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venerdì 3 settembre 2010

Scoperto un relitto del Bronzo a Devon, in Gran Bretagna



Gran Bretagna, Devon. Scoperto un relitto del Bronzo
Autore: Redazione Archeorivista

Uno dei relitti più antichi del mondo è stato scoperto al largo dalla costa del Devon, (una contea del Regno Unito, che si trova sulla penisola della Cornovaglia), dopo essere rimasto sul fondale marino per circa 3.000 anni. La nave, di evidente tipologia mercantile, al momento del naufragio trasportava un carico di stagno, metallo estremamente prezioso per l’epoca, e centinaia di rudimentali lingotti di rame.
Gli esperti sostengono che la scoperta è “incredibilmente eccitante” e fornisce nuovi elementi di prova riguardo l’estensione e la complessità dei legami commerciali tra la Gran Bretagna e l’Europa continentale durante il Bronzo, nonché la notevole abilità di navigazione della popolazione di questo periodo.
Il rame e lo stagno venivano utilizzati per la fabbricazione del bronzo – che durante quel periodo era il prodotto primario delle lavorazioni e che veniva utilizzato nella fabbricazione, non solo di armi, ma anche di strumenti, utensili, gioielli, ornamenti di vario tipo e anche altri oggetti di uso quotidiano.
Gli archeologi ritengono che il rame, ma forse anche lo stagno, venisse importato in Inghilterra e avesse la sua origine in diversi luoghi di estrazione sparsi in tutta Europa, piuttosto che provenire da un’unica località. Questo dato dimostrerebbe l’esistenza di una complessa rete di percorsi commerciali in tutto il continente europeo. Gli archeologi dell’Università di Oxford stanno svolgendo ora ulteriori analisi chimiche del carico al fine di stabilire le sue esatte origini in termini di miniere di estrazione. Tuttavia, già a una prima valutazione si pensa che il rame provenisse da miniere localizzate nella penisola iberica, nelle aree alpine dell’Europa, e in particolare in quella che oggi è la Svizzera; è possibile inoltre che vi fossero luoghi di estrazione in Francia, nel Massif Central, o addirittura in Austria.
L’importanza della scoperta risiede anche nel fatto che è la prima volta che vengono trovati in Gran Bretagna dei lingotti di stagno risalenti a questo periodo. Questa è una scoperta che potrebbe supportare la teoria secondo la quale lo stagno all’epoca veniva estratto nel sud ovest della Gran Bretagna. Se così non fosse, allora è probabile che provenisse anch’esso dalla penisola iberica o dalla Germania orientale.
Il relitto è stato trovato a 300 metri dalla costa, su un fondale di circa dieci metri, in una baia vicino Salcombe, nel Devon meridionale, da un team di archeologi subacquei dilettanti che fanno parte del South West Maritime Archaeological Group.
In totale, sono stati recuperati circa 295 reperti, per lo più pani di metallo, che raggiungono un peso totale di oltre 84 kg. Il carico recuperato include 259 lingotti di rame e 27 di stagno. E’ stata trovata anche una spada di bronzo, due oggetti in pietra che potrebbero essere proiettili da fionda e tre torques d’oro o braccialetti.
La squadra di ricercatori deve ancora portare alla luce i resti dello scafo, ammesso che siano sopravvissuti fino ad oggi e non siano stati invece cancellati dal tempo e dalla corrosione. Tuttavia, gli esperti ritengono che il relitto fosse lungo circa 13,5 metri e largo fino a un massimo di circa 2 metri; si pensa che sia stato costruito con delle tavole di quercia unite tra loro, oppure con una struttura in legno ancorata a una rudimentale chiglia. L’ equipaggio doveva essere di circa 15 persone e assicurava la propulsione mediante pagaie o rudimentali remi.
Gli archeologi ritengono che questo modello di imbarcazione, per quanto apparentemente rudimentale, fosse tranquillamente in grado di attraversare il Canale della Manica tra Devon e la Francia, collegando in questo modo l’isola con le diverse reti commerciali europee, ed evitando inoltre di dover viaggiare lungo la costa per andare a utilizzare il passaggio tra le moderne Dover e Calais, che permette di passare il Canale in un punto più stretto.
Anche se il carico della nave veniva da lontano cioè dall’ Europa meridionale, è improbabile che il viaggio si svolgesse tutto a bordo della stessa imbarcazione, ma veniva piuttosto compiuto attraverso vari tratti costieri di breve durata grazie all’utilizzo di una serie di barche differenti.
Il sito del relitto si trova in un fondale chiamato Wash Gully; a terra vi sono ampie tracce di campi coltivati in età preistorica e di capanne dell’età del Bronzo, e si ritiene che la nave sia probabilmente affondata durante il tentativo di prendere terra per raggiungere questi insediamenti, oppure durante un passaggio in navigazione lungo la costa. Quest’ultima è notoriamente infida ed è anche presente nelle vicinanze una scogliera sommersa, che potrebbe aver causato l’affondamento della nave.
Il lavoro di recupero del carico del relitto ha avuto luogo tra febbraio e novembre del 2009, ma la scoperta non è stata annunciata fino all’appuntamento con l’ “International Shipwreck Conference” che si è tenuta a Plymouth.
I ritrovamenti sono stati segnalati sia all’ “English Heritage” che al “Receiver of Wreck”, gli enti che amministrano tutti i ritrovamenti subacquei che avvengono nelle acque della Gran Bretagna. I reperti recuperati verranno consegnati al British Museum nel corso del mese di marzo 2010. Essi saranno valutati in modo indipendente e il Museo pagherà alla squadra il premio di rinvenimento.
Mick Palmer, il Presidente del “South West Maritime Archaeological Group”, ha detto: “per le isole britanniche questa scoperta è estremamente importante. Questa era una nave da trasporto di grande scala. Laggiù c’è molto di più e quindi proseguiremo certamente nelle nostre ricerche. Prevediamo con fiducia che verrà trovato ancora altro”.

