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lunedì 10 settembre 2012

Antiche ceramiche


I manufatti in argilla dalla preistoria ai nuragici
di Pierluigi Montalbano

La Sardegna protostorica è caratterizzata da un’età aurea in cui caccia, pesca e agricoltura contribuivano al raggiungimento del benessere di quel pacifico popolo di laboriosi artigiani che producevano ceramiche riccamente decorate. Erano plasmate sapientemente e commerciate in ogni angolo dell’isola. Le tracce di quelle antiche culture si trovano anche in Francia, Spagna, nord-Africa e coste tirreniche.
In quell’epoca i sardi non avevano bisogno di torri e mura, vivevano in villaggi corredati di luoghi per il culto e zone funerarie. Il Neolitico sardo dal 6.000 al 3.000 a.C. fu un’epoca di fioritura artistica e le ceramiche che ho riassunto nell’immagine sono lo specchio della cronologia sarda fino all’avvento della civiltà mediterranea (l’età cosiddetta fenicia) che creò un nuovo gusto e quello stile inconfondibile che dal X a.C. si diffuse rapidamente lungo tutte le coste.
Il fermento culturale di questo lunghissimo periodo aiuta la comprensione dello stile di vita dei sardi e la povertà delle ceramiche nuragiche si scontra con le maestose architetture che svettano sul panorama isolano. La ricchezza, l'abbondanza e la bellezza artistica dei manufatti contrasta fortemente con la linearità e l'assenza di icone del periodo nuragico. In particolare, si assiste alla creazione di armi formidabili come le spade di Sant’Iroxi mentre spariscono le belle ceramiche del campaniforme. Perché le spettacolari domus de janas, le sepolture singole (o di clan familiari) che hanno caratterizzato per 1500 anni l’aspetto delle zone funerarie sarde, sono sostituite dalle tombe dei Giganti? E' verosimile che dietro la forma di torri e tombe si celi una nuova simbologia?
I sardi già nel VI Millennio a.C. erano capaci di creare vasi con decorazioni della Dea Madre nelle anse (figura in alto a sinistra), già nel 3.000 a.C. realizzavano coppe con decorazioni antropomorfe, nel 2.000 a.C. parteciparono alla koinè del campaniforme, un gusto internazionale che si manifestò in mezzo Mediterraneo fino alle Alpi, ma durante la civiltà nuragica, ossia a partire dalla fine del XVIII a.C., perdono questo gusto creativo e si dedicano agli edifici immensi costruiti in pietra locale. Solo intorno al XI a.C. le ceramiche sarde riprendono un gusto decorativo che le porta a rivaleggiare in bellezza con quelle micenee. La differenza sostanziale fra queste e quelle è facilmente individuabile in tutti i musei: le sarde sono incise, le micenee (o comunque levantine) sono dipinte. Proprio in questo periodo la civiltà nuragica pone le basi per una rivoluzione sociale che porterà, a partire dal X a.C., a non costruire più le alte torri, e a trasformare le più imponenti in luoghi di culto. Inizia in quel periodo anche la realizzazione delle prime grandi forme scultoree in arenaria (Monte Prama), e piccole in bronzo (guerrieri, divinità e sacerdoti), forte rappresentazione di quella società divenuta aristocratica. Volge al termine il lungo periodo aniconico e, oltre ai piccoli nuraghe simbolici (circa 1 metro di altezza) posti all'interno delle grandi capanne delle riunioni, si realizzano caratteristiche figure antropomorfe in arte geometrica, altre a barchette e animali realizzati con una tecnica difficile e sopraffina: la fusione a cera persa.
La religiosità vede nei riti dell'acqua (vasche) e del fuoco (altari e sacrifici) la massima espressione del culto verso la divinità principale: il Dio rappresentato attraverso le costruzioni ciclopiche. Le due cesure culturali sono individuabili nella facies Sant'Iroxi e nel passaggio dal Bronzo al Ferro. 700 anni di storia che possiamo definire l'età d'oro dei nuraghe.
Esaminiamo cosa accade nei manufatti di questa prima cesura.



Nella facies Sant’Iroxi abbiamo per la prima volta la comparsa di grandi spade (tipo El Argar) al posto dei pugnali. La base di queste pregevoli armi è arrotondata, come quella dei più antichi pugnali, ma la lunghezza arriva fino a 80 cm. Nei protonuraghe non ci sono reperti della fase Sant’Iroxi, quindi, poiché si assiste ad un cambio epocale, in questo periodo a mio parere potremmo far iniziare il periodo sardo nuragico. A Decimoputzu si sono trovati 180 individui sepolti, ma inizialmente erano circa 250 perché una parte manca completamente.
Le facies Sa Turricula, Monti Mannu e San Cosimo, sono precedute da quella Sant’Iroxi, che propone delle novità ceramiche fondamentali rispetto al passato: assenza del vaso tripode, sostituito da un vaso con 4-5 piedi alla base, e comparsa di bollilatte, con una sorta di risega interna che consente di poggiare il coperchio fra collo e spalla del vaso. Altri elementi importanti di questa facies sono piccoli vasi a colletto riverso a 4 anse (o 2 anse e 2 bugne) che accompagneranno la produzione ceramica fino al Bronzo Finale. Altri elementi proseguono dal Bonnannaro: anse a gomito che col tempo tenderanno a cessare (e con San Cosimo sono in versione differente perché non presentano più la forma classica con l’ansa a gomito).
Non bisogna confondere l’ansa a gomito classica con quella a gomito rovescio che compare nel Bronzo Finale e perdura fino all’orientalizzante del Ferro (con ceramiche tornite e dipinte, tipiche nuragiche).
La fase Sant’Iroxi è studiata a partire dagli scavi del 1990 benché fossero già noti materiali di quella fase (Maria Luisa Ferrarese Ceruti), inseriti erroneamente nel grande calderone del Bronzo Antico (Bonnannaro A-Corona Moltana).
I contenitori sono piccoli (ollette a 4 anse con orlo riverso), e possiamo giustificarli dal fatto che i ritrovamenti sono esclusivamente in contesti sacri: funerari o grotte (Su Moiu di Narcao e Su Benatzu di Santadi) e rientrano quindi nel regime delle offerte di cibi ai defunti: acqua, incenso, miele, latte…
A partire dal Bronzo Medio (e fino al Bronzo Finale), ad esempio a Su Benatzu (nota come grotta Pirosu), si moltiplicano i ritrovamenti di materiali per uso cultuale delle grotte.
In questi vasetti compaiono sia l’ansa ad anello che l’ansa a gomito ma non ancora l’ansa a gomito asciforme (quella che risale verso l’alto tipica di Sa Turricula). Questo fatto è strano, perché questa tipologia di ansa compare già nel Campaniforme B (Sulcitano, con decorazioni anche a fasce verticali). Potrebbe essere un’anomalia delle ricerche o dovuta all’ambito funerario, che è quello di Sant’Iroxi (infatti non conosciamo villaggi di questa facies).
I protonuraghe più antichi (quelli a corridoi passanti) non sono ancora scavati e quindi non abbiamo dati per verificare. Il discorso è comprensibile se si pensa, ad esempio, al Talei di Sorgono che è un protonuraghe più recente (con camera a piano terra) nel quale sono state trovate ceramiche Sa Turricula. Se ne deduce che i protonuraghe più antichi dovrebbero presentare materiali più antichi, ma gli scavi ancora non ci danno questa certezza. D’altro canto i materiali sono stati ritrovati nel villaggio, quindi non sappiamo se erano presenti anche all’interno del Talei.
In questo nuraghe abbiamo anche vasetti, tazzine e bicchieri tronco-conici ansati (ma anche privi di anse) che continuano per tutto il Bronzo Medio, fino alla facies San Cosimo. I vasi più grandi (olle a collo largo con labbro appiattito) sono di forma arcaica e li troviamo anche nella fase Bonnannaro A.
Con la ceramica Sa Turricula iniziano i contesti sia tombali che insediativi. Continuano i vasetti troncoconici con prese quadrangolari trasversali (a volte bugne) o cilindriche. Compare la decorazione plastica (nervature) con cordoni che partono dall’orlo, e spesso all’interno del collo ci sono le riseghe (si tratta di bollitori). I vasi sono polipedi (i tripodi non ci sono più), hanno il coperchio e presentano delle coppelle, scavate o in rilievo. Abbiamo anche piatti con orlo appiattito, simili a quelli Monte Claro e a volte inseriti erroneamente (come è avvenuto nel Nuraghe Bruncu Maduli di Gesturi) in questa fase proprio perché non si conosceva ancora la facies Sant’Iroxi.
È possibile fare dei confronti precisi di queste tipologie ceramiche di olle biconiche e globulari a tesa interna (pissidi), bollitori e tegami con i materiali delle facies Proto-Appenninica e Appenninica, a dimostrazione delle relazioni ad ampio respiro presenti in questo periodo.
Le anse si trasformano leggermente nella facies successiva, quella denominata San Cosimo, pertanto è abbastanza semplice classificare i materiali di queste tre facies.
Per non allungare ulteriormente l’argomentazione tralascio di descrivere le ceramiche posteriori, ma conto di aggiungere qualcosa nei commenti.


L'immagine in alto è realizzata con ceramiche fotografate in vari musei sardi. E' stata creata a scopo dimostrativo.

