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martedì 11 giugno 2013

Otzi, la mummia di Similaun

Otzi, la mummia di Similaun
di Mohamed Tharwat


Dopo la decodificazione del genoma di Otzi, la mummia ritrovata nel 1991 al confine tra Italia e Austria, un team di ricercatori dell'Accademia Europea di Bolzano (Eurac) e di altre istituzioni di ricerca europee segna un nuovo traguardo nella ricerca sulle mummie. Da un campione grande come la capocchia di uno spillo estratto dal cervello di Otzi, i ricercatori hanno potuto analizzare le proteine e ottenere così nuovi elementi sull'ipotizzato trauma al cervello. Nel 2007, analizzando la frattura cranica dell'Iceman, erano state individuate per la prima volta due zone più scure nella parte posteriore del suo cervello. Dopo aver eseguito la Tac i ricercatori avevano ipotizzato che un aggressore gli avesse assestato un colpo in fronte e che questo avesse fatto urtare il cervello contro l'occipite, causando l'ematoma evidenziato dalle zone scure. Questa ipotesi non era però ancora stata approfondita. Nel 2010, attraverso due piccoli fori già esistenti nella scatola cranica della mummia, erano stati estratti tramite endoscopia - quindi in modo non invasivo - due campioni di cervello, di pochi millimetri di spessore. La ricerca sulle proteine, in particolare, ha fornito molte informazioni inaspettate. I ricercatori hanno documentato una grande quantità di proteine del cervello e hanno rilevato anche globuli proteici. Inoltre, le analisi al microscopio hanno evidenziato la presenza di cellule neuronali in buono stato e di aggregati di cellule ematiche.
Questo ha dimostrato al team di ricerca che il campione prelevato è costituito effettivamente da tessuti cerebrali - strutturalmente riconducibili ad Otzi - e non da sedimentazioni accumulatesi nel corso dei secoli; questo significa che il cervello dell'Uomo venuto dal ghiaccio è conservato in condizioni straordinariamente buone. Inoltre, gli aggregati di sangue riscontrati nel campione portano ulteriori prove a sostegno dell'ipotesi che le macchie scure potrebbero essere degli ematomi che Otzi si è procurato prima della sua morte.
Se siano comparsi a causa di un colpo in fronte o di una caduta in seguito alla ferita da freccia, è ancora da chiarire. I risultati dello studio congiunto sono stati pubblicati da "Cellular and Molecular Life Sciences". In futuro, con questo metodo di ricerca sulle proteine verranno analizzati un campione dello stomaco di Otzi e diversi campioni di tessuti di altre mummie provenienti da tutto il mondo.
Al seguente link potrete leggere un articolo sul ritrovamento della mummia: http://pierluigimontalbano.blogspot.it/2011/02/otzi-e-vivo.html

lunedì 10 giugno 2013

Sulla rotta dei fenici: "Porti e approdi del Mediterraneo Antico"

I porti fenici del Vicino Oriente
di Pierluigi Montalbano


Le più importanti città portuali che si rilevano nelle terre orientali dei fenici sono Sidone, Tiro, Biblos e Beirut. Nella Bibbia e in Omero sono indicati col termine “sidoni” gli abitanti di quella fascia costiera, tuttavia già dal 1100 a.C. Tiro era una potenza economica e commerciale e iniziava a proiettarsi nell’Egeo. Secondo una fonte tarda, i sidoni fondarono Tiro dopo aver sconfitto i Peleset-Filistei insediati in Palestina. In realtà Tiro fu fondata nel III Millennio a.C., pertanto quella fonte è da intendersi come un temporaneo controllo amministrativo di Tiro da parte dei sidoni, non un’effettiva fondazione. Le vicende più intriganti del priodo di passaggio dall’età del Bronzo al Ferro, coinvolgono una serie di etnie, ricordate col nome di “popoli del mare”. Secondo le fonti in nostro possesso, una coalizione di quelle genti fu sconfitta dagli egiziani di Ramesse III che celebrò l’avvenimento con grande enfasi facendo scolpire sui bassorilievi dei templi la sua vittoria. In realtà sappiamo che i popoli del mare furono semplicemente bloccati sul Delta del Nilo intorno al 1175 a.C., e le varie etnie si fusero con le popolazioni delle province egizie.
Un impero che aumenta notevolmente d’importanza a partire dal XI a.C. è quello degli assiri, stanziati a nord-est del Libano. Alla costante ricerca di uno sbocco a mare, attaccarono a più riprese i popoli vicini e, dal IX a.C., diventano egemoni lungo la fascia costiera libanese. Una prima fonte cita gli assiri intorno al 1100 a.C. quando il re organizza una spedizione di pesca nella costa durante la quale riscuote i tributi che i piccoli regni costieri pagavano per garantirsi l’indipendenza, o meglio la sopravvivenza.
Un’altra testimonianza dell’XI a.C è il racconto di Wenamun, sacerdote di Amon a Karnak e ambasciatore di un sovrano egizio, che si reca a Biblos per dei rapporti commerciali che prevedevano una fornitura di legno di cedro per costruire navi. L’autore racconta che il re di Biblos (Zakarbaal) fece aspettare l’inviato fuori dal porto di Dor, governato dal principe Beder degli Tjeker, per vari giorni poiché il sovrano non si sentiva subordinato al faraone. Inaspettatamente, Wenamun viene derubato, e non può far fronte alla richiesta di pagamento inoltrata dal re. Chiese di poter far fronte all’impegno in seguito, ma fu invitato dal re a farsi inviare altro denaro dal faraone. Dopo un’attesa di quasi un anno a Biblos, tentò invano di ripartire verso l’Egitto, e s’imbarcò per Alashiya (Cipro) sfuggendo alla folla inferocita che voleva ucciderlo per il tentativo di frode che aveva tentato. Da questa testimonianza, si deduce che Biblos, Cipro e Dor erano in mano a genti dei popoli del mare. Evidentemente le città fenicie avevano riconquistato l’indipendenza dall’Egitto. Dor fu violentemente distrutta alla metà dell’XI a.C. per far posto a un insediamento di Tiro.
Abbiamo altre notizie di commerci di Tiro. Si tratta di ceramiche di pregio del 1000 a.C., rinvenute a Cipro nella necropoli di Palaepaphos. Il loro inquadramento cronologico precede di quasi due secoli la data di fondazione della colonia di Kition a Cipro (820 a.C.). L’isola era ricca di rame, e già dal XI a.C. Tiro si riforniva di questo metallo per fonderlo con lo stagno e ottenere il bronzo. Spostandoci verso ovest, abbiamo tracce di rapporti commerciali con Creta, dove Tiro acquisisce nell’XI a.C. materie prime e prodotti lavorati. Tiro possedeva legname in gran quantità ma doveva procacciarsi metalli e risorse agricole, scarse a causa del clima arido e della mancanza di terra fertile. Nei periodi di carestia, la popolazione si spingeva progressivamente verso la costa e la città dovette far fronte al sovrappopolamento. Grano, orzo, olio e altre derrate alimentari provenivano da sud, da quello che sarà poi il regno di Israele, il territorio fertile più vicino e accessibile.

domenica 9 giugno 2013

Otranto - Lecce. Inaugurazione dell'archeoparco.