Dave Parham, docente di archeologia marina presso l’ Università di Bournemouth e membro del team, ha detto: “È come se stessimo vedendo un documentario sul commercio dell’epoca. Nello studio delle antiche merci che venivano trasportate oltre Manica stiamo vivendo una fase nuova: non siamo infatti limitati allo studio di quelle trovate stoccate in qualche deposito disperso sul territorio, ma stiamo esaminando questi materiali direttamente sulla barca che li trasportava”.
“Tutto ciò che era sulla nave è affondato con essa è giace da qualche sui quei fondali. Questa nave è quella che oggi potremo chiamare un portarinfusa. Trasportava grandi quantitativi di ciò che per quell’epoca erano importanti materie prime.”
Il Dr Peter Northover, uno scienziato che lavora presso l’Università di Oxford, ha analizzato il ritrovamento e ha affermato: “Questo carico raggruppa i prodotti nativi di una moltitudine di paesi, localizzati in tutta l’ Europa, lungo la costa atlantica e nell’ entroterra; è quindi il risultato di una combinazione dei luoghi e mostra la grande diversità di fonti realizzata dal commercio dell’epoca”.
“I commercianti di metallo e gli artigiani che lo lavoravano scambiavano tra loro partite di metallo. Esso veniva trasportato attraverso vari passaggi, movendosi lungo le varie reti di collegamento esistenti in Europa e in Gran Bretagna; lo scambio di metallo avveniva come e quando ce n’era bisogno, secondo una ben precisa richiesta del mercato”.
Il dottor Stuart Needham, un archeologo che studia l’Età del bronzo, ha detto: “Tutto questo è davvero emozionante. Tutti sanno che l’uomo sta esplorando la terra da tempi quasi immemorabili, ma penso che la gente resterà sorpresa nel sapere che questi uomini erano già perfettamente in grado di affrontare le vie del mare a quell’epoca, andando su e giù per la costa atlantica, e addirittura attraversando la Manica. È palese che vi fosse un complesso reticolo di interazioni commerciali attivo in tutta Europa durante tutto quel periodo. Molte merci venivano trasportate via terra, ma è probabile che, già in questa fase storica, vi fossero delle reti di scambi marittimi piuttosto sofisticate con imbarcazioni che muovevano su rotte precise e guidate da esperti navigatori – persone in grado di leggere le maree e le stelle, che non uscivano certo in mare casualmente come se stessero per andare a pesca. L’esistenza di individui specializzati in questo settore, in grado di solcare le acque dell’Atlantico, rende realistica la possibilità che essi effettuassero una raccolta organizzata di materiali e materie prime in vari luoghi, creando poi dei punti di stoccaggio collocate lungo la costa. Sempre secondo Needham “Il cardine di questa rete di scambi potrebbe essere stata una flottiglia di piccole navi che intraprendevano brevi viaggi lungo costa. Ciò non esclude naturalmente che esistessero all’ epoca navi e uomini che intraprendere viaggi più lunghi, come appunto quello di cui stiamo studiando il naufragio”.
Un’altra nave del Bronzo era stata trovata precedentemente nei pressi di Salcombe, ma dal relitto erano stati recuperati soltanto 53 reperti. Altri otto oggetti, sempre risalenti all’Età del bronzo, sono stati recuperati in un terzo sito sommerso, nelle vicinanze, e ciò indica la possibile esistenza in quel tratto di mare di un altro relitto coevo.
L’unico altro relitto dell’ Età del Bronzo trovato nel Regno Unito venne scoperto sulla terraferma, o meglio sul bagnasciuga, a Dover and North Ferriby, sull’Humber. Ben Roberts, specialista dell’archeologia di quel periodo al British Museum, parlando del relitto di recente scoperta ha sostenuto: “è un ritrovamento incredibilmente stimolante dal punto di vista scientifico e quello che abbiamo qui è davvero una eccellente testimonianza delle antiche pratiche di commercio. Non siamo a conoscenza di molti siti di questo tipo e la possibilità di studiare questo è una vera rarità. È infatti quasi impossibile riuscire a scoprire tracce di questo tipo di attività colte nell’atto dello svolgimento, ossia del trasporto. È probabile che su queste imbarcazioni che attraversavano il Canale ci fossero anche degli animali e passeggeri”.
http://www.archeorivista.it/003535_gran-bretagna-devon-scoperto-un-relitto-dell-eta-del-bronzo-2/

giovedì 2 settembre 2010

In Galilea trovata dagli archeologi una grotta del mesolitico con 300 kg di carne.


Israele, Sakhnin. Scoperto il sito di un banchetto rituale di 12.000 anni or sono
di Martina Calogero


In una grotta della Galilea, vicino a Hilazon Cave, nei pressi di Sakhnin, è venuto alla luce un sito archeologico che conserva un banchetto rituale di 12 mila anni fa. Gli esperti hanno ricostruito la storia del banchetto che probabilmente era una specie di grande rituale funerario. Quest’epoca si contraddistingue per la nascita dell’agricoltura che cambiò radicalmente la vita dei popoli da nomade a sedentaria. Questa trasformazione passò attraverso rituali e riti collettivi che accompagnarono il passaggio da una vita forastica a una legata all’agricoltura.
L’equipe della Hebrew University, diretta dal dottor Leore Grosman, ha ritrovato i resti di questa festa funebre allestita da membri Natufiani (http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2010/05/popoli-del-mare.html)(http://pierluigimontalbano.blogspot.com/2010/06/natufiani-e-neolitici-si-incontrarono.html), una civiltà preistorica che abitò la regione dell’Est. Sembra che il banchetto sia stato organizzato per la morte di una sciamana e, oltre al suo corpo, contiene cinquanta carapaci compelti (tartarughe) e parti del corpo di animali selvatici come aquile, cinghiali, leopardi, martore, mucche e un piede umano.
Per Grosman e i suoi colleghi, la professoressa Anna Belfer-Cohen dell’Istituto di Archeologia della Hebrew University, e la dottoressa Natalie D. Munro dell’Università del Connecticut, la tomba rappresenta una rara opportunità per studiare i cambiamenti ideologici che hanno accompagnato quelli sociali ed economici. La tomba contiene trecento chili di carne: le tartarughe da sole sarebbero bastate per sfamare 35 persone. Inoltre, la festa funeraria è parte degli apparati di una nuova cultura, sviluppatasi facilmente con l’aiuto del passaggio a un nuovo tipo di vita. Infatti, in quel periodo le relazioni tra individui e società allargata si stabilizzano e si passa ai nuclei familiari.
Secondo Grosman, questa popolazione è la prima che usa i cimiteri, testimonianza della sedentarietà di un popolo. I membri del popolo dei Natufiani hanno vissuto a cavallo tra Neolitico e Paleolitico: per questo motivo, ci aiutano a comprendere meglio di altri questa grande trasformazione.

Nell'immagine, di Sara Montalbano, una stratigrafia degli scavi a Tharros.

Link dell'articolo: http://www.archeorivista.it/005367_israele-sakhnin-scoperto-il-sito-di-un-banchetto-rituale-di-12-000-anni-or-sono/

Cipro e il rame di Alfonso Stiglitz


A breve inserirò un lavoro sulla metallurgia e ho trovato questo interessante contributo dell'archeologo Stiglitz che offre una visione sintetica utile ad inquadrare la problematica.

