Diretto da Pierluigi Montalbano

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lunedì 20 agosto 2012

Ossidiana millenaria scoperta a Capri

Capri: sub scopre antichissimo carico navale di ossidiana



Sensazionale ritrovamento di un carico navale di ossidiana risalente a oltre cinquemila anni addietro nel mare dell’isola di Capri. Autore della scoperta è Vasco Fronzoni, l’esperto subacqueo caprese che in una delle sue immersioni quotidiane si è trovato di fronte a un incredibile avvistamento. Fronzoni, nel rendere pubblica oggi la notizia dopo aver depositato in Soprintendenza la denuncia e la relazione del rinvenimento, afferma che “il ritrovamento potrebbe aggiornare la storia del golfo di Napoli e scrivere nuove pagine sui commerci e sulle rotte dell’antichità”. Il carico, che secondo il sub giace sui fondali dell’isola da oltre cinquemila anni, è legato, dice Fronzoni, “alla presenza di un relitto navale di epoca neolitica che trasportava lungo le nostre coste un carico di ossidiana che nell’epoca preistorica veniva adoperata come materia prima per la fabbricazione di armi, utensili e altri manufatti ed era tra i più pregiati elementi prima dell’avvenuto dei metalli”. Il relitto giace con tutta probabilità nel substrato del fondale al di sotto e serba in sé una caratteristica esclusiva ed unica al mondo, poiché non è mai stato rinvenuto alcun relitto di tale epoca e, soprattutto, mai uno che trasportasse ossidiana. Dopo l’avvento dei metalli, l’ossidiana venne poi impiegata come pietra preziosa da egizi, greci e romani. Prima dell’Età del Bronzo, dunque, per poter ottenere degli strumenti taglienti, resistenti e di agevole lavorazione (caratteristiche non altrettanto consentite dalle pietre e dalle selci), era possibile ritrovare questo vetro vulcanico esclusivamente in pochi siti. Nel Mediterraneo occidentale esistevano solo quattro giacimenti ove il repentino raffreddamento di magmi acidi effusivi, vetrificava formando ossidiana: Lipari, Pantelleria, Palmarola e il Monte Arci in Sardegna. Desta stupore il rinvenimento di Capri che potrebbe dunque aggiornare la mappa delle rotte dei commerci dell’epoca. Probabilmente quello rinvenuto a Capri è uno dei più antichi carichi marittimi ritrovati nel bacino del Mediterraneo. Il relitto appartiene, verosimilmente, ad una imbarcazione che naufragò mentre stava trasportando blocchi di vetro vulcanico sull’isola di Capri, divenuta nell’antichità, secondo alcuni autori, uno dei principali centri di lavorazione per la produzione di manufatti di ossidiana. Nel prossimo mese di settembre, mediante rilievi geodetici e geofisici, sarà individuata la sua precisa localizzazione e saranno raccolti tutti gli elementi per inquadrare da un punto di vista storico e archeologico il sito e i reperti da parte di un gruppo di lavoro di cui faranno parte il Centro Studi Subacquei Napoli e l’università Parthenope, con l’appoggio della Soprintendenza Archeologica di Napoli e del Comune di Capri. Fronzoni non ha svelato il punto esatto dell’isola in cui è avvenuto il ritrovamento né la sua profondità, preferendo attendere il sopralluogo che avverrà a settembre da parte del gruppo di lavoro.

fonte: Caprinews
Immagine di Napolitoday

domenica 19 agosto 2012

Reperti archeologici recuperati a Villasimius

La folle fuga dei "tombaroli" del mare:
a Cala Pira recuperate anfora e ancora



Un blitz in mare, ad un miglio e mezzo dalla costa di Cala Pira, suggestiva baia di Castiadas col recupero a 35 metri di profondità di un’ancora e un’anfora del periodo romano.

Il tutto al termine di un incredibile inseguimento tra la motovedetta dei carabinieri di Villasimius e una grossa barca con a bordo almeno quattro sub che si preparavano a recuperare i reperti archeologici. I predatori del mare sono scomparsi nel buio fuggendo in direzione di Capo Ferrato. Inutile il successivo appostamento della Motovedetta dell’Arma che per un giorno è rimasta in attesa dei misteriosi sub che hanno preferito girare a largo da Cal’e Pira. Tutto è iniziato la notte di giovedì, quando la pattuglia della motovedetta dell’Arma (composta dal brigadiere Massimo Pisano e dall’appuntato Efisio Atzeni), ha notato una luce a mare. I carabinieri sono riusciti ad avvicinarsi: a bordo c’era almeno i sub ed il comandante. Una presenza scomoda che non è sfuggita ai misteriosi "uomini del mare" con la barca che è schizzata tra le onde a fortissima velocità. Gli uomini della motovedetta hanno tentato l’inseguimento, desistendo dopo venti minuti visto che la barca diventava imprendibile. A loro non è rimasto altro da fare che tornare indietro e fare una ispezione nel punto di "impatto" col natante in fuga. I carabinieri hanno così notato una bottiglia in superficie ed una fune rivolta verso il fondale marino. La zona è stata presidiata sino a ieri quando sono intervenuti i carabinieri subacquei che a 35 metri di profondità, hanno recuperato l’ancora e l’anfora risalenti al primo secolo dopo Cristo. Le ispezioni sott’acqua continueranno nelle prossime ore con la convinzione che i reperti riportati in superficie siano di una nave i cui resti potrebbero essere nelle vicinanze. L’ancora e l’anfora sono state poi portate al porto di Villasimius e consegnate alla Sovrintendenza archeologica di Cagliari.

Fonte: L'Unione Sarda

Villaggio neolitico a Cagliari, nella laguna di Santa Gilla

Villaggio prenuragico e Nuraghe Cuccuru Ibba


L’abitato nuragico e prenuragico di Cuccuru Ibba è situato all’interno della Laguna di Santa Gilla, in territorio di Assemini (CA), al confine con Capoterra. Esso è raggiungibile passando nella s.s. 195 direzione Pula e svoltando a destra nella strada dorsale consortile (s.p. 12) per Macchiareddu-Grogastu, proprio dietro lo stabilimento industriale di compostaggio.
Le ricerche di superficie condotte nell’area, attraverso il rinvenimento di materiale ceramico e di ossidiana, collocano l’insediamento al periodo della cultura di Ozieri (3200-2800 a.C.) e nel Bronzo Recente e Finale.

Nel villaggio sono stati rinvenuti scarti di lavorazione dei metalli (ciò fa supporre la presenza di un’officina litica). Il nuraghe, invece, è interamente occultato dalla terra e dalla vegetazione che gli danno la parvenza di un’umile collinetta (in sardo “cuccuru”) alta alcuni metri che si erge sulle acque delle saline di Stato; queste certamente hanno apportato rilevanti manomissioni stratigrafiche nell’intera area a partire dal 1936. Il materiale di riporto occulta la struttura millenaria dalla quale emergono solo alcuni massi di dimensioni megalitiche, presenti sulla vetta e nelle immediate vicinanze.

