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martedì 21 febbraio 2012

I processi evolutivi dei popoli sardi


I processi evolutivi dei popoli sardi
di Pierluigi Montalbano


Nel corso dei secoli la civiltà nuragica è cresciuta autonomamente come una solida pianta ben radicata, ma è stata anche il frutto di continui processi evolutivi che in parte sono derivati da elaborazioni interne, in parte sono il riflesso di acquisizioni scaturite dai rapporti con genti d'oltremare. Le fonti letterarie antiche suggeriscono varie aree come luoghi da cui sono partiti gli stimoli per l'origine e lo sviluppo della civiltà nuragica: la regione iberica, quella egea e, più tardi, quella cretese e quella micenea. A giudicare dai dati finora noti, l'architettura sarda dei primi nuraghi non trova riscontro nelle regioni tirreniche. Qui non si conoscono né residenze fortificate, né sepolcri megalitici che possano in qualche modo richiamare la realtà sarda. Tuttavia i contatti attraverso il ponte della Corsica non dovettero mancare nel Bronzo, come suggeriscono le relazioni nell'ambito della ceramica e della metallurgia. Ben diversa è la situazione dei rapporti con la Corsica e le Baleari, come si evince dalle testimonianze dell'architettura.
Agli albori della civiltà nuragica, Corsica meridionale e Minorca, appaiono legate alla Sardegna da un rapporto speciale e propongono identiche costruzioni megalitiche: nuraghi in Sardegna, torri in Corsica, talajots in Minorca. Più tardi, nel corso del XIII a.C., in Corsica abbiamo edifici con torri circolari a più piani, che mostrano una slanciata volta nella camera. L'aggetto e la tecnica costruttiva regolare dei filari, indicano che la volta della camera di queste costruzioni era di sezione ogivale. Gli strettissimi rapporti con Minorca sono confermati dalla diffusione delle navetas, grandi tombe absidate megalitiche d'uso collettivo, costruite a filari sopra il suolo, che richiamano le tombe di giganti nuragiche. Nel campo dell'architettura sepolcrale della Corsica va osservato che ad un momento coevo a quello in cui si sviluppò in Sardegna la facies di Sant'Iroxi, celebre per le spade triangolari in rame arsenicato, vanno riferite alcune allèes. Abbiamo un'usanza, già documentata in Gallura: inumare i defunti all'interno di piccoli anfratti di roccia granitica, appena adattati artificialmente. Queste grotticelle prendono il nome di tafoni. Questo costume, proprio di comunità pastorali corse, si diffuse in Corsica e in Gallura già nel Neolitico, ancora prima dell'introduzione delle grandi sepolture a circolo e dei sepolcri dolmenici.
Spostandoci nelle regioni del Mediterraneo orientale, finora non sono state osservate forti somiglianze fra le costruzioni fortificate nuragiche e quelle cretesi e micenee nel periodo compreso tra il XVI e il XIV a.C. Creta non conosce neppure vere e proprie mura di difesa degli abitati, benché il palazzo regio sia costruito in modo tale da controllare almeno gli accessi. Diversamente, a partire dalla fine del XIV a.C., alcuni particolari costruttivi micenei presuppongono esperienze architettoniche note ai maestri sardi: corridoi coperti costruiti su due piani nelle cortine del bastione trilobato di Santu Antine in Torralba, e i corridoi di taglio ogivale dell'Unterburg di Tirinto. Altre affinità stilistiche le abbiamo nel taglio ogivale delle porte delle fortezze micenee che propongono anche il disegno del trilite realizzato con due lastroni laterali sormontati da una architrave, esattamente come in diverse tombe di giganti. Nelle fortezze ittite dello stesso periodo i tagli ogivali fanno la loro comparsa anche nelle porte, non diversamente da Micene e da alcune città del Vicino Oriente. Dai confronti ora accennati emerge che i rapporti tra l'architettura nuragica, quella egea e quella ittita erano molto stretti nel XIII-XII a.C., benché nelle fortificazioni dell'est del Mediterraneo permanesse immutata la tradizione delle torri quadrangolari. Viene da domandarsi se nell'arte del costruire le cinte murarie i sardi subirono le più avanzate conoscenze degli architetti stranieri o viceversa. L'adozione della volta a tholos per la copertura delle camere e dei corridoi appare sempre più il prodotto di una trasformazione progressiva interna all’architettura palaziale protosarda, avvenuta nell'ambito di continui scambi di esperienze costruttive tra la Sardegna e il mondo Egeo. In queste relazioni la Sardegna, avendo la capacità di elaborare al suo interno, è capace a sua volta di offrire e trasferire altrove idee e uomini. La volta a ogiva, impiegata per verticalizzare le strutture qualche millennio prima dello stile gotico, è sistematicamente utilizzata negli edifici monumentali sardi, siano essi torri, corridoi di tombe e templi. È il risultato dell'adozione di soluzioni tecniche che comportavano il superamento di notevoli difficoltà di natura statica, come quella determinata dalla sovrapposizione di tre camere a cupola. Al pari dell'architettura, ma non con le stesse modalità, gli elementi della cultura materiale mobile evidenziano i commerci tra la Sardegna e le altre regioni mediterranee.
Nell'immagine: La maschera in oro di Agamennone.