Cipro e il rame
di Alfonso Stiglitz

Cipro è l’isola del rame per eccellenza, tanto da prenderne anche il nome. I suoi giacimenti sono indubbiamente i maggiori del Mediterraneo. In Sardegna è abbastanza diffuso ma non altrettanto facile da estrarre. A ciò vanno aggiunte le capacità tecniche e, ovviamente, la percezione che di una risorsa si ha. Il fatto che in Sardegna si trovi grande quantità di rame cipriota sottoforma di lingotto ox-hide (a forma di pelle di bue) ci dice che questa risorsa fosse richiesta; bisogna capire se per una minore estraibilità di quello sardo, di una minore capacità tecnica o se, e il che è possibile, quello cipriota fosse ritenuto migliore e, quindi più prestigioso (che poi lo fosse effettivamente o meno è un altro discorso, quello che conta è la percezione che allora se ne aveva).
La provenienza di questo rame da Cipro non è l’unico elemento, perché contemporaneamente troviamo in Sardegna oggetti ciprioti e, soprattutto, strumenti da metallurgo ciprioti. Allo stesso tempo vediamo comparire, nel bronzo finale, in Sardegna nuove tecniche di lavorazione, come la cera persa, che diventa uno degli elementi chiave della metallurgia nuragica. Questo fa pensare ad alcune cose, la prima è la presenza di metallurghi ciprioti, che nei rapidi cambi di situazione storico-politica ed economica nel Mediterraneo occidentale, cercano nuovi mercati per il loro lavoro e lo trovano all’interno di rotte già note da tempo; vedi la presenza di materiali micenei sino nella Spagna e di materiali nuragici sino a Creta. In secondo luogo ci fa pensare a quali fossero i beni dati in cambio dai nuragici che potessero interessare i ciprioti: personalmente, ma non sono il solo, individuo l’argento e lo stagno come beni primari di cui i ciprioti, con la nuova situazione creatasi, avevano bisogno, e forse anche il ferro. L’argento è il ferro sono risorse ampiamente presenti in Sardegna. Per lo stagno il discorso è un po’ più complesso. E’ noto che in Sardegna c’è qualche giacimento di cassiterite (il principale minerale stannifero) ma è in forte discussione l’effettivo utilizzo nell’età del Bronzo. Per il primo Ferro (intorno al IX-VIII a.C.) alcune analisi su dei lingotti di stagno provenienti da un possibile (ma non certo) relitto forse nuragico dalla marina di Arbus, hanno dato una compatibilità con la cassiterite dell’area di Villacidro (analisi di G.M. Ingo), analisi che però non convincono altri studiosi. Una attestazione simile si ha per reperti punici da Tharros. Comunque sia i giacimenti sardi sono poca cosa e non tali da richiamare grande attenzione da parte, ad es., dei ciprioti; e allora? Riteniamo sulla base del complesso quadro dei reperti di importazione trovati in Sardegna e dei reperti sardi trovati in tutto il Mediterraneo occidentale, che la Sardegna nuragica abbia svolto un’azione di mediazione tra i mercati villanoviani e iberici e quelli siciliani e del mediterraneo orientale. In altre parole ipotizziamo che i ciprioti e i levantini in generale abbiano ricevuto, in cambio del rame e degli altri oggetti di prestigio, oltre all’argento anche lo stagno proveniente dai giacimenti, decisamente ricchi, della Toscana (area di Populonia) e dell’Iberia (lingotti di stagno iberico sono stati trovato sulle coste israeliane) e che i nuragici a loro volta ricercavano per i loro prodotti in bronzo. Mentre l’argento è praticamente ignorato dai nuragici e il ferro poco usato. Questo è il quadro sul quale si sta lavorando; un quadro molto complesso, soprattutto per la quantità e la qualità di dati da analizzare.

Nell'immagine un lingotto in rame, del tipo ox-hide, conservato al Museo di Cagliari

Tharros, tomba del re.


Tharros, i segreti della tomba del re

PATRIZIA MOCCI
San Giovanni di Sinis. Una stretta scala d'accesso consente di entrare in un vano dotato di banconi. Il gioiello che non ti aspetti è nascosto tra i cespugli di macchia mediterranea, nella necropoli meridionale di Tharros. A pochi passi lo splendido mare di Capo San Marco, punta estrema di San Giovanni di Sinis. Il nome la dice lunga: La tomba del re, e fa pensare alla sepoltura di un personaggio importante che poteva permettersi un monumento. Con tanto di corredo e oggetti preziosi, tutti spariti chissà dove: lo sconosciuto scopritore di questa sepoltura monumentale fu, infatti, un tombarolo che si è appropriato di quanto trovato all'interno. In altre parole nessuno scavo, ufficiale, ha consentito di portare alla luce un simile gioiello dell'archeologia, ma solo il lavoro di un anonimo appassionato, che magari poteva essere interessato più al valore
Di questa preziosa testimonianza, finora l'unica venuta alla luce, si sa poco o nulla. Se non che sorge all'interno di quella porzione di necropoli racchiusa in un giardino privato verso Capo San Marco, fuori dal sito archeologico di Tharros (gestito dalla cooperativa Penisola del Sinis). «Si tratta di una tomba inedita e non inserita nei percorsi guidati all'interno del sito: finora nessuno studioso si è mai preso la briga di andare a fondo per scoprire qualcosa di più su questa tomba particolarissima, di cui è stata pubblicata una foto, con disegno e rilievo» spiega l'archeologa Carla Del Vais, direttore scientifico del museo civico di Cabras. «Ora, però, stiamo cominciando a interessarci; siamo convinti che può rivelare elementi significativi per conoscere meglio Tharros». Che aveva una vasta necropoli, tanto che si ipotizza l'esistenza di due centri abitati con due diverse necropoli sorte nelle periferie.
Se invece la città era unica la necropoli si articolava in due zone distinte: una a nord e una a sud rispetto al nucleo. Solo ipotesi che attendono di trovare riscontri: «La zona delle tombe è vastissima, dalla base di San Giovanni fino a Capo San Marco» dice ancora l'archeologa Del Vais. «Solo una minima parte è stata scavata e gran parte degli scavi risalgono all'Ottocento, con gli interventi del canonico Spano e degli archeologi Cara e Nissardi. Tutti i reperti delle grandi collezioni oristanesi e di Cabras arrivano dalla necropoli meridionale. Sono succeduti, purtroppo, anni di violazioni continue. ». Diverse le fasi di sepoltura: «La prima, dal VII al VI secolo avanti Cristo, prevedeva il sistema a incinerazione fenicio con fosse ovali, scavate nella terra o nella roccia, completate dal corredo funerario fatto di ceramiche e oggetti di ornamento. La seconda fase, quella punica, con tombe a camera scavate nella roccia, dotate di vano con accesso gradinato. Questo tipo di sepoltura custodiva un tesoro se si pensa che gli ori di Tharros arrivano proprio da queste tombe».
Sulla necropoli da qualche anno si sta soffermando l'interesse degli studiosi. Nei giorni scorsi è terminata la seconda campagna di scavi nella parte settentrionale grazie alla collaborazione fra il Dipartimento di scienze archeologiche e storico-artistiche dell'università di Cagliari e l'università di Bologna. «Gli studenti hanno lavorato per diverse settimane in questa parte della necropoli poco conosciuta che si sviluppa nella fascia costiera dalla zona del centro visite dell'Area marina Sinis-Maldiventre fino all'ultimo lembo di spiaggia. Quest'anno abbiamo raccolto elementi sulle tombe inviolate e dati sui rituali: come erano disposti i materiali e i defunti. Nella deposizione primaria il defunto veniva incinerato altrove e poi sistemato nella tomba con il corredo ceramico e gli oggetti personali. Dell'età punica abbiamo meno indicazioni, ma abbiamo trovato tracce di bare lignee e resti di chiodi».
Nell'immagine uno scorcio dei ruderi di Tharros.
fonte
http://edicola.unionesarda.it/Corrente/GiornaleGratis.aspx?ty=login&returnurl=http%3a%2f%2fedicola.unionesarda.it%2fCorrente%2fArticolo.aspx%3fData%3d20100901%26Categ%3d28%26Voce%3d9%26IdArticolo%3d2495404

mercoledì 1 settembre 2010

Shardana


Il mistero degli Shardana.