Diversamente da quanto appare ad uno sguardo superficiale, anche questo insediamento è tutt’altro che isolato. Esso infatti, oltre ad essere in collegamento visivo con i nuraghi dei promontori vicini, che all’epoca dovevano essere ben più numerosi di ora, dista 700 m. da un'altra struttura, il “nuraghe Punta Ibba”, indicato nelle carte topografiche (sempre in territorio di Assemini). La posizione in cui è situato il monumento doveva essere strategica, infatti, salendo sulla sommità di questo “cuccuru” è possibile ammirare la laguna di Santa Gilla e il suo habitat lagunare; lo sguardo può spaziare dai monti di Gutturu Mannu e Monte Arcosu a sud ovest, fino alle torri di Cagliari, il Castello di San Michele ed il golfo.
Stride la vicinanza dell’impianto di termovalorizzazione e trattamento dei rifiuti, a breve distanza da quest’area d’interesse archeologico oltre che naturalistico. Per questo l’intera zona necessiterebbe di maggiore valorizzazione e tutela ambientale, tenendo conto della sua vocazione turistica.

Fonte Su Scruxoxu

sabato 18 agosto 2012

Civiltà Nuragica a Cagliari


Civiltà Nuragica a Cagliari
Due serate dedicate all'archeologia si svolgeranno a Cagliari nei 22 e 29 Agosto, con inizio alle ore 20.15, sul lungomare Poetto. Location scelta dagli organizzatori sarà La Lanterna Rossa, il chiosco che si trova presso la 5° fermata del Bus CTM, nella spiaggia cagliaritana.
Organizza l'istituto universitario I.U.S.3 di Luca Noli.
I temi affrontati dal relatore Pierluigi Montalbano ruotano intorno alla civiltà nuragica, l'epoca d'oro dei sardi costruttori di torri. Le vicende raccontate nel primo appuntamento, Mercoledì 22 Agosto, inizieranno nel 1800 a.C., all'alba dell'età del Bronzo, quando le comunità isolane inaugurarono una nuova strategia di insediamento edificando le più imponenti strutture in pietra di tutto il Mediterraneo Occidentale. Utilizzando una tecnica costruttiva denominata "ciclopica", i sardi sviluppano la capacità di sovrapporre grandi pietre, appena sbozzate, giungendo nel giro di pochi secoli a produrre edifici a tre piani che svettano fino a 28 metri di altezza, come nel caso del Nuraghe Arrubiu di Orroli. Nulla a che vedere con le tholos dei micenei, simili nell'aspetto interno, pur se con diametro più grande, ma realizzate scavando grandi ipogei e rivestendoli in pietra. I sardi superarono i problemi dettati dalla statica, giungendo ad una perfezione tecnica che consente, dopo 4000 anni, di ammirare questi "palazzi" sparsi in tutta la Sardegna. Con quella tecnica ciclopica realizzano ciò di cui la comunità aveva bisogno: case, edifici di culto, luoghi di vedetta, torri costiere, granai e, verso il 1000 a.C., particolari capanne che segnano con maniacale precisione il trascorrere delle stagioni, sfruttando la luce e le ombre proiettate dal sole e dalla luna attraverso piccole aperture praticate nello spessore murario.
Saranno esaminate le architetture più significative dell'epoca e, con l'ausilio di immagini proiettate su uno schermo, il relatore illustrerà l'evoluzione subìta dalle strutture nel corso dei secoli.

Il secondo appuntamento con la civiltà nuragica sarà Mercoledì 29 Agosto, stesso luogo e stessa ora, e prenderà in esame il rapporto dei nuragici con il mare. Tecniche costruttive, natanti, sistemi di propulsione, rotte marine, empori lungo le coste e altre vicende legate ai commerci con gli altri antichi popoli del Mediterraneo. Altre immagini e altre storie, con la Sardegna protagonista delle autostrade del mare. Crocevia degli scambi nel cuore del Mediterraneo, la Sardegna, con i suoi 8.000 nuraghi, partecipò alla koinè commerciale che ruotava intorno all'approvvigionamento dei materiali necessari per ottenere il bronzo: rame e stagno. Le zone minerarie della Sardegna offrivano piombo, argento e altre risorse che catalizzavano l'attenzione di tutti i grandi imperi dell'epoca. Lo studioso Pierluigi Montalbano, relatore anche di questa serata, affronterà gli scambi commerciali inaugurati dai minoici, i mitici abitanti di Creta che ricordiamo per le vicende legate ai leggendari Minosse e il Minotauro. Nel 1500 a.C. la talassocrazia minoica fu sostituita dai micenei e, dopo qualche secolo, da quei commercianti ricordati convenzionalmente col nome di "Popoli del Mare", fra i quali i sardi spiccavano per capacità organizzative.

Ingresso libero.

giovedì 16 agosto 2012

Germania. Scoperta in grotta una Dea Madre di 40.000 anni fa.

Hohle Fels – Trovata una statuetta preistorica che raffigura la dea della fertilità


Germania meridionale, grotta di Hohle Fels: scoperta la più antica manifestazione della storia dell’arte figurativa. È una statuetta intagliata nell’avorio di Mammut che ritrae una donna con un seno abbondantissimo e risale a 35000 – 40000 anni addietro.

Nicholas Conard, archeologo tedesco dell’Universität Tübingen, descrive il reperto su “Nature” e spiega che fu creato dalle mani di un artista facente parte delle prime società di Homo Sapiens che abitarono l’Europa. La statuetta, ribattezzata Venere di Hohle Fels, fornirebbe, secondo l’archeologo tedesco, una nuova concezione dell’arte dell’età paleolitica superiore e rinsalderebbe l’idea che lo sviluppo dei primi uomini moderni, che vissero nella Germania meridionale, andò di pari passo con espressioni culturali innovative.

Il manufatto è lungo soltanto sessanta millimetri e quando è venuto alla luce era frammentato in sei parti. Raffigura una donna dotata di attributi sessuali dalla forma esagerata: seni enormi e prominenti, così come il ventre, la vulva e le cosce, mentre gambe e braccia sono minuscole. Infine, la testa si presenta come un piccolo anello nel quale forse veniva introdotta una cinghia per appendere la statua.

Conard evidenzia che questa immagine riprende le più tarde (databili a 5000 anni dopo circa) e famose figure di Venere emerse dalla Russia ai Pirenei e connesse alla cultura Gravettiana, che interessò la maggior parte del continente europeo nell’era pleniglaciale. Secondo gli studiosi, si tratta di un simbolismo associato ai rituali della fertilità.

Mentre, l’archeologo Paul Mellars (University of Cambridge), nel commento che ha scritto su “Nature”, spiega che dal punto di vista dell’evoluzione, questa diffusione di manufatti simbolici rispecchia una maggiore capacità nell’organizzarsi, probabilmente legata a un salto similare nella complessità del linguaggio.

