Arcieri di bronzo
di Vittorio Brizzi e Cinzia Loi
Le figure dei guerrieri (di cui gli arcieri rappresentano una grande percentuale) sono associabili allo stile “geometrico” che il Prof. Lilliu(1) fu il primo ad identificare su alcuni bronzetti provenienti da Abini-Teti e da Uta. Sono figure allungate, rigide, austere. La simmetria è sottolineata in modo evidente, spesso le statuette si presentano frontalmente, con un aspetto quasi laminare, ove in alcune vi è una concessione alla plasticità e al volume evidente nella testa che può avere una forma a cilindro, sfera e prisma irregolare.
Il volto è spesso definito dallo schema a T, con un grande naso e le sopracciglia unite. In altre c’è una certa cura nell’aspetto ornamentale e decorativo, senza però che si rinunci all’aspetto tipicamente rigido di questo stile. Le decorazioni sugli abiti e sulle panoplie è geometrica, caratterizzata dal rametto schematico, la spina di pesce, le spirali e i cerchi concentrici. I capelli (a meno dei guerrieri raffigurati completamente rasati) sono spesso lunghi o raccolti in trecce, che scendono dai lati del viso sull’addome, in alcune statuette si potrebbe riconoscere l’influenza culturale della scultura in legno, che meccanicamente (per via della vena) “costringe” ad un intaglio per linee parallele. Un recente interessantissimo libro di Angela Demontis, “Il popolo di bronzo” (edito da Codeghes Editori di Cagliari nel 2005) analizza ben 100 di questi piccoli guerrieri, presentandone la fotografia a fianco di disegni “esplosi” in cui vengono riprodotte ed analizzate le componenti dell’attrezzatura e del vestiario. Un sistema comunicativo molto efficace, sorprendente, e… pericoloso. Questo perché il lavoro interpretativo nei particolari innumerevoli del vestiario e dell’insieme delle armi è molto complesso (non ci risulta si sia mai fatto un lavoro di correlazione con i pochi reperti archeologici congruenti all’area e culture di riferimento, che andrebbe dal IX al VI secolo a.C., presenti nei Musei e nei loro magazzini) tenendo conto giocoforza delle molteplici componenti di materiale organico deperito nel tempo, come il legno, la pelle e il cuoio, e le fibre vegetali. Dove finisce l’attributo simbolico e inizia la riproduzione realista? É una domanda di non facile risposta. Nulla di nuovo sotto il sole. Al di là dei riferimenti cross-culturali, l’unica possibile via per distinguere simbolo da realtà è (forse) la sperimentazione. Intanto, però, culliamoci in queste analisi di superficie, naturalmente nel settore di studio che più ci compete.
Armi da lancio
I bronzetti sono veramente straordinari da questo punto di vista: se ci meravigliamo davanti all’equipaggiamento dei moderni incursori, accessoriati di tutto punto di tecnologia high-tech, come possiamo non sbalordire ancor di più di fronte alla straordinaria varietà e compattezza delle loro panoplie antiche di tremila anni? Spade, pugnali, spadoni e stocchi, di varie lunghezze, sono tutti ben dettagliati e rappresentati. Ma a queste tipologie siamo ben abituati, anche perché il ferro e il bronzo, nelle sepolture, spesso si conserva. Un primo indizio della fedeltà di questi bronzetti è proprio la correlazione individuabile con questa classe di reperti, che trova riscontro nelle inumazioni. Anche se la cautela non è mai troppa, nell’insieme delle dotazioni dei guerrieri appaiono però evidentissime anche tante armi da lancio.
Il “gruppo faretra” è un vero e proprio insieme strutturato e apparentemente ergonomico che reca con sé frecce in verticale al centro schiena, con il porta-propulsore e anello per la spada, insieme a piccoli contenitori (probabilmente corni) misteriosi, il magnifico pugnale “gammato”, montato a bandoliera sul davanti del corpo (esattamente come gli incursori di oggi di cui sopra) e i vari sistemi di fissaggio al corpo, a mò di sella, che prevedono un contrappeso anteriore per proteggere l’addome, fissato con corregge di cuoio (presumibilmente) in grado di adattarsi e stabilizzarsi nei movimenti. Insomma, un grado di sofisticazione estremo, che denuncia inequivocabilmente una grandissima specializzazione delle arti del combattimento, e che fa quasi supporre la rappresentazione di ”corpi speciali” micidiali.
