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sabato 15 febbraio 2014

Un dimostrativo protosardo

Un dimostrativo protosardo
di Massimo Pittau


a-, te-, ti-, tu-; tha-, the-, thi-, thu-; tza-, tze-, tzi-, tzu-: prefisso corrispondente a un originario articolo determinativo sardiano o protosardo, il quale in seguito è stato agglutinato e talvolta confuso e fuso con l'altro neolatino e neosardo su, sa «il, lo, la» (dal lat. ipsu-a);
è affine geneticamente agli artic. greco to, ted. der, die, das, ingl. the, ecc. (indeur.) e inoltre al pronome dimostrativo etrusco ta «questo».
Vedi nichele, taniqele «(il) coso»; tithibeddu «fuliggine»; túmbaru«cicerbita», tutúmbaru «euforbia»; túnniu, tuntunnu «fungo»; t(h)urru, tuttúrrihe «rivolo»; thalaquqa «lumacone nudo»; tanda «papavero» (da un *t'anda = «il fiore»); thilicuccu «gòngilo»; thulungrone «lombrico»; tilipirche «cavalletta»; trocco «argilla speciale»; tuttussi «rosa canina»; lat. alnus «alno» > sardo álinu«alno», topon. Tálinos (Orani); lat. cinis,-eris «cenere», sardo chinisa, thighinisa «cenere incandescente»; lat. lacerta «lucertola», sardo thalaqerta, tilicherta«lucertola»; tulchis, tuttulche, thuthurchi «Daphne gnidium L.».
Toponimi Taunele (= ta unele «la volpe», Bitti), Tilèppere (Mara e Pozzomaggiore) «la lepre»,Tivuddari (búddaru, budduri, bidduri «cicuta») (Scano M.).

Come si vede dagli esempi citati, questo prefisso preferibilmente si antepone a vocaboli inizianti con la liquida l-: ciò probabilmente si spiega per influsso del fatto che nella lingua sardiana sarà esistito anche un prefisso oppure un vocabolo a sé *tili- che entrava in composizione con altri.
Cfr. lat. buda, berbero tabuda «tifa»; greco myrhíkē, lat. tamaricē «tamerice» (NPRA 255) forse per tramite etrusco (LISPR 186, 187; LCS II 3).

***Estratto dall'opera di Massimo Pittau, Nuovo Vocabolario della Lingua sarda - fraseologico ed etimologico" edizione elettronica accresciuta ed emendata, "Ipazia Books" (Amazon)

venerdì 14 febbraio 2014

Sulla navigazione estrema nell'antichità

Sulla navigazione estrema nell’antichità
di Enrico Pantalone


Si parla sempre di fatti e storia riguardante lo svolgersi della vita quotidiana sulla terraferma e dei grandi trasferimenti a cavallo, di marce o di esodi. Si parla poco, invece, degli spostamenti marittimi: proviamo a immaginare come si praticasse la navigazione sul Mediterraneo (e oltre) al tempo più antico dei fenici, dei greci, degli etruschi, dei cartaginesi e dei romani, cioè di chi maggiormente utilizzava le imbarcazioni per muoversi o per commerciare.
Normalmente, se i venti erano propizi, l’avventura poteva iniziare, altrimenti il rischio di rimanere al palo era forte: non avendo possibilità di stoccare grandi riserve d’acqua dolce, era scontata la navigazione sotto costa che permetteva di tenere sempre l’occhio vigile e pronto nel caso s'avesse avuto bisogno di un rifornimento.
Formaggio ovino, carne seccata e salata, vino di tipo cretese (quello da tagliare con l’acqua) costituivano i pasti quotidiani dei marinai. Il pesce pescato non poteva essere cucinato sulla nave per evitare incendi (visto la consistenza legnosa delle imbarcazioni tutto ponte) e si consumava, salvo eccezioni, solo sulla terraferma.
Tutti i marinai antichi, come sappiamo dai racconti degli storici e dei letterati (e dalle leggende) erano anche buoni combattenti, esperti esploratori e mercanti. Le traversate non erano sempre piacevoli, e credo sia interessante comprendere come vivevano la navigazione i civili e i soldati.
Come potevano passare il tempo stipati in poche decine di metri?
E’ sufficiente andare su una moderna barca a vela per capire che il tempo e movimenti in mare sono relativi.
Un militare abituato a marciare per chilometri durante il giorno, si trovava a dover restare immobile in uno spazio angusto, privo della libertà di movimento cui era abituato, fattore che doveva essere indigesto ai più, poiché la nave media difficilmente superava i 15 metri di lunghezza.
Doveva quindi essere necessario trovare il modo per far trascorrere le giornate e diventava così indispensabile l'arte del discorrere, unica panacea possibile e attuabile in quello spazio.
Le navi militari in genere erano più piccole rispetto a quelle mercantili, quindi disponevano di minore spazio vitale. Le navi da carico sviluppavano una velatura maggiore, quindi erano più potenti e rendevano possibile un aumento del cabotaggio e di conseguenza dello spazio disponibile per persona.
Gli antichi popoli che sviluppavano l'arte della navigazione non differivano molto nell'utilizzo di tecniche e manovre: un buon marinaio poteva lavorare con greci, etruschi, fenici, romani e cartaginesi in maniera similare.
Questo perché gli strumenti erano ridotti: lo scandaglio la faceva ancora da padrone anche se la lettura della volta celeste e di rudimentali mappe iniziava a migliorare i percorsi riducendo i giorni a bordo.
A volte si preferiva allontanarsi dalla costa e sfruttare i venti, ma si doveva sempre tenere in conto l’approvvigionamento di acqua potabile, e gli approdi amici erano di vitale importanza per le traversate.
Proprio la colonizzazione dei territori orientali sul Mediterraneo e sul Mar Nero fu una diretta conseguenza di questo modo d’operare e le felici posizioni geografiche che gli esperti navigatori riuscivano a trovare, divennero luoghi nei quali giunsero gruppi di uomini che cercavano fortuna lontano dalla patria natia.
Il Mediterraneo e il Mar Nero erano ben conosciuti, differente invece era l’approccio al leggendario mare sconosciuto oltre le Colonne d’Ercole, e
l’occupazione militare in quelle zone non fu mai presa in reale considerazione per problemi legati alla logistica e alla difficoltà di trasferimenti d’ingenti forze umane in terre poco conosciute e ritenute inospitali.
Si pensa che solo i fenici intrapresero una colonizzazione sistematica di queste terre ma, nonostante la ricerca storica vada avanti, non s’è certi della riuscita in questo senso.
I greci furono tentati dall’avventura, avendo come base Marsiglia, ma preferirono spostarsi a nord attraverso il territorio e nel Mediterraneo stabilirono accordi commerciali con gli etruschi e i cartaginesi per dividere spese e rischi.
Il ruolo principale fu sicuramente quello dei mercanti, tanto che anche Scipione l’Emiliano ne interrogò parecchi, forse tentato da qualche avventura verso nuove terre. Tuttavia le notizie su merci e manufatti sull’Atlantico non dovevano apparire così vantaggiose, infatti preferì non affrontare il rischio del disastro che poi avrebbe dovuto spiegare in Senato.
Rimane da indagare il motivo dell’assenza di rotte commerciali verso il sud dell’Africa, considerato che si poteva sempre viaggiare con punti di riferimento sottocosta. Forse il clima mite mediterraneo fu uno dei punti decisivi per questo tipo di scelta.