Fonte: Archeorivista

mercoledì 15 agosto 2012

Domus de Janas - Sa Pala Larga

Sa Pala Larga
di Paola Arosio e Diego Meozzi
Stone Pages


La Sardegna è un'isola italiana nota tra gli archeologi soprattutto per i suoi nuraghes - antiche torri che ricordano in qualche modo i broch scozzesi, ma più numerose ed elaborate. Sull'isola si possono trovare molte altre antiche meraviglie: dalle cosiddette "tombe di giganti" alle "domus de janas" (case delle fate - tombe scavate nella roccia) come ai pozzi sacri preistorici. La Sardegna è quindi una regione veramente incredibile per qualunque appassionato di monumenti antichi. Ma alcuni dei suoi esempi più eccezionali potrebbero rimanere nascosti per secoli dopo essere stati scoperti e scavati [dagli archeologi]. Come vi raccontiamo in questa storia.

All'inizio di aprile abbiamo fatto un giro archeologico in Sardegna e una sera ci siamo trovati a soggiornare nell'agriturismo Sas Abbilas, in una meravigliosa valletta isolata nei pressi di Bonorva (Sassari) e di un sito archeologico importante, Sant'Andrea Priu. Il proprietario, Antonello Porcu, ci ha mostrato delle splendide immagini che ritraggono spirali rosse da 70cm dipinte sulle pareti di una cella laterale di una tomba preistorica che è stata oggetto di scavo un anno e mezzo fa. E ci ha raccontato la storia della cosiddetta "tomba della scacchiera".
I terreni del signor Porcu sono situati a fianco di una zona denominata Tenuta Mariani dove già nel 2002 era stata identificata una necropoli preistorica. Nel 2007 il Comune di Bonorva ottiene un finanziamento per effettuare un censimento dei siti archeologici dell'area e la cooperativa che ha l'appalto si avvale della competenza dell'archeologo Francesco Sartor per la Sovrintendenza archeologica di Nuoro e Sassari. Dopo la prima fase di censimento, l'anno successivo è la volta di una campagna di ricerca e scavo, sempre guidata da Francesco Sartor. Diverse settimane dopo l'inizio dei nuovi lavori, l'archeologo dichiara di non avere trovato ancora nulla, ma il signor Porcu nota che per diversi giorni di seguito gli scavatori scendono dalla collina ricoperti di polvere di roccia. Allora il fratello del signor Porcu si rivolge direttamente in sardo (com’è noto una lingua molto diversa dall'italiano) agli scavatori, chiedendo: "La scrofa ha fatto i maialetti?" Al che loro rispondono (sempre in sardo): "Sì, e dovresti vedere quanti, e che belli!" Questa è la prova che qualcosa di importante era stato trovato sulle colline di Mariani.

Dopo qualche giorno, il signor Porcu e il fratello si recano sul posto e trovano, al di sotto di un telone di protezione sistemato dagli scavatori, un dromos con un prospetto architettonico scavato nella roccia che conduce ad una grande tomba con tre celle laterali. La tomba è decorata con disegni d'ocra rossa brillante, con protomi taurine scolpite nel lato maggiore della camera principale e con un tetto alto circa 1,70m scolpito come se fosse composto da assi in legno, dipinte alternativamente in blu scuro e bianco. Ma l'elmento visuale più eccezionale della tomba è una serie di grandi spirali rosse dipinte in una cella laterale: un totale di sette spirali, molte delle quali interconnesse tra loro. La qualità delle antiche pitture è straordinaria, e su una volta è dipinta anche una figura geometrica rarissima nelle tombe sarde: un motivo a scacchiera bianca e nera - qualcosa probabilmente di unico in un sito apparentemente databile al Neolitico recente e riferibile alla cultura di San Michele di Ozieri (3800 a.C. – 2900 a.C.).
Dopo la sua visita alla tomba, il signor Porcu si reca dal sindaco di Bonorva, informandolo della straordinaria scoperta effettuata sul loro territorio. Il sindaco, stupito, dichiara di non essere stato informato dall'archeologo della scoperta, né di avere ricevuto comunicazioni ufficiali dalla Sovrintendenza.

La fine di questa storia? Dopo circa 4 mesi di scavi la Sovrintendenza decide di sistemare un enorme blocco di pietra di fronte all'unico ingresso della tomba; si fa quindi una colata di cemento e si ricopre l'intera zona con uno spesso strato di terra, sigillando nuovamente il sito, probabilmente per sempre. Ciò viene fatto per "preservare la tomba da eventuali saccheggiatori". E la tomba e il suo prezioso contenuto, così scompaiono. Una sorte condivisa anche da altre tombe dell'area, tra cui quella denominata "Sa Pala Larga" nella quale è stata trovata un'incredibile protome taurina scolpita e una serie di spirali a creare una sorta di "albero della vita".
Il sindaco di Bonorva, Mimmino Deriu, da noi intervistato, ha dichiarato che, nonostante la cronica mancanza di fondi, crede nel grande valore del patrimonio archeologico dell'area e si sta impegnando a valorizzarlo, in particolare con la riapertura del locale Museo archeologico situato in un ex convento e con il recentissimo accordo (del 7 aprile scorso) con l'Ente Forestale per la gestione tecnico-economica di tutela, conservazione e valorizzazione, anche ai fini turistici, proprio della Tenuta Mariani, dove si trova la necropoli sigillata.
Abbiamo anche contattato Luisanna Usai, archeologa della Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Sassari e Nuoro e responsabile dell'area di Bonorva, per sapere se c'è un progetto di riapertura della tomba e la possibilità di rendere visitabile la necropoli. L'archeologa ha esposto molto chiaramente il proprio punto di vista sulla questione: "Non voglio che si parli di questa cosa, non mi interessa che si sappia. Noi della Soprintendenza siamo chiamati soprattutto alla tutela dei siti: le pitture sono labili e quindi la tomba rimane chiusa". E ha concluso affermando che "Il canale per far conoscere questo tipo di scoperte lo scegliamo noi della Soprintendenza".
Ora, fermo restando che siamo pienamente d'accordo sull'assoluta necessità di preservare la tomba dalle mani di saccheggiatori e tombaroli, la sua chiusura ci sembra abbia un senso solo in una prospettiva a breve termine. Anche perché testimonianze locali affermano come altre tombe sigillate nella zona - tra cui la già citata Sa Pala Larga - stiano soffrendo di pesanti infiltrazioni d'acqua che ne compromettono le pitture: il rimedio sembra quindi avere un effetto opposto a quanto auspicato.
Confermando il nostro rispetto per la Soprintendenza e i suoi archeologi, a partire da Luisanna Usai, che sappiamo essere un'ottima e capace professionista, non siamo tuttavia d'accordo né con i metodi applicati né con questo atteggiamento di chiusura: se si chiamano 'beni culturali' è evidente che siano un patrimonio nazionale, di tutti. La tutela è una cosa, l'occultamento a tempo indefinito - per quanto motivato da princìpi di preservazione - e' un'altra.
George Nash, archeologo del Dipartimento di Archeologia ed Antropologia dell’Università di Bristol ed esperto mondiale di arte preistorica, da noi contattato ha commentato: "Lo straordinario stato di conservazione di questo esempio di arte preistorica è paragonabile per importanza alle immagini dipinte all’interno della camera dell’Oracolo dell’ipogeo di Hal-Saflieni a Malta. Questa scoperta è di importanza internazionale e dovrebbe essere condivisa tra i ricercatori di arte preistorica. L’aver sigillato il monumento rappresenta un crimine contro la comprensione delle vere origini del Neolitico dell’Europa meridionale".
Ci chiediamo quanti monumenti eccezionali siano stati trovati, scavati e sigillati nuovamente negli anni da parte degli archeologi in Sardegna, senza che nessuno - tranne pochi addetti ai lavori - ne venisse a conoscenza. Per diffondere la consapevolezza dell'esistenza di questo posto veramente speciale, ci auguriamo che lettere e messaggi inviati direttamente al sovrintendente archeologico di Sassari e Nuoro possano convincere la Soprintendenza ad adoperarsi per l'apertura al pubblico della necropoli dell'area Mariani, in modo da condividere la sua straordinaria bellezza con il resto del mondo.

