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giovedì 28 aprile 2022

Indagine e riflessioni sul termine Hallec, una parola che già nell'antica Mesopotamia era riferita ai pesci. Prima parte. Articolo di © Zoltán Ludwig Kruse

Indagine e riflessioni sul termine Hallec, una parola che già nell'antica Mesopotamia era riferita ai pesci  1°  parte

Articolo di © Zoltán Ludwig Kruse

 


Anni fa visitai il bel Museo Territoriale del Lago di Bolsena. Davanti a una delle varie vetrine un reperto poco appariscente ha attirato la mia attenzione. Esso  recava la seguente didascalia:

 «Frammento di anfora con iscrizione dipinta in rosso relativa al contenuto hallec = “salsa di pesce”, ricavato nell’area archeologica di Poggio Moscini, Bolsena / Volsinii; I sec. a.C. – I sec. d.C. ».

 Rimasi sorpreso di ritrovare nel termine hallec relativo al significato “salsa di pesce” le due parole-seme magyar/(h)ungheresi hal e lé / lötty – peraltro corrispondenti a finn. kala e liemi/litku – significanti “pesce” e “sugo, succo, salsa, brodo” /  “fluido”, invece dei vocaboli piscis, sucus/liquidus o ichthýs, chymós/ygró che in fondo sarebbe stato da aspettarselo poiché sono quelli propri dei lessici latino e greco. Questa circostanza enigmatica ebbe un effetto stuzzicante su di me inducendomi a

indagare a fondo sull’etimologia del termine hallec.

 

Fin dall'inizio della mia indagine mi resi conto che il messaggio originario di hallec era piuttosto importante, anzi, fondamentale. Poiché mag. hal risulta identica sia a kingir/šumero KU6, val. fon. ḫa “pesce” (Labat, s. no. 589); mul KU6 “costellazione Piscis austrinus”; KU6-LÚ-U17-LU, akk. kulīlu/kulullu, “uomo pesce”; sia a egizio xa/cha (ḫa e xa/cha risultano notazioni fonetiche di hal che tralasciano la l in finale di parola, peraltro molto debole, appena udibile nella pronuncia); sia a mayathan (la lingua maya parlata sulla penisola Yucatan) kay, variazione di hal; sia a cusco-quechua challwa, forma allargata di hal; e ugualmente a erz./mord. kal, finn., est., karel., votj. kala, han. xul (hul), man. xūl, mari/yazyk kol, vog. kol, khul, aymara chalwa, inuktitut (l’inuit della Canada orientale) iqaluk, n.sami/lapp. guolli, arm. juk (juk | kuj < kul), viet. ca, cecen. čara, komi čeri ecc.. In greco ritroviamo chéli per “anguilla”, voce che nelle lingue germaniche perde la iniziale fricativa glottidale h: ted. Aal, sve. ål, ol. aal, ingl. eel; in svedese hal è aggettivo significante “liscio, scivoloso, sdrucciolevole” che sono chiaramente connotati del “pesce”. Inoltre in albanese ricorre hál/ë significante “lisca, spina”, cioè la parte ossea del “pesce”, avendo quindi un valore semantico secondario di “pesce”; con peshk hálës si dice “pesce liscoso”.

 Ebbene, la situazione che abbiamo di fronte è che il significato generico “pesce” veniva espresso già nell’antica Mesopotamia, nell’antico Egitto, nelle Americhe e nell’Eurasia con lo stesso nome hal e variazioni. – Qui conviene notare che la fricativa glottidale h in posizione iniziale in magyar/ hungherese, come peraltro anche in molte altre lingue, è sempre sonora; la pronunzia della voce hal è quindi: [hɒl]. La h (acca) viene trascurata solo in italiano e francese non avendo alcun vero valore fonologico.  – Insomma, vuol dire che abbiamo a che fare con un Uretymon cioè un “etimo originario” utilizzato universalmente con una continuità plurimillenaria. Sulla portata di questo dato di fatto conviene rifletterci bene.

 Nel corso delle mie ricerche ho individuato che halec costituisce il nome di un genere di pesci estinti. I suoi fossili sono stati ritrovati, tra l’altro, in Inghilterra, Repubblica Ceca, Croazia, Libano ecc.. Il termine ampliato halecidae denomina pesci la cui forma assomiglia all’aringa / ted. Hering, ol. haring, ingl. harring; mated. herinc, aated. hāring, hering, wgerm. *hǣrenga-/*harenga-, nome documentato sin dal 9. sec.. Secondo il Wikzionary tedesco «La parola westgermanica fu mutuata in latino nella forma haringus nel 6. sec.». Orbene, non è tanto difficile rinvenire che hering sia in fondo una variazione di halec: halẽc/halenc/haleng/harenghering con scambio di liquide (l > r; hal > har) e nasalizzazione della parte -ec: -ẽc/enc/eng rispettivamente -ic: -ĩc/inc/ing. Her-ing/har-ingus/ar-inga (Clupea harengus) risulta quindi una variazione nasalizzata con liquida alternata di hal-ec, ovvero: halec > harẽc / harenc / hareng / haringus. In questa sfera appartengono anche le voci alice, alaccia, alosa, dal lat. hallēc e gr. halykón, ted. Aaal, gr. héli “anguilla”, ted. Hai, finn., est. hai, lat. squalus, russ. akúla, sve. dan. haj, nor. hai “squalo”. Interessante notare qui il processo di differenziazione semantica del significato generico “pesce ” che l’etimo originario hal esprime.

 Un termine affine a halec e halecidae frequentemente utilizzato in ambito ittico è alieutica. Esso è considerato proveniente dal greco antico ἁλιευτική (τέχνη) / halieutiké (techné) significante “arte, pratica della pesca”, a sua volta derivato dal sostantivo ἁλιεύς halieus “pescatore”. Questa etimologia è però debole giacché nel lessico del greco antico l’etimo originario hal, premessa indispensabile della forma agglutinata hal-ieus, manca. Pertanto hal-ieus, una variante alterata di mag. hal-ász [hɒla:s] “pescatore”, sarà stato mutuato dal lessico della comune lingua antica europea (egeo-pontico-danubiana) di tipologia agglutinante che disponeva di una consistente rete di parole-seme. Circa la coincidenza di una notevole quantità di voci dell’antico greco, in particolare quelle di provenienza minoica–micenea, e del (h)ungherese sono rilevanti le ricerche del prof. Péter Révész dell’Università di Nebraska (youtube: «Origins of the Ancient Minoans | DNA» & «Decifrazione rivoluzionaria della lineare A e dei geroglifici cretesi»). Quanto sia ampia la sfera di vocaboli derivati dall’etimo originario hal avremo ancora modo di constatare nel corso di questo mio studio. 

 Indagando ancora ho scoperto, poi, che la “salsa di pesce”, sul frammento di anfora segnato con hallec, nell’antica cultura romana era conosciuta sotto la denominazione di garum. Il garum era una salsa liquida di interiora di “pesce” e pesce salato che gli antichi Romani aggiungevano di solito come condimento a molti primi piatti e secondi piatti. Venivano consumati: Salsamenta, Liquamen, Muria e, appunto, Hallec – ricorrente anche nelle forme Allec / Hallex / Allex / Halles – che erano praticamente variazioni di garum. (gar-um > har-um > hal-um).