Otranto - Lecce. Inaugurazione dell'archeoparco.

L'archeoparco di Torre Pinta si estende su 18 ettari di terreno, e nasce dalla sinergia tra il Gruppo Archeologico di Terra d’Otranto e i proprietari della Tenuta Torre Pinta.
L'evento d'inaugurazione sarà domenica 16 giugno, e il programma prevede visita guidata speciale con apertura completa dei siti archeologici alle ore 19, e degustazione di pietanze bizantine con ricette del X sec. alle ore 20.30.
Si tratta di una sequenza di siti di straordinario fascino, per la prima volta interamente fruibili attraverso un percorso archeo-didattico tra uliveti e macchia mediterranea: il parco permetterà di conoscere la storia di Otranto e del Salento antico.

Dalle grotte monastiche italogreche agli insediamenti ebraici, dalle cripte paleocristiane alle càsole di S. Nicola, dai sepolcreti arcaici alle tombe a grotta, dalle costruzioni megalitiche ai misteriosi ipogei della Valle delle Memorie. Storia, cultura e avventura che si incontrano con la didattica, attraverso “atelier” per lo scavo simulato riservato agli Istituti Scolastici, e attività didattiche, artistiche e ricostruttive per campi scuola estivi per finire poi con giornate all’insegna della scoperta e dell’apprendimento.
Cinque percorsi e itinerari diversi, un giardino botanico, laboratori agricoli e di cucina tradizionale e storica, esperienze emozionali serali con accompagnamento nella Valle alla luce delle torce a fiamma: esperienze da non perdere nella “porta d’Oriente”, per vivere emozioni difficili da dimenticare.

sabato 8 giugno 2013

Santadi: "La Sardegna nel Mediterraneo occidentale, il problema del V secolo a.C."

Santadi: "La Sardegna nel Mediterraneo occidentale, il problema del V secolo a.C."
di Rolando Berretta



Quanto segue girava per il web un paio di giorni fa:
La Sardegna nel Mediterraneo occidentale: il problema del V secolo
Dal 31/05/2013 ore 09.00 al 02/06/2013 ore 14.00
Convegno internazionale di studi. Aula Consiliare del Comune di Santadi (CI), Sardegna.
Venerdì 31 maggio - Domenica 2 giugno 2013.
A circa cinquant’anni dalla pubblicazione del noto articolo di Colette Picard (1963-1964 [1965], Notes de chronologie punique: Le problème du Vesiècle, Karthago 12, 15-28) possiamo ancora affermare che esiste un problema del V secolo? Cinquant’anni di ricerche sul campo fra scavi, ricognizioni e interpretazioni innovative ispirate da visioni e punti di vista alternativi hanno profondamente cambiato il panorama archeologico e storico. Il convegno organizzato a Santadi (CI) si propone di offrire un quadro aggiornato delle indagini svolte in Sardegna e una valutazione complessiva dell’azione di Cartagine nel Mediterraneo centro-occidentale durante il V secolo attraverso l’analisi delle più significative scoperte effettuate nelle regioni direttamente interessate dall’ espansionismo della metropoli nord-africana, dalla Tunisia alla Sicilia, dalle Baleari alla Penisola Iberica.
Si auspica che l’insieme dei dati raccolti organizzati secondo diverse sfere d’indagine (insediamenti, rituali, mondo indigeno) funzioni da stimolo per un rinnovato dibattito scientifico che permetta di “risolvere” il problema del V secolo e di fornire nuove prospettive d’indagine sul passaggio dalla fase fenicia a quella punica.


Per i nostri studiosi esisterebbe un problema nel V a.C. che, in parole povere, si espone meglio con la domanda:-“ Ma Cartagine che fine ha fatto nel V sec.?”-.

Esiste una ricostruzione storica imperniata su un Trattato ricordato da Polibio.
Polibio ci parla di un trattato tra Roma e Cartagine datato 28 anni prima del passaggio di Serse in Europa. Siamo nel 508 a.C. e, a Roma, sono entrati in carica i primi Consoli. Secondo i nostri studiosi Roma e Cartagine si stanno, già, dividendo il Mediterraneo. Addirittura Cartagine vieta ai Romani di venire in Sardegna. Polibio ricorda che il testo del trattato in oggetto, e del suo rinnovo, si conservavano (ai sui tempi) su tavole di bronzo nell’erario degli Edili presso il tempio di Giove Capitolino. Afferma Polibio:-“…ancora ai nostri tempi i più anziani tanto dei Cartaginesi quanto dei Romani e quelli che sembrerebbero più esperti di cose politiche non ne avevano notizia…”-.
Due secoli prima di Polibio Roma fu incendiata dai Galli. Tutti i documenti scritti andarono persi; lo ricorda Tito Livio. Polibio termina la sua esposizione ricordando il trattato ai tempi di Pirro.
Polibio, secondo il mio modesto parere, ha preso un granchio mostruoso. Scorrendo Livio, Diodoro e Orosio il tutto si chiarisce. Il primo trattato diretto tra le due città risale al 348.
Il testo del trattato, ricordato da Polibio, dice che i Romani, e alleati, possono andare a Cartagine e nella zona cartaginese della Sicilia liberamente. I Cartaginesi, e alleati, possono andare a Roma e nel suo territorio liberamente.
I Romani, e alleati, debbono stare lontani dalla Sardegna mentre i Cartaginesi, e alleati, debbono evitare di girare armati nella zona dei Latini non soggetta a Roma. Questo è il sunto. Se inquadriamo il Trattato nell’anno 508 ci accorgiamo che non significa assolutamente nulla. La Sicilia non presenta conquiste cartaginesi e a Roma aspettano il ritorno di Tarquinio il Superbo e di Porsenna. Credo che ambedue le città avessero altro a cui pensare. Quel Trattato, inquadrato nell’anno 348, ha tutt’altro valore. Cartagine ha già sottomesso parte della Sicilia e sta combattendo ferocemente in Sardegna mentre Roma ha qualche problema con l’esercito dei Latini già pronto per scendere in campo.
Veniamo al V sec. Serse vuol invadere la Grecia. Bisogna tenere impegnata la maggiore potenza del mondo greco; bisogna evitare che Siracusa vada a dare una mano. Per tre anni gli emissari cartaginesi si mettono a reclutare mercenari. Quando Serse sferra l’attacco in Grecia, il cartaginese Amilcare, figlio di Annone, sbarca in Sicilia. Ad Imera 300.000 Cartaginesi furono sconfitti da Gelone di Siracusa. I Cartaginesi chiesero la pace e trattati. Cartagine sparirà dalla scena per 50 anni. Questo lo dicono tutte le fonti. Bisogna aspettare il 420 per rivedere i Cartaginesi a Sant’Antioco. Prima fortificano l’isola e poi passano in Sardegna. Si combatterà a lungo.
In Sicilia ritorneranno nel 410 con Annibale. Annibale era il nipote dell’Amilcare di Imera. Fu onorato come il più grande comandante che Cartagine avesse mai avuto; aveva distrutto Imera e Selinunte ed era tornato a casa in tutta fretta. Nel frattempo era rientrato in Sicilia l’esercito di Siracusa spedito a dare una mano a Sparta contro Atene. Questa storia, raccontata da tutte le fonti in maniera più approfondita, non piace ai nostri studiosi: Cartagine, a interpretare il Trattato del 508, è una vera potenza militare e avrebbe, già, visto all’opera i grandi condottieri Malco, Magone e i due Magonidi.
Leggendo Tucidide viene evidenziato il pensiero dei nostri studiosi. Tucidide racconta la storia della colonizzazione della Sicilia. Atene sta per attaccare Siracusa. Mentre Atene prepara l’esercito da trasferire in Sicilia, Tucidide illustra quali popoli avrebbero trovato gli Ateniesi nell’Isola.
Siamo nel 418. Cartagine non c’è. I Cartaginesi non sono menzionati.
A questo punto è utile leggere i vari commenti, nelle note, dei nostri studiosi diretti verso Tucidide.

