche” e “Proposte di indagine e valorizzazione”, presentata al Comune per i P.O.R., di questa pintadera ha scritto: “…un’eccezionale matrice doppia (…) che non ha eguali nel panorama dell’artigianato punico – romano in Sardegna…”.

sabato 2 febbraio 2013

Cagliari. Presentazione libro sulla civiltà nuragica.

Cagliari. Presentazione libro sulla civiltà nuragica.


Sarà presentato Giovedì 7 Febbraio 2013 il nuovo libro di Pierluigi Montalbano sull'antica Civiltà Nuragica. Sede e organizzazione saranno quelli dell'Associazione Itzokor, in Via Lamarmora 143, nell'ambito della rassegna "Aperitivi Culturali 2013".
David Herbert Lawrence così scriveva nel 1921: "La sommità di Cagliari è la fortezza: la vecchia porta, i vecchi bastioni di bella arenaria giallastra a nido d'ape. Il muro di cinta sale su con un'ampia curvatura, spagnolo, splendido e vertiginoso".

Il Castello è il principale dei quattro quartieri storici della città di Cagliari. Sorge in posizione preminente, su un colle calcareo, a circa cento metri sul livello del mare. Popolarmente il quartiere è indicato senza l'articolo.
I Pisani fondarono questo quartiere nel XIII secolo, lo fortificarono, dotandolo di mura, torri e bastioni e vi trasferirono le sedi del potere civile, militare e religioso dalla decaduta capitale giudicale di Santa Igia. Da allora, sotto ogni dominazione, da quella Pisana (XIII - XIV secolo), a quella Spagnola (XIV - XVIII secolo) e Piemontese (XVIII - XIX secolo), fino al secondo dopoguerra il Castello ha ospitato i palazzi del potere e le residenze nobiliari, tanto da identificarsi con la città, che non a caso in sardo si chiama Castéddu. Al quartiere ancora oggi si accede attraverso le antiche porte medievali, aperte nelle mura che ancora cingono gran parte del perimetro del Castello, isolandolo dal resto della città.
Il Castello ospita attualmente importanti istituzioni, quali la Prefettura e l'aula Consiliare della Provincia di Cagliari nei locali del palazzo Reale, ubicato nella Piazza Palazzo; la Parrocchia del Castello (intitolata a Santa Cecilia); Il Duomo, chiesa principale dell'Arcidiocesi di Cagliari, anch'essa nella Piazza Palazzo. Anche l'Università di Cagliari ha in Castello la sua sede principale, nel palazzo settecentesco che ospita gli uffici del Rettorato.

L'Associazione Culturale O.N.L.U.S. Itzokor, nata nel 2001, è impegnata nella realizzazione di importanti progetti volti alla valorizzazione del Patrimonio Archeologico, Storico, Artistico e Culturale in genere della Sardegna, e alla diffusione della sua conoscenza.
Costituita da studenti, laureati e laureandi degli indirizzi archeologico e storico dell'Università degli Studi di Cagliari, persegue i suoi obiettivi senza scopo di lucro, grazie all'attività assolutamente volontaria dei suoi membri, con il massimo dell'impegno e nel rispetto della più rigorosa attendibilità scientifica.


IL LIBRO
Il nuraghe, originale costruzione megalitica, è il simbolo della Sardegna arcaica. Edificio suggestivo, che conserva tuttora il fascino dell’umanità più antica, non ha precedenti sulla faccia della terra. Alti, possenti, costruiti con grandi blocchi poligonali, a più piani, con corridoi e coperture a ogiva, e con coronamento sulla parte sommitale, i nuraghi impressionano quanti li osservano. Sono circa ottomila, alcuni in stato di conservazione sorprendente, altri, purtroppo la maggior parte, in stato di desolante abbandono. I primi, i più antichi, risalgono al XVII a.C., altri, i più recenti, alla fine del Bronzo, XIII a. C. L’imponenza e la tecnica costruttiva delle strutture ci ricorda gli edifici in pietra di Tirinto, di Micene, di Hattusa, in Asia Minore, così come le grandi tombe a tholos dell’area egea e mediorientale. Quale fu la loro funzione, e come i nuragici modificarono le caratteristiche costruttive delle alte torri? L'autore offre un'analisi dettagliata delle strutture e propone una serie di funzioni legate al periodo, alle necessità e all'ideologia delle comunità che si alternarono nell'impegnativo ruolo di maestri costruttori.

venerdì 1 febbraio 2013

Simbologia e bronzetti nuragici

Simbologia e bronzetti nuragici
di Mauro Atzei.