Articolo dell’Unione Sarda del 28 Agosto 1998


Una delegazione di studiosi dell'Università di Haifa - guidata dal direttore della facoltà di archeologia Adam Zartal e da Michael Heltzer, un esperto delle epoche del bronzo e del ferro - sarà nei prossimi giorni in Sardegna per studiare i nuraghi e cercare tracce degli Shardana, un antico popolo di guerrieri menzionato nei papiri dei faraoni egiziani. La visita, ha spiegato Zartal, avviene nel contesto della cooperazione scientifica fra il suo ateneo e la Università di Cagliari iniziata alcuni anni fa con la scoperta ad El-Ahwat, sul monte Carmelo, di una struttura unica nel suo genere nel Medio Oriente che non poteva essere catalogata altrimenti che «una specie di nuraghe». Gli studiosi israeliani ipotizzano che El-Ahwat fosse un bastione eretto da guerrieri Shardana. Qualche tempo fa in un'altura tra Haifa e Tel Aviv, venne riportata alla luce una cittadella - fortificata intorno al 1150 a.C. - con caratteristiche molto simili ad un villaggio nuragico. E s'è riacceso l'interesse di storici e archeologi sui rapporti instauratisi agli albori della civiltà (e più precisamente alla fine del bronzo) tra i sardi e i popoli che abitarono il Medio Oriente e l'Africa Mediterranea. Tutti i ricercatori sembrano concordare sul fatto che la cittadella di El- Ahwat, forse, è opera degli Shardana o comunque di popoli che assimilarono la loro cultura, posto che le emergenze architettoniche (i vani circolari collegati a corridoi e la struttura della volta) fanno pensare ad un forte influsso della civiltà nuragica.
Ma chi erano gli Shardana? Da dove venivano?
Ripercorriamo il tragitto attraverso le fonti letterarie classiche. L'espressione Shardana compare per la prima volta in una serie di documenti egizi - tra il XIV e il IX a.C. - che comprendono anche una lettera, in lingua babilonese, inviata dal principe di Byblos Rib-Adi al faraone Amenhopte III. In particolare il termine si trova in una narrazione dello scriba egiziano Pentaur, vissuto intorno al XIV a.C., il quale, celebrando la vittoria riportata dal faraone Ramesse II sui popoli dell'Asia Minore (nella cruenta battaglia di Kadesh sui Khetas), ricorda - tra i prigionieri – gli Shardana del mare o Shardana dal cuore ribelle .Questi vengono menzionati anche ai tempi di Seti I e compaiono nei geroglifici del tempio di Karnak tra i popoli che assalirono l'Egitto da Occidente e che vennero sconfitti dal faraone Meremphtat I, figlio di Ramesse II. Successivamente gli Shardana figurarono nei rilievi e nelle iscrizioni del tempio di Medinet Habu, che narrano le vittorie di Ramesse III, e poi nella relazione di imprese di questo faraone contenuta nel papiro Harris e nelle iscrizioni risalenti all'epoca di Ramesse IX e di Osorquon II. Nel complesso, attraverso l'esame delle fonti letterarie più antiche, gli Shardana appaiono talvolta come nemici e talvolta come mercenari degli egiziani. In particolare, arruolati al servizio dei faraoni (furono inclusi persino nei corpi di guardia di Ramesse II), gli Shardana costituirono un corpo scelto di mercenari coraggiosi che partecipa alle guerre dell'Egitto contro i popoli dell'Asia Minore e che, in tempo di pace, risiede stabilmente con le proprie famiglie in accampamenti dislocati sulle rive del Nilo: tra il XII e XI a.C. gli Shardana hanno la loro massima consistenza numerica. Il loro armamento era costituito da un gonnellino corto, un elmo a calotta munito di due lunghe corna, una corazza di cuoio e metallo, uno scudo rotondo, una lancia o giavellotto e la pesante spada di bronzo. Come nemici, invece, gli Shardana vengono annoverati tra i popoli nordici (rispetto all'Egitto s'intende) delle isole, irrequieti, che infestavano le vie marittime e le imboccature dei porti: dunque tra quei popoli che, come si è detto, tentarono di invadere l'Egitto da Occidente ai tempi di Amenophe e da Settentrione sotto il Regno di Ramesse III.
Chi erano in effetti questi misteriosi aggressori dell'Egitto? Da quali terre venivano?
Gli studiosi di scuola francese che nel secolo scorso si occuparono del tema (il Lieblein, lo Chabas il Visconte de Rougé) hanno riconosciuto negli Shardana i sardi. E ciò anche sulla base di affinità iconografiche tra le rappresentazioni egiziane e i guerrieri nuragici raffigurati nei bronzetti. Altri studiosi hanno evidenziato similitudini etniche, biologiche e persino caratteriali. Si tratta comunque di ipotesi che dovranno essere sottoposte al vaglio scientifico della critica storica. Gli Shardana furono travolti da popoli più forti, più omogenei e più risoluti. Tagliati fuori dal ruolo di protagonisti, divennero - sulla scena del Mediterraneo - semplici comparse per poi, dopo molti secoli di declino, perduta anche l'antica libertà, essere ridotti a popolo privo di entità nazionale, proprio mentre in Europa venivano a formarsi ed a consolidarsi i grandi Stati Nazionali.

