Diretto da Pierluigi Montalbano

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lunedì 16 agosto 2010

Bukowski


Buon compleanno Bukowski
(fonte paperblog di oggi)
Charles “Hank” Bukowski. Scrittore, poeta, ubriacone. Capire chi era è molto difficile e l’unico modo per riuscire a farlo è attraverso le sue pagine e le testimonianze di chi gli è stato accanto e ha avuto modo di riuscire a percepire quella luce spenta che brillava come un sole.
Il 25 agosto arriva nelle librerie CHARLES BUKOWSKI. Scrivo racconti e poi ci metto il sesso per vendere. La vita, la poesia e i segreti di uno scrittore maledetto (Castelvecchi Editore) di Paolo Roversi, giornalista e scrittore che da tempo si interessa al nostro amato Buk e che qui propone la sua visione dei fatti come indagatore letteraral-alcolico.
Scritto, e viene subito messo in chiaro nell’introduzione, non per diretta conoscenza (anche per questioni temporali), ma seguendo la voce di Fernanda Pivano (a cui l’autore del “saggio” ha fatto riferimento diretto), che “interviene” chiarendo le idee su chi potesse essere l’uomo e lo scrittore. Un saggio, ma non ha la pedanteria tipica di questo, che affronta tutte i momenti salienti della vita di Hank, che non tralascia le digressioni, le controversie legate all’animo rissoso e ribelle del poeta e dei suoi reading, che regala tracce di forte emotività gestita da Roversi per poter essere obiettivo e attento.
La scrittura del giornalista milanese è molto piacevole, scorre, sa essere dosata con porzioni esatte di storia, ricerca e amore personale per Bukowski, la cosa che però annotiamo, in modo bonario ovviamente, è la ripetitività di alcuni concetti e citazioni durante lo svolgersi dei capitoli, un po’ troppo ossessiva, il continuo uso dell’appellativo “Vecchio” che durante la lettura fa evaporare il suo significato goliardico, cameratesco ma anche a modo suo, rispettoso. Il libro è sicuramente da acquistare da chi adora Buk, per avere un altro tassello, un altro colore per la grande tela Bukowski che si sta costruendo, soprattutto una voce tutta italiana; per chi conosce già qualcosa e vuole approfondire è certamente un buon passaggio, un utile prontuario mentre invece è ottimo per chi non ha sentito che il nome di questo amato scrittore americano. Oggi festeggiamo il suo 90°compleanno, il 25 agosto in libreria facciamoci un regalo da leggere con un six-pack ghiacciato.

Autore dell'articolo ilbicchierediverso.menstyle.it

Betili e letteratura


Le pietre di Belo
(da Eliogabalo di Antonin Artaud).