Immagini: http://www.stonepages.com/scacchiera/

martedì 14 agosto 2012

Carta de navigar: Portoghese?...No di certo, è Veneziana!

Carta de navigar per le Isole nuovamente trovate: Pacco Veneziano.
di Rolando Berretta



Oggi parliamo del planisfero:
Carta del Cantino, 1502, Biblioteca Estense Universitaria – Modena.
Carta de navigar per le Isole nuovamente trovate.
Per lo schema: hanno usato schemi da 34 ma con due secondari da 17. I due giri di compasso sono da 24. L’impostazione è originale rispetto ai soliti giri di compasso da 26.

Questo Planisfero (vedi Immagine) è il vanto della cartografia portoghese.
Posso affermare, con sicurezza, che questa è una delle tante carte veneziane.
Questi sono i fatti:
Alberto Cantino era un faccendiere del duca Ercole d’Este di Ferrara. Agli inizi del 1500 lo troviamo a Lisbona, in Portogallo. Sempre a Lisbona troviamo, nello stesso periodo, Pietro Pasqualigo come ambasciatore di Venezia.

Questa LETTERA è conservata negli archivi modenesi:

"Ill.mo Principi et Ex.mo Duci et Domino Domino Herculi Duci Ferrarie et Domino meo Benefactorique observandissimo, Ferrarie.
Ill.mo Princeps et Ex.me Dux et Domine Domine mi observandissime etc.
Per una de V. Ex in risposta d'una mia a giorni passati a quella drizata, ho inteso quanto in epsa se contiene, et maxime circha la Charta del navichare: Il che humilmente a V.S. respondendo adviso, che dicta Charta lassai in genoa a dicto messer Francesco Catanio et da lui hebbi Ducati vinte striti, cioè de libre tre ciascuno. Vera è che dicta Charta in portogallo a me de pacto facto mi costo Ducati dodici d'oro in oro. Ma astretto dal'bisogno et non havendo ove ricorrere fui sforzato a tuor dicti denari et far quanto a V.S. scrissi: la Charta è di tal sorte, et spero che in tel manera piacerà a V. Ex. che non gli sera molesto haver per epsa exbursato dicta quantidade, perché di quel piu che sopra spenderà V.S. cioè de dodici. Si che V. Ex.t ia piacendoli mi advisi quanto circha questo ho adoperare, et continuamente fra numéro de suoi fideli Servitori mi tenga.
Romae die 19. novembris 1502.
servitor AIbertus Cantinus Scripsi.
(archives de la Casa d'Esté, Modena;)



Grazie alla cortesia di Carla Mariani (Terni ).
All’illustrissimo principe ed eccellentissimo comandante (o condottiero) e signore Ercole comandante di Ferrara e al mio signore e benefattore con osservanza, Ferrara.

Illustrissimo principe ed eccellentissimo comandante e Signore con osservanza, etc.
In relazione alla vostra eccellentissima risposta ad una mia lettera a voi indirizzata, ho capito quanto in essa è descritto, soprattutto in relazione alla Carta di navigazione: rispondendo al riguardo, umilmente l’avviso, che ho lasciato quella Carta a Genova al detto Signor Francesco Catanio per il prezzo di 20 ducati striti, cioè di tre libre ciascuno. Anche se è vero che, di fatto, quella Carta in Portogallo mi costò 12 ducati d’oro in oro. Ma, costretto dal bisogno e non avendo altra possibilità, fui obbligato ad accettare detti denari e a fare quanto vi ho scritto: la Carta è di tale sorta ( genere, fatta) che spero così piacerà a Vostra Eccellenza, che non le sia spiacevole di aver sborsato per essa, detta quantità perché è di più di quello che Vostra Signoria spenderà, cioè dodici. Cosicché Vostra Eccellenza, qualora le faccia piacere, mi avvisi di quanto farà circa questo, e mi ritenga continuamente tra il numero dei suoi servitori.

Roma 19 novembre 1502.
Servitore ALBERTO CANTINUS scrissi.
Archivi della Casa D’Este di Modena


Se si osserva con attenzione, nella Cantino, lo sviluppo della linea Raya si noterà, all’altezza della G.Bretagna, una grande isola posta sotto il C.P.Artico.
Ricordo che la Cantino è del 1502.
C’è una legenda su quell’isola che recita:
- esta terra he descober per mandato do escelentissimo principe dom Manuel Rey de portugall a quall se creee ser esta a ponta dasia. E os que a descobriram nam chegarom a terra mais virania e nam rivam senam serras muyto espessas polla quali segum a opinyom dos cosmograficos se cree ser a ponta dassia.-
( questa terra fu scoperta per mandato del molto eccellente Don Manuel Re del Portogallo, la quale si crede sia la punta d’Asia. Coloro che la scoprirono non toccarono terra, ma la videro, e non videro se non montagne molto spesse, per la quale secondo l’opinione dei cosmografi si crede sia la punta d’Asia.)


Siamo nel 1502. Vespucci è tornato dal III viaggio. La toponomastica del Brasile, appena scoperto, è riportata nella Cantino. Quindi questa carta dovrebbe essere aggiornatissima. Anche quell’isola riporterebbe le conoscenze dei Portoghesi del 1502. Abbiamo appreso che quella terra era una parte dell’Asia e che aveva montagne molto alte. Non si parla ne di isola ne di chi l’avesse scoperta ne di eventuali sbarchi. Siamo alla fine del 1502. Vespucci tornò il 7 X.
Quella terra, con gli stessi profili, diventerà la terra dei Lavoratori (Labrador) e si svilupperà, lungo le coste, nella Terra dei Baccalà (Baccalaos) dando origine alla costa americana nella cartografia del 1520. Esattamente lì, Juan De la Cosa, già dal 1500, riporta una terra (non un’isola), piena di bandierine inglesi, come Parte Terminale dell’Asia. Qualcuno ricorda Giovanni Caboto ? (Cabotto).
(Visto che tra le terre scoperte dal Caboto c’era un’isola che cadeva nella zona portoghese secondo la suddivisione della Raya…il Re portoghese, Manuele I, mandò a controllare).
In seguito, avuto sentore della scoperta di Giovanni Cabotto, i Portoghesi guidati dal Cartereal navigarono essi pure verso settentrione; e un Pietro Pasqualigo oratore della Signoria presso la corte d'Emmanuele, da Lisbona nel 1501 porgeva a Venezia la notizia del ritorno del capitano Gaspare Cortereal, che diceva aver fatta la scoperta di un'isola che Terra Verde appellossi. Il Cortereal credeva d'essere egli stato il primo ad approdare a quelle sponde. Ma erano quelle invece le coste del Labrador già da quattro anni rivelate da Giovanni Caboto. Lo stesso Pasqualigo nella sua lettera, parlando di alcuni abitanti di quella terra, trasportati in trionfo dal Cortereal a Lisbona, dice: "et quelle ancora hanno portato uno pezzo de spada rotta dorata; la qual certo par facta in Italia. Uno putto de questi haveva al orecchie due tondini de argento, che senza dubio pareno ste facti a Venetia, il che me fa credere che sia terra ferma…"
Il Pasqualigo, mostra d'ignorare che prima del Cortereal colà erano stati i Caboto, tracce dei quali erano indubbiamente gli oggetti cui egli accennava. Intanto i Portoghesi, ben più accorti in ciò del Senato veneziano, afferrarono tosto i vantaggi che loro offrivano le spiaggie del Newfoundland, istituendovi uno stabilimento per la pesca, nella quale in certe epoche occupavano circa trecento bastimenti.

