Diretto da Pierluigi Montalbano

Ogni giorno un nuovo articolo divulgativo, a fondo pagina i 10 più visitati e la liberatoria per testi e immagini.

Directed by Pierluigi Montalbano
Every day a new article at the bottom of the 10 most visited and disclaimer for text and graphics.
History Archaeology Art Literature Events

Storia Archeologia Arte Letteratura Eventi

Associazione Culturale Honebu

Translate - Traduzione - Select Language

lunedì 13 maggio 2013

Clamorosa scoperta: i Giardini di Babilonia non erano in quella città.

La più grande meraviglia circa i Giardini pensili di Babilonia? Non erano in Babilonia.
di Pierluigi Montalbano


Oxford. Storico raccoglie la prova che dimostra che l'antica meraviglia è situata a 300 chilometri di distanza.
I giardini pensili di Babilonia, una delle sette meraviglie del mondo antico, non erano a Babilonia, sono stati invece trovati a 300 miglia a nord di Ninive, la più grande rivale di Babilonia, secondo un eminente storico di Oxford.
Dopo più di 20 anni di ricerca, il Dr. Stephanie Dalley, dell’Oriental Institute dell'Università di Oxford, ha finalmente messo insieme sufficienti prove per dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che i famosi giardini sono stati costruiti a Ninive dal grande sovrano assiro Sennacherib, e non come gli storici ho sempre pensato dal re Nabucodonosor di Babilonia.
Dr. Dalley per primo propose pubblicamente la sua idea che Ninive, e non Babilonia, era il luogo dei giardini nel 1992, quando la sua ricerca è stata riportata in The Independent, ma ci sono voluti altri due decenni per trovare prove sufficienti per dimostrarlo.
Il lavoro investigativo del Dott. Dall'Acqua, che verrà pubblicato come un libro dalla Oxford University Press a fine mese, ha fornito quattro fondamentali prove.
In primo luogo, dopo aver studiato le descrizioni tardo storiche dei giardini pensili, si rese conto che un bassorilievo dal palazzo di Sennacherib a Ninive in realtà rappresenta alberi che crescono su un colonnato coperto esattamente come descritto nei racconti classici dei giardini.
Questo importante bassorilievo sembra essere stato perso a metà del 19° secolo. Quando è stato scoperto dall'archeologo britannico, Austin Henry Layard, nel 1840, era già in cattive condizioni, e la sua superficie era già in rapido disfacimento. Potrebbe essere stato tra un gruppo di sculture di Layard, trovate a Ninive, perse quando una barca che le trasportava affondò nel fiume Tigri. Per fortuna, un artista impiegato da Layard aveva disegnato il bassorilievo, recentemente riconosciuto dal Dr. Dalley come raffigurante il giardino e riprodotto nel libro di Layard pubblicato a Londra nel 1853.

domenica 12 maggio 2013

Le bambole nell’antichità

Le bambole nell’antichità
di Samantha Lombardi


Il gioco è stato da sempre considerato il prodotto più puro e spirituale dell’uomo nel periodo dell’infanzia e che fa parte della sua vita in ogni sua età. Principalmente giocavano i piccoli per i quali il gioco si praticava spesso imitando le attività degli adulti. Giocattoli uguali un po’ dappertutto: giochi per maschi e giochi per femmine.
Non vi è dubbio che per le femminucce i giocattoli più desiderati furono sempre le bambole; l’unica compagna indivisibile delle bambine di allora, l’amica del cuore, dalla quale si separavano solo al momento del matrimonio; la sorella amorevole che, se morivano giovani o almeno nubili, le accompagnava nella tomba nel loro ultimo infelice viaggio.
E’ proprio nelle tombe, infatti, che si trova la maggior parte di queste bambole, a partire dalle grezze pupazze che, in Grecia, facevano i coroplasti, semplici artigiani che modellavano la creta, che proprio dal nome di bambola prendevano il nome. Ed è probabilmente una di queste pupattole, quella che tiene in mano la bambina raffigurata su una stele funeraria, proveniente dal Kerameikos, oggi nel Museo Nazionale di Atene, e che era distesa con lei dentro la sottostante tomba. Non è soltanto nelle sepolture a Taranto che si trovano quasi sempre le bambole, ma anche nel mondo romano e nel resto del suo impero e, quasi esclusivamente in quelle di giovanissime fanciulle rapite all’affetto della famiglia prima del matrimonio. Era infatti soltanto se si era ancora nubili che si aveva il diritto di tenerle accanto a se. Quando invece le giovani ragazze romane, andavano spose si svolgeva una cerimonia con la quale, alla vigilia delle nozze, la fanciulla si staccava da tutti i propri giochi e, iniziava la sua nuova vita, offrendoli agli dei Lari, protettori della famiglia, davanti ai quali ardeva perennemente il fuoco sacro. Poi, però, le giovani romane presero l’abitudine, come avevano da sempre fatto le loro coetanee greche, di portarli al tempio e donarli alla loro dea preferita.
Ovviamente vi erano molti tipi di bambole a cui veniva dato, immancabilmente, un aspetto adulto, sia che erano di pezza o riempite di stoppa, il cui unico vantaggio era quello di essere morbide. C’erano poi le bambole di creta, alcune ben fatte altre grossolanamente abbozzate, con braccia e gambe snodabili unite al corpo da lunghi perni. Naturalmente era la testa a cui gli artigiani dedicavano più tempo: dopo averla modellata nella creta la arricchivano con elaborate pettinature o copricapi, tutti molti riconducibili all’epoca a cui le bambole in questione appartenevano. Il corredo di queste bambole non si limitava, in ogni caso, unicamente al vestiario, ma erano munite anche di tutto il necessario per l’arredamento della propria casetta, una serie di oggetti in miniatura perfettamente consoni alle loro misure.
In Sicilia e precisamente nell’isola di Lipari, è stata rinvenuta, custodita nella tomba di una bambina vissuta nel V secolo a.C., una piccola bambola di creta, oggi nel Museo Eoliano di Lipari: la stessa, con il busto ben modellato, mostra una piccola testa molto curata con sui capelli, sempre di creta, un copricapo cilindrico ampliato superiormente, le gambe e le braccia, praticamente informi, sono attaccate al corpo mediante perni. I suoi vestiti, oggi ovviamente scomparsi, presumibilmente, dovevano coprire gambe e braccia per copiare l’abbigliamento di una giovane ragazza da marito. La pupae, un tempo vivacemente dipinta, conserva ancora l’azzurro del copricapo, il nero dei capelli e il rosso delle labbra. La bambola, anche se non era perfetta, era corredata da vasellame in miniatura i cui recipienti erano similari a quelli che venivano usati nelle abitazioni dell’epoca.