Fonte: www.enricopantalone.com

giovedì 13 febbraio 2014

Firenze, sotto gli Uffizi i resti di una necropoli del V secolo con 60 scheletri, forse vittime di una pestilenza.

Firenze, sotto gli Uffizi i resti di una necropoli del V secolo con 60 scheletri, forse vittime di una pestilenza.

Decimati dalla peste proveniente da Oriente. Un destino terribile, da scoprire e chiarire come in un thriller storico, quello toccato ai fiorentini di cui, 1.500 anni dopo, si sono trovati i resti in una necropoli trovata sotto uno dei musei più celebri del mondo, gli Uffizi. Questa straordinaria scoperta è avvenuta nel corso degli scavi per il cantiere dei nuovi Uffizi, in una piccola porzione dell'area cimiteriale più vasta, risalente al V-VI secolo d.C., che offre un’eccezionale foto istantanea della catastrofe avvenuta nella Firenze altomedievale. Sessanta scheletri affiancati testa-piedi, in una posizione che indicherebbe fretta di sepoltura e necessità di ottimizzare lo spazio per seppellire molti cadaveri, probabilmente in concomitanza con l'insorgere di un'epidemia.
I risultati dello scavo sono stati presentati questa mattina dalla sovrintendente del Polo Museale Fiorentino, Cristina Acidini, da Isabella Lapi, direttore regionale per i beni e le attività culturali della Toscana, Alessandra Marino, soprintendente per i beni architettonici, paesaggistici, storici, artistici ed etnoantropologici per le province di Firenze, Pistoia e Prato, Andrea Pessina, soprintendente per i beni archeologici della Toscana, e Antonio Natali, direttore della Galleria degli Uffizi.
«I resti portati alla luce con un lavoro di cinque mesi - ha spiegato il sovrintendente Pessina -, saranno sottoposti all'analisi del Dna e, per la cronologia, all'esame del carbonio 14. Si potrà quindi accertare la causa della morte, ossia l'agente patogeno che la provocò. Al contempo potremo ottenere molte altre informazioni sugli abitanti dell'epoca, ad esempio alimentazione, patologie e stress da lavoro».

