Diretto da Pierluigi Montalbano

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domenica 13 gennaio 2013

Sant'Andrea Frius, Toponomastica locale: la mitica città antica è realmente esistita

Sant'Andrea Frius, Toponomastica locale:
la mitica città antica è realmente esistita.
di Aldo Casu


Molte notizie del passato sono giunte fino a noi attraverso i racconti e le leggende che si sono tramandati oralmente di generazione in generazione, ancora di più ce ne sono pervenute grazie al ricordo che di esse si è conservato nei nomi delle località quasi come fossero scritte sulla terra stessa.
La comprensione di queste notizie, però, è ben più difficile di quelle tramandate oralmente con o senza l’utilizzo di metafore, perché i toponimi, col tempo, si sono modificati, sono stati spostati nel territorio, sono stati sostituiti con più recenti e molto spesso sono stati scritti in modo non corretto nelle carte geografiche.
Per questi motivi, chi si addentra nello studio della toponomastica, specie quella di un territorio limitato come può essere quella locale, deve avere una profonda conoscenza di come si è evoluta nel tempo la parlata locale, deve conoscere il territorio e avere almeno un’idea della sua storia, deve anche tener conto di quegli aspetti linguistico - culturali che possono aver influito sulla forma dei toponimi e, soprattutto, deve considerare ogni singolo toponimo nel contesto dell’insieme di quanti più possibili toponimi dello stesso territorio.


Nel caso specifico del territorio di Sant’Andrea Frius, tenendo presente:
• il gran numero delle alterazioni formali e fonetiche, individuate nell’analisi linguistica della parlata locale attuale rispetto sia al latino che allo spagnolo e all’italiano;
• quel particolare fenomeno linguistico – culturale che è l’etimologia popolare, fenomeno per il quale un termine di
cui non si conosce il significato, viene sostituito, per assonanza,
con uno più vicino alla propria realtà culturale;
• la testimonianza degli anziani sulla forma più corretta dei toponimi;
• le poche e spesso vaghe notizie storiografiche che si hanno su questo territorio e quanto emerso, a posteriori, dal Censimento Archeologico Comunale (C. A. C.);

sabato 12 gennaio 2013

La marineria antica in Sardegna.

L'Antica Marineria della Sardegna
di Pierluigi Montalbano



Sarei felice di poter raccontare della navigazione di qualche marinaio nuragico, ma le fonti storiche, avarissime di dati per questo periodo, non me lo consentono. In ogni caso, vista la tecnologia navale del tempo e tenendo conto del carattere notoriamente invariato del mare, sono ragionevolmente certo che qualche tempesta e vari naufragi abbiano accompagnato la storia di questi antichi naviganti. Certamente si andava per mare solo nella buona stagione ma, nonostante queste gravi difficoltà, i mari erano solcati da navi ed equipaggi coraggiosi, consentendo alle genti di conoscersi, di attivare traffici e scambi, ma anche di organizzare atti di pirateria. Noi sardi abbiamo un forte debito di riconoscenza nei confronti di questi marinai perché ci aiutano a superare un preconcetto al quale qualcuno è affezionato: la repulsione verso i viaggi in mare. Noi sardi, il mio cognome tradisce origini sicule ma sono nato a Cagliari, abitiamo (non stagionalmente) l’isola da almeno 80 secoli e alcuni studiosi sostengono, a mio avviso erroneamente, che ci siamo tenuti rigorosamente lontani dal mare: tutti sul Gennargentu insomma…con qualche sofferta eccezione per il Limbara. Un record planetario ineguagliabile, peccato che non sia vero. Per me, studioso e appassionato di paleostoria, affascinato dalle incantevoli navicelle bronzee nuragiche, nucleo della mia tesi di laurea, molti dubbi sull’ipotesi “sardi impauriti dal mare” sono leciti, a meno che non mi convincano che i modellini riproducano efficaci mezzi di trasporto per andare da Su Nuraxi di Barumini al Nuraghe Losa. Qualche studioso ha tentato di convincermi che le barche nuragiche in bronzo sono mezzi per raggiungere l’aldilà, quindi i nostri antenati progettavano le crociere solo dopo la morte. Per gli studiosi che non vedono di buon occhio una civiltà sarda proiettata verso il Mediterraneo, tutte le proposte sono buone, ma devono convincermi che le navicelle non riproducano modelli navali realistici. Va detto, comunque, che finora nessuno ha ipotizzato che fossero giocattoli per i giovani nuragici o portacenere. Resta poi da domandarsi come siano arrivati i primi abitanti. Esclusa la germinazione spontanea si intuisce un affannoso bruciare di barche, zattere e remi e vele. “Dae su mare su male” mi è capitato di sentire con toni di compiaciuto pessimismo.