lunedì 20 febbraio 2012

Risorse e attività nella Sardegna preistorica


Risorse e attività nella Sardegna preistorica
di Pierluigi Montalbano

L'abbondanza dei prodotti e la mitezza del clima accompagnavano la descrizione dell'antica Sardegna da parte degli scrittori classici. Le fonti letterarie sulla divinità protosarda Aristeo, raccontano che al tempo dei nuraghe la Sardegna era ricca di olio, latte e miele, ma anche di alberi da frutta delle campagne, del bosco e della macchia. Nel Campidano abbiamo attestazioni della vinificazione a partire dal I Ferro, ma brocchette per il vino circolavano già nel Bronzo Recente e forse già da allora fece la comparsa la bevanda inebriante. I Sardi potevano contare, inoltre, su un vasto patrimonio di animali di allevamento e su una ricca fauna venatoria.
Questa ricchezza di cibo permetteva grande disponibilità per l'immediato e riserve per i mesi invernali, con lo stoccaggio di carne trattata con sale, lardo e grasso. Dal mare, dagli stagni e dai fiumi arrivavano nelle case dei villaggi, attraverso gli scambi interni, i pesci e i molluschi, come emerge dai ritrovamenti e dalle prime analisi dei resti ittici. I pesi trapezoidali e le fuseruole, rinvenuti nei villaggi, documentano l'attività tessitoria praticata con grandi telai fin dal neolitico finale.
Dagli animali si ricavavano disponibilità di cibo, pelli, cuoio e di prodotti derivati come coperte, sandali, lacci, fruste e legacci. Il lino sardo era pregiato per candore e lucentezza. Il mantello di lana di pecora, la mastruca di tradizione padronale delle popolazioni dei Balari e degli Iolei delle zone interne, che valse ai Sardi il nome di Pellites, è indossato ancora oggi, privo di maniche, dai pastori.
Il capo d'abbigliamento era indossato anche dai capitribù nelle sculture in bronzo del I Ferro, non infilato, tenuto appoggiato sulla spalla come un grande mantello. Altri capi del vestiario sono distinguibili nella bronzistica figurata degli inizi del I Ferro che documenta molte varianti di copricapi d'uso comune e militare, di gonnellini e tuniche maschili e di vesti e gonne femminili. Non mancavano manufatti come contenitori per derrate della casa e cestini realizzati intrecciando elementi vegetali. Anche i rivestimenti murali delle stuoie erano ricavati da rami flessibili. I ritrovamenti di numerosi attrezzi in bronzo nei contesti nuragici, in particolare scalpelli di varie punte, diversi tipi di accette e il trapano ad archetto, assicuravano su un attivo artigianato del legno fin dal Bronzo Medio. Le grandi foreste e i boschi delle zone interne erano sufficienti per soddisfare il mercato interno, ma alcuni prodotti di alto pregio artistico sicuramente venivano importati.
Con l'incremento della popolazione, il compito della gestione del palazzo-nuraghe, forse sede del capo e di chi rivestiva il ruolo di celebrare le funzioni religiose e civili della comunità, fu probabilmente affidato ad un gruppo limitato di persone ma, in caso di conflitti, tutta la popolazione collaborava. Il ruolo dei guerrieri era determinante per la sopravvivenza delle comunità e i vari gruppi avevano certamente rapporti di parentela con diversi altri nell'ambito tribale, tuttavia ogni comunità godeva di una specifica autonomia che doveva essere gestita nei rapporti con le comunità vicine.
La scoperta dei primi metalli, rame e stagno, indusse l'uomo ad accantonare progressivamente l'uso delle pietre dure. Nel periodo di passaggio dal Neolitico al Bronzo, le armi e gli utensili di rame svolsero un ruolo subordinato in confronto a quelli in pietra, perciò quest'epoca è chiamata Età del Rame. Gli inizi della metallurgia in Sardegna risalgono al periodo della cultura di Ozieri, ma la tecnologia si sviluppò soprattutto nel periodo delle culture di Abealzu, Filigosa e Monte Claro, dove le tracce della lavorazione del rame diventano sempre più frequenti. Si producono anche pugnali che vengono colati in forme e induriti a colpi di martello. Fra i corredi tombali della cultura del vaso campaniforme troviamo oggetti realizzati in una lega di rame e arsenico che presentava un maggiore grado di durezza. Il passo successivo, quello cioè di aggiungere al rame alcune parti di stagno per ottenere un bronzo di durezza notevolmente maggiore, ci è noto in Sardegna solo al termine della cultura Bonnannaro, ossia intorno al XVII a.C. A questo periodo sono testimoniate una serie di spade triangolari in rame arsenicato, portate alla luce da Ugas in una tomba di Decimoputzu.
La prova più antica di una lavorazione locale di minerali di piombo ci è fornita da una ciotola in stile Monte Claro rinvenuta presso Iglesias, aggiustata con graffe di piombo proveniente dai giacimenti di galena situati nei dintorni di Iglesias. (Ugas 2006)
Funtana Raminosa, la più grande miniera di rame della Sardegna, si trova invece nella valle al confine fra il Sarcidano e la Barbagia di Seulo. Sul vicino altopiano, a Laconi, si sono rinvenute le prime statue-menhir della Sardegna, sulle quali sono raffigurati pugnali di metallo. Al di sotto della linea della cintola, spicca un doppio pugnale a lame triangolari con impugnatura centrale. Il tridente rappresentato sul petto dei menhir simboleggia una figura umana capovolta: un morto. L'area di rinvenimento delle statue-menhir di Laconi dista meno di 8 km in linea d'aria dai giacimenti di calcopirite, galena e blenda di Funtana Raminosa, nei monti del Sarcidano, lungo il versante occidentale digradante del massiccio delle Barbagie di Belvì e Seulo.
Alla cultura di Ozieri appartengono anche un pugnale e alcune verghe di rame, portate alla luce in una capanna di Cuccuru Arrius di Cabras e un paio di anelli d'argento dalla tomba V della necropoli di Pranu Muttedu di Goni. (Atzeni 1981). L’inizio della metallurgia si verificò contemporaneamente in Sardegna, in Corsica e in Sicilia dove le prime scorie di rame, ancora aderenti alla parete di un crogiuolo, sono state raccolte nello strato della facies di Diana sull'Acropoli di Lipari. (Thiemme 1980).
E’ ragionevole ritenere che anche nelle isole si sia verificato un radicale cambiamento degli equilibri consolidati che segnò il passaggio dal Neolitico all’Eneolitico. La diffusione del metallo fu la causa della diminuzione di interesse nei confronti dello sfruttamento e della circolazione dell’ossidiana.
Alla metà del III Millennio a.C. si arriva alla cultura di Monte Claro che si articola in facies locali: meridionale, oristanese, nuorese e settentrionale. Il patrimonio culturale è ricco ed elaborato, con numerosi insediamenti in grotta e all'aperto, deposizioni in tombe a fossa, a forno, a cista e megalitiche, sempre con rito inumatorio. Lo strumentario di selce e di ossidiana è scarso e l’eccezionale fioritura della facies di Monte Claro è forse spiegabile con un’economia agricola in ripresa, con un incremento delle attività pastorali e con l’avvio allo sfruttamento delle risorse minerarie dell'isola che inseriscono a pieno titolo la Sardegna nelle rotte di prospezione mediterranea, innescando un processo economico ed evolutivo di vasta portata.