Il mistero del V sec, a questo punto, risulta essere quella Storia ricostruita intorno al Trattato di Polibio, del 508, che non trova nessun riscontro. Nessun Malco, nessun Magone e nemmeno i due Magonidi all’opera in Sardegna.

Forse… forse se si desse una controllata a quanto riporta Tito Livio riguardo ai trattati…
Sembrerebbe che l’esposizione di Livio sia confusionaria. Livio parla dell’arrivo degli ambasciatori Cartaginesi nel 348. Dopo cinque anni, siamo nel 343, Timoleonte da Corinto ha sconfitto i Cartaginesi e ha liberato tutte le città greche della Sicilia. Sarà un caso che ritroviamo gli ambasciatori Cartaginesi a Roma? Livio ricorda che nel 306 fu rinnovato, per la terza volta, il trattato con Cartagine. Per me è tutto chiaro. Per gli storici NO; Livio è un confusionario.
Quindi esiste una Storia Ufficiale ricostruita intorno al Trattato di Polibio del 508. DimostrarLa archeologicamente, però, non è facile. Da tutto ciò il MISTERO del V sec.

Aspettiamo i risultati della conferenza di Santadi. Vedremo se Tucidide, Diodoro, Erodoto, Giustino e Livio non sono fonti attendibili.

venerdì 7 giugno 2013

Sant’Andrea Frius: la presenza romana e la tavola di Esterzili



Sant’Andrea Frius: la presenza romana e la tavola di Esterzili: prima parte.
di Aldo Casu

Il Censimento Archeologico, realizzato tra il 2002 e il 2003 e pubblicato nel 2006(1), anche se la ricerca non ha interessato tutto il territorio comunale ma solo una parte di esso, ha registrato l’esistenza in esso di ben 35 siti archeologici (vedi Carta Archeologica) di cui 18 inediti.
La sua pubblicazione, contiene solo una piccola parte della grande quantità di materiale raccolto, e ha una forma troppo tecnica che la rende poco interessante per i non addetti ai lavori.
Nella “Relazione sui lavori effettuati nel periodo 2/9 – 2/10 del 2002”, presentata al Comune il 17.10.2002, R. Relli, incaricata del censimento e curatrice della sua pubblicazione, scrive: “… Gran parte dei siti presenta una frequentazione ininterrotta dall’epoca nuragica a quella tardo romana e altomedievale …”.
Se consideriamo i 26 siti con tracce di età romana (vedi elenco) e dalla Carta Archeologica ne estrapoliamo quelli di età “tardo punica – romana repubblicana”, quelli di età “ romana imperiale” e quelli di età “tardo romana – altomedievale” (vedi rispettive carte), dal variare del numero dei siti riferibili ai diversi periodi storici, appare evidente quanto la presenza romana in questo territorio sia stata movimentata.
Dagli 8 insediamenti dell’età “tardo punica – romana repubblicana” si passa, infatti, ai 19 di età “romana imperiale” per poi tornare agli 8 insediamenti di età “tardo romana – altomedievale” e, se il primo cambiamento è avvenuto a causa della più aggressiva politica coloniale di Roma in epoca imperiale, l’ultimo si è verificato in seguito agli eventi che si sono verificati nella situazione locale.  Lo stesso quadro storico si ottiene analizzando la datazione dei siti anche se questa, in molti casi, ha un’approssimazione di 2/3 secoli ed è stata fatta nella totale mancanza di dati stratigrafici, con la conseguenza che, dal censimento, non si ricava alcuna informazione sulla possibile diversa tipologia degli insediamenti stessi.
È logico pensare che gli insediamenti romani non fossero tutti uguali e che si distinguessero in “colonici” e “militari”; per conoscere meglio questa realtà è fondamentale la toponomastica in cui, grazie alla lunga presenza romana in questo territorio e alla continuità del suo popolamento, si è conservata notizia di fatti e di eventi storici tanto inediti quanto illuminanti.
Poco distante dall’attuale abitato in direzione di Cagliari, per esempio, una località è nota col nome “tùpa de sa mallòra ” (lett. = la siepe della vitella)(vedi Localizzazione dei Toponimi, di seguito LT, sito 41) che è una etimologia popolare del latino “topia meliora“ (lett. = i campi/fattoria migliori) e, infatti, i terreni di quell’area sono i meno pietrosi e i più fertili di tutta la parte occidentale dell’attuale territorio comunale.
Il termine “tùpa”, sempre come alterazione popolare di “topia”,  si ritrova anche in diversi altri toponimi quali: “tùpellòcasa ” (vedi LT, sito 42) in territorio di Senorbì, poco oltre il rio Cìrras, a NO dell’attuale abitato e “tùpezzónia“, sito non censito (vedi LT, sito 40) all’estremo est di questo territorio comunale.
Il secondo termine che compone il primo toponimo, “lòcas“ (attraverso quelle alterazioni formali e fonetiche illustrate nell’articolo sull’analisi linguistica della parlata locale pubblicato il 4 gen. 2013) è riconducibile al termine “lucana” e, di conseguenza, il significato etimologico del toponimo è “topia lucana”.

giovedì 6 giugno 2013

Naviganti dell’era glaciale sbarcarono in Grecia.