Il collage di ceramiche nuragiche a mezza pagina è realizzato con immagini tratte da La Civiltà Nuragica, Lilliu, 1999

sabato 8 settembre 2012

Il rito dell'incubazione nella Civiltà Nuragica

L'Incubazione nella civiltà nuragica
di Dolores Turchi



L'incubazione a scopo terapeutico era assai praticata in Sardegna, a giudicare dai passi che si trovano nelle opere di alcuni scrittori classici e dai retaggi che di questa pratica sono giunti in varie maniere fino ai nostri giorni. Alcuni studiosi ne hanno scritto più o meno diffusamente (A. Della Marmora, E. Pais, R . Pettazoni, M.Pittau ), affrontando l'argomento da diversi punti di vista, a seconda delle proprie convinzioni, ma non si sono fermati ad esaminare le tradizioni che con quel lontano rito potrebbero avere delle connessioni. Attraverso alcune consuetudini ancora vigenti o venute meno nel nostro secolo, è possibile risalire almeno in parte all'incubazione sarda e alle modalità con cui veniva praticata. Le vecchie credenze non scompaiono facilmente specie se son ben radicate nell'animo popolare; se mancano le condizioni primarie donde sono scaturite, si modificano e si adattano alle nuove situazioni, ma non si cancellano, anche se cambia la religione o l'assetto sociale. Questo si può notare per tante pratiche pagane che in modo sotterraneo, coperte da una leggera patina di cristianesimo, continuano oggi a sopravvivere. Nonostante i tempi moderni e le nuove terapie fondate su basi scientifiche, chi non trova alcun rimedio ai propri mali si abbandona alla ricerca delle antiche cure, spinto da quell'esile filo di speranza che è l'ultimo a morire. Per quanto riguarda la Sardegna, il primo a parlare di incubazione fu Aristotele il quale scrisse che in quest'isola vi erano degli eroi presso le cui tombe andavano a dormire coloro che volevano liberarsi dagli incubi. La notizia viene ripresa da Tertulliano con queste parole:" Aristotele scrive che un certo eroe della Sardegna liberava dalle visioni coloro che andavano a dormire nel suo tempio "Ovviamente le visioni di cui bisognava liberarsi erano le allucinazioni, le ossessioni, le manie, ma anche la possessione da spiriti maligni e le convulsioni epilettiche, ovvero i disturbi del sistema nervoso e i gravi traumi psichici. Esistono altri passi significativi, anche se frammentari, di scrittori che nel commentare le opere di Aristotele, aggiungono alcuni particolari a queste notizie in modo da completare l'informazione, segni che ai loro tempi ancora si parlava del modo in cui l incubazione avveniva in Sardegna .Il filosofo Filipono, nel VI d.c. scriveva: "Alcuni scrittori hanno tramandato che certe persone afflitte da infermità se ne andavano lontano, presso (le tombe) degli eroi in Sardegna e si curavano; costoro quindi giacevano così per dormire per una durata di cinque giorni, dopodiché svegliandosi ritenevano che il momento (in cui si destavano) fosse lo stesso in cui si erano adagiati accanto agli eroi ". Mentre Semplicio, contemporaneo di Filopono, nel commentare lo stesso passo di Aristotele, aggiunge un'alta importante particolare: "Sino ai tempi di Aristotele raccontavano che dei nove fanciulli nati ad Eracle dalle figlie di Tespio il Tespiese, le salme rimanessero incorrotte ed integre e presentassero le sembianze di dormienti. Questi pertanto sono gli eroi (venerati) in Sardegna". Da questo passo appare chiaro che le salme erano imbalsamate; ma perché tali eroi restassero integri e incorrotti dovevano non solo trovarsi entro templi, notizia già fornitaci da Tettuliano, ma essere anche custodito. Vari studiosi hanno ipotizzato che questi eroi fossero deposti nelle tombe di giganti e che l'incubazione avvenisse nell'esedra di queste. A un'attenta riflessione sorgono però delle difficoltà di ordine praticato che urtano tale ipotesi. Se gli eroi fossero stati sistemati all'interno delle tombe di gigante, ben difficilmente si sarebbero potuti vedere come "dormiente" e osservare l'integrità dei loro corpi, data l'oscurità e la difficoltà a penetrarvi. Inoltre coloro che andavano a incubarsi sarebbero dovuti restare all'aperto, nell'esedra, come alcuni sostengono, e ciò avrebbe comportato difficoltà ancor più grosse a causa del sonno che durava cinque giorni. La durata non sorprende visto che anche oggi certi disturbi mentali si curano col sonno. Riesce però difficile credere che un sonno talmente lungo potesse farsi all'aperto, senza essere molestati da animali nocivi (cinghiali, avvoltoi, insetti velenosi) o da vicissitudini atmosferiche che, più che risanare, avrebbero, avrebbero procurato danno al fisico dell'incubato. Pertanto, l'esedra della tomba di gigante, ove certamente si svolgevano i riti funebri collettivi per la commemorazione dei defunti, risulta del tutto inadeguata per una terapia incubatoria. Pare più logico supporre che il luogo più idoneo per un simile rito fosse il nuraghe. Aggiungiamo inoltre che la tomba di gigante è una tomba collettiva ( in qualcuna si sono trovati fino a sessanta scheletri), situata quasi sempre vicinissima al nuraghe e quasi certamente destinata alla sepoltura della classe egemone del villaggio oppure ai discendenti del capo tribù che invece riposava entro il nuraghe-mausoleo. In questo caso pare più verosimile l'incubazione , favorita dalla penombra del monumento in cui erano esposte le spoglie , ben visibili, dalle eroe imbalsamato che pareva dormiente. Il luogo ben si presentava ad un sonno di parecchi giorni. Tale sonno richiedeva sicuramente l'assunzione di particolari sostanze soporifere in cui si è perduto il sapere nel corso dei secoli. Simili conoscenze della farmacopea non dovevano comunque essere di tutti. I nuraghi dove si praticava l'incubazione erano con tutta probabilità custoditi da quei sacerdoti e sacerdotesse che ci mostrano i bronzetti le cui conoscenze dovevano essere di tipo sciamanico, a giudicare dai sistemi terapeutici e oracolari in rapporto con mondo dei defunti. Costoro, oltreché essere i depositari di un antico sapere, erano anche gli intermediari tra il mondo dei vivi e quello dei morti, sia per quanto riguardava le guarigioni che per la divinazione. Per ottenere un sonno prolungato, quasi comatoso, si servivano probabilmente dell'essenza di alcune piante nepentacee e di alcuni fungi fimicoli che in Sardegna si trovano facilmente. Naturalmente tale sonno , abbinato al digiuno prolungato, potava una forte debilitazione dell'organismo. Al paziente in stato di incoscienza, ai primi sintomi di risveglio, bastava far assumere ulteriori dosi di certe sostanze perché ripiombasse nel sonno o in uno stato di trance. E' molto verosimile che gli incubati fossero controllati da esperti che si servivano anche di sistemi ipnotici per portare all'annullamento della persona attraverso la regressione fino alla nascita , per poi ricostruire l'identità dell'individuo eliminando paure ed ossessioni. Questa pratica, usata oggi dal alcuni psichiatri, era ed è utilizzat5a da molti sciamani. Solino ci parla di alcune donne con doppia pupilla, che esistevano in Sardegna:" nella Scizia vi nascono donne che sono chiamate bithiae; queste hanno negli occhi pupille doppie e annientano collo sguardo chi per avventura guardassero irate. Queste si trovano anche in Sardegna". Potevano essere queste le sacerdotesse che praticavano l'ipnosi come cura . La doppia pupilla sarebbe il ricordo trasfigurato dello sguardo intenso, ipnotico cui ricorrevano per certe terapie, quasi annientando il paziente sotto il loro potere e obbligandolo a chiudere gli occhi e a rilassarsi per poter regredire nel tempo, magari solo fino al momento in cui era incorso nel trauma . E' importante che Solino c'informi dell'esistenza di queste donne anche nella Scizia, terre dove sciamanesimo era assai praticato. Pare opportuno a questo punto riferire le esatte parole di Aristotele quando accenna all'incubazione in Sardegna, perché la pratica di cui si è parlato pare di poterla intuire dal suo passo L'esistenza del tempo non è neppure possibile senza quella del cambiamento; quando infatti noi non cambiamo niente entro il nostro animo o non avvertiamo di cambiare, ci pare che il tempo non sia trascorso affatto: la stessa sensazione dovrebbero provare quegli uomini addormentati in Sardegna , secondo la leggenda, accanto agli eroi, qualora si destassero: essi infatti accosterebbero l'istante in cui si assopirono con l'istante in cui si sono destati e ne farebbero una cosa sola togliendo via, a causa della loro insensibilità, tutto ciò che è intercorso". Tertulliano, riferendosi al rituale sardo di cui parla Aristotele, lo definisce opera dei demoni. E' possibile che egli fosse a conoscenza di come in Sardegna si svolgeva il rito incubatorio, probabilmente ancora in uso ai suoi tempi. I sistemi curativi dovevano essere diversi, a secondo della malattia accusata. In alcuni paesi della Sardegna esistono ancora certe donne dette deinas, che fanno la cosiddetta "medicina dello spavento" a chi, colpito da un forte shock, è oppresso da incubi e ossessioni. C'è chi recita sottovoce formule misteriose e traccia croci su un bicchiere colmo d'acqua che il paziente deve bere per metà e gettare il resto dietro le sue spalle, senza voltarsi. L'acqua bevuta potrebbe essere il lontano ricordo delle pozioni soporifere che si facevano bere per indurre al sonno .Gettare il resto dell'acqua dietro le proprie spalle può essere un gesto simbolico, lustrale, perché il male sia lasciato alle spalle del malato, senza che questo si volti indietro ,per non vederlo e ricordarlo. In realtà la guaritrice si basa sul potere suggestivo che può avere sul paziente, ma la sua gestualità dovrebbe trarre origine dall'antica terapia che si svolgeva presso la salma dell'eroe guaritore. Sullo stesso principio si basa anche un'altra terapia, con un rituale molto più evidente ,quasi sconcertante: in alcuni paesi della Planargia, specie a Sindia, la vecchia guaritrice, richiesta di fare la "medicina dello spavento", dichiara di non poter intervenire se nel paese non muore qualcuno, lasciando intendere che ci deve essere un defunto che deve portarsi via il male di cui si chiede di essere liberati. La stessa pratica veniva effettuata anche a Macomer. Nei casi di epilessia, considerata dagli antichi morbo sacro, la terapia che si usava nella zona del Barigadu fino agli anni 50-60, contemplava un vero e proprio contatto tra il vivo e il morto. A Samugheo, chi soffriva di questo male veniva introdotto nella stanza dove si trovava il defunto e, fatti uscire tutti i presenti, la guaritrice, dopo aver recitato le sue preghiere, poneva il paziente a contatto con la salma che si sarebbe portata via il male. In definitiva si tratta di un transfert dal corpo del vivo a quello del morto. Diverso doveva essere il sonno a scopo oracolare. In questi casi si andava a dormire presso le tombe non per essere privati da visioni ossessive, ma per ottener visioni a scopo terapeutico e divinatorio, che poi le sacerdotesse avrebbero interpretato. E' da supporre che in questi casi il sonno non dovesse essere prolungato. Alla tradizione dell'incubazione sembra collegarsi la pratica di dormire entro certi santuari durante alcune feste, pratica che è durata fino a due scoli orsono. Abbiamo testimonianze storiche in tal senso. Scriveva, nel XVI secolo, Sigismondo Arquer:"Quando i contadini celebrano la festa di qualche santo, dopo aver udito la messa nel suo tempio, per tutto il resto della giornata e della notte ballano entro il tempio, cantano canzoni profane uomini e donne intrecciano danze circolari, uccidono porci, arieti e armenti e con grande letizia si cibano di quelle carni in onore del santo. A Orgosolo, a Mamoiada e in tanti altri paesi della Barbagia, per liberarsi dallo shock causato da grossi spaventi (credere di aver visto lo spirito di qualche defunto, specialmente se morto di morte violenta mortu male ) si andava a rotolarsi per tre volte davanti al cimitero del paese, oppure davanti a tre chiese. La pratica riporta ancora una volta al ricordo dell'antica incubazione presso la tomba dell'antenato . Non è escluso che il rito in tempi lontani prevedesse la visita a tre nuraghi vicini, oppure un triplice giro, in s4egno di venerazione , intorno alla salma dell'eroe, come ancora si fa intorno al fuoco di Sant'Antonio. La tradizione popolare afferma inoltre che i nuraghi sono posti a gruppi di tre e che da uno se ne devono vedere altri due (sa tripide) Questo oggi non è possibile ovunque a causa delle distruzioni che vi sono state. Ovviamente i giri si saranno eseguiti per consuetudine, perché così si era sempre fatto, senza avere più coscienza degli antichi rituali da cui derivavano. E' appena il caso di ricordare che ancora oggi intorno ai santuari campestri, durante la festa del santo. Una determinata classe sacerdotale, sempre presente, doveva risiedere assai vicina al nuraghe mausoleo, che sicuramente era il luogo oracolare per eccellenza, oltreché luogo di iniziazione per i futuri sacerdoti sciamani. Si notano infatti intorno ai nuraghi più imponenti resti di capanne ove presumibilmente i sacerdoti avevano gli alloggi. Chi dava i responsi doveva essere la sacerdotessa, come in genere avveniva in tutte le antiche civiltà. Simplicio aggiunge infatti, nei Commentatari agli otto libri di Aristotele, che "i luoghi dove erano deposti e conservati i cadaveri dei nove eroi che Ercole ebbe dalle Tespiesi e che vennero in Sardegna con la colonia di Iolao, diventarono oracoli famosi". Da ciò si può dedurre che il nuraghe, sorto inizialmente come mausoleo in cui si venerava l'eroe divinizzato, divenne anche tempio oracolare. D'altronde incubazione e divinazione erano strettamente legate, giacche i responsi, come pure le guarigioni, si credeva fossero dati dagli spiriti dell'oltretomba. Probabilmente vi erano periodi diversi stabiliti per le differenze richieste. Non è improbabile che questi periodi coincidessero d'inverno, quando il sole indebolito comincia a rinascere, e col solstizio d'estate. La festa di san Giovanni, è infatti caratterizzata dai pronostici, dalla raccolta delle erbe medicamentose, dal bagno purificatore nei fiumi, che corrisponderebbe alle antiche lustrazioni prima di essere ammessi alla presenza dell'oracolo, dai fuochi nei quali si bruciavano gli animali offerti in sacrificio.