domenica 19 febbraio 2012

Si è spento Giovanni Lilliu, il maestro dell'archeologia sarda.


Si è spento questa mattina all'età di 97 anni il professor Giovanni Lilliu, l'archeologo sardo di fama internazionale, ritenuto il massimo conoscitore della Civiltà nuragica.

Accademico dei Lincei dal 1990, il prof. Lilliu deve la sua fama alla scoperta della reggia nuragica di Su Nuraxi, a Barumini, suo paese natale, uno dei villaggi nuragici più importanti e famosi, dichiarato nel 2000 patrimonio dell'Umanità da parte dell'Unesco.

Nato a Barumini (Cagliari) il 13 marzo 1914, allievo di Rellini alla Scuola Archeologica di Roma, dal 1943 al 1955 Lilliu ha operato nella Soprintendenza alle Antichità della Sardegna come ispettore e poi direttore, iniziando a scavare nel 1939 in Sardegna e successivamente a Maiorca. Professore ordinario di antichità sarde dal 1955, è stato per 20 anni preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Cagliari, dove ha fondato e diretto la Scuola di Specializzazione di Studi Sardi. Dal 1955 ha diretto la rivista "Studi Sardi" e dal 1983 dirigeva il Nuovo Bollettino Archeologico Sardo.

Accanto all'attività scientifico-accademica, Lilliu ha svolto un'intensa militanza politica. E' stato consigliere regionale dal 1969 al 1974 e consigliere comunale di Cagliari dal 1975 al 1980. Ha svolto anche un'intensa attività pubblicistica su temi politici, sociali e culturali con numerose testate italiane e straniere ed è stato collaboratore de L'Unione Sarda dal 1947 e dal 1994 de La Nuova Sardegna.
Da sempre era impegnato nella difesa dei beni culturali e ambientali della Sardegna dalla speculazione e dal degrado. Era socio dell'Istituto Archeologico Germanico di Roma, dell'Istituto di Studi Etruschi di Firenze, della Sociedad Arqueologica Lulliana di Palma di Maiorca.
Nel 2007 ha ricevuto dalla Regione Autonoma della Sardegna l'onorificenza "Sardus Pater" istituita proprio in quell'anno quale riconoscimento da assegnare a cittadini italiani e stranieri che si siano distinti per particolari meriti di valore culturale, sociale o morale e abbiano dato lustro alla Sardegna.
Il Professore fu un acceso sostenitore dei nuraghi fortezza e, fin dal 1966, affermò che la Sardegna nuragica era dotata di una marineria in grado di partecipare ai movimenti navali nel Mediterraneo.

