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giovedì 27 giugno 2019

Archeologia. La battaglia di Alalia, o del Mare Sardo, combattuta nelle acque a nord della Sardegna, davanti alle Bocche di Bonifacio, fra etruschi, cartaginesi e greci. Articolo di Giovanni Schioppo.

Archeologia. La battaglia di Alalia, o del Mare Sardo, combattuta nelle acque a nord della Sardegna, davanti alle Bocche di Bonifacio, fra etruschi, cartaginesi e greci.
Articolo di Giovanni Schioppo.
Mentre i re etruschi di Roma erano impegnati a costruire la loro città e a fare guerre contro i latini e i sabini, la vicina Caere, in forte competizione con i greci di Marsiglia e di Alalia, era interessata al suo commercio marittimo lungo le coste italiche e con la Sardegna e la Corsica. Secondo molti studiosi la battaglia di Alalia, detta anche “battaglia del mare sardo”, combattuta da etruschi e cartaginesi contro i focei di Alalia fu la prima grande battaglia navale della storia. Le cause più remote che portarono
allo scontro vanno ricercate nella fondazione di Massalia (l’odierna Marsiglia) nel 600 a. C. da parte dei focei.
Esaminiamo ora i fatti.
Durante la prima metà del VI secolo a. C. le marinerie etrusche solcavano quasi indisturbate le rotte del Mediterraneo occidentale commerciando assieme ai cartaginesi con i principali centri del grande bacino. Tra i loro prodotti c’erano principalmente anfore vinarie, vasellame di bucchero, il ferro dell’isola d’Elba e i manufatti siderurgici di Populonia. Questi ultimi erano per gli etruschi quasi certamente i più importanti e, probabilmente, anche i più richiesti e remunerativi. In questa prima fase non c’erano significative rivalità tra etruschi e greci; infatti dai reperti archeologici ritrovati lungo le coste e i fondali che vanno da Pisa fino a Marsiglia, si evince che gli etruschi si servivano, contemporaneamente ai greci, dell’emporio greco per i loro scambi commerciali con le popolazioni celtiche d’Oltralpe.  Negli stessi anni accaddero fatti che determinarono il corso degli eventi successivi. Il primo riguardò Cartagine che nel 573 a.C. si affrancò dalla sua madrepatria Tiro che era stata assoggettata dai persiani di Nabucodonosor II. Da questo momento la città punica assunse in breve tempo la supremazia su tutte le colonie fondate dai fenici nel Mediterraneo occidentale e tra le sue mire entrò il controllo di tutta la Sardegna dove i fenici di Tiro avevano già fondato Karalis (Cagliari).