È stata già esclusa l'ipotesi di un eccidio in relazione alle varie invasioni barbariche. Gli scheletri non presentano traumi mortali da ferite. Le sepolture - più fosse comuni- farebbero escludere la morte per fame in fase d'assedio o per malattie. Rimane, dunque, secondo gli esperti, la sola possibilità di una morìa imponente e rapida come quelle che si verificano nel corso di un'epidemia ad alto contagio e ad evoluzione acuta e mortale, come per esempio la peste, il colera, la dissenteria o quella che per noi, ora, è una banale influenza.
«Da questo ritrovamento - spiega la direttrice del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, Carlotta Cianferoni - ci si aspetta di chiarire meglio un periodo che è abbastanza oscuro della storia della città perché dopo i clamori e gli splendori della Florentia Adrianea, II e III secolo, noi abbiamo un periodo di cui sappiamo poco di Firenze. Sappiamo che si è progressivamente ristretta, alcuni tratti di mura sono stati abbattuti e quindi questo scavo ci potrà molto aiutare nel riempire questi vuoti».
Si sa che l'area, a sud del circuito murario romano, era periodicamente occupata dall'Arno che vi depositava i suoi sedimenti. Occasionalmente, secondo le indagini condotte finora, era utilizzata come deposito di materiali edilizi e lapidei. L'ipotesi è che questa attività, legata alle fasi di "secca" dell'Arno e caratterizzata dagli scarichi di materiali di risulta, si sia interrotta proprio per un nuovo utilizzo, per l'appunto come necropoli. Tutte le fasi di rinvenimento e studio sono e saranno riprese in 3D per un futuro utilizzo museale.

mercoledì 12 febbraio 2014

Capo Malfatano, uno straordinario porto antico da 400 navi dedicato a Melqart, l’Ercole dei cartaginesi.

Capo Malfatano, uno straordinario porto antico da 400 navi dedicato a Melqart, l’Ercole dei cartaginesi.
di Sergio Frau



Teulada (Cagliari)
Persino per parlarne c'è bisogno di tutto il Mediterraneo. La grande rada si spalanca improvvisa nel granito della costa sud-occidentale, subito dopo uno sperone di roccia strapiombato a mare che gli arabi battezzarono Amal Fatah ovvero il luogo della Speranza. Oggi si chiama Capo Malfatano. La prima Africa, quella dei sassi belli di Cartagine, è lì davanti, proprio in faccia, a 100 miglia marine verso sud, dritto per dritto 24 ore di vela se il mare è quello giusto.

Il vento di qui è il grecale. Talvolta, però, pure lo suluk-scirocco vi si alterna al mistral-maestrale. Nei suoi fondali sabbiosi l'acqua sballotta una prateria di poseidonie che - solo si è davvero dell' umore giusto e in pace con il mondo intero - sembrano danzare per te. Basta una maschera, e saper nuotare anche così così, per vederle otto nove metri sotto di sé. A interrompere la spianata sommersa - tutta sabbia tranquilla, alghe e zig zag di pesci mezzi matti - c'è una colossale muraglia formata da pietre giganti. Te la trovi sotto la pancia a un metro e mezzo, due sotto il filo dell'acqua e, se non fosse per tutti quei ricci che la fanno a pois, nei punti più alti ci si potrebbe appoggiare con i piedi a prender fiato e sputare nella maschera per farla nitida. A seguire il muraglione si va avanti, nuotandoci sopra, per una novantina di metri fino alla riva. E - solo perché te l'hanno detto - ti accorgi che molti di quegli scogli sono squadrati, o sagomati a incastro, o ancora sovrapposti ad arte uno sull' altro. Molti di quelli degli strati più alti devono essere stati sbattuti giù da onde e millenni; gli altri sono ancora al loro posto, compatti l'un l'altro. Dalla sponda opposta, simmetrica, un'altra muraglia giganteggia dal fondale per 110 metri finquando non si blocca per lasciare un varco di 240 metri di acqua alta libera, e solo sabbia sotto: l'accesso alla spiaggia della rada che è due chilometri e mezzo più in là.

"Potrebbe essere il Porto di Melqart, l'Ercole dei Cartaginesi. E' comunque la più grande struttura portuale antica che il Mediterraneo ci abbia mai restituito finora. Anche le antiche carte di Tolomeo parlano di un Portus Erculi proprio da queste parti e certo non è una coincidenza", spiega Paolo Bernardini, archeologo della Soprintendenza che, appassionato specialista dell'avventura fenicio-punica in Sardegna, la zona se l'è studiata per bene. E prosegue: "Dentro c'entravano, ormeggiate, anche 400 grandi navi. Poteva essere proprio questa la base d' oltremare per la flotta militare cartaginese che da qui - e da Utica e Cartagine, proprio di fronte, sulla costa tunisina - bloccò a tenaglia il traffico con il Mediterraneo occidentale fino all' ultima guerra punica, quella del 146 avanti Cristo con cui i Romani sfondarono fino a Gibilterra".