Vi sono pietre nere dalla forma di verga d’uomo, con sopra cesellato un sesso femminile. E queste pietre sono delle vertebre in angoli preziosi della terra. E la pietra nera d’Emesa è la più grande di queste vertebre, la più pura, la più perfetta. Ma vi sono pietre che vivono, come vivono piante e animali, come si può dire che il Sole, con le sue macchie che si spostano, si gonfiano e si sgonfiano, sbavano le une sulle altre, risbavano e di nuovo si spostano – e quando si gonfiano e si sgonfiano lo fanno aritmicamente e dall’interno – come si può dire che il Sole vive. Le macchie nascono in lui come un cancro, come i bubboni suppuranti di una peste. Vi è dentro una materia polverizzata che si raccoglie, – quasi dei pezzi di sole frantumati ma neri. E, ridotti in polvere, occupano meno posto, e tuttavia è lo stesso sole e la stessa estensione e quantità di sole, ma qua e là spento, e che ricorda allora il diamante e il carbone. E tutto questo vive; si può ben dire che delle pietre vivono; e le pietre di Siria vivono, come miracoli della natura, poiché sono pietre lanciate dal cielo. E sul suolo vulcanico della Siria molti sono i miracoli e i prodigi naturali. Un suolo che sembra tappezzato e fatto di pietra pomice, ma dove le pietre cadute dal cielo vivono di vita propria, e senza confondersi con la pietra pomice. E vi sono leggende meravigliose sulle pietre di Siria.
Testimone questo testo di Fozio, storico bizantino dell’età di Settimio Severo.
“Severo era un Romano e padre di Romani conformemente alla legge; egli stesso aveva detto d’aver visto una pietra dove si osservavano gli aspetti diversi della luna, mutevole d’ogni sorta di apparenze, ora questa ora quella, crescente o calante secondo il corso del sole, e così impressa del sole stesso”.
Bisogna dire che questo testo di Fozio non è un’opera originale, ma il ricalco di un libro perduto che, a giudicare dal numero degli scrittori che vi fanno riferimento, sembra aver costituito per gli antichi una vera Bibbia del Meraviglioso: la Vita d’Isidoro, di Damasco.
Ma la forma più affascinante delle pietre siriache si ritrova nei Betili, i Betili neri, o Pietre di Belo. Il Cono nero di Emesa è un Betilo che conserva il proprio fuoco e si appronta a effonderlo, poiché i Betili sono nati dal fuoco. Sono come le scintille carbonizzate del fuoco celeste. E sviscerare la loro storia vuol dire risalire alla genesi del mondo creato:
“Ho visto, dice ancora Severo, un Betilo mosso dall’aria, a volte celato entro coltri, ma a volte anche portato dalle mani di un servo; il nome di questo servo che aveva cura del Betilo era Eusebio, il quale mi disse che gli era venuto d’un tratto e in modo del tutto imprevisto il violento desiderio di uscire dalla città di Emesa, in piena notte, e di andarsene molto lontano verso quella montagna ove era confitto l’antico e magnifIco tempio di Atena; che ben presto era arrivato ai piedi della montagna e che là si era seduto per riposarsi detta fatica del cammino e che proprio in quel luogo aveva scorto un globo di fuoco che cadeva a grande velocità dal cielo e un enorme leone che si trovava presso il globo di fuoco; che il leone era subito scomparso, e che egli era corso al globo di fuoco ormai spento, che lo aveva preso ed era questo Betilo, e che, avendolo preso, aveva interrogato a qual dio appartenesse; e che questi gli rispose che apparteneva a Gennaios (questo Gennaios è adorato dagli Ieropolitani che gli hanno eretto nel tempio di Zeus una statua in forma di leone), che lo aveva trasportato a casa sua quella notte stessa, dopo aver percorso un cammino non minore, diceva, di duecentodieci stadi. Eusebio non era padrone dei movimenti del Betilo, ma doveva pregarlo e implorarlo; e quello esaudiva i suoi voti. Era un globo perfettamente sferico, di colore biancastro, e il suo diametro era di un palmo. Ma in certi momenti diventava più grande e più piccolo; in altri momenti assumeva un colore porporino. E ci mostrò delle lettere tracciate sulla pietra, nel colore che si chiama minio (o cinabro). Poi fissò il Betilo nel muro. E attraverso queste lettere il Betilo dava all’interrogante il responso cercato. Emetteva voci come un leggero sibilo che Eusebio ci interpretava».
In un altro passaggio del suo libro, lo stesso Fozio, soggiogato dal meraviglioso di quelle pietre, prova il bisogno di ritornare sulla loro descrizione, e ancora una volta fa riferimento alla testimonianza di Severo:
«Severo raccontava, tra l’altro, durante il suo soggiorno ad Alessandria, che aveva anche vista una pietra eliaca, non come quelle che noi abbiamo visto, ma che lanciava dal punto più profondo della sua massa raggi d’oro che formavano un disco simile al sole posto al centro della pietra e che al primo momento offriva alla vista una palla di fuoco. Scaturivano da essa raggi che raggiungevano la circonferenza perché tutta la pietra aveva forma sferica. Aveva visto anche una pietra selenitica, ma non di quelle ove si vede apparire una piccola luna solo dopo averle immerse nell’acqua, e che per questo sono chiamate idroselenitiche, ma una pietra che, per moto proprio e inerente alla sua natura, girava quando girava la luna e nel modo in cui essa girava, opera della natura davvero meravigliosa».
(Antonin Artaud, Eliogabalo, Adelphi)

Nell'immagine il betilo-torre di Palmavera, Alghero.

domenica 15 agosto 2010

Bronze Age - Aspetti formali delle navicelle bronzee nuragiche 1° parte - Ancient boat


Aspetti formali delle navicelle bronzee 1° parte

Le analisi chimiche e metallografiche dei manufatti di epoca nuragica hanno messo in evidenza la disomogeneità di rapporto tra i componenti della lega, con l'individuazione di esemplari particolarmente ricchi di rame, e di altri con elevate percentuali di piombo e ferro, come riporta nel 2005 la studiosa Depalmas a pag. 168 del suo lavoro sulle navicelle nuragiche. Le percentuali di stagno si mantengono stabilmente su valori canonici tra l' 8 e il 10%.
Un problema che interessa strettamente i tentativi di determinazione dei giacimenti metalliferi è la pratica della rifusione. La creazione di un oggetto metallico può, infatti, essere il risultato della fusione di più elementi metallici di diversa origine e provenienza, uniti allo scopo di riciclare il metallo mediante una nuova fusione, pratica questa molto diffusa e attestata dai numerosi ritrovamenti, effettuati soprattutto in ripostigli ed officine, di materiali frammentari accumulati per il riutilizzo.
Chiameremo scafo l’insieme delle strutture che costituiscono il corpo di un galleggiante. Lo scafo si distingue in “opera viva” e “opera morta”, a seconda che ci si riferisca rispettivamente alla sua parte immersa ovvero a quella emersa. Lo scafo può essere chiuso da uno o più ponti, il più esterno dei quali è detto ponte di coperta. Su questo trovano posto varie attrezzature: alberi, scalmi, sartiame, bitte, cabine, boccaporti…
Lo scafo può assumere svariate forme stabilite dalle leggi dell'idrodinamica e dalle diverse esigenze di navigazione o di carico. Scafi di foggia circolare erano in uso presso le antiche civiltà fluviali della Mesopotamia. Scafi allungati sono comuni a tutte le marinerie antiche, da quella egizia fino all'etrusca e alla fenicia. Le tecniche di costruzione di uno scafo variano secondo i materiali utilizzati: si va dai fasci di papiro legati tra loro, a zattere di tavole sovrapposte fino alle strutture con chiglia, coste e bagli.
Quest'ultima è la più perfezionata perché consente la realizzazione di scafi di grandi dimensioni con ottime caratteristiche di resistenza e leggerezza. I cosiddetti Fenici furono favoriti dalla disponibilità di legname d'alto fusto, indispensabile per costruzioni navali di questo tipo. Occorre comunque rilevare che le prime imbarcazioni fenicie furono coeve delle ultime nuragiche. La struttura a chiglia e coste è costituita da un elemento longitudinale sul quale si impostano le coste, disposta in senso trasversale. Lo scheletro così ottenuto, irrobustito giungendo le mura con centine e ponti, viene rivestito dal fasciame, costituito da sottili tavole di legno affiancate e talvolta sostituite da pelli, stuoie o altri materiali, resi poi impermeabili aspergendoli con pece o bitume con l'operazione che è detta di calafataggio. Le navicelle nuragiche mostrano generalmente uno scafo aperto, privo di ponte di coperta, e il fondo a volte piatto. Lo scafo aperto è sinonimo di navi non superiori a 8 metri di lunghezza in quanto la mancanza di elementi trasversali di rinforzo comprometterebbe, in strutture di maggiori dimensioni, le necessarie doti di resistenza alle sollecitazioni laterali, longitudinali e torsionali. Barche più grandi dovrebbero mostrare, anche nel modello, efficaci strutture trasversali di rinforzo delle quali nessun esempio è offerto sulle navicelle sarde al di fuori della n° 47 del mio libro. La maggior parte delle navicelle sarde mostra uno scafo ellittico-convesso con il fondo più o meno appiattito. La presenza contemporanea di forme convesse e fondo piatto pone alcuni problemi interpretativi: una barca a fondo piatto non può essere costruita con la tecnica a chiglia e coste, che dà normalmente origine a una sezione maestra convessa con linea di chiglia fortemente pronunciata; d'altra parte uno scafo cavo, ellissoidale e tondeggiante, non può ottenersi con altre tecniche se non con quella appena esclusa. Da ciò scaturiscono due ipotesi:
a) lo scafo delle navicelle, convesso nelle barche reali di cui esse sono il modello, è stato volutamente appiattito al fine di posare meglio in piano l'oggetto, per usarlo come lucerna;
b) lo scafo delle navicelle è la non fedele riproduzione di quello di imbarcazioni osservate in fase di navigazione, quando la chiglia (opera viva) è sommersa e la parte emersa (opera morta) è la sola che appaia chiara alla vista.

venerdì 13 agosto 2010

Le spade di Sant'Iroxi - Bronze Age


Le spade in rame arsenicato di Sant'Iroxi
Nel XVII a.C. l’utilizzo della lega denominata rame arsenicato era ben conosciuta dai sardi che, allo stesso tempo, edificavano le torri che denominiamo proto-nuraghe. Sono torri primordiali che non presentano ancora le slanciate tholos ogivali ma possiedono già il concetto di camere cupolate con ingressi derivati dalla concezione di architrave poggiata su pietre posate a formare stipiti (passatemi il termine) paralleli. La forma tronco ogivale arriva più tardi.
Questa lega, più dura del rame, era utilizzata quando si voleva ottenere oggetti che miravano ad un utilizzo pratico e non a quello artistico o ornamentale. La maggior durezza (ossia una superiore soglia di resistenza a carichi di rottura) era ricercata soprattutto nelle armi e dalla tomba di Sant’Iroxi (Decimoputzu) arrivano alcune spade, di notevole interesse archeologico militare prima che artistico, dalla forma triangolare che richiama gli antichi pugnali in rame, conosciuti anche attraverso le rappresentazioni nei menhirs.
Come è possibile continuare a sostenere che i sardi costituivano una società aliena alla guerra quando abbiamo una testimonianza così forte e antica?
Se i sardi non guerreggiavano…chi portò in Sardegna nel 1650 a.C. queste gigantesche spade, identiche a quelle raffigurate nei templi egizi in mano agli Shardana del XIII a.C.?
Come si può sostenere che nel XIII a.C. arrivò in armi una popolazione di temibili spadaccini (gli shardana appunto) che avevano le stesse spade che in Sardegna utilizzavano già da almeno tre secoli? Purtroppo questi errori di interpretazione costituiscono parte della letteratura e, conditi da qualche parola greca e latina per legittimarne l’autorevolezza, costituiscono ciò che qualche studioso continua a propinarci inducendo noi, e altri, in un errore di fondo: credere per fede e non per scienza.
In Sardegna non si documentano guerre che portarono al crollo della civiltà sarda nell’epoca a cavallo fra Bronzo Recente e Bronzo Finale, non si hanno emergenze archeologiche che supportano la tesi di questi “illustri” studiosi e si ignora volutamente ciò che fu tutta la cultura materiale (ad esempio i pugnali e le ceramiche) che precedette questo periodo storico cruciale per la comprensione del nostro passato.
I sardi del Bronzo Medio e Finale andarono verso oriente e non viceversa. Le testimonianze sono sotto gli occhi di tutti e solo bendandosi gli occhi e tappandosi le orecchie si può ignorare questa realtà storica.

L'immagine è tratta da Ugas, 2006, L'alba dei nuraghe

giovedì 12 agosto 2010

Bronze Age - Storia delle navicelle bronzee nuragiche - Ancient boat


Quasi mai lo studio delle navicelle è stato separato da quello più generale della produzione dei bronzi figurati sardi. Questo avviene sin dai tempi del Lamarmora che, nel 1840, li classificava come “oggetti votivi d'origine orientale con una colomba in cima all'albero, animale dedicato a Venere”. Poiché, secondo Tacito, Iside era adorata attraverso il simbolo della barchetta (per la sua forma lunata), il Lamarmora avanza l'ipotesi che le navicelle fossero dedicate ad Astarte, che riuniva in sé i caratteri di Iside e di Artemide. Nel 1884 il Crespi rifiuta l'opinione di coloro che vedono in questi bronzi delle lucerne. Questo perché “la funzione ne sarebbe impedita dalla forma, inadatta ad accogliere un eventuale lucignolo, e perché i fianchi delle navicelle sono talvolta traforati”. Tuttavia la poppa di molte navicelle disegna una sorta di beccuccio, simile a quel che si osserva su molte lucerne, e trafori sono sempre al disopra dell'orlo dello scafo, consentendo quindi il perfetto contenimento dell'eventuale liquido.
La protome, comune a tutte le navi antiche, rappresenta per il Crespi una "divinità tutelare, sotto la cui protezione si mettevano le navi. Altre volte la stessa è considerata un’insegna, per richiamare qualche caratteristica particolare o da cui prendeva il nome la nave. Così, ad esempio, la testa del daino può significare leggerezza e velocità”. La protome era destinata a urtare come rostro. Le barchette erano per il Crespi modelli di navi reali, e a suo avviso potevano essere appese, in qualità di ex voto, nell’ambiente domestico della casa per la scampata avventura o per il felice arrivo nella nuova terra.
Nel 1884 il Pais si sofferma sull'uso, comune tra le popolazioni antiche, di ornare la prora e la poppa delle navi con un'immagine animale: d’oca, di cigno, di leone, di cavallo. Mai però di toro, di daino, d'antilope, come invece accade sulla navicelle sarde. Riprendendo il discorso del Crespi, che voleva espresse nella protome le caratteristiche di agilità e di velocità dell'imbarcazione, il Pais si domanda quale significato possa in tal senso assumere la figura, predominante, del toro. Egli nota come nell'antichità il cavallo fosse poco conosciuto nell'isola, e come siano pochissimi i bronzi raffiguranti uomini a cavallo, in confronto a quelli che invece mostrano uomini sul dorso del toro. Così, d'altronde, è anche vero che le monete puniche battute a Cartagine hanno impresso il cavallo mentre i coni coevi in Sardegna mostrano il toro.
Il toro, dunque, sostituirebbe nella decorazione prodiera il cavallo, animale che caratterizza la protome della hippos fenicia. La protome ritenuta di antilope dimostrerebbe per il Pais e il Crespi che queste navicelle appartenevano a un popolo che aveva navigato fuori dalle coste di Sardegna. Poteva anche trattarsi di ex-voti dei soldati sardi che militavano presso potenze d’oltremare. Nel 1884 era già ampiamente nota la cosiddetta navicella proveniente dalla Tomba del Duce, che per prima offriva la possibilità di una attendibile datazione da parte di Lilliu, visto che il contesto etrusco di ritrovamento la situava con ragionevole certezza intorno alla seconda metà del VII a.C., suscitando nel contempo in campo nazionale l'attenzione di un gran numero di studiosi.
L'idea che le barchette nuragiche fossero un oggetto in qualche modo legato all'uso funerario e votivo, accreditato dai luoghi e dal contesto dei rinvenimenti (tombe o templi), nonché dall'immediato confronto con le navicelle dell'antichità orientale ed egizia, è condiviso anche dal Taramelli nel 1913. Lo Zervos considera non diversamente le navicelle come barche simbolico-funerarie ma nel 1954 riconosce nelle navicelle da Oliena e da Vetulonia, ambedue con scafo di tipo carenato, un possibile modello di vere imbarcazioni. In particolare distingue le barche con scafo ellittico-convesso, di uso votivo e funerario, da quelle con scafo a sezione trapezoidale, modelli di barche reali.
Nel 1962 Lilliu, rilevando sulla navicella proveniente da Aritzo, tracce certe di un restauro antico, ribalta per primo molte di queste convinzioni leggendo il rozzo rappezzo come un’incontrovertibile prova dell'uso non solo votivo, ma anche quotidiano, domestico di questi oggetti, nei quali riconosce delle lucerne. Egli distingue tra un tipo lungo esplicitamente paragonato alla hippos fenicia e un tipo corto simile alla gôlah. Sostenendo l'uso sia pratico, come lampada, che votivo funerario dell'oggetto, Lilliu vede nelle barchette sarde una prova dell'esistenza di una marineria nuragica di cabotaggio e d'alto mare.
Una seconda prova, questa volta di fonte letteraria, andrebbe ricercata nel noto passo in cui Strabone scrive di atti di pirateria ripetutamente compiuti sulle coste della Toscana da montanari provenienti dalla Sardegna. Ciò non è condiviso dallo storico Meloni nel 1975, il quale, riportando integralmente il brano, nota che conseguentemente a tali incursioni fu deciso da Roma l'invio in Sardegna di governatori militari, e che pertanto i fatti narrati andrebbero datati non in epoca nuragica, bensì intorno all'anno 6 d.C., nel quadro di generale insicurezza che caratterizza l'isola sotto Augusto. In quell'epoca i sardi, avendo già assimilato dai Cartaginesi i segreti dell'arte nautica, e da Sesto Pompeo la tecnica dell'assalto piratesco, sarebbero stati perfettamente in grado di minacciare le coste tirreniche, ma occorre rilevare che si trattava di Sardi delle aree interne e ciò implica un legame comunque tra i sardi indigeni e il mare, continuato nel tempo e persistito sino all’età romana, quando ancora molti sardi erano imbarcati in diverse flotte come quella di Miseno.
La cronologia delle navicelle viene fatta sostanzialmente concordare con quella degli altri bronzi, con inizio nel IX a.C. Un altro studioso, il Gras, ritornerà sull'argomento nel 1985, riconoscendo come assimilabile al tipo sardo una navicella dipinta su un vaso proveniente da Skyros, databile al Miceneo III c. Non sarebbe così da escludere una retrodatazione delle sculture sarde al XII a.C. La tesi è accolta con favore dal Lilliu, che vede nella navicella di Skyros il segno della presenza d'una marineria sarda già nel XII a.C. e di mercanti nuragici che partecipano ai negozi mediterranei in tutte le direzioni.
Ma l'idea di una o più popolazioni nuragiche dedite all'arte della marineria e della carpenteria navale, che solcano il Mediterraneo tessendo fruttuosi commerci con altre genti rivierasche, per quanto stimolante e affascinante, necessita ancora di più attente disamine e verifiche. E poiché le fonti letterarie tacciono, ci pare che un contributo alla risoluzione di alcuni di questi interrogativi possa giungere da un esame delle attitudini e funzionalità nautiche delle imbarcazioni raffigurate nelle antiche sculture in bronzo, così da poter in qualche modo valutare se e in quale misura scafi di foggia simile a quelli presumibilmente riprodotti nei bronzi sardi fossero in grado di intraprendere viaggi e trasporti marittimi e, in caso affermativo, in quale ambito geografico. In particolare si cercherà di verificare la presenza, sulle navicelle sarde, di raffigurazioni di attrezzature e strumenti atti alla navigazione, come alberi, vele, timonerie, remi, scalmi, ponti, rostri, valutando dove possibile anche la congruità dei dimensionamenti.

Nell'immagine il vaso con la nave di Skyros

mercoledì 11 agosto 2010

I corridori di Monte Prama


Ritengo che i personaggi che Lilliu classifica come pugilatori nel suo libro del 1966 "Sculture della Sardegna Nuragica" siano in realtà corridori, guerrieri dei popoli del mare con funzioni particolari che contribuirono nel 1200 a.C. alla caduta dei grandi imperi del passato. Il torso è nudo ed i lombi cinti da un breve gonnellino svasato posteriormente a “V” dove si percepiscono i lacci che lo tenevano legato, raffigurati con cordoncini a bassissimo rilievo. Il capo è rivestito da una calotta liscia i cui due lembi ricadono ai lati del collo, al di sotto della quale escono le lunghe trecce. Il braccio destro è rivestito da una guaina in cuoio che parte dal gomito e il pugno impugna una sorta di maglio metallico. Il braccio sinistro tiene lo scudo a coprire il capo da oggetti scagliati dall’alto come avviene in battaglia. Lo scudo è di forma ellissoidale e doveva essere composto da cuoio o giunco intrecciato.Durante le guerre affiancavano gli arcieri e si lanciavano sul nemico moribondo per finirlo fracassandogli la testa col maglio metallico impugnato. L’equipaggiamento leggerissimo, costituito da un semplice perizoma, li avvantaggiava nei movimenti contro i nemici abbigliati con vestiario pesante o comunque ingombrante tipico di chi combatte sui carri. Con i loro dettagli raffinati come mani, pugni e corazze, possiamo affiancare queste statue di Monte Prama agli incantevoli bronzetti raffiguranti arcieri, guerrieri e corridori, realizzati dai sardi con il metodo della cera persa e che misurano appena 10-15 centimetri. Per scoprire il loro ruolo è necessario capire come si combatte nel mondo antico. Probabilmente il fulcro di una tipica battaglia del Bronzo era la carica di due aurighi, uno contro l’altro. Erano centinaia e i guerrieri sui carri disponevano di armamento pesante. La loro arma principale era l’arco composito, dunque i combattimenti erano sempre a lungo raggio. Naturalmente, una volta colpito il bersaglio e fermato il carro nemico, qualcuno doveva andare ad uccidere l’equipaggio. È in questa fase che entravano in gioco i “corridori”, ingaggiati per terminare l’opera nelle battaglie iniziate dai carri. Tutte le grandi civiltà, dai minoici agli ittiti, sopravvivono a pestilenze, carestie e terremoti, ma soccombono ad un nemico in carne e ossa, una misteriosa armata di barbari chiamata “popoli del mare”. Questi invasori non hanno carri da guerra né armature, ma capiscono come combattere contro gli eserciti formati da carri. Non servono costosi contingenti di soldati, basta mettere insieme un numero sufficiente di arcieri e corridori. L’arma che trasformerà questi fanti in formidabili guerrieri, è un corto giavellotto con la punta forgiata in metallo. Non erano in grado di produrre sempre ferite letali, ma quando centravano il bersaglio il carro diventava inservibile, l’auriga diventava vulnerabile e veniva circondato dai corridori. L’auriga e il suo arciere indossavano un corpetto a squame metalliche di peso variabile fra i 15 e i 20 chilogrammi, quindi non potevano fuggire e non erano in grado di difendersi in un combattimento corpo a corpo. In situazioni del genere uno sciame di corridori armati con spade corte e scudi leggeri è in vantaggio in termini numerici e di mobilità. Se si riesce ad abbattere il cavallo col giavellotto da una distanza di 40/50 metri, si può accorciare la distanza di combattimento e ingaggiare un corpo a corpo con armi adatte.

I guerrieri inizialmente combattevano solo in guerre locali, ma, visto che la loro arte era molto richiesta, spesso andavano a prestare servizio dovunque fossero ben pagati. Non si trattava di armate omogenee: potevano avere origini diverse, ma formavano un corpo unico e parlavano lo stesso linguaggio delle armi. I primi eserciti erano composti in gran parte da mercenari, come avvenne in Sumeria (oggi parte dell’Iraq) nel III millennio a.C. Vennero formate delle armate, da impiegare nelle guerre che le città Stato della regione scatenavano continuamente le une contro le altre. Certamente le guerre hanno sempre favorito lo sviluppo di certe tecnologie accelerando il progresso.

La costruzione dei primi carri da battaglia segnò uno spartiacque nelle guerre dell'antichità, cambiò radicalmente il modo in cui gli eserciti si affrontavano. Erano rapidi e si manovravano con facilità, permettevano di dividere e disorientare le schiere nemiche. I carri più veloci erano inavvicinabili dalla fanteria, e gli arcieri che trovavano posizione su di essi potevano colpire con precisione mortale. L'arciere poteva colpire i nemici e tornare velocemente fra le fila del suo esercito.

Quando si dispone dei carri servono meno persone addestrate: un auriga e i lanciatori di frecce e sassi. Mentre un cavallo portava un solo cavaliere, su un carro trainato da uno o due cavalli trovano posto fino a quattro persone e quindi c'erano altre possibilità per creare un vantaggio strategico. Gli antichi egizi utilizzavano una quantità incredibile di carri che muovevano avanti e indietro per il campo di battaglia, con il rischio di scontrarsi fra loro, e occorreva la massima disciplina. Si organizzavano, quindi, in squadroni di 25 carri ognuno e in battaglia potevano impiegare fino a 1500 carri e attaccare con regolarità in punti diversi dello schieramento nemico. Gli Hyksos invasero l'Egitto con i loro carri e vi si stabilirono fondando la città di Avaris. Dalle pianure dell'Iran gli ariani mossero su carri e cavalli verso la valle dell'Indo e distrussero le grandi civiltà della regione. Nel II millennio a.C. erano tantissime le civiltà che avevano imparato a usare il carro da battaglia ed era diventato ormai una presenza costante nelle guerre del vicino oriente.

La fortuna del carro non fu circoscritta solo a queste regioni: anche i Celti lo utilizzavano per spostarsi in battaglia. Al contrario del carro leggero concepito dai Sumeri, il carro da battaglia dei Celti aveva una struttura molto più solida che ne evidenziava il diverso utilizzo: era concepito essenzialmente per travolgere le prime linee nemiche. Era usato come ariete e per questo aveva una struttura molto più pesante del carro sumero. Serviva per aprire dei varchi nello schieramento avversario.

Nelle immagini il bronzetto conservato al Museo Archeologico di Cagliari.

martedì 10 agosto 2010

Bronze Age - Altre navicelle bronzee nuragiche - Ancient boat









Tutte le navicelle sono tratte dal libro "Le navicelle bronzee nuragiche". Citazioni e bibliografia si trovano direttamente nel libro.


Nell'ordine, dall'alto verso il basso:


Navicella di Costa Nighedda (Oliena)


Navicella n° 76 rinvenuta in Ogliastra (Lilliu n° 278)


Navicella n° 62 da Posada (Lilliu n° 279)


Navicella n° 17 da Mores (Lilliu n° 290)


Navicella n° 110 del tempio di Hera Lacinia (Capo Colonna) a Crotone

lunedì 9 agosto 2010

Bronze Age - Le navicelle bronzee nuragiche - Ancient boat



Dopo l'introduzione alle navicelle, come promesso, inserisco una panoramica delle imbarcazioni in bronzo più celebri fra quelle visibili nei musei sardi.



Tutte le navicelle pongono quesiti di difficile soluzione per la funzione svolta.


Erano barche in miniatura?



E' possibile creare questi oggetti se non si hanno competenze marinaresche?

Le tracce archeologiche metallurgiche, ceramiche e architettoniche lasciate dai sardi sono numerose e importanti. E' possibile che ci siano così tante interpretazioni ma nessuna sia convincente?

domenica 8 agosto 2010

Ministro Bondi sui giganti di monte Prama


Bondi in difesa dei giganti di pietra "Devono restare in Sardegna" I giganti di Monti 'e Prama

Dopo l'appello del sindaco di Cabras e l'interrogazione parlamentare del deputato del Pdl Mauro Pili, che avevano chiesto al ministro di fare uno sfare comune per il museo naturale, oggi la replica del ministro:

Il ministro dei beni culturali Sandro Bondi ritiene che i 'Giganti di "Mont'e Prama" debbano restare in Sardegna "in quel museo a cielo aperto per essere visti e apprezzati dai sardi, divenendo un punto di riferimento per il turismo italiano e internazionale". L'intervento del ministro giunge dopo l'appello del sindaco di Cabras e del deputato del Pdl Pili che si sono opposti alla "provocazione" avanzata da Mario Resca, direttore generale per la valorizzazione del ministero dei beni culturali che per i Giganti - colossi nuragici scoperti a metà degli anni settanta in Sardegna a Cabras - ha anche ipotizzato una trasferta a Reggio Calabria. "Ogni eventuale esposizione fuori dal loro contesto - ha sottolineato Bondi - dovrà essere autorizzata e decisa dalle autorità locali".

Fonte: http://www.unionesarda.it/Articoli/Articolo/191035

Metallurgia antica in Sardegna


La metallurgia in Sardegna tra il calcolitico e il Ferro
Il metallo fa la sua prima apparizione in Sardegna nella cultura di Ozieri: un pugnale e alcune verghe di rame dai fondi di capanna del settore F da Cuccuru Arrius di Cabras ed un paio di anelli d'argento dalla tomba V della necropoli di Pranu Muttedu di Goni. La comparsa del metallo e l'inizio della metallurgia è un fatto che sembra essersi verificato contemporaneamente in Sardegna, in Corsica ed in Sicilia dove le prime scorie di rame, ancora aderenti alla parete di un crogiuolo, sono state raccolte nello strato di Diana sull'Acropoli di Lipari.
È ragionevole ritenere che anche nelle isole si sia verificato un profondo rivolgimento economico con un radicale cambiamento degli equilibri consolidati che ha ovunque segnato il passaggio dal Neolitico all’Eneolitico. La diffusione del metallo causa una diminuzione di interesse nei confronti dello sfruttamento e della circolazione dell’ossidiana e accelera il processo di decadenza economica e la partecipazione ai fenomeni più generalmente diffusi in Italia peninsulare ed insulare, dando luogo alla formazione delle culture eneolitiche di Abealzu e Filigosa che ereditano da quella di Ozieri molte forme ceramiche.
Successivamente si arriva alla cultura di Monte Claro che si articola in facies locali: meridionale, oristanese, nuorese e settentrionale. Il patrimonio culturale è ricco ed elaborato: annovera numerosi insediamenti in grotta e all'aperto; deposizioni in tombe a fossa, tombe a forno, domus de janas, tombe a cista, tombe megalitiche con rito esclusivamente inumatorio. Lo strumentario di selce e di ossidiana è scarso e, come abbiamo visto, alla cultura di Monte Claro risale il primo caso conosciuto nell'isola di riparazione antica di un vaso con grappe di piombo.
L’eccezionale fioritura di Monte Claro è forse spiegabile con un’economia agricola in ripresa, con un incremento delle attività pastorali e con l’avvio allo sfruttamento delle risorse minerarie dell'isola che inseriscono a pieno titolo la Sardegna nelle rotte di prospezione mediterranea, innescando un processo economico ed evolutivo di vasta portata. Nei pugnali raffigurati nelle statue-menhirs di Laconi e Nurallao si attestano due tipi di arma segnalando il momento del trapasso di uso dall'una, forse ormai solo cerimoniale, all'altra, certamente ancora rara e preziosa.
L'area di rinvenimento delle statue-menhirs dista meno di 8 km in linea d'aria dai giacimenti di calcopirite, galena e blenda di Funtana Raminosa, nei monti del Sarcidano, lungo il versante occidentale digradante del massiccio delle Barbagie di Belvì e Seulo. La prima età del Bronzo è segnata dalla cultura di Bonnannaro. Lo strato intatto sigilla le domus de janas, pochi oggetti d'ornamento, pochissime armi e scompare totalmente lo strumentario litico. Si potrebbe pensare al passaggio di piccoli gruppi che passando dalla Corsica sono portatori al nord degli elementi più antichi della facies A. Questo non esclude che vi siano stati anche influssi esterni che agirono insieme su di un contesto indigeno.
Giova un confronto con la Sicilia dove all'inizio del Bronzo tutta l'isola e le Eolie vengono investite da stimoli che sfociano nelle due culture di Capo Graziano e Castelluccio, marinara l’una, agricolo-pastorale l'altra, entrambe fortemente intrise di caratteri allogeni che fanno pensare a immigrazioni. Queste due culture costituiscono una netta cesura con il passato e sovvertono completamente i valori culturali esistenti. Nella media età del Bronzo il collegamento fra la nascente civiltà micenea ed il Mediterraneo occidentale pone basi stabili e si intesse una rete di rapporti organizzati che ripercorrono in parte tracciati precedenti. Un ruolo fondamentale in queste vicende è certamente svolto dalla necessità di approvvigionamento di materie prime e soprattutto di metalli.
Le analisi di archeometallurgia spiegheranno se i lingotti “ox-hide” siano stati prodotti da minerali sardi o se provengono dall’Egeo o da Cipro. Non vi è ragione plausibile per supporre che il movimento che parte dall'Egeo, diretto all'acquisizione dei metalli, escluda le zone minerarie della Sardegna. Per lo stesso motivo si ritiene che la rotta dei metalli dovesse raggiungere anche le zone minerarie della penisola iberica.
Nascono alcuni quesiti: è ancora valida, e fino a che periodo, la limitazione della navigazione da costa a costa? In caso affermativo, perché questa limitazione non si dovrebbe applicare anche ai micenei che attraversavano il Tirreno per la rotta più lunga, stabilendo una base ad una delle estremità del Golfo di Cagliari? Nell'economia dell'approvvigionamento di metalli avrebbe consentito un accesso strategico alle miniere del Sulcis.
È ipotizzabile che i traffici si svolgessero unicamente fra i micenei e le popolazioni nuragiche? Quando si può presumere che questi contatti abbiano avuto inizio?
In Sardegna questo periodo vedrebbe l’edificazione dei nuraghi, le tombe di giganti con stele centinata e le ceramiche a decorazione metopale e a nervature. In quest'epoca si collocano le prime grandi asce a margini rialzati e a profilo ellitico, ed alcune daghe a base semplice, simili alle forme del Bronzo Medio peninsulare nonché la produzione di forme analoghe ai pugnali di tipo Arreton Down di Wessex.
Si possono far risalire a questo periodo anche i primi lingotti che in tutto il bacino del Mediterraneo costituiscono una delle forme più antiche di accumulo di metallo sia ai fini di tesaurizzazione che di scambio. Conseguentemente è legittimo ipotizzare che la struttura economica e sociale delle comunità che eressero i primi nuraghi, per l'evidente ed ingente meccanismo di accantonamento di risorse, di organizzazione operativa e di investimento di forza-lavoro necessario a compiere tali opere, sia stata in grado di intraprendere lo sfruttamento sistematico delle miniere.
La presenza dei marchi in scrittura egea, cretese, micenea e cipro-minoica è un indizio della complessità dei processi di produzione, circolazione e scambio che dovevano essere istituiti fra le popolazioni locali ed i mercanti dei metalli. Lo sviluppo culturale differenziato osservato nel periodo precedente prosegue con l'ampliamento dei villaggi, con l'elaborazione delle tombe di giganti e con la costruzione di tempietti detti “a megaron”.
I fatti più significativi sono l'adozione della strumentazione per la lavorazione del bronzo, l'introduzione di strumenti a doppio tagliente (doppie asce, bipenni, picconi) e il moltiplicarsi delle matrici di fusione, indizio certo di una produzione sistematica ed abbondante. Sicuramente i minerali della Sardegna hanno costituito una attrazione per le popolazioni della Sicilia e delle Eolie, notoriamente prive di tali materie prime, ed è assai plausibile che, sulla scia dei Micenei e dei Ciprioti, siano stati istituiti rapporti regolari.
Fra la fine del Bronzo e l'inizio del Ferro, nella Sardegna nuragica si verifica una rivoluzione che vede l'emergere di una classe aristocratica con conseguente radicale mutamento delle strutture economiche e sociali, accompagnato da un nuovo sensibile sviluppo nelle condizioni generali di ricchezza. Salvo limitate eccezioni non si costruiscono più nuraghi, taluni vengono ristrutturati ed ampliati, altri subiscono parziali demolizioni e vengono trasformati nell'uso.
Le due espressioni più significative sono la produzione dei bronzetti e quella delle grandi statue di pietra, la prima delle quali è un fatto di portata rilevantissima che investe tutta l'isola, legata alla tecnica della cera persa e di indizio inequivocabile di una produzione metallurgica di tutto rispetto. Di certo i mutamenti di forze e di aggregazioni verificatisi nel Mediterraneo in coincidenza con l'apparizione dei Fenici e con la diffusione della metallurgia del ferro non possono essere estranei alle vicende che abbiamo descritto.
Non si può escludere che si siano ripercorse, sotto diverse bandiere, le stesse rotte Tirreniche aperte dalla navigazione per il commercio dell’ossidiana prima, e successivamente Micenea e Cipriota, sempre tenendo presente che come per i Micenei non si intende con il termine Fenici indicare un popolo specifico.
La Sardegna sembra essere il cardine intorno al quale ruota buona parte di traffici del Mediterraneo occidentale. Non è casuale la presenza di bronzetti nel famoso corredo della tomba Cavalupo di Vulci del IX a.C.: essa prova che già in quell'epoca nella quale nulla di simile esisteva in Occidente, questa produzione caratteristica nuragica era matura e fiorente.
In conclusione la Sardegna, per l'eccezionale ricchezza delle sue risorse, fu una delle più significative realtà dell'economia del mondo antico. Inoltre le culture esterne, attratte dalle fonti della materia prima, di epoca in epoca hanno fatto dell'isola un crocevia di tutti i traffici del Mediterraneo occidentale.
Nell'immagine le spade di Sant'Iroxi in rame arsenicato, databili al 1650 a.C. sono tratte da "L'Alba dei Nuraghe", Ugas, 2008