http://edicola.unionesarda.it/Articolo.aspx?Data=19980826&Categ=7&Voce=1&IdArticolo=269353
Nell'immagine alcune navicelle nuragiche esposte al Museo di Cagliari

lunedì 30 agosto 2010

Navi fenicie e puniche - Marco Bonino


Navi fenicie e puniche
di Marco Bonino

Sono stati rinvenuti alcuni relitti, che permettono di inquadrare alcuni aspetti tecnici delle imbarcazioni mediterranee orientali e puniche. Gli scafi arcaici, fin dal Bronzo, erano costruiti a partire dal guscio di fasciame, che era realizzato mediante tavole sagomate e piegate, cucite con legature. Solo dopo avere ottenuto la forma del guscio, si inserivano le strutture interne per garantire la forma e la consistenza dello scafo. A partire dal XIV a.C. le legature fatte di funicelle cominciarono ad essere sostituite da linguette di legno fermate da cavicchi: un miglioramento del sistema di fissaggio, che non cambiava la concezione del guscio portante, ma ne migliorava la robustezza. Nel passaggio dalle legature ai fermi, che diverranno comuni nel periodo classico e romano, sta uno degli argomenti maggiormente dibattuti e studiati dall’archeologia navale. Abbiamo citazioni da parte di Omero, che nell’Iliade ricorda le cuciture (II, 139) e nell’Odissea le biette (V, 240): siamo attorno al IX a.C.; la documentazione archeologica conferma che il cambiamento della tecnica fu un processo lento, che si protrasse fino a tutto il V a.C. con soluzioni miste (da Mazarron in Spagna, del VII a.C., ai relitti del V a.C. di Gela, Marsiglia, Magam el Michael in Israele). In questo processo probabilmente i Punici ebbero una parte, come ci dice Catone il Censore (L’agricoltura, XVIII, 9), quando chiama poenicanum coagmentum (assemblaggio punico) la giunzione con il sistema delle biette fermate da cavicchi, o tenoni e mortase. Si deve supporre che le costruzioni navali fenicie avessero seguito questo percorso, ma non abbiamo la possibilità di attribuire una nazionalità precisa ai relitti. La scarsezza delle nostre conoscenze non ci permette perciò di confermare la teoria secondo cui le navi fenicie fossero superiori alle altre (egizie in particolare) perché avevano la chiglia piuttosto che il fondo piatto. Il relitto di Ulu Burun mostra la presenza di chiglia nel XIV a.C. ma nulla possiamo dire sulla sua nazionalità: poteva essere cipriota, dell’Asia Minore, cretese, egea, siriana o fenicia: il carico di pani di rame e di vasellame non dà indicazioni sul luogo di costruzione. Le prime immagini abbastanza leggibili di navi della zona siro-palestinese (e quindi anche fenicia) provengono dall’Egitto del Nuovo Regno e sono affreschi tebani della metà del XV a.C. Sono immagini generiche, ma il loro autore ha voluto annotare alcuni dettagli non egiziani, come i dritti verticali, la coffa sull’albero, una balaustra che pare a graticcio, ma gli altri elementi non si distinguono molto da quelli delle navi egizie: forse non era facile neppure allora distinguere i tipi diversi di navi. Sempre nel Nuovo Regno, le navi dei bassorilievi della tomba della regina Hatscepsut, che narrano le spedizioni nel Punt (Corno d’Africa), e che appaiono “tipicamente” egizie, erano chiamate navi di Biblo. Più tardi il rilievo di Medinet Habu, del tempio funerario di Ramesse III (circa 1180 a.C.), mostra le navi dei Popoli del Mare, che erano diverse da quelle egizie ed a più riprese sono state attribuite a vari popoli mediterranei, tra cui Shardana e Filistei; è proponibile una loro collocazione mediterranea grazie all’analogia con modelli e raffigurazioni micenee, cipriote e sarde. In seguito abbiamo le serie di modelli in terracotta ciprioti e fenici, databili dall’ VIII al V a.C. che illustrano forme diverse di barche e navi a vela ed a remi; tali modelli probabilmente erano offerte votive alle divinità e in alcuni casi confermano le forme rotonde e simmetriche, con i dritti alti e a volte rientranti, che si sono viste negli affreschi egizi. Dall’VIII a.C. provengono le raffigurazioni più note: i bassorilievi del palazzo di Sennacherib a Ninive e di Sargon a Korsabad, ove compaiono navi a due file di remi, con e senza sperone e navi mercantili ad estremità simmetriche, con e senza remi e con la prua ornata da una scultura a forma di testa di cavallo. Ma questi bassorilievi sono stati eseguiti generalmente non per descrivere le navi, ma per ricordare un fatto storico, inoltre in essi mancano la prospettiva e le proporzioni tra le parti e questo rende difficile proporre ipotesi di ricostruzione tecnicamente coerenti. Alcuni dei modelli votivi di terracotta provenienti dall’area mediterranea orientale, da Cipro all’Egitto e databili dal VII al V a.C., ci danno alcune indicazioni per questo periodo, per noi ancora incerto, di passaggio dalla bireme alla trireme (Erodoto, II, 159). Sono fasi simili a quelle percorse dalla marineria greca, ma con risultati diversi, come confermato dalle fonti letterarie e dalle più recenti monete di Arado e di Sidone (V-IV a.C.). Durante le guerre persiane le navi fenicie a remi erano pontate e più massicce di quelle greche (Erodoto, VII, 184; Plutarco, Temistocle, XIV, 2) e questo ha fatto supporre, tra le altre ipotesi, che in esse fossero impiegati più rematori per ciascun remo: su questo principio si ebbe lo sviluppo delle altre poliremi: le tetreri (quadriremi) e le penteri (quinqueremi), nel IV a.C. Si arriva alle soglie delle guerre puniche attraverso continui aggiornamenti delle navi a remi, dai pentekonteri alle poliremi, che hanno interessato sia il campo cartaginese, sia quello romano, sullo sfondo del grande sviluppo delle navi a remi di ambito ellenistico; i bassorilievi, i graffiti e le monete ci danno alcuni suggerimenti su questi passaggi in modo più realistico dei secoli precedenti, mentre gli scritti degli storici, pur essendo abbastanza dettagliati (Diodoro, Polibio e Livio), danno informazioni tecniche che vorremmo più precise. Le grandi linee di questa evoluzione, tra il V e il III a.C. possono essere riassunte con l’introduzione della pentere e della tetrere da parte dei Siracusani di Dioniso I, presto imitati dai Cartaginesi, i quali svilupparono ulteriormente queste imbarcazioni, tanto che la tetrere fu poi considerata una loro peculiarità. All’inizio della prima guerra punica la flotta cartaginese era composta da triremi, quadriremi e quinqueremi, mentre quella romana solo da triremi. Roma dovette sopperire all’inferiorità dovuta alla mancanza di quinqueremi, e Polibio racconta che i Romani presero a modello una quinquereme catturata ai Cartaginesi. Il racconto lascia molti dubbi, perché al primo scontro tra le due flotte la quinquereme romana era più lenta di quella cartaginese e quindi non poteva essere una sua copia. Certo i Romani non dovevano essere così sprovveduti da sbagliarsi: avevano quindi privilegiato l’esigenza tattica di imbarcare un numero maggiore di armati. Per una decina d’anni (dal 260 al 249 a.C.) non vi furono cambiamenti sostanziali: dopo la battaglia di Trapani e l’assedio di Lilibeo, le prestazioni della quadrireme di Annibale Rodio suggerivano ai Romani il cambiamento delle quinqueremi per ottenerne migliori qualità nautiche: con la nuova versione vinsero la battaglia finale, alle Egadi nel 241 a.C. e tali quinqueremi furono da allora raffigurate sulle monete romane. Quale sia stato il cambiamento è oggetto di ipotesi: probabilmente si passò da due a tre file di remi, per ottenere scafi più stretti e l’appartenenza della quadrireme di Annibale Rodio alla tradizione rodia-ellenistica pare confermarlo. Le navi mercantili non hanno avuto la stessa fortuna letteraria e figurativa, per cui è più difficile delinearne sia le fasi evolutive che la loro natura. Sono stati ricordati, tra i tipi navali mercantili di origine e tradizione fenicia, i gauloi e gli hippoi: il primo termine fu forse generico per qualsiasi nave mercantile di origine fenicia (Erodoto, III, 136, 1; VI, 17; VIII, 97, 1), le cui sole caratteristiche distintive potevano essere la capacità e la rotondità dello scafo. Il secondo termine in origine definiva navi che avevano una testa di cavallo scolpita a prua e, in alcuni casi, a poppa e per questo è stato attribuito giustamente ai tipi scolpiti nel palazzo di Sargon a Korsabad; le fonti letterarie sono più tarde e si riferiscono a tipi presenti nel Mediterraneo occidentale, forse una tradizione punica rimasta nelle vicinanze di Cadice (Strabone, II, 3. 4; Plinio, Storia naturale VII, 57). Ma come fossero state esattamente queste navi non è dato di sapere con precisione: nel V-IV a.C. nel Mediterraneo le navi mercantili subivano il passaggio definitivo dalla tecnica arcaica a quella classica, con un aumento delle dimensioni, documentato, ad esempio, dall’affresco della Tomba della Nave di Tarquinia e da alcune delle raffigurazione del tophet di Cartagine. L’unico elemento certo relativo alle tecniche costruttive puniche è dato dai segni alfabetici dipinti dai costruttori sullo scafo della nave di Marsala: sono segni di riferimento per allineare e montare correttamente le strutture sul guscio portante. La nave, ora esposta al Museo del Baglio Anselmi di Marsala, è stata interpretata come nave a remi, ma non ci sono prove in merito: è molto probabilmente legata ad uno degli eventi bellici delle prima guerra punica, dall’assedio di Lilibeo, alla battaglia di Trapani, a quella delle Egadi, ma la forma e la profondità della carena sono più adatte ad una nave a vela che ad una nave a remi e non sono stati rinvenuti elementi del sistema di voga. Certo la leggerezza delle strutture può suggerire un sistema misto, ma con i documenti a disposizione questo non può essere stabilito. La cosiddetta nave sorella, di cui è ricostruito il dritto di prua al Museo del Baglio Anselmi, poteva essere una nave a remi, certamente diversa dalla precedente e con un tagliamare a prua ma lo stato del relitto non ci permette di ricostruirne il tipo.