Nicola Porcu, da anni ispettore onorario della stessa soprintendenza per i suoi meriti di ricercatore subacqueo, che questo colossale porto ha scoperto, aggiunge: "Chi arrivava qui era finalmente al sicuro e, certo, faceva sacrifici proprio a Melqart, il dio che proteggeva i viaggi per mare. Ce n'era bisogno, era un mare davvero cattivo quello di allora: nei fondali qui intorno anfore e ancore e cocci raccontano ancora oggi di antichi naufragi". E Bernardini: "Basta osservare tutti i nuraghes che circondano la rada, per rendersi conto che il porto può esserci stato fin dall'età nuragica. Le ultime tracce, però, sono romane e medievali. Due calette più in là, verso Teulada, si vedono ancora le cave da cui i massi per costruirlo furono presi". Nella rada deve esserci ancora l'ira di dio di roba: strade, mura che affiorano, i magazzini del rimessaggio, forse un tempio, forse la conferma dell' origine punica del porto... Bernardini: "E' una zona - questa compresa tra Tharros e Nora, le due capitali sarde della civiltà fenicio punica - che, piena di vita com' era, già ci ha permesso di riscrivere la storia e le datazioni di quel capitolo della Sardegna. Grazie ad alcune case ritrovate dieci anni fa a Sulci ora sappiamo di dover fare arrivare i primi Fenici (termine che, all' inizio, significa genericamente quelli dalla pelle rossa) nell' ottavo secolo avanti Cristo e non più nel sesto o settimo come si credeva prima. E, sempre con i ritrovamenti, ci siamo resi conto di quanto andassero d' accordo quei primi mercanti avventurieri e danarosi con le popolazioni locali, tutte contente di vendere a buon prezzo rifornimenti e merci. Con i punici no! Cambia davvero tutto: defenestrate le élites locali, deportate popolazioni intere, sostituite da genti del Nord Africa; e poi stragi, tasse e mano pesante; e spie, e sorveglianza...". Fu allora, forse, che qualcuno se ne uscì con quel "Bucca tupada, bucca indorada: bocca tappata, bocca dorata" che ancora gira come proverbio.

Talvolta, però, si esagera: la Sardegna, ancor oggi, non ha ufficio stampa. O se ce l' ha non funziona. Così può capitare - è capitato - che si rintracci sott'acqua non solo questo porto ritenuto da tutti il più importante mai ritrovato finora, ma anche - adagiate sotto la schifosa fanghiglia nerastra (ma sacrosanta visto che ha protetto tutto a perfezione) di Santa Gilla, uno stagno distante una quarantina di chilometri dall' antico porto, proprio di fianco a Cagliari - centinaia e centinaia di anfore ancora piene di roba da mangiare (di tutto un po' , ma mai maiale) pronta per essere stivata, e maschere di terracotta e manufatti e tegole decorate - una specie di Pompei del commercio punico-mediterraneo, insomma - e nessuno "in continente" ne sappia nulla e quindi ne parli adeguatamente. A questo punto sarebbe bello poter annunciare anche che - sempre a causa della mancanza di un ufficio stampa adeguato - in giro non si è saputo neppure che nelle due zone del Porto grande e dello Stagno di Santa Gilla sta ora partendo una poderosa campagna di archeologia subacquea, e che la Sardegna ha chiesto aiuto - e soldi buoni - all'Europa che glieli ha dati per cercare lì dentro la nostra storia comune. E che sarà un colossale cantiere archeologico, aiutato dalle università e visitabile da tutti in una zona bellissima e miracolasamente ancora intatta (i Monzino, ex Rinascente, padroni di tutto da quelle parti, non hanno mai distrutto nulla). E che il cantiere darà lavoro a centinaia di giovani ricercatori. E che - come succede in Egitto - si faciliteranno gli scavi anche a équipe archeologiche straniere. E che la roba - man mano che verrà trovata, verrà sì restaurata ma subito dopo esposta in zona con piccoli e grandi nuovi musei adeguati. E che per tutta la costa tra Cagliari e Oristano - quella con dentro il Sulcis bastonato a morte dalla disoccupazione delle miniere chiuse - sarà una nuova età dell'oro dato che chiunque si interessi di archeologia - una volta visti gli splendori di Tharros e Nora, le due Cartagini di qui - dovrà per forza visitare il colossale porto che racconta l' apogeo della vita di mare di qui e, forse, l' inizio della fine per la civiltà nuragica. E che persino il vecchio Progettone della carta del mare e dei tesori che qui nasconde è, finalmente, diventato realtà. E che...

Purtroppo, però, stavolta non è questione di ufficio stampa... Non solo per indagare sul passato archeologico - nuragico, fenicio, punico, romano, bizantino - dell'isola ci sono sì e no 700 milioni di lire (non di Euro) l' anno in tutto (il costo di una puntata particolarmente economica di un qualsiasi Fantastico; o di un paio di chilometri di autostrada; 250 volte meno di quel che si è speso finora per un faraonico porto-canale nato morto proprio nella zona dello stagno), ma tutto il territorio di Cagliari nasconde a perfezione i suoi antichi trofei. Da quando fu scoperto, tre anni fa, al Porto grande nessuno ha più indagato. Ferme anche le ricerche a Santa Gilla. Persino i materiali trovati lì sono sepolti in magazzini inaccessibili. Niente di strano: dei tesori che terra e mare di Sardegna restituiscono da anni, un centesimo appena è quello esposto da quando, sette anni fa, è stato chiuso il vecchio Regio Museo, uno strampalato, mirabolante bazaar di meraviglie nuragiche e mediterranee che nella sua confusione aveva, però, un gran fascino. Ora poche vetrinette - ordinatine, ma come di una farmacia - annunciano da anni che il nuovo museo, prima o poi, sarà completo. Fatto sta che della Sardegna si capisce di più vedendo la piccola, preziosa mostra I Fenici in Sardegna, in questi giorni ai Musei Civici di Milano, che sbattendosi in giro per i musei del Cagliaritano. Ma se ricerca e valorizzazione delle antichità sarde vanno a rilento, in compenso - proprio nelle zone archeologiche - c'è un superattivismo immobiliare - benedetto da tutti Regione, Soprintendenza e Legambiente comprese - che rischia di seppellire sotto il cemento armato interi capitoli della nostra storia. Già a Santa Gilla non solo il porto-canale e le sue ruspe fanno disastri facendo spostare gli stessi fenicotteri che hanno fatto ricca la Camargue, ma un centro commerciale s'è mangiato con le sue fondamenta le strutture del porto romano di Scipione.
Ora, poi, anche Tuvixeddu, una delle più maestose necropoli puniche esistenti nel Mediterraneo arroccata su in alto, nel centro di Cagliari, rischia una di quelle valorizzazioni che solo gli immobiliaristi di qualità sanno prospettare a un Comune: un bel complesso di palazzoni vista-tombe tutt'intorno, alla faccia della scaramanzia, e dei vincoli, e del fatto che l'intera zona è stata definita dall'Unesco patrimonio dell'umanità.