Addio caro maestro.

sabato 18 febbraio 2012

"Sistema Onnis" per la determinazione dei clan nuragici. - Altre immagini

In riferimento all'articolo del 9 Febbraio 2012 , e dell'aggiornamento dell'11 Febbraio 2012 (nel quale Marcello Onnis arricchisce la descrizione con un commento a piè dell'articolo), relativi all'esposizione di un nuovo metodo per l'osservazione della disposizione dei nuraghi, ho pensato di aggiungere qualche immagine per stimolare la curiosità dei lettori.



Calasetta















Narcao


















Sant'Antioco Sud








...e due immagini intriganti della zona del Nuraghe Santu Antine...ma sarebbe meglio chiamare la zona CAGULES, perché è questo il fulcro del territorio. Il meraviglioso Santu Antine è certamente successivo di qualche secolo.


venerdì 17 febbraio 2012

Architettura contadina: Puglia e Sardegna sono sorelle?


Architettura contadina
di Rossella Barletta (rivisto e adattato da Pierluigi Montalbano)

Scrive Braudel:
È stato il mare a creare le terre e le pietre, e l'acqua di mare ha lasciato ovunque la traccia del suo lento lavoro: al Cairo i calcari sedimentari di grana fine bianco latte permetteranno al cesello dello scultore di dare la sensazione del volume giocando su incisioni profonde solo qualche millimetro; le grandi placche di calcare corallino dei templi megalitici di Malta; la pietra di Segovia che si bagna per lavorarla più facilmente; i calcari delle enormi cave di Siracusa; le pietre d’Istria portate a Venezia; e tante rocce della Grecia, della Sicilia, della Sardegna, sono tutte nate dal mare. Se l'attenzione si sposta sulle terre che circondano il mare, si arriva a parlare, come avviene oggi, di Lago Mediterraneo, e di puntare l'attenzione su quei territori di pietra che negli anni hanno dato riparo e ristoro a chi fuggiva dal mare per evitare tempeste, malattie e guerre.
Da uno sguardo allargato al paesaggio del Mediterraneo, restringiamo il nostro orizzonte e fermiamoci alle pietre della Sardegna, alle architetture del suo paesaggio rurale che caratterizza l’isola. Lasciamoci incantare da quella architettura rurale che non ha lasciato nomi di architetti da ricordare, ma che è un libro aperto in cui si legge la nostra storia. L'architettura rurale, infatti, è il frutto di una molteplicità di relazioni che hanno strutturato nel tempo un determinato luogo, frutto maturo e visibile di numerosi fattori culturali: la morfologia del posto, il clima, l'economia e la tecnologia.
Rossella Barletta, per descrivere l’architettura rurale salentina, utilizza un altro modo: muretti a secco, torri, tombe, pozzi, fanno parte di quella che viene indicata architettura vernacolare con cui si intendono le costruzioni realizzate in sede locale da popolazioni che lavorano senza servirsi di professionisti, ma facendo ricorso esclusivamente a quanto appreso per tradizione orale e tecnica che deriva dalla pratica. Le stesse parole possono descrivere la Sardegna: è un’architettura consolidata che non presenta segni rilevanti di sviluppo nel tempo, resa sicura dall'esperienza che ha contribuito a stratificare le conoscenze. Per questo, proprio perché è collegata all'ambiente, i materiali sono quelli del luogo, pietre su pietre, senza collanti. Muretti a secco, terrazzamenti, costruzioni a forma di capanna, tombe che assumono nomi diversi e costituiscono un mare di terre e pietre. Dovunque si vada in Sardegna come in Puglia, si vedono pietre che si aggregano, si cercano, si compongono, come se invece di essere pietre fossero calamite.
Questa realtà si adatta a molte terre del Mediterraneo. La casa a cono, riparo fisso o temporaneo, nata dall'ingegnosità strumentale dei contadini che utilizzavano le pietre strappate alla terra per costruirsi un riparo per se e per gli animali, si trova fin dall'antichità in tutti popoli del Mediterraneo. L'architettura di pietre a secco ha avuto certamente origini differenziate per quanto riguarda il tempo, e forse anche per gli usi. Non si esclude, infatti, che le costruzioni a tholos richiamano strutture funerarie presenti in Grecia e nell'isola di Pantelleria. L'architettura a secco della Sardegna precede certamente quella della Grecia e della Turchia, ma non quella dell'Egitto e delle lontane coste occidentali del nord Europa, ma il filo che lega le capanne che davano riparo ai contadini della Mesopotamia nel III millennio a.C. alle nostre torri nuragiche è sempre il medesimo, un filo di pietra.
Come per la Puglia, sono almeno due gli elementi che contraddistinguono il paesaggio sardo: uno è di origine vegetale e riguarda la vite e l'ulivo, così presente da infoltire autentiche foreste che si perdono a vista d'occhio; l'altro è di ordine morfologico e riguarda la roccia calcarea e basaltica che, in alcune aree, affiora a tal punto da non lasciare il minimo spazio al terreno coltivabile, conferendo all'ambiente un senso di diffusa aridità, e di pregnante ostilità, a qualsiasi forma di vita. Laddove la sedimentazione calcarea si presenta sotto forma di grigia pietraia, diventa il principale e naturale segno anagrafico, in grado di individuare non soltanto il luogo geografico ma anche di incidere sul carattere degli abitanti e sulle loro sorti economiche e sociali. Il predominio della roccia, generando un suolo povero di risorse, carente di idrografia superficiale, e un clima particolarmente caldo in estate, pur regalando squarci paesaggistici suggestivi, soprattutto in ambito costiero, è stato un ostacolo alle tradizionali forme di economia agricola.