 Com’è noto il concetto di “pesce” nelle lingue romanze, germaniche, anglosassone e altre ancora, viene espresso con vocaboli assonanti come: lat. piscis, it. pesce, fr. poisson, spa. pez, port. peixe, rum. pește,  ted. Fisch, ingl. fish, ol. vis, dan., nor., sve. fisk, alb. peshk ecc., tutti quanti evidentemente correlati ai vocaboli: mag. víz, finn., est. vesi, ted. Wasser, asass. watar, aated. waʒʒar, itt. vadar, ingl., ol. water, russ., cro., bulg., cec., slov., pol. voda/woda, irl. uisce, scoz. uisge ecc. significanti “acqua”, risalenti a šum. BIZ (Deimel Šum.-Akk. Glossar no. 36) ted. “Wasser-Tropfen” / “goccia d’acqua”. E, giustamente,  in basco bizi vuol dire “vita”. Cosicché è quasi impossibile parlare di pesce/fish/vis senza menzionare l’“acqua” víz, l’ambiente umido in cui il pesce vive, prolifica e muore. Inoltre è difficile parlare di “acqua” senza ricordare la piscia raccolta nella vescica e scaricata dagli organi di minzione che contemporaneamente sono anche gli organi sessuali di riproduzzione che, guarda caso, sanno di pesce; e quindi di amplesso, di fertilità e di parto, cioè di “fuoriuscita” (jön ki “viene fuori”) del nascituro, figlia o figlio. “Figlio” in francese si dice, appropriatamente, “fils” [fis] (ass. a ol. vis “pesce”), voce che risale a šum. PEŠ (Labat, s. no. 346), val. fon. biš, piš, piša. Il segno arcaico con cui esso veniva notato mostra un “pesce pieno di uova” in posizione abituale, orizzontale:

 

 E nonostante non risulti raffigurato in maniera esplicita, è ovvio che questo pesce pieno di uova, cioè di “vita” (basc. bizi), si trovi dentro all’“acqua” víz, suo habitat naturale; sulla terra ferma sarebbe un pesce morto. Comparativamente il segno arcaico con cui veniva notato šum. KU6 , v. fon. ḫa  significante “pesce”, rappresenta il pesce guizzare al di sopra delle onde marine in un bel salto arcuato; verosimilmente si tratta di un delfino, re dei pesci marini di cui parlerò più avanti:

 


 Possiamo constatare che in kingir/šumero sia KU6ḫa / hal “pesce” sia PEŠ “figlio/fils” [fis], che persiste nei vocaboli europei fish/vis/Fisch/fisk/peshk/pesce/pește, vengono notati con lo stesso ideogramma/pittogramma del pesce, non uguali, però molto simili. L’intima connessione tra hal e peš si rivela, quindi, nel comune segno di scrittura šumerogramma. Per giunta notiamo un’altra significante correlazione che è quella tra KU6ḫa / hal “pesce” ( ) e Ú ḪAL (Labat s. no. 2) “udire/ascoltare”, “segreto”. L’aspetto di “fuoriuscita” del pesce dal suo ambiente di vita, che è l’acqua, all’aria, ambiente di vita dell’uomo, è molto interessante in quanto rivela una certa connessione agli antidiluviani “uomini-pesce” AB.GAL, in akk. apkallu, di cui riferirò in seguito.

 

 Il “pesce” hal ha rappresentato fin dagli albori dell’umanità un’importante e variabile fonte di alimentazione. La presenza di pesce facilmente pescabile è uno dei motivi principali per cui i primi insediamenti umani sono nati nelle immediate vicinanze di mari, laghi o corsi d’acqua.

 Due millenni fa l’immagine simbolica del “pesce” iniziò ad essere utilizzata dalle prime comunità cristiane per identificare la propria religione. Ciò avveniva sulla base della corrispondenza col vocabolo agr. ἰχθύς (ichthys), le cui cinque lettere formano l’acronimo:  ησοῦς Χριστός Θεοῦ ιός Σωτήρ (Iēsoùs Christòs Theoù Yiòs Sōtèr) che significa letteralmente “Gesù Cristo figlio di Dio salvatore” e che rappresenta praticamente la sintesi della dottrina cristiana. Essendo poi il pesce un animale che vive sott’acqua senza annegare, esso simboleggiava il Cristo che può entrare nella morte restando vivo. Come sapiamo tra gli apostoli di Gesù Andrea fu il primo. Andrea assieme al fratello Simone, abitanti della città di Betsaida “casa del pescatore” sulla riva del lago di Galilea / Genesaret, erano pescatori. La tradizione tramanda che il maestro stesso lo avesse chiamato ad essere suo discepolo invitandolo ad essere per lui  ἁλιεὺς ἀνθρώπων / hal-ieus anthropon “pescatore di uomini” ovvero “pescatore di anime”.

 La circostanza che il “pesce” hal risulta documentato già nel lessico kingir/šumero con KU6 / ḫa ci induce, anzi, ci obbliga a indagare nell’area culturale mesopotamica. E la ricerca ci porta direttamente al dio En.Ki, l’ingegnoso dio del pantheon kingir/šumero inventore della cultura e della moltitudine di tecniche al quale nei suoi templi venivano offerti soprattutto sacrifici di pesci. I suoi nomi En.Ki & E.A significano: “Signore-Terra” & “Casa-Acqua” ovvero “Signore della Terra” residente nella sua “Dimora di Acqua”. En.Ki / E.A è quindi “Signore della Terra” con tutte le acque che essa nei suoi vari bacini contiene. Sui primi sigilli cilindrici šumeri En.Ki / E.A è raffigurato difatti come un dio troneggiante nella sua E “residenza” (cfr. mag. hely [hɛj] “luogo”, szent-ély [sɛnt-e:j] “coro” arch.) rettangolare di A “acqua”; dalle sue spalle “fuoriescono” e sgorgano i due grandi fiumi Tigri & Eufrate in cui si scorgono dei “pesci” ḫa / hal nuotare verso l’alto. En.Ki / E.A è il dio civilizzatore per eccellenza nell’epoca antidiluviana della tradizione mitica kingir/šumera.

 

 Da Sovrano della città-stato meridionale di Eridu En.Ki risiedeva nella sua residenza E.En.gur / E.Ap.su, sinonimi, questi, che indicavano la base liquida d’acqua dolce sulla quale galleggiava la Terra. Grazie all’apertura dell’accesso all’acqua dolce tramite lo scavo di pozzi che rendeva possibile l’irrigazione artificiale nella “Terra tra i due fiumi”, En.Ki introduce sulla terra le tecniche agricole.