Un secondo evento riguardò la colonia greca di Focea. Questa era stata fondata agli inizi dell’VIII secolo a. C. nella Ionia (l’odierna Turchia) a circa sessanta chilometri a nord-est di Smirne da coloni provenienti dalla città greca Erìtrea e da Teos, antico centro dell’Asia minore. Abili commercianti ed esperti marinai, i focei avevano allacciato rapporti commerciali con alcuni dei più importanti empori del Mediterraneo e perfino con la lontana Tartesso (antico centro iberico situato al di là delle “colonne d’Ercole” probabilmente presso la foce del Guadalquivir). Alla ricerca di nuovi mercati avevano poi capito che il Rodano costituiva un’importante via commerciale per l’Europa centro-occidentale attraverso la quale giungevano nel Mediterraneo molti prodotti e materie prime tra cui zinco, stagno per la fusione del bronzo e la ricercata ambra, una resina derivata dalla fossilizzazione degli umori di alcune piante tra le quali le conifere. Fin da tempi antichissimi veniva estratta dai giacimenti nordeuropei e da qui raggiungeva, attraverso il Rodano e il Danubio i maggiori centri commerciali del Mediterraneo e del vicino oriente. Ancora oggi, come nell’antichità, l’ambra è usata in gemmologia.  Da qui la necessità, per i loro commerci, di fondare Massalia inserendosi nel commercio etrusco e cartaginese con i celti d’Oltralpe.
Avvenne poi che nel 546 a. C. Focea perse l’indipendenza ad opera di Arpago, generale di Ciro II il grande. I suoi abitanti, secondo Erodoto, abbandonarono in massa la città dirigendosi verso l’isola egea di Chio dove gli abitanti rifiutarono di vendere loro alcune isolette circostanti. Di qui la decisione di far rotta verso il Tirreno dove circa venti anni prima, sulla costa tirrenica della Corsica, i focei di Massalia, avevano stabilito un loro emporio chiamato poi Alalia. Ricongiuntisi con questi, i nuovi arrivati ampliarono l’emporio con nuove costruzioni di tipo civile e religioso e si dedicarono poi ad atti pirateschi contro le coste dell’Etruria.
Le città etrusche, tra le quali spiccava la potenza marittima e mercantile di Caere che, quasi certamente, era quella che maggiormente paventava la minaccia del pericolo greco, videro fortemente compromessi i loro commerci nel Tirreno e, più in generale nel Mediterraneo. Tra l’altro proprio verso la metà del secolo Populonia iniziava con i suoi forni la lavorazione dei pani di ferro provenienti dall’isola d’Elba divenendo in poco tempo il principale centro siderurgico del Mediterraneo occidentale. È più che evidente, allora, che le officine e i prodotti metallurgici di questa città etrusca incominciarono a far gola a tutti i commercianti le cui navi solcavano quelle rotte. Non siamo lontani dal vero se sosteniamo che gli etruschi nutrivano anche il timore di eventuali attacchi dei Focei all’Isola d’Elba. In proposito così si esprime il Cristofani:
«I Focei, secondo Erodoto, avrebbero intrapreso, primi fra i Greci, viaggi marittimi a lunga distanza, usufruendo di navi veloci e sarebbero giunti in Adriatico, in Etruria, in Iberia e fino a Tartesso, oltre le colonne d’Ercole, ove avrebbero instaurato rapporti di amicizia con il re locale Argantonio. Tali spedizioni, risalenti al VII secolo a.C., vengono messe in relazione con la richiesta di metalli, una volta che fu interrotto il loro approvvigionamento tramite le regioni interne dell’Asia minore, a causa delle invasioni dei Cimmeri (675 a. C. circa)».
A loro volta i cartaginesi non potevano consentire l’interferenza di questi audaci greci nei loro commerci, perciò la pacifica coesistenza tra etruschi e cartaginesi nel bacino Mediterraneo occidentale si trasformò, probabilmente dopo un’intensa trattativa diplomatica,  in una alleanza di  fatto. Per quanto riguarda l’alleanza tra etruschi e cartaginesi Aristotele (La politica,  III, 9, 1280a) ci informa che “gli etruschi e i cartaginesi … hanno dei trattati per le importazioni e per il reciproco rispetto, e condizioni scritte per l’alleanza in caso di guerra”. Per la nuova coalizione il dinamismo dei focei, che si manifestava non solo nei loro commerci ma anche con frequenti azioni piratesche, dovette rappresentare un pericolo così grande da indurre etruschi e cartaginesi ad armare una flotta di ben centoventi navi, delle quali sessanta furono messe in mare da Caere. L’obiettivo comune era quello di stroncare ogni tentativo dei focei di attraversare le loro rotte e di minacciare i loro commerci; non solo, ma anche e principalmente quello di proteggere le attività estrattive nell’Isola d’Elba e quelle siderurgiche di Populonia che davano agli etruschi il monopolio del commercio del prezioso metallo. Vennero così concordati i tempi e i modi con cui sferrare l’attacco al loro comune nemico. I cartaginesi, tra l’altro, con le loro navi attuarono anche un blocco, presumibilmente nel canale di Sicilia, per impedire ad altri greci di raggiungere le Colonne d’Ercole attraverso cui si aprivano altre rotte per l’Europa settentrionale. Si venne a battaglia in un anno compreso tra il 540 e il 530 a. C. (probabilmente durante il regno di Servio Tullio) quando la flotta alleata intercettò nei pressi della costa settentrionale della Sardegna quella dei focei, composta solo da sessanta navi. La dinamica della battaglia non ci è nota. Sappiamo solo che Erodoto definì quella dei focei una vittoria di Cadmo (oggi diremmo una vittoria di Pirro) in quanto ben quaranta delle loro navi furono affondate, mentre le rimanenti venti furono rese inservibili a causa della rottura dei loro rostri. Questa informazione che ci fornisce Erodoto è un indizio che ci fa capire come probabilmente si svolgevano a quei tempi le battaglie navali: l’equipaggio non andava “all’arrembaggio”, bensì il comandante del naviglio effettuava manovre volte a speronare la nave avversaria e provocarne in questo modo l’affondamento. Solo nella prima guerra punica si aggiunse allo speronamento la tattica dell’arrembaggio introdotta dai romani con l’invenzione del “corvo”. Questo era una sorta di ponte mobile che permetteva di agganciare la nave nemica consentendo all’equipaggio armato di invaderla facendo poi strage nell’equipaggio avversario. Molti furono i prigionieri, e quelli che toccarono agli etruschi, condotti a Caere, furono lapidati. I loro corpi, lasciati a marcire, causarono una pestilenza tra la popolazione di quei luoghi, al che, per espiare il torto di una simile crudeltà, gli abitanti di Caere inviarono una delegazione a Delfi dove la Pizia sentenziò che i ceriti periodicamente dovessero fare sacrifici ed indire gare ginniche ed equestri in onore dei focei lapidati. Circa il luogo dove venivano celebrati questi riti il Torelli ci informa che
 «a poca distanza da Cere in località Montetosto, presso una gigantesca tomba a tumulo gentilizia dell’iniziale VII secolo a. C. viene realizzata, intorno al 530 a. C., una gigantesca costruzione dalla pianta simile a quella dei “palazzi” di Murlo e di Acquarossa. È merito grande dello scopritore G. Colonna avere identificato in questo complesso il luogo del culto eroico prestato ai prigionieri focei uccisi dai Ceriti dopo la battaglia di Alalia».
Dopo la pesante sconfitta, imbarcati i loro compatrioti su quello che restava della loro flotta, i focei fecero rotta per Reggio e da qui, successivamente, nel Cilento dove fondarono Elea (Velia) nei pressi dell’attuale Ascea. Le conseguenze della sconfitta dei focei furono notevoli. I cartaginesi guadagnarono il controllo della Sardegna e la loro potenza nel Mediterraneo occidentale aumentò a tal punto da riuscire a cacciare tutti i greci dalle loro colonie iberiche di Mainake e di Hemeroskopeion sostituendosi a queste nei loro commerci con Tartesso. Agli etruschi toccò invece il possesso della Corsica. Da allora, e ancora per diversi decenni, le rotte tirreniche non furono più solcate da navi elleniche se non per motivi puramente commerciali. Infatti i commerci greci con le popolazioni celtiche tramite l’emporio di Marsiglia non si interruppero  bruscamente e definitivamente ma continuarono ad esistere anche se con minore intensità. Tra l’altro in quei luoghi etruschi e cartaginesi non commerciavano solo con i celti, ma anche con gli stessi greci i cui prodotti (specialmente la ceramica attica e corinzia) erano molto apprezzati in tutti i principali centri etruschi. 




1 commento:

  1. scrive RoBer:
    .. I...Persiani di Nabucodonosor II la dice tutta.

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