Adesso due parole per spiegare la famigerata spia di Ercole d’Este: lo 007 Alberto Cantino (così descritto nei vari siti) . Nei suoi rapporti segreti di cosa parla? Del naufragio di Giovanna d’Aragona mentre si recava a sposare il Re d’Inghilterra nel 1496 (era Filippo I il bello). Parla di un invito a visitare la reggia portoghese, il palazzo Sintra restaurato da Manuel I, insieme all’ambasciatore dei Veneziani.
E racconta del ritorno di una caravella perchè era presente; era con Pietro Pasqualigo al rientro del Cortereal.
Questo sarebbe l’agente segreto di casa d’Este?
Adesso consideriamo che Colombo e Vespucci avessero capito cosa c’era dall’altra parte. Lasciamo perdere le lettere a stampa e certi strani resoconti. Consideriamo invece che le Segreterie di Stato lavorassero seriamente e che le cose interessanti non sono mai trapelate…. Considerate quanto poteva essere valida la Charta Cantino. Non valeva assolutamente nulla dal punto di visto geografico. Chi l’aveva preparata ha commesso troppi errori. Cosa ha acquistato Cantino ? oggi si direbbe…pacco. Qualche Veneziano gli ha rifilato una carta inutile. Cosa dice Cantino nella sua lettera ? Dice di averla comprata in Portogallo ma non dice da chi l’ha acquistata. Rileggete attentamente la lettera.
Dal mio punto di vista questa carta è Veneziana.

domenica 12 agosto 2012

Hyksos, i potenti Re Pastori che si insediarono sul trono d'Egitto nel Bronzo.

Gli Hyksos


Gli Hyksos (nome derivato dall'egizio Heqa kasut, che vuol dire "sovrani dei paesi stranieri") appartenevano a quelle popolazioni asiatiche che lentamente s’insediarono in Egitto durante la fine del Medio Regno. La loro composizione etnica comprendeva Semiti, Cananei e anche coloro che sarebbero poi diventati gli Ebrei. L'arrivo di queste genti era stato caratterizzato da una lenta infiltrazione, che portò in territorio egiziano un numero sempre maggiore di genti straniere senza però preoccupare i faraoni che, inizialmente, non videro in quest’ondata migratoria una minaccia. Queste popolazioni asiatiche stabilitesi nel Nord dell'Egitto crearono a un gruppo di comunità che presto occupò la regione del Delta. Quando il potere centrale della XIII dinastia s’indebolì, gli Hyksos approfittarono del momento di fragilità del Paese per imporre la propria supremazia. Queste genti straniere seguirono la linea orientale del Delta e partendo da Avaris avanzarono verso Menfi, esercitando un potere che non superò il Medio Egitto. Non si conoscono con precisione le date che segnarono questi avvenimenti, ma la presa di Avaris da parte degli Hyksos può essere stabilita grazie a una stele risalente "all'anno 400, quarto giorno del quarto mese dell'inondazione, del re dell'Alto e del Basso Egitto Seth, grande di valore, il Figlio di Ra, il suo diletto, amato da Ra-Horakhty". Si tratta di un testo dell'epoca di Ramses II che riporta la data di fondazione del tempio del dio Seth edificato dagli Hyksos ad Avaris verso il 1720 a.C. Gli Hyksos, infatti, adottarono come dio dinastico proprio il rivale di Osiride e adorarono anche due divinità guerriere di origine siro-palestinese: Anat e Astarte. La prima dea era armata di scudo e ascia mentre la seconda era rappresentata a cavallo, completamente nuda, con la testa ornata dalla corona atef, un dono del dio Ra.
Gli Hyksos regnarono sull'Egitto per due dinastie: la XV e la XVI, tra loro contemporanee e di cui la seconda costituisce il ramo vassallo della prima. Poche sono le testimonianze che si sono conservate della dominazione asiatica in quanto i faraoni che regnarono successivamente tentarono di cancellare ogni traccia dei sovrani stranieri. Le dinastie posteriori offrirono una visione distorta di questo periodo dipingendolo come un'epoca nefasta per il popolo Egizio. In realtà il dominio degli Hyksos non fu così deleterio per il Paese. Durante il loro governo essi conservarono la stessa struttura amministrativa dei faraoni Egizi, rispettarono anche i medesimi canoni artistici e diedero impulso alla diffusione della letteratura. I re asiatici portarono avanti la tradizione tipicamente egizia di incidere i propri nomi sugli scarabei, gli insetti sacri considerati divinità creatrici, che, sotto forma di amuleti, erano collocati tra le bende della mummia. Gli scarabei rappresentavano la fonte di luce e di calore che accompagnava il defunto verso la resurrezione e avevano un significato simbolico di resurrezione. Inoltre gli stessi re Hyksos si presentarono come faraoni a tutti gli effetti, pur conservando la propria cultura e i propri nomi semitici. Dall'alto della loro carica di sovrani si dedicarono alla costruzione di monumenti proprio come i faraoni che li avevano preceduti nella guida del Paese. L'invasione straniera ebbe anche un aspetto positivo poiché fornì qualche vantaggio alla popolazione sottomessa. Per quanto riguarda le innovazioni in campo militare, gli Hyksos introdussero in Egitto l'uso del cavallo come animale da traino e del carro da guerra, oltre che la spada curva, gli elmi e le corazze. La loro presenza in Egitto è testimoniata anche a Tell el Mackhuta e Tell el Yahudiya, località situate nella regione del Delta e a Sharuhen in Palestina, dove gli Hyksos possedevano una roccaforte di fondamentale importanza militare. Il loro regno è segnato anche da importanti rapporti commerciali (e forse anche etnici) instaurati nel corso degli anni con gli abitanti del Levante. Gli Hyksos ebbero contatti con Creta, l'Egeo, l'Anatolia e alcune località del Vicino Oriente e inoltre strinsero legami di collaborazione con la Nubia, con la quale si allearono per contrastare il potere tebano. L'espansione di queste genti durò circa mezzo secolo prima che riuscissero a dominare l'Egitto. Il fondatore della prima dinastia degli Hyksos è Salitis che probabilmente regnò vent'anni, dalla regione del Delta fino a Gebelein. Ma in Egitto gli Asiatici non erano gli unici ad avere potere. Infatti, a Tebe nacque una nuova dinastia di sovrani, la XVII, che ebbe origine da un ramo della XIII nel periodo in cui a capo degli Hyksos c'era il sovrano Yaqub-har, successore di Salitis. I re tebani regnarono da Elefantina ad Abydos per sessantacinque anni. Li seguirono Antef V, Nebiryerau I e altri. Ma il re più famoso di questa parte della dinastia è Sobekemsaf II che governò da Tebe per sedici anni e fece costruire monumenti a Karnak e ad Abydos. Per quanto riguarda gli Hyksos, invece, a Yaqub-har successe Khyan, che insieme con Apophis I è il più noto dei sovrani stranieri. Questo re è famoso perchè detiene un primato: è, fra tutti i monarchi dell'epoca faraonica, quello che in assoluto ha lasciato tracce di sé in un più vasto raggio d'azione. Gli archeologi hanno rinvenuto oggetti con inciso il nome reale a Creta, Gebelein, Bubastis, Cnosso e in Palestina, scoperte che testimoniano un’intensa attività commerciale. In tutto questo fervore la Nubia continuava a essere pacifica. Il re nubiano Negeh assunse il potere - probabilmente con l'aiuto di ufficiali egizi - nel regno di Kush e stabilì la capitale nella città di Buhen estendendo il suo regnò da Elefantina fino, forse, alla quarta cateratta. Dopo il regno del re Hyksos Khyan, di cui non conosciamo il termine, in Egitto dominarono due grandi personalità: quella del re Antef VII per la città di Tebe e Apophis I per gli Hyksos, di Avaris. Antef VII fu un re che guidò in prima persona l'esercito negli scontri armati. Alla sua morte volle portare con sè nell'aldilà il corredo funebre del guerriero e nel suo sarcofago furono trovati due archi e sei frecce. Durante il suo regno la città di Tebe riuscì a mantenere buoni rapporti con i sudditi di Apophis I tanto è vero che sono stati riscontrati anche legami di parentela fra gli Asiatici e la famiglia reale tebana. Le lotte aperte tra i due regni iniziarono alla morte di Antef VII, quando salì al trono Ta'o I e i rapporti s’incrinarono definitivamente con il re successivo, Seqenenra Ta'o II, detto "Il valoroso" Questo sovrano è uno dei protagonisti del racconto intitolato "La disputa tra Apophis e Seqenenra", pervenutaci grazie a una copia della XIX dinastia. La città di Avaris e quella di Tebe verso la fine del Secondo Periodo Intermedio giunsero allo scontro. La mummia dello sfortunato Seqenenra Ta'o II presenta ferite subite probabilmente sul campo di battaglia. Altre testimonianze di questa guerra tra Nord e Sud derivano da tre importanti documenti: una stele giuntaci incompleta, un'altra nota con il nome di stele di Karnak e la Tavoletta Carnavon, dal nome del Lord inglese che la collezionò, e che completa le altre due. Il testo delle steli e la tavoletta descrivono le ostilità tra tebani e Hyksos e la lotta di liberazione intrapresa da Kamose, figlio o fratello di Seqenenra Ta'o II contro gli Asiatici. Il re salì al trono intorno al 1550 in seguito alla morte del predecessore prendendo il posto del legittimo erede al trono, Ahmose, ancora troppo giovane per detenere il potere. La preoccupazione principale di questo nuovo re fu quella di eliminare gli Hyksos dall'Egitto. Kamose, infatti, non accettava l'idea di dividere il Paese con gli Asiatici e impegnò tutte le sue energie per liberarlo.