 AB.GAL

 Connessi ad En.Ki / E.A sono gli “uomini-pesce” / i “saggi” AB.GAL, akk. apkallu, sette di numero, esseri semidivini dell’era antidiluviana, metà uomini e metà pesci, che risultano suoi protetti e assistenti. Gli apkallu sono inviati dal dio En.Ki per insegnare agli uomini i Me ovvero la scrittura,  le arti, i mestieri e praticamente la cultura e gli stessi  princìpi della civiltà. I significati della parola-seme me (Labat, s. no. 532) sono: “rito, prescrizione”, “decisione”; per giunta Deimel indica: «l’immagine arcaica del segno è “bocca con la lingua cacciata fuori”; significato di base “lingua, parlare, chiamare, denominare” ecc.» Nonostante Jean Bottéro, uno dei massimi assiriologi francesi, a riguardo abbia espresso il parere vincolante secondo cui: «…il concetto del me, per noi oscuro e difficile da capire per il fatto che non corrisponde più a nessuna delle nostre categorie semantiche, esprime un modo di pensare piuttosto lontano dal nostro e non è affatto direttamente riducibile ai nostri parametri» (Mesopotamia La Scrittura, la Mentalità e gli Dèi, pag. 262; Einaudi), il lessico magyar/(h)ungherese contiene una parola-seme che si rivela corrispondente a šum. me. Si tratta di (pl. művek), polisemica, significante “opera”, “creazione”, “impianto”, “meccanismo”, “lavoro”, “artefatto, artificiale” ecc., origine di una ampia serie di derivati tra cui: művész “artista, artefice”, művészet “arte, artificio”, művel “opera(re), prepara(re), combina(re), esercita(re)”, művelő “educante, educativo, educatore/-trice”, művelet “operazione”, művelt “educato, colto, istruito”, műveltség, művelődés “educazione, cultura, ammaestramento, formazione, creanza”, működés “funzionamento, azionamento, attività”, műt (med.) “opera(re)”, műtő “sala operatoria”, műtét “operazione, intervento” (chirurgica/o) ecc.. Ed ecco ancora alcune combinazioni d’interesse: jár-mű “veicolo, vettura” (jár “cammina, gira, si muove ecc.” equivalente a šum. GÍR, L. s. no. 10, “via, strada, percorso”), vízi-jár-mű “veicolo acquatico”, erő-mű “impianto di forza” (ted. “Kraft-werk”), víz-mű “centrale idrica” (ted. “Wasser-werk”), vízi-erő-mű “impianto di forza idrica / idrocentrale” (ted. “Wasser-kraft-werk”).

 Il primo apkallu “saggio” che fuoriesce dall’acqua di mare, cioè dall’abisso primordiale ZU.AB / AB.ZU, è U’anna / Oannes soprannominato Adapa. Vista la sua etimologia: AB  “padre”, “finestra, buco/a” + ZU “sapere, conoscere, apprendere”, quindi “padre del sapere” il quale dalle viscere della Terra sale e penetra attraverso una “finestra” / un “buco”, l’abisso si rivela essere la primordiale fonte di sapienza e saggezza (szó “parola”, szó-tár “magazzino di parole” = sanscr. sutra “libro”).

 Le combinazioni NUN-GAL, AB.GAL, akk. apkallu, nei lessici di R. Labat e A. Deimel vengono tradotti con “saggio” (Labat, s. no. 87); in esse valgono i significati: NUN (Deimel s. no. 87) “gross werden/sein, mächtig, vornehm, Fürst” / “diventare/essere grande”, “potente, nobile, principe”, AB (Labat, s. no. 128) “padre”, “finestra, buco/a” e GAL (L. s. no. 343) “grande”, GÁL (L. s. n. 80) “esistere, essere” (in questo contesto sono rivelatrici le relazioni mag. ép hal “salvo/integro pesce”; ab-lak “finestra” [lak | kal < gal], ép lak “integra/salva dimora”, ép luk/lyuk “integro/a buco/a). AB.ZU abisso è quindi fonte di saggezza.

 Il nome ᵈ NUN-GAL “principe-grande” anticipato dal determinativo ᵈ/dingir “dio, cielo” designava il dio En.Ki / E.A. Mentre ERI-DU ᵏᶦ - GA equivalente a NUN-KI-GA (in cui GÁ vale “casa”, L. s. no. 233) designava la città di Eridu in cui si trovava la sua “grande casa/dimora/residenza”.

 Guardandoci bene, il particolare copricapo a “testa di pesce” mag. hal-fej/fő dei saggi AB.GAL / apkallu è ancora facilmente riconoscibile nella mitra che oggidì portano in capo i vescovi e altri prelati cristiani nelle funzioni solenni.

Da “Sovrano delle acque marine e fluviali/dolci della Terra” piuttosto “pescose” mag. hal-as, il dio En.Ki progettava e controllava la costruzione di imbarcazioni e di “navi” mag. hajók (pl. di hajó / aeg. haou “nave”), veicoli d’acqua importanti, con cui veniva effettuato il trasporto di merci. Queste venivano costruite con rotoli di giunco / balsa, materiale leggero ed elastico ben adatto ad essere piegato nella desiderata forma  “arcuata” (mag. hajlott). I ricercatori Thor Heyerdahl (nel 20. secolo) e Dominique Görlitz (nei nostri giorni) con le loro imbarcazioni rudimentali Kon-Tiki (di balsa/giunco), Ra (di papiro) e Tigris (di canna) rispettivamente Abora (I, II, III, IV; di canna totora) costruite su modello mesopotamico hanno provato che i Kingir/Šumeri erano praticamente in grado di fare lunghi viaggi sul mare. En.Ki progettava e controllava altresì la bonifica della vasta zona paludosa tra i due grandi fiumi Tigri ed Eufrate della Mesopotamia meridionale insieme alla costruzione di una rete di canali d’irrigazione navigabili, rendendola terra fertile. En.Ki fu, insomma, l’ideatore e l’organizzatore dei grandi lavori di bonifica  delle vaste zone paludose abbinati alla costruzione dei canali di navigazione e d’irrigazione.

 Hal “pesce” & “muore” – Hely “luogo, posto”

 Orbene, a questo punto della nostra indagine conviene apprendere che in magyar/(h)ungherese la stessa parola-seme hal [hɒl] oltre a “pesce” significa parallelamente anche “muore”. E la situazione si rivela ancora più complessa, poiché intorno a hal “pesce” & “muore” risuona una vasta rete di vocaboli assonanti con significati affini; fra l’altro: hál “dorme, giace, riposa”, hely “luogo, posto”, éj “notte,” héj/haj “guscio”, hál-ó “dormiente, dormitrice/-tore” e “rete”, hál-ó-zat “reticolo”, hal-ász “pescatore”, hal-ász-at “pesca”, hall “ode”, hall-ó “udiente, uditore/-trice”, hall-gat “tace, ascolta”, hall-gat-ó “ascoltatore”, hall-ás “udito”, hál-a “gratitudine”, hál-ál “ringrazia”, hál-ás “grato”, hál-a-ad-ás “ringraziamento”, hull “cade”, hull-ó “cadente”, hull-ám “onda”, hull-a “salma, cadavere”, hal-ó “morente”,  hal-ál “morte”, hal-ás “(il) morire”, hol-t/hal-ott “morto”, hal-and-ó “mortale”, hal-and-ó-ság “mortalità”, hal-hat-atlan “immortale”, hal-hat-atlan-ság “immortalità” ecc.; risultano ovvie le corrispondenze in ebr.: halél “canto di glorificazione”, haleluja/hallelujah “lodate Dio”, hilél “lodare”, hilul “lode, elogio”, hilula “festa di gioia”, halveja “sepoltura/funerale”.

