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martedì 10 settembre 2013

Archeologia e materiali metallici. Cipro e il rame.



Cipro e il rame
di Alfonso Stiglitz

Cipro è l’isola del rame per eccellenza, tanto da prenderne anche il nome. I suoi giacimenti sono indubbiamente i maggiori del Mediterraneo. In Sardegna è abbastanza diffuso ma non altrettanto facile da estrarre. A ciò vanno aggiunte le capacità tecniche e, ovviamente, la percezione che di una risorsa si ha. Il fatto che in Sardegna si trovi grande quantità di rame cipriota sottoforma di lingotto ox-hide (a forma di pelle di bue) ci dice che questa risorsa fosse richiesta; bisogna capire se per una minore estraibilità di quello sardo, di una minore capacità tecnica o se, e il che è possibile, quello cipriota fosse ritenuto migliore e, quindi più prestigioso (che poi lo fosse effettivamente o meno è un altro discorso, quello che conta è la percezione che allora se ne aveva).
La provenienza di questo rame da Cipro non è l’unico elemento, perché contemporaneamente troviamo in Sardegna oggetti ciprioti e, soprattutto, strumenti da metallurgo ciprioti. Allo stesso tempo vediamo comparire, nel bronzo finale, in Sardegna nuove tecniche di lavorazione, come la cera persa, che diventa uno degli elementi chiave della metallurgia nuragica. Questo fa pensare ad alcune cose, la prima è la presenza di metallurghi ciprioti, che nei rapidi cambi di situazione storico-politica ed economica nel Mediterraneo occidentale, cercano nuovi mercati per il loro lavoro e lo trovano all’interno di rotte già note da tempo; vedi la presenza di materiali micenei sino nella Spagna e di materiali nuragici sino a Creta. In secondo luogo ci fa pensare a quali fossero i beni dati in cambio dai nuragici che potessero interessare i ciprioti: personalmente, ma non sono il solo, individuo l’argento e lo stagno come beni primari di cui i ciprioti, con la nuova situazione creatasi, avevano bisogno, e forse anche il ferro. L’argento è il ferro sono risorse ampiamente presenti in Sardegna. Per lo stagno il discorso è un po’ più complesso. E’ noto che in Sardegna c’è qualche giacimento di cassiterite (il principale minerale stannifero) ma è in forte discussione l’effettivo utilizzo nell’età del Bronzo. Per il primo Ferro (intorno al IX-VIII a.C.) alcune analisi su dei lingotti di stagno provenienti da un possibile (ma non certo) relitto forse nuragico dalla marina di Arbus, hanno dato una compatibilità con la cassiterite dell’area di Villacidro (analisi di G.M. Ingo), analisi che però non convincono altri studiosi. Una attestazione simile si ha per reperti punici da Tharros. Comunque sia i giacimenti sardi sono poca cosa e non tali da richiamare grande attenzione da parte, ad es., dei ciprioti; e allora? Riteniamo sulla base del complesso quadro dei reperti di importazione trovati in Sardegna e dei reperti sardi trovati in tutto il Mediterraneo occidentale, che la Sardegna nuragica abbia svolto un’azione di mediazione tra i mercati villanoviani e iberici e quelli siciliani e del mediterraneo orientale. In altre parole ipotizziamo che i ciprioti e i levantini in generale abbiano ricevuto, in cambio del rame e degli altri oggetti di prestigio, oltre all’argento anche lo stagno proveniente dai giacimenti, decisamente ricchi, della Toscana (area di Populonia) e dell’Iberia (lingotti di stagno iberico sono stati trovato sulle coste israeliane) e che i nuragici a loro volta ricercavano per i loro prodotti in bronzo. Mentre l’argento è praticamente ignorato dai nuragici e il ferro poco usato. Questo è il quadro sul quale si sta lavorando; un quadro molto complesso, soprattutto per la quantità e la qualità di dati da analizzare.

Nell'immagine un lingotto in rame, del tipo ox-hide, conservato al Museo di Cagliari

lunedì 9 settembre 2013

Bronzetti sardi



Bronzetti Sardi 
di Maurizio Feo




                                                  Nell'immagine: Bronzetti al Museo Archeologico di Cagliari

Oggetti e reperti di rame e bronzo rinvenuti in Sardegna, sono spesso al centro di discussioni. Pareri difformi – talvolta suffragati da “prove” dell’archeologia scientifica – aprono la strada a tesi non proprio ortodosse e a confusione. Si ha talvolta l’impressione che persino alcuni autori non possiedano l’esperienza diretta “sul campo” di che cosa realmente comporti la ricerca, l’estrazione e la fusione dei metalli[1]. Alcuni restano stupiti dell’aspetto simile all’oro che possiede il bronzo “nuovo”, conoscendo soltanto quello ossidato dei reperti. Altri non conoscono i tempi diversi di raffreddamento, necessari ai metalli diversi, dopo la fusione[2]. A prescindere da ciò, di fatto molte domande restano ancora senza una definitiva risposta. Per citarne solo alcune: quale fosse la provenienza degli oggetti di bronzo; quale il tipo di vita delle popolazioni che li producevano; chi organizzava la composizione abbastanza standardizzata e la distribuzione, degli ox-hide ingots[3] attraverso il Mediterraneo e fino alle coste del Mar Nero; in che modo fosse organizzato il commercio parallelo degli oggetti di lusso; quali fossero i navigli…
Non è possibile parlare dei metalli, senza fare un riferimento alle prime attività minerarie dell’uomo e senza formulare almeno un paio di considerazioni di base.
La prima considerazione è che lo scavo minerario è sempre stata un’attività dura e pericolosa: nessuno ci si dedicherebbe se non dietro costrizione, oppure grandi vantaggi economici, materiali o morali[4]. Tito Lucrezio Caro (De Natura Rerum, I sec. a.C.) scrive: “Pensa che là alcuni uomini scendono e scrutano il ferro nascosto, l’oro, le vene d’argento e di piombo; scavano, in abissi chiusi la roccia compatta, nell’ombra umida e respirano aria maligna, il fiato malvagio dell’oro nel suolo, nelle putrescenti miniere. Non si può guardare nel viso questi uomini senza dolore, quando salgono per poco alla luce: se ancora non li hai veduti, n’avrai sentito parlare, come presto periscano e quanta parte della loro vita essi perdano ogni giorno, dentro la terra, in quella fatica sepolta verso cui la miseria li spinge”.