sabato 11 maggio 2013

I bronzi di Riace

Le statue bronzee di Riace
di Samantha Lombardi


Riace (300 metri s.l.m.), è un piccolo centro in provincia di Reggio Calabria, il paese divenne famoso quando, il 16 agosto del 1972, sul fondale sabbioso di Porto Forticchio, difronte alla località di Agranci, nelle acque del Mar Jonio, a circa 200 metri dalla costa e ad 8-10 metri di profondità, un sub dilettante ritrovò casualmente due grandi statue di bronzo, alte circa 2 metri, differenti fra loro per pochi centimetri di altezza, che riproducevano, in atteggiamento simile, due guerrieri stanti in nudità eroica. L’attenzione del subacqueo fu richiamata da un braccio sinistro (appartenente a quella poi definita statua A), l’unica parte che emergeva dalla sabbia sul fondo del mare. L’anno dopo il ritrovamento delle statue bronzee, gli stessi fondali furono interessati da un’indagine stratigrafica e nel 1981 scrupolose ricerche portarono al rinvenimento di circa 30 anelli in piombo pertinenti alle vele di una nave antica, un frammento di chiglia di nave riconducibile ad un arco cronologico che va dall’età romana all’età bizantina e la maniglia dello scudo imbracciato dal bronzo A.
Dopo il loro recupero, avvenuto con la collaborazione del Nucleo Sommozzatori dei Carabinieri di Messina, che si avvalsero, per il sollevamento delle stesse, di un pallone gonfiato con l’aria delle bombole, le statue, piene di alghe e concrezioni marine lasciate su di loro da una lunga permanenza in acqua, vennero affidate alla Soprintendenza di Reggio Calabria, dove un’equipe di tecnici si dedicò, fino ai primi mesi del 1975, alla pulizia delle statue.
I responsabili della Soprintendenza, consapevoli dell’impossibilità di eseguire un completo e valido restauro delle statue avvalendosi solo dei limitati strumenti che erano a disposizione del proprio laboratorio, decisero di trasferirle al più attrezzato centro di restauro della Soprintendenza di Firenze. L’Opificio delle Pietre Dure, uno dei più qualificati laboratori di restauro del Mondo, provvide sia alla pulizia che alla conservazione delle superfici esterne, per cui, fu necessario svuotare l’interno delle statue ricolme delle terre di fusione e di sabbia frammista a cloruri che avevano innescato pericolosi fenomeni di corrosione. Le operazioni di restauro durarono cinque anni e si conclusero nel dicembre del 1980 con l’inaugurazione di un’esposizione, a loro dedicata, per sei mesi presso il Museo Archeologico di Firenze come pubblico omaggio al notevole lavoro svolto, le statue bronzee, in tutto il loro splendore suscitarono un notevole interesse fra i visitatori. Dopo un’ulteriore esposizione a Roma, nei Musei Capitolini, nel 1981, i Bronzi di Riace (così denominati dal luogo del ritrovamento), tornarono nuovamente a Reggio Calabria per essere collocati nel Museo Archeologico Nazionale. Una nuova operazione di restauro, effettuata negli anni 1992-95, tesa a concluderne lo svuotamento, non allontanò le statue dalla città: un vero e proprio micro-scavo archeologico ha infatti permesso la rimozione della rimanente terra di fusione attraverso l’uso di una sofisticata strumentazione micro-invasiva.