 Quanto riguarda il significato parallelo “muore” di mag. hal, i  vocaboli assonanti e affini che sono riuscito a trovare nei lessici delle lingue antiche dell’area mediterranea sono: calu mexl/etrusco significante “morto”, ben accostabile a mag. haló “morente” e halás “(il) morire”, rispettivamente gr. xáli [hali] “cattivo stato”, xaló [halo] “distruggere, disfare, deteriorare, rovinare, rompere, rompersi”. Che il verbo hal “muore” riveli una correlazione al sostantivo hely [hɛj]  “luogo”, cioè il posto in cui “il morire” halás si verifica rispettivamente la sepoltura del “morto” halott nell’ipo-geo ricavato nella “roccia/pietra” kő/ge di tufo o granito avviene, non ci sorprende affatto poiché è cosa naturale. Grotte e ipo-gei sono “luoghi” (helyek) dove la “vita” (élet; lehelet “halito”) incontra la “morte” (halál). La voce mag. hely (f. arc. , hel), pressoché identica a mexl/etr. hil “luogo”, trova larghe corrispondenze  in tur. köy “villaggio, campagna”, hal “posizione, situazione, stato”, uig. yay “sito, regione, zona”, per. jay “posto”, hāla “situazione, stato”; tutte quante risalenti a šum. É (Labat s. no. 324; cfr. mag. ) “casa, dimora, interno”, É-KUR “mondo sotterraneo”. Inoltre etr. calu “morto”, mag. hal “muore”,  haló “morente”, gr. xaló “distruggere, rompersi, ecc.”, sono convergenti a una serie di vocaboli tra i quali: mansi kāl, khanty kăla, komi, udm. kul, mordv. kulo, finn. kuole ecc. “morire”. Il complesso di voci: mag. hal “muore”, di cui haló “morente”, halk “piano, silenzioso”, hallga “silenzioso”, hallgat “tace; ascolta”, hallgatag “taciturno, muto”, halandó “mortale”, halvány “smorto, pallido, sbiadito”, mexl/etr. calu “morto”, gr. xáli “cattivo stato”, xaló “distruggere, rovinare, rompere, rompersi” ecc. è ovvia continuazione di šum. ḪA-LAM (Labat, s. no. 589), akk. ḫalāqu, “aller à sa perte / andare alla propria rovina”, ḫalqu “perdu, manquant, ruiné / perso, mancante, rovinato”, ḫalqūtu “destruction / distruzione”. Ora, data la correlazione hal – hall “pesce; muore” – “ode”, qui è ovviamente inevitabile pensare al cosiddetto «Libro dei Morti», sia quello egizio il cui vero titolo è «Libro per uscire al giorno / alla vita», sia quello tibetano Bardo Thödol tradotto con «Grande liberazione tramite ascolto/udire», formule e testi da recitare, questi, in cui l’“udire/ascoltare” occupa un posto centrale, e chiaramente non per puro caso. L’“udire” mag. hallás è quel senso di percezione essenziale che inizia a funzionare come il primo già nella fase intrauterina e, dopo il “morire” halás, cessa a funzionare come l’ultimo nella dimensione di vita terrena dell’essere umano. In questo contesto dobbiamo pure constatare che, nonostante siano trascorsi cinque millenni, la relazione tra: šum. Ú ḪAL (Labat s. no. 2) “udire”, “segreto” – ḪA (L. s. no. 589) “pesce” sia rimasta costante e ricorra tuttora in mag. hal “pesce” & “muore” (hál “dorme, giace, riposa”) – hall “ode, sente, ascolta”; questa è una circostanza di importanza fondamentale con ampie conseguenze.

 Nella mitologia germanica/norrena Hel / Hellia è la celata sovrana del “regno dei morti”, del “mondo infero” chiamato Hel-heim. Vocaboli affini a hel sono: ted. Hölle, aisl. hel, ingl. hell “inferno/infero”, ted. hohl, Höhle, Halle, ingl. hollow, hole, hall, “cavo”, “grotta”, “galleria”. Che questo “infero luogo” al-hel/hely o al-világ (lett. “basso-mondo”, ted. “Unter-welt”) sia un posto “involto, celato” viene rivelato dalla notevole variazione héj (hely > héj [hɛj > he:j]) significante “buccia, guscio, involucro” (cfr. ingl. hull “copertura, guscio”, ted. Hülle “involucro, custodia, spoglia”,  Hülse “baccello, bossolo”, ein-hüllen “avvolgere, coprire”, ver-hüllen “coprire, velare”, Hehlcelamento”, hehlen “nascondere, rendere invisibile”, lat. cēlāre, occulere “celare, occultare”, occultum “occulto”, occultātiō “occultazione”). Cosicché il rapporto di convergenza tra mag. hal “muore”, hál “dorme, giace, riposa” hel/hely “luogo” – mexl/etr. calu “morto” hil “luogo” si arricchisce allargandosi con norr./germ. hel “regno dei morti”.

Interessante la sfera di voci derivate da hely “luogo” tra le quali: hely-es “giusto” (cioè “trovantesi al suo posto”), hely-es-el “approva(re)”, hely-es-()l-és “approvazione”, hely-ez “piazza(re), hely-()z-et “situazione, posizione”, hely-re “pulito, risoluto, abile”, hely-ez-és “piazzamento”, hely-re-áll-ít “ripristina(re)”, hely-re-áll-ít-ás “ripristino”, hely-re-hoz-hat-atlan “irreparabile, irrimediabile”, hely-re-hoz-hat-atlan-ság “irrimediabilità” ecc..

 In fin dei conti l’intima interconnessione tra le parole-seme assonanti hal “pesce” & “muore”, hál “dorme” e hall “ode” risulta meglio comprensibile se teniamo presente il fatto che l’orecchio dell’embrione umano è interamente sviluppato e attivo come primo organo di percezione già all’età di quattro mesi e mezzo, quindi molto tempo prima del parto. Ciò vuol dire che il fragilissimo nascituro umano, galleggiante accovacciato nel liquido amniotico, origlia la  madre e l’intero ambiente circostante già nell’“involucro” haj/héj dell’utero materno.  Non vede, non annusa, non respira ancora autonomamente, ma nel suo stato di apparente “dormienza” háló già “ode” hall. E alla fine della sua vita vissuta, dopo l’avvento della “morte” halál, da rigido “pesce/cadavere” hal, egli sembra “dormire” hál di nuovo; “da morto” holtan non respira, non si muove, non pensa, non vede, non annusa più, non sente più alcun dolore, ma, per i giorni del trapasso, “ode” hall ancora.

A hallgatag halott háló-helyén hál és hall «Il muto morto sul suo posto-giaciglio riposa e ode».

 Hel/hely – Lak “Locus/luogo” – “Abitazione” – Kő/KI “pietra, posto/paese” (ipo-geo)

 Il rapporto di convergenza fono-semantica tra mag. hal “pesce; muore” hel/hely “luogo” – mexl/etr. calu “morto” hil “luogo” – norr./germ. hel “regno dei morti” è alquanto evidente. Come è noto nella mitologia germanica / norrena Hel / Hellia è la sovrana del “regno dei morti”, del “mondo infero” chiamato, appunto, Helheim; vocaboli affini a hel sono ted. Hölle, aisl. hel, ingl. hell “inferno/infero”, ted. hohl, Höhle, ingl. hollow, hole “vuoto”, “grotta”, “ipogeo”.

 La “abitazione” lak / lakás è quel “luogo” hely in cui l’“abitante” lakó “dorme/riposa” hál (lak | kal > kel > hel > hely > hál ) tranquillamente; da hál deriva l’agg.  hál-ó  “da letto; dormiente”, “del sonno”, háló-szoba “camera da letto”. Forme di variazione di mag. lak / lakás “abitazione”, lakó “abitante” ricorrono anche nel vocabolario rumeno, per esempio: loc “luogo”, locaș/lăcaș “luogo, alloggio”, localitate “località”, locuință “abitazione, alloggio”, locuitor “abitante, locatario” ecc..