La pratica dell'incubazione deve essersi protratta a lungo, quasi certamente fino all'avvento del cristianesimo, anche se questo non riuscì se non molto tardi, a sradicare dagli animi ancora profondamente pagani l'usanza di andare a dormire presso il nuraghe o nelle capanne annesse. E' da presumere che a quei tempi il mausoleo non contenesse più in bella mostra la salma dell'eroe. Con la nuova religione si ebbero trasformazioni profonde. Dal nuraghe destinato al culto dell'antenato e agli oracoli, ed ai templi a megaron destinati al culto delle altre divinità, si passò al tempio cristiano, dove continuò ancora per secoli la consuetudine di dormire entro la chiesa dedicata al santo patrono, destinato a sostituire il culto dell'eroe traditore. Dormire entro le chiese, ripetutamente vietato dai sinodi sardi, sembra essere l'ultimo retaggio di un costume precristiano protrattosi nel tempo anche quando se ne era smarrito il significato originario. In Corsica si costuma ancora portare coloro che sono afflitti da turbe psichiche nel santuario di San Martino, a Grossa, presso Sartene,l'8 settembre e lì farli dormire per una notte. Anche il dormire nelle cumbessias delle chiese campestri richiama alla mente l'antico rito incubatorio che evidentemente andava praticato in luoghi chiusi, adiacenti al tempio. Le casette che ancora circondano alcuni santuari campestri, oltreché cumbessias sono chiamate anche muristenes, termine certamente molto più antico, che ricorda non solo la divinazione, ma anche e soprattutto la guarigione dagli incubi. Esistono anche alcuni nuraghi che portano questo nome (Dorgali, Sagama, ecc.). La pratica di dormire presso la tomba dell'antenato era abbastanza comune anche nell'Africa Settentrionale. Erodoto la ricorda per i Nasamoni, in Libia: "….esercitano la divinazione recandosi presso le tombe degli antenati e, dopo aver pregato, vi si addormentano sopra e si conformano alla visione avuta in sogno" . Sia la pratica dell'incubazione sia quella oracolare sono entrambi riconducibili al culto dell'antenato, il cui riflesso si può constatare ancora oggi nel perpetuare il nome degli avi attraverso la prole, nella cena dei morti, nel pane e nella carne che si offrono in suffragio dell'anima del defunto durante gli anniversari. Certe usanze che riteniamo semplici superstizioni, alle quali non sappiamo dare una motivazione logica, molto probabilmente sono da ricercare in questa direzione. Un'altra notizia che può gettare luce sulla destinazione dei nuraghi riguarda il loro orientamento. E' noto a tutti che la loro apertura è quasi sempre rivolta a sud o sud-est, cioè verso il sole, come le tombe megalitiche degli altri popoli. Si è sempre pensato che tale orientamento avesse un carattere religioso: l'auspicio che l'anima del defunto potesse rinascere come rinasce il sole. Il concetto di morte e rinascita, attraverso l'osservazione della natura, era d'altronde molto sentito nelle antiche civiltà agrarie, a cominciare da quella egiziana fino a quella sumerica, che su questo principio fondarono il culto del dio che ogni anno muore e rinasce. Ma oltre a questa concezione religiosa è probabile che l'orientamento dell'ingresso ai nuraghi fosse suggerito anche da una osservazione di ordine pratico. Ancora oggi i vecchi pastori che sono vissuti a contatto diretto con la natura e ne conoscono i segreti, affermano che se un uomo o una bestia muoiono" conca a sole, ossia col capo rivolto verso sud o sud-est, non vengono toccati né da animali né da insetti, anche se il rinvenimento avviene dopo parecchi giorni. Se però la posizione in cui l'uomo o la bestia muoiono non è" conca a sole", il corpo sarà preda di rapaci e verrà presto ricoperto da mosconi, formiche e insetti di vario genere. Questa informazione, che oggi i giovani pastori hanno quasi ovunque dimenticato, sicuramente era ben nota all'uomo cacciatore e allevatore del neolitico e della protostoria, essendo il frutto dell'osservazione continua della natura con la quale si viveva a contatto, e pertanto l'orientamento del cadavere era molto importante per la sua integrità. Se questo concetto lo trasferiamo alle tombe, si capisce che anche l'orientamento di questi edifici non poteva che essere rivolto verso il sole. Pertanto è da presumere che il corpo imbalsamato dell'eroe che giaceva entro il nuraghe, con tutta probabilità fosse esposto al centro della camera funeraria, col capo rivolto verso l'entrata al monumento. Anche le chiese paleocristiane, come pure gli antichi cimiteri, seguivano questa direzione, che era poi la stessa verso cui era orientata la facciata dei templi greci e romani. Dal IV secolo in poi nelle chiese cristiane si rivolse verso l'est non più la facciata, ma l'abside. Come avviene in tutte le religioni, quando la fama delle guarigioni si espande e la gente accorre in gran numero, si presenta la necessità di ampliare il luogo, facendolo diventare un tempio vero e proprio. Così dovette accadere dei nuraghi, molti dei quali furono ampliati a seconda delle necessità, prevedendo anche alcune nicchie all'interno, forse per la sepoltura di qualche familiare o dei membri più alti della classe sacerdotale. Pratica che continuò attraverso il tempo, se anche le chiese cristiane contengono al loro interno le urne degli uomini illustri. Questo ampliamento dal nuraghe tomba al nuraghe tempio risulta molto chiaramente da un passo del Solino: "Gli Iolesi, da lui così chiamati (da Iolao), aggiunsero un tempio al suo sepolcro, poiché …aveva liberato la Sardegna da tanti mali". Evidentemente la tomba di Iolao era divenuta da subito luogo di venerazione, e l'eroe divinizzato era diventato anche eroe guaritore. Da lui partiva la pratica incubatoria e a lui con tutta probabilità alludeva Tertulliano nell'accennare a un eroe in particolare che liberava dagli incubi e dalle ossessioni (incubatores fani sui visionibus privantem). Se inizialmente l'incubazione avveniva entro il tempio, è da supporre che in tempi successivi si siano seguite regole più severe: con tutta probabilità il malato veniva solo ammesso alla presenza dell'eroe che sicuramente doveva toccare e girargli intorno per tre volte, in segno di venerazione, mentre l'incubazione doveva avvenire in altri locali annessi al tempio, essendo questo ormai divenuto anche luogo oracolare. Il nuraghe Losa non conserva solo il nome di tomba (nome spagnolo, certamente tradotto più volte da altri nomi che dovevano avere lo stesso significato), ma tutto il complesso sembra rispondere a questa esigenza. Molte pratiche, sia terapeutiche che oracolari, dovevano essere simili a quelle del mondo cretese-miceneo, come lo erano pure certe tradizioni, compreso il ballo tondo e s'attittu,oltreché l'architettura dei templi a megaron, che numerosi vengono alla luce in varie parti dell'isola (per il culto degli dei celesti, diverso da quello ctonio), come pure i templi a pozzo per il culto delle acque e la tholos dei nuraghi, assai simile al più noto mausoleo di Micene: la tomba di Agamennone o tesoro di Atreo. E' probabile che in tempi assai lontani siano approdate nell'isola popolazioni orientali alle quali si aggiunsero successivamente genti micenee, molto prima che i Fenic8i vi stabilissero le loro colonie. Quando dai nuraghi scomparvero le salme con i loro trofei, forse interrate in altri luoghi per tema di profanazione, la frequentazione della tomba-tempio dovette continuare ancora per secoli, se la nuova religione sentì l'esigenza di cristianizzare i nuraghi dando loro nomi di santi (M.Pittau ne conta 280 dedicati a santi e 14 chiamati cresia ). Ove non fu possibile sovrapporre l'edificio cristiano al vecchio nuraghe lo si costruì molto vicino. Una strategia che fu frequentemente adottata verso i templi dei vari popoli. Ci resta la lettera che il papa Gregorio Magno scrisse, all'alba del settimo secolo, ai suoi missionari inviati a evangelizzare la Britannia, nello stesso periodo in cui veniva evangelizzata la Sardegna:"Non i templi si distruggano ma gli idoli che vi si trovano. Si aspergano i templi con acqua benedetta, si costruiscano altari e vi si pongano le reliquie, perché, se i templi sono ben costruiti, è necessario trasformarli dal culto dei demoni al culto del vero Dio, in modo che la gente, non vedendoli distrutti, abbandoni nel suo cuore l'errore e conoscendo e adorando il vero Dio, ancora più volentieri nei luoghi dove era solita andare". Dobbiamo probabilmente a Gregorio Magno il fatto che i nuraghi non siano stati distrutti ,anche se furono privati degli idoli che dovevano contenere. Molti nuraghi, comunque, hanno restituito diversi idoli anche in tempi recenti. Trattandosi di luoghi sacri, i nuraghi non furono distrutti né dai Cartaginesi né dai Romani. Non disturbavano le loro conquiste e non c'era ragione di menzionarli nei resoconti delle loro battaglie. Semmai se ne servirono per seppellirvi i loro morti illustri, visto che spesso il nuraghe è al centro di necropoli in cui si trovano anche tombe puniche e romane . Non dovrebbe meravigliare se nell'effettuare lo scavo di qualche nuraghe interamente ricoperto di terra vi si potesse trovare al suo interno anche qualche edicola punica introdotta durante la dominazione cartaginese, magari per rendere il massimo onore alla salma d'un capo. Che i nuraghi fossero tombe era d'altronde l'opinione più diffusa tra gli studiosi dei secoli scorsi. Ricordiamo fra i tanti il Madao, il Manno, il Peyron, il Mimaut, il Bresciani, il Petit-Radel, mentre per l'Angius erano edifici religiosi, come pure per i Della Marmora. A cancellare ogni traccia della destinazione dei nuraghi provvidero i fervorosi cristiani, avvolgendone la memoria nel totale silenzio. Sono rimasti però alcuni nomi che sono la spia della loro origine: alcuni di loro sono ancora denominati Sa tumba (Benetutti, Olbia, Orune, ecc. ), Nuraghe su Musuleu (San Nicolò Gerrei,) , Nuraghe Mortos (Ghilarza) , Nuraghe de is animas (Santadi), senza considerare i numerosi altri che portano il nome di altare o di cattedrale(Sa Sea). Il Nuraghe Adoni (Villanovatulo) riflette nel nome l'ideologia della morte e rinascita ; il Nuraghe Sonnu ( Paulilatino) sembra aver conservato nel suo nome la funzione a cui era adibito. Circa quaranta nuraghi sono ancora chiamati Sa "Omo"es'Orcu, ovvero la casa di Orcus, la massima divinità degli inferi nel mondo greco-miceneo, che i romani chiamavano Plutone. Alcuni portano ancora il nome della luna.:Selene, l'antico nome greco, tradotto in periodo romano con quello di Diana. Il culto lunare doveva essere preponderante, essendo la luna la manifestazione centrale della religione ctonia che metteva in comunicazione il mondo dei vivi con quello dei morti. Molto significativo è anche il nome del Nuraghe Mercurio. Tale nome è la chiara traduzione latina di Ermes, antico Dio del pantheon miceneo che alla qualifica di messaggero degli dei abbinava quella di accompagnatore delle ombre all'Oltretomba. Per questo veniva chiamato Psycochopompos (guida delle anime). Essendo mediatore tra i vari mondi: quello degli dei, degli uomini e dei morti, egli poteva passare con facilità da uno spazio all'altro, come affermano di fare gli sciamani. Pertanto, se il nuraghe era anticamente a lui dedicato, l'attività di questo dio ben riflette la funzione del monumento. Moltissimi nuraghi sono ancora denominati Sa Mura, rivelando attraverso quel nome la loro funzione oracolare. Sa mura, ovvero la Moira, detta anche Crateide(alcuni nuraghi sono denominati anche Cratula, Crastula, Grastula) era la dea che decretava il destino. La si consultava attraverso gli oracoli, che, quando non poterono più funzionare entro i nuraghi, si stabilirono nelle grotte, come lasciano intendere alcune leggende medioevali. E' rimasta in Sardegna, fino alla prima metà di questo secolo, l'usanza di confezionare, la domenica delle palme, un particolare oggetto, intrecciato con striscioline di foglia di palma, lungo 3-4 cm, detto sa mura; lo intrecciavano gli uomini in chiesa, nel momento solenne in cui si cantava il "passio", e lo donavano alle persone più care: alla sposa o alla madre, che lo appendeva al rosario, accanto al crocefisso, custodendolo con grande cura. Quelli fatti con più perizia erano simili ad un tronco di cono, o di piramide, ma in tutti l'intreccio ricordava nella forma un piccolo nuraghe o una torre. E' difficile stabilire oggi se quell'oggetto, dal nome ambiguo, volesse designare la Moira come divinità aniconica, oppure nuraghe che era ritenuto la sua sede. Il suo nome potrebbe anche aver subito lo scambio tra la n e la m, non escludendo che in tempi lontani fosse chiamato nura per indicare il tempio ove la Moira tesseva la buona e la cattiva sorte. Per questo bisognava propiziarsela, sia che l'oggetto rappresentasse la divinità o il suo tempio. Da molti secoli la gente non né conosce più l'origine, ma tutti sanno che Sa Mura portava fortuna e allontanava i mali. Aveva nomi diversi, a seconda dei paesi, ma il più diffuso era Mura, che in alcuni centri, quando non se ne comprese più il significato, divenne murichessa (gelso). A ricordare l'antica Moira sono rimaste le leggende che fanno abitare in molti nuraghi una fata che tesse in un telaio d'oro, lontano e confuso ricordo di questa dea che intrecciava le trame della vita e tesseva il destino degli uomini. Non è da escludere però che i neoconvertiti al cristianesimo, nell'intrecciare in chiesa sa mura di palma, pensassero di tessere loro stessi la buona sorte, con l'aiuto del crocefisso cui veniva legata.