Con queste condizioni sfavorevoli, è facile immaginare come la necessità di conquistare lo spazio agricolo per impiantare attività economiche produttive sia stato il pensiero fisso del contadino di queste terre. Egli ha dovuto innescare una lotta con l'ambiente fisico che, a sua volta, ha influenzato il tipo di popolamento (sparso o accentrato), le sue vicende storiche, nonché il rapporto di classe (causa di arretratezza socioeconomica), la dinamica demografica e, nel tempo, il declino della vita rurale e l'esodo migratorio dalla campagna improduttiva. Solo pensando al faticoso e caparbio lavoro manuale di ciascun contadino condotto in un contesto non generoso, si capisce la resistenza alle avversità di chi decide di bonificare un terreno sassoso, livellare depressioni, formare terrazzamenti coltivabili. Ci si può facilmente rendere conto del divario economico e culturale che separa l'azienda agricola moderna dalla famiglia contadina del passato, abituata ad autoprodurre e autoconsumare quel poco che un terreno, per sua natura aspro ed tenace, riusciva a dare.
La Barletta scrive che superata la sorpresa dinanzi a tanta presenza di pietra, l'occhio coglierà un altro significativo aspetto: in Sardegna come in Puglia l'uomo ha dato dignità storica ad un materiale apparentemente freddo e muto, su cui ha riportato graficamente le impressioni del clima culturale e politico vissuto, per trasmettere e prolungare nel tempo il ricordo delle varie fasi della sua presenza. Investite di questa singolare funzione, le pietre identificano le vicende delle genti che hanno abitato il territorio fin dalla preistoria. Attraverso i sassi è facile individuare e seguire un percorso archeologico, megalitico, medievale e moderno e sostare nelle principali aree da cui sono state dissepolte pietre dall’inestimabile valore documentario come i dolmen, i menhir e tutto il materiale litico crollato dalle alte torri nuragiche.
Si rimane rapiti al cospetto delle maestose mura, un tempo inespugnabili, innalzate dalle primordiali popolazioni; ripercorrere i sopravvissuti spezzoni di carrarecce; curiosare nei villaggi rupestri; scrutare le maestose cattedrali romaniche e le austere torri costiere corrose dalla salsedine; incantarsi di fronte alle maestose torri nuragiche; ammirare la pazienza degli artigiani che incastonarono con millimetrica precisione le pietre dei pozzi sacri. Mediante l'osservazione dei vari “segni” delle civiltà che si avvicendavano, si possono interpretare i modi di intendere e di rappresentare la fede, la difesa, il piacere del bello, il senso della funzionalità e della praticità, il rispetto sacrale che si è rivolto all’acqua, al fuoco, alle altre risorse della natura e alla fauna. Accanto ai monumenti, bisogna annoverare quelle tipiche espressioni della civiltà contadina costruite con pietre informi, non lavorate, come si trovano in natura, specchio in cui si riflette nello stile di vita della realtà socio-economica delle generazioni del passato nonché attestazione di geniale capacità e di talento del contadino nel riutilizzare qualcosa di apparentemente inutile e scomodo come le pietre di scarto. La studiosa pugliese racconta che cercare di pulire un campo sgombrandolo completamente dalle scaglie di pietra, sarebbe come pretendere di esaurire la sabbia lungo un lido del mare, ma i contadini riuscirono a sfruttarlo al meglio, talvolta guadagnando preziosi fazzoletti di terra da coltivare, altre volte ottenendo materia prima da utilizzare per varie funzioni. Per un innato senso del riuso, raccolsero le pietre divelte e le accumularono in un angolo per distribuirle ordinatamente e per comporre una geometria di muretti e terrazzamenti quale impedimento al terreno di franare. Altre volte decisero di costruire dimore rurali e, con impareggiabile tenacia, riuscirono a fare sgorgare l'acqua nascosta sui massi convogliandola sui campi e rinvigorendo i frutti del loro faticoso lavoro.
Fonte: Architettura contadina del Salento, Capone Editore
Nell'immagine: Monte Baranta - Olmedo

giovedì 16 febbraio 2012

Eventi


Nel ricordare a tutti gli amici del quotidiano che questa sera, a Monserrato in Via Traiano 17, alle ore 19.00 ci sarà la 3° lezione del corso gratuito di Storia e Archeologia della Sardegna (oggi dedicato ai sardi in oriente), segnalo due importanti appuntamenti con illustri studiosi:












Giovedì 23 Febbraio, a Cagliari, nell'ambito della rassegna "Aperitivi Culturali" alle ore 19.00 presso l'Associazione Itzokor, in Via Lamarmora 123, (Quartiere Castello), il professor Carlo Tronchetti presenterà l'argomento: La Sardegna nell'Età del Ferro.