 Come risulta, la relazione tra hely/hel “luogo” e lak “abitazione” è di riflessione: hel | leh < lék/lak.

La speculare combinazione lak-hely, sin. di lakás, rende il significato “domicilio, residenza”; mentre la variazione fonemica lak > luk/lyuk comporta la variazione semantica “abitazione” – “buco/a”. A “buco/a” luk/lyuk corrispondono i vocaboli ted. Loch, Leck “buco/a”, (naut.) “buco/ perdita” e ingl. hole che, anch’essi, rivelano la relazione speculare: Loch | hole. Assonanti e semanticamente affini a ted. e ingl. Loch, Lache, hole, lake sono lat. locus, lacus, cella (loc | col > cel), it. “locale, lago, cella”; e per mezzo del gioco loc | col > cul vengono raggiunti: culla e loculo.

 La sfera della parola-seme luk/lyuk “buco/a” è alquanto ampia; ne fanno farte tra l’altro: cer. luk “occhiello”, finn. loukka “nascondiglio”, loukku “crepa, cavità”, rum. lac, lat. lacus, alb. liqen “lago”, liqenór “lacuale, lacustre”, lagunë “laguna”, lat. lacuna “buco, lacuna, avvallamento, cavità”, ted. Luke “abbaino, boccaporto”, Lücke “lacuna”, Lagune “laguna”, Lache “pozza, pozzanghera”,  russ. ljuk “apertura, buca”, tur. oyuk “avvallamento, fessura, crepa/ccio” ecc.;

In questo contesto è rimarchevole la voce šum. AB-LÁ (Labat, s. no. 128) “finestra, buca/o” alla quale in magyar equivale ablak “finestra”; in modo alquanto interessante ablak ottiene convalida dalle combinazioni: ép lak “salva abitazione” e ép luk/lyuk “salva buca/apertura”. L’abitazione è contraddistinta da due aperture/buche essenziali. L’una è la “finestra” (fr. fenêtre, ted. Fenster), appunto, ablak attraverso la quale la “luce solare / del giorno” (mag. nap-fény) penetra nell’abitazione. L’altra è, invece, la “porta” ajtó attraverso la quale si entra e si esce dalla abitazione. Di ajtó, che è l’equivalente di mexl/etr. aita, ne avevo riferito nel mio studio sull’appellativo ba-janas. Intanto teniamo presente che la “salva buca” di ingresso e di passaggio tra i compartimenti sono parti fondamentali presenti in tutti gli ipo-gei (“sotterranei”) e domus de janas ricavati nella “roccia/pietra” kő/ge.

 Per facilitare la comprensione ecco alcuni esempi di applicazione in espressione verbale unitaria:

 Az ép laknak ablaka van “La salva/completa abitazione dispone di finestra”.

Az ép ablak lyukon jön be (be-jön – sard. ba-jana) a fenni fényes nap-fény.

“Attraverso la salva buca di finestra viene dentro la alta splendente solare-luce.”

A halott lak-helye / hajléka / háló-helye a kő-lyuk.

“Del morto domicilio / dimora / giaciglio (-suo/a) è il loculo (la culla / il buco) di pietra”.

A halott a kő-lyuk háló-já-ban hál.

“Il morto nella sua pietra-buca camera dorme” /

“Il morto giace/riposa/dorme” nella sua camera (dormitorio/loculo) di pietra.

 La voce culla, connessa a lacuna, risulta forma speculare allargata di luk: luk | cul-la. In rumeno a culla corrisponde la voce leagăn (cul | luc > leag); e a “culla di cultura” si dice leagăn de cultură. Orbene il lago (di) Bolsena che nel paesaggio rappresenta una grande “buca” luk/lyuk, cioè una culla lacuale (cul | luc > lac) ripiena di “acqua” víz/bis/pis,  è grande “culla di cultura” millenaria. 

 La dea Khalì indù

 Rivolgendo la nostra attenzione alla sfera culturale indù incontriamo la dea Khalì, la tremenda dea distruttrice e creatrice rappresentata con delle armi e una ghirlanda di teschi. Khalì “la nera” uccide e porta “morte” per creare ed è, guarda caso, “colei che ha occhi di pesce”. Quindi Khalì è connessa al “pesce” in quanto dispensatrice di morte e rinascita. Ascoltando con attenzione possiamo constare che tra il teonimo Khalì e i vocaboli mag. hal “pesce” & “muore”, hál “dorme, giace, riposa”, háló “dormitrice/-tore”, haló “morente”, halál “morte” ecc., insieme all’ovvia assonanza ci sia pure una corrispondenza semantica. Queste voci riflettono indubbiamente le proprietà della dea.


 Per giunta il “pesce” hal/khal è anche un simbolo di Vishnu (cfr. ted. Fisch, ingl. fish, ol. vis “pesce” ecc. e mag. víz, finn. est. vesi “acqua”, bask. bizi “vita”), ted. “der Durchdringende” / it. “il compenetrante”. Vishnu è il dio protettore e conservatore della creazione. 

 «Vishnu appare in forma di pesce al legislatore del ciclo attuale, il Manu, per annunciarli che l’umanità sarà distrutta da un diluvio [mag. ár-víz lett. “flutto/i-acqua” = “diluvio”] e gli fa costruire un’arca che poi lui stesso guida, sempre in forma di pesce, durante quel cataclisma.» (Wikipedia). La correlazione Vishnu – Fisch/vis/pesce è sonoramente autoevidente. Vishnu dorme sulle acque o sul serpente mentre dal suo ombelico cresce a volte un fiore di loto sul quale tronneggia Brahma.

 Psh ~ Psh ~ Psh

 Che cos’è Psh ~ Psh ~ Psh ? È lo scrosciare elementare delle onde che si infrangono sulla spiaggia; da sempre, di continuo. Ed è la sonorità rinfrescante, quel guazzare delle cascatelle; quelle alle terme di Petriolo,  di Saturnia, di San Filippo o altrove. Se vi trovate là chiudete gli occhi e origliate alla voce dell’acqua, dolce nutrimento per le nostre anime. È facile riconoscere che le nostre parole piscia, piscio, pisciare, pisciatoio, pisciata, piscione/-a, pitale, pisello, passera  ecc. (cfr. ted. pissen, Pisse, ingl. piss, alb. pshurr, rum. a se pișa, pișat) sono onomatopeiche, ovvero la imitazione del suono psh creantesi durante lo svuotamento dell’acqua / piscia dalla vescica attraverso gli organi genitali di minzione che sono il pisello, pisellone (pene) rispettivamente la passera/fessura/fica (vulva; ingl. pussy, bitch). Il vocabolo mag. pisilő [piʃilø:] (ass. a pisello) “urinatorio” designa l’organo di minzione in generale, sia femminile che maschile, di cui tutti noi umani siamo dotati; mentre con pisilés [piʃile:ʃ] / vizelés viene denominato “l’atto dell’urinare”.

Al suono elementare psh dell’acqua che sgorga è ricollegata una vasta sfera di vocaboli italiani; tra essi: piscina, pozzo/a, pozzanghera, pesce (che può significare anche “salma, cadavere”), pesca, pescare, pescatore, piscicoltura, peschereccio, pescaia, pescheria, peschiera, pescosità, vescica, viscere, viscido/a, viscidità, biscia, viscoso, viscosità ecc..