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L'immagine della Domus De Janas di "Sa Pala Larga" di Bonorva è di Antonello Porcu.

venerdì 7 settembre 2012

Scoperta sensazionale a Creta: un palazzo minoico del XVI a.C.

Un palazzo minoico ad Anatoli, Creta


Un palazzo minoico del 1600-1400 a.C. è stato scoperto nella zona montagnosa di Anatoli, a Ierapetra, nel sudovest di Creta. L'edificio sembra non essere stato saccheggiato e le prime indicazioni raccolte dagli archeologi indicano che gli originari occupanti sono fuggiti dalla struttura in tutta fretta, senza prendere alcun oggetto che era all'interno. Non è stato ancora possibile accertare le cause che hanno determinato la distruzione della struttura, ma si prevede che le risposte emergeranno con il progredire degli scavi.
Numerose residenze minoiche sono state localizzate e scavate in altre parti dell'isola di Creta. Tutte o quasi si trovano in pianura, in stretta connessione con lo sviluppo agricolo dell'isola. L'edificio di Anatoli è il secondo in quota ad essere scavato a Creta. L'altro edificio analogo si trova a Zominthos ed è stato scavato da Yiannis ed Efi Sakelaraki.
"Con questo ulteriore scavo stiamo cercando di comprendere l'importanza delle regioni montane nell'economia minoica e stiamo cercando di determinare quali risorse naturali siano state sfruttate dai Minoici a così alta quota", ha dichiarato il responsabile dello scavo dottor Yannis Papadatos. Il secondo obiettivo, ha affermato Papadatos, è quello di capire cosa è successo a Ierapetra in epoca minoica.
"Nonostante la diversa importanza della valle di Ierapetra, non abbiamo la minima idea della posizione occupata dal principale insediamento minoico, né sappiamo se ci fosse una sorta di centro amministrativo o di palazzo come quelli scavati nelle zone adiacenti di Gournia, Gialos e Myrtos. Abbiamo fiducia che l'edificio scoperto ad Anatoli ci aiuterà a dare risposta ad alcune di queste domande", ha aggiunto Papadatos.

Fonte: Archeorivista

giovedì 6 settembre 2012

Le rotte degli Shardana e gli studi sul sistema metrico dei protosardi



Tra i campi di indagine di Giovanni Ugas, docente di Preistoria e Protostoria all’Università di Cagliari, vanno segnalati, oltre agli originali elementi alfabetici nati nell’Isola dopo il periodo nuragico, i sistemi ponderali e metrico lineari in uso nella Sardegna dell’antichità, basati sulla ricorrenza del 5,5 (grammi e centimetri) come parametro ricorrente. Nel contributo che pubblichiamo il professore presenta una breve sintesi dell’articolo “I segni numerali e di scrittura in Sardegna tra l’età del Bronzo e il I Ferro” nel quale affronta la problematica dei codici numerali e di scrittura al tempo dei nuraghi. Questo studio uscirà dalle stampe nella collana di Studi Archeologici “Tharros felix” (V) curata da Raimondo Zucca e da altri docenti archeologi e storici dell’Antichità per conto della casa editrice Carocci di Roma.

