sabato 10 novembre 2012
Il collasso dell'Età del Bronzo
Il collasso dell'Età del Bronzo
di Matteo Riccò
Tra la fine del XIII e l’inizio del XII a.C., il Mediterraneo orientale fu sconvolto dalle sue fondamenta. Nel giro di una generazione (o poco più), le grandi civiltà che sulle sue sponde si erano sviluppate nel corso di oltre mille anni andarono incontro a crisi profondissime (l’Egitto), giunsero al punto di crollare (il regno degli Hittiti) o sparirono nel nulla (i potenti regni micenei della Grecia continentale). Nello studio di questo fenomeno, bisogna prima di tutto sfatare un pregiudizio formale, legato alla terminologia utilizzata per descrivere tali epoche storiche: fra l’età del Bronzo e la successiva età del Ferro, che vedrà la fioritura delle grandi civiltà Classiche e il sorgere in Asia del potentissimo impero Persiano, non c’è semplicemente una correlazione di sequenzialità lineare. Dobbiamo cioè sfatare l’artificiale convenzione che l’età del Ferro sia semplicemente l’evoluzione diretta dell’età del Bronzo. Queste epoche sono fra loro distanziate da un abisso sociale, economico, culturale. Anche da un punto di vista tecnologico, l’età del Bronzo non può essere definita come primordiale rispetto alle civiltà successive: le potenzialità organizzative, amministrative, artistiche, tecniche – architettoniche e metallurgiche, persino agricole, espresse dalle grandi civiltà dell’età del Bronzo rimarranno per secoli ineguagliate. Tant’è vero che legittimamente la Grecia pre-Classica tramuterà la sua età del Bronzo in una vera e propria età dell’oro, popolata da uomini eccezionali, artigiani senza pari, artisti senza paragoni e successori.
In un certo senso, il collasso dell’età del Bronzo rappresenta l’equivalente nella storia umana delle cosiddette estinzioni di massa: l’improvvisa scomparsa delle grandi civiltà del levante mediterraneo creò frammentazione e diversificazione, e rimosse le sovrastrutture prima dominanti, la cui persistenza aveva e probabilmente avrebbe rallentato o francamente impedito la più rapida evoluzione socioculturale di quelle stessa area, consentendo in ultima analisi l’evoluzione verso il mondo che noi meglio conosciamo.
In conclusione, l’età del Bronzo non si limita a precedere temporalmente l’età del Ferro: rappresenta un diverso adattamento della società, e quindi della cultura umana, all’ambiente mediterraneo. In un certo senso, si potrebbe arrivare al paradosso di affermare che l’età del Bronzo preceda l’età del Ferro, ma esse non abbiano caratteri comuni da spartire.
La perentorietà di simili affermazioni, per quanto apparentemente eccessiva, sarà corroborata dal rapido confronto fra le culture che fiorirono in Grecia prima e dopo il collasso dell’età del Bronzo.
La cosiddetta cultura micenea è caratterizzata da uno spiccato sviluppo verticistico, il suo centro di gravità è rappresentato dalla fortezza (o astu), in cui si concentrano la classe dominante, gli artigiani, probabilmente i mercanti più ricchi, in strettissima contrapposizione alla campagna, popolata da quella che con ogni probabilmente doveva essere una massa di “animali barbuti” (per dirla con le parole di Herzen, per la verità riferite a tutt’altro contesto), composta sia di liberi contadini che di schiavi. L’astu non è semplicemente un punto di riferimento: rappresenta lo snodo centrale e univoco di tutta la società. Ogni aspetto della vita economica del regno ruota attorno alle decisioni che nell’astu sono prese. Ogni aspetto della vita economica del regno è strettamente annotato e contabilizzato, con una precisione che sa quasi di pedanteria.
Anche nella Grecia classica esiste questa contrapposizione fra città e campagna, ma con tutt’altro significato. Nella città, l’uomo diventa cittadino: inserendosi in un contesto articolato di relazioni interpersonali, l’uomo svolge una sua propria funzione sociale, che non è semplicemente quella definita da una specie di piramide feudale ante-litteram. Il tessuto sociale, con l’esclusione di alcuni esperimenti sociali, come Sparta ad esempio, è molto fluido: se è vero che la piena cittadinanza rimane sempre considerata esclusiva di una ridotta percentuale della popolazione, è altrettanto vero che ogni uomo gode della piena libertà d’impresa. Non c’è un committente o una specifica classe di committenti che vincolino il prodotto finale per aspetti e suoi contenuti specifici: la committenza è rappresentata dal miglior offerente, il quale può avere richieste mutevoli, talora d’occasione. L’amministrazione cittadina interviene nei rapporti con le altre città, nello stabilire le principali opere pubbliche, nel regolamentare l’ordine interno della città. Non esiste, invece, una così capillare gestione delle risorse commerciali ed economiche. Non c’è una pianificazione delle risorse agricole. Quantomeno, essa non avviene da un unico centro direttivo. Chiudendo in struttura circolare: esiste, ed esisterà sempre una contrapposizione città campagna, nel senso di due esistenze separate che solo sporadicamente trovano punto di contatto.
Questa contrapposizione fra due modelli sociali trova evidente espressione nelle grandi opere pubbliche di cui le diverse età della Grecia furono capaci, e che gli Archeologi stanno lentamente svelando.
La Grecia Classica non fu mai capace di costruire strade degne di questo nome, rendendo i lunghi viaggi continentali una vera e propria impresa: un terreno frastagliato e infinitamente parcellizzato fra città stato, in perenne lotta o comunque rivali, e la mancanza di un decisore super partes, che sia in grado di identificare le maggiori esigenze della collettività nei confronti degli specifici interessi privati, rappresentano un potenziale de profundis a qualsiasi tentativo di realizzare delle opere di respiro per così dire nazionale. Decisore super partes che, invece, era presente nella Grecia Micenea: l’astu, e il suo signore (o i suoi signori), che era in grado di impostare delle priorità, e di imporle, ottenendo o requisendo quel lavoro forzato necessario alla realizzazione di grandi opere pubbliche. Tornando al parallelo da cui siamo partiti, gli archeologi sono allibiti di fronte alla grande ricchezza della rete viaria micenea, ancor più strabiliante a fronte del nulla, o quasi, che la seguì fino alla conquista romana. Gli stessi archeologi si stupiscono di fronte a opere di grande ingegneria come il prosciugamento del lago di Orcomeno e della palude di Lerna, eventi di cui resta qualche vago e metaforico ricordo nella narrazione delle fatiche di Ercole. Opere di cui la Grecia classica fu del tutto incapace, e che nuovamente dovette aspettare dominazioni esterne (prima macedone, poi romana) per uguagliare o superare.
Tutto ciò conseguenza di un semplice dato tecnico: l’elevato costo delle armi e degli utensili di bronzo, contrapposto alla relativa economicità delle controparti di ferro. La chimica ci insegna che il ferro richiede più elevate temperature di lavorazione rispetto al rame e allo stagno, componenti necessari alla realizzazione della lega di bronzo. D’altra parte, tali elementi sono infinitamente più rari rispetto al ferro, molto abbondante sulla crosta terrestre più o meno a qualsiasi latitudine e longitudine. Per questo motivo, ogni qual volta una società sia passata attraverso la fase dell’ampio sfruttamento delle leghe di bronzo, tale fase storica è stata associata allo sviluppo di una casta dominante: a differenza del ferro, la cui abbondanza è sufficiente a sostenere una diffusione capillare e sistematica, una volta si sia capito come lavorarlo, il bronzo è e rimarrà per sempre e ovunque un presidio mopolizzabile da una élite. In certi casi, si potrebbe addirittura pensare che l’élite militare al vertice di determinate società sia proprio la risposta alla carenza sistematica del rame e dello stagno necessari alla realizzazione degli utensili e delle armi in bronzo.
In un certo senso, fra civiltà del bronzo e civiltà del ferro, quantomeno da un punto di vista militare, c’è lo stesso iato intercorrente fra l’uso dell’arco e quello della polvere da sparo. Un arciere unno del V d.C. era in grado di scagliare fino a dodici frecce in mezzo minuto da fermo, e una decina in corsa sul dorso del suo cavallo. Mille e cento anni dopo, un soldato dell’armata di Wallenstein poteva sparare più o meno tre colpi in un minuto, e grossomodo conseguire la stessa distanza di fuoco e la medesima capacità di penetrazione. Tuttavia, mentre il ragguardevole risultato del soldato unno era il risultato di un massacrante allenamento intrapreso sin dalla più tenera infanzia, sostenibile solo a fronte di una società costruita ad hoc per nutrire e allevare una casta di guerrieri, il soldataccio rinascimentale aveva solo bisogno di imparare a ricaricare l’archibugio, considerazione che alla fine porrà le basi dello sviluppo dei grandi eserciti nazionali e delle leve di massa dei secoli seguenti.
L’età del Bronzo è quindi l’età del singolo, in cui l’esercito ha il solo compito di occupare materialmente il territorio, la cui conquista ovvero la difesa spetta a un manipolo d’élite, una casta guerriera addestrata sin dalla più tenera infanzia per fare una sola cosa: combattere. Come? Fronte a fronte, uomo contro uomo, campione contro campione. Possiamo ragionevolmente dubitare che i guerrieri che segnarono l’esito della Guerra di Troia seguissero le regole di ingaggio omeriche. Non abbiamo motivo di dubitare, di contro, che effettivamente questi scontri furono in realtà la sterminata sommatoria di duelli individuali, in cui più che la vittoria di questa o quella città erano rilevanti la propria personale sopraffazione dell’avversario, cioè: l’imposizione della propria personale virtù ai danni dello sconfitto. La fanteria oplitica è lontana anni luce, non tanto per la diversa composizione dell’armatura, quanto per la diversa logica di fondo. L’oplita non è forte da solo, è forte quando inserito in un muro di ferro e di bronzo composto da altri cittadini soldati. L’eroe omerico è una torre che svetta nel nulla. L’età del Bronzo è un’epoca di splendidi, superbi solisti cui si contrappone la potenza del coro dell’età del Ferro.
Lecito chiedersi cosa abbia decretato la fine delle grandi civiltà del Bronzo. Parlando della fine dell’Impero Romano, alcuni storici hanno saggiamente affermato che a segnarne la fine fu un silenzioso sussurro piuttosto che il fragore. Parrebbe che il collasso dell’età del Bronzo fu invece violento e travagliato – quantomeno in una sua prima fase, e con molti – moltissimi, distinguo.
Andiamo con ordine.
Le grandi potenze mediterranee all’alba dell’ultimo secolo del Bronzo sono: l’Impero Hittita, l’Egitto, l’Assiria e Babilonia. Nelle tavolette cuneiformi di Hattusas, i relativi sovrani sono indicati dall’ideogramma convenzionale sumerico LUGAL, ossia grande re, che li distingue dai sovrani di più piccole e meno influenti entità statuali. A questi grandi re, forse, si aggiungeva verso la fine dell’epopea Hittita anche il Grande Re di Ayywa, forse la Grecia. Su questo reperto si è molto speculato. Prima di tutto, bisognerebbe chiarire chi siano gli Ayywa: la corrente più romantica, vorrebbe che gli Ayywa fossero gli Achei di Omero (cioè la denominazione etnica endogena della cultura micenea), il che lascerebbe pensare alcune cose e porterebbe a considerazioni tutt’altro che scontate.
Vediamole molto rapidamente. Il termine LUGAL viene usato in associazione al nome di Ayywa solo in una tavoletta a noi pervenuta, e il contesto è il seguente: il re Mursilis, ultimo grande re degli Hittiti, sta scrivendo al re dell’Egitto e, noblesse oblige, insiste sulla legittimità del suo porsi a pari livello del Faraone. In ragione del potere economico e militare, secondo Mursilis, cinque sono i sovrani che si equivalgono: il re di Hatti (cioè lui stesso), per l’appunto il Faraone, i re di Assiria, di Babilonia e della già citata Ayyawa. Questi ultimi sono gli unici che possano legittimamente pretendere di farsi chiamare Grande Re. A questo punto, la storia inizia a tingersi di mistero: il nome del re di Ayyawa è, infatti, parzialmente cancellato, come se lo scriba si fosse pentito di quell’aggiunta. Rimane per noi leggibile poiché il caso e la storia vollero che gli archivi di Hattusas fossero investiti da un violento incendio immediatamente dopo la produzione della tavoletta, prima che la lettera fosse completata e che l’argilla della tavoletta cuneiforme fosse rifinita. La parziale cancellazione è quindi sopravvissuta per un colpo di fortuna, e a noi resta da capire se l’azione dello scriba fosse un refuso ovvero una precisa scelta, ciò che può essere oggetto di svariate interpretazioni: il re di Ayyawa era effettivamente grande e potente, ma i rapporti con gli Hittiti si erano così raffreddati (magari per le vicende della guerra di Troia?) da spingere Mursilis a uno sprezzante rifiuto delle sue prerogative? Il re di Ayyawa era da così poco asceso a un livello di potere compatibile con quello di grande re da spingere i suoi pari a considerarlo nient’altro che un parvenu? Oppure, ed è questa l’ipotesi più affascinante, il grande re di Ayyawa era stato grande e forte, ma ora la sua potenza era crollata, al punto da non consentire più di annoverarlo nel G5 del mondo mediterraneo.
L’ipotesi è resa affascinante, si diceva, dalla cronologia. Stando a quel poco che sappiamo, le grandi regge della Grecia continentale spariscono una dopo l’altra, per lo più distrutte in violenti incendi, seguendo ciò che pare una cadenza regolare: Tebe, Lerna, Orcomeno, e solo per ultime Micene e Tirinto. Queste ultime, per altro, solo dopo aver vissuto un’ultima fase di sorprendente sviluppo (Tirinto in particolare), come se la loro popolazione si fosse improvvisamente ingrossata sotto la spinta di crescenti ondate di profughi. Dopo la Grecia, fu il turno proprio del regno Ittita. Il documento può essere quindi l’istantanea di quest’istante di passaggio.
A questo punto, una domanda sorge spontanea: ammesso e non concesso che Ayyawa sia un ipotetico regno Acheo, abbiamo qualche prova che dimostri l’esistenza di un Grande Regno miceneo?
La risposta non è per nulla semplice. Prima di tutto, ci mancano fonti storiche primarie. Gli Ittiti parlano di un grande re Ayyawa solo in questo contesto. Quando gli Ayyawa emergono dagli archivi di Hattusas è solo ed esclusivamente in riferimento a problemi di confine. Il che lascia pensare che gli Ayyawa fossero presenti in Anatolia. Posto che le grandi città della Ionia come Mileto furono fondate proprio in epoca Micenea, il problema non si sposta di un solo centimetro: esisteva un grande re di Ayyawa, e questo è in qualche modo pacifico, ma esisteva anche un regno di Ayyawa? La domanda è tutt’altro che peregrina. Se ci affidiamo a Omero, vediamo come la posizione di Agamennone sia quella di un primus inter pares. Egli è capo della spedizione, ma alla fine non ha reale autorità di comando, non nel senso che identificheremmo noi moderni. In un certo senso, egli può apparire come Grande Re di Ayyawa, ma solo considerando tutti i regni achei come una specie di federazione molto, molto labile.
In realtà, l’archeologia ci permette ulteriori astrazioni. Secondo la tradizione, Tebe e Orcomeno (ricca in oro come Micene, secondo la tradizione) furono distrutte immediatamente prima della Guerra di Troia, anche secondo l’Archeologia. Secondo la tradizione, a decretare la fine sulle vicende di Tebe fu una campagna orchestrata da Diomede, re di Tirinto. Città che conobbe, abbiamo già visto, una grande espansione nell’immediato periodo post-guerra di Troia, proprio mentre le altre potenze continentali elleniche andavano incontro al collasso.
Potremmo quindi fare un’ipotesi di questo genere: fra la fine dell’egemonia minoica sulla Grecia continentale e il conseguente capovolgimento di rapporti fra le due diverse civiltà, minoica e achea, e il crollo della stessa civiltà minoica, il panorama politico della Grecia continentale fu segnato dall’ascesa di alcune città stato, che iniziarono a erodere il territorio delle potenze vicine. In una certa fase, la potenza dominante fu rappresentata da Micene, che difatti proprio mentre le altre città lentamente spariscono, espande la cinta muraria, erige la superba porta dei leoni, ingloba nella cittadella, e forse imposta in senso monumentale il sacrario dei più antichi sovrani della città (che Schliemann erroneamente aveva identificato nella tomba degli Atridi, ma che alla fine, mito per mito, probabilmente erano piuttosto da riconoscere in Perseo e nei suoi più diretti discendenti). Abbinando politiche militari, commerciali e alleanze matrimoniali (vedasi la figura di Menelao, andato in sposo alla figlia del re di Sparta, ovvero quella di Ifigenia, promessa ad Achille prima di essere sacrificata ad Artemide nel fattaccio dell’Aulide), il re di Micene fu in grado di toccare tali vette di potere da poter essere effettivamente chiamato Grande Re, senza per altro controllare direttamente tutto il territorio, da altri sovrani che meno chiaramente conoscevano la situazione ellenica.
La ricostruzione virtuale di Hattusas è di www.turquiaysushuellas.blogspot.com
venerdì 9 novembre 2012
La Domus de Janas di Mandras sta morendo
La Domus de Janas di Mandras sta morendo
di Gabriele Ainis
La polemica sollevata dalla possibile suddivisione delle statue di Mont’è Prama ha riproposto, tra l’altro, il tema della conservazione e condivisione dell’eredità del nostro passato. Che poi le si voglia intendere come espressione identitaria di sardità è tutto da discutere (si tratterebbe anche di definirla, questa sardità), ma il fatto che debbano essere salvaguardate, studiate ed esposte secondo un disciplinare condiviso è cosa scontata.
Nonostante l’importanza riconosciuta del ritrovamento (in senso archeologico, prima di tutto, ma anche artistico, sebbene questo secondo aspetto appaia incredibilmente trascurato) la vicenda delle statue non è mai approdata nelle sedi istituzionali. Non ci sono state interrogazioni parlamentari, o regionali. Non ci sono pronunciamenti di politici (se non le corbellerie dei soliti indipendentisti che hanno l’abat-jour a forma di nuraghe sul comodino). Tuttavia se ne parla e se discute, si tiene viva l’attenzione, insomma.
Ma soprattutto, parole a parte, le statue sono state preservate, restaurate, insomma messe al sicuro, stanziando risorse dignitosamente sufficienti alla bisogna. Si discuterà all’infinito se rappresentino i sardi (chissà cosa sono, questi), se siano «di Cabras» o no, si lanceranno slogan di tutti i colori e sapori ma le statue non andranno perdute: il dato oggettivo è questo!
La tomba dipinta a domus de janas di Mandras – anch’essa un unicum, come le statue – al contrario, è finita in parlamento. C’è finita con due interrogazioni a firma di rappresentati del PDL e del PD. Si potrebbe dire un interesse bipartizan.
La tomba di Mandras è finita anche al consiglio provinciale, a Oristano, perché la politica si è accorta che non possiamo permetterci di rinunciare ad un altro pezzo del nostro paesaggio.
C’è finita perché attorno ad essa si è coagulato un piccolo movimento d’interesse scaturito dal territorio, dal Barigadu e ciò è accaduto grazie all’immensa testardaggine di Cinzia Loi, l’archeologa che si è laureata studiando il proprio territorio, vive intensamente un rapporto profondo con esso, lo difende in maniera propositiva ed ha creato un gruppo di lavoro formato da cittadini, volontari, che fanno del territorio un impegno comune e del paesaggio una parte importante della propria esistenza.
È questo gruppo che si è caricato la domus di Mandras sulla schiena e l’ha portata su Archeologia Viva, quindi in Parlamento ed infine in Provincia.
E il risultato?
Zero!
Mentre si litiga (dottamente, ma sempre litigio è) per la collocazione delle statue di Mont’e Prama (ma è anche corretto farlo, intendiamoci, è una problematica culturale profonda, che trascende gli aspetti localistici) non ci sono i quattrini per la messa in sicurezza di un reperto unico, Mandras, così, mentre la saggezza di archeologi, storici, politici e membri vari si spende in considerazioni che coinvolgono tutto lo scibile umano, in pochi si rendono conto che le statue sono state messe in salvo, mentre la tomba dipinta no!
Da cui potrebbe discendere una domanda, forse troppo semplice per gli intellettuali abituati a un lessico più raffinato: ma se un figlio sta morendo, abbiamo davvero il tempo di pensare alla laurea di un altro, o le priorità ci suggeriscono di accantonare per un momento la laurea pensando alla vita?
Sì, lo so che a volte mi identifico con la casalinga di Buddusò, che però è quella incaricata di mettere il pranzo in tavola quando il professor Dusciudeu, stanco dalle tenzoni culturali, ha bisogno di un piatto di ravioli di patata con la nipitella! Che sarebbe a dire, chi nutre il professore ed ha ben presente cosa siano le priorità!
Però le domus de janas non sono guerrieri, nessuno si taglia le palle se sono state scavate cento anni prima o trecento dopo, non ci sono torme di sedicenti appassionati capaci di passare le settimane tagliando l’aria a fette con un microtomo per rincorre l’ideale identitario che i sardi scolpissero prima degli altri, tagliassero il brodo con le forbici nuragiche prima degli altri e soprattutto che i perfidi archeologi nascondano le forbici nuragiche tutte le volte che le trovano, perché sono pagati da Roma.
In fondo, la tomba di Mandras è solo una questione di cultura, di paesaggio, di difesa della consapevolezza di vivere in un luogo che non è solo un letto, un lavoro (magari malpagato) e il sabato sera in pizzeria.
Per questo, si ringraziano sentitamente tutti i politici che hanno depositato interrogazioni e parlano di Mandras, ma spiegare per quali motivi non ci siano i fondi per metterla in sicurezza e preservarla non può bastare, per il semplice motivo che non serve!
Per questo Paleoworking, la Banda di Ardauli, continuerà ad agitarsi, perché Don Chisciotte, a volte, è anche capace di sconfiggere i mulini a vento.
Fonte: http://exxworks.wordpress.com (01.08.2012)
Immagini (dall'alto)di:
sardegnareporter.it
Cristiano Cani
sardegnacultura.it
di Gabriele Ainis
La polemica sollevata dalla possibile suddivisione delle statue di Mont’è Prama ha riproposto, tra l’altro, il tema della conservazione e condivisione dell’eredità del nostro passato. Che poi le si voglia intendere come espressione identitaria di sardità è tutto da discutere (si tratterebbe anche di definirla, questa sardità), ma il fatto che debbano essere salvaguardate, studiate ed esposte secondo un disciplinare condiviso è cosa scontata.
Nonostante l’importanza riconosciuta del ritrovamento (in senso archeologico, prima di tutto, ma anche artistico, sebbene questo secondo aspetto appaia incredibilmente trascurato) la vicenda delle statue non è mai approdata nelle sedi istituzionali. Non ci sono state interrogazioni parlamentari, o regionali. Non ci sono pronunciamenti di politici (se non le corbellerie dei soliti indipendentisti che hanno l’abat-jour a forma di nuraghe sul comodino). Tuttavia se ne parla e se discute, si tiene viva l’attenzione, insomma.
Ma soprattutto, parole a parte, le statue sono state preservate, restaurate, insomma messe al sicuro, stanziando risorse dignitosamente sufficienti alla bisogna. Si discuterà all’infinito se rappresentino i sardi (chissà cosa sono, questi), se siano «di Cabras» o no, si lanceranno slogan di tutti i colori e sapori ma le statue non andranno perdute: il dato oggettivo è questo!
La tomba dipinta a domus de janas di Mandras – anch’essa un unicum, come le statue – al contrario, è finita in parlamento. C’è finita con due interrogazioni a firma di rappresentati del PDL e del PD. Si potrebbe dire un interesse bipartizan.
La tomba di Mandras è finita anche al consiglio provinciale, a Oristano, perché la politica si è accorta che non possiamo permetterci di rinunciare ad un altro pezzo del nostro paesaggio.
C’è finita perché attorno ad essa si è coagulato un piccolo movimento d’interesse scaturito dal territorio, dal Barigadu e ciò è accaduto grazie all’immensa testardaggine di Cinzia Loi, l’archeologa che si è laureata studiando il proprio territorio, vive intensamente un rapporto profondo con esso, lo difende in maniera propositiva ed ha creato un gruppo di lavoro formato da cittadini, volontari, che fanno del territorio un impegno comune e del paesaggio una parte importante della propria esistenza.
È questo gruppo che si è caricato la domus di Mandras sulla schiena e l’ha portata su Archeologia Viva, quindi in Parlamento ed infine in Provincia.
E il risultato?
Zero!
Mentre si litiga (dottamente, ma sempre litigio è) per la collocazione delle statue di Mont’e Prama (ma è anche corretto farlo, intendiamoci, è una problematica culturale profonda, che trascende gli aspetti localistici) non ci sono i quattrini per la messa in sicurezza di un reperto unico, Mandras, così, mentre la saggezza di archeologi, storici, politici e membri vari si spende in considerazioni che coinvolgono tutto lo scibile umano, in pochi si rendono conto che le statue sono state messe in salvo, mentre la tomba dipinta no!
Da cui potrebbe discendere una domanda, forse troppo semplice per gli intellettuali abituati a un lessico più raffinato: ma se un figlio sta morendo, abbiamo davvero il tempo di pensare alla laurea di un altro, o le priorità ci suggeriscono di accantonare per un momento la laurea pensando alla vita?
Sì, lo so che a volte mi identifico con la casalinga di Buddusò, che però è quella incaricata di mettere il pranzo in tavola quando il professor Dusciudeu, stanco dalle tenzoni culturali, ha bisogno di un piatto di ravioli di patata con la nipitella! Che sarebbe a dire, chi nutre il professore ed ha ben presente cosa siano le priorità!
Però le domus de janas non sono guerrieri, nessuno si taglia le palle se sono state scavate cento anni prima o trecento dopo, non ci sono torme di sedicenti appassionati capaci di passare le settimane tagliando l’aria a fette con un microtomo per rincorre l’ideale identitario che i sardi scolpissero prima degli altri, tagliassero il brodo con le forbici nuragiche prima degli altri e soprattutto che i perfidi archeologi nascondano le forbici nuragiche tutte le volte che le trovano, perché sono pagati da Roma.
In fondo, la tomba di Mandras è solo una questione di cultura, di paesaggio, di difesa della consapevolezza di vivere in un luogo che non è solo un letto, un lavoro (magari malpagato) e il sabato sera in pizzeria.
Per questo, si ringraziano sentitamente tutti i politici che hanno depositato interrogazioni e parlano di Mandras, ma spiegare per quali motivi non ci siano i fondi per metterla in sicurezza e preservarla non può bastare, per il semplice motivo che non serve!
Per questo Paleoworking, la Banda di Ardauli, continuerà ad agitarsi, perché Don Chisciotte, a volte, è anche capace di sconfiggere i mulini a vento.
Fonte: http://exxworks.wordpress.com (01.08.2012)
Immagini (dall'alto)di:
sardegnareporter.it
Cristiano Cani
sardegnacultura.it
giovedì 8 novembre 2012
Santuario di Demetra ritrovato in Tuscia
Santuario di Demetra ritrovato in territorio etrusco
Uno scavo di emergenza del 2006, per impedire che gli scavatori clandestini potessero ulteriormente danneggiare il luogo, ha portato alla luce un interessante complesso archeologico frequentato sia in epoca etrusca sia romana. Gli scavi sono stati condotti dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Etruria Meridionale nella persona di Maria Gabriella Scapaticci. Il luogo era già conosciuto dagli archeologi soprattutto per l'esistenza dei resti di una cisterna romana, di una cava dismessa di peperino e di una strada scavata nella roccia che porta alla cava. Un primo scavo di emergenza in loco era già stato compiuto dalla Soprintendenza nel 1987. Da questo scavo erano emersi dei resti che furono attributi ad una villa romanae che sono stati successivamente rinterrati.
Il complesso riportato alla luce comprende una serie di ambienti rupestri, di aree cultuali all'aperto e una cella. Gli archeologi l’hanno battezzato Santuario di Demetra poiché qui si veneravano sia la dea greca delle messi e della terra che a sua figlia Persephone/Kore. Il Santuario dista 600 metri circa dalla strada provinciale Cura di Vetralla-Blera. Fa parte del complesso la vicina cava di peperino, una dura roccia vulcanica la cui resistenza è stata sfruttata dagli Etruschi, che ne hanno tratto materiale per le loro necropoli: letti, sarcofagi, urne, statue. Anticamente, forse, qui sgorgava una sorgente, si deduce dalla presenza di un antico fontanile scavato in un monolite.
Il tempietto è veramente piccolo, con un tetto a doppio spiovente (rimosso per effettuare gli scavi) e vi è stata ritrovata una statua in terracotta di 50 centimetri circa di altezza, identificata con la greca Demetra, assimilata all'etrusca Vei, che i Romani adoravano con il nome di Cerere. Sono stati ritrovati anche alcuni elementi legati al culto: un tavolino rituale e un'ara; tutti si trovavano nella stessa posizione in cui furono lasciati nell'antichità. La cella è lunga quasi due metri e larga uno, sul fondo reca una risega sopraelevata nel banco di roccia, dove era posta la divinità tutelare in posizione seduta, con accanto la testina in terracotta di un'altra divinità femminile. Non sono presenti pitture parietali, solo un intonaco color crema.
Sotto il tavolino rituale e ai piedi della statua, gli archeologi hanno ritrovato delle lucerne, un piccolo boccale, un'olletta e dei coperti rovesciati di proposito. Sul piano del tavolino vi erano frammenti di tegole e un asse di Domiziano (86 d.C.). Di fronte alla cella vi era lo spazio sacro in cui sono stati ritrovati altri oggetti: un donario costituito da un'ara con soprastante un busto in terracotta, entrambi del III a.C., ma in uso anche durante l'età imperiale; numerose lucerne in terracotta.
Gli archeologi hanno ipotizzato, dalla forma e dalla posizione del tempietto, che l'edificio risalga al VI a.C.. L'area sacra esterna al piccolo edificio era costituita da una serie di fosse votive in cui erano stati seppelliti tutti gli ex voto e i doni in terracotta che si accumulavano, nel corso degli anni, nel tempio. Sono stati ritrovati numerosi ex voto anatomici: uteri, gambe, teste, piedi e molte statuette raffiguranti donne.
La statua ritrovata nel tempietto, raffigurante la divinità seduta in trono e identificata con la greca Demetra, è ora custodita al Museo Nazionale Etrusco di Viterbo. Ha una corona in testa e i capelli disposti a crocchia, secondo una moda di stampo ellenistico. Probabilmente era dipinta. Nella mano superstite reca una patera (un piattello per le offerte) mentre nell'altra, purtroppo mancante, forse teneva delle spighe. Sulla base di un confronto con opere simili, gli archeologi hanno ipotizzato una datazione al III a.C., epoca durante la quale venne realizzata la cella. Il luogo, però, era sicuramente frequentato anche in epoca precedente, per un culto legato alla presenza dell'acqua alla quale si attribuivano proprietà terapeutiche.
L'etrusca Vei era una divinità autoctona adorata in diverse località dell'Etruria Centro-Meridionale. Era una dea legata al mondo femminile, alla riproduzione, ai cambiamenti di status. Il corrispondente greco di Vei, Demetra, giunse in Etruria nel VI a.C. (è raffigurata su vasi attici che arrivarono in Etruria, come il cratere François del 570 a.C.). Nel V a.C. le dee eleusine (Demetra e sua figlia Persephone/Kore) attraversarono il Mediterraneo giungendo anche in Etruria, dove sono raffigurate solitamente presso il carro di Trittolemo. La presenza del culto di Demetra e di sua figlia è stata riscontrata a Gravisca (porto di Tarquinia) ed a Pyrgi (porto di Cerveteri). Le attestazioni epigrafiche restituiscono il nome di una divinità femminile locale di nome Kavatha che, proprio a Pyrgi, è chiamata "figlia" ed è spesso nominata in coppia con Suri, un dio ctonio con funzioni di oracolo paragonabile a Dis Pater (alcuni studiosi leggono nelle due figure come una coppia di sposi e, precisamente, Persephone e Ade). L'etrusca Kavatha era legata al matrimonio ed ai riti di passaggio e la sua figura è stata assimilata a Persephone/Kore per la presenza, in loco, del culto di Demetra e per le caratteristiche proprie di Kavatha.
Un edificio dedicato a Demetra è stato ritrovato e identificato a Gravisca. In questo edificio sono state ritrovate anche due dediche a Vei, una sul fondo di unoskyphos attico a vernice nera della fine del VI a.C., una all'esterno di una kylix attica a figure rosse.
Il tempietto ritrovato nella Tuscia viterbese era legato almondo contadino e destinato al culto rurale. Non si sanno i motivi del suo abbandono che, comunque, fu voluto e non determinato da cause improvvise. L'area venne, infatti, sigillata con uno strato di residui di cava, lasciando intenzionalmente intatte la cella e l'antecella. In varie zone del terreno fu sparsa una sostanza, forse liquida, che è stata rintracciata in uno strato più scuro del terreno
Fonte: Le nebbie del tempo.
Uno scavo di emergenza del 2006, per impedire che gli scavatori clandestini potessero ulteriormente danneggiare il luogo, ha portato alla luce un interessante complesso archeologico frequentato sia in epoca etrusca sia romana. Gli scavi sono stati condotti dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Etruria Meridionale nella persona di Maria Gabriella Scapaticci. Il luogo era già conosciuto dagli archeologi soprattutto per l'esistenza dei resti di una cisterna romana, di una cava dismessa di peperino e di una strada scavata nella roccia che porta alla cava. Un primo scavo di emergenza in loco era già stato compiuto dalla Soprintendenza nel 1987. Da questo scavo erano emersi dei resti che furono attributi ad una villa romanae che sono stati successivamente rinterrati.
Il complesso riportato alla luce comprende una serie di ambienti rupestri, di aree cultuali all'aperto e una cella. Gli archeologi l’hanno battezzato Santuario di Demetra poiché qui si veneravano sia la dea greca delle messi e della terra che a sua figlia Persephone/Kore. Il Santuario dista 600 metri circa dalla strada provinciale Cura di Vetralla-Blera. Fa parte del complesso la vicina cava di peperino, una dura roccia vulcanica la cui resistenza è stata sfruttata dagli Etruschi, che ne hanno tratto materiale per le loro necropoli: letti, sarcofagi, urne, statue. Anticamente, forse, qui sgorgava una sorgente, si deduce dalla presenza di un antico fontanile scavato in un monolite.
Il tempietto è veramente piccolo, con un tetto a doppio spiovente (rimosso per effettuare gli scavi) e vi è stata ritrovata una statua in terracotta di 50 centimetri circa di altezza, identificata con la greca Demetra, assimilata all'etrusca Vei, che i Romani adoravano con il nome di Cerere. Sono stati ritrovati anche alcuni elementi legati al culto: un tavolino rituale e un'ara; tutti si trovavano nella stessa posizione in cui furono lasciati nell'antichità. La cella è lunga quasi due metri e larga uno, sul fondo reca una risega sopraelevata nel banco di roccia, dove era posta la divinità tutelare in posizione seduta, con accanto la testina in terracotta di un'altra divinità femminile. Non sono presenti pitture parietali, solo un intonaco color crema.
Sotto il tavolino rituale e ai piedi della statua, gli archeologi hanno ritrovato delle lucerne, un piccolo boccale, un'olletta e dei coperti rovesciati di proposito. Sul piano del tavolino vi erano frammenti di tegole e un asse di Domiziano (86 d.C.). Di fronte alla cella vi era lo spazio sacro in cui sono stati ritrovati altri oggetti: un donario costituito da un'ara con soprastante un busto in terracotta, entrambi del III a.C., ma in uso anche durante l'età imperiale; numerose lucerne in terracotta.
Gli archeologi hanno ipotizzato, dalla forma e dalla posizione del tempietto, che l'edificio risalga al VI a.C.. L'area sacra esterna al piccolo edificio era costituita da una serie di fosse votive in cui erano stati seppelliti tutti gli ex voto e i doni in terracotta che si accumulavano, nel corso degli anni, nel tempio. Sono stati ritrovati numerosi ex voto anatomici: uteri, gambe, teste, piedi e molte statuette raffiguranti donne.
La statua ritrovata nel tempietto, raffigurante la divinità seduta in trono e identificata con la greca Demetra, è ora custodita al Museo Nazionale Etrusco di Viterbo. Ha una corona in testa e i capelli disposti a crocchia, secondo una moda di stampo ellenistico. Probabilmente era dipinta. Nella mano superstite reca una patera (un piattello per le offerte) mentre nell'altra, purtroppo mancante, forse teneva delle spighe. Sulla base di un confronto con opere simili, gli archeologi hanno ipotizzato una datazione al III a.C., epoca durante la quale venne realizzata la cella. Il luogo, però, era sicuramente frequentato anche in epoca precedente, per un culto legato alla presenza dell'acqua alla quale si attribuivano proprietà terapeutiche.
L'etrusca Vei era una divinità autoctona adorata in diverse località dell'Etruria Centro-Meridionale. Era una dea legata al mondo femminile, alla riproduzione, ai cambiamenti di status. Il corrispondente greco di Vei, Demetra, giunse in Etruria nel VI a.C. (è raffigurata su vasi attici che arrivarono in Etruria, come il cratere François del 570 a.C.). Nel V a.C. le dee eleusine (Demetra e sua figlia Persephone/Kore) attraversarono il Mediterraneo giungendo anche in Etruria, dove sono raffigurate solitamente presso il carro di Trittolemo. La presenza del culto di Demetra e di sua figlia è stata riscontrata a Gravisca (porto di Tarquinia) ed a Pyrgi (porto di Cerveteri). Le attestazioni epigrafiche restituiscono il nome di una divinità femminile locale di nome Kavatha che, proprio a Pyrgi, è chiamata "figlia" ed è spesso nominata in coppia con Suri, un dio ctonio con funzioni di oracolo paragonabile a Dis Pater (alcuni studiosi leggono nelle due figure come una coppia di sposi e, precisamente, Persephone e Ade). L'etrusca Kavatha era legata al matrimonio ed ai riti di passaggio e la sua figura è stata assimilata a Persephone/Kore per la presenza, in loco, del culto di Demetra e per le caratteristiche proprie di Kavatha.
Un edificio dedicato a Demetra è stato ritrovato e identificato a Gravisca. In questo edificio sono state ritrovate anche due dediche a Vei, una sul fondo di unoskyphos attico a vernice nera della fine del VI a.C., una all'esterno di una kylix attica a figure rosse.
Il tempietto ritrovato nella Tuscia viterbese era legato almondo contadino e destinato al culto rurale. Non si sanno i motivi del suo abbandono che, comunque, fu voluto e non determinato da cause improvvise. L'area venne, infatti, sigillata con uno strato di residui di cava, lasciando intenzionalmente intatte la cella e l'antecella. In varie zone del terreno fu sparsa una sostanza, forse liquida, che è stata rintracciata in uno strato più scuro del terreno
Fonte: Le nebbie del tempo.
mercoledì 7 novembre 2012
Spiriti, streghe e diavolo nelle tradizioni della Sardegna antica.
I racconti nella notte dei tempi
di Melqart Re
Nella Sardegna preistorica esisteva già il diavolo. Era uno spauracchio spiritico che veniva direttamente dagli inferi, un luogo che gli abitanti delle montagne conoscevano bene.
Mammuthone, Mammunt, Mommoth, o forse Ammuntha erano i suoi molteplici nomi.
Durante la Notte, momento temporale associato alla morte, il Diavolo appariva nelle strette gole dei monti, nel canyon granitico de Su Gorroppu (inaccessibile gola tra i monti di Orgosolo, Urzulei e Oliena).
Un giovane ragazzo sardo fu spinto dalle donne della sua famiglia a trascorrere la notte tra quelle spaventose e gigantesche pietre.
Quelle streghe, con fare aspro e deciso, lo sfidarono a trascorrere una notte con il diavolo. Ne andava del suo onore: se avesse avuto paura, sarebbe tornato al villaggio, e loro, lo avrebbero denudato davanti ai paesani e riempito di botte.
Anche le donne della sua famiglia, sorelle e cugine, potevano contrattare con Ammuntha: in cambio di ricchezza, amore e gloria, dovevano cedergli il loro corpo e anche l'anima.
Nelle tradizioni popolari (che forse iniziarono da allora) sulla stregoneria femminile, il re degli inferi si accoppia abitualmente con le streghe. Lo fa con rituali ai quali tutti gli iniziati devono assistere, per poi imitarli.
La gravidanza e il parto erano pericolosi per gestante e neonato, e i riti dell'accoppiamento rivestivano un enorme valore, ne andava di mezzo la continuazione della specie. Per renderli magici, le sciamane e i sacerdoti dei culti, inventavano le psico-magie più fantasiose.
La notte è sempre lo sfondo preferito per il racconto delle storie tradizionali. Cantate e narrate con enfasi davanti ai fuochi, alle forredde e alle lolle dei cortili. Sono sempre le donne che raccontano: indaffarate di giorno e dolcissime cantastorie la notte.
Le donne e i bambini hanno una memoria vivida, e sono in grado di memorizzare molti più dati di un maschio adulto. L'oscurità della notte è la costante, è il velo sensoriale che impedisce alla realtà del quotidiano di emergere, disturbando la fantasia e l'ascolto. Il racconto tradizionale rimane vivido nei secoli, e quel sottile filo che unisce le narratrici del passato e quelle del presente garantisce la trasmissione dei saperi.
Immagine di: ilprincipedipisa4
di Melqart Re
Nella Sardegna preistorica esisteva già il diavolo. Era uno spauracchio spiritico che veniva direttamente dagli inferi, un luogo che gli abitanti delle montagne conoscevano bene.
Mammuthone, Mammunt, Mommoth, o forse Ammuntha erano i suoi molteplici nomi.
Durante la Notte, momento temporale associato alla morte, il Diavolo appariva nelle strette gole dei monti, nel canyon granitico de Su Gorroppu (inaccessibile gola tra i monti di Orgosolo, Urzulei e Oliena).
Un giovane ragazzo sardo fu spinto dalle donne della sua famiglia a trascorrere la notte tra quelle spaventose e gigantesche pietre.
Quelle streghe, con fare aspro e deciso, lo sfidarono a trascorrere una notte con il diavolo. Ne andava del suo onore: se avesse avuto paura, sarebbe tornato al villaggio, e loro, lo avrebbero denudato davanti ai paesani e riempito di botte.
Anche le donne della sua famiglia, sorelle e cugine, potevano contrattare con Ammuntha: in cambio di ricchezza, amore e gloria, dovevano cedergli il loro corpo e anche l'anima.
Nelle tradizioni popolari (che forse iniziarono da allora) sulla stregoneria femminile, il re degli inferi si accoppia abitualmente con le streghe. Lo fa con rituali ai quali tutti gli iniziati devono assistere, per poi imitarli.
La gravidanza e il parto erano pericolosi per gestante e neonato, e i riti dell'accoppiamento rivestivano un enorme valore, ne andava di mezzo la continuazione della specie. Per renderli magici, le sciamane e i sacerdoti dei culti, inventavano le psico-magie più fantasiose.
La notte è sempre lo sfondo preferito per il racconto delle storie tradizionali. Cantate e narrate con enfasi davanti ai fuochi, alle forredde e alle lolle dei cortili. Sono sempre le donne che raccontano: indaffarate di giorno e dolcissime cantastorie la notte.
Le donne e i bambini hanno una memoria vivida, e sono in grado di memorizzare molti più dati di un maschio adulto. L'oscurità della notte è la costante, è il velo sensoriale che impedisce alla realtà del quotidiano di emergere, disturbando la fantasia e l'ascolto. Il racconto tradizionale rimane vivido nei secoli, e quel sottile filo che unisce le narratrici del passato e quelle del presente garantisce la trasmissione dei saperi.
Immagine di: ilprincipedipisa4
martedì 6 novembre 2012
Colonne d'Ercole e Sardegna

Oh quante belle colonne, Madama Dorè
di Alfonso Stiglitz
Le Colonne d’Eracle, per i volenterosi seguaci della tesi Sardegna = Atlantide, sono come le figlie di Madama Dorè, che ognuno vorrebbe maritare. E ognuno le vuole maritare con la Sicilia, Malta, le Sirti, le Bocche di Bonifacio o con la Spagna come voleva lo scudiero del re che prese la più bella.
Perché parliamo di Colonne? Perché senza Colonne non c’è Atlantide. Un rapido sfogliare delle pubblicazioni su Atlantide Sardegna ci porta a ubicare queste Colonne ovunque e, ovviamente, ad attribuire questa collocazione alla mente di Platone, il quale
- se la Sardegna è Atlantide, come ormai è assