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mercoledì 5 ottobre 2011

Il mistero di Göbekli Tepe, in Turchia


Un mondo perduto di 12000 anni fa sepolto dai suoi costruttori
di Paolo Battistel


Difficile immaginare cosa pensasse Klaus Schmidt quando fece il suo primo sopralluogo nel 1994 intorno a quella singolare “collina con la pancia” certamente non avrebbe mai potuto immaginare di scoprire il più antico tempio mai costruito dalla razza umana. Una maestosa opera architettonica che ha iniziato ad essere eretta intorno al 10000 a.C. e destinata a frantumare le fondamenta della storia.
Göbekli Tepe (letteralmente collina con la pancia) è un sito dell’odierna Turchia Sud-orientale nella provincia di Sanliurfa segnato dagli addetti ai lavori fin dal finire degli anni 50 dopo gli iniziali sopralluoghi era stato bocciato nel 1960 sia dall’università di Chicago che da quella di Istanbul considerandolo semplicemente un grande tumulo medievale in cui affioravano delle “singolari” lapidi.
Nel 1994 nuove segnalazioni degli abitanti del luogo riguardo i frequenti affioramenti di frammenti di manufatti fanno muovere il museo di Sanliurfa che solletica con insistenza una nuova verifica ed è proprio Klaus Schmidt (che in quel momento stava lavorando in alcuni siti neolitici più a nord), che dopo aver letto la lapidaria relazione del 1960 dell’archeologo Peter Benedict si incuriosisce alla vicenda e si reca con la sua squadra a fare un sopralluogo nella “Collina con la pancia”.

Schmidt ricorda che appena giunto con la sua spedizione non aveva avuto il minimo dubbio su cosa celasse il ventre della collina, “era evidente fin da subito che quello era stato un gigantesco sito dell’età della pietra”. “Avevo due possibilità” ricorda Schmidt “Andare via senza dirlo a nessuno o passare il resto della mia vita lavorativa qui”.
Appena iniziarono gli scavi Schmidt si rese conto immediatamente che i bianchi megaliti affioranti che erano stati considerati decenni prima semplici lapidi tombali (d’epoca medievale) erano in realtà degli imponenti pilastri a forma di T d’epoca neolitica. Questo tipo di manufatto era noto all’archeologo che ne aveva studiati alcuni di simili qualche anno prima nel sito neolitico di Nevali Çori ma la grandiosità dei pilastri di Göbekli Tepe non aveva pari. Gli scavi ne portarono alla luce decine di dimensione variabile dai 2 ai 7 metri d’altezza. In qualche anno gli archeologi di Göbekli riuscirono a ricostruire quattro grandi cerchi megalitici dal diametro variabile dai 10 ai 30 metri composti interamente da questi pilastri a forma di T spesso sostenuti (e recintati) da dei muri a secco strettamente adiacenti.
Secondo Schmidt i pilastri rappresenterebbero degli esseri umani stilizzati a cui venivano scolpiti dei tratti umanoidi, ma l’archeologo tedesco va oltre ipotizzando in quelle immagini una prima forma di “religione moderna” “penso che qui siamo faccia a faccia con la prima rappresentazione degli dei. I pilastri non hanno né occhi né bocca ma hanno le armi e le mani. Essi sono quindi responsabili”.
L’elemento più stupefacente del sito neolitico è rappresentato senza dubbio dalla moltitudine di bassorilievi scolpiti che decorano gli stessi Pilastri. Serpenti, volpi, avvoltoi, leoni, cinghiali e tori si intrecciano sulla pietra calcarea insieme ad animali meno feroci come Ibis, gru, anatre, asini senza dimenticare le grandi immagini di ragni e scorpioni. Un vero e proprio “zoo dell’età della pietra” secondo gli archeologi.
Gli uomini di Göbekli scolpivano la pietra calcarea con dei semplici utensili di selce scheggiata ma con una straordinaria abilità raffigurando il mondo che vedevano dinanzi ai loro occhi di cacciatori-raccoglitori, un mondo che assomigliava a un antico Paradiso Perduto ricco di flora e fauna di cui l’uomo era parte integrante. Tra i cerchi megalitici sono state anche disseppellite statue vere proprie (come una testa umana e un uomo con il pene eretto) ma anche complessi altorilievi vennero scolpiti direttamente sulle pareti dei pilastri stessi spesso nella forma di animali feroci.


Per quanto ciascun cerchio megalitico abbia al suo interno due imponenti pilasti-umanoidi a forma di T Schmidt non crede (come ipotizzato da molti) che questi rappresentassero un uomo e una donna né che il tipo di culto praticato a Göbekli Tepe si avvicinasse ai riti della fertilità ritrovati nelle comunità vicine (molto più tarde). In tutte le raffigurazioni fin’ora portate alla luce non ci sono chiari simboli della fertilità simili agli altri siti neolitici e persino gli animali raffigurati hanno per buona parte chiari tratti maschili, mentre le colonne risultano totalmente asessuate.
Sotto queste imponenti immagini è possibile distinguere bassorilievi molto più piccoli in cui i soggetti sono combinati tra loro in una successione che appare molto simile ai geroglifici che potremmo trovare in Egitto 7000 anni più tardi. In queste composizioni simboliche animali di tutte le specie indicate vengono affiancati a simboli arcaici come il cerchio, la mezzaluna e un segno indecifrabile che assomiglia molto alla nostra H. “Probabilmente si tratta di pittogrammi da cui le persone del luogo potevano trarre informazioni” ipotizza Schmidt, costringendo il mondo a far anticipare l’idea della scrittura di migliaia d’anni. Gli uomini si sarebbero mossi verso la strada della comunicazione scritta prima ancora di fondare insediamenti stabili.
Ciò che sconvolse l’intero mondo accademico (e non) è la datazione che si riuscì a dare al sito attraverso il dissotterramento delle ossa di animali presenti nei vari strati. L’insediamento risaliva a circa 12000 anni fa in un periodo storico chiamato Neolitico Preceramico A, un periodo che si conclude circa nel 8700 a.C. e il sito è continuato ad essere sviluppato per più di 2000 anni prima di essere seppellito per opera degli stessi autori. Oltre all’incomprensibile domanda sul perché di un atto simile, su cosa spinge una società a sotterrare la sua opera più maestosa ciò che è apparso quantomeno singolare nella datazione dei reperti è che quelli più antichi, antecedenti al 9000 a.C., sono visibilmente più accurati e imponenti mentre le costruzioni successive che si avvicinano temporalmente al Neolitico Preceramico B appaiono molto meno elaborate tanto da far pensare a una progressiva decadenza di quella società neolitica. Una decadenza o un cambiamento d’abitudini che può aver condotto alla traumatica decisione di sotterrare il loro imponente tempio.
Come è stata però possibile il realizzarsi di una simile opera architettonica da parte di una società che tutti hanno creduto fin’ora vivere in piccoli gruppi in un’economia di stretta sussistenza? Una società basata sulla caccia e il raccolto occasionale? Schmidt frantuma questo schema evolutivo “I blocchi di calcare dei pilastri (il cui peso varia dalle 40 alle 60 tonnellate) sono stati estratti e scolpiti da migliaia di persone che non conoscevano ancora la ruota né la ceramica o i metalli, ma non avevano inventato nemmeno l’agricoltura o l’allevamento”, questa evidenza dei fatti risulta inconciliabile con la visione classica dei cacciatori-raccoglitori in quanto per un simile compito era necessario un governo centrale in grado di coordinare masse di lavoratori indispensabili per la realizzazione di grandi monumenti.
Quindi non sarebbe stata l’agricoltura con il conseguente surplus di cibo a portare gli uomini a una vita sedentaria in gruppi che con il passare dei secoli sono cresciuti ma il desiderio di grandezza nel costruire questi imponenti monumenti a portare questa grande massa d’uomini a scegliere la vita sedentaria.
“Per mantenere le migliaia di persone che costruivano il monumento a un certo punto la caccia non deve essere più bastata” rivela Klaus Schmidt e la sua approfondita conoscenza del territorio della “Mezzaluna fertile” lo porta a formulare una precisa ipotesi sulla nascita dell’agricoltura “A pochi chilometri da Göbekli Tepe c’è il Monte Karaca Da, il luogo in cui sono stati rinvenuti i capostipiti selvatici del grano coltivato. Da quei campi naturali di cereali gli uomini devono aver cominciato a raccogliere i semi, per aver cibo abbondante e facile da conservare. Poi dalla raccolta si è passati alla coltivazione”.
Quindi gli uomini accumunati nella decisione di erigere Göbekli Tepe hanno modificato il loro status e le loro abitudini diventando sedentari e iniziando così a erigere le loro comunità in quell’antica mezzaluna fertile che è poi diventata la culla di tutte le civiltà. Il prezzo di questa scelta che ha forgiato la società umana nella forma in cui la conosciamo ha però spezzato l’equilibrio che esisteva fino ad allora tra uomo e natura modificando con l’agricoltura la flora rigogliosa dell’antica mezzaluna e trasformandola in un territorio molto più arido. La caduta dell’innocenza nomade dell’uomo era avvenuta, in quelle nuove condizioni i Pilastri-totem sarebbero stati sostituiti da divinità da temere, divinità plasmate su quel nuovo paesaggio. Il mondo paradisiaco di Göbekli Tepe era perduto.

Fonte: il democratico.com

2 commenti:

  1. Interessantissimo articolo.
    Ma se invece la storia dell'uomo non fosse come la conosciamo ma ci sia stato un periodo di evoluzione tecnologica e sociale fino diciamo ad un'età del bronzo inziale e poi un periodo involutivo, per ragioni sconosciute, che ci ha riportato al neolitico?
    Saluti

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  2. Il tempo lineare è una riflessione moderna, conseguenza logica dell'invenzione dei meccanismi per calcolare secondi, minuti, ore e giorni. Un tempo l'uomo era legato ai cicli delle stagioni, alle lune, a solstizi ed equinozi. Percepiva la natura in maniera più sensibile di ciò che avviene oggi. Questi cicli vitali sono sempre scanditi da alti e bassi, evoluzioni e involuzioni. Pensi che per vari secoli (dal XII a.C. all'inizio del VIII circa) i greci abbandonarono la scrittura, dimenticarono i progetti per i grandi edifici e via dicendo. La sua osservazione, dunque, è condivisibile e logica.

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