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lunedì 19 aprile 2021

Archeologia. Dún Aonghasa in Irlanda e Monte Baranta di Olmedo. Due suggestivi altari preistorici legati da tanti indizi. Articolo di Pierluigi Montalbano

Archeologia. Dún Aonghasa in Irlanda e Monte Baranta di Olmedo. Due suggestivi altari preistorici legati da tanti indizi. 

Articolo di Pierluigi Montalbano

Affacciato a picco sulle acque torbide dell'Oceano Atlantico, arroccato a 100 metri d’altezza sul bordo di una scogliera, il sito preistorico di Dún Aonghasa è uno degli edifici antichi più suggestivi di tutta l'Irlanda. Frutto di elaborazioni architettoniche iniziate nell’età del Bronzo e concluse nell’età del Ferro, è costituito da una serie di quattro muri in pietra, che oggi racchiude un'area di 5 ettari circondata da una barriera di pietre affilate. Per la sua funzione si è sempre pensato che avesse a che fare con la difesa, ma basandosi sui dati archeologici che forniscono prove di vari periodi di frequentazione, e sulla sua posizione sulle rocciose isole di Aran, ora si propone che lo scopo di Dún Aonghasa fosse religioso e cerimoniale, e non militare. Al centro del monumento si trova una sorta di anfiteatro, probabilmente funzionale alle offerte alle divinità. 

E’ un luogo ricco di leggende e alcuni racconti affermano che prese il nome dal dio Aengus Og, figlio del Dagda e della dea Boann. Un altro racconto dice che la fortezza fu costruita dai Fir Bolg, una tribù cacciata dall'Irlanda dall'arrivo dei Tuatha de Danann, che si stabilirono sulle isole Aran, noto arcipelago irlandese della Contea di Galway. Lì costruirono Dún Aonghasa e la chiamarono per il loro re, Aonghus mac Úmhór.  

E’ formato da quattro muri a secco concentrici, larghi fino a quattro metri. La forma originale del forte era a ferro di cavallo, ma varie parti della scogliera nel tempo sono crollate in mare. Forse fu usato dai druidi per riti stagionali, che forse comportavano l'accensione di falò visibili dalla terraferma. La posizione fornisce una vista di circa 120 km di linea costiera, il che avrebbe potuto permettere il controllo su una rotta di commercio costiero.


Monte Baranta - Olmedo

Il monumento di Monte Baranta, a Olmedo, è sistemato sul bordo di un promontorio con vista sulla costa di Alghero e su una vasta porzione del territorio di Olmedo. Il complesso comprende un recinto-torre, una muraglia che racchiude un villaggio e un circolo megalitico con menhir. L’edificio, a forma di ferro di cavallo con diametro di circa 20 metri, spessore murario di circa 5 metri e altezza che da 4 metri nel culmine degrada verso i lati fino a una zona di crollo sul limite della scarpata. Il materiale utilizzato per la costruzione è composto da grossi blocchi di trachite sovrapposti a secco e presenta zeppe di rincalzo. 

All’interno si notano pietre leggermente più piccole, sbozzate e disposte su filari regolari. La piazza interna al recinto è accessibile attraverso due ingressi alti circa 2 metri provvisti di corridoi coperti con grandi lastre piatte. I due varchi sono orientati lungo gli assi Nord-Sud e Est-Ovest. Il cortile interno ha un diametro di poco più di 10 metri ed è pavimentato da roccia naturale con aggiustamenti per regolarizzarlo. A un centinaio di metri dal recinto-torre, c’è una muraglia megalitica lunga 100 metri e spessa oltre 4 metri. Realizzata con la stessa tecnica dell’edifico. Nell'area interna ad Est della muraglia ci sono decine di capanne spesso pavimentate e tramezzate, probabilmente coperte in origine con tetto in legno e frasche. 

Dalla parte opposta della muraglia, insieme a due circoli megalitici, si notano alcuni menhir adagiati sul pianoro e altri frammentati, che suggeriscono la presenza di un industria di monoliti. I materiali portati alla luce nelle varie campagne di scavo sono di epoca Monte Claro, ossia della metà del III Millennio a.C., in piena età del Rame.