La decisione di restaurare nuovamente i Bronzi di Riace risale al 2009; l’opera di valorizzazione degli stessi prevedeva interventi di diagnostica attraverso speciali tecniche idonee ad individuare il modo migliore per “curarle”. E’ per questo motivo che vennero trasferite a Palazzo Tommaso Campanella dove ebbero inizio le operazioni di restauro. La rimozione che, dal Museo Nazionale della Magna Grecia, che li ha portati nella Sede del Consiglio Regionale della Calabria, è stata un’operazione molto difficile e delicata data la struttura molto fragile delle due statue.

giovedì 9 maggio 2013

Sant'Imbenia (Alghero) - L'evoluzione della società nuragica.


Marco Rendeli
Riflessioni da Sant’Imbenia


I risultati della nuova stagione di scavi nell’abitato nuragico di Sant’Imbenia stimolano una serie di riflessioni sulla organizzazione economica sociale che riguarda non solamente il sito ma anche il suo territorio.

Con questa breve nota si vuole proporre una riflessione su di un tema non nuovo nel panorama della ricerca archeologica in Sardegna, quello della trasformazione che occorre nella società isolana tra età del Bronzo finale ed età del Ferro e delle conseguenze dirette e indirette che esso lascerebbe presupporre. La nuova stagione di scavi iniziata nel 2008 nel villaggio nuragico di Sant’Imbenia
ha prodotto una serie di dati nuovi e, a mio avviso, importanti che potranno influenzare la maniera nella quale leggere e interpretare i dati per una fase che dalla fine del X giunge fino almeno al VII, se non VI a.C. La messa in luce di uno spazio collettivo centrale che calamita attorno a sé una serie di ambienti chiusi e spazi aperti, appare ai miei occhi la punta di un iceberg sotto la quale sono da leggere una serie di eventi che potrebbero aver modificato in maniera sostanziale l’organizzazione, i modelli di produzione e, in generale, la società in questa parte della Sardegna. Il dato archeologico più eclatante a mio parere risiede nella programmazione di quello che potremmo definire un vero e proprio intervento urbanistico che si compie nel villaggio a un dato momento della sua storia: esso coinvolge, riteniamo con tutta evidenza, una serie di più antiche abitazioni che vengono abbattute, pesantemente modificate o entrano a far parte di strutture edilizie complesse a più vani. In questa fase si passa dalla presenza di un’edilizia di tipo circolare, generalmente monovano, a una complessa nella quale vi sono soluzioni differenti. Infatti alcune parti di antiche abitazioni vengono rimodulate nel senso che una parte delle loro murature diventano rettilinee, c’è una grande attenzione alla definizione degli stipiti degli ingressi, si realizzano progetti all’interno dei quali si prevede un’alternanza di vani chiusi e di ambienti aperti. Non appare quindi casuale che all’interno della porzione di villaggio finora scavata risulti presente, nella sua autonomia edilizia, una sola capanna circolare (la cd. “capanna dei ripostigli”): anch’essa però, da quel che si può leggere nei diari di scavo e da quel che si interpreta a un’analisi dei paramenti murari interni, ha subito una profonda ristrutturazione. Infatti l’odierno accesso alla capanna, da sud, non era quello originario: una tamponatura ben visibile sul paramento murario interno induce a ritenere che esso fosse posto a nord. Questa trasformazione può aver avuto luogo nel momento in cui si rialza di quasi un metro la pavimentazione inserendo all’interno della capanna uno spesso strato di terra che livella e funge da livellamento e preparazione per il pavimento in lastrine che vi verrà poi realizzato sopra: questo strato di livellamento è quello che ha restituito importanti frammenti di materiale di importazione greca e fenicia che possono collocarsi cronologicamente fra la fine del IX e la prima metà dell’VIII a.C. (la coppa in fine ware, la coppa a semicerchi pendenti, la coppa a uccelli e la coppa a chevrons).

La ragione per quale si modifica in maniera così sostanziale questo ambiente, a prescindere da un evento traumatico che può avere interessato la capanna e che non possiamo escludere a priori (incendio, crollo parziale), potrebbe essere stata dettata da ragioni differenti: non appare casuale infatti il fatto che l’apertura più antica desse direttamente sull’andito che a oggi rappresenta l’unico accesso diretto, in entrata e in uscita, dello spazio aperto collettivo. Dunque, pur se limitrofa alla piazza, la cosiddetta capanna dei ripostigli acquisisce una diversa “raion d’etre”, che al momento appare ancora sfuggente, ma che la rende come struttura viva all’interno del nuovo piano urbanistico.

Egitto: La Sfinge di Giza ha un grande foro sulla testa.