Nell'immagine navi in un affresco ad Akrotiri.
Link: http://users.libero.it/haris/Mykonos_Santorini/Thira/pix/Akrotiri/source/fresque-navires2b.htm

Il popolo di bronzo - Angela Demontis


Il popolo di bronzo
Tratto dal libro di Angela Demontis


Potrebbe capitarvi, in giro per la Sardegna, di imbattervi in una mostra itinerante presso i musei nella quale un’artista sarda, Angela Demontis, ha riprodotto l’abbigliamento dei bronzetti nuragici, dando ai modelli proporzioni umane, così da offrire ai visitatori le meraviglie e i segreti rimasti per secoli nello scrigno delle nostre nonne. I personaggi prendono vita e nella ricomposizione della società antica, uomini e donne di diverso ceto e mestiere, si offrono in visione, costituendo uno spaccato di vita vissuta dell’età del Ferro, strizzando l’occhio ai leggendari guerrieri dell’epoca del Bronzo, quando i temibili spadaccini shardana costituivano la guardia reale del faraone Ramesse.
Lo studio dell’esercito di bronzo ci mostra come dovevano essere abbigliate le persone in epoca nuragica, come una sorta di scatti fotografici dell’epoca. Attraverso l’analisi delle incantevoli statuette esposte nei musei si acquisiscono informazioni sul gusto estetico e sull’articolazione della società.
Il costume doveva essere identificabile da lontano e caratterizzava un gruppo etnico, lo stato sociale o il mestiere praticato. In alcuni casi è possibile notare analogie in abiti, armi o accessori, che testimoniano uno scambio culturale fra popoli diversi. Già Lilliu, nel 1966 nella sua opera “Sculture della Sardegna Nuragica” evidenziava le diverse influenze culturali e le specificità delle tribù.
Le statuette femminili raffigurano donne coperte dalla testa ai piedi con lunghe tuniche e mantelli, mentre gli uomini vestono abiti corti e indossano spesso bandoliere che sostengono pugnaletti ad elsa gammata. Lo studio delle armi acquisisce importanza per capire il ruolo dei personaggi. Allo stesso modo, il cromatismo simbolico ancora persistente nelle produzioni artigianali della tradizione sarda e gli affreschi che rappresentano personaggi dell’Etruria (in particolare a Tarquinia) mostrano le strette relazioni fra antichi sardi ed etruschi.
Altro elemento caratteristico della mostra è costituito dai copricapo maschili e femminili, di varie fogge e colori, nonché le acconciature che fuoriescono e mostrano una cura nei dettagli che suggerisce una maestria tecnica difficilmente raggiungibile anche ai nostri giorni.
Fra le rappresentazioni a grandezza naturale confezionate dalla Demontis, sono rimasto affascinato da tre personaggi: l’arciere che presenta l’arco di tipo piatto come nelle statue in arenaria e la placca pettorale di protezione, il “guerriero di Uta” e, pur non essendo rappresentato fra i modelli della mostra, il “pugilatore di Dorgali” (visibile nell'immagine), ambedue rappresentati anche nella grande statuaria in pietra di Monte Prama, pur se il primo è di difficile interpretazione in quanto l’armatura è priva di spada (si notano solo i decori incisi nel corpo a evidenziare le protezioni) ma gli elementi che sono inequivocabilmente attribuibili all’oplita sono lo scudo piatto, come i 4 da assemblare trovati a Monte Prama, e l’elmo con la cresta fornito di corna brevi rivolte in avanti, anch’esso fra i reperti di Monte Prama.
Per questo guerriero la Demontis riporta un passo descritto da Omero nell’Iliade che parla dell’imbottitura dell’elmo di Ulisse: “Merione…in capo gli pose un casco fatto di cuoio…di fuori denti bianchi di verro…lo coprivano…in mezzo era aggiustato del feltro”. La lana di pecora compressa e infeltrita era dunque d’uso in antichità per il rivestimento interno e, in alcuni casi, all’esterno vi erano denti di cinghiale, come nella testina in avorio esposta al museo di Cagliari.
Il pugilatore-corridore, come si nota nell’immagine, era armato di maglio metallico, un’arma micidiale sul campo di battaglia, particolarmente utile nel corpo a corpo.
Fra gli altri personaggi, spicca un guerriero che utilizza uno strano bastone angolato, realizzato in legno di castagno. L’arma, chiamata amat, quando veniva lanciata compiva una traiettoria parabolica, ma non tornava indietro come invece fa il boomerang. Queste armi sono ritratte in affreschi tombali egizi risalenti al 1930 a.C. (tomba di Amenemath della XII dinastia) e sono state ritrovate nel corredo funerario di Tutankamon (XIII dinastia) datate al 1340 a.C. Data la sua angolatura, l’arma poteva essere utilizzata anche nel corpo a corpo come mazza, per aggirare le protezioni dell’avversario oppure colpirlo alle gambe per farlo cadere. Questa mazza è citata in alcuni testi antichi, come la Metamorfosi di Ovidio: “Insegue il bersaglio in una corsa che non è guidata dal caso, e a volte torna indietro, insanguinata, da sola”, e Virgilio nell’Eneide ne attribuisce l’uso a popolazioni germaniche: “sono abituati a lanciare la cateia, alla maniera dei Teutoni”.
La concia e la lavorazione delle pelli era una delle attività principali delle popolazioni nuragiche. Pelle, tendini, corna, zoccoli venivano trasformati in manufatti di grande utilità. A queste lavorazioni era collegata la preparazione di sostanze collanti, a partire dagli scarti di macellazione e di scuoiatura dell’animale. C’erano anche collanti di origine vegetale, soprattutto le resine delle conifere, usate pure miscelate alla cenere per diventare pece. I collanti erano indispensabili per il fissaggio delle lame e per l’assemblaggio di utensili.
La filatura, la tessitura e la colorazione dei tessuti erano svolti dalle donne. Per confezionare mantelli, gonne e corpetti si usavano tessuti di fibra vegetale come il lino, l’ortica e la ginestra odorosa. Si maceravano le fibre per eliminare le impurità, si lasciavano essiccare e poi si spazzolavano con un cardo selvatico (cardatura) molto pungente per eliminare i grovigli. Pronte per essere filate, le fibre venivano attorcigliate e, con l’ausilio del fuso, trasformate in un filo ininterrotto che si usava direttamente per la tessitura o veniva colorato con sostanze vegetali ricavate da corteccia, radici o foglie. Il colore veniva fissato con mordenti, ossia urina, tannini, argilla o allume di rocca (solfato di potassio e alluminio). Quindi veniva tinto macerandolo in acqua calda o fredda insieme alla pianta sminuzzata. Dopo accurata asciugatura il filato era pronto per essere lavorato al telaio.
Il lavoro della Demontis è arricchito di un capitolo dedicato al legno, una delle materie prime più utilizzate dai popoli della preistoria, per la facilità di reperimento e la versatilità della sua lavorazione, che forniva manufatti per ogni attività della vita quotidiana. Dalle navi alle coperture delle capanne nuragiche, dai carri ai gioghi per buoi e ai traini, dalle armi (archi e frecce) ai manici delle zappe, asce e contenitori di varia natura, dai mobili alle cassapanche, dai telai agli oggetti di uso domestico, come mestoli, pale da forno e taglieri. Allo stesso modo i manufatti ad intreccio mostrano sapienza nella scelta delle fibre vegetali e maestria nella lavorazione. Raccolte, scorticate, essiccate e tagliate a strisce, queste fibre venivano intrecciate per fabbricare cordame e cesteria, una tecnica rimasta immutata nel tempo e usata ancora oggi dai nostri artigiani.