A proposito del “Recinto-Torre” di Monte Baranta, a Olmendo,  Giovanni Ugas nel suo libro “L’alba dei Nuraghi” scrive:

“Contenitori in serie, rinvenuti spesso integri, tazzine e coppette contenenti dei liquidi, attestano riti praticati, dal Bronzo Medio al Bronzo Recente, all’interno del recinto megalitico a forma di arco o di ferro di cavallo, definito recinto-torre, di Monte Baranta-Olmedo…la muraglia ad arco, che presenta due ingressi, uno rivolto ad Ovest, e l’altro a Nord, ritaglia e separa uno spazio attorno ad uno strapiombo con un “temenos”, ossia un muro di recinzione che delimita un’area sacra. La presenza dello strapiombo consente di cogliere la precisa natura, sacra, dell’area “tagliata” dal recinto megalitico arcuato nuragico, già indiziata dagli elementi di cultura materiale. Tazzine e coppette troncoconiche e carenate, atte a contenere liquidi, con ansa ben sviluppata per favorire la presa, rinvenute in gran numero integre o quasi e dunque depositate e abbandonate, sono concentrate nel corridoio dell’ingresso Ovest del recinto e ciò significa che il rito dell’offerta si svolgeva proprio “non dentro e non fuori”, come si addice ad uno spazio di incontro e di separazione tra due mondi. Lo spazio del cortile delimitato dal temenos era un luogo interdetto, tranne a colui che offriva e a colui che riceveva la bevanda sacrificale. Tutto indirizza all’idea che sull’ingresso Ovest (volto verso il mondo senza luce) e nel cortile si consumasse l’atto sacrificale degli anziani precipitati nel baratro dall’alto della rupe, forse dopo essere stati avvelenati con la cicuta, la bevanda che provocava il “riso sardonico”, contenuta all’interno delle tazzine. Dal cortile, il mondo delle tenebre, tagliato dal recinto simboleggiante il confine del tempo e della luce, il vecchio padre, una volta entrato, non sarebbe più uscito. Il figlio accompagnatore poteva rientrare dall’altro ingresso, che da Nord-Est conduceva alla luce, per rinascere nella nuova veste di erede, forse di nuovo capo della comunità”.

Il tema dell’eutanasia connessa al “riso sardonico”, è stato precedentemente trattato anche da Raffaele Pettazzoni, massimo storico delle religioni, che nel 1912 così scriveva nel suo libro “La Religione primitiva in Sardegna”:

“Presso i Sardi, i vecchi che avevano passato i settanta erano uccisi dai loro stessi figli, i quali, armati di verghe e di bastoni, a forza di percosse spingendoli sull’orlo di fosse profonde come baratri, barbaramente li facevano morire; e la crudele operazione accompagnavano con risa inumane. Questo ci è raccontato da Eliano, da Demone, e da altri; e pare risalga, ultimamente, a Timeo”.

Non condivido questa proposta di prof. Ugas per 3 motivi: non c'è alcuna traccia di scheletri nel fondo del burrone; non c'è nessuna prova che questa pratica fosse in uso in Sardegna (sono solo leggende metropolitane); la presenza di due passaggi, che il professore correttamente individua e a cui assegna il giusto ruolo (illuminazione) ha un motivo ben preciso, ma Ugas non coglie il profondo parallelo con i misteri eleusini e i rituali sciamanici. La mia tesi è che si tratta di un luogo destinato a rituali iniziatici, celebrazioni di un passaggio da un livello ad uno più elevato, ad esempio da adolescente a guerriero, da fanciulla a donna (con segno del primo ciclo mestruale), da principe a re...senza alcun riferimento cruento. Chi si chiede il motivo del precipizio, sappia che lo strapiombo che inghiotte è, come lo è per il mare, un aspetto dell‘inconscio che si manifesta attraverso immagini, spesso drammatiche, a rappresentare paure, angosce e tutto ciò che, nella realtà, non viene “visto”. E’ l’abisso, la profondità ignota e buia, simbolo di un blocco o di una difficoltà che si deve affrontare per ottenere il passaggio di vita simbolico ad un livello più elevato. La profondità può essere spaventosa, ma può dare anche una sensazione di protezione, la sua cavità suggerisce un fondo misterioso fatto di antri e caverne in cui rifugiarsi, in cui nascondersi ed in cui essere contenuti e protetti. Il vuoto del burrone può essere il luogo in cui si avvia un processo di gestazione, una crescita che segue strade non facili, costituisce un percorso iniziatico, una prova da affrontare, una fase evolutiva. 