La Sfinge di Giza ha un grande foro sulla testa
di Pierluigi Montalbano


La Sfinge di Giza sorge a poca distanza dalle piramidi. Fu scolpita in uno sperone di roccia, con testa umana e corpo leonino a cui furono aggiunte la zampe anteriori. Il volto è forse un ritratto di Chefren, deturpato dalle cannonate dei Mamelucchi, che l'avevano usato come tiro a segno.
Il motivo della fusione dei due elementi, zoomorfo e umano, in una scultura monumentalizzata, è ancora oscuro e non esiste neppure un documento sul suo significato religioso. Forse, nel suo aspetto di leone accucciato, doveva vegliare sul complesso funerario delle piramidi, ma non sono mancate altre interpretazioni riguardanti la sua funzione e vi sono ancora alcuni dubbi sulla datazione esatta. Non si sa neppure se la testa e il corpo furono realizzati in tempi assai diversi.
Basandosi sul deterioramento del corpo, alcuni studiosi hanno attribuito alla Sfinge ben 8000 anni in più di quelli accettati ufficialmente: l'erosione della statua non sarebbe stata causata dal vento o dalle tempeste di sabbia, ma dall'acqua piovana che avrebbe investito il millenario colosso durante il periodo postglaciale, dal 10500 a.C. Chefren sarebbe allora solo il restauratore del monumento al quale, con l'occasione, avrebbe dato la sua faccia.
Questa data 10500 a.C., che fa spostare decisamente indietro le lancette della storia, e presupporre l'esistenza di una civiltà evoluta molti millenni prima di quella egiziana, piace ad altri ricercatori che fin dal 1979 hanno aperto un'interminabile querelle.
La Sfinge ha la stessa forma della costellazione del Leone: basta guardare un qualsiasi manuale di astrologia per accorgersene. Ora, nel 10500 a.C. il Sole sorgeva proprio nella costellazione del Leone e la Sfinge, costruita con lo sguardo rivolto verso est, nel giorno dell'equinozio di primavera di quell'anno vedeva sorgere, dietro il Sole, la costellazione del Leone, cioè se stessa.
Tutto ciò, naturalmente, non dimostra scientificamente che la Sfinge sia stata costruita 8000 anni prima di quanto stabilito dalla tradizione, ma per alcuni è un'ipotesi valida quanto quella che attribuisce l'opera a Chefren. Per quale ragione egli l'avrebbe posizionata a oriente, dandole inoltre la forma di una costellazione che la Sfinge non vedeva da molti secoli?
Vista con gli occhi delle stelle, la Sfinge appare quindi come un orologio millenario le cui lancette indicano quel 10500 a.C. che ritorna ossessivamente negli studi sulle piramidi.

Tuttavia, la questione che voglio portare alla vostra attenzione è: cosa fecero i lavoratori nel 1925 sulla testa della Sfinge? Cosa trovarono?
Attualmente non presenta tracce di questo foro. Questa immagine è stata scattata il 15 dicembre 1925, e mostra il restauro di E. Baraize. La prospettiva è interessante perché l'archeologo impegnato nello scavo sta lavorando nel buco prodotto da una corona realizzata sulla testa del monumento.


Nella rara foto del 1925 si nota il foro sulla testa.
Fonte: http://www.griffith.ox.ac.uk/gri/4gi_accessions.htm

mercoledì 8 maggio 2013

Le rotte degli Shardana e gli studi sul sistema metrico dei protosardi, di Giovanni Ugas

Le rotte degli Shardana e gli studi sul sistema metrico dei protosardi
di Giovanni Ugas


Tra i campi di indagine di Giovanni Ugas, docente di Preistoria e Protostoria all’Università di Cagliari, vanno segnalati, oltre agli originali elementi alfabetici nati nell’Isola dopo il periodo nuragico, i sistemi ponderali e metrico lineari in uso nella Sardegna dell’antichità, basati sulla ricorrenza del 5,5 (grammi e centimetri) come parametro ricorrente. Nel contributo che pubblichiamo il professore presenta una breve sintesi dell’articolo “I segni numerali e di scrittura in Sardegna tra l’età del Bronzo e il I Ferro” nel quale affronta la problematica dei codici numerali e di scrittura al tempo dei nuraghi. Questo studio uscirà dalle stampe nella collana di Studi Archeologici “Tharros felix” (V) curata da Raimondo Zucca e da altri docenti archeologi e storici dell’Antichità per conto della casa editrice Carocci di Roma.


È noto che per circa sette secoli, tra l’età del Bronzo medio e finale (all’incirca dal 1600 al 900. C.), le popolazioni sarde furono governate dai capi tribù che risiedevano nei nuraghi mentre il resto della popolazione dimorava nelle modeste abitazioni dei villaggi. Il commercio intertribale era aperto alle transazioni con regioni d’oltre mare e almeno dal XIV a.C. la Sardegna fu raggiunta da contenitori in ceramica dipinta, grandi lingotti ox-hide in rame, manufatti in avorio e vetro del bacino orientale del Mediterraneo, mentre i Sardi navigavano con le loro merci in Sicilia, Grecia e Creta. É chiaro che, allora, i Sardi frequentavano popolazioni che adoperavano la scrittura e non a caso in 8 lingotti in rame importati (forse tramite Creta) sono stati rilevati contrassegni di scrittura lineare egea. Tuttavia, a parte l’esiguo numero e l’origine incerta di questi marchi, non è attestata nell’isola alcuna iscrizione avente almeno due caratteri sillabici insieme e allo stato attuale delle ricerche non esistono ragioni valide per sostenere che nella Sardegna del Tardo Bronzo fosse stato adottato un sistema di scrittura lineare affine a quello egeo, né di altra natura. A partire dal IX a.C., abbattuti i nuraghi, le comunità dei villaggi compirono un passo fondamentale verso una società urbana, sostituendo le residenze dei capi tribali con organismi collegiali e costruendo maestosi edifici pubblici, in particolare sale del consiglio, palestre per i giovani, terme, templi destinati a divinità celesti e dell’acqua. Le condizioni economiche e sociali migliorarono e ben presto i villaggi santuariali accumularono notevoli ricchezze. Allora la Sardegna fu raggiunta da mercanti fenici (che in parte vi si stabilirono), greci ed etruschi, ma non di meno i Sardi lasciarono le tracce dei loro movimenti (ceramiche e artistici bronzi) in Etruria e altre regioni peninsulari, Creta, Africa del Nord e Penisola iberica, mentre qualche Nivola o Sciola protosardo scolpiva le grandiose statue di Mont’e Prama. Non c’è da stupirsi se in questo clima di benessere e di apertura culturale del I Ferro anche in Sardegna maturarono le condizioni per la nascita della scrittura. Oggi si può contare su un complesso di 32 manufatti del I Ferro (IX-VI a.C.), in particolare vasi, pesi da bilancia e lingotti provvisti di 55 segni di scrittura alfabetica. Spesso i grafemi si presentano isolati per registrare misure di peso o di capacità, ma talora possono aver segnalato la proprietà o la fabbrica. Le iscrizioni con due e più grafemi finora individuate sono appena sei, ma le stesse e i segni isolati consentono di definire un omogeneo e originale sistema di scrittura alfabetica connesso con un codice numerale. Le iscrizioni fanno pensare ad un fenomeno d’élite, ma l’articolata distribuzione dei segni in ambito regionale porta a ipotizzare un’ampia diffusione; d’altronde, a oggi, sono assai poco indagati i templi e le sepolture del I Ferro (in particolare del VII-VI a.C.) da cui attendiamo nuove iscrizioni.

martedì 7 maggio 2013

Il potere energetico della Piramide di Cheope

Il potere energetico della Piramide di Cheope
di Salvatore Micalef,
Egittologo del Centro Italiano Ricerche



Secondo i miei studi, le piramidi hanno dei poteri misteriosi. Analizziamo insieme la questione, cercando di evidenziare le tesi favorevoli e quelle contrarie. Il primo indizio trovato nei vari reperti archeologici della storia che accenna ad una strana capacità di conservazione che riconduce alla forma piramidale, fu il Libro dei Morti, l’antico testo religioso egizio. In esso si legge che la piramide aveva la capacità di risvegliare le potenti energie positive e negative presenti all’interno di essa, pur in modo latente, in ogni essere umano. Queste energie potevano essere stimolate con l’aiuto della piramide stessa rendendo l’individuo forte e vitale. Forse, non è un caso, che il numero “phi” (il pi greco), che si usa in geometria per il calcolo dell’Aria della Piramide, è incorporato nelle dimensioni della Grande Piramide di Cheope, ed era ritenuto in passato simbolo della creatività, del fuoco e della vita. Infatti, il termine stesso piramide ha una radice greca e deriva da “pur” fuoco e “met” dieci. In epoca moderna, si riprese a parlare degli strani effetti energetici che si sviluppano all’interno della piramide, di cui, ancora si sta studiando l’origine della fonte. Durante la mia permanenza in Egitto, dove svolsi una campagna di scavi intorno alla Valle dei Re nel 1999, feci una breve visita alla Grande Piramide di Cheope, e per caso lo sguardo dentro un banalissimo cestino dei rifiuti, che era collocato nella Camera del Re. Nel contenitore per mia meraviglia giacevano i corpi di alcuni animali morti, come gatti e topi, ma, contrariamente alle mie aspettative, non emanavano alcun odore cattivo. Incuriosito mi sono avvicinato al cestino ed osservai con più attenzione e, ho notato che i corpi di questi animali non erano in alcun modo in stato avanzato di decomposizione, ma sembravano perfettamente mummificati. Oltretutto, quando entrai nella Piramide, avevo la mano destra fasciata, a causa di una profonda ferita che mi sono provocato accidentalmente li giorno prima, ed ancora era fresca. Come,mia seconda meraviglia, levai la fasciatura è scoprì che la mia ferita era perfettamente cicatrizzata. Uscito dalla costruzione cominciai a domandarmi se ciò se tutto questo fosse possibile oppure, in un qualche modo, fosse in relazione alla struttura della piramide stessa. Quindi, non ho perso tempo, cominciai a studiare questo fenomeno, e pensai di costruire un modellino in scala ridotta, orientandolo una lato di questa piramide nella direzione dell’asse nord-sud. Al suo interno, in corrispondenza dell’ipotetica Camera del Re, misi un gattino morto, attendendo l’evolversi della situazione. Puntualmente, come avevo sospettato e sperato, l’animale che posi al suo interno non andò in putrefazione, ma si mummificò. Stesso risultato lo sperimentai con altre sostanze organiche,vale a dire: latte, acqua ecc. ecc.. A questo punto è evidente che lo spazio all’interno di una determinata forma geometrica influisse sui processi chimico-fisici che avvenivano al suo interno, anche in tempi molto remoti i nostri. Continuando ancora i miei esperimenti, notai che, anche la materia inorganica sembrava risentire di questa straordinaria influenza energetica positiva; ad esempio le lamette usurate si riaffilavano nuovamente ed erano sempre efficienti nella loro funzione.

E’ interessante capire come, secondo alcuni colleghi, solo nel momento in cui gli antichi egizi smisero di costruire le piramidi, le tecniche di mummificazione raggiunsero il loro culmine in quella determinata epoca antica, ma, successivamente si perfezionarono in modo più concreto e sbalorditivo nel Nuovo Regno. Ormai sembrava chiaro che la forma della piramide avesse la capacità di accumulare una qualche forma di energia positiva in grado di agire sulla materia fisica; si comportava come un condensatore energetico, distruggendo i batteri presenti e sterilizzando gli oggetti al suo interno, ma non solo, permetteva la lucidatura dei gioielli e l’acqua acquistava proprietà terapeutiche. Le normalissime batterie si ricaricavano, la frutta maturava più velocemente ed i semi facevano nascere piante più sane e molto più rigogliose. Contribuiva a migliorare la qualità dell’aria, come dimostrava il fatto che il fumo di una sigaretta si dissolveva prima che all’esterno. Ho anche accertato che chi soffriva di mal di testa veniva consigliato di usare un copricapo a forma piramidale ed in caso di artrite di porre sopra la parte malata una costruzione di tale fattura, dove gli effetti benefici venivano assicurati ed accertati scientificamente.
Le energie della terra e del cosmo, posso dichiarare che, se suddivise in una forza centrifuga calda e dinamica e in una forza centripeta fredda e ricettiva, possono circolare e amplificarsi all’interno di una piramide, a condizione che i rapporti geometrici siano gli stessi della Grande Piramide di Cheope a Giza, con un rapporto di base-altezza di 1,5708, che è pari a mezzo pi greco, ed abbia un determinato orientamento nello spazio cosmico. Secondo altri studiosi, invece, che hanno sviluppato una teoria contraria, affermano che, all’interno della piramide lo spazio-tempo sarebbe negativo e quindi ogni organismo si comporterebbe in modo contrario di quanto avverrebbe normalmente. Naturalmente,questo è del tutto errato, perché dagli esperimenti dame personalmente condotti, ho riscontrato il contrario.
Si presume inoltre, che i poteri risultino maggiori in concomitanza con il picco dell’attività solare. Esso si manifesta, fra le altre cose, sotto forma di estese macchie scure sulla superficie del Sole con un andamento ciclico di 11 anni. A dare una sorta di certificazione scientifica ai poteri della piramide contribuirono degli esperimenti condotti, alla fine degli anni ’60, dal premio Nobel per la fisica Luis Alvarez. Durante una serie di test dentro la Grande Piramide si accorse che gli strumenti registravano una accentuata ed inspiegabile ionizzazione dell’aria. Negli anni 30, l’esploratore Paul Brunton pensò di fare un esperimento su se stesso, vale a dire, di farsi rinchiudere, per un’intera notte, nella camera regale della piramide di Cheope. Quando, il mattino dopo, lo andarono a riprendere era in uno stato di apatia generale, come sotto l’effetto di una qualche droga. Raccontò che per l’intera notte ha avuto delle strane visioni, fra le quali quella della propria morte. Gli parve di vedere, pur con gli occhi chiusi, grigi spettri di nebbia che si aggiravano per la stanza ed ombre gigantesche e paurose che sembravano uscite da un regno infernale. Fu vicino ad un collasso nervoso ed a salvarlo contribuì, probabilmente, il suo sangue freddo da avventuriero. Successivamente, raccontò, che le figure svanirono e presero ad avanzare verso di lui due sagome luminose ammantate di bianco, a questo punto, sperimentò anche un
viaggio astrale al di fuori del suo corpo, volteggiando lungo il soffitto e vedendo se stesso immobile seduto sul pavimento della stanza reale.
In conclusione devo aggiungere che, altre persone, che hanno visitato la costruzione di giorno, hanno raccontato di essersi sentiti invasi da un panico immotivato e di provare un forte senso di debolezza, invece io al contrario, ho avvertito un’energia positiva che mi invadeva il corpo e la stessa anima e dava senso di benessere e di sicurezza interiore, non indifferente. Secondo questa mia esperienza che ho sperimentato, bisogna entrare all’interno della piramide di Cheope, carichi di energia positiva, per il semplice fatto, che la stessa piramide possiede una grande concentrazione di energia cosmica, ed in base allo stato d’animo delle persone che la visitano, essa si mette in funzione ed agisce di conseguenza, fatto constatato ed accertato personalmente.

Fonte: http://www.centroitalianoricerche.com/

lunedì 6 maggio 2013

Archeologia: La sorpresa di Gobekli-Tepe

La sorpresa di Gobekli-Tepe
di Alessandro Pinardi Feletti



La recente scoperta (1994) del sito archeologico di Gobekli Tepe, situato nel Kurdistan meridionale, e’ avvenuta in sordina, come spesso accade per le cose che cambiano veramente la vita e la storia dell’uomo.
Da quanto ci è stato insegnato, l’evoluzione umana ha avuto un andamento lineare. I nostri antenati vivevano nelle caverne, sostentandosi con ciò che raccoglievano e cacciavano, più o meno 6000 anni fa’ nella valle dell’indo hanno iniziato a lavorare la terra, diventando da migranti a stanziali, e da lì è iniziato il lungo viaggio, spargendo la conoscenza su tutto il pianeta, che ha portato l’umanità a tutte le meraviglie odierne.
Di indizi di una possibile fallacia di questa teoria è letteralmente pieno il mondo, ma la stragrande maggioranza di queste prove sono costruzioni in pietra, che ha si il vantaggio di “viaggiare attraverso i tempi”, fornendoci testimonianza dell'avanzato grado di cultura e/o conoscenza dei nostri ante-antenati, ma che ha un limite ben preciso: non la si può datare con precisione.
E così la “storia, non le fantasie”, ha sempre potuto liquidare questi indizi, riportando le date di costruzione a quando l’evoluzione umana possedeva, almeno parzialmente, gli strumenti e/o il grado di cultura adeguati alla loro complessità e difficoltà di realizzazione.
Da tempo sempre più persone ritengono questi “adattamenti temporali” delle vere e proprie forzature, che sfidano non solo la logica, ma a volte la stessa scienza. Ma per gli archeologi gli indizi, le deduzioni, le intuizioni o le vere e proprie anomalie non sono mai state sufficienti ad affrontare una possibile realtà ben diversa da quella da loro costruita. Chi ha visitato di persona Tiwanaku, per esempio, può raccontare l’impressione di estrema vecchiaia che trasmettono i megaliti. Ma la Storia ci dice che prima del 2.000 a.C. non potevano esistere in zona popolazioni con la cultura e le capacità sufficienti a edificare certe meraviglie, e quindi “Tiwanaku ha al massimo 4000 anni di età”.
Con Gobelki Tepe, però, da ora e per sempre cambia tutto. Da oggi, infatti, parlare di civilizzazioni umane di 12000 anni fa…
… non sarà più considerata un’eresia. Anzi, saranno gli stessi archeologi, e non solo loro, a dover cambiare molte interpretazioni che, sino a prima della scoperta in Turchia, sono state invece considerate prove scientifiche.
E non è un caso il silenzio che ancora permane sulla più importante scoperta archeologica della nostra storia, dato che rivoluzionerà non solo l’archeologia, ma anche diverse altre discipline e la nostra stessa concezione della civiltà.
Ma cosa rende questo sito archeologico unico, e lo proietta direttamente nel regno ai confini fra lo straordinario ed il fantastico, nella visione ortodossa della scienza?
E’ presto detto: la datazione al radiocarbonio di reperti fossili ritrovati nel luogo, la quale ci dice, aldilà di ogni ragionevole dubbio, che il complesso è stato edificato 12.000 anni fa, forse anche 13.000 anni. Ciò significa che è stato costruito intorno al 10.000 a.C.
Comprensibili le reazioni degli archeologi che da quasi 15 anni stanno lavorando sul campo, che hanno visto le loro credenze sciogliersi come neve al sole
Gobekli Tepe cambia tutto, spiega Ian Hodder, della Stanford University.
David Lewis-Williams, docente di archeologia presso l’Università Witwatersrand a Johannesburg, dice: Gobekli Tepe è il più importante sito archeologico del mondo.
Alcuni vanno oltre e dicono che il sito e le sue implicazioni sono incredibili. Il professore universitario Steve Mithen dice: Gobekli Tepe è troppo straordinario per la mia mente.
Assumono quindi un tono quasi grottesco i tentativi degli studiosi di inserirlo nella cronologia ufficiale dell’evoluzione umana.
Leggiamo cosa dice al proposito Klaus Schmidt, l'archeologo che per primo ha iniziato gli scavi: E’ così vecchio che precede la vita sedentaria dell’uomo, prima della ceramica, della scrittura, prima di tutto.
Gobekli proviene da una parte della storia umana che è incredibilmente lontana, nel profondo passato dei cacciatori-raccoglitori. Come poterono gli uomini delle caverne costruire qualcosa di così ambizioso?
La risposta è già a loro disposizione, e la conoscerebbero da tempo se non fossero ancora legati dagli antichi pregiudizi a noi spesso tramandati come certezze scientifiche , e cioè che non erano certo uomini delle caverne quelli che avevano simili conoscenze di ingegneria, matematica e lavorazione della pietra, o che potevano conoscere la scrittura, inventata millenni dopo.
Eppure, non bastassero già le datazioni dei reperti fossili, a Gobekli Tepe hanno già ritrovato anche questo, con buona pace alla valle dell'Indo e alla panspermia della civiltà in tutto il pianeta da lì originatasi.
Per l’archeologia questo è quindi un ritrovamento incomprensibile, e l'evidente imbarazzo di chi si vede crollare il castello di carta sotto i piedi è più che palese. Per chi da tempo sostiene invece la presenza di civilizzazioni umane più evolute di quanto si supponesse nel nostro lontano passato, è finalmente una conferma.

sabato 4 maggio 2013

Civiltà Nuragica, di Giovanni Ugas


Aspetti della società sarda tra il XVI e il X a.C.
di Giovanni Ugas

E' cosa ben nota quanto sia straordinario il numero delle residenze fortificate dei capi protosardi, chiamate nuraghi, che controllavano e amministravano i territori cantonali e tribali tra il Bronzo medio e il Bronzo finale; nelle sole carte topografiche risultano oltre 5 mila, ma raggiungevano con molta verosimiglianza una cifra non inferiore a 7/8 mila a giudicare dai censimenti archeologici più recenti. Questi dati evidenziano l’esistenza di un sistematico controllo, amministrativo e difensivo dell’intero territorio sardo, sia pure diversificato in rapporto alla morfologia dei suoli, alla disponibilità economica e alle strategie generali. Per il loro aspetto formale e la pertinenza cronologica, i nuraghi sono distinti in arcaici o protonuraghi (datazione non calibrata: circa 1600-1330 a.C.) ed evoluti o classici (circa 1330-900 a.C.).
I protonuraghi, definiti talora anche nuraghi a corridoio, raggiungono già la cifra ragguardevole di circa 1200/1500 unità. Caratterizzati da corridoi e/o da camere ovali od oblunghe coperti da volte tronco-ogivali (e poi ogivali gradonate), i protonuraghi sono diffusi in tutto il territorio dell’isola e si distinguono tra loro per la diversa articolazione, come più tardi i nuraghi evoluti. Ora risultano semplici (con un solo vano per livello), ora sono formati da un bastione a più ambienti, talvolta difeso da una cinta turrita esterna (Biriola-Dualchi; Su Mulinu - Villanovafranca). I bastioni dei protonuraghi si mostrano come “palazzi” megalitici a più piani (due o forse tre nella fortezza di Su Mulinu), dal contorno concavo-convesso, e raggiungono già altezze considerevoli (non inferiori ai m 15), anticipando, nel loro aspetto, i più recenti bastioni turriti evoluti, come Su Nuraxi-Barumini, Arrubiu-Orroli e Santu Antine-Torralba, nei quali il mastio centrale può superare m 25.
Il numero decisamente inferiore dei protonuraghi con bastione circondato o non da cinta antemurale rispetto a quelli semplici indicano che, già nel XVI-XIV, la società protosarda aveva una sua articolazione interna ed era retta da capi di maggiore e minore rango.

venerdì 3 maggio 2013

Faraoni ed etruschi, una storia da riscrivere

Faraoni ed etruschi, una storia da riscrivere
di Sara Grattoggi



Nuova luce sui rapporti fra la popolazione italica e il Mediterraneo orientale dopo il ritrovamento di un sigillo egizio a scarabeo nella necropoli dell'Osteria, nel parco di Vulci.

Riposava in una delle grandi tombe a camera destinate agli aristocratici etruschi, il sigillo egizio a scarabeo rinvenuto nella necropoli dell'Osteria, nel parco archeologico di Vulci. "Una scoperta che potrebbe contribuire a riscrivere la storia degli Etruschi e dei loro rapporti con il Mediterraneo orientale, aprendo nuovi orizzonti di ricerca" spiega la soprintendente ai Beni archeologici dell'Etruria meridionale, Alfonsina Russo.
Il sigillo, databile fra il primo e il secondo quarto del VII secolo a. C., è stato riportato alla luce nei giorni scorsi dagli scavi diretti dalla soprintendenza e coordinati da Patrizia Petitti, direttore del Museo di Vulci, e da Carlo Casi, direttore di Mastarna, la società che gestisce il sito archeologico di Montalto di Castro. Nella necropoli, in tempi recenti, era stata già scoperta la tomba della Sfinge e ora si stanno indagando proprio le grandi tombe a camera, realizzate fra il VII e il III secolo a. C. Da lì proviene lo straordinario scarabeo-sigillo, attualmente in fase di studio, che riporta un cartiglio e il segno "HR", del dio falco Horus, insieme alle iniziali "NB", che secondo gli studiosi rimanderebbero al faraone Nekao I (672-664 a. C.).
L'oggetto ritrovato serviva a imprimere i decori sui bolli di argilla destinati a sigillare grandi vasi, cofanetti, casse o rotoli di papiro. "Si tratta di una scoperta straordinaria, unica nel suo genere - spiega Russo - Se a Tarquinia, infatti, era già stata rinvenuta una fitula egizia risalente alla fine dell'VIII secolo a. C., uno scarabeo-sigillo come questo qui non si era mai visto".
Il ritrovamento, da un lato, conferma l'importanza della necropoli dell'Osteria e, dall'altro, la ricchezza della vita e degli scambi commerciali dell'aristocrazia di Vulci tra l'VIII e il VI secolo a. C., periodo di massimo splendore degli etruschi nella zona.