Nell'immagine un disegno dell'artista Angela Demontis: Il pugilatore

domenica 29 agosto 2010

Cronologia dei giganti di Monte Prama


Si è svolto ieri sera, nella splendida cornice del palazzo baronale Santjust, a Teulada, il convegno sulla datazione delle statue giganti di Monte Prama. Circa 200 appassionati e studiosi hanno seguito per oltre due ore e mezza la conferenza che ha chiarito alcuni nodi fondamentali della ricerca.
I relatori, Giovanni Ugas e Pierluigi Montalbano, hanno mostrato oltre 300 immagini sui dettagli dello scavo e del restauro, ma il nucleo del discorso ha riguardato le comparazioni fra i reperti portati alla luce a Monte Prama e gli innumerevoli manufatti ceramici e bronzei ritrovati nel Mediterraneo. Lo stile geometrico, la miniaturizzazione delle torri nuragiche e dei personaggi rappresentati nei bronzetti, la tipologia delle tombe sopra le quali si trovavano le statue e le varie funzioni attribuite ai materiali, hanno catturato l'attenzione del pubblico. L'associazione Is Sinnus, organizzatrice dell'evento, ha impreziosito la serata con una mostra di prodotti artigianali teuladini.

I punti fermi messi in evidenza dai relatori sono:
1) la cronologia è da inquadrare fra i primi anni del VIII a.C. e la fine dello stesso secolo.
2) i committenti erano sardi
3) i personaggi rappresentati erano posti lungo la necropoli a formare un viale.
4) le oltre 50 piccole torri sono un forte richiamo al simbolismo dei nuragici e costituivano la divinità sotto la quale le comunità sarde si riconoscevano.

Gli scavi hanno portato alla luce solo una parte delle sepolture e delle statue. Si pensa che la necropoli possa essere composta da oltre cento tombe (e altrettanti personaggi).

venerdì 27 agosto 2010

Studi sui giganti


Cronologia sugli studi riguardanti le statue di Monte Prama.
di Alfonso Stiglitz
L’aggressione oscurantista nei confronti dell’archeologia sarda non fa un buon servizio alla storia e all’identità sarda e non è giusta nei confronti di quegli archeologi e studiosi che hanno deciso di rimanere a lavorare qui (noi sardi) o di quelli che hanno deciso tanti anni fa di venire qui per lavorare, nonostante altrove siano possibili carriere e potere più grandi. Poi ci sono i capaci e gli incapaci, gli onesti e i disonesti, come in tutte le professioni, ma è una professione che costa fatica, anche dura, e non molte soddisfazioni, ancor meno economiche. E' più facile prendere scorciatoie e scrivere libri che solleticano.
Analizziamo la cronologia degli eventi più importanti che hanno approfondito la storia delle statue di Monte Prama:
Partiamo dal primo testo, quello di G. Lilliu, "Dal betilo aniconico alla statuaria nuragica", Sassari, Gallizzi 1977.
Pubblica il rendiconto degli scavi sino ad allora eseguiti, le schede di tutti i pezzi rinvenuti e l’analisi. Si tratta di almeno 7 statue diverse individuate attraverso 5 torsi e 2 teste non pertinenti ai torsi, a questi si aggiungono frammenti di braccia e gambe, alcuni dei quali sono pertinenti alle 7 statue mentre per altri non si sa. La documentazione comprende 19 tavole fotografiche, per complessive 66 fotografie, di cui 36 sono relative ai frammenti di statue.
Il testo venne pubblicato come articolo all’interno della rivista "Studi Sardi" (una rivista che con un sapiente meccanismo di scambi è presente in molte biblioteche del mondo), rivista della "Scuola di Specializzazione in Studi Sardi dell’Università di Cagliari". Venne immediatamente edito sotto forma di libro e diffuso nelle librerie a poche migliaia di lire, quindi pienamente disponibile a chiunque volesse vedere le statue e saperne di più. Il libro è ancora visionabile nelle biblioteche . Le statue vennero presentate in molte conferenze nell’isola. Una di queste venne anche trasformata in un testo divulgativo e pubblicata, in sardo, dalla rivista "Sardigna antiga" nel 1983, sempre da Lilliu, con il titolo "Is gherreris nuràgicus de Monti Prama", con 5 foto di statue.
Nel 1979 e nell’1981 Tronchetti dà notizia dei suoi scavi in una prestigiosa rivista nazionale, "Studi Etruschi", portando a conoscenza dei ritrovamenti delle statue anche il mondo scientifico internazionale.