E' il baratro con cui il candidato deve confrontarsi per sollevarsi di livello, una sorta di nemico interiore che lo aspetta al varco e con il quale può vincere o perdere. Il burrone può portare a scoprire un nuovo paesaggio, a vedere cose mai immaginate, a sperimentare un percorso salvifico che lo salva dallo sfracellarsi al suolo. Lo strapiombo che inghiotte è l’archetipo della prova iniziatica che deve essere affrontata a tutti i costi anche contro la propria volontà, a dispetto della voglia di fuggire o di seguire percorsi più facili e più agevoli. Se l’archetipo del nemico non viene affrontato, se si fuggono i fantasmi, i diavoli, i draghi interiori, se il mondo dell’ombra e gli aspetti rinnegati sono sepolti e non riconosciuti, l'inconscio troverà altri mezzi, altri simboli attraverso i quali presentare la sfida. Il burrone è immagine dello sconosciuto, espressione del vuoto in cui si precipita e dell’ignoto che spaventa ogni essere umano, rappresenta lo spazio in cui è possibile una crescita interiore, ed in cui può avvenire il cambiamento.


Immagini di Dún Aonghasa dal web

Immagini di Monte Baranta di Sergio Melis, Nurnet e portale Sardegna Regione.

3 commenti:

  1. Come ho sempre ribadito , le muraglie costruite in molti siti sacri , hanno una funzione certamente protettiva.. Questo sito in Irlanda , ribadisce il concetto che fra difese per paure di attacchi nemici e difese per conservazione intatta dell' area sacra , vi e' una differenza sostanziale ..Vedi la Valle dei Templi in Sicila e che occorrerebbe una meno ricorrenza a fasi di civilta' continuamente coinvolte in guerre intestine e non , come qualcuno vuole enunciare in maniera postulativa in posts e libri ....

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  2. Ho visitato quel posto nelle isole Aran. Mi ha molto colpito. Quando c'ero ho pensato qualcosa che ora non mi viene in mente.... Riguardava la Sardegna? Ci sto pensando. Articolo molto interessante

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  3. Ciao Pierluigi. Leggo ora questa tua pagina e non posso tralasciare di dire la mia sul sito ad archi in Irlanda: Mi piace questa foto e sito preistorico che mi ricorda quanto ho scoperto nella mia terra di Lunigiana e precisamente a Sassalbo, paese montano, con origini preistoriche. Ebbene pure in questo pastorale paese ho trovato pure io un misterioso muro ad ARCO che si affacciava su un balzone dove sotto passa l'ACQUA del fiume Rosaro e dall'altra parte del fiume, proprio di fronte all'arco, di staglia un grosso masso di roccia. Quando ho visto questa prominenza ho compreso pure il valore dell'arco! Ebbene L'ARCO, la forma ad arco, non è altro che una simbologia della vulva da cui nasce la vita mentre la prominenza rocciosa di fronte non è altro che la simbologia fallica, è il maschio che di unisce alla femmina. Simboli quindi di fertilità. E non per niente pure a Sassalbo dietro il muro ad arco ci sono due file di massi accatastati dall'uomo. Una usanza di riti preistorici dove portare un sasso era come una preghiera al SOLE affinché li scaldasse e rendesse fertile la terra. Usanza questa che è pure continuata in epoche cristiane recenti quando i fedeli di Sassalbo andavano a San Pellegrino in Alpe portando nello zaino un sasso che poi deponevano ai piedi della croce di ferro sita nei pressi del santuario. Ritorniamo alla vostra foto. Anche lì vedo un accumulo di sassi... credo a scopo cerimoniale. Maschio, più femmina, più ACQUA = VITA... ecco il motivo per cui quei due o tre archi rivolti verso l'ACQUA del mare! PERCHÉ più archi? Per significare una progressione, da una vita ne arriva un'altra e da un seme nasce la piantina che darà altri semi. Per chi non intende che L'ARCO rappresenti la vulva ricordo che é molto diffuso in Europa apporre un arco di ferro, zoccolo di cavallo, sulle porte di casa. Si dice oggi per portafortuna, ma il significato originario era perché rappresentava la FERTILITÀ per quella casa, portafortuna si ma di progressione della stirpe che abitava quella casa.

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