Naviganti dell’era glaciale sbarcarono in Grecia.

Gruppi di marinai viaggiarono sul Mar Egeo anche prima della fine dell'ultima era glaciale, secondo la nuova prova fornita da ricercatori che hanno estratto strumenti di rocce vulcaniche del Calcolitico e armi.
Una nuova tecnica che data l'ossidiana, un vetro vulcanico che può essere modellato in strumenti, suggerisce che esistessero miniere di ossidiana nelle acque del Mediterraneo e le rocce all'epoca preziose fossero inviate dall'isola di Melos, nell'odierna Grecia, circa 15.000 anni fa.
"L'ossidiana è un prezioso vetro roccioso naturale che si trova solo sulle isole di Melos, Antiparos e Yali" ha spiegato Nicolaos Lascaris dell'Università dell'Egeo in Grecia. "Da lì si diffuse nel Mar Egeo e nel continente attraverso contatti di commercio".
Se si voleva avere strumenti taglienti e armi prima delle epoche dei metalli, occorreva recarsi in luoghi come Melos, e per arrivarci si doveva navigare. Le prove che testimoniano questi viaggi a Melos prima della fine dell'ultima era glaciale sono manufatti di ossidiana trovati nella grotta Franchthi sulla penisola del Peloponneso, nella Grecia meridionale, lungi dall'isola di Milo. Ricerche di geochimica eseguite negli anni scorsi, hanno stabilito che gli utensili in ossidiana provengono da Melos, ma capire quando furono portati dall'isola è un problema più complicato.
"Questi marinai certamente, in particolare nella regione dell'Egeo, navigarono per gli isolotti in vista di costa, e raggiunsero anche l'Asia minore e la Grecia continentale", ha detto Lascaris, che con i suoi colleghi ha pubblicato un documento sulla scoperta nel numero di settembre 2011 di Journal of Archaeological Science. "Fino a ora solo nella grotta Franchthi si era trovata ossidiana databile circa all'8.500 a.C. ora, invece, abbiamo una testimonianza certa di contatti costieri per commerci".
Lascaris e i suoi colleghi hanno utilizzato un metodo denominato "idratazione dell'ossidiana" che ha una datazione (OHD) combinata con una tecnica più recente nota come spettrometria di massa di ioni secondari di superficie saturazione (SIMS-SS) per determinare quanta acqua era penetrata nelle superfici di ossidiana esposte all'aria dagli uomini preistorici che scheggiarono le rocce per ottenere utensili e armi.
"Una superficie di ossidiana appena esposta, contiene crepe microscopiche in cui l'acqua è assorbita nel tempo", ha spiegato il ricercatore Ellery Frahm, della University of Minnesota Twin Cities, presidente dell'associazione internazionale per gli studi di ossidiana. Il metodo OHD da solo non è molto affidabile per datare le fratture sulle rocce, perché ha un paio di gravi limitazioni. La prima è il fatto che è difficile esaminare la superficie della roccia attraverso un microscopio, per misurare quanto in profondità la zona di diffusione fuzzy dell'acqua è penetrata in una roccia.Dove si misura questa linea fuzzy? In secondo luogo, il fronte di diffusione non è davvero dove sembra essere. Una cannuccia sembra piegarsi in un bicchiere d'acqua a causa della differenza di indice di rifrazione dell'aria e acqua, quindi il fronte di diffusione nell'ossidiana non è dove sembra essere per lo stesso motivo", ha spiegato Frahm.
Ma quando i SIMS-SS, ossia la nuova tecnica di spettrometria di massa, viene aggiunta all'immagine, gli scienziati possono effettivamente quantificare l'acqua che penetra in una roccia.
"I SIMS possono misurare direttamente l'acqua sopra la profondità dell'ossidiana. Un fascio di particelle rimuove gli ioni dall'ossidiana in strati molto sottili, ed è come misurare individualmente la composizione di ogni strato della buccia di una cipolla". In questo modo il cambiamento nel contenuto di acqua può essere tracciato in profondità, rivelando esattamente come cambia.
Utilizzando il nuovo metodo di SIM-SS, Lascaris e i suoi colleghi sono in grado di determinare che i manufatti di ossidiana di Melos sono stati realizzati prima di quanto in precedenza creduto. Naturalmente, ciò implica che le persone attraversavano le isole molto anticamente, utilizzando barche al momento a noi sconosciute.

Fornito da Science News Service
Nell'immagine: La Navicella bronzea nuragica di Costa Nighedda.

mercoledì 5 giugno 2013

Sardegna nuragica: Arcieri di bronzo



 Arcieri di bronzo
di Vittorio Brizzi e Cinzia Loi

Le figure dei guerrieri (di cui gli arcieri rappresentano una grande percentuale) sono associabili allo stile “geometrico” che il Prof. Lilliu(1) fu il primo ad identificare su alcuni bronzetti provenienti da Abini-Teti e da Uta. Sono figure allungate, rigide, austere. La simmetria è sottolineata in modo evidente, spesso le statuette si presentano frontalmente, con un aspetto quasi laminare, ove in alcune vi è una concessione alla plasticità e al volume evidente nella testa che può avere una forma a cilindro, sfera e prisma irregolare.
Il volto è spesso definito dallo schema a T, con un grande naso e le sopracciglia unite. In altre c’è una certa cura nell’aspetto ornamentale e decorativo, senza però che si rinunci all’aspetto tipicamente rigido di questo stile. Le decorazioni sugli abiti e sulle panoplie è geometrica, caratterizzata dal rametto schematico, la spina di pesce, le spirali e i cerchi concentrici. I capelli (a meno dei guerrieri raffigurati completamente rasati) sono spesso lunghi o raccolti in trecce, che scendono dai lati del viso sull’addome, in alcune statuette si potrebbe riconoscere l’influenza culturale della scultura in legno, che meccanicamente (per via della vena) “costringe” ad un intaglio per linee parallele. Un recente interessantissimo libro di Angela Demontis, “Il popolo di bronzo” (edito da Codeghes Editori di Cagliari nel 2005) analizza ben 100 di questi piccoli guerrieri, presentandone la fotografia a fianco di disegni “esplosi” in cui vengono riprodotte ed analizzate le componenti dell’attrezzatura e del vestiario. Un sistema comunicativo molto efficace, sorprendente, e… pericoloso. Questo perché il lavoro interpretativo nei particolari innumerevoli del vestiario e dell’insieme delle armi è molto complesso (non ci risulta si sia mai fatto un lavoro di correlazione con i pochi reperti archeologici congruenti all’area e culture di riferimento, che andrebbe dal IX al VI secolo a.C., presenti nei Musei e nei loro magazzini) tenendo conto giocoforza delle molteplici componenti di materiale organico deperito nel tempo, come il legno, la pelle e il cuoio, e le fibre vegetali. Dove finisce l’attributo simbolico e inizia la riproduzione realista? É una domanda di non facile risposta. Nulla di nuovo sotto il sole. Al di là dei riferimenti cross-culturali, l’unica possibile via per distinguere simbolo da realtà è (forse) la sperimentazione. Intanto, però, culliamoci in queste analisi di superficie, naturalmente nel settore di studio che più ci compete.