 Questo cangiante suono elementare dell’acqua sguazzante psh che, subendo la forza di gravità, sgorga sempre verso “ingiù” le (mag. liquido”), mai all’insù, ci è molto familiare; lo sentiamo ripetute volte tutti i santi giorni. La umana sorgente di “acqua” víz, fonte di nuova vita che sa di pesce, si trova ben custodita tra le gambe, alla base del bacino. A confermarlo sono voci come sanscr. bhasad “parti del corpo nascoste, pudendum muliebre, glans penis”, picchala “viscida/o”, bask. bizi “vita” ecc.. La sacralità di questa centrale sorgente di “acqua” & “pesce” dell’essere umano, in specie della partoriente donna/madre reggitrice di vita, emana dalla seguente antica rappresentazione:

 Ed ecco l’informativa didascalia che accompagna la raffigurazione:

«L’equazione del pesce con il grembo della Dea è chiara su questa anfora ovoidale della Beozia. Rinvenuta in una tomba, è decorata con scene di rigenerazione. In un panello la Dea, con un pesce nel grembo, è circondata da animali, uccelli, vortici, una testa di toro, un utero e chevron; serpenti e archi multipli emergono ai suoi lati. Nell’altra scena questa Dea compare nell’epifania di un uccello con le ali spiegate e il corpo di un pesce reticolato [cfr. mag. hal “pesce”, háló “rete”, hálózott “reticolato”; hálózott hal “pesce reticolato”]. Essa è anche circondata da segni a vortice [svastika], uccelli, spirali continue, falci di luna, triangoli reticolati e una lepre. Sub-Geometrico/Arcaico Iniziale. Presso Tebe, Grecia centrale; 700-675 a.C.; altezza del vaso 86,5 cm.»

Marija Gimbutas «Il Linguaggio della Dea / Il Pesce», pag. 259, fig. 405.

 Bes/Bas

Connesso all’“acqua” BIZ/víz/pis/Wasser/water/voda, fonte di “vita” (bask. bizi), e al “pesce” Fisch, fish, vis, pește, peshk è il semidio egizio Bes (Bas), un satiro nano  con i connotati di lingua cacciata fuori e ben visibile “pene” pisello/bischero. In Egitto Bes/Bas fungeva da spirito protettore delle madri partorienti e di quelle in stato di puerpera. Secondo Wikipedia Bes è il «dio della musica, della danza e del piacere sessuale». Bes/Bas fu  rappresentato spesso sui muri delle case di parto Mammisi nei templi grandi. Bes/Bas è intimamente connesso alla sfera di vocaboli magyar/ (h)ungheresi: fasz [fɒs] “pene”, picsapassera, fessura, fica”, basz- [bɒs] volg. “chiava(re), scopa(re), fotte(re)”, baszó “chiavante, chiavatore”, baszás [bɒsa:ʃ] “(il) chiavare”; i vocaboli assonanti bhāsà e bhasád ricorrenti in sanscr. esprimono dei significati affini come “luce, splendore” rispettivamente “parti del corpo protette, pudendum muliebre, glans penis”.

 Bastet

  


 Bastet è conosciuta come la gaia dea lunare egizia dell’amore e della gioia, felina dea della sessualità, dei profumi, della bellezza e della danza. Il centro del suo culto si trovava nella città di Bubastis “Dimora di Bastet”, situata nella parte sudorientale del delta del Nilo. La gaia dea Bastet era rappresentata di solito con capo di “gatta” (ingl. puss, pussy, ted. Pussi, rum. pisică, la pelosa e morbida) e corpo femminile, sorridente e spesso con la lingua cacciata fuori, come peraltro anche Bes. Come potente dea del desiderio, della voglia, della foia, era associata a certi unguenti e pomate. Effettivamente il suo nome deriva dalla parola-seme egizia bɛs col significato di “vaso d’unguenti”; verosimilmente si trattava di unguenti e pomate afrodisiache che favorivano lo stimolo sessuale. Di Bastet Herodoto racconta:

 «Se viaggiate a Bubastis, la festa si svolge in questo modo: Una grande folla viaggia in ogni barca/ nave. Alcune donne hanno dei sistri, con i quali fanno chiasso, gli uomini suonano il flauto. L’altra gente canta e applaude. Se passano davanti a un’altra città, guidano la loro nave/barca alla riva e si comportano in questo modo: alcune donne agiscono come raccontato, altre richiamano le donne di questa città e le punzecchiano, altre ancora danzano, altre si alzano e sollevano le loro vesti in alto. Ciò si ripete davanti a ogni città che si trova lungo il fiume. Quando, poi,  raggiungono Bubastis, celebrano la loro festa con grandi sacrifici. In quest’occasione viene consumato più vino di quanto si consuma in tutto il resto dell’anno.»

 Ricca di dettagli, questa rimarcabile relazione di Herodoto comprende pure una informazione di particolare interesse per la nostra ricerca. Si tratta della descrizione delle donne che «si alzano e sollevano le loro vesti in alto». Più che un atto di euforia, il sollevamento della veste in antichità costituiva una sacra usanza relativa alla fecondità, cioè al pesce/fish/vis. Si conoscono, di fatti, raffigurazioni di Innana in cui la dea esegue il «rituale del sollevamento della veste» esibendo il basso ventre e mettendo così in bella mostra il pesce / la passera / fica / vulva: la sacra fonte di “vita” basc. bizi, l’origine del mondo  (v. il prestigioso quadro “l’origine du monde” di G. Courbet).

 In conveniente e pertinente chiave di lettura magyar/ungherese il nome Bastet nella variante Basztat [bɒstɒt] rivela in maniera alquanto chiara il messaggio originario, volgare: “induce / stimola a fottere” o, espresso in maniera decente, “stimola all’amplesso”.

 Il corteo navale festivo in onore della dea Bastet/Bastat correva galleggiando ovviamente sul Nilo, il grande fiume ricchissimo di pesci che da sempre da vita all’Egitto. Le sue acque avranno ospitato anche il legendario Ossirinco, “quel grande pesce degli abissi” che ha inghiottito il “pene” fasz cioè i genitali  di Osiris/Osiride smembrato da Seth e ricomposto magicamente da Isis/Iside. A questo punto ci conviene richiamare alla memoria che l’abisso – da šum. AB.ZU “Padre del sapere salito attraverso il buco dalle viscere della Terra” – è quella primordiale fonte di sapienza e saggezza dalla quale in tempi antidiluviani fuoriuscirono gli “uomini pesce” / i “saggi” AB.GAL per insegnare agli uomini i Me/mű, ovvero la cultura e gli stessi principi della civiltà.

 Ovviamente il nome Ossirinco, gr.  Ὀξύρυγχος / Oxýrrhynkhos, contiene il “pesce”; lo contiene nella parte finale -co/kho che è equivalente alle parole-seme šum. ḫa, aeg. xa/cha, mag. hal, finn., est. kala, mayath. kay e tutte le altre menzionate in apertura.

Quindi: Ossirin-co = Osirin/Osiris-ḫa/cha/hal/kala/kay “Osiride-pesce” / “pesce (di) Osiride”.