                                                  Nell'immagine: Bronzetto al Museo Archeologico di Cagliari 

Probabilmente, i primi scavi mai effettuati furono volti a trovare quella vena ferrosa scura che si chiama ematite, con strumenti di osso, frantumandola fino a polverizzarla e trasformarla in ocra rossa[5]. Il premio, qui, consisteva forse nell’enorme valore religioso sacrale che – proprio in tutto il mondo – l’antropologia è riuscita a ricostruire per l’ocra, dall’uso rituale che l’uomo antico ha fatto ovunque di questo pigmento…
La seconda considerazione è d’ordine morale: come spesso succede, l’uomo (anche se alcuni negano l’essenza umana a creature pre Homo Sapiens) si sottopone ad un’attività durissima e pericolosa, non per ciò che è strettamente necessario alla propria vita, bensì per un bene astrattamente prezioso, di lusso, se non voluttuario. Ancora oggi, sembra non avere appreso granché dai propri errori.
In ordine cronologico, due tipi di pietra hanno affascinato l’uomo, in seguito: l’ossidiana (vetro vulcanico) e la selce (pietra sedimentaria ricca in silicio). Siamo ormai a circa 10.000 - 8.000 anni fa, l’uomo si è abituato a riconoscere l’aspetto naturale di queste pietre e di altre ancora: è diventato un cercatore, è un geologo arcaico. Apre strade nuove, anche per mare, che percorrerà per lungo tempo… Ma fa anche commercio, sia dei suoi beni di lusso che di strumenti di lavoro, tanto che questi si ritrovati anche a molto più di 200 chilometri dai siti di produzione, attraverso il mare[6]
Che l’uomo abbia effettuato un bel po’ di sperimentazione, con il fuoco, questo è certo: la pirotecnologia è così progredita attraverso un’enorme quantità di tentativi ed errori. Anche la selce può essere meglio lavorata dopo esposizione al fuoco (100-400°C): questo trattamento produce fili ed utensili meno resistenti, ma riduce lo scarto di lavorazione...
Uno dei primi esperimenti deve essere stato effettuato sul calcare macinato (o su gusci macinati di conchiglie, in sua assenza), ponendone strati alternati a strati di legna (800°C). Questo fa “calcinare” il calcare, che, in seguito mescolato con acqua dà la “calce spenta” (idrossido di calcio).
L’idrossido di calcio è un prodotto instabile e, lasciato riposare, reagisce con il diossido di carbonio e perde vapore acqueo. Ciò che ne risulta è un intonaco, che può servire a chiudere le fessure in un muro (mescolato a sabbia) oppure a realizzare il pavimento di una terrazzatura (mescolato a schegge di calcare). Siamo in epoca ancora precedente alla terracotta: non si utilizzano ancora le argille (alluminosilicati), non si usa ancora il forno del vasaio con le sue elevate temperature, ma i concetti ci sono già tutti, non ci vorrà ancora molta sperimentazione.

domenica 8 settembre 2013

Dedicato alla cultura: se muore il liceo classico...muore il Paese.

Perché se muore il liceo classico muore il paese
di Giorgio Israel


Un boom d’iscritti ai test d’ingresso al Politecnico di Milano e un declino delle iscrizioni ai licei, in particolar modo al liceo classico. Ottima è la prima tendenza, perché la rivalutazione delle professioni tecnologiche è essenziale per un paese in via di declino industriale; pessima però è la seconda tendenza: la sciagurata diatriba tra le due culture danneggia entrambe. Nella furia di distinguerle, le scienze vengono separate dalla cultura e pensate come mere abilità pratiche, predicando che solo ciò che ha un’utilità diretta vale qualcosa.
Da un lato un boom d’iscritti ai test d’ingresso al Politecnico di Milano e una propensione per le lauree di ingegneria o direttamente correlate a una professione definita; dall’altro, un declino delle iscrizioni ai licei, in particolar modo al liceo classico. Alcuni commenti salutano questi dati come espressione di una tendenza positiva verso la “laurea utile”, verso l’abbandono delle propensioni “generaliste”, verso una preparazione corrispondente alle figure richieste dalle aziende. A noi sembra invece che la valutazione vada divisa: ottima è la prima tendenza, perché la rivalutazione delle professioni ingegneristiche e tecnologiche anche a livello della formazione professionale, è essenziale per un paese in via di declino industriale; pessima è la seconda tendenza per motivi che dovrebbe essere superfluo dire. Come può un paese che possiede più della metà dei beni culturali, artistici, architettonici del mondo non preoccuparsi di coltivare un ceto di persone di altissima competenza capace di valorizzare quel patrimonio che, se non altro, ha un enorme potenziale economico? Si badi bene: non si tratta solo della necessità di formare un esercito di archeologi, di restauratori, di persone all’altezza di gestire musei e l’immenso, quando degradato e depredato, patrimonio librario del paese. Si tratta di non disperdere la memoria dell’identità storico-culturale italiana. Come è possibile pensare che il patrimonio culturale del paese possa essere preservato se quasi nessuno conosce più neanche i nomi degli architetti, dei pittori, dei letterati, degli scienziati che l’hanno costruito e finisce col considerarlo un irriconoscibile ciarpame? Il disprezzo dell’umanesimo (anche sul fronte della cultura scientifica!) è la via per il sicuro declino. Ci potremmo fermare qui, ma c’è di peggio. La cultura italiana è stata largamente influenzata dagli assurdi pregiudizi crociani contro le scienze fisico-matematiche e naturali considerate come un cumulo di pseudo-concetti ed è giusto che tale nefasta influenza venga definitivamente superata. Ma la via per superarla non è certamente quella di esibire un disprezzo per la cultura definita (anche di recente in un articolo di stampa dedicata a questi) come “debole”, quasi che filosofia, letteratura, scienze umane in generale fossero soltanto chiacchiere vacue incapaci di costruire conoscenza e di stimolare abilità pratiche. La sciagurata diatriba tra le due culture danneggia entrambe. Nella furia di distinguerle, le scienze vengono separate dalla cultura e pensate come mere abilità pratiche, predicando che solo ciò che ha un’utilità diretta vale qualcosa. Non a caso stiamo perdendo il senso della parola “ricerca”, ormai sinonimo di “innovazione tecnologica”. Invece, lo straordinario successo della scienza occidentale è stato fondare la tecnica sulla scienza, creando la “tecnologia”. Tutte le grandi scoperte scientifiche che hanno cambiato il volto del mondo – a partire dal computer digitale – sono frutto di idee teoriche, fondate sulla “scienza di base”. Un grande ingegnere come Leonardo da Vinci ammoniva: «Studia prima la scienza, e poi seguita la pratica, nata da essa scienza. Quelli che s’innamoran di pratica senza scienza son come ‘l nocchier ch’entra in navilio senza timone o bussola, che mai ha certezza dove si vada». Oggi questo è più vero di ieri. Giorni fa un illustre ingegnere osservava che nel contesto odierno, sempre più complesso e ricco di interrelazioni, servono persone di formazione vasta e aperta, in breve di formazione umanistica, che spesso solo il liceo classico può dare. L’innovazione tecnologica richiede una cultura vasta capace di attingere ai campi più disparati, altro che specializzazione. Mi ha profondamente colpito l’osservazione che ho sentito da diversi ingegneri che le automobili di oggi sono, in fondo, ancora “bricolage” del modello originario, mentre occorrerebbe ripensarne uno nuovo non soltanto in termini tecnici stretti, ma tenendo conto del senso del “trasporto” nella realtà economico-sociale di oggi. Come può farlo questo chi non sappia di economia, di sociologia, di storia? In un’università tecnologica francese mi raccontarono: «Un’importante ditta automobilistica ci chiede come migliorare una difficoltà di carburazione. Un ricercatore elabora un modello e conclude che occorre aumentare di tot millimetri il diametro di un tubo. Cosa di veramente nuovo può venire da questo?». È comprensibile che le imprese abbiano fretta e desiderino un sistema dell’istruzione funzionale alle formazione di addetti. Ma ciò può portare solo al disastro. Nè vale produrre l’esempio di paesi che imboccano questa via: qui il mal comune non è mezzo gaudio. Tanto meno può esserlo in un paese che non solo possiede gran parte del patrimonio culturale e artistico mondiale, ma ha una grande tradizione: aver saputo sintetizzare con successo, dal periodo postunitario, visione umanistica, scientifica e tecnologica. Di tale sintesi è stata espressione l’ingegneria italiana, costellata di grandi personalità che non erano solo “pratici” di prim’ordine, ma scienziati e umanisti. Tale fu Luigi Cremona, matematico puro, fondatore della Scuola di Ingegneria e ministro dell’istruzione. Tale fu Francesco Brioschi. Tale fu Vilfredo Pareto ingegnere ferroviario, imprenditore, e grande teorico dell’economia e della sociologia. Scienziato umanista fu il creatore della plastica Giulio Natta (diplomato in un liceo classico). Questa è la tradizione cui riallacciarsi, invece di credere che sia un progresso distruggere la formazione umanistica classica, proprio mentre viene riscoperta in paesi privi delle nostre tradizioni. Abbiamo bisogno di persone di ampia formazione e capaci di scelte autonome, e non di polli di batteria formati per una sola funzione che, col procedere tumultuoso della tecnologia, potrebbe diventare obsoleta nel giro di poco tempo. Per formare persone del genere serve anche il liceo classico. Chi gioisce per il suo declino ride mentre è segato il ramo su cui sta seduto.

Articolo apparso su Il Mattino e Il Messaggero, 25 agosto 2013

http://www.roars.it/online/perche-se-muore-il-liceo-classico-muore-il-paese/

sabato 7 settembre 2013

Archeologia e cartografia: Mercatore, Tolomeo e il Grande Verde.

Archeologia e cartografia: Mercatore, Tolomeo e il Grande Verde.
di Rolando Berretta


Per Tolomeo, e i suoi contemporanei, quello che chiamiamo Mar Rosso era definito Golfo Arabico. Alla fine del Golfo Arabico, ricorda Diodoro Siculo III 40, dove il Golfo subisce una contrazione e inizia una curvatura verso le regioni dell’Arabia, il mare ha un aspetto lagunare e il colore prevalente è il VERDE. Ciò è dovuto alla grande quantità di alghe che si notano nella trasparenza dell’acqua. La parte più stretta di quel mare era idonea solo alla navigazione a remi. Navi appesantite da carichi notevoli, come per il trasporto di elefanti, avevano problemi perché il fondale misurava 3 orgie, una misura di lunghezza della Grecia e dell’Egitto equivalente a circa 177,6 cm, pari a due braccia distese. Dopo lo Stretto iniziava il Mar Rosso, identificato fino al Golfo Persico, nel quale terminavano i fiumi della Babilonia.

Se si osserva l’Atlante Catalano (del 1.370) si notano le Azzorre, Madera, le isole Saluage (che, per me, sono le Antille) e le Canarie. Sull’Equatore ci sono le tre isole di San Tommaso, Sant’Antonio e Malabo. Mancherebbero le isole di Capo Verde. Curiosamente la zona del Golfo Persico mostra numerose isole. Genovesi e Veneziani avevano già navigato nelle coste Atlantiche e dell’Africa, alla ricerca della via delle Indie. Che cosa può essere successo?
Anticamente usavano carte con il SUD in alto. C’era anche il mare Verde di Diodoro sicuramente. Al momento di girare le carte è successo qualcosa, forse hanno girato le sole terre e riordinato l’Europa e l’Africa lasciando il mare e le isole da sistemare. Il Mare Verde ha dato il nome a Capo Verde (DAKAR) che, di verde, ha ben poco. Le isole, invece, sono rimaste nel Golfo Arabico.
Poi… partirono i Portoghesi, con navi (e piloti) veneziani e genovesi e riscoprirono, LORO, tutte le isole Atlantiche. Le isole del Capo Verde furono riscoperte. Il mare pieno di alghe è rimasto sulle carte ma era segnalato, sicuramente, in qualche maniera. E così partì Colombo.
(dalla lettera rarissima del III viaggio…. Stampata):
“Quando io - venendo dalla Spagna alle Indie - giunsi a 400 miglia a ovest delle Azzorre avvertii un gran mutamento sia nel cielo sia nelle stelle, come pure nella temperatura dell'aria e nelle acque del mare. E a questo fenomeno feci molta attenzione. Osservai che da nord a sud, oltrepassata la distanza di 400 miglia dalle suddette isole, l'ago della bussola che fino a quel punto tende a nord-est, si orienta d'improvviso a nord-ovest una quarta di vento tutta intera. E ciò si verifica mentre ci si avvicina a tale linea, come chi stesse superando un pendio. Trovai pure il mare completamente pieno di un'erba fatta di rametti di pino e carica di frutti simili a quelli del lentisco. L'erba era così densa che nel mio primo viaggio temetti che si trattasse di una secca e che le navi vi si sarebbero arenate. E il fatto sorprendente è che fino al momento di arrivare a quella linea della stessa erba non se ne trova affatto. Arrivando in quel punto trovai il mare calmo e liscio e benché soffiasse il vento esso non si alzava mai. Inoltre all'interno di questa linea, dal lato di ponente, la temperatura era mite e senza grandi sbalzi sia d'inverno sia d'estate. Stando lì mi accorsi che la stella polare forma un cerchio con un diametro di cinque gradi e quando le Guardie sono nel braccio destro la stella sta nel suo punto più basso e si va alzando fino a raggiungere il braccio sinistro. È allora a cinque gradi e da questa posizione si abbassa progressivamente fino a tornare al braccio destro. Io dalla Spagna arrivai all'isola di Madera e da lì alle isole Canarie e quindi alle isole di Capo Verde. Da lì proseguii la navigazione in direzione sud fino a oltrepassare - come ho detto - la linea equinoziale (Equatore). Una volta giunto all'altezza del parallelo della Sierra Leone, in Guinea, mi imbattei in una temperatura così torrida e in raggi del sole così caldi che temevo di bruciare. E benché fosse venuta la pioggia e il cielo fosse annuvolato restai gravemente preoccupato finché Nostro Signore non si compiacque di mandarmi un buon vento spingendomi a prendere la rotta di ponente, nella convinzione che avvicinandomi alla linea di cui ho parlato sopra, avrei riscontrato il cambiamento di temperatura. E in effetti una volta postomi in corrispondenza di quella linea la temperatura del cielo diventò mite e quanto più io andavo avanti tanto più la temperatura si addolciva. Ma non c'era corrispondenza tra questo fenomeno e la posizione delle stelle”

Conoscete qualche altro Grande Navigatore che si è imbattuto nei SARGASSI?
Su questa parte di LETTERA ci sarebbe TANTO da discutere, fino alle tre alte cime da cui prende nome l’isola di Trinidad.
Tutto questo per dire che per il MITICO GRANDE MARE VERDE una spiegazione ci sarebbe.
Anche per gli Shardana in Egitto:

Basterebbe trovare materiale NURAGICO in qualche tomba egiziana.
(il cartiglio recita: CANNONAU; con il determinativo: Tre bottiglie)

Su questo Blog è riportata la Lettera Rarissima; vedasi l’articolo in data 27 gennaio 2012.

Per i viaggi dei Genovesi e Veneziani vedere:
BIBLIOTECA RARA. LETTERE AUTOGRAFE con un discorso di CESARE CORRENTI su COLOMBO. Milano, G.Daelli e Comp. Editori, 1863

Dissertazioni STORICHE APOLOGETICHE CRITICHE delle SARDE ANTICHITA’
Scritte dall’Abate MATTEO MADAO 1792 CAGLIARI nella REALE SPAMPERIA


Inoltre:
In questo Blog ho proposto due pezzi in data 25 febbraio e 5 marzo 2013. La III parte, troppo noiosa, e incomprensibile, fu cestinata da Pierluigi. Venne, anche, la IV parte. Le trovate nel Blog:
IL MULINO DEL TEMPO (vedere sulla sinistra).

Credo che Gerardo Mercatore, il grande tipografo, andrebbe spiegato in maniera DIVERSA.


venerdì 6 settembre 2013

Scoperto sito archeologico alle porte di Roma

Scoperto sito archeologico alle porte di Roma

La Guardia di Finanza di Roma ha sventato il saccheggio, da parte dei cosiddetti tombaroli, di un sito archeologico sconosciuto alla Soprintendenza dei beni archeologici del Lazio sito nella zona di Lanuvio, ai Castelli Romani. Nell'area portata alla luce, collegata al vicino tempio di età romana dedicato al culto di Giunone Sospita (la salvatrice), sono stati rinvenuti i resti di alcuni edifici, monete, 5 elementi architettonici in marmo e oltre 24.000 frammenti di terracotta attribuibili all'età romana tardo-repubblicana ed imperiale. Sul posto sono stati trovati anche sofisticati componenti elettronici (metal detector, apparecchi ricetrasmittenti) ed utensili utilizzati per lo scavo clandestino.
Nel corso dell'operazione, ribattezzata con il nome 'Giunone, le Fiamme Gialle del Gruppo Tutela Patrimonio Archeologico del Nucleo Polizia Tributaria di Roma hanno anche sequestrato il fondo agricolo interessato dallo scavo, dell'estensione di circa 17000 mq, sul quale insistono diverse strutture murarie monumentali ''in opus reticulatum ed incertum'', riportate alla luce dai 'tombaroli' in corso di scavo e subito messe in sicurezza dai militari. All'interessante scoperta si è giunti in seguito agli accertamenti svolti nel corso di quattro distinte operazioni - dirette e coordinate dalle Procure della Repubblica di Roma e di Velletri che, nei mesi scorsi, avevano portato al sequestro di oltre 500 opere e alla denuncia di cinque persone, tutte italiane.
La Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio ha attribuito grande rilevanza scientifica al sito ed ai reperti sequestrati, sia per la loro importanza intrinseca, legata allo stato di conservazione ed alle dimensioni, sia per la loro vicinanza all'importante tempio di Giunone Sospita ed alla stipe votiva a questo collegata, rinvenuta dallo stesso Gruppo Tutela Patrimonio Archeologico nel 2012.

Lanuvio, che sorge sull'ultimo dei Colli Albani (c.d.Castelli Romani), in amena posizione dominante la Piana Pontina - verso il mar Tirreno - fece subito gola ai conquistatori romani che qui edificarono molte importanti opere e potenziarono il miracoloso Tempio Santuario di Giunone che si era rivelato una ottima fonte di reddito (da suddividersi equamente in parti uguali con la cittadinanza locale).

Lanuvio, secondo alcune fonti sarebbe stata fondata dal troiano Lanoios, ma i reperti più antichi ritrovati risalgono al IX a.C. Quello che è storicamente accertato è che sul finire del VI secolo a.C. Lanuvio faceva parte della Lega Latina, combattendo contro Roma fino alla sconfitta del Lago Regillo (496 a.C). Di quel periodo si conserva ancora, in buono stato, un tratto delle mura latine. Lanuvio, dopo la sconfitta, subì dai vincitori un trattamento di favore e nel 332 a.C. le fu concesso lo stato di 'Civitas cum suffragio', in cambio della concessione della metà dei proventi del Santuario di Giunone Sospita.
Il sito, posto presso la Via Appia nel tratto che lambisce i Colli Albani in vista della piana Pontina e del Mar Tirreno, presentò (e presenta tuttora) caratteristiche di grande pregio dal punto di vista strategico e agricolo. A Lanuvium nacquero gli imperatori Antonino Pio e Commodo. In quell'epoca la città prosperò velocemente e si arricchì di nuove mura, di Ville patrizie, di Terme e di un Teatro. Molte comprensibili attenzioni ricevette il Tempio-Santuario di Giunone Sospita risalente al VI a.C. (secondo alcuni studiosi addirittura al VII) i cui cospicui resti sono sulla collina sovrastante l'attuale centro storico di Lanuvio (il culto praticato in questo Tempio sembra prevedesse anche riti di grande crudeltà). A Lanuvio sono presenti anche i resti di un Tempio dedicato ad Ercole mentre diverse altre testimonianze della città romana si possono individuare in varie aree dell'attuale abitato medioevale ai cui margini si trova anche un notevole tratto urbano di strada basolata romana (Via Astura o forse, più probabilmente, Via Antiatina). Nella piana sottostante si trova il bellissimo Ponte Loreto della stessa antica Via.
A Lanuvio esiste un pregevole piccolo Museo Archeologico dedicato alla conservazione dei reperti della Lanuvium romana e preromana (in esso è conservato - inciso sul fondo di un vasetto votivo - il primo alfabetario latino finora conosciuto).
Tra gli altri siti archeologici, non lontani da Lanuvio, si segnalano, oltre al vicino Ponte Loreto (v. Lanuvio), nel comprensorio dei Castelli Romani i Resti Urbani di Albano Romana e la Catacomba di San Senatore (v. Albano Laziale), il Museo delle Navi ed i resti del Tempio di Diana Nemorense (v. Nemi); sulla costa tirrenica si trovano i resti della Villa di Nerone (v. Anzio).

giovedì 5 settembre 2013

Sabato 7 e Domenica 8 Settembre, due serate dedicate all'Archeologia a Domus de Maria.

Archeologia a Domus de Maria.
Si svolgerà questo week-end, dalle ore 20.00, a Domus De Maria in Piazza Is Argiolas, la rassegna culturale “Note di Settembre”, giunta alla terza edizione.
Le due serate di approfondimento culturale, con ingresso libero, saranno dedicate all’archeologia, con proiezione di immagini sul maxi schermo.
Organizzazione del Comune di Domus de Maria e dell’Associazione Ugo Tomasi.
Coordinamento scientifico dell’archeologo Roberto Sirigu, curatore del sistema museale di Domus de Maria.

Programma:

Sabato, 7 settembre, Piazza Is Argiolas
ore 20.00, Saluto dell'amministrazione comunale
ore 20.15, Dr. Pierluigi Montalbano: “La Civiltà Nuragica nei Bronzetti”
ore 21.00, Angela Demontis: “Il Popolo di Bronzo, dal libro alla mostra”.
ore 21.45, Dr. Roberto Sirigu, “Archeologia del paesaggio sonoro”
Sarà allestita una piccola mostra di armi e costumi nuragici.
A seguire musica etnica e degustazione di prodotti tipici certificati

Domenica 8 settembre, Piazza Is Argiolas
ore 20.00, Saluto dell'amministrazione comunale
ore 20.15 Dr. Pierluigi Montalbano: “Antropologia del paesaggio nuragico”
ore 21.00 Sebastiano Porcu, tecnico Agris: “Il futuro della filiera suinicola è nella sua storia”
ore 21.45 Antonello Salis, La Genuina SRL: “Il suino di razza sarda”
A seguire musica etnica e degustazione di prodotti tipici certificati

mercoledì 4 settembre 2013

L’uomo-leone di Ulm: ha 40.000 anni la più antica scultura del mondo

L’uomo-leone di Ulm: ha 40.000 anni la più antica scultura del mondo.

La mostra della statuetta, inizialmente promessa dal British Museum alla rassegna “Ice Age Art”, non ci sarà, ma per una buona ragione. Nuovi pezzi della scultura dell’uomo-leone di Ulm sono stati scoperti e si è scoperto che essa è molto più antica di quanto si pensasse, circa 40.000 anni. Questo la rende la più antica scultura figurativa del mondo. Alla mostra di Londra, che si apre il 7 febbraio, una replica del Museo di Ulm sarà invece in mostra.
La storia della scoperta dell’uomo-leone risale al mese di agosto 1939, quando frammenti di avorio di mammut furono scavati sul retro della Grotta Stadel nelle Alpi sveve, a sud-ovest della Germania. Questo è stato un paio di giorni prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. Quando finalmente fu ricomposto nel 1970, esso fu considerato come un orso in piedi o un grosso gatto, ma con caratteristiche umane. L’avorio da cui la figura era stata scolpita si era rotto in innumerevoli frammenti. La prima volta ricostruita, circa 200 pezzi sono stati incorporati nel 30cm-alto scultura, con circa il 30% del suo volume mancante. ulteriori frammenti sono stati successivamente trovati tra il materiale precedentemente scavato e questi sono stati aggiunti alla cifra nel 1989. A questo punto, la scultura è stata riconosciuta come raffigurante un leone. La maggior parte degli specialisti l’hanno considerato maschile, anche se la paleontologa Elisabeth Schmid ha polemicamente sostenuto che fosse una femmina, il che suggerisce che la società primitiva avrebbe potuto essere matriarcale. L’ultima notizia è che quasi 1.000 altri frammenti della statua sono stati rinvenuti, a seguito di recenti scavi nella Stadel Cave di Claus-Joachim. La maggior parte di questi sono minuscoli, ma alcuni sono di diversi centimetri di lunghezza. Alcuni dei pezzi più grandi sono ora reintegrati nella figura. I conservatori hanno eliminato la colla e lo stucco del sec. XX dalla ricostruzione del 1989, e sono ora dediti ad un accurato rimontaggio dell’uomo-leone, utilizzando le tecniche computerizzate di imaging. “Si tratta di un enorme puzzle 3D”, dice la curatrice del British Museum Jill Cook. La nuova ricostruzione darà un’idea molto più chiara dell’originale. In particolare, la parte posteriore del collo sarà più accurata, il braccio destro sarà più completo e la figura sarà di pochi centimetri più alta.

Ancora più emozionante della scoperta di nuovi pezzi, l’età della scultura è stata perfezionata con la radio-datazione al carbonio di altre ossa si trovano negli strati. Questo rivela una data di 40.000 anni fa, mentre fino a poco tempo fa si pensava trattarsi di 32 mila anni fa. Una volta che la ricostruzione è stata completata, alcuni minuscoli frammenti non utilizzati dell’avorio di mammut è probabile che siano datati anch’essi con il radiocarbonio, e si prevede che ciò possa confermare il risultato. Questa datazione rivista spinge l’uomo-leone più indietro rispetto alle più antiche sculture, che sono state trovate in due altre grotte del Giura Svevo. Questi rari reperti sono datati a 35.000 – 40.000 anni, ma l’uomo Leone è di gran lunga il pezzo più grande e complesso. Alcuni elementi scolpiti sono stati trovati in altre regioni, e sono un po’ più vecchi, ma si tratta di modelli semplici, non figurativi. Ciò che colpisce nello scultore dell’uomo-leone è che doveva avere una mente capace di viva immaginazione piuttosto che limitarsi a rappresentare semplici forme. Come Cook dice, “non è necessario avere un cervello con un complesso di corteccia pre-frontale per formare l’immagine mentale di un essere umano o di un leone, ma non è la stessa cosa per rendere la figura di un leone-uomo”.
La scultura di Ulm getta quindi ulteriore luce sull’evoluzione dell’homo sapiens. I conservatori hanno provato a fare una copia dell’uomo-leone, calcolando che ci sarebbe voluto il lavoro di almeno quattrocento ore di uno scultore altamente qualificato, che utilizzasse strumenti di selce (lavoro di due mesi alla luce del giorno). Ciò significa che l’intagliatore avrebbe dovuto essere curato e nutrito da cacciatori-raccoglitori, il che presuppone un certo grado di organizzazione sociale. C’è un dibattito in corso su ciò che rappresenti l’uomo-leone, e se fosse collegato allo sciamanesimo e al mondo degli spiriti. Inizialmente, si sperava che l’originale dell’uomo-leone fosse presentato alla mostra del British Museum, ma questo non si è rivelato possibile perché i conservatori hanno bisogno di tempo ulteriore per ricostruire la figura il più accuratamente possibile. Il Museo di Ulm ha ora intenzione di svelare l’originale nel mese di novembre. “Age Ice Art: Arrivo della mente moderna”.

Fonte: tanogaboblog.it

martedì 3 settembre 2013

A Su Brunk'e S'Omu di Bannari, oggi Villaverde, i primi sardi industriali.

A Su Brunk'e S'Omu di Bannari, oggi Villaverde, i primi sardi industriali.
di Vitale Scanu


Tutti i popoli storici hanno percorso un medesimo itinerario cronologico verso la civiltà: da pastori-cacciatori-raccoglitori sono via via passati all’agricoltura, alla coltivazione del frumento e all’allevamento. Così dev’essere stato indubbiamente anche per gli abitatori del villaggio nuragico di Brunk’e s’Omu di Bannari (oggi Villa Verde). Questa traiettoria, sotto l’aspetto geografico, per gli abitatori di Brunk'e s'Omu alla ricerca di terreni coltivabili, poteva avere, secondo logica, solo uno sbocco obbligato: la ridente e fertile valle sottostante. Non poteva avere alternative né verso Pau, né verso Usellus, ma solo verso la valle di Bàini. La zona viciniore così invitante, la scelta più agevole, più immediata, più logica, congrua e omogenea che si offriva loro: la piana di Bannari. Senza alternative. “Il territorio di dotazione di questo comune – nota il Casalis nel suo noto Dizionario storico-geografico - riconoscesi molto adatto ai cereali”. Convinciamoci: noi bainesi discendiamo dallo stesso ceppo, siamo lo stesso popolo senza soluzione di continuità, abbiamo lo stesso DNA, conserviamo l'eredità biologica degli abitatori nuragici della nostra montagna.
L'indagine archeologica effettuata nel 2005 nel Brunk'e s'Omu, ha finora dissotterrato numerosi ambienti abitativi, di una caratteristica molto primitiva, prevalentemente sotterranei, che presentano diversi vani di forma circolare, sub ellittica, sezione di ellisse, quadrangolare, arricchiti di banconi e nicchie, come in una capanna del villaggio interpretabile come "luogo delle riunioni". Alcuni ambienti, per l'articolazione dell'impianto, fanno pensare a un isolato a corte centrale. Tutti elementi che fanno immaginare l’esistenza di nuclei famigliari e un minimo di attività sociale condivisa. Chi ha visitato il sito archeologico di su Brunk’e s’Omu, resta impressionato, come già detto, per le concordanze tra questi moduli abitativi e le descrizioni che fa lo storico greco Diodoro Siculo (vissuto tra il 90 e il 27 a.C.) dei popoli nuragici. E’ quasi costretto a chiedersi: Ma questo studioso ha forse visitato gli spazi abitativi di su Brunk’e s’Omu, per poterli descrivere così minuziosamente? Né cartaginesi né romani, precisa Diodoro, poterono stanare questi montanari, che vivevano liberi nei loro monti secondo modelli di vita rude e semplice fatta di libertà, di autonomia, di abitudini di vita pastorale e di esperienze talmente radicate, “senza pensieri e senza fatiche”, tanto da tramandarci una viva memoria di sé, anche dopo migliaia di anni, fino ai giorni nostri.


Liberi nei loro monti!… Vediamoli da vicino, i nostri preistorici “compaesani”.
La loro storia è agganciata, e non è una novità, alle vicende dell’ossidiana del periodo nuragico. Il grande accentramento di nuraghi nel territorio (una media di quasi un nuraghe per chilometro quadrato, il più alto della zona, secondo l’archeologo Puxeddu) ci fa dedurre anche una corrispettiva densità demografica, perché i nuraghi, naturalmente, sono stati costruiti e abitati da persone, tante persone, unite per uno scopo unitario, guidate da competenti e geniali “capomastri”: le strutture a tholos, come i nuraghi, presentano infatti problemi di costruzione e di staticità ben più complessi che il trilitismo (Trilitismo è il sistema edificatorio elementare costituito da due elementi portanti verticali che ne sostengono uno orizzontale portato: le piramidi, il tempio di Monte d’Accoddi, Stonhenge… A tholos è il sistema edificatorio a conci aggettanti, che chiudono lo spazio con la cupola: tomba di Atreo, nuraghi…). Dovevano essere capomastri e maestranze di una competenza straordinaria. Una differenza di centimetri nella costruzione a tholos, con quei monoliti giganteschi sistemati a forza di braccia, poteva all’improvviso rappresentare la differenza tra la vita o la morte per tante maestranze. Erano primitivi, avevano un aspetto assai diverso dal nostro, ma erano tutt’altro che stupidi. Pensiamo alla genialità, alla potenza che richiede l’edificazione di un nuraghe: congegni di leve, pulegge, contrappesi… Specifici accorgimenti tecnici e costruttivi, normalmente sconosciuti presso altri popoli in quelle epoche remote, erano forzatamente richiesti per poter realizzare costruzioni del genere, che imponevano determinate precise nozioni affinché le strutture fossero in grado di sopportare quegli enormi pesi, autoreggentisi a vicenda, senza malte né altri leganti. L’inosservanza di tali precauzioni avrebbe inesorabilmente condannato l’opera a catastrofici cedimenti. Quelle nozioni matematiche, geometriche e quantitative non potevano non poggiare su un solido bagaglio intellettuale. Ci si chiede allora: queste nozioni tecniche costruttive (come pure le operazioni di scambio dell’ossidiana) erano perfezionate, condivise, ereditate solo verbalmente e registrate solo mnemonicamente, oppure erano mediate e trasmesse anche da un minimo di simboli e grafici, marcati, per esempio, su pelle, cortecce, foglie, sughero… tutti materiali organici distrutti inesorabilmente dall’azione corrasiva dei millenni? In altre parole, i nostri antenati conoscevano un minimo di scrittura? Come facevano a condividere le precise conoscenze intellettuali indispensabili per simili operazioni?
L’accentramento demografico motivato dall’ossidiana, implica inoltre un’intensa attività sociale e di scambio, con relative regole di clan o interfamigliari. La sua lavorazione, presuppone una rudimentale attività “mineraria”, “industriale” e “commerciale”, svolta da molte persone, nonché un minimo di tracciato viario, percorribile anche con mezzi trainati da grossi animali (ovviamente già domati e ammaestrati), percorsi che i nostri “compaesani” hanno dovuto aprirsi per esportare l’ossidiana, attività che verosimilmente consisteva nel baratto con altri generi di necessità primaria. Questo “vetro vulcanico” (ancora oggi usato in qualche clinica americana – come mi è capitato di leggere - per operazioni di altissima chirurgia…), che a quei tempi diede vita a una vera “rivoluzione”, come dice il professor Giovanni Lilliu, era una merce molto pregiata spendibile dal nostro comprensorio montano; di conseguenza, questa attività di baratto originava, col suo indotto, un certo livello di benessere sociale. Come dire: i primi bainesi hanno conosciuto prima il lavoro “industriale”(!) che quello agricolo.

Nell'immagine: Villaverde oggi.

lunedì 2 settembre 2013

Archeologia. La collina di Giovanni Lilliu

La Collina di Giovanni Lilliu
di Alberto Massazza


Certo, lui non si sarebbe mai aspettato che quella montagnola si potesse rivelare come uno di quei tell, tanto diffusi nella mezzaluna fertile, che celano imponenti testimonianze millenarie. Che li ci fosse un nuraghe era noto. Il nome stesso di quel piccolo rilievo, Brunku Su Nuraxi, la diceva lunga, con quell’articolo determinativo “su” (il-lo) a stabilire che lì stava il centro di quel sistema di torri di cui era disseminato il territorio. Ancora non si sapeva che il fratello minore di quel castello che stava per essere riportato alla luce, giaceva nelle fondamenta della cinquecentesca Casa Zapata, al centro del paese, adiacente alla Parrocchiale e per questo denominato Nuraxi ‘e Cresia, il nuraghe della chiesa.
Quella montagnola, per Giovanni Lilliu, era un’ossessione da sempre, ancor prima che si affermasse in lui la passione per l’archeologia; anzi, quell’ossessione fu la causa principale della sua totale dedizione allo studio del passato. Lui, quell’ammasso di terra e di pietre, troppo simmetrico per poter essere considerato naturale, l’aveva guardato sin da piccolo con curiosità, come una fucina di miti e misteri. Lì, secondo i racconti degli anziani, dimorava la terribile musca macedda; lì si andava a cacciare is strias (civette, barbagianni, ma anche streghe), creature notturne iettatrici per la tradizione popolare, capaci di portare terribili malattie ai neonati semplicemente sorvolandone le case; lì, il grande spirito degli antenati comunicava con gli uomini moderni, lasciando di tanto in tanto emergere qualche testimonianza di un passato oscuro e lontano.
Non era scemata quella fascinazione neanche quando, già orfano di madre, aveva dovuto andar via di casa per continuare gli studi. Prima i salesiani di Lanusei, poi quelli di Frascati e infine l’Università La Sapienza, fiore all’occhiello del sistema culturale fascista. Ma ogni estate, la collina riprendeva ad esercitare fisicamente e visceralmente la sua attrazione. Man mano che si inoltrava negli studi, le fantasticherie lasciavano il campo alla curiosità scientifica. Così,il futuro archeologo iniziò a coordinare i suoi amici in estemporanee esplorazioni e ad elaborare mentalmente un piano d’intervento. Gli studi universitari, a dispetto delle convenienze dettate dal regime che avrebbero richiesto un interesse rivolto alla Classicità romana, Lilliu li indirizzò verso la sua terra, fino alla tesi sulla religione preistorica della Sardegna che destò l’interesse di Raffaele Pettazzoni, eminenza della Storia delle religioni che aveva già pubblicato un saggio sul medesimo argomento. Appena laureato, fece la prima descrizione sistematica del sito di Su Nuraxi e, durante la scuola di specializzazione, frequentata sempre nell’ateneo romano, ebbe modo di fare un primo rudimentale saggio di scavo.

Finalmente ritornato stabilmente nell’isola dal 1943, come funzionario della Soprintendenza alle antichità della Sardegna, cercò in ogni modo di trovare fondi e autorizzazioni per una campagna di scavo. Nel 1949 riuscì a convincere il proprietario della collinetta, Oreste Sanna, a finanziare un saggio di scavo sotto la sua supervisione.Le risultanze di tale saggio fecero intuire la portata ben superiore alle aspettative del sito archeologico e convinsero l’allora soprintendente Pesce ad avviare una campagna sistematica coi finanziamenti erogati dalla Regione. Il 14 maggio del 1951 ebbero inizio i lavori che si protrassero fino al 15 novembre del 1956. Già alla fine del terzo anno di scavi, il sito rivelò tutta la sua imponenza ed estensione, con strutture appartenenti a ben 5 differenti periodi culturali abbraccianti quasi 2 millenni di storia, dal nuragico arcaico al romano imperiale: una maestosa torre centrale, il nucleo originario, collegata tramite bastioni a un sistema di quattro torri periferiche, poste ai punti cardinali; un giro di mura più snello con sette torri di raccordo, a racchiudere il castello e le strutture immediatamente adiacenti, presumibilmente il villaggio più arcaico; ai piedi del complesso, un villaggio con un rudimentale sistema idrico-fognario e un tessuto urbanistico labirintico, ambienti destinati alla vita quotidiana ed altri, ben più ampi, verosimilmente deputati alle attività sociali.
Di colpo, la cultura nuragica era passata dall’essere considerata una periferica e attardata manifestazione preistorica ad avere una piena dignità di civiltà, capace di adottare soluzioni architettoniche e urbanistiche ardite e all’avanguardia per quei tempi. L’eco della straordinaria scoperta si diffuse rapidamente negli ambienti scientifici europei e Lilliu divenne un punto di riferimento per tutta l’archeologia protomediterranea. La sua carriera accademica se ne giovò e il giovane archeologo di Barumini divenne titolare della cattedra di Antichità Sarde dell’Università di Cagliari, poi preside della facoltà di Lettere e Filosofia. Fondò la Scuola di Specializzazione di Studi Sardi, fermamente convinto che la clamorosa scoperta dovesse essere d’impulso non solo per il progresso dell’archeologia nuragica, ma soprattutto per la riappropriazione da parte del popolo sardo della sua identità culturale. E nel segno dell’identità culturale dei sardi si impegnò in politica, fino ad essere eletto in Consiglio Regionale, nelle liste democristiane, ma tanto autonomo da farsi fustigatore degli atteggiamenti subalterni dei partiti regionali nei confronti dei referenti romani.
In quegli anni, la meditazione sulle imponenti strutture di Su Nuraxi, lo portò a concepire una teoria denominata “Costante Resistenziale Sarda”, con la quale individuò una bipolarità nel popolo sardo, diviso, dalla fine dell’epopea nuragica, in costieri, collaborazionisti coi diversi dominatori che si succedettero nel corso della storia, e montanari delle Barbagie, resistenti e depositari della più genuina tradizione culturale. Questa teoria, sia pure non priva di manicheismi e denotante una rilettura semplicistica della storia, non immune dall’influenza del mito del buon selvaggio, contribuì non poco al dibattito sull’identità sarda degli ultimi quattro decenni.
Singolare figura d’intellettuale, sospeso tra il conservatorismo più radicale e l’adozione quasi pionieristica delle più moderne tecniche di ricerca archeologica, quali l’indagine stratigrafica e il metodo di datazione col Carbonio 14, Giovanni Lilliu continuò fino alla fine a far sentire la sua voce autorevole, consacrata dalle onoreficenze di Professore emerito dell’Università di Cagliari e di Accademico dei Lincei (unico sardo), in tema di identità e autonomia culturale, basata sulla conoscenza e salvaguardia del patrimonio culturale e ambientale dell’isola. Nel 2000, commosso, fu ospite d’onore delle celebrazioni per l’ingresso di Su Nuraxi nella ristretta cerchia dei siti Patrimonio mondiale dell’umanità dell’Unesco. Impossibilitato per motivi di salute a presenziare all’inaugurazione dell’altra straordinaria scoperta archeologica baruminese, avvenuta nel 2006, ebbe l’onore di battezzarla come Nuraxi ‘e Cresia. Si è spento il 19 febbraio 2012 a Cagliari, poche settimane prima di compiere il suo novantottesimo compleanno.

http://albertomassazza.wordpress.com

domenica 1 settembre 2013

La siccità fu la causa del collasso dell'età del bronzo, con buona pace dei Popoli del Mare.

La siccità fu la causa del collasso dell'età del bronzo, con buona pace dei Popoli del Mare. (Drought drove collapse of Late Bronze Age civilizations)
di Maurizio Feo



E' più che evidente come il Consenso Scientifico Internazionale si sia ormai definitivamente
orientato verso l'inesistenza accertata dei cosiddetti 'popoli del mare' (nel senso inteso da Maspero 300 anni fa) e della
inconsistenza della loro gloriosa epopea guerresca: questo, di conseguenza, fa inesorabilmente cadere tutto il
farneticante castello di carte costruito da alcuni scrittori autodidatti sardi intorno ad una presunta presenza, tra
essi, dei fantomatici "shardana", con tutto ciò che ne consegue logicamente: una Storia Sarda più vera restituita
finalmente ai Sardi...

LA PALEOCLIMATOLOGIA DIMOSTRA CHE FU LA SICCITA' A PRODURRE IL COLLASSO DELLA FINE DELL'ETA' DEL BRONZO, VERSO IL 1300 A.C. NELLE FINO AD ALLORA FIORENTI CIVILTA' DEL MEDITERRANEO ORIENTALE: LA RICERCA, DI DAVID KANIEWSKI (DELL'UNIVERSITA' DI TOLOSA IN FRANCIA, INSIEME CON COLLEGHI DA ALTREI ISTITUTI), E' PUBBLICATA SUL NUMERO DEL 14 DI AGOSTO DELLA RIVISTA SCIENTIFICA PLOS ONE, CON ACCESSO LIBERO.


Climate change may have driven the collapse of once-flourishing Eastern Mediterranean civilizations towards the end of the 13th century BC, according to research published August 14 in the open access journal PLOS ONE by David Kaniewski from the University of Paul Sabatier, Toulouse, France and colleagues from other institutions.

Foto sopra: LA REGIONE SULLA QUALE SONO STATI CONDOTTI GLI STUDI: IL LAGO SALATO, CON HALA SULTAN TEKKE NELLO SFONDO, (CIPRO).
This is the region where the study was performed (Salt Lake and the Hala Sultan Tekke in the background) [Credit: Geological Survey of Belgium/ David Kaniewski]



LE ANTICHE CIVILTA' DEL MEDITERRANEO ORIENTALE SI TROVAVANO IN VARIE SEDI CONFINANTI DELLE REGIONI COSTIERE DELL'EUROPA MERIDIONALE E DELL'ASIA OCCIDENTALE, OLTRE CHE DI ALCUNE ISOLE (GRECIA E SIRIA SONO L'OGGETTO DEL CAMPIONAMENTO DEL PRESENTE STUDIO). LE GRANDI POTENZE NOTE DI ALLORA ERANO SETTE: ALCUNE DI ESSE ERANO IN SITUAZIONE DI PRECARIO EQUILIBRIO PER LA LORO GRANDE DIPENDENZA DAI GRANDI PAESI AGRICOLI PRODUTTORI. TUTTE SOFFRIRONO UNA GRAVISSIMA CRISI, CHE CONDUSSE AL LORO COLLASSO, SUL QUALE E' STATA ROMANZATA L'EPOPEA (IN MASSIMA PARTE IMMAGINARIA) DEI COSIDDETTI "POPOLI DEL MARE".


Ancient civilizations flourished in regions of the Eastern Mediterranean such as Greece, Syria and neighboring areas, but suffered severe crises that led to their collapse during the late Bronze Age.

SONO STATI STUDIATI GRANI DI POLLINE OTTENUTI DAI SEDIMENTI DI UN ANTICO LAGO DELLA REGIONE, PER POTERE OTTENERE DATI CERTI SULLE MODIFICAZIONI AMBIENTALI DELL'EPOCA E RICAVARNE LA PROVA DEI CAMBIAMENTI CHE PRODUSSERO LA CRISI.


Here, researchers studied pollen grains derived from sediments of an ancient lake in the region to uncover a history of environmental changes that likely drove this crisis.

LE MODIFICHE NEL CONTENUTO DEGLI ISOTOPI DI CARBONIO NEL MEDITERRANEO ORIENTALE E LE SPECIE VEGETALI LOCALI INDICANO CHE IL LAGO SALATO UN TEMPO ERA UN FIORENTE PORTO MARINO, CHE SI E' GRADUALMENTE INTERRATO FINO A RISULTARNE UN LAGO SALATO ISOLATO DAL MARE.



Shifts in carbon isotopes in the Eastern Mediterranean and in local plant species suggest that this lake was once a flourishing harbor that gradually dried into a land-locked salt lake.

Foto sopra: PIANTA DI CIPRO, CON VISTA DEL LAGO SALATO DELLA BAIA DI LARNAKA (HALA SULTAN TEKKE)
Map of Cyprus with an overview of the Larnaca Salt Lake (Hala Sultan Tekke) in the Larnaca Bay [Credit: doi:10.1371/journal.pone.0071004.g001]
DI CONSEGUENZA, LA MANCANZA DI RACCOLTO PORTO' ALLA CARESTIA IN MOLTI PAESI, MOTIVANDO RIPETUTE INVASIONI DI EMIGRANTI CHE INVASERO LE REGIONI LIMITROFE ED INFINE OVUNQUE SI PRODUSSE IL COLLASSO POLITICO, AMMINISTRATIVO ED ECONOMICO DI TUTTE LE 'POTENZE' DEL MEDITERRANEO ORIENTALE, VERSO LA FINE DELL'ETA' DEL BRONZO.



As a result, crop failures led to famines, repeated invasions by migrants from neighboring regions and eventually, the political and economic collapse of the Eastern Mediterranean civilizations at the end of the late Bronze Age.

METTENDO INSIEME QUESTI DATI SCIENTIFICI E QUELLI ARCHEOLOGICI OTTENUTI DALLE TAVOLETTE IN CUNEIFORME E LA CORRISPONDENZA TRA I RE DI ALLORA, I RICERCATORI SUGGERISCONO CHE LA CRISI DEL BRONZO FINALE FU UN EVENTO COMPLESSO E MULTIFATTORIALE, COMPRENDENTE SICCITA', CARESTIA, LOTTE POLITICHE, GRAVI DISAGI ECONOMICI E SOCIALI, INVASIONI DI EMIGRANTI ED ALTRO ANCORA: NON PUO' ESSERE SPIEGATO CON UN SEMPLICE EVENTO SINGOLO.



Combining this data with archaeological evidence from cuneiform tablets and correspondence between kings, the researchers suggest that the late Bronze Age crisis was a complex, single event comprised of climate change-induced drought, famines, sea-borne invasions and political struggles, rather than a series of unrelated events.

IN CONCLUSIONE, SI SOTTOLINEA LA SENSIBILITA' AL CLIMA ED AI FATTORI AMBIENTALI DI QUESTE ANTICHE SOCIETA' BASATE SULL'AGRICOLTURA, DEMISTIFICANDO LA CRISI CHE CONDUSSE ALLA LORO FINE.


Fonte: http://pasuco.blogspot.it