Fonte: La Repubblica del 6 Agosto 1999

martedì 11 febbraio 2014

L’antica città sommersa di Pavlopetri, un florido porto provvisto di mercato che si inabissò 3000 anni fa.

L’antica città sommersa di Pavlopetri, un florido porto provvisto di mercato che si inabissò 3000 anni fa.

Circa 5000 anni fa, fu edificata una città costiera abitata da una civiltà avanzata. Poi accadde un cataclisma e il sito scomparve sotto il mare. Atlantide? No, è Pavlopetri, una città sommersa al largo della costa sud della Laconia, nel Peloponneso, Grecia.
Secondo gli studiosi, Pavlopetri è una delle città sommerse più antiche del pianeta. Si tratta di un sito archeologico unico nel suo genere con edifici, strade, cortili e tombe. Gli archeologi hanno contato almeno 15 edifici ben conservati, con pareti realizzate in aeolianite, una roccia composta dalla litificazione dei sedimenti prodotti dall’azione erosiva del vento, ma anche di roccia arenaria e blocchi di calcare, tutte assemblate rigorosamente senza malta. La città copre un’area di otto ettari e pare cristallizzata nel tempo: un’intera città del bronzo, un legame tra il nostro passato e l’epoca contemporanea.
Fu scoperta casualmente nel 1967 dall’oceanografo Nicholas Flemming, durante la ricerca di prove sul cambiamento del livello del mare. L’anno seguente un team di archeologi dell’Università di Cambridge eseguì una mappatura dettagliata del sito. Nonostante il grandissimo interesse archeologico della scoperta, nessun’altra esplorazione fu eseguita fino al 2011, quando Jon Henderson, ricercatore presso l’Università di Nottingham, ha risvegliato l’interesse su quella Pompei subacquea.

Grazie alla collaborazione offerta del Ministero della Cultura Ellenico, Henderson ha guidato un team della British School at Athens per registrare e ricostruire digitalmente l’aspetto dell’antica città. Secondo gli archeologi di Nottingham, la fondazione del complesso urbano risalirebbe al tardo Neolitico (2800-1100 a.C.). Lo proverebbe il ritrovamento di alcune ceramiche risalenti a 5.000 anni fa.
Come spiega lo stesso Henderson sull’Huffington Post, Pavlopetri non era una città di semplici agricoltori, ma una città portuale che ospitava una società sofisticata, con abitazioni su due piani e una rete stradale ben pianificata.
Gli edifici più grandi sembrano essere quelli pubblici, mentre altri indizi fanno ipotizzare che la città conoscesse i sistemi per la gestione dell’acqua. Le case private avevano giardini, cortili e mura di confine ben definite. Molto simile alle nostre zone residenziali suburbane, costituiva una novità sullo scenario dell’epoca: non una città basata su divinità o re, ma basata sul commercio e l’economia. Come città portuale, doveva essere crocevia di un inebriante mix culturale.
Come le moderne città costiere, la sua ricchezza era stata costruita grazie al commercio, con operatori in contatto con le ultime innovazioni e all’avanguardia sulle mode e le tendenze dell’epoca.