Fonte: http://www.anticoegitto.net

Nell'immagine: Un lacerto d'intonaco del palazzo del re nella capitale degli Hyksos, Avaris (British Museum). Rappresentazione del salto del toro, iconografia di tipologia minoica.

sabato 11 agosto 2012

Lingotti ox-hide. La circolazione del rame nella Sardegna dei nuraghi.

La circolazione del rame: i lingotti ox-hide
di Fabio Serchisu


I primi lingotti a pelle di bue furono scoperti da G.Spano nel 1857 col rinvenimento di Serra Ilixi–Nuragus (NU), in Sardegna, e, tuttora grazie alle continue scoperte e all’evoluzione dei metodi di ricerca continua il loro studio. La ricerca si è concentrata soprattutto sull’origine, sui luoghi e sui metodi di produzione, sulla loro diffusione nel tempo e nello spazio. Per ottenere tali risposte ci si è adoperati, soprattutto negli ultimi decenni, con le analisi chimico fisiche e agli isotopi sul metallo. In particolare,queste ultime possono definire la miniera di provenienza del metallo usato. Tuttavia una serie di dati di diversa natura forniscono un panorama più ampio, le cui risposte possono risultare tutt’altro che scontate.
La categoria dei reperti noti come lingotti a pelle di bue, ormai può vantare una lunga tradizione di studi. Nel 1857 avvenne la prima scoperta, ad opera di G. Spano, nel territorio comunale di Nuragus, in località di Serra Ilixi (Spano 1857, p. 94; 1858, p. 12). Quel ritrovamento constava di ben 5 lingotti, dei quali solo tre si salvarono grazie all’intervento dello studioso. Nel corso del tempo i ritrovamenti si sono moltiplicati e, soprattutto nel bacino del Mediterraneo orientale, sono divenuti numerosissimi; in questa sede, per non dilungarmi troppo, citerò alcune delle scoperte più notevoli, quali i ripostigli cretesi, in particolare quelli di Haghia Triada, i vari rinvenimenti ciprioti, e gli eccezionali relitti di Capo Gelidonya e di Ulu Burun, lungo le coste della Turchia. Come accennato prima, si tratta di un argomento molto dibattuto, per svariati motivi, ma soprattutto perché mediante gli ox-hide risulta più facile, in linea teorica, piuttosto che con altre categorie di reperti, individuare precisi centri di produzione e rotte di scambi commerciali. Eppure in quest’ambito rimangono ancora alcuni punti oscuri, da meglio definire. Il luogo di origine di questa forma particolare non è stato ancora accertato. Secondo la gran parte degli studiosi pare fosse stata Creta minoica la sede originaria da cui poi si sarebbe diffusa la forma. A sostegno di tale teoria sono i numerosi ritrovamenti compiuti sull’Isola, soprattutto nei magazzini di vari palazzi minoici; ad Haghia Triada la missione italiana guidata da F. Halberr (Pigorini 1904), all’inizio del ‘900,rinvenne un magazzino contenente 19 lingotti, alcuni dei quali recavano segni incisi. In base ai dati di scavo questi reperti furono ricondotti al 1600 e il 1550 a.C. Si tratta, allo stato attuale delle ricerche, del ritrovamento più antico compiuto per questa categoria di reperti; altri ritrovamenti inquadrabili allo stesso orizzonte cronologico sono stati compiuti sempre a Creta, nel palazzo di Kato Zakros (Catling 1964, p. 269; Bass 1967, p. 61; Parise 1968, pp.346-347). Nel complesso studio sugli ox-hide, non rientrano solo i reperti presi come oggetto a sé stante, ma anche le loro rappresentazioni iconografiche; tra le più appariscenti vanno ricordati gli affreschi delle tombe tebane e i rilievi di alcuni edifici in Egitto nella XVIII e XIX dinastia (Vercoutter 1956, tavv. 39, 69), ma anche sui sigilli cilindrici, in alcune particolari bronzetti e piedistalli decorati a giorno ciprioti (Briggs Buchanan 1966, pp. 186-191;Bass 1967, p. 68; Catling 1964, pp. 206-207; Bass 1967, pp. 68-69). Fino agli anni ’80, i vari cataloghi editi (Pigorini 1904; Buchholz 1959; Catling 1964; Bass 1967; Parise 1968) riportavano anche questo tipo di documentazione a una cronologia avente per estremi il XV e il XII a.C.; dunque risulta sorprendente l’analisi della dott.ssa A. Nibbi su di una serie di sarcofagi rinvenuti nella necropoli di el Bersha (Nibbi 1986, pp. 41-65). Il sito di el Bersha si trova sulla riva orientale del Nilo all’altezza di Mellam, fu usato durante il Medio Regno per seppellire i principi del XV nomo dell’Alto Egitto. La serie di sarcofagi studiati dalla Nibbiè datata intorno al 2100 a.C. e tra le varie pitture decorative vi sono raffigurati anche elementi che richiamano palesemente i lingotti ox-hide. È vero che ci sono interpretazioni diverse che vedono in quei elementi figurativi ora tamburelli ora poggiatesta, ma a convalidare in modo deciso la spiegazione che fornisce la Nibbia proposito di tali elementi, che lei ritiene essere ox-hide, è la parola nms, che descrive ognuna di queste figure, e che nella lingua egiziana del Medio Regno, indicava il lingotto. Quindi esistono raffigurazioni di lingotti a pelle di bue fin dalla fine del III mill. a.C., ma ancora non sono stati rinvenuti lingotti da contesti così antichi. La scoperta di El Bersha è ancora più interessante se si considera la costante penuria di rame del regno d’Egitto.