Le rotte degli Shardana e gli studi sul sistema metrico dei protosardi
di Giovanni Ugas (Fonte: L'Unione Sarda)

È noto che per circa sette secoli, tra l’età del Bronzo medio e finale (all’incirca dal 1600 al 900. C.), le popolazioni sarde furono governate dai capi tribù che risiedevano nei nuraghi mentre il resto della popolazione dimorava nelle modeste abitazioni dei villaggi. Il commercio intertribale era aperto alle transazioni con regioni d’oltre mare e almeno dal XIV a.C. la Sardegna fu raggiunta da contenitori in ceramica dipinta, grandi lingotti ox-hide in rame, manufatti in avorio e vetro del bacino orientale del Mediterraneo, mentre i Sardi navigavano con le loro merci in Sicilia, Grecia e Creta. É chiaro che, allora, i Sardi frequentavano popolazioni che adoperavano la scrittura e non a caso in 8 lingotti in rame importati (forse tramite Creta) sono stati rilevati contrassegni di scrittura lineare egea. Tuttavia, a parte l’esiguo numero e l’origine incerta di questi marchi, non è attestata nell’isola alcuna iscrizione avente almeno due caratteri sillabici insieme e allo stato attuale delle ricerche non esistono ragioni valide per sostenere che nella Sardegna del Tardo Bronzo fosse stato adottato un sistema di scrittura lineare affine a quello egeo, né di altra natura. A partire dal IX a.C., abbattuti i nuraghi, le comunità dei villaggi compirono un passo fondamentale verso una società urbana, sostituendo le residenze dei capi tribali con organismi collegiali e costruendo maestosi edifici pubblici, in particolare sale del consiglio, palestre per i giovani, terme, templi destinati a divinità celesti e dell’acqua. Le condizioni economiche e sociali migliorarono e ben presto i villaggi santuariali accumularono notevoli ricchezze. Allora la Sardegna fu raggiunta da mercanti fenici (che in parte vi si stabilirono), greci ed etruschi, ma non di meno i Sardi lasciarono le tracce dei loro movimenti (ceramiche e artistici bronzi) in Etruria e altre regioni peninsulari, Creta, Africa del Nord e Penisola iberica, mentre qualche Nivola o Sciola protosardo scolpiva le grandiose statue di Mont’e Prama. Non c’è da stupirsi se in questo clima di benessere e di apertura culturale del I Ferro anche in Sardegna maturarono le condizioni per la nascita della scrittura. Oggi si può contare su un complesso di 32 manufatti del I Ferro (IX-VI a.C.), in particolare vasi, pesi da bilancia e lingotti provvisti di 55 segni di scrittura alfabetica. Spesso i grafemi si presentano isolati per registrare misure di peso o di capacità, ma talora possono aver segnalato la proprietà o la fabbrica. Le iscrizioni con due e più grafemi finora individuate sono appena sei, ma le stesse e i segni isolati consentono di definire un omogeneo e originale sistema di scrittura alfabetica connesso con un codice numerale. Le iscrizioni fanno pensare ad un fenomeno d’élite, ma l’articolata distribuzione dei segni in ambito regionale porta a ipotizzare un’ampia diffusione; d’altronde, a oggi, sono assai poco indagati i templi e le sepolture del I Ferro (in particolare del VII-VI a.C.) da cui attendiamo nuove iscrizioni.


Allo stato attuale il sistema alfabetico sardo consta di 21 lettere: 16 consonanti, di cui alcune problematiche, e 5 vocali. Finora non risultano attestati i grafemi per i fonemi B, D, TH, N, e ciò può dipendere in parte dalla documentazione ancora carente. Non solo l’aspetto formale, ma anche l’orientamento progressivo dei grafemi (da sinistra a destra) e l’uso delle vocali inducono ad affermare, sorprendentemente, che il sistema alfabetico sardo si apparenta al modello di scrittura greco “rosso” occidentale piuttosto che a quello fenicio. Colpisce la vicinanza formale con i più precoci alfabeti della Beozia e dell’Eubea. Basti richiamare i grafemi della statuetta bronzea tebana dedicata da Mantiklos ad Apollo arciere e quelli dell’iscrizione greca su un vaso di Gabii (Osteria dell’Osa), la più antica in ambito etrusco-laziale. Questo legame tra la Sardegna e il mondo beota ed euboico è suggellato da una serie di elementi in comune: gli ornamenti geometrici delle ceramiche e l’importazione precoce di vasellame euboico; i templi in antis sul fronte e sul retro; la relazione etnica tra la Sardegna e la Beozia proposta nel mitico racconto su Iolao e i Tespiadi, che fa retrocedere nell’eroica età del Bronzo un rapporto certamente vissuto nell’età del Ferro. Contemporaneamente nel IX-VIII a.C. era diffuso nell’isola un articolato codice numerale che impiegava segni alfabetici e geometrici. In 25 manufatti, si riscontrano segni numerici elementari, anch’essi con direzione di lettura progressiva, consistenti in tacche e cerchielli (o puntini), che avevano la funzione di registrare le misure di peso, unità e multipli. In alcuni pesi da bilancia e lingotti in piombo la disposizione dei punti e dei cerchielli per segnalare le cifre 3, 4, 5 e 6, è quella tipica dei dadi e ciò porta a credere che fosse praticato tra le comunità sarde il gioco dei dadi. Più tardi, a partire forse dal VII a.C., i Sardi adottarono un nuovo codice numerale a base 5 e 10, strutturalmente simile al sistema di numerazione decimale degli Etruschi e dei Romani.


Intervista a Giovanni Ugas di Celestino Tabasso (fonte L'Unione Sarda)


«Quella lettera solo nostra»: l’alfabeto nato tra i nuraghi, una “A” indica l’originalità simbolica isolana.


Professore, che cosa fa pensare che si tratti di un alfabeto sardo e non di segni importati da altre culture?
«Erano cominciati da poco gli anni Settanta quando scoprii i primi segni: già da quegli elementi era evidente che si trattava di segni progressivi, disposti secondo una lettura da sinistra verso destra che portava a un orizzonte greco. Mi sarei aspettato un alfabeto fenicio e invece le ricerche dei successivi trent’anni mi confermarono quella prima impressione. E soprattutto mi confermarono che non avevamo a che fare con segni sporadici, elementi grafici usati esclusivamente per indicare la capacità di un vaso o l’identità del suo proprietario: no, l’insieme dei segni a nostra disposizione porta a un alfabeto completo, ad andamento progressivo, e dunque diverso da quello fenicio, dotato di vocali come greco ed etrusco ma con alcuni elementi grafici in comune con l’alfabeto fenicio, la maggioranza dei grafemi che richiamano la scrittura greca e altri ancora adattati alle esigenze proprie della scrittura sarda» - e qui il professore indica sulla tabella che pubblicherà su “Tharros felix” un simbolo a forma di freccia, l’equivalente di una a - . È naturale che l’alfabeto in uso nell’Isola riflettesse i fitti contatti dei sardi con le altre culture. Ad esempio la diffusione di vocali come u, i, e a indica i rapporti con la cultura euboica. E qui giova ricordare che secondo Diodoro siculo (e non solo secondo lui) gli Iliesi giunsero in Sardegna con i Tespiadi. È interessante perché Tespi era una cittadina della Beozia: attraverso la prassi greca del dare forma mitica agli eventi storici si possono leggere le relazioni intrecciate nel periodo del Primo Ferro».
Possiamo immaginare testimonianze grafiche di concetti complessi, o comunque più articolati delle misure indicate su pesi e di lingotti?
«Questo è l’interrogativo più interessante, perché a questo punto non ci sono dubbi sulla struttura e la completezza dell’alfabeto, può esserci tutt’al più qualche imprecisione nell’attribuire un fonema a un segno piuttosto che a un altro, mentre ci vuole grandissima attenzione - e direi grande prudenza - per individuare elementi di significato complessi. Il fatto è che per il momento abbiamo a disposizione soltanto sei iscrizioni con più di un segno».
Su queste rare ma preziose iscrizioni potremo leggere il Sardo più antico.
«Sarebbe difficile e azzardato dire “questo è il Sardo”, non foss’altro perché l’Isola era popolata da Iliesi, Balari e Corsi: quando le ricerche avranno fatto molti passi avanti, potremo dire: “Questa era una lingua dei Sardi”»
Quanto tempo ci vorrà per individuarlo?
«Per ora i dati sono molto limitati: ripeto, abbiamo a disposizione 55 segni tracciati su 32 manufatti. Non è tantissimo ma sono molto fiducioso: forse ci saremmo aspettati di più da tre decenni di ricerche ma va detto che trent’anni fa, per intenderci, nessuno ipotizzava che avremmo trovato ceramiche nuragiche a Creta e ceramiche micenee in Sardegna. L’archeologia, come amo ripetere, è una scienza giovane e deve fare con prudenza e attenzione il suo percorso, soprattutto se si tiene conto che templi e necropoli del sesto e settimo secolo, cioè i siti che dovrebbero restituirci le iscrizioni, sono i luoghi di scavo e di indagine più penalizzati dall’attività di ricerca che si è svolta finora. Detto questo, oltre un certo punto noi archeologi cederemo volentieri il passo ad altri studiosi, a cominciare dai colleghi glottologi.

Nelle immagini, di Cristiano Cani, da sopra:
Nuraghe Santa Sabina - Silanus
Domusnovas - Sa Domu 'e S'Orku
Borore - Duos Nuraghes

mercoledì 5 settembre 2012

Ritrovate dagli archeologi una decina di macine.

Ritrovate dagli archeologi una decina di macine.
di Fiora Bonelli


Decine di macine di pietra trachitica sono state scoperte da tre appassionati di archeologia e di ambiente, nella parte alta della montagna amiatina sul confine fra versante senese e grossetano.
Una scoperta non da poco per gli appassionati di storia e di cultura amiatina. Forse è un primo rudimentale laboratorio di macine, realizzate con la pietra di peperino dell’Amiata e poi portate a valle da animali con attrezzature apposite.
Di sicuro si tratta di una novità assoluta per la zona: una scoperta che alla resa dei conti giustificherebbe anche il toponimo “Macinaie” per il quale ancora nessuna spiegazione scientifica era stata data e documentata con certezza.
Macine di pietra di dimensione piccola, che potrebbero essere anche di età medievale, vista la presenza in tutti i paesi della montagna, fin dal VI d.C. di mulini a palmenti, spinti dalla forza delle abbondanti acque presenti in tutta l’Amiata.
La scoperta è stata fatta domenica scorsa da Gianni Cannavale (fra l’altro esperto speleologo e scopritore del cunicolo che corre sotto il piazzale della Pieve di Lamula di Montelaterone, con cui si è avviata la stagione di ricerca dei segni templari nella chiesa dedicata alla Madonna), Giorgio Bonelli e Marco Mearini. Del posto esatto del ritrovamento, per ora, non è stata resa nota l’ubicazione, anche per paura che qualcuno porti via questi antichi manufatti di pietra, così preziosi e mai rinvenuti fino a domenica scorsa.
«Nel luogo che abbiamo rintracciato - spiega Gianni Cannavale - vi sono diverse macine già finite e realizzate rigorosamente a mano. Insieme a quelle finite, ve ne sono altre abbozzate, altre rotte e altre pietre forse solo iniziate. La sensazione che si ha è quella di trovarsi di fronte ad una cava, o comunque a un luogo ove era attiva una lavorazione di una certa importanza».
Il luogo, infatti, è pieno di rocce trachitiche e non si esclude che sotto l imponente strato di foglie si nascondano altre sorprese. Le macine sono ricoperte da muschio e licheni, elemento, questo, che ne attesta l’antichità.
«Sarà difficile stabilirne la datazione, ma non sembrano assolutamente recenti. Le dimensioni sono di circa 70/80 cm di diametro e alcune di esse recano un foro circolare al centro - spiegano i ritrovatori - Il motivo per il quale quelle macine sono state abbandonate resta un mistero.
Forse non avevano le giuste caratteristiche per essere utilizzate, magari avevano delle imperfezioni o lesioni di una certa rilevanza. In pochi minuti ne abbiamo scoperte diverse, avverte Cannavale, ma forse altre sono nascoste dalla vegetazione».
La zona si trova a circa tre chilometri dalla località Macinaie e la presenza di queste macine è forse da mettere in relazione con tale toponimo. «È possibile - commenta lo speleologo - anche perché non sono mai stati trovati riscontri dell’ origine di quel toponimo. La stranezza di quelle macine è che non hanno una grandezza esagerata, come quelle, per intenderci, che si usano per frangere le olive. Sono più piccole».
Insomma, forse erano destinate alla macinazione del grano, dei cereali, delle castagne secche. «Non è chiaro, ma il mistero resta».