Le scoperte di Henderson hanno permesso di comparare Pavlopetri alle moderne città portuali, quali Liverpool, Shangai, Londra, New York, San Francisco e Tokyo. La società era molto complessa con funzionari, scrittori, mercanti, commercianti, artisti, artigiani, maestri nell’arte delle ceramica e nella lavorazione del bronzo. Ma c’erano anche soldati, marinai, contadini e pastori. Fu un insediamento dell’età del bronzo con un’organizzazione gerarchica dove tutti avevano un ruolo ben definito, in maniera simile alle nostre società moderne.
Sparsi su tutto il fondale di Pevlopetri, gli archeologi hanno trovato centinaia di grandi serbatoi di stoccaggio che potevano essere facilmente caricati sulle navi per trasportare olio, vino, coloranti, profumi e piccoli oggetti come statuette e ceramiche da tavola. Il grande numero di ritrovamenti suggerisce che la città fosse in possesso di un complesso sistema centralizzato di archiviazione, dato che tutte le operazioni di carico e scarico richiedevano un livello avanzato di gestione amministrativa e contabile, al fine di tenere traccia delle importazioni e delle esportazioni. E’ probabile che queste operazioni fossero registrate per iscritto, quindi Pavlopetri potrebbe fornire la prima forma di scrittura in Europa, ma nessuna prova definitiva è stata ancora trovata.
Gli archeologi ritengono che la città sia sprofondata nelle acque del mare intorno al 1000 a.C., a seguito di tre terremoti che colpirono la zona. La città fu ovviamente abbandonata e, sebbene l’erosione causata dal passare dei millenni, la città conserva ancora intatta la struttura urbana antica.


Il video realizzato dai ricercatori dell'Università di Nothingam

lunedì 10 febbraio 2014

Archeologia: trovati gusci di uovo utilizzati come amuleti nell'antica Sardi.

Archeologia: trovati gusci di uovo utilizzati come amuleti nell'antica Sardi.

Gli abitanti di Sardi, antica capitale del regno di Lidia oggi in Turchia, spesero decenni a ricostruire la città dopo un devastante terremoto nel 17 d.C. Per allontanare i demoni e i futuri disastri, alcuni abitanti potrebbero aver utilizzato dei gusci d’uovo sotto i loro nuovi pavimenti come rituali per allontanare forze maligne.

Qualche mese fa, gli archeologi scavavano un edificio di Sardi quando, sotto il pavimento, hanno portato alla luce due particolari contenitori con dentro piccoli oggetti di bronzo, un guscio d’uovo e due monete, il tutto proprio sopra le rovine di una costruzione precedente distrutta dal terremoto.
Uno dei gusci d’uovo è stato trovato sorprendentemente intatto. “È fantastico. Si riesce quasi a vedere dove incisero il cerchio”, commenta Elizabeth Raubolt, dell’Università del Missouri.
Raubolt ha lavorato negli scavi di Sardi in qualità di specialista di ceramiche romane. Alla presentazione dei risultati dell’ultima campagna archeologica, ha notato che diversi rituali nel mondo antico coinvolgevano uova.

Lo storico romano Plinio scrisse di come le persone rompevano o bucavano i gusci d’uovo per allontanare i malefici. In Iraq e in Iran sono stati rinvenuti gusci all’interno di “trappole per demoni” per attirare e disarmare le forze malevoli. A volte, delle uova intere venivano sepolte alla porta di qualcuno per lanciargli una maledizione.
A Sardi, già negli anni ’60 erano stati rinvenuti dei depositi rituali simili. Sotto il pavimento di alcuni edifici furono posti 30 vasi risalenti al regno di Lidia, cioè verso la metà del I Millennio a.C., contenenti pugnali di ferro e scheletri di cani con segni di macellazione.

Raubolt pensa che i gusci di Sardi servissero per proteggere gli abitanti di questo edificio dalle forze maligne, dai terremoti e dalle maledizioni lanciate sotto forma di malocchio.
Il numismatico Jane Evans, dell’Università Temple di Filadelfia, ha datato le due monete al regno di Nerone, cioè tra il 54 e il 68 d.C., dimostrando che quelle offerte risalgono a qualche decennio dopo il terremoto.

domenica 9 febbraio 2014

Scrittura antica. Iscrizione punica dal Tempio di Antas - Dedica a Ṣid e offerta di una statuina di Shadrapha

Iscrizione punica dal Tempio di Antas - Dedica a Ṣid e offerta di una statuina di Shadrapha
di Roberto Casti


L'iscrizione a caratteri punici che presentiamo oggi è una dedica votiva a Ṣid incisa attorno ad una base cilindrica intagliata nel marmo che fungeva da supporto di un oggetto votivo (con tutta probabilità una statuina della divinità Shadrapha); si tratta di due distinti frammenti ritrovati in due momenti diversi nel corso della campagna di scavi effettuati negli anni 1967-1968 nell'area circostante il tempio di Antas a Fluminimaggiore. Della dedica restano solo la parte iniziale e quella finale. Cronologia: fine IV - inizi III sec. a.C.
Museo Archeologico Nazionale di Cagliari.

Trascrizione

Primo frammento: L'DN LṢD 'DR BBY MŠ ŠDRP'......

Secondo frammento: ……[ ' ]DNB'L

Traduzione

Al Signore, a Ṣid potente (o glorioso) BBY, statua di Shadrapha [ ..... A]dnbaal.

Così traduceva Fantar: Au seigneur, à Ṣid puissant de Abi, statue de Shadrapha….. A]donibaal.

Annotazioni

L’anomalia dell’assenza di aleph nell’appellativo BBY rispetto alla consueta attestazione B’BY delle altre iscrizioni con dedica a Ṣid ci induce a scartare definitivamente l’ipotesi di Fantar che ritiene possa indicare il luogo di provenienza o di devozione della divinità. Potrebbe essere invece un termine indigeno fatto proprio dai punici alla stessa stregua dell’analogo appellativo Bab[…]correlato al Sardus Pater in età romana che ancora oggi leggiamo sul frontone del Tempio di Antas.

Riferimenti bibliografici

A. Caquot, Chadrapha, à propos de quelques articles récents, in Syria XXIX, Paris 1952 pp. 74-88;

M. Fantar, Ricerche puniche ad Antas, Inscription IX, Rapporto preliminare delle Campagne di scavi 1967 e 1968 in Studi Semitici 30, Istituto di Studi del Vicino Oriente, Università di Roma 1969 pp. 79 -81; Tav. XXXVII 1, 2;

M.G. Amadasi Guzzo, Iscrizioni fenicie e puniche in Italia, (IFPI) MBCA, Istituto Poligrafico dello Stato 1990 p. 115 fig. 17 (a-b);

F. Mazza, B'BY nelle iscrizioni di Antas: dati per una nuova proposta, in Rivista di Studi Fenici Vol. XVI Roma 1988 pp. 47-56;

E. Lipinski, Dieux et Déesses de l’Univers Phéniciens et Puniques, in Studia Phoenicia XIV Orientalia Lovaniensia Analecta, Leuven 1995 pp. 195-198; pp. 332-350.

Giuseppe Minunno, Considerazioni sul culto di Antas, in EVO XXVIII, 2005 pp. 269-285 (ivi ulteriore bibliografia);

H. Dridi, Entre autochtones et Puniques: quelle identité our Sid a Antas (Sardaigne), in A. Ferjaoui (ed.), Carthage et les autochtones de son empire du temps de Zama. Colloque international organisé à Siliana et Tunis du 10 au 13 Mars 2004 par l'Institut National du Patrimoine et l'Association de Sauvegarde du site de Zama. Hommage à Mhamed Hassine Fantar, Tunis 2010, 161-168.

sabato 8 febbraio 2014

Artemide e la prostituzione sacra in Sardegna.

Artemide e la prostituzione sacra in Sardegna
di Massimo Pittau


Nella Lidia in Asia Minore – terra di origine dei Sardi, dalla cui capitale Sardis hanno derivato il loro nome - era venerata come una divinità nazionale Artemide, alla quale era dedicato un famoso santuario nella capitale Sardis (Artemide Sardiana) e uno ancora più famoso ad Efeso (Artemide Efesia); quest'ultimo era tanto grandioso e splendido che veniva incluso nel novero delle «Sette Meraviglie del Mondo». Efeso era diventata una colonia greca della Ionia, ma in precedenza era stata una città della Lidia, come fa intendere anche Erodoto (I, 142).
In Sardegna alcuni riscontri toponomastici ci suggeriscono con grande verosimiglianza che anche nell'Isola era conosciuto e praticato il culto della lidia Artemide. Il primo consiste nella denominazione del villaggio di Assèmini, situato nell'apice nord-occidentale della laguna di Santa Gilla di Cagliari, che nel medioevo si diceva Arsemine\1\. Nei tempi antichi, prima che la laguna venisse parzialmente interrata dai detriti dei fiumi Mannu e Cixerri, Assemini costituiva un centro marittimo assai importante, perché risultava il più avanzato nella direzione della pianura del Campidano e della vallata del Cixerri.
Siccome nella lingua lidia Artemide si diceva propriamente Artimuś, si deve supporre che questo nome di divinità abbia subìto un processo di adattamento alla fonologia della lingua greca e dopo a quella latina, sino a trasformarsi nel sardo medioevale Arsemine, il quale presuppone appunto un lat. Artemide(m). Il passaggio da Artemide(m) ad Arsemine sarà avvenuto attraverso la forma del teonimo, realmente documentata in Sardegna da una iscrizione latina, Arthemide(m)\2\.
È molto probabile che Assemini sia stato il primo e il principale punto di approdo dei Sardiani provenienti dalla Lidia, che sia diventato il loro centro più importante e che appunto per questo sia stato consacrato alla grande dea della madrepatria anatolica, derivandone la propria denominazione teoforica o sacrale.
Inoltre è probabile che pure il villaggio di Serdiana, che dista una decina di chilometri da Assemini, tragga la sua denominazione dalla già citata Artemide Sardiana. Ed è dunque molto verosimile che esistesse una distinzione di natura rituale: che cioè Assemini fosse dedicata ad Artemide Efesia, quella venerata ad Efeso, e Serdiana fosse dedicata ad Artemide Sardiana, quella venerata a Sardis\3\.
Connessa col culto di Artemide anatolica in generale e di quella lidia in particolare era l'usanza della «prostituzione sacra», quella che viene accennata dallo stesso Erodoto nel lungo passo che abbiamo visto poco fa\4\, usanza che risulta quasi sicuramente documentata anche per la Sardegna antica e che ha tramandato uno stupefacente relitto etnografico fino alla metà del secolo XIX dopo Cristo.
Il noto gesuita Antonio Bresciani infatti parla in maniera esplicita di resti in Sardegna dell'antica prostituzione sacra citando questa usanza della Sardegna della metà dell'Ottocento: «Ove ammali qualche persona assai gravemente, e sienlesi applicati indarno i più efficaci rimedi dell'arte, uno della famiglia esce tacitamente di casa, e va secreto, che altri nol vegga, verso la casa d'una qualche femmina che nella Terra abbia voce e nota d'impudica: ed ivi presso il limitare dell'uscio di costei raccoglie di terra alcune petruzze che la mala donna dee per certo aver tocco e calcato co' suoi piedi; se le serra in mano, come se perle e gemme preziose fossero, e dato volta ritorna all'infermo, e le dette petruzze gli pone sul petto, avendo per indubitato che il tocco de' pie' di quella femmina scostumata abbia loro inserto cotanta virtù da guarir del suo male»\5\.
D'altronde io ho ancora vivo il ricordo, da ragazzo, che a Nùoro si diceva che le prostitute esercitassero anche la magia, fossero cioè anche maghiarjas «fattucchiere».

Note

\1\ Cfr. Codex Diplomaticus Sardiniae, I, pg. 180 num. 4; pg. 199 num. 27; pg. 180 num. 5; Sella P., Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV - Sardinia, Città del Vaticano [Roma] 1945, numeri 516, 996, 1452, 1818, 2171, 2398.
\2\ CIL X 7751.
\3\ Distinzioni di questo tipo sono state fatte in tutti i tempi anche nel mondo cristiano, con la consacrazione e la denominazione di un centro abitato ad una Madonna e di un altro ad un'altra: ad esempio Madonna degli Angeli (Ravenna), Madonna del Carmine (Chieti), Madonna delle Grazie (Cuneo), ecc.
\4\ Cfr. Erodoto, I, 93, 94; Ateneo, XII, 11, 515d segg. Altre testimonianze antiche in Pareti L., Le origini etrusche, Firenze 1926, pg. 190.
\5\ Bresciani A., Dei costumi dell'isola di Sardegna, Napoli 1850, vol. II, pgg. 184-186.***

***Estratto dall'opera di Massimo Pittau, Il dominio sui mari dei Popoli Tirreni (Sardi-Nuragici Pelasgi Etruschi), e-book pubblicato dalla editrice digitale «Ipazia Books», 2013 (Amazon).

Nell'immagine: Artemide al Museo del Louvre.

venerdì 7 febbraio 2014

Escursione Marzo: Pozzo Santa Cristina, Monte d'Accoddi, Nuraghe Palmavera, Necropoli Anghelo Ruju

Escursione: Pozzo Santa Cristina, Monte d'Accoddi, Nuraghe Palmavera, Necropoli Anghelo Ruju
a cura di ETSI, Ente Sociale Turismo Isolano.

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15/16 Marzo 2014.
Escursione ad Alghero con pernottamento e visite guidate ai siti archeologici

Sabato 15 marzo
Ore 8,30 partenza con Bus turistico da piazza Giovanni XXIII fronte Telecom
10,30 arrivo a Santa Cristina, visita al pozzo sacro, pranzo in loco.
15,00 partenza per Monte d’Accodi (Porto Torres)
16,15 visita guidata alla Ziqqurat
17,30 partenza per Alghero
18,15 arrivo e sistemazione all’Hotel Catalunya.
20,00 Cena presso l’hotel e pernottamento

Domenica 16 marzo
Ore 8,00 Colazione
9,00 Visita guidata al Nuraghe Palmavera
10,30 Visita guidata necropoli Anghelu Ruiu
11,45 Visita guidata sito Sant’Imbenia
13,15 Pranzo presso Agriturismo Barbagia
16,00 Partenza verso Cagliari
20,00 Arrivo a Cagliari

Prezzo: 135 Euro in bus, compresa tessera annuale ETSI.
Compresi: Bus, 2 pranzi, 1 cena, 1 colazione, 1 pernottamento, tutti gli ingressi ai siti.

Viaggio con mezzi propri 121 Euro, compresa tessera.
Al momento i posti nel bus sono esauriti ed è prevista la partecipazione sono con auto propria.

Organizzazione ETSI, guida turistica Pierluigi Montalbano.
Entro 20/2/2014 effettuare il versamento del 50% della quota per BONIFICO al seguente IBAN:
IT97 F033 5967 6845 1070 0164 895
Intestato a Ente Turismo Sociale Isolano con causale: “contributo sociale escursione Alghero”

Per info e prenotazioni

Giuseppe Vargiu-333.93.19.377

Alessandra Agnesa 349.342.7069

giovedì 6 febbraio 2014

Eventi: conferenza di Dedola e Montalbano a Uta

Eventi: conferenza a Uta

Domenica 9 Febbraio, dalle ore 17.00, presso il centro sociale di Via Argiolas Mannas, la Consulta dei giovani di Uta è lieta di invitarvi al primo dei seminari del ciclo "Sardegna in primo piano", che tratterà le seguenti tematiche:

- Lingua e toponimi, in particolar modo di Uta e del Campidano e le connessioni tra i toponimi e le lingue semitiche (a cura di Salvatore Dedola)

- Archeologia: "Nuraghi, chi li costruì e perché". (a cura di Pierluigi Montalbano).

L'ingresso è gratuito.