Armi da lancio
I bronzetti sono veramente straordinari da questo punto di vista: se ci meravigliamo davanti all’equipaggiamento dei moderni incursori, accessoriati di tutto punto di tecnologia high-tech, come possiamo non sbalordire ancor di più di fronte alla straordinaria varietà e compattezza delle loro panoplie antiche di tremila anni? Spade, pugnali, spadoni e stocchi, di varie lunghezze, sono tutti ben dettagliati e rappresentati. Ma a queste tipologie siamo ben abituati, anche perché il ferro e il bronzo, nelle sepolture, spesso si conserva. Un primo indizio della fedeltà di questi bronzetti è proprio la correlazione individuabile con questa classe di reperti, che trova riscontro nelle inumazioni. Anche se la cautela non è mai troppa, nell’insieme delle dotazioni dei guerrieri appaiono però evidentissime anche tante armi da lancio.
Il “gruppo faretra” è un vero e proprio insieme strutturato e apparentemente ergonomico che reca con sé frecce in verticale al centro schiena, con il porta-propulsore e anello per la spada, insieme a piccoli contenitori (probabilmente corni) misteriosi, il magnifico pugnale “gammato”, montato a bandoliera sul davanti del corpo (esattamente come gli incursori di oggi di cui sopra) e i vari sistemi di fissaggio al corpo, a mò di sella, che prevedono un contrappeso anteriore per proteggere l’addome, fissato con corregge di cuoio (presumibilmente) in grado di adattarsi e stabilizzarsi nei movimenti. Insomma, un grado di sofisticazione estremo, che denuncia inequivocabilmente una grandissima specializzazione delle arti del combattimento, e che fa quasi supporre la rappresentazione di ”corpi speciali” micidiali.
Arco e frecce sono diffusamente raffigurati. Ma la cosa che ci fa più stupire sono i propulsori. Purtroppo uno solo tra quelli esaminati dalla Demontis ha la zagaglia contenuta in una sua apposita faretra, ma quasi tutti hanno il supporto porta-propulsore affiancato alla faretra delle frecce, che non lascia tanto spazio alla fantasia. Il propulsore è un’arma efficacissima, molto antica, la cui esistenza è accertata da almeno trentamila anni. L’idea che nell’età del Bronzo e del Ferro sia utilizzata fa pensare. Il fatto che sia deducibile solo da questi bronzetti, nessun’altra testimonianza neolitica, dell’età del Bronzo e del Ferro ce lo mostra, è straordinario. Stupefacenti poi sono i bastoni da lancio, un’arma sicuramente diffusa nel terzo millennio (e testimoniata dai reperti delle tombe egizie) di cui sappiamo pochissimo se non dagli autori di epoca classica in riferimento ai Celti(2) e le frombole (l’influenza balearica è evidente), un’arma “povera” dal punto di vista materiale, ma che - leggendo le cronache delle guerre annibaliche - ne viene sempre decantata la sua efficacia, tanto da essere successivamente adottata in modo stabile nelle Legioni romane!

L’arco e le frecce
Nel campione analizzato dalla Demontis troviamo ben sedici arcieri. Di questi, sei sono con l’arco teso (uno di essi è sorprendentemente mancino, se si considera che la traslazione dell’arco dalla sinistra alla destra per assecondare la dominanza oculare è una tendenza assolutamente moderna). Nell’antichità documentata dei manuali d’arcieria arabi del VI secolo, e nelle principali scuole di arco giapponesi medievali l’arco veniva impugnato con la sinistra senza riguardo ad alcuna predisposizione visiva o fisica, forse per non compromettere la simmetria nello schieramento di battaglia. Gli altri dieci sono con l’arco carico (corda montata) in posizione rilassata, con la mano destra che saluta. La tipologia dell’arco rappresentato è mista. Lasciando spazio all’incertezza interpretativa di alcuni elementi, in quanto la rappresentazione di particolari di piccolo spessore è impossibile su figure alte quindici centimetri, si possono vedere archi semplici a sezione circolare o ellittica, archi piatti e archi compositi. L’influenza orientale è ovvia e scontata, gli archi a doppia curvatura (alcuni sembrerebbero a tripla) la denota inequivocabilmente.
È difficile operare una correlazione tra la datazione dei gruppi specifici ad arco semplice e quelli ad arco composito. Certo è che la ricchissima disponibilità di essenze adatte alla costruzione dell’arco in Sardegna non ha sicuramente condizionato una scelta “strutturale” (e quindi adattativa) nella tecnica di costruzione (diversamente per i popoli orientali, in cui la nascita dell’arco composito è probabilmente dovuta alla carenza di legni adatti nei loro territori) e quindi si potrebbe propendere per una diretta ed esclusiva influenza culturale. Ma sono solo ipotesi(3). Le frecce sono impennate con penne tagliate a parallelogramma, evidente in tutte le faretre dei bronzetti. La lunghezza dell’impennaggio è cospicua, non si riesce (giocoforza per la miniaturizzazione) a vedere il tipo di cuspide, anche se i musei sardi ne sono ricchi.
La postura di tiro (nei numerosi bronzetti di Teti, Sardara, Serri, Sulcis) è prevalentemente simmetrica, con trazione completa al petto, freccia che passa alla sinistra della finestra di tiro, con la struttura scheletrica in asse con il piano orizzontale dell’arco. Nessun arciere dotato di arco composito tende l’arco e non ci è possibile formulare ipotesi per un tipo eventuale di aggancio all’orientale, da pollice.
Un particolare emblematico è la ricorrenza sui parabracci di “lamelle” parallele su cui, all’interno scorre la freccia. L’autrice del saggio li classifica come “mirini”. Lo escluderemmo nel modo più assoluto (su questo, nelle note a corredo delle schede, è presente un approfondimento). La prima ipotesi, consultati altri esperti della materia, è stata quella di un supporto reggi-freccia, per facilitare un tiro “veloce ed in movimento”. Ignorando la biomeccanica del tiro (e soprattutto gli aspetti tattici relativi all’uso dell’arco in combattimento) si potrebbe pensare a situazioni di tiro ravvicinate e estremamente mobili, in cui un aiuto per mantenere la freccia in asse di tiro potrebbe essere compatibile.
Naturalmente ignoriamo la materia prima di queste lamelle e non avendo ancora impostato una ricerca sperimentale non possiamo in alcun modo escludere questa tesi. Un’altra interpretazione viene dall’iconografia medievale, in cui arcieri in assetto di battaglia portavano, nel parabraccio, passanti in cui venivano inserite delle frecce “pronte all’uso”. Il fatto che nessuno di questi bronzetti mostri frecce collocate in questo modo, che dovrebbe facilitarne la disponibilità per un tiro veloce è comunque significativa, anche se non la può escludere (è da riportare, comunque, come in alcuni di questi bronzetti sia estremamente evidente la freccia all’interno delle lamelle parallele). L’altra idea è quella che vede in queste lamelle un accorciatore di allungo(4) solidale con il parabraccio. La cosa in sé non dovrebbe stupire tantissimo, è noto come in oriente il “siper” fosse uno strumento in grado di permettere il lancio di frecce più corte, quindi più leggere, capaci di giungere a distanze spropositate. Ma il siper orientale, come il buon senso richiede, è solidale con l’arco.
La mancanza di un giunto con l’attrezzo determina una libertà di movimento notevole (non sottovalutiamo l’aspetto dell’allenamento, però) e francamente ci sembrerebbe un tantino pericoloso. Un’ulteriore ipotesi potrebbe essere la volontà di scagliare più frecce contemporaneamente per un tiro tattico… Insomma, un particolare emblematico ancora da sviscerare, che testimonia ulteriormente l’unicità di questa documentazione e che stimola a sperimentare.

Conclusioni
Su 16 bronzetti raffiguranti arcieri, sei sono rappresentati con l’arco in tensione, ma anche se la corda risulta tesa per due terzi, la mano della freccia è prossima al petto. Molto facilmente l’accorgimento è tecnico /espressivo: il viso dell’arciere rimane scoperto per evitare che la corda (che non potrebbe essere riprodotta dello spessore opportuno su una fusione così minuscola) lo cancelli. Tra questi sei uno è dichiaratamente mancino e speculare rispetto agli altri. L’arciere del Sulcis è rappresentato a cavallo, in una postura – configurazione molto particolare e privo di altri dettagli, mentre l’arciere corazzato di Sardara si differenzia dalla serie di Teti per via dell’evidente e bellissima armatura protettiva. I dieci rimanenti sono in posizione statica, con la mano che saluta (!) solo nel numero16 (di Teti) il saluto è rappresentato con la sinistra, gli altri reggono l’arco con questa mano, appoggiato sulla spalla opposta, e il numero 2 (da Uta) con la sinistra impugna la spada appoggiata alla spalla destra. Gli archi danneggiati (o illeggibili) sono 2, l’arciere di Sardara (numero 1) e quello del Sulcis (numero 41, a cavallo), che reggono solo l’impugnatura. Nessun arco a doppia o tripla ricurvatura è mostrato teso. Tutti gli archi tesi sono, infatti, lunghi (mediamente è ravvisabile un rapporto medio di 0,9) e gli archi manifestatamente a curvatura multipla sono lunghi, più di quello che si è abituati osservare nelle rappresentazioni iconografiche orientali. Pressoché tutti hanno la faretra verticale, posta nel “gruppo faretra” al centro schiena (tranne, anche in questo caso, l’arciere di Sardara che mostra una faretra inclinata, quello del Sulcis, quello di Suelli e quello “con arco pesante”, che ne sono completamente privi). Alcune faretre hanno gli impennaggi che escono, in bella mostra, tranne l’arciere numero 41 di Teti, l’arciere di Urzulei (9) e l’arciere di Alà dei Sardi (27) che mostrano una “copertura” evidente. I parabracci, con le misteriose lamelle parallele, sono numerosi: ben nove dei bronzetti arcieri li mostrano, mentre sei dei rimanenti hanno un bracciale semplice, uno solo non ne mostra evidenti tracce. Sull’armamento se ne è parlato diffusamente: il propulsore è una costante, mentre solo uno ha la zagaglia visibile; un altro ha due contenitori appaiati (l’arciere corazzato di Usellus) che potrebbero contenerne uno smontato (?) e altri tre, statici, con l’arco impugnato ma non teso, hanno la mano libera che reggeva qualcosa che oggi è andato perduto.
Volendo azzardare delle conclusioni, è ovvio come il “campione” esaminato sia insufficiente per poter ardire a sicurezze. Certo è che alcuni particolari balzano all’occhio, che potrebbero portare a delle “esclusioni” solo con un serio programma sperimentale abbinato a delle osservazioni accurate e comparate delle testimonianze materiali relative ai corredi d’arma presenti nei Musei Sardi (e soprattutto nei loro magazzini!). La straordinaria specializzazione di questi “corpi scelti” è comunque evidente: attraverso la ricostruzione delle panoplie e degli abbigliamenti si potrebbe arrivare a comprendere il grado di mobilità e di adattatività comportamentale rispetto a vari scenari tattici, un campo speculativo molto interessante e ancora misterioso.

lunedì 3 giugno 2013

Archeologia: scoperta una fucina preistorica a bocca di cava

Archeologia: scoperta una fucina preistorica a bocca di cava,
di Marcello Onnis e Pierluigi Montalbano



Nel Maggio 2013, abbiamo depositato alla Soprintendenza ai Beni Archeologici di Cagliari una denuncia di rinvenimento di un sito di valenza Archeometallurgica.
Nel territorio del Comune di Domusnovas, immerso nell’incantevole vallata di Oridda, dietro le Grotte di San Giovanni, l’allineamento di Punta Tinnì, Punta Fundu de Forru e Perda Niedda, con il vertice opposto di punta Serra Tinnì, costituisce un triangolo, attraversato dal Rio Tiny, particolarmente interessante già per la sola toponomastica.
La località di Perda Niedda tradisce la presenza di un giacimento di magnetite dal tenore di ferro intorno al 74 %.
La Punta Fundu de Forru, indica la presenza di attività fusoria.
Il nome del rio e delle sommità dei luoghi dedicate a Tinnì dichiarano palesemente la frequentazione fenicia di quei luoghi.
Solleticati da questi ingredienti, ci siamo recati sul luogo per verificarne le eventuali potenzialità.
Tutte le supposizioni ipotizzate si sono di fatto materializzate, mostrandoci l’intera filiera produttiva del ferro, dall’estrazione del minerale alla probabile realizzazione di manufatti.
Inizialmente abbiamo individuato una cava di magnetite cristallizzata con sistema penta dodecaedrico, con evidenti segni di estrazione a pala e picco. Lungo il sentiero adiacente alla cava abbiamo notato una serie di piazzole sulle quali si riducevano i blocchi, verosimilmente con una prima cernita fatta a vista e a peso. Nel fitto bosco adiacente, è presente una rete di sentieri ai cui lati sono evidenti numerose piazzole di terra nera cotta dove inequivocabilmente si produceva il carbone vegetale. A poca distanza, rileviamo la presenza di un corso d’acqua con un punto di raccolta funzionale all’arricchimento del minerale prima della fusione e, infine, un cumulo di pietre in granito rosa, parzialmente fuso su un lato con inclusioni di scorie vitree di colore nero.
Grazie all’uso di una piccola calamita, in tali scorie si è confermata la presenza di una buona percentuale di ferro, al punto che la calamita restava attaccata, anche se rivolta verso il basso.
Solo allora, ci siamo resi conto di stare su un grosso cumulo di scorie fusorie in cui si possono identificare le diverse fornaci a terra, realizzate una sulle altre per un lungo periodo.
Si tratta, quindi, di un’antica fucina con fuochi a terra in cui si producevano, e si affilavano, gli arnesi necessari all’estrazione dei diversi minerali presenti in loco.
E’ rilevante segnalare che l’uso del carbone vegetale nella trasformazione della magnetite è fondamentale. Sulla Terra, il ferro puro non esiste, infatti quello rinvenuto ha origine esclusivamente meteoritica. In natura, il minerale con la più alta concentrazione di ferro è la magnetite, e la vallata di Oridda, dietro le grotte di S. Giovanni, nel Comune di Domusnovas, ne è particolarmente ricca. La magnetite è un minerale naturale che può contenere percentuali fino al 76 % di ferro, la cui formula chimica è Fe3O4.

Il primo procedimento di trasformazione termica del minerale, chiamato arrostimento, prevede il processo di riduzione degli ossidi. Già con una temperatura prossima ai 700°C, inizia a rompersi il legame tra l’ossigeno e il metallo. Grazie alla presenza del carbonio contenuto nel carbone vegetale, all’interno della fornace a terra, durante la combustione, si ha produzione di monossido di carbonio (CO) che, combinandosi con l’ossigeno della molecola dell’ossido di ferro (magnetite), produce molecole di anidride carbonica (CO2), miste a vapore acqueo.

domenica 2 giugno 2013

Una nave del Bronzo: Archeologia sperimentale all’estero.

Una nave del Bronzo: Archeologia sperimentale all’estero.
di Simon Parker



Non erano vestiti di pelli e non sono stati costretti a remare con pagaie per ore di fila, ma l’esperienza di portare in mare una replica di naviglio dell’Età del Bronzo ha convinto sia gli archeologi sia i costruttori della bontà della loro iniziativa.
L’opinione del direttore dell’iniziativa, l’archeologo Robert Van de Noort (Università di Exeter), è che fino a quando non si costruisce praticamente una barca di questo tipo, non si conoscono davvero le difficoltà che le genti del passato ebbero a superare. Né si comprende fino a che punto le loro barche fossero efficienti fino a che non le si governa.
Van de Noort, insieme al carpentiere navale Brian Cumby è stato colui che ha motivato lil progetto della costruzione della prima replica in dimensioni reali di una nave che era in uso circa 4.000 anni fa. La nave, costruita in solido legno di quercia presso il National Maritime Museum di Famouth, è stata iniziata a Marzo. I volontari che hanno partecipato alle fatiche, insieme a vari archeologi, l’hanno varata la scorsa settimana.
Usando pagaie fatte apposta per l’uopo, 19 tra uomini e donne sono stati istruiti circa la difficile arte di condurre sull’acqua 17 tonnellate di legno, in quello che è stato giustamente acclamato come un successo della collaborazione tra accademia ed artigianato.
L’imbarcazione si è dimostrata singolarmente stabile e piuttosto veloce per la sua stazza. L’equipaggio è stato presto in condizioni di manovrarla con discrete facilità tra boe ed alter imbarcazioni.
Gli archeologi hanno molto apprezzato i risultati, considerandoli estremamente preziosi dal punto di vista sperimentale. La barca si muove bene nell’acqua, forse persino meglio di quanto si sarebbe creduto prima. Con la pagaia/timone di poppa si riesce a virare molto facilmente. Una prima constatazione è che la sua molto alta linea di galleggiamento le permette con ogni probabilità il trasporto di carichi molto più impegnativi di quanto inizialmente preventivato.

Dato che si tratta di un’imbarcazione senza chiglia a fondo piatto, il vento tende a non spingerla via. Ma probabilmente, con un po’ di zavorra – per esempio un carico di qualche tonnellata di lingotti di stagno – può darsi che le cose cambino e diventi più manovriera.
Lo studio sperimentale di oggi parte da lontano e si basa sui disegni effettuati già nel 1930 da Ted Wright, colui che scoprì quelle che divennero note come le imbarcazioni di Ferriby sullo Humber (Nota 1).
La forma delle navi è stata studiata per anni, insieme alle loro possibilità ed al loro significato. Ma tutto ciò che si scrive è solo ipotetico: da questa realtà ineluttabile è nata la necessità di costruire una vera barca su quegli antichi modelli.
Questa prima barca è stata chiamata ‘Morgawr’, dal nome di un mitico serpente di mare di Falmouth Bay. Ha richiesto – ad una squadra di 50 volontari – 11 mesi per essere costruita. Dapprima, sotto il nome di “Archeologia Sperimentale”, ha costituito un precedente per il Museo della Cornovaglia, in collaborazione con l’Università di Exeter. La mole della chiglia è stata tagliata usando asce da carpentiere di bronzo, a partire da due enormi tronchi di quercia. Una volta sgrossati, sono stati “cuciti insieme” usando materiali naturali (giovani rami di tasso, simili al vimini) e sigillati con muschio e sego equino o bovino.