Sabato 25 Febbraio, a Sant'Antioco, presso l'aula consiliare, nel Corso Vittorio Emanuele, Piero Bartoloni presenterà il suo ultimo libro: "Fenici al volo" - La Sardegna Fenicio-Punica - Editore Carlo Delfino.

mercoledì 15 febbraio 2012

Archeologia: riaffiora l'acropoli del regno dimenticato


Scavi italiani nella Cappadocia meridionale
Il rilievo del re di Tuwana a Ivriz (VIII a.C.)
di Rodolfo Calò

ISTANBUL. Sono in corso nuovissimi scavi archeologici in un mega sito dell'Anatolia destinati a far emergere dal buio della storia un antico regno ricco ma ''dimenticato'', quello di Tuwana, cui verra' anche dedicato un museo a cielo aperto.

La segnalazione è stata fatta da Lorenzo d'Alfonso, un archeologo italiano che guida la missione congiunta delle Universita' di Pavia e di New York e che ha fornito dettagli sugli scavi in una conferenza stampa in cui, questo mese, sono stati illustrati a Istanbul i risultati delle missioni archeologiche italiane in Turchia. Questa nuova scoperta dell'archeologia preclassica, da portare avanti nella Cappadocia meridionale, è stata fatta a Kinik Hoyuk, ha detto lo studioso riferendosi ad un sito relativo soprattutto all'inizio del primo millennio avanti Cristo. L'area fa parte pienamente, ha detto ancora d'Alfonso, del regno dimenticato di Tuwana, finora noto attraverso geroglifici e alcune fonti dell'impero assiro ma mai studiato archeologicamente: un sito assolutamente intatto, in cui nessuno ha messo mano cercando di collocarlo storicamente per capire a che civiltà appartenga e che ruolo abbia svolto in questa regione.

Quello di Kinik Hoyuk, ha sottolineato l'archeologo, per dimensioni è fra i siti di maggiori dell'Anatolia preclassica, se si esclude la capitale degli Ittiti: le stime più caute lo inquadrano su 24 ettari ma i topografi ci dicono che potrebbe essere di 81 ettari. A lavorarci è una missione totalmente nuova, avviata congiuntamente solo l'anno scorso dall'Universita' di Pavia e da quella di New York, aperta a collaborazioni con università turche quali Erzurum e Nigde. Il sito era stato lambito da ricognizioni di un paio di colleghi, ma la sua importanza è emersa dalla ricognizione che abbiamo fatto noi, ha detto d'Alfonso ricordando che la Cappadocia meridionale è importante perchè aveva il controllo sulle Porte cilicie, ossia sul passaggio fra Oriente e occidente, e fra l'Europa e l'Asia: insomma uno degli snodi più importanti del mondo in quel periodo e al cui centro si colloca Kinik Koyuk. Quello di Tuwana era un piccolo stato cuscinetto fra il regno di Frigia e l'impero assiro e proprio per questo particolarmente ricco: uno dei grandi temi del nostro studio è legato alla ricchezza culturale di questo regno, ha sottolineato l'archeologo riferendosi soprattutto allo sviluppo dell'alfabeto. In particolare, ha notato d'Alfonso, sono state rinvenute nelle vicinanze tre stele di età del ferro, non in ottimo stato di conservazione ma che dicono molto dell'importanza che doveva avere il sito.

La strategia di scavo, ha riferito ancora l'archeologo, è stata guidata da prospezioni geomagnetiche compiute nel 2010 che avevano evidenziato uno stato di conservazione particolarmente significativo della cinta muraria dell'acropoli e di edifici al centro dell'acropoli stessa: mura monumentali scavate per un alzato che per arriva a sei metri e in uno stato di conservazione ottimo (o almeno che non trova facili paragoni all'interno dei siti preclassici dell'Anatolia, in particolare di quella centrale). Delle mura è stato rinvenuto l'intonaco originale e si punta ad un consolidamento in vista di un restauro già a partire da quest'anno. Lo scavo infatti è stato pensato fin dall'inizio per una musealizzazione all'aperto: Kinik Hoyuk, ha sottolineato D'Alfonso, è facilmente accessibile. Il suo punto di forza è quello di essere a 45 minuti dai maggiori centri di attrazione turistica della Cappadocia (e a meno di 2 km da una delle maggiori arterie della regione, a 4 corsie).
Insomma è nel cuore di un circuito turistico fra i più importanti di tutta la Turchia e quindi, ha detto l'archeologo, il governo locale supporta pienamente la missione vedendo, in questa, una grande possibilita' di sviluppo.