 Hallé – Balaton – Bolsena

 Le combinazioni hal-lé [hɒl-le],  hal-lötty [hɒl-løttj] significanti “brodo di pesce” e “zuppa di pesce” (trad. lett. “pesce-liquido” e “pesce-brodo”) sono pressoché identiche al termine hallec, soggetto della nostra indagine. Con la forma lievemente ampliata hal-ász-lé [hɒl-as-le] viene chiamata la deliziosa “zuppa del pescatore” condita con della saporita paprika rossa e picante che in Ungheria/Magyarország viene cucinata, servita e mangiata nelle località balneari sulla riva del lago Balaton, il cosiddetto mare d’Ungheria, e ugualmente lungo ai grandi fiumi Duna/Danubio e Tisza/Tibisco; ma praticamente ovunque dove si trova del buon “pesce” hal. Un fatto molto interessante di cui finora, quanto io ne sappia, non si è ancora accorto nessuno, è che in latino il lago Balaton a suo tempo fu chiamato lacus Pelso, nome che rivela una evidente assonanza a Bolse di cui Bolsena è forma ampliata. Intendo trattare e approfondire l’argomento in uno studio a parte.

 Il lago (di) Bolsena è un gran bel lago pescoso ricco di pesci autoctoni come il luccio, la tinca, il latterino, la scardola, il cefalo, la lasca, il coregone/lavarello che è il pesce più pescato del lago, e l’anguilla. Al significato italiano di “lago pescoso” o “peschiera” in mag. corrisponde l’espressione halas-tó  [hɒlɒʃ-to:] (trad. lett. “pescoso lago”; in ted. “Fisch-Teich / fisch-reicher Teich/See). Questa espressione  ricorre anche in rumeno nella forma heleș-teu essendo un chiaro prestito di mag. halas-tó poiché in rumeno “pesce” e “lago” si dicono pește e lac invece di hal e .  L’espressione corrispondente a “peschiera”, ovvero “pescoso lago/stagno”, in rumeno  sarebbe veramente lac/iaz cu pești / iaz bogat de pești.


 Il pesce senz’acqua, dolce o salata, stagna o mossa, non può sopravvivere. Pertanto vale:

 A hal a víz-ben él «Il pesce vive nell’acqua». Él mint hal a vízben «Vive come il pesce nell’acqua».

A hal a víz-al-atti világ-ban / tér-ben él «Il pesce vive nel mondo / nello spazio sub-acqueo».

Az álló hal holt/halott hal «Il pesce che sta ritto (sulla pinna caudale) è pesce morto».

A hal áll = halál «Il pesce sta ritto = morte».

A hal él, hall, hallgat és meg is hal «Il pesce vive, ode, tace/ascolta e certamente muore anche».

 Isola Bisentina & Monte Bisenzio/Visentium

 “Acqua di lago” è la traduzione di mag. tó-víz  (lett. “lago-acqua”). La parola-seme víz, risalente a šum BIZ “goccia” d’acqua, risuona persistentemente nei due nomi volsini: isola Bisentina e  monte Bisenzio/Visentium e pure in quelli di Biscaia/Vizcaya (golfo) e Bisanzio (città) nonché in tanti altri. Essi vengono pronunciati innumerevoli volte da tante persone senza che loro abbiano però la minima idea di evocare ogni qualvolta l“acqua” e, come scopriremo, ancora di più. Il fatto di ritrovare in magyar/(h)ungherese le espressioni assonanti: víz-szint-en [vi:z-sint-ɛn] & a víz szent hona [ɒ vi:z sɛnt honɒ] con i significati pertinenti: “sul livello dell’acqua” & “la sacra dimora dell’acqua” penso meriti particolare attenzione poiché pone in risalto la proprietà “parlante” dei nomi Bisentina & Bisenzio/Visentium.

 Il pozzo sacro, di cui la Sardegna è ricca, in quanto “luogo” di connessione tra “pietra/roccia” e “acqua”: víz – hely, è origine di vita. All’interno del monte Tabor nell’isola Bisentina si trova un pozzo particolare, verosimilmente di fattura etrusca, denominato “malta”, che alla base è intersecato perpendicolarmente da un corridoio sotterraneo lungo circa 45 m. Nel loro punto di intersezione si trova una circolare camera ipogea di circa sei metri di diametro, all’interno della quale si trova un altro pozzo di circa un metro e mezzo di diametro, attualmente ripieno di terra, che scende più in basso e  che in origine entrava presumibilmente in contatto diretto con le acque del lago. Comunque l’acqua qui la si trova in abbondanza tutt’intorno all’isola, contenuta nel bacino lacustre. Il sacro pozzo d’acqua, simbolo di vita e di verginità, rappresenta il principio femminile per eccellenza. Ne da prova sonora l’affinità semantica constatabile tra la voce pozzo/a e la ampia sfera di vocaboli assonanti: šum. BIZ (Deimel Šum.-Akk. Glossar no. 36) “Wasser-Tropfen/ goccia d’acqua”, šum. PEŠ4 (Labat, s. no. 390) “essere incinta”, “donna incinta”, “partorire”,  PEŠ (Labat, s. no. 346), val. fon. biš, piš, piša, “figlio” (fr. “fils” [fis]), akk. biṣṣuru “vulva, utero”; ebr. pot “vagina”; lat. puteus, ingl. pit, dan. pyt, ol. put, alb. pus “pozzo, fossa”, it. foce, ted. v. Fotze “fica” ass. a Pfütze “pozzanghera”, mag. víz “acqua” (finn., est. vesi, ted. Wasser, ingl. water, russ., cec. voda “acqua”, itt. vadar – cfr. lat. vīs “forza, potere”, basc. bizi “vita”), v. picsa [piʧɒ] “fica”,  vese [vɛʃɛ] “rene”, pisi “piscia”, sanscr. bīja [biʤa] “origine, fossa, buco/a, serbatoio”, picchala [piʧala] “viscido/a”, pacya “diventare maturo, maturare”; rum. pizdă, russ. pizda, alb. pidh, serb., cro. pička, cec. piča, bras. bocete, ted. Fotze, svi. Futze, dan. fisse, sve. fitta, finn. vittu, arm. pouc’, ingl pussy, bitch “passera, potta, fica, fessa”. Questi nomi dell’organo genitale femminile considerate da molti parlanti volgari e per questo motivo di solito sprezzati, evitati, non hanno nulla di osceno poiché essendo derivati dalla voce onomatopeica originaria BIZ/víz “acqua”, sono quelli più appropriati, quelli veri. Il pozzo rappresenta  quindi l’umidità vitale del sacro grembo della grande “Madre Terra”. Detto in parentesi, si rivela assai interessante l’equivalente magyar di “Madre Terra” che è Föld-anya [Føld-ɒɲɒ], nome che a sua volta coincide con mexl/etr. Velt-una (cfr. ted. Feld, ingl field, ol. veld, finn. pelto “campo”, aisl. fold “terra, pascolo”, asass. folda “suolo”). Come tragitto di congiunzione che concede accesso all’altro mondo, al profondo “mondo infero” al-világ, il pozzo contiene un’“acqua” BIZ/víz miracolosa di qualità purificatrice e guaritrice.

 Delfino / Pito / Delphina 

 


 Fin da tempi antichi il delfino, un cetaceo molto intelligente con una unica pinna dorsale, è considerato re dei pesci marini. Suo principale organo motore è la pinna caudale. Il suo vistoso stile di nuoto è contraddistinto da un movimento ondulatorio in cui arcuati salti al di sopra delle onde si alternano con momenti di immersione nell’acqua. Branchi di delfini erano e sono tuttora visti affiancare e  accompagnare le navi. I delfini nuotano velocemente cavalcando le onde.      