Fonte: Archeorivista

martedì 4 settembre 2012

Archeologia subacquea: I tesori sommersi di Brindisi

I tesori sommersi di Brindisi

Nel mese di settembre, sul litorale di Torre Santa Sabina, in provincia di Brindisi, si svolgerà la quinta campagna di prospezioni e scavi subacquei. La baia ha già restituito importanti testimonianze protostoriche ed altomedioevali. L'unità operativa subacquea opererà sotto la guida di Rita Auriemma, docente di Archeologia Subacquea all'Università del Salento, con l'aiuto della Federazione Archeologi Subacquei.
Negli anni passati si è proceduto ad una rilettura delle evidenze archeologiche emerse lungo il costone occidentale della baia detta "dei Camerini". Oggi si è appurato che si tratta della sovrapposizione di due carichi di relittinaufragati rispettivamente in età arcaica (fine del VI a.C., proveniente dall'Egeo) e della tarda repubblica (seconda metà del II a.C.), mescolati a numerosi altri materiali derivanti dalle attività di discarica portuale o da altri naufragi: ceramica di età arcaica, ceramica a rilievo di età ellenistica, coppe megaresi, ceramiche tardoantiche e medioevali.
Si è intrapreso, inoltre, lo scavo del relitto di Torre Santa Sabina, lungo 20 metri, testimone del fruttuoso commercio di anfore africane.

Le indagini archeologiche dall'equipe della dottoressa Auriemma, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia, il Museo Provinciale di Brindisi e il Comune di Carovigno, datano agli inizi degli anni '70 del secolo scorso ed hanno permesso di recuperare anfore greche, rodie, brindisine, ceramiche da mensa e servizi da tavola provenienti dall'Oriente.
Il relitto appartenente alla nave tardo repubblicana è tra quelli meglio conservati del Mediterraneo. Lo scafo è stato stimato avere una lunghezza di 20-25 metri e una larghezza di 6,5. La parte messa in luce mostra il fasciame esterno (guscio) costituito da tavole saldate tra loro con linguette. I resti del carico del relitto erano costituiti da contenitori africani del III-IV secolo d.C., tra i quali ne è stato rinvenuto uno integro, adagiato nella zona di poppa, ed altri 3 o 4 frammentati, che attestano il trasporto di salse e conserve di pesce (garum) prodotte sulla costa nordafricana del Mediterraneo. La parte del relitto rinvenuta è un tratto della fiancata sinistra e presenta elementi di ponte, puntelli, bagli e tavole che raramente si conservano.

Il mare di fronte Brindisi è stato, negli anni, generoso di ritrovamenti e altri reperti, certamente, sono ancora custoditi nei suoi fondali. I primi ritrovamenti subacquei risalgono alla seconda metà dell'Ottocento, in occasione delle operazioni di dragaggio del porto interno. Furono recuperate, in quell'occasione, alcune lastre marmoree con iscrizioni, un bassorilievo in marmo raffigurante la dea Nemesis ed un cippo sepolcrale.
Una delle zone più fruttuose è quella di Punta Penne, sulla costa nord di Brindisi, dove si sono conservati, per oltre 27 secoli, alcuni relitti,anfore, resti ceramici, bicchieri, anelli, lamine in piombo, ceppi di ancore, lucerne ed un'interessantissima stadera in bronzo, integra e completa di ogni suo elemento, con il contrappeso raffigurante una Minerva e un'asta graduata a doppia portata su due scale diverse.
Ma soprattutto i ritrovamenti di Punta del Serrone hanno attirato l'attenzione del mondo archeologico. La località si trova a poca distanza della spiaggia di Punta Penne e qui sono stati ritrovati, nell'estate del 1992, i Bronzi di Brindisi e numerosi frammenti bronzei di varia tipologia e dimensione. Il mare ha restituito due torsi di personaggi maschili di dimensioni reali, risalenti alla prima età imperiale romana,due teste barbate del tipo detto "del filosofo", due teste di personaggi maschili di età imperiale romana, delle quali una raffigura l'imperatore Tiberio, una testa molto frammentata nella quale si è riconosciuto l'imperatore Caracalla, due teste femminili eduna di una bambina, due frammenti riferibili ad una coppia di grandi ali ben decorate che appartenevano ad una statua di circa due metri di altezza raffigurante una Nike.



Ma già nel 1972, nello stesso specchio di mare, era stato ritrovato un piede sinistro in bronzo che apparteneva ad una statua di grandi dimensioni (si è stimato fosse alta almeno 4 metri) e rappresentante una figura femminile indossante una veste piuttosto pesante. Altri frammenti del panneggio della statua, risalente al II secolo d.C., furono ritrovati nel 1992. Il restauro delle statue è stato curato dall'Istituto Centrale per il Restauro di Roma e dal Laboratorio di Restauro di Firenze.
Una delle statue restaurate è composta da due frammenti, una testa completa di collo e un busto con il braccio destro. Rappresenta un principe ellenistico e si tratterebbe, secondo lo storico dell'arte greca e romana Paolo Moreno, il console romano Lucio Emilio Paolo, vincitore della guerra di Macedonia nel 168 a.C.. L'altra statua rappresenta un personaggio togato.
Si presume che i bronzi appartengano al carico di una nave, carico piuttosto eterogeneo. Probabilmente le statue erano state già smembrate al momento dell'imbarco, come confermano le tracce di demolizioneche sono emerse durante i restauri dei reperti. Solo la statua appartenente al console Lucio Emilio Paolo è risultata essere stata, al momento dell'imbarco, integra. L'ipotesi che si è fatta largo tra gli studiosi è quella di un carico destinato a una fonderia per essere utilizzato per la fusione. Probabilmente il carico era troppo pesante per l'imbarcazione destinata a trasportarlo che, imbattutasi in un improvviso fortunale, forse si è liberata dell'ingombrante carico nei pressi di Punta del Serrone per poter proseguire la navigazione. L'ipotesi si basa soprattutto sulla mancanza di reperti lignei che attestino il naufragio della nave.

Fonte: Le Nebbie del Tempo

lunedì 3 settembre 2012

Archeologia a Domus De Maria




L’Associazione Mineralogica Paleontologica Naturalistica Mariese

Col patrocinio del comune di Domus de Maria

Con l’approvazione della Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province
di Cagliari e Oristano

Organizza:

“Aperitivi Culturali, doppio appuntamento con l’archeologia”

Con la presente abbiamo il piacere di informarvi che sabato 15 e domenica 16 settembre 2012 alle ore 19.30, si terrà un convegno su “Storia e Archeologia in Sardegna”.

DOMUS DE MARIA “CENTRO SOCIO CULTURALE ” VIA ISONZO

ORE 19. 30, Saluto di benvenuto del sindaco M. Concetta Spada e dell’assessore alla cultura Luigina Tronci

Relatori:

Nicola Sanna - Templi a megaron
Alfonso Stiglitz - L'immagine di Bes in Sardegna: da s'Urachi a Bithia
Roberto Sirigu – I Nuragici e la scrittura
Carlo Tronchetti – Scavi a Nora
Marco Piga - Monetazione punica in Sardegna
Pierluigi Montalbano - Le Torri Nuragiche XVII-X a.C. - La Miniaturizzazione Nuragica X-VI a.C.
Marcello Onnis - Disposizione dei Nuraghi
Mauro Perra – Memorie del passato nuragico
Salvatore Loi – Mappe Antiche/Uno sguardo al passato
Michele Guirguis - Il Sulcis arcaico tra Nuragici, Fenici e Cartaginesi

Moderatore: Giuseppe Lulliri

Nelle due serate 10 relatori tra i più noti esperti oratori dell’isola argomenteranno su storia e archeologia in Sardegna.

Seguirà un dibattito con il pubblico e proiezioni con attrezzature informatiche.

Ingresso libero, rinfresco a fine seminario.

Siamo certi della Vostra sensibilità e del Vostro interessamento allo scopo e restando in attesa della Vostra gradita presenza Vi porgiamo i nostri più cordiali saluti.

link face book http://www.facebook.com/events/190357294430925/

domenica 2 settembre 2012

Sparta, Atene e le guerre greche.

Sparta e Atene, eterne rivali


Nel V a.C. la Grecia era divisa in centinaia di polis, città-stato indipendenti. La dimensione di queste polis variava, e comprendeva un centro urbano, dove si concentrava la maggior parte della popolazione e dove erano situati i principali edifici pubblici, e una parte rurale che circondava il centro urbano. Le polis erano governate da un governo democratico o da uno oligarchico.
Atene era una città-stato piuttosto grande, che comprendeva la penisola dell'Attica, di cui era il centro politico e religioso. Gli Ateniesi erano governati da una costituzione democratica: le decisioni importanti erano prese dall'Assemblea, alla quale partecipavano tutti i cittadini adulti di sesso maschile. L'Assemblea si riuniva regolarmente per discutere proposte su temi importanti, presentate da un comitato. Chiunque poteva intervenire e portare la sua proposta, a meno che quest'ultima fosse contraria alle leggi approvate. Alcuni comitati minori si occupavano delle questioni finanziarie, amministrative e della vita quotidiana.
Il più importante di questi comitati era il Consiglio dei Cinquescento, composto da 500 uomini scelti tra tutti i cittadini di almeno trent'anni di età, che predisponeva gli argomenti da trattare nelle riunioni. Assemblea, Consiglio e comitati garantivano agli Ateniesi di sesso maschile un'ampia partecipazione al governo della città, anche se questi organi amministrativi erano controllati dai gruppi politici composti dagli aristocratici, i quali erano ascoltati e rispettati in nome dell'educazione che ricevettero, della nobiltà del lignaggio e dell'esperienza accumulata in campo militare.

Uno dei personaggi più influenti durante il periodo in cui Atene si confrontò con l'eterna rivale Sparta, fu Cimone, ma il politico più influente del V a.C. fu Pericle, figlio di Santippo, ricco, ben educato, buon comandante e ottimo oratore. Fu proprio la sua straordinaria eloquenza che convinse i cittadini a eleggerlo stratega anno dopo anno. Fece approvare proposte di impegno politico e risorse finanziarie a vantaggio dei cittadini più poveri di Atene.
Sparta era al centro del territorio fertile della Laconia o Lacedemonia. A differenza dalla rivale Atene, aveva pochissimi edifici pubblici e raggruppava cinque villaggi. Gli Spartani svilupparono un sistema che combinava elementi monarchici e democratici all'interno di una sostanziale oligarchia. Mantennero il loro re quando le altre città-stato greche li cacciarono dal loro ordinamento politico. Anzi, gli Spartani avevano addirittura due re, il cui compito era di occuparsi di questioni sia militari sia religiose.
Le decisioni più importanti, nella vita di Sparta, erano prese da un'assemblea di cittadini adulti di sesso maschile. I cittadini comuni non avevano possibilità di discutere le decisioni, erano chiamati solamente a indicare accordo o disaccordo su quelle decisioni. Le questioni importanti erano dibattute da piccoli gruppi di funzionari eletti.

Annualmente gli Spartani eleggevano un consiglio di cinque magistrati sorveglianti chiamati efori, che detenevano poteri esecutivi, disciplinari e giudiziari su tutta la popolazione della Laconia, compresi i due re di Sparta. Gli efori restavano in carica un solo anno e non erano rieleggibili. Vi era, poi, una Gherusia, un consiglio di anziani con carica a vita, formato da 28 membri eletti dai concittadini. Di solito la nomina poteva essere fatta dopo il compimento del sessantesimo anno di età. Costoro dovevano supervisionare l'osservanza delle leggi e delle consuetudini di Sparta con particolare attenzione all'educazione e alla disciplina dei cittadini. Svolgevano un compito consultivo, per quanto riguardava le decisioni più importanti, nei confronti degli efori e dei re; discutevano, inoltre, le proposte da presentare all'assemblea dei cittadini, fungevano da corte nei processi politici o nelle inchieste sul comportamento dei re o degli alti dirigenti Spartani. Facevano parte della Gherusia anche i due re, che esercitavano un ruolo determinante nelle delibere.
Mentre, nelle assemblee cittadine di Atene, i partecipanti sceglievano la maggioranza per alzata di mano, nelle assemblee di Sparta le decisioni erano prese in base al volume delle acclamazioni ricevute dall'assemblea dei cittadini in favore di una proposta o di un candidato da eleggere. Questo metodo era facilmente manipolabile da parte dei giudici che presiedevano l'assemblea.

Gli eserciti ateniesi erano guidati da uno o più membri di un consiglio di dieci strateghi, o generali, che ogni anno erano eletti dai cittadini. Alcuni di questi, e Cimone e Pericle ne furono un esempio, potevano essere rieletti più di una volta. I generali erano giudicati dall’assemblea, che funzionava anche da tribunale, e a volte erano rimproverati per le azioni compiute. Il potere sovrano del popolo nei confronti dei suoi generali inibiva molto le azioni di questi ultimi.
L'intero esercito spartano poteva essere guidato solo da uno dei suoi re o da un reggente, se i re non fossero stati in grado di prendere il comando. Nelle campagne militari i re erano accompagnati dagli efori che potevano perseguire il re davanti a una corte formata da loro stessi e dalla Gherusia, qualora avessero considerato inappropriate le decisioni dei re al comando dell'esercito. Nelle spedizioni in campi di battaglia più lontani s’inviavano legioni guidate da ufficiali spartani appositamente nominati, ai quali era concessa grande libertà di azione nel decidere le operazioni militari.

Gli storici hanno stimato che nel 431 a.C. il numero dei cittadini ateniesi adulti, di sesso maschile, era di 40.000 unità. Di questi, 1000 erano ricchi abbastanza per essere cavalieri e mantenere la loro cavalcatura. Fra i rimanenti, 20.000 erano idonei a essere utilizzati come opliti, soldati di fanteria pesante che costituivano il cuore di un esercito; la metà poteva essere chiamata a combattere in qualsiasi momento.
Le forze che Atene poteva mettere in campo in un conflitto, dunque, erano composte dai propri cittadini e dai cittadini delle polis alleate, integrati da mercenari. Atene fu spesso al comando di flotte ed eserciti provenienti dalla Lega di Delo, nel corso del IV a.C. Tucidite descrive le forze inviate, nel 415 a.C., in una spedizione in Sicilia: 5.100 opliti o soldati di fanteria pesante, dei quali 2.200 erano cittadini ateniesi, 750 mercenari del Peloponneso e 2.150 erano forniti dagli alleati della Lega di Delo. La flotta di 134 triremi da guerra era composta di 100 navi ateniesi e 34 alleate, per la maggior parte provenienti dall'isola di Chio.

I cittadini di Sparta di sesso maschile, detti spartiates, si allenavano incessantemente come opliti. Era la loro sola occupazione, in quanto le terre che possedevano erano coltivate dagli schiavi. Il loro allenamento iniziava intorno ai 5-6 anni di età e continuava fino ai 18. Partecipavano alle sedute delle assemblee cittadine e prendevano parte alle spedizioni militari. Facevano anche parte di una comunità conviviale, il syssition, formata ciascuna da 15 spartani che si allenavano, si esercitavano, mangiavano e lottavano insieme. I componenti di un syssition appartenevano teoricamente tutti allo stesso livello sociale e contribuivano alla scorta comune di provviste. Nel caso non potessero permettersi un contributo, decadevano dalla qualifica.
Nel momento di massima consistenza queste comunità arrivarono a contare 10.000 unità. A volte, gli Spartani ricorrevano anche alla popolazione maschile della Laconia, in particolare ai perieci, quelli che "abitano intorno". Questi vivevano in comunità autonome e lavoravano come contadini, commercianti o artigiani. Erano i perieci a forgiare le armi degli spartani e a modellare gli oggetti in uso nella vita quotidiana: vasellame, mobili, stoffe. In guerra combattevano al fianco degli Spartani come opliti.
Quando combattevano contro uno stato greco come Atene, gli Spartani chiamavano alle armi anche gli alleati della Lega del Peloponneso. I più vicini erano gli stati dell'Arcadia, una regione montuosa a nord-ovest della Laconia. Questi alleati fornivano la maggioranza degli opliti a ogni esercito spartano.
Ma gli Spartani facevano ampio ricorso anche alla popolazione schiava della Laconia e della Messenia, chiamati comunemente iloti, che discendevano da un popolo conquistato e schiavizzato in occasione di una serie di guerre vinte dagli Spartani a partire dall’VIII a.C.. Gli iloti della Laconia accompagnavano gli Spartani in guerra come addetti al vettovagliamento o come soldati armati alla leggera. Durante la guerra del Peloponneso gli iloti furono "ingaggiati" anche come rematori e marinai sui vascelli spartani. In casi eccezionali, poi, gli iloti erano addestrati al combattimento come opliti, con l'accordo che avrebbero ottenuto la libertà al termine della campagna militare per la quale erano stati ingaggiati.


Per gli Spartani era "normale" ricorrere all'uso della violenza fisica al fine di mantenere disciplina e obbedienza nell'esercito. Fin dall'inizio della carriera, quando i piccoli erano addestrati al combattimento, gli Spartani venivano picchiati dai ragazzi più grandi e dai loro superiori. I cittadini Spartani erano addirittura incoraggiati a usare violenza nei confronti degli iloti. Ogni anno gli efori dichiaravano guerra agli iloti, un atto rituale il cui scopo era quello di eliminare gli elementi che creavano più problemi mantenendo il resto degli iloti in un costante stato di terrore. Gli iloti, comunque, restavano l'autentica forza produttiva dello stato spartano.
Per gli Spartani, durante il periodo classico, la preoccupazione principale fu quella di mantenere una posizione dominante sulla popolazione ridotta in schiavitù, gli iloti, essenziali al mantenimento del loro stile di vita. Non fu un compito facile, e questo continuo bisogno di tenere soggiogate le popolazioni conquistate fu alla base della reticenza degli Spartani a inviare un gran numero di cittadini in campagne fuori dal Peloponneso.

Secondo lo storico greco Tucidide, la scintilla che provocò la guerra del Peloponneso fu la convinzione degli Spartani e dei loro alleati che gli Ateniesi avessero infranto i patti stipulati all'indomani della guerra dei Trent'anni. La clausola principale era la garanzia che nessuno stato si sarebbe privato della sua autonomia, dunque sia Sparta sia Atene potevano continuare a curare i propri interessi.
Gli Spartani, sottoposti alle pressioni dei loro alleati affinché operassero più efficacemente nel contenere l'espansionismo ateniese, nel 432 a.C. invitarono le parti a esporre le ragioni del contendere dinnanzi all'Assemblea spartana. Tra gli stati più convinti della necessità di una nuova guerra vi era Corinto, che mal vedeva l'appoggio che Atene forniva a Corcyra (odierna Corfù), che da molto tempo desiderava liberarsi dell'influenza corinzia. Lo stato di tensione tra Corinto e Corcyra era sfociato, nel 433 a.C., in una battaglia navale dagli esiti ambigui anche se la flotta di Corinto non riuscì a prendere Corcyra. Quest'ultima possedeva la seconda flotta più importante della Grecia e la sua alleanza con Atene era guardata con notevole sospetto, poiché interferiva negli affari di Corinto.
Un'altra lamentela che Corinto aveva da fare nei confronti di Atene, riguardava il comportamento ateniese nei confronti di Potidea. Questa città, situata sulla punta più occidentale della penisola calcidica, fu fondata dai Corinzi e ogni anno ospitava gli epidemiurghi, magistrati-ispettori provenienti da Corinto. Potidea era coinvolta nella Lega di Delo e la sua vicinanza alla Macedonia la rendeva strategicamente importante. Re di Macedonia, in quegli anni, era Perdicca, ex alleato di Atene, che sobillava le città calcidiche affinché si ribellassero. Queste città si erano riunite in una lega capeggiata dalla città di Olinto. Atene intimò Potidea di rimandare a casa i magistrati Corinzi e di smantellare le sue fortificazioni. Potidea chiese l'aiuto di Sparta e della Lega del Peloponneso e ottenne la promessa che se Atene avesse attaccato Potidea, gli Spartani avrebbero invaso l'Attica.

Poiché da Potidea gli Ateniesi ricavano notevoli contributi, Atene assediò la città che si avvalse, allora, del supporto di Corinto e di mercenari del Peloponneso. Per questo Corinto lamentava che Atene violava i patti successivi alla guerra dei Trent'anni e spingeva Sparta a invadere l'Attica.
Anche la città di Megara aveva di che lamentarsi nei confronti di Atene, che l'aveva esclusa dai suoi porti e dai suoi mercati con un decreto dell'Assemblea. L'intento di Atene era quello di spingere i Megaresi a rompere la loro alleanza con Sparta. Alle proteste dei Megaresi si aggiunsero quelle degli abitanti dell'isola di Egina, minacciati dall'invadenza di Atene, del cui impero facevano parte dal 458 a.C.. Egina era una base ideale per condurre attacchi navali contro Atene e di questo gli Ateniesi erano ben consapevoli. Nel 432 a.C. fu installato un presidio ateniese sull'isola. Nel contempo furono ridotti i tributi che gli abitanti versavano ad Atene ma l'autonomia dell'isola era ancora lontana e ciò andava contro i patti successivi alla guerra dei Trent'anni.

Dopo aver ascoltato le lamentele delle varie città e le argomentazioni ateniesi, gli Spartani allontanarono tutti dal luogo dell'Assemblea, eccetto degli spartiati. Gli Spartani erano molto irritati dall'atteggiamento ateniese e i loro alleati li convinsero della malafede di Atene. La dichiarazione di guerra, pertanto, fu naturale.
Uno dei re di Sparta, Archidamo, si mostrò prudente nel dichiarare guerra ad Atene, il cui impero era esteso e che avrebbe, proprio per questo, potuto sostenere anche un lungo conflitto. Archidamo consigliò, pertanto, di inviare delle missioni diplomatiche per negoziare accordi e, nel contempo, reclutare nuovi alleati e risorse per prepararsi alla guerra. L'eforo Stenelaida, invece, manifestò apertamente la sua avversione per la prepotenza ateniese, considerandola un oltraggio inaccettabile. Messa ai voti la questione, non si riuscì a stabilire se fossero più alte le grida per chi era favorevole o per chi era contrario all'entrata in guerra. Stenalaida chiese, pertanto, agli Spartani di dividersi in due gruppi e fu a questo punto che si ebbe certezza che la maggioranza era favorevole a una guerra immediata contro Atene.

Gli Spartani inviarono i loro emissari ad Atene per cercare una soluzione. Fu sollevata, in questo contesto, la questione dell'autonomia di Egina e Potidea anche se il punto sul quale si discusse più animatamente fu il decreto di Megara, che gli Ateniesi si rifiutarono di rescindere. Un ambasciatore di Sparta, allora, consegnò l'ultimatum.
L'Assemblea ateniese fu rapidamente riunita. Pericle era del parere che accondiscendere alle richieste spartane avrebbe significato indurre Sparta ad avanzarne altre. Incitò, pertanto, gli Ateniesi a replicare agli Spartani di non interferire negli affari interni dei proprio alleati e propose di sottoporre il problema dell'infrazione della pace dei Trent'anni ad arbitrati. A questo punto gli Spartani abbandonarono l'Assemblea. Fu questo l'inizio delle ostilità.

Fonte: Le Nebbie del Tempo.

sabato 1 settembre 2012

Turchia, scoperta una lingua sconosciuta scritta in cuneiforme.

Ziyarettepe. Misteriosa tavoletta in cuneiforme con una lingua sconosciuta


Il ritrovamento di una tavoletta rinvenuta presso gli scavi di Ziyarettepe è stato causa di grande fermento presso la comunità internazionale di storici e archeologi. La tavoletta, infatti, risale all’800 a.C. ed è incisa in una lingua sconosciuta. Attualmente la tavoletta è oggetto di studio, e ha suscitato una grande emozione presso gli archeologi. Secondo Nevin Soyukaya, direttore le Museo Diyarbakir che sta supervisionando gli scavi, si tratta di un reperto importantissimo per l’approfondimento della storia dell’uomo in queste regioni.
Il dottor Timothy Matney, docente presso la Akron University negli Stati Uniti, ha affermato che l’insediamento di Ziyarettepe, costituito da 32 ettari di terra presso il fiume Tigri è uno dei più antichi in tutta la zona e costituiva un importante centro strategico per gli Assiri, in quanto costituiva un luogo di comando e di accoglienza per i militari assiri, con tanto di maestoso palazzo che fungeva da residenza per il governatore quando doveva risiedere per qualche tempo tra le montagne. E la tavoletta in questione è stata ritrovata tra le rovine bruciate della stanza del trono del palazzo nel centro di comando assiro di Tuşhan.
Possibilità della scoperta di una lingua finora sconosciuta
Il traduttore della tavoletta, dottor John MacGinnis dell’Università di Cambridge, ha affermato che la tavoletta è stata incisa in una scrittura cuneiforme assira e rappresenta un ritrovamento significativo per storici e archeologi. La traduzione ha richiesto parecchio tempo, e ha portato alla scoperta di un elenco di nomi di donna all’interno del testo: molto probabilmente si trattava di donne che avevano lavorato a Tuşhan.
Lo studioso ha anche affermato che la cosa più sorprendente di questa scoperta è che i nomi sulla tavoletta non sono nomi assiri; questo fatto è stato confermato coinvolgendo un grande numero di studiosi e comparando i nomi con tante altre antiche lingue mediorientali. Nessuna delle lingue prese in considerazione, però, corrispondeva ai nomi individuati; non si tratta di persiano né di egizio, né di arabo, né di ebraico né di aramaico.
Secondo il professore, l’ipotesi più plausibile è che i nomi appartengano alla lingua Shubria, che è anche il nome di quella regione prima dell’arrivo degli Assiri. Un’altra possibilità altrettanto plausibile potrebbe essere quella che le donne siano state trasferite in loco dai Monti Zagros, che si trovano vicino alla frontiera tra Iraq e Iran.
McGinnis ha sottolineato l’importanza del ritrovamento della tavoletta in quanto riporta tracce di una lingua nuova. Nella tavoletta sono incisi i nomi Bisunume, Ninuaya, Malinayasi, Sasimi, Pinda e Impane, e tutto quanto ritrovato finora fa pensare che il sito archeologico corrisponda al centro di stato chiamato ‘Tuşhan’ a Ziyarettepe.
Secondo quanto afferma il professor Kemalettin Köroğlu della Marmara University, più di tre milioni di persone sono state riallocate e trasferite dagli Assiri. La lingua Shubria non è ancora molto conosciuta e non ne era mai stata ritrovata traccia per iscritto, ma è ormai certo che un gruppo di donne riallocate ha lavorato presso il palazzo assiro, il che costituiva una pratica standard presso i sovrani del regno.
Gli scavi appartengono al progetto “World Heritage Threatened by the Ilısu Dam Lake”, nato dallo sforzo congiunto del ministero della Cultura e della direzione generale delle Opere Idrauliche statali.

venerdì 31 agosto 2012

I segreti sepolti di Cuma

I segreti sepolti di Cuma



Al termine della via sacra che porta all'acropoli di Pozzuoli, è stato scoperto un imponente monumento del VI secolo a.C. che potrebbe far riscrivere l'intera storia del sito. A effettuare questa importante scoperta è stata una squadra di studiosi di Lettere e Filosofia della Seconda Università degli Studi di Napoli, coordinati dal professore di archeologia classica Carlo Rescigno.
Gli archeologi e i ricercatori si sono avvalsi delle ricerche storiografiche che, negli anni '20 del secolo scorso, sono state condotte sul sito cumano ed hanno integrato queste ricerche con quanto è stato scoperto un anno fa. In questo modo sono riusciti a individuare, in modo inconfutabile, la presenza di un monumento risalente a 2.500 anni fa, coevo al vicino tempio attribuito a Giove.



Questa importante scoperta suffraga la teoria che vuole che sul punto più alto di Cuma, antica colonia greca inizialmente governata dal tiranno Aristodemo, la presenza di un complesso di edifici di culto che si dipanava lungo una sorta di via processionale. Al momento attuale sono emerse due porzioni di templi: quello di Giove e quello di Apollo, ma presto verrà riportato alla luce anche il nuovo edificio religioso. Chissà, a questo punto, quanti altri edifici si potrebbero trovare nascosti nelle viscere del promontorio campano.
Verosimilmente il tempio, inizialmente attribuito a Giove, era dedicato, invece, a una triade venerata a Cuma con un culto sia maschile che femminile che, durante l'epoca cristiana, si trasformò nel culto a San Massimo e Santa Giuliana. Nel corso dell'attuale campagna di scavi sono stati rinvenuti, sotto il tempio, tra le tombe protocristiane, proiettili di colpi di mortaio, cucchiaie divise militari del secondo conflitto mondiale.



Le tombe risalenti al periodo cristiano, scoperte nella campagna scavi del 2011, sono circa una trentina e sono state individuate nel tempio di Giove. Sono fosse a inumazione contenenti i resti dei primi cristiani e il loro corredo funerario. La pavimentazione del tempio è stata in parte divelta per riportare alla luce queste testimonianze della cristianità che vanno dal V secolo d.C. al 1200. Le fosse sono separate l'una dall'altra, ottenute scavando nella pavimentazione. Non tutte le sepolture sono state scavate, sono state riportate alla luce, per ora, solo quelle che sofisticate apparecchiature hanno permesso di classificare come particolarmente interessanti per la presenza di un corredo di pregio.
Si spera, ora, che siano stanziati i fondi per proseguire gli scavi e la riscoperta del volto antico dell'antica Cuma.

Fonte: Le Nebbie del Tempo
Nelle immagini: Alcune sepolture (esterno e interno) e una lastra tombale.