I faraoni disponevano, infatti, delle miniere nella penisola del Sinai, ma non sempre ebbero il controllo diretto su di esse (Bromehead 1966, p. 573). Infatti, per far fronte alla penuria del rame l’Egitto antico ricorreva all’importazione da paesi stranieri (Bromehead 1966, p. 573; Bass 1967, pp.62-67; Gardiner 1997, p. 42). Anche la questione dell’inquadramento cronologico è complicata, perché nonostante siano stati compiuti numerosi ritrovamenti, in realtà la gran parte dei materiali editi proviene da situazioni fuori contesto, o comunque non verificabili mediante scavo scientifico. Il primo tentativo sistematico di fornire una datazione alle diverse tipolo-gie dei lingotti ox-hide fu compiuto dal prof. H. G. Buchholz (Buchholz 1959) che, nel 1959, realizzò un catalogo comprensivo di tutte le scoperte fino ad allora compiute, sia di reperti che di raffigurazioni iconografiche. In base a tale metodo riuscì ad evidenziare l’esistenza di tre diverse tipologie che secondo lo studioso avevano una precisa collocazione temporale. La scoperta dei relitti turchi, quello di Capo Gelidonya (Bass 1967) negli anni ’60 e quello di Ulu Burun (Bass, Frey, Pulak 1984) negli anni ’80, rese tale classificazione superata. Infatti l’analisi compiuta dal prof. G. Bass, direttore di entrambe le missioni archeologiche, fece emergere che, nel relitto di Capo Gelidonya, erano presenti almeno tre diversi sottotipi che rientravano nel tipo 2 di Buchholz, ed inoltre in base ai nuovi dati acquisiti dallo scavo del relitto, ritenne superato l’inquadramento cronologico precedente. A rafforzare questa teoria fu il ritrovamento del relitto di Ulu Burun, risalente al XIV a.C., che trasportava un carico eccezionale: 354 lingotti. Anche chi scrive ritiene che sia difficile inquadrare perfettamente le diverse forme in un preciso ambito temporale, per la natura stessa del prodotto destinato anche alla tesaurizzazione, ed è anche per questo motivo che alcune forme devono aver convissuto in determinati periodi. Tuttavia la classificazione tipologica non deve essere trascurata, anzi, si propone con l’evolversi della ricerca e quindi con l’aumento dei dati a disposizione, di continuare a usarla per definire il range cronologico d’uso delle diverse forme, ma non solo, la tipologia può individuare diverse le varianti regionali. Senza alcun dubbio in Oriente la terra che doveva stoccare i maggiori quantitativi di lingotti a pelle di bue era Cipro, lo confermano i numerosissimi ritrovamenti di reperti provenienti da vari siti dell’Isola, le fonti scritte, in particolare il carteggio tra il re di Alashyia e Akhenaton nelle lettere di Tell el Amarna (Liverani 1998) datate al XIVa.C.; che costituisce una prova importante sui rapporti che intercorrevano fra i diversi regni, le modalità impiegate nello scambio dei beni preziosi e la portata stessa di tali scambi, che nel caso del rame cipriota in Egitto era davvero imponente. Per quanto riguarda i ritrovamenti a Cipro, spesso provengono da situazioni stratigrafiche molto disturbate o addirittura inattendibili, ma mostrano che il periodo di maggior concentrazione dei lingotti a Cipro è tra il XIV e XIII, fino al XII a.C. Le forme cipriote si ritrovano testimoniate abbondantemente anche al di fuori dell’Isola: innanzitutto nei relitti turchi, ma anche negli affreschi delle tombe egiziane, e senza dubbio nella matri-ce di fusione ritrovata a Ras Ibn Hani (Lagarce et alii 1983, pp. 277-280; Lagarce, Lagarce1997, pp. 73-76). Si tratta di un unicum, al momento; recuperato nel corso degli scavi nel palazzo reale di Ras Ibn Hani, sede estiva dei sovrani di Ugarit tra il XIV e il XIII a.C., sito che si trova sulla costa siriana prospiciente Cipro. La matrice era al centro di una sala desti-nata alle operazioni di fusione e la forma che si delinea è quella di un lingotto di tipo 2, secondo la classificazione di Buchholz. Del resto va ricordato che prima di questa scoperta, eminenti archeometallurghi, come R. Tylecote (Tylecote 1976, pp. 30-31), ritenevano che gli ox-hide fossero fusi in matrici destinate alla distruzione dopo l’uso, ad es. realizzate nella sabbia. Naturalmente la scoperta di un solo stampo in pietra non invalida l’ipotesi di Tylecote, ma è verosimile che fossero praticati entrambi i sistemi per lo stampo in
matrici permanenti e in matrici temporanee. Nello studio della diffusione degli ox-hide nel Mediterraneo forniscono un grande aiuto gli studi compiuti sulla provenienza del rame e sugli isotopi del piombo presenti in esso (Giardino 1995, pp. 130-132). Gli isotopi del piombo sono elementi che non si modificano nel corso del tempo, né per le operazioni di fusio-ne. Inoltre tali isotopi sono caratteristici di determinate aree; per tanto, in linea teorica, conoscendo i campi degli isotopi di piombo contenuti nel rame si può risalire alla miniera originaria dove fu estratto il minerale usato per realizzare il lingotto in questione. Allo stato attuale della ricerca la maggior parte dei lingotti sottoposti all’analisi della composizione isotopica hanno presentato risultati che mostrano un’origine di rame cipriota. E ancora non sono state identificate le miniere che fornivano rame ai palazzi cretesi. Com’è noto, nel Mediterraneo occidentale la terra che ha fornito il maggior numero di testimonianze inerenti gli ox-hide è la Sardegna; in alcuni casi si tratta di lingotti interi, in altri casi di frammenti di lingotti, ora raggruppati in ripostigli, ora rinvenuti isolatamente. La fig. 3 mostra chiaramente che gran parte dell’Isola ha restituito tali reperti; in particolare nelle regioni a Nord e all’interno dell’Isola, anche se un numero inferiore di ritrovamenti nelle altre zone potrebbe essere imputabile ad una maggiore frequentazione umana che ha cancellato le tracce di eventuali ripostigli. Inoltre va detto che alcuni sono reperti isolati da raccolta di superficie, per tanto non sono molto utili per un’indagine di distribuzione nel territorio, invece sono estremamente significativi i ripostigli sia di lingotti integri che di rottami. Per quanto riguarda i lingotti integri finora ne abbiamo conservati solo 4, 3 sono quelli recuperati dallo Spano (Spano 1857, p.94; 1858, p.12) a Serra Ilixi–Nuragus, che facevano parte di un ripostiglio di almeno 5 lingotti due dei quali andarono persi. È interessante notare come i bracci di questi lingotti in realtà si differenzino dai tipi canonici ciprioti. Questi lingotti furono trovati durante lavori agricoli, quindi non abbiamo notizie trop po precise sul luogo del rinvenimento, a parte l’annotazione generica dello Spano che afferma che nei pressi del luogo del ritrovamento c’erano i ruderi di un nuraghe. L’altro lingotto integro è quello recuperato in località Sant’Antioco di Bisarcio, a Ozieri (Amadu 1978, pp. 305-307). Stando al racconto delle fonti questo lingotto fu recuperato a livello di fondazione di un nuraghe. L’aspetto distributivo risulta sintetizzato nella fig. 5. Risulta evidente che i vari ripostigli di frammenti di lingotti ox-hide sono conservati sempre insiti che hanno avuto una certa importanza; quando si tratta di ripostigli presso santuari è facile immaginare che costituissero la riserva di metallo per le fonderie che realizzavano gli ex voto. Non è ancora chiaro il momento in cui ci fu l’introduzione della forma sull’Isola, ma se dobbiamo prestar fede a quanto ci riferiscono le fonti sul rinvenimento ai livelli di fondazione di un lingotto nel nuraghe di Sant’Antioco di Bisarcio a Ozieri (Amadu 1978, pp. 305-307), allora potremmo azzardare che tali lingotti furono importati almeno a partire dagli albori della Civiltà Nuragica, ma siamo nel campo delle ipotesi. Diverso è il discorso sulla durata di circolazione di tale forma; questa differisce tra le diverse aree del Mediterraneo, in Occidente, e, in particolare, in Sardegna potrebbe essere stato usato,sotto forma di rottami, almeno fino al I Ferro. A sostegno di questa teoria ci sono una serie di considerazioni basate sui vasi contenitori dei frammenti di ox-hide. Dapprima il fatto che nessuno dei contenitori sia stato rinvenuto associato con la ceramica grigio-ardesia, che è il reperto caratterizzante della facies di Antigori ovvero del Bronzo Recente 2, nel sud dell’Isola (Campus, Leonelli 1998, pp. 512-516; Ugas et alii 2004, pp. 399-404). Ma il dato più sostanziale da considerare è che nessuno dei contenitori presenti anse ad orecchio, che sono l’elemento caratterizzante dei vasi del Bronzo Recente. Invece tutti i vasi contenitori che hanno conservato i frammenti di ox-hide hanno le anse ad anello semplice, elemento del Bronzo Finale, dunque se si deve attribuire una datazione ai frammenti di lingotto in baseai vasi che li custodivano non si può superare la soglia del Bronzo Finale (Campus, Leonelli1998, pp. 512-516; Ugas et alii 2004, pp. 399-404). In effetti, si deve considerare che una datazione più tarda risulta più credibile dal momento che per conservare i frammenti in questione si adoperavano vasi contenitori che, quando si decideva di realizzare un determinato ripostiglio, erano già vecchi e anche rotti, come nel caso di Sant’Anastasia poiché non dovevano più servire alla funzione originaria. I siti che più chiaramente confortano un perdurare dei rottami di ox-hide sono Sant’Anastasia di Sardara e i frammenti di nuraghe Nastasi di Tertenia. A Sant’Anastasia in un contesto del I Ferro lo str. IV, in cui è stato rinvenuto il ripostiglio coi frammenti metallici, è stato datato al IX-VIII a.C. (Ugas, Usai 1987, p. 170, p. 183). Nel caso del nuraghe Nastasi i pezzi di ox-hide sono stati scoperti in associazione a un frammento di bronzetto1, per cui la datazione è stata riportata almeno al IX sec., ma in considerazione del fatto che il bronzo figurato era già un rottame, la datazione si potrebbe ulteriormente ribassare.