 Come attributo di Iside il delfino rappresenta(va) il potere del mare. Che il delfino sia poi anche l’animale sacro di Apollo è rivelato dal nome Apollon delphinios. Dalla prospettiva semantica del pozzo d’acqua è ben comprensibile anche il senso del nome delfino, dal lat. delphinus, a sua volta  dal greco delphînos, gen. di delphís “delfino”. Essendo il nome delphís pressocché uguale a delphýs  “utero”, il “delfino” veniva associato al grembo materno, all’“utero”, fonte di vita (cfr. mag. tele víz “piena/carica acqua”, tele pina [tɛlɛ pinɒ] “(ri)piena passera”, tele picsa [tɛlɛ piʧɒ] “(ri)piena/ carica/matura fica”). In fin dei conti nel nome greco del-phýs ritroviamo pure il nostro buon pesce/Fisch/fish/vis che vive nell’“acqua” víz/bis/pis. Questa intima correlazione tra BIZ/víz/bis/pis “acqua / pozzo/a” – pesce/Fisch/fish/peștedelfino / del-phýstele picsa “piena fica”  / “utero” – PEŠ “figlio/fils” [fis] è manifesta nella raffigurazione di un “bambino” a cavallo di un delfino ricorrente nell’iconografia etrusca su sculture, vasi e affreschi.

 


    Nella raffigurazione sottostante il delfino lo vediamo invece come  psychpompos / “accompagnatore” di anime di guerrieri.

Il vocabolo greco bios [vios], attualmente di inflazionistico utilizzo in commercio nella sua forma abbreviata bio-, come sappiamo, significa “vita”. Tralasciando il secondo fonema del dittongo -io-, cioè l’ o, contenuto in v-io-s, che cosa ci rimane? Ovviamente: vis. Che la “vita” bios [vi(o)s] vis  (cfr. lat. vīs “forza, potere”) equivalga alla sacra “acqua” BIZ, víz, vesi, Wasser, voda, water, ecc. – miracolosa prima materia presente nell’universo in tutti e tre stati di aggregazione: solida, liquida e gasosa – non necessita di ulteriori spiegazioni, poiché si spiega da sé. Molto interessante in magyar la rivelatrice correlazione tra le parole-seme: víz [vi:z] “acqua” – visz [vis] “porta (via), trasporta(re), promuove(re)” – szív [si:v] “cuore, aspira”, forma speculare di visz (visz | szív). La “vita”, in basco bizi, che come l’“acqua” Wasser / water / voda viene e va, viene vissuta.

 Com’è noto, la dea che profetava nel santuario oracolare di Delphi si chiamava Pito o Delphina. Mentre all’oracolo di Eleusi a profetare erano le Pizie; e lo facevano, guarda caso, una sola volta al mese! Ora, essendo questi nomi forme lievemente variate di mag. picsa [piʧɒ] “passera/fessura/ fica” rispettivamente tele-pina [tɛlɛ pinɒ] “piena/carica/matura/fertile vulva”, comprendiamo senza fatica che essi richiamano la fonte di vita “acqua” víz/pis/bizi in cui vive il prolifico e viscido pesce, nutrimento di base dell’essere umano da sempre e antico simbolo di: vita – morte – resurrezione.

 La mitica serpe Pitonessa, Pito / Pythia / Pizia di Delphi dimorava attorcigliata in una “grotta” (un pozzo) presso una “sorgente”. Secondo la mitologia greca Pitone, figlio/a di Gea, è prodotto/a dal “fango” della terra dopo il Diluvio Universale. Sostegno di affinità fonosemantica offrono le voci ebraiche: bos “fango” ovvero la Terra accogliente resa fertile dalle acque, fonte di fecondità e di crescità; bisa “palude, acquitrino”, suolo impregnato di “acqua” víz/bis/pis; besa “uovo”, principio di “vita”, basc. bizi, origine del mondo, l’uovo universale: creazione – vita – resurrezione. In questo contesto è assai interessante una scultura dell’India meridionale di una divinità femminile con il serpente dell’energia creativa che fuoriesce dalla sua vulva/fica. Questa arcaica associazione della serpentina fuoriuscita dalla fessa / fessura viene convalidata in magyar/(h)ungherese dalla correlazione dei due vocaboli “serpente” e “fuoriviene/-esce”, quasi identici:  kígyó – kigyő / kidjő / kijön. Tale realtà verbale permette la coesiva formulazione: A kígyó-erő a picsá-ból győ/jön ki «La forza-serpente dalla fica esce/viene fuori».


 Come dicevamo prima, il fatto che «Il pesce vive sotto la superficie dell’acqua» A hal a víz-felszíne al-att él è confermato quindi dallo stesso nome del “pesce” hal in cui è contenuto -al “sotto”. Peraltro questo modello diciamo “a scatole cinesi” o a “bambole matrioshka” non è un caso eccezionale in magyar/(h)ungherese ma uno che ricorre abbastanza spesso. Di esempi ce ne sono tanti; eccone alcuni: vér “sangue” che contiene ér “arteria/vena” (sostenuta da ár “flusso, corrente”); kör “cerchio” che contiene sia “pietra” che őr “guardiano, vigilante”; lép “calca(re), passa(re)” (sostenuta da láb “piede”, lap “piatto, piastra, lastra,  superficie”) che contiene le “ingiù” e ép “salvo, sano,  integro, illeso, intatto”; di cui la frase coerente e coesiva: Az ép láb le lép a lap-ra «Il salvo piede ingiù calca sulla lastra / superficie»; oppure kép “immagine, pittura” (lat. pic-tura, ingl. pic-ture; kép | pic), szép “bello/a”, nép “popolo” che contengono ugualmente ép “salvo/a, integro/a” ecc. ecc.. Az ép kép szép «L’integra immagine è bella». A szép kép ép «La bella immagine è integra/salva». A nap-nép szép képe ép «La bella immagine del popolo-Sole è salva/integra». 

 E con al “sotto, basso” si apre la sfera del “mondo infero”: al-á “sotto di”,  al-j “fondo, fondale, parte inferiore”, al-ul “in fondo, di sotto” (contr. fel-ül “di sopra”), al-att “sotto”, (contr. fel-ett “sopra”), víz-al-att “sotto l’acqua” (lett. “acqua-sotto”), al-só “inferiore” (contr. fel-ső “superiore”), al-v-ó “dormiente”, al-sz-ik “dorme”, al-v-ás “(il) dormire”, al-tat “fa addormenta(re)”, al-tat-ó “che fa addormentare”, al-tat-ás “(il) far addormentare”, ál “finto”,  ál-om “sogno”, ál-mod-ó “sognante”, ál-mod-ik “sogna(re),  al-ag-út “tunnel”, al-világ “infero” (lett. “basso-mondo”, ted. “Unter-welt”), áll “sta (in piedi); mento”, ül “siede”, él “vive(re), guida, taglio”, eleliminare, via”, öl “grembo; uccide” e pure alj-as “infame, vile”, alj-as-ság “bassezza, infamia, viltà”.

 

Continua con: Hal > Hajó = “Pesce” – “Nave”.

 

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