Fonte: ANSAmed

martedì 14 febbraio 2012

Karkemish, dopo cento anni torna alla luce una delle più importanti città ittite



Karkemish, leggendaria città degli Ittiti, costruita su un importante guado dell’alto corso del fiume Eufrate, presso l’attuale confine tra Turchia e Siria, menzionata già nelle tavolette di Ebla del III millennio a.C. e citata persino nella Bibbia, distrutta dagli eserciti assiri di Sargon II nel 717 a.C. e da loro stessi riedificata.
Qui Nabuccodonosor fermò nel 605 a.C. la conquista egiziana, qui fu poi ricostruita dai Romani. Fu scavata per la prima volta dalla missione archeologica del British Museum tra 1911 e 1920 a cui partecipò nientemeno che da T.E. Lawrence (d’Arabia), lo scavo fu presto abbandonato e, in seguito all’indipendenza della Turchia, l’antica città fu dimenticata ed occupata da un sito di interesse militare turco, completamente off-limits per i civili, studiosi compresi.
Da qualche mese il sito è finalmente tornato, dopo quasi 100 anni, ad essere oggetto di studi di una campagna archeologica internazionale italo-turca che è finalizzata alla realizzazione in loco di un parco archeologico, per recuperare l’area alla ricerca e alla fruizione. Le università di Bologna, Istanbul e Gaziantep, infatti, stanno collaborando per tentare di riportare alla luce la plurimillenaria storia di questo sito. E le scoperte non si sono fatte attendere!

Quelle del sito di Karkemish sono infatti rovine imponenti: un’ampia area che copre circa novanta ettari, racchiusa da mura alte fino a venti metri, comprendenti un’acropoli fortificata, una città con palazzi e templi, strade celebrative, una folta e ricca necropoli che ha restituito materiali interessanti.
E’ stata individuata anche la fase archeologica relativa alla distruzione assira del 717 a.C. testimoniata da un metro di spessore di ceneri e resti combusti.
In superficie restano visibili i resti della città romana, ma oggi sappiamo che sotto di essi sono conservate le tracce di tutte le città che furono costruite in questo luogo strategico e meraviglioso.



Uno dei ritrovamenti più importati di questa prima campagna di scavi è un monolite di basalto alto 2 metri, completamente ricoperto di iscrizioni incise in geroglifico luvio, una scrittura ideografico-sillabica che cela una lingua di matrice indoeuropea, decifrata dal David Hawkins della British Academy.
La stele, con una dedica regale al dio Sole alato scolpito nella parte superiore del prospetto, è risalente al 980 a.C. ovvero ad un periodo del tutto sconosciuto della storia della città. Si attendono le pubblicazioni degli studi a riguardo.
Il panorama dall’acropoli è mozzafiato e persino la vegetazione locale ha qualcosa di speciale: i botanici hanno infatti individuato qui alcune piante rare, tra cui una specie di pioppo che si riteneva estinta.
Il fascino di oggi doveva essere ancora più intenso cento anni fa. Queste le parole di T. E. Lawrence quando, dovendo partire per la guerra, salutò così Karkemish: “E pensare che, se non fosse per questa follia (la guerra ndr), uno vivrebbe su quella collina sull’ansa dell’Eufrate […] mi domando se torneremo mai a fermarci in qualche luogo e a provare interesse per le cose, come si deve”