Arco e frecce sono diffusamente raffigurati. Ma la cosa che ci fa più stupire sono i propulsori. Purtroppo uno solo tra quelli esaminati dalla Demontis ha la zagaglia contenuta in una sua apposita faretra, ma quasi tutti hanno il supporto porta-propulsore affiancato alla faretra delle frecce, che non lascia tanto spazio alla fantasia. Il propulsore è un’arma efficacissima, molto antica, la cui esistenza è accertata da almeno trentamila anni. L’idea che nell’età del Bronzo e del Ferro sia utilizzata fa pensare. Il fatto che sia deducibile solo da questi bronzetti, nessun’altra testimonianza neolitica, dell’età del Bronzo e del Ferro ce lo mostra, è straordinario. Stupefacenti poi sono i bastoni da lancio, un’arma sicuramente diffusa nel terzo millennio (e testimoniata dai reperti delle tombe egizie) di cui sappiamo pochissimo se non dagli autori di epoca classica in riferimento ai Celti(2) e le frombole (l’influenza balearica è evidente), un’arma “povera” dal punto di vista materiale, ma che - leggendo le cronache delle guerre annibaliche - ne viene sempre decantata la sua efficacia, tanto da essere successivamente adottata in modo stabile nelle Legioni romane!
L’arco e le frecce
Nel campione analizzato dalla Demontis troviamo ben sedici arcieri. Di questi, sei sono con l’arco teso (uno di essi è sorprendentemente mancino, se si considera che la traslazione dell’arco dalla sinistra alla destra per assecondare la dominanza oculare è una tendenza assolutamente moderna). Nell’antichità documentata dei manuali d’arcieria arabi del VI secolo, e nelle principali scuole di arco giapponesi medievali l’arco veniva impugnato con la sinistra senza riguardo ad alcuna predisposizione visiva o fisica, forse per non compromettere la simmetria nello schieramento di battaglia. Gli altri dieci sono con l’arco carico (corda montata) in posizione rilassata, con la mano destra che saluta. La tipologia dell’arco rappresentato è mista. Lasciando spazio all’incertezza interpretativa di alcuni elementi, in quanto la rappresentazione di particolari di piccolo spessore è impossibile su figure alte quindici centimetri, si possono vedere archi semplici a sezione circolare o ellittica, archi piatti e archi compositi. L’influenza orientale è ovvia e scontata, gli archi a doppia curvatura (alcuni sembrerebbero a tripla) la denota inequivocabilmente.
È difficile operare una correlazione tra la datazione dei gruppi specifici ad arco semplice e quelli ad arco composito. Certo è che la ricchissima disponibilità di essenze adatte alla costruzione dell’arco in Sardegna non ha sicuramente condizionato una scelta “strutturale” (e quindi adattativa) nella tecnica di costruzione (diversamente per i popoli orientali, in cui la nascita dell’arco composito è probabilmente dovuta alla carenza di legni adatti nei loro territori) e quindi si potrebbe propendere per una diretta ed esclusiva influenza culturale. Ma sono solo ipotesi(3). Le frecce sono impennate con penne tagliate a parallelogramma, evidente in tutte le faretre dei bronzetti. La lunghezza dell’impennaggio è cospicua, non si riesce (giocoforza per la miniaturizzazione) a vedere il tipo di cuspide, anche se i musei sardi ne sono ricchi.
La postura di tiro (nei numerosi bronzetti di Teti, Sardara, Serri, Sulcis) è prevalentemente simmetrica, con trazione completa al petto, freccia che passa alla sinistra della finestra di tiro, con la struttura scheletrica in asse con il piano orizzontale dell’arco. Nessun arciere dotato di arco composito tende l’arco e non ci è possibile formulare ipotesi per un tipo eventuale di aggancio all’orientale, da pollice.
Un particolare emblematico è la ricorrenza sui parabracci di “lamelle” parallele su cui, all’interno scorre la freccia. L’autrice del saggio li classifica come “mirini”. Lo escluderemmo nel modo più assoluto (su questo, nelle note a corredo delle schede, è presente un approfondimento). La prima ipotesi, consultati altri esperti della materia, è stata quella di un supporto reggi-freccia, per facilitare un tiro “veloce ed in movimento”. Ignorando la biomeccanica del tiro (e soprattutto gli aspetti tattici relativi all’uso dell’arco in combattimento) si potrebbe pensare a situazioni di tiro ravvicinate e estremamente mobili, in cui un aiuto per mantenere la freccia in asse di tiro potrebbe essere compatibile.