venerdì 10 agosto 2012

Navigazione. Iniziò almeno 130.000 anni fa!

Creta, Plakia. La storia della navigazione iniziò oltre 130.000 anni fa
di Martina Calogero



Indagini archeologiche effettuate nella Grecia meridionale, a Creta, hanno consentito di scoprire le prove dei primi viaggi per mare della storia che risalirebbero a centotrentamila anni fa. Gli scavi di Plakia hanno permesso di scoprire la più antica testimonianza della navigazione al mondo: alcuni reperti costruiti prima del Neolitico, in età paleolitica, fra i settecento e i centotrentamila anni fa.

I manufatti, delle asce, sono stati scoperti vicino a delle piattaforme sottomarne databili a circa centotrentamila anni fa: questa è la prova che le prime navigazioni nel Mediterraneo sono avvenute molto prima di quanto si credesse. Fino ad oggi, il più antico viaggio nel bacino del Mediterraneo era datato a dodicimila anni prima di Cristo. Il professor Curtis Runnels, un membro dell’equipe di archeologi che ha effettuato la scoperta, pensa che se gli abitanti di Creta potevano navigare nel Mediterraneo centotrenta mila anni fa, è probabile che riuscissero anche a compiere viaggi oltre al Mare Nostrum.

Secondo Eléni Panagopoulou e Thomas Strasser questi scavi faranno luce sulla storia della colonizzazione europea da parte di ominidi provenienti dall’Africa. Secondo gli storici, questi ominidi avevano viaggiato in Europa a piedi, ma le nuove scoperte dimostrano che alcuni di loro viaggiarono anche per mare.

Fonte: Archeorivista