Fonte: www.archeonews.altervista.org

lunedì 13 febbraio 2012

L'Età del Rame in Sardegna


L'età del Rame in Sardegna
di Pierluigi Montalbano

Nel processo di sviluppo delle comunità protosarde, le miniere hanno indubbiamente esercitato un ruolo primario. Nel Sulcis sono presenti le strutture geologiche più antiche dell'area mediterranea. Fin dal Neolitico, le risorse minerarie della Sardegna erano ambite da popoli già socialmente ed economicamente evoluti che dal nord Africa, dalla penisola iberica, dall’Europa e dalle regioni orientali, avviavano grandi migrazioni e colonizzazioni nel bacino mediterraneo, raggiungendo le estreme regioni occidentali e transitando in Sardegna. La prima grande risorsa geomineraria a essere sfruttata in Sardegna fu l’ossidiana, un composto di lava vitrea di colore nero e notevole durezza, presente nei giacimenti del Monte Arci, nel territorio di Oristano. L'uomo del Neolitico utilizzava l'ossidiana per realizzare armi, utensili e oggetti d'uso comune, indispensabili per le esigenze della propria vita.
Nel Mediterraneo sono testimoniati appena cinque giacimenti rilevanti di questo prezioso materiale, tutti in isole: Melos (Egeo), Pantelleria, Lipari (Eolie), Palmarola (Ponziane) e Sardegna. Per millenni questa rara materia prima percorse le rotte del Mediterraneo, raggiungendo i mercati dell'Africa settentrionale, dei Balcani, della penisola Italica, dell'Iberia e della Provenza. Solo la successiva scoperta dei primi metalli, rame e stagno, indusse l'uomo ad accantonare progressivamente l'uso delle pietre dure.
Nel periodo di passaggio dal Neolitico al Bronzo, le armi e gli utensili di rame svolsero un ruolo subordinato in confronto a quelli in pietra, perciò quest'epoca è chiamata Età del Rame, (anche Eneolitico o calcolitico). Gli inizi della metallurgia in Sardegna risalgono al periodo della cultura di Ozieri, evolvendosi nel periodo delle culture di Abealzu, Filigosa e Monte Claro, dove le tracce della lavorazione del rame diventano sempre più frequenti.
Si producono anche pugnali che vengono colati in forme e induriti a colpi di martello. Fra i corredi tombali della cultura del vaso campaniforme troviamo oggetti realizzati in una lega di rame e arsenico che presentava un maggiore grado di durezza. Il passo successivo, quello cioè di aggiungere al rame alcune parti di stagno per ottenere un bronzo di durezza notevolmente maggiore, ci è noto in Sardegna solo al termine della cultura Bonnannaro, ossia intorno al XVII a.C. A questo periodo sono testimoniate una serie di spade triangolari in rame arsenicato, portate alla luce da Ugas in una tomba di Decimoputzu.
La prova più antica di una lavorazione locale di minerali di piombo ci è fornita da una ciotola in stile Monte Claro rinvenuta presso Iglesias, aggiustata con graffe di piombo proveniente dai giacimenti di galena situati nei dintorni di Iglesias. (Ugas 2006)
Funtana Raminosa, la più grande miniera di rame della Sardegna, si trova invece nella valle al confine fra il Sarcidano e la Barbagia di Seulo, nel territorio del comune di Gadoni. Sul vicino altopiano, a Laconi, si sono rinvenute le prime statue-menhir della Sardegna, sulle quali sono raffigurati pugnali di metallo. Al di sotto della linea della cintola, spicca un doppio pugnale a lame triangolari con impugnatura centrale. Il tridente rappresentato sul petto dei menhir simboleggia una figura umana capovolta: un morto. L'area di rinvenimento delle statue-menhir di Laconi dista meno di 8 km in linea d'aria dai giacimenti di calcopirite, galena e blenda di Funtana Raminosa, nei monti del Sarcidano, lungo il versante occidentale digradante del massiccio delle Barbagie di Belvì e Seulo.
Alla cultura di Ozieri appartengono anche un pugnale e alcune verghe di rame, portate alla luce in una capanna di Cuccuru Arrius di Cabras e un paio di anelli d'argento dalla tomba V della necropoli di Pranu Muttedu di Goni. (Atzeni 1981). La comparsa del metallo e l'inizio della metallurgia si verificò contemporaneamente in Sardegna, in Corsica e in Sicilia dove le prime scorie di rame, ancora aderenti alla parete di un crogiuolo, sono state raccolte nello strato della facies di Diana sull'Acropoli di Lipari. (Thiemme 1980).
È ragionevole ritenere che anche nelle isole si sia verificato un radicale cambiamento degli equilibri consolidati che segnò il passaggio dal Neolitico all’Eneolitico. La diffusione del metallo fu la causa della diminuzione di interesse nei confronti dello sfruttamento e della circolazione.
Alla metà del II Millennio a.C. si arriva alla cultura di Monte Claro che si articola in facies locali: meridionale, oristanese, nuorese e settentrionale. Il patrimonio culturale è ricco ed elaborato, con numerosi insediamenti in grotta e all'aperto, deposizioni in tombe a fossa, a forno, a cista e megalitiche, sempre con rito inumatorio. Lo strumentario di selce e di ossidiana è scarso e l’eccezionale fioritura della facies di Monte Claro è forse spiegabile con un’economia agricola in ripresa, con un incremento delle attività pastorali e con l’avvio allo sfruttamento delle risorse minerarie dell'isola che inseriscono a pieno titolo la Sardegna nelle rotte di prospezione mediterranea, innescando un processo economico ed evolutivo di vasta portata.

Nell'immagine alcuni manufatti in rame della cultura di El Argar. La fonte è all'interno della foto.

sabato 11 febbraio 2012

Il sistema Onnis per la determinazione dei clan nuragici



In relazione all'articolo pubblicato il 9 Febbraio 2012 relativo all'equilibrio cosmico dei nuragici, allo scopo di fornire ai lettori qualche altro dato sul "Sistema Onnis" relativo all'ubicazione dei clan nuragici, abbiamo pensato di inserire una serie di immagini che mostrano la tipologia di ricerca sul campo operata dallo studioso. Le associazioni, i Comuni, le scuole e i circoli che volessero ospitare un convegno sul tema sono invitati a inviare una mail a pierlu.mont@libero.it


Cliccare sulle immagini per ingrandirle


Nelle immagini:
La piana di Macomer






Il Clan minerario di Rosas










Il territorio di Narcao









La zona di Sindia


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