Nel 1980 esce l’articolo di Lilliu, "L’oltretomba e gli dei" all’interno del volume "Nur, La misteriosa civiltà dei Sardi", un volume voluto dalla Cariplo di Milano. Qui è edita la foto della testa più nota, quella con il copricapo con le corna.
Nel 1981 esce il volume sull’archeologia sarda dal titolo "Ichnussa, La Sardegna dalle origini all’età classica", pubblicato da Scheiwiller di Milano, in una prestigiosa collana editoriale. Il libro è consultabile nelle librerie, ma se ne può trovare ancora qualche copia in vendita.
Uno degli articoli è di Lilliu e si intitola "Bronzetti e statuaria nella civiltà nuragica". Si tratta di un ampio studio che finalmente permette un inquadramento di ampio respiro della produzione di bronzetti e statue, a cui vengono aggiunti i modellini di nuraghe e alcune sculture in pietra di teste di animale. Compaiono le prime immagini a colori delle statue, dei frammenti editi nel 1977. Anche qui si mette in pieno rilievo l’originalità della produzione nel panorama del Mediterraneo occidentale e si ribadisce la datazione all’VIII a.C.
Nel 1982 esce il volume, fondamentale, di Lilliu dal titolo "La Civiltà nuragica" che ha in copertina la testa di una delle statue e nel testo l’analisi e lo studio delle statue (il volume è scaricabile gratuitamente dal sito della Regione).
Nel 1985 si svolge a Milano una mostra dal titolo "La Civiltà nuragica, nuraghi a Milano", finalizzata appunto a far conoscere la nostra civiltà fuori dall’isola e nel catalogo edito c’è uno studio a firma di Bernardini e Tronchetti di inquadramento dell’arte nuragica. Tra le varie cose si segnala l’edizione delle foto delle statue e, soprattutto, di una ricostruzione grafica di due esse, il pugilatore e l’arciere, partendo da frammenti esistenti, con descrizione filologica delle parti esistenti e di quelle mancanti e ci si può rendere conto di come erano in origine.
Viene riconosciuta e pubblicata per la prima volta la testa di statua nuragica rinvenuta a Narbolia prima di quelle di Monte Prama, ma non riconosciuta prima per il grave stato di deterioramento. Ci sono anche le foto delle statue e la prima ricostruzione grafica.
Nel 1990 esce il volume "La Civiltà nuragica" che non è altro che la riedizione del catalogo della mostra di Milano.
Nel 1986 esce un libro, il secondo della serie, dedicato all’archeologia sarda, a opera dell’Università del Michigan, curato da Miriam Balmuth che iniziava allora a operare con degli scavi in Sardegna. Nel volume intitolato "Studies in Sardinian Archaeology, Sardinia in the Mediterranean", che portò la conoscenza della nostra archeologia in tutto il mondo, c’è un articolo di Tronchetti con il rendiconto dei suoi scavi a Monti Prama, anche lì con immagini e planimetrie e uno studio di Brunilde Sismondo Ridgway che analizza la posizione delle statue nell’arte mediterranea.

Potrei continuare a lungo, citare gli interventi di Bernardini che propende per una datazione più bassa o quelli di Santoni decisamente rialzista (Bronzo finale), mi limito a richiamare un volume di Lilliu del 1997, dal significativo titolo "La grande statuaria nella Sardegna nuragica", edito dall’Accademia dei Lincei, ancora acquistabile per una decina di euro, dove si può trovare tutta la bibliografia precedente e le recenti riletture di Tronchetti in italiano (Le tombe e gli eroi, considerazioni sulla statuaria di Monte Prama, edito in "Il Mediterraneo di Herakles", Roma, Carocci, 2005, € 23,00) e in inglese (Entangle Objects and Hybrid Practices: Colonial Contacts and Elite Connections at Monte Prama, Sardinia, nel Journal of Mediterranean Arcaeology 18.2, 2005, assieme a Peter van Dommelen).
Nel 2006, poi, si è tenuto a Sant’Antioco un congresso sul rapporto tra Nuragici e Fenici, seguitissimo da un pubblico di non addetti ai lavori (senza che nessun giornale ne desse alcun resoconto). In quella occasione ci fu un confronto tra alcuni studiosi e Tronchetti sulle statue e la loro cronologia.
Negli ultimi 4 anni c'è stata l'esplosione definitiva, con articoli in giornali, convegni, dibattiti e altro e, periodicamente le tv mandano in onda servizi e interviste che riguardano queste statue giganti.
Allora cosa è stato nascosto? Chi ha voluto oscurare la storia sarda? Certo non gli archeologi.

Fonte http://www.emigratisardi.com/old/Giganti-di-Monti-Prama-chiarezza.html

giovedì 26 agosto 2010

I Giganti incontrano Teulada


Giganti di Monte Prama a Teulada.
Si svolgerà sabato 28 Agosto a partire dalle 18 la serata organizzata dall'associazione culturale Is Sinnus, dedicata alle statue dei "Giganti di Monte Prama" presso i giardini del Palazzo Sanjust a Teulada.
La giornata sarà allietata da una mostra di prodotti artigianali locali e, a conclusione della giornata, dalla esibizione, in Piazza Fontana, di due gruppi musicali.

Per l'occasione presenterò un lavoro sulla cronologia delle statue, attestate fra 950 e 850 a.C. e attualmente in restauro a Li Punti.
Ospiti d'onore il Prof. Giovanni Ugas docente di preistoria all'Università di Cagliari e il Prof. Franciscu Sedda, docente di semiotica all'Università di Tor Vergata di Roma.
Per l'occasione la LUMS, Libera Universidade Mediterranea Sarda, ha concesso una copia di arciere gigante che sarà esposto nella Piazza principale della cittadina.