"Il simbolo è il cuore della vita immaginativa; rivelando i segreti dell'inconscio, ci porta alle motivazioni più nascoste delle nostre azioni".
"Esso traduce lo sforzo dell'uomo per decifrare il proprio destino".
"La percezione del simbolo è personale nel senso che procede dalla persona nella sua interezza".
"Il simbolo sintetizza in un'espressione sensibile tutte le influenze dell'inconscio e della coscienza e le forze istintuali e spirituali sia in conflitto che armonizzanti".

Albrecht Durer – Nemesi

"L'uomo utilizza termini simbolici per rappresentare concetti non pienamente comprensibili o definibili, per tentare di esprimere l'invisibile e l'ineffabile".
(cit. Gerusalemme celeste)

Il mondo nuragico, proprio al termine del suo percorso spirituale animista, ha prodotto, per mano dei migliori artisti fusori del suo popolo e del suo tempo, una quantità impressionante di bronzetti simbolici. I numeri di questa abbondanza non sono certi, poiché tanti pezzi sono ancora dispersi nel mondo. I numeri ufficiali ci dicono di quasi 700 bronzetti conosciuti, comprese le navicelle. Già nel neolitico, tuttavia, nel corso della civiltà della Grande Madre, il simbolo della madre stessa, sotto forma di statuina di terracotta, veniva impugnata dal defunto nella sua sepoltura e in questo stato è stato ritrovato dagli archeologi. Questo atto e rito simbolico è stato interpretato da alcuni studiosi come un auspicio al ritorno nell’aldilà nel ventre della Grande Madre, per una pronta reincarnazione.
Non è del tutto semplice dare un significato a questi piccoli idoli, prima di terracotta e poi di bronzo. Una grossa mano ce la offre tuttavia il fatto che i luoghi di reperimento di questi oggetti simbolici facciano quasi sempre riferimento a luoghi di culto, santuari nuragici dotati di pozzi sacri o presso delle tombe dei giganti. Più raramente dei bronzetti sono stati ritrovati presso Nuraghes o tombe a pozzetto.
E' mia idea, intanto, che il simbolo, nei riti funerari, nel periodo del bronzo o verso la sua fine e verso l’inizio età del ferro, fosse sempre diviso materialmente in due: una parte, o la sua gemella, veniva affidata al defunto e l'altra veniva conservata e custodita dal contraente (in vita) che effettuava il patto simbolico con l'aldilà. Se si trattava di mariti e mogli o loro stessi e i propri figli deceduti ancora piccoli, la parte gemella tornava a ricongiungersi al momento della dipartita riaccostando le due parti e quindi riconoscendone i legami che si erano creati in passato. Sempre che gli officianti il rito, sacerdotesse o sacerdoti ne fossero ancora a conoscenza. il rituale veniva allora rispettato e portato a compimento, salvo imprevisti.
Presso i Greci, per esempio divenne la consuetudine che avrebbe permesso di riconoscere i figli esposti, e rappresentava il concetto del cordone ombelicale del mondo (l’unione tra il cielo e la terra, tra l’anima e il corpo, tra il fisico e il metafisico ecc…)
( cit. Omphalos di Delfi *NATURA*).
Nondimeno, ritengo che non sia stato mai condotto uno studio specifico sui bronzetti gemelli o molto simili o su frammenti combacianti ritrovati in contesti disomogenei in relazione a questo meccanismo rituale.
Il simbolo, presuppone sia l'idea di separazione che quella di riconciliazione. Per Freud esso esprime il desiderio o i conflitti in modo indiretto, figurato e più o meno decifrabile. E' la relazione collegante il contenuto manifesto di parole, pensieri o comportamenti al loro senso latente.
Per Jung il simbolo è un'immagine indicante la natura oscuramente intuita dello Spirito.
Ogni bronzetto sardo, oltre a rappresentare di per stesso una simbologia, esibisce esteriormente un simbolo individuale: le corna, la madre che tiene in grembo un bambino, il saluto, lo scudo, le armi (spade, archi, frecce, faretre), la corda, la nave, gli animali, le launeddas, ecc.
Non avendo intenzione di analizzare per filo e per segno tutte le simbologie, mi limiterei alla prima tra le succitate, giusto per evidenziarne il meccanismo simbolico. Per analogia è possibile trasferirne il senso e i significati su tutti gli elementi simbolici.
Dobbiamo tenere conto altresì, che il simbolo collega all'immagine visibile una parte dell'immagine invisibile, la sua parte volutamente occultata.
La sua comprensione dipende tuttavia, dalla sua percezione diretta da parte della coscienza.
Il simbolo delle corna (il toro): le corna erano già il segno distintivo degli dei di Sumer, quindi dei loro antenati mitici. Se prendiamo per buona la teoria che la schiatta genetica dei sardi del X°-XIII° secolo a.C. fosse loro lontana discendente, o per via diretta o attraverso il mondo accadico, vediamo come la relazione tra il toro, l’antenato mitico e le corna dei bronzetti sia abbastanza stretta.
Non è difficile vedere nel simbolo delle corna in testa al bronzetto, anche il simbolo della mezzaluna o dello spicchio di luna.
Attraverso la luna abbiamo il simbolo della notte, della morte e del sangue. La luna crescente stessa, tuttavia suggerisce di nuovo le corna. Le corna assumono quindi un potere simbolico per la loro connessione col fallo e con il potere creativo del toro. Nella tradizione biblica, le corna o i raggi che si diramano dalla fronte di Mosè vengono dal suo incontro con Dio.
Nella fattispecie, il bronzetto, recante il copricapo con le corna, indica il potere di chi lo porta. Il segno delle corna, così come il ferro di cavallo volto verso l'alto, porta fortuna, fertilità e potere. Le corna richiamano e suggeriscono l'associazione dell'offerente (probabilmente un capo) con il desiderio di fortuna, prosperità, alterità.
Vediamo ora, i principali paradigmi, individuati dagli antropologi, della simbologia delle funzioni del bronzetto, spesso definito “esorcizzante”, nello psichismo degli officianti:
La prima delle funzioni del simbolo è L’ESPLORAZIONE e consente di ottenere la connessione tra un termine noto e il suo uguale ignoto. Ovvero, il tentativo dell’uomo di rappresentare concetti non visibili e quindi psichici, o non pienamente comprensibili con i cinque sensi, con un espressione materiale (il simbolo stesso generato nel bronzo).
La seconda funzione è la SOSTITUZIONE. Ovvero il sostituto del contenuto (la sostanza informale) a cui non è possibile penetrare nella coscienza. Questa funzione rivela il mondo e l’esperienza cosmologica così come viene percepita dall’essere umano. Esso esprime il mondo come viene percepito e vissuto dall'uomo a livello inconscio e intuitivo. Esperienza che, alla fine del processo, non fa altro che rivelargli SE stesso.
La terza funzione è di MEDIAZIONE tra elementi scissi, non ordinati. Ha lo scopo di coordinare le forze opposte e contrarie con le forze a loro antinomiche, controverse. In questo caso, il simbolo, favorisce i passaggi fra i diversi livelli della coscienza, operando come forza equilibratrice.
Quarta funzione: l’UNIFICAZIONE tra i tre livelli dell’esperienza umana sulla Terra; ovvero, inconscio, conscio e sovra conscio (o supercoscienza) Non fa altro che sintetizzare i tre piani del mondo: inferiore, terreste e celeste con le sei direzioni nello spazio: ascendente, discendente, nord, sud, est, ovest. Il simbolo, in questo caso, unifica e collega il mondo con la trascendenza e l’immanenza.
La funzione che mette in relazione intima l’individuo con il suo ambiente sociale è la SOCIALIZZAZIONE. Il clan, la famiglia, dunque “il gruppo sociale” oppure “la casta”, hanno il loro simbolo, e questo assume dei tratti peculiari diversi al mutare delle epoche e delle influenze tra popoli che via via pervengono a contatto.
La sesta funzione è chiamata di RISONANZA. Essa è in stretto rapporto con l’energia intrinseca del simbolo, con la sua vitalità. Ovvero, è attiva ed è strettamente collegata alla vitalità energetica, all'atmosfera spirituale di un'epoca, di un popolo, di una società, di un clan o di un individuo.
In questo caso il simbolo si riveste di potenza evocatrice. La suddetta forza varia a seconda del rapporto tra la coscienza individuale e l’ambiente sociale in cui opera, ed è tanto più forte quanto più in connessione psichica con una determinata psicologia collettiva.
La TRASCENDENZA è la settima funzione. E’ la relazione tra due forze antagoniste che conduce al superamento delle contrapposizioni e all’evoluzione della coscienza, ossia alla loro trascendenza.
Ultima funzione del simbolo è la TRASFORMAZIONE.
Si tratta della fine del processo simbolico del bronzetto, che porta alla trasmutazione dell’energia psichica dell’inconscio nell’obbiettivo di assimilazione e integrazione nell’IO cosciente.