Si tratta di archeologia sperimentale nella sua più alta espressione: molti hanno provato ad immaginare esattamente come fosse la vita nella preistoria, dando per scontato che il livello della tecnologia di allora fosse molto limitato.
Questa barca, invece, smentisce di molto quei preconcetti: la tecnologia avanzata c’era eccome ed era veramente complessa già migliaia di anni fa.
E già questa osservazione è da considerarsi un ottimo risultato dell’esperimento, anche se solo uno dei più immediati.
Ora si fanno programmi per condurre più in là l’esperimento, con l’idea di chiarire quali fossero le possibilità di viaggio e di trasporto dell’epoca. Più tardi nel corso dell’anno si faranno anche riprese filmate, per meglio illustrare e documentare l’iniziativa…

Note:
(1) Il ritrovamento delle navi del Bronzo di North Ferriby è probabilmente uno dei più importanti ritrovamenti dell'Archeologia Marina. Il ritrovamento fece pensare ai ricercatori che i marinai dell'Età del Bronzo fossero già in grado di attraversare l'Oceano. La scoperta epocale fu fatta da due fratelli nativi di Hull: Ted e Willy Wright.
Nel 1937 le correnti di marea esposero strati di fondale prima nascosti ed i due fratelli videro protrudere dall'argilla dell'estuario assi di legno che attribuirono subito ad un'antica imbarcazione. Inizialmente non osarono andare indietro oltre l'epoca Vichinga, ma le analisi successive dimostrarono che esse erano almeno 2500 anni ancora più antiche dei Vichinghi.
Nel 1963 Ted rinvenne la terza imbarcazione, la più importante: si trattava di una barca di 50 piedi, della forma di 'una fetta d'anguria', con spazio per 18 vogatori. I dettagli costruttivi erano tutti meravigliosamente conservati (incluse le fibre di rami di tasso) e sono proprio questi che hanno permesso il presente studio sperimentale.
2013, Ferriby Heritage Trust Ltd. Charity No. 1062087 The Trust is not responsible for the content of external sites.

Fonte: www.pasuco.blogspot.it

sabato 1 giugno 2013

La tecnologia scomparsa

La tecnologia scomparsa
di Giorgio Giordano


L'archeologia ortodossa sostiene che i templi e le fortezze sulle Ande sono stati edificati a traino e spinta. Prendiamo Sacsayhuamán: non serve avere competenze ingegneristiche per certificare la totale inconsistenza della soluzione proposta. Immaginare centinaia o migliaia di indios impegnati in un grande tiro alla fune è antiscientifico, in quanto smentito dalla prova empirica. Il problema si ripresenta per la maggioranza dei siti megalitici sparsi per il mondo. Le metodologie di taglio, trasporto e posa dei blocchi risultano sempre misteriose, spesso "impossibili". Eppure queste opere sono lì in bella mostra. Ipotizzare macchinari analoghi a quelli moderni, forse ancora più evoluti, in linea di principio è possibile, ma ciò significa che la corrosione ha agito su ogni traccia, cancellando davvero tutto. Le graffe in metallo che univano i blocchi di Puma Punku non ci sono più. Rubate, riciclate o magari consunte dal tempo? I macchinari serviti per realizzare il sito potrebbero aver avuto la stessa sorte. Certo, che non sia rimasto proprio nulla pare strano. C'è un'altra possibilità: quegli antichi costruttori utilizzavano una tecnologia che noi oggi non siamo in grado di riconoscere come tale. Tralasciamo per un attimo il taglio e concentriamoci sul trasporto e sulla posa. I moderni esperimenti sulla levitazione elettromagnetica ci vengono incontro.
"Ho scoperto i segreti delle piramidi. Ho trovato come gli egizi e gli antichi costruttori in Perù, Yucatan e Asia, unicamente con attrezzi primitivi, trasportarono ed eressero blocchi di pietra pesanti parecchie tonnellate". Così parlò Edward Leedskalnin, l'enigmatico costruttore del Coral Castle, un'imponente struttura megalitica di pietra calcarea, che realizzò da solo nell'arco di 28 anni, a Homestead, in Florida. Imperdonabilmente, Wikipedia liquida con sufficienza questo piccolo Archimede del '900, definendolo niente più che uno "scultore" amatoriale. In realtà i suoi studi sollevarono l'attenzione di un genio riconosciuto come Tesla, che volle incontrarlo.

Fu autore del testo "Magnetic Current" in cui espose le sue teorie eterodosse sull'elettromagnetismo. Nel secolo scorso ricercatori come Leedskalnin, Tesla, Marconi, Hutchison, Ighina diventarono alfieri di una scienza "proibita", che ridisegnava la fisica secondo l'idea di un Universo retto dalla forza di attrazione e repulsione tra i poli magnetici positivi e negativi delle micro-particelle che compongono la materia. Anche gli scienziati nazisti seguirono analoghe intuizioni. In sintesi il lavoro di questi "incompresi" indicherebbe la possibilità di modificare l’andamento di questo flusso magnetico e di conseguenza la gravità. Il problema del taglio a questo punto potrebbe essere risolto nello stesso modo: alterando la polarità delle particelle che compongono la materia è possibile disgregare, allentare, ammorbidire, i legami tra gli atomi e rendere malleabile la più dura delle rocce. La scienza moderna non è arrivata alle conclusioni estreme dei sopracitati "inventori", ma ha potuto sperimentare in laboratorio la levitazione elettromagnetica.
Un'altra soluzione degna di nota è quella della levitazione sonica, anch'essa testata in laboratorio, ipotesi che peraltro si accorda alla perfezione con le stesse tradizioni andine (ma anche tibetane, celtiche, eccetera) che appunto parlano di blocchi sollevati grazie al suono di strumenti a fiato (o a percussione). Suono ed elettromagnetismo a ben vedere non sono poi così diversi. I fenomeni elettromagnetici sono fenomeni onda, come le onde sonore e per la verità qualsiasi altra cosa intorno a noi. La fisica quantistica parla apertamente di natura vibratoria della materia, teorizzando che tutto nell'Universo è vibrazione, ovvero musica. Una teoria che trova un parallelo straordinario nella dottrina vedica della primordialità del suono fra le qualità sensibili (come qualità propria dell'Etere, Akâça, che è il primo degli elementi). Per questo si dice che i Saggi delle prime epoche hanno "sentito" il Veda. E in fondo questa visione non è altro che quella della creazione partendo dal Verbo: secondo il primo capitolo della Genesi e secondo l'evangelista Giovanni, il suono primordiale è quella Parola divina attraverso cui sono state create tutte le cose. Anche gli egizi attribuivano l'origine del creato al suono primordiale emesso da Thot. L'identico principio compare pure nel druidismo. Si narra che grazie allo Nah-sinnar, una melodia che riproponeva in schemi matematici i più profondi e nascosti archetipi della Natura, gli sciamani erano in grado di operare sulle cose e sugli esseri umani. Parliamo nella sostanza di "cimatica", la scienza che studia (e che ha dimostrato) come il suono cambia le forme della materia. Attraverso il suono si possono modellare le cose e come dicevamo prima farle levitare, anche le pietre.
Ritorniamo quindi ai nostri problemi "megalitici" di taglio, trasporto, posa: in assenza di reperti vale forse la pena rinunciare ai super macchinari e rivolgere le nostre attenzioni a flauti, trombe e tamburi? Oppure a un "giochino" con le calamite? O forse ancora a un combinato disposto dei suddetti metodi? Di certo meglio del tiro alla fune.
Nell'immagine: Sito in Galizia e le mura di Sacsayhuamán.
Maggiori informazioni http://paleostorie.webnode.it/news/la-tecnologia-scomparsa/
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Fonte: http://paleostorie.webnode.it