venerdì 11 gennaio 2013

Insularità: il mare della Sardegna è un'ostacolo o un veicolo di cultura

Sardegna e insularità: il mare è un'ostacolo o un veicolo di cultura?
di Pierluigi Montalbano



Uno dei problemi da affrontare per capire la storia della Sardegna è di ricostruire il rapporto che i suoi abitanti, nel corso dei secoli, hanno avuto col mare che circonda l’isola. L’insularità è frequentemente associata al concetto d’isolamento e utilizzata come fattore ambientale che ha determinato i caratteri della sua storia. Questa interpretazione non è conforme alla condizione di una civiltà in grado di realizzare mezzi di trasporto navali. Il rapporto tra mare e Sardegna è spesso considerato come elemento oggettivamente rilevabile dal quale partire per spiegare la storia dell’isola. Ad esempio Maurice Le Lannou, il geografo francese, considera negativo l’isolamento della Sardegna dal mondo mediterraneo, e aggiunge che i rilievi montuosi dell’isola costituiscono un altro fattore d’isolamento. L’autore afferma che nella lontananza del continente e nell’asperità degli approdi si deve cercare la chiave di lettura della storia della Sardegna. Il suo giudizio s’integra con quello di Jean Brunhes sull’esistenza di piccoli mondi separati che in virtù del loro isolamento geografico costituiscono entità separate e storicamente non riconducibili alla complessità delle vicende di terre non isolate. Braudel si associa a questa visione. Queste valutazioni hanno determinato il modo di pensare degli studiosi che considerano il mare come fonte di disgrazie, un ostacolo che interrompe la continuità territoriale. Per questi intellettuali, i sardi abbandonarono le coste per rifugiarsi all’interno dell’isola, sfruttando la natura collinosa per dedicarsi all’agricoltura e alla pastorizia, trascurando le attività costiere, pesca e navigazione, e provocando l’impaludamento dei territori costieri, agevolando così l’instaurarsi della malaria, il male endemico dell’isola.

giovedì 10 gennaio 2013

Il Paleolitico in Sardegna


Il Paleolitico in Sardegna
di Marcello Cabriolu

La fase più antica del Paleolitico Superiore si presenta ben caratterizzata e ampiamente diffusa in tutta l’Europa Occidentale attraverso l’industria litica e su materie dure. Essa viene denominata Aurignaziano. L’Aurignaziano è un’entità tassonomica, ossia l’espressione tecnologica di un’etnia probabilmente riconducibile all’homo sapiens sapiens, che si colloca cronologicamente tra il 34.000 BP e il 20.000 BP[1]. Le attestazioni sono ampiamente diffuse a partire dalla Catalogna ai Paesi Baschi e ai Pirenei per giungere alla Francia Centrale, alla Penisola Italiana e toccare l’Europa Centrale e la penisola Balcanica. La situazione ambientale europea tipica del periodo vedeva una condizione temperata definita Interpleniglaciale wurmiano dove le aree ghiacciate erano leggermente più grandi rispetto ai ghiacciai attuali, con un limite delle nevi perenni più basso rispetto ad oggi, e il livello dei mari più arretrato di circa una ventina di metri rispetto a quello attuale. Le analisi polliniche e vegetali descrivono delle circostanze ambientali particolari: tendenti ad un contesto continentale e steppico nell’Europa Centrale (con temperature rigide invernali e alte nella stagione estiva), mentre nelle regioni mediterranee, quali il sud della Francia e l’Appennino, è possibile trovare foreste di conifere. Le foreste miste, caratteristiche delle zone temperate-umide, probabilmente si individuano in aree isolate quali per esempio le regioni atlantiche della penisola iberica e nella Sardegna. I gruppi umani si dispongono in contesti favorevoli quali ripari sotto roccia, corsi d’acqua e infine all’imboccatura di grotte-rifugio, propendendo, nel creare campi base e di caccia all’inseguimento dei branchi di animali, per aree climaticamente miti. 

martedì 8 gennaio 2013

Civiltà nuragica a Tharros


Civiltà nuragica a Tharros
di Pierluigi Montalbano



Le tracce di cultura nuragica a Tharros sono evidenti. Già il toponimo fornisce la sicurezza di un insediamento antecedente l’arrivo dei commercianti levantini che si fusero con la popolazione locale dando vita a quella che ritengo sia stata la capitale del mondo economico nuragico. (Antichi popoli del Mare, Montalbano, 2011, Capone Editore). L’organizzazione della comunità vede l’accoglimento, da parte dei nuragici, di genti straniere interessate a scambiare merci e tecnologie. Nell’area sono presenti, da sud verso nord, una serie di nuraghi: S’Arenedda, Baboe Cabitza, il monotorre sul colle di San Giovanni, il complesso con villaggio sul pianoro di Murru Mannu, il Preisinnis edificato in basalto sulla parte occidentale della laguna di Mistras.

lunedì 7 gennaio 2013

Le lamine di Pyrgi

Le lamine di Pyrgi


Nel 1964, durante dei lavori di scavo presso l’area archeologica di Pyrgi, porto dell’antica città etrusca di Cere (Cerveteri), fu fatta una scoperta che scatenò l’entusiasmo del mondo scientifico: tra il materiale di scarico proveniente da un recinto posto tra i due templi dell’area archeologica furono rinvenute, accuratamente arrotolate, tre lamine d’oro, due delle quali incise con scritte in lingua etrusca e l’altra in lingua fenicia arcaica. Tutt’intorno alle lamine sono una serie di buchetti, che permettevano di affiggerle alle porte di uno dei templi, con dei chiodini, in parte ritrovati, in bronzo con le capocchie d’oro.


La scoperta fece subito pensare ad una sorta di “stele di rosetta” etrusca grazie alla quale si potesse decifrare la scrittura etrusca, in quanto della lingua fenicio–punica si possiedono discrete conoscenze. Purtroppo, per tutta una serie di circostanze sfavorevoli, i risultati non furono all’altezza delle aspettative: i due testi corrispondono tra di loro ma non sono l’esatta traduzione l’uno dell’altro e i contenuti della lamina in lingua punica presentano alcuni punti oscuri che ne limitano la conoscenza.



In conclusione, gli esperti che hanno approfondito lo studio sulle tre lamine auree di Pyrgi, hanno stabilito che in esse è riportata la versione di un identico evento: la consacrazione, da parte di Thefario Velianio, lucumone o principe-tiranno di Cere, di un piccolo edificio religioso in onore della dea Giunone-Astarte.

La traduzione su proposta delle lamine di Pyrgi è stata fatta per primo dal nostro amico e collaboratore prof. Massimo Pittau, nelle sue opere «Tabula Cortonensis - Lamine di Pirgi» (Sassari 2000, EDES) e «I Grandi Testi della Lingua Etrusca tradotti e commentati», Sassari 2011, C. Delfino Editore.

domenica 6 gennaio 2013

Il Bronzo Medio nell'Italia centrale

La Media Età del Bronzo e il Villaggio delle Macine del Lago di Albano
di Samantha Lombardi



La fase iniziale della media età del bronzo vede tutte le zone umide popolate intensivamente, in particolar modo le rive dei bacini lacustri dove, in un periodo di clima arido, la fertilità dei terreni diventava un requisito fondamentale per l’insediamento.
E’ in questa fase che sembrano affermarsi il concetto di “territorio” pertinente a ciascun centro, e quello, dovuto all’esigenza di sfruttare diversi ecosistemi e collegato ad un aumento della pressione demografica. Il quadro delineato cambia in modo concreto nella parte finale della media età del bronzo, caratterizzata da un accrescimento diffuso delle aree d’altura. In alcune zone dell’Italia Centrale interna, come quelle dei villaggi situati intorno ai bacini lacustri della Conca Velina, del Fucino e dei Colli Albani, si hanno delle vere e proprie comunità “policentriche” in cui il valore della collaborazione, tra le singole unità insediative, doveva essere maggiore di quello della conflittualità che sussisteva nel modello dell’insediamento su altura.

sabato 5 gennaio 2013

Conferenza a Cagliari sui Giganti di Monte Prama

Giganti di Monte Prama


Si svolgerà martedì 8 Gennaio 2013 a Cagliari, in Via Bruscu Onnis 7, angolo Viale Trieste, una serata dedicata alle statue di Monte Prama, recentemente restaurate nel centro di Li Punti.
Organizza l'incontro l'Istituto Universitario Sardo IUS 3.
Relatore sarà Pierluigi Montalbano, autore nel 2010 di uno studio sulla cronologia che attribuisce alle sculture una datazione del 780-750 a.C., periodo in cui si svolsero le prime Olimpiadi ad Atene.
Con l'ausilio di immagini proiettate nella sala del Tapa Ruja, sarà illustrata la storia dello scavo e si discuterà sul significato delle statue.
Al termine, il ristorante Tapa Ruja, sede dell'evento, proporrà una cena a prezzo convenzionato di 10 Euro.
Ingresso libero.



venerdì 4 gennaio 2013

Analisi linguistica della parlata locale di Sant'Andrea Frius


Analisi linguistica della parlata locale di Sant'Andrea Frius
di Aldo Casu

(Cliccare sulle immagini per ingrandire le schede)
Se è vero che non esiste frattura tra le diverse epoche che si sono susseguite nel corso del tempo nella nostra isola, altrettanto deve potersi dire della lingua che, attraverso gli apporti e gli influssi, che le sono pervenuti dall’esterno nel corso di millenni, ha continuato ad evolversi fino a raggiungere quella che è la sua forma attuale.
Ne consegue che nel sardo che si parla oggi devono potersi riconoscere sia le influenze delle lingue parlate dai popoli che hanno dominato la Sardegna, sia le tracce della lingua, o delle lingue parlate dai suoi primissimi abitanti.
Interessandomi della storia del mio paese e conoscendo la grandissima importanza che la toponomastica ha nello studio della cosiddetta “storia minore”, per poter arrivare a conoscere l’origine e il significato dei nomi delle diverse località di questo piccolo territorio, prima ho dovuto cercare di capire come si è evoluta la parlata locale.
Per riuscire in questa impresa, non essendo un linguista, ho utilizzato il metodo comparativo: ho preso circa 800 termini attuali del sardo friasino, quello, cioè, parlato in questo paese, e li ho confrontati con i corrispettivi latini, spagnoli e italiani. (L. S. I.)
Come ho già accennato nel mio precedente articolo sul “Colle di Nuràx’’i Àgusu” (pubblicato il 12 di dicembre) per poter spiegare la mia interpretazione del nome “Àgusu”, attraverso questo confronto ho individuato 114 fenomeni metaplasmatici di cui 53 formali e 61 fonetici.

mercoledì 2 gennaio 2013

I Nuragici: un popolo “stranissimo”, di Massimo Pittau

I Nuragici: un popolo “stranissimo”.
di Massimo Pittau



Ritengo che sia un fatto del tutto incontestabile: la raffigurazione che del popolo dei Nuragici hanno cominciato a dare alcuni archeologi un’ottantina di anni fa, sia quella di un popolo molto “strano”, genti del tutto “particolari”, che agivano in maniera molto difforme da quella di tutti gli altri popoli, precedenti contemporanei e seguenti, un popolo che agiva in maniera “incomprensibile” e addirittura “irrazionale”. Si faccia attenzione ai seguenti modi di fare e di agire che gli accennati archeologi hanno attribuito ai Nuragici.
Secondo gli accennati archeologi i Nuragici avrebbero costruito in Sardegna, coi nuraghi, il numero quasi incredibile di 7 mila “fortezze”. Gli archeologi però trascuravano del tutto la circostanza che nella immensa maggioranza di ciascuna di quelle “fortezze” poteva rifugiarsi una guarnigione di un ventina di guerrieri appena, i quali però lasciavano fuori, in piena balia dei nemici assalitori, le mogli, i figli e i vecchi e inoltre i loro armenti di bovini e greggi di ovini. E lasciando la piena disposizione di questo bestiame ai nemici, questi avrebbero potuto sostenere molto a lungo l’assedio del nuraghe da loro assalito e circondato.