Naturalmente ignoriamo la materia prima di queste lamelle e non avendo ancora impostato una ricerca sperimentale non possiamo in alcun modo escludere questa tesi. Un’altra interpretazione viene dall’iconografia medievale, in cui arcieri in assetto di battaglia portavano, nel parabraccio, passanti in cui venivano inserite delle frecce “pronte all’uso”. Il fatto che nessuno di questi bronzetti mostri frecce collocate in questo modo, che dovrebbe facilitarne la disponibilità per un tiro veloce è comunque significativa, anche se non la può escludere (è da riportare, comunque, come in alcuni di questi bronzetti sia estremamente evidente la freccia all’interno delle lamelle parallele). L’altra idea è quella che vede in queste lamelle un accorciatore di allungo(4) solidale con il parabraccio. La cosa in sé non dovrebbe stupire tantissimo, è noto come in oriente il “siper” fosse uno strumento in grado di permettere il lancio di frecce più corte, quindi più leggere, capaci di giungere a distanze spropositate. Ma il siper orientale, come il buon senso richiede, è solidale con l’arco.
La mancanza di un giunto con l’attrezzo determina una libertà di movimento notevole (non sottovalutiamo l’aspetto dell’allenamento, però) e francamente ci sembrerebbe un tantino pericoloso. Un’ulteriore ipotesi potrebbe essere la volontà di scagliare più frecce contemporaneamente per un tiro tattico… Insomma, un particolare emblematico ancora da sviscerare, che testimonia ulteriormente l’unicità di questa documentazione e che stimola a sperimentare.
Conclusioni
Su 16 bronzetti raffiguranti arcieri, sei sono rappresentati con l’arco in tensione, ma anche se la corda risulta tesa per due terzi, la mano della freccia è prossima al petto. Molto facilmente l’accorgimento è tecnico /espressivo: il viso dell’arciere rimane scoperto per evitare che la corda (che non potrebbe essere riprodotta dello spessore opportuno su una fusione così minuscola) lo cancelli. Tra questi sei uno è dichiaratamente mancino e speculare rispetto agli altri. L’arciere del Sulcis è rappresentato a cavallo, in una postura – configurazione molto particolare e privo di altri dettagli, mentre l’arciere corazzato di Sardara si differenzia dalla serie di Teti per via dell’evidente e bellissima armatura protettiva. I dieci rimanenti sono in posizione statica, con la mano che saluta (!) solo nel numero16 (di Teti) il saluto è rappresentato con la sinistra, gli altri reggono l’arco con questa mano, appoggiato sulla spalla opposta, e il numero 2 (da Uta) con la sinistra impugna la spada appoggiata alla spalla destra. Gli archi danneggiati (o illeggibili) sono 2, l’arciere di Sardara (numero 1) e quello del Sulcis (numero 41, a cavallo), che reggono solo l’impugnatura. Nessun arco a doppia o tripla ricurvatura è mostrato teso. Tutti gli archi tesi sono, infatti, lunghi (mediamente è ravvisabile un rapporto medio di 0,9) e gli archi manifestatamente a curvatura multipla sono lunghi, più di quello che si è abituati osservare nelle rappresentazioni iconografiche orientali. Pressoché tutti hanno la faretra verticale, posta nel “gruppo faretra” al centro schiena (tranne, anche in questo caso, l’arciere di Sardara che mostra una faretra inclinata, quello del Sulcis, quello di Suelli e quello “con arco pesante”, che ne sono completamente privi). Alcune faretre hanno gli impennaggi che escono, in bella mostra, tranne l’arciere numero 41 di Teti, l’arciere di Urzulei (9) e l’arciere di Alà dei Sardi (27) che mostrano una “copertura” evidente. I parabracci, con le misteriose lamelle parallele, sono numerosi: ben nove dei bronzetti arcieri li mostrano, mentre sei dei rimanenti hanno un bracciale semplice, uno solo non ne mostra evidenti tracce. Sull’armamento se ne è parlato diffusamente: il propulsore è una costante, mentre solo uno ha la zagaglia visibile; un altro ha due contenitori appaiati (l’arciere corazzato di Usellus) che potrebbero contenerne uno smontato (?) e altri tre, statici, con l’arco impugnato ma non teso, hanno la mano libera che reggeva qualcosa che oggi è andato perduto.
Volendo azzardare delle conclusioni, è ovvio come il “campione” esaminato sia insufficiente per poter ardire a sicurezze. Certo è che alcuni particolari balzano all’occhio, che potrebbero portare a delle “esclusioni” solo con un serio programma sperimentale abbinato a delle osservazioni accurate e comparate delle testimonianze materiali relative ai corredi d’arma presenti nei Musei Sardi (e soprattutto nei loro magazzini!). La straordinaria specializzazione di questi “corpi scelti” è comunque evidente: attraverso la ricostruzione delle panoplie e degli abbigliamenti si potrebbe arrivare a comprendere il grado di mobilità e di adattatività comportamentale rispetto a vari scenari tattici, un campo speculativo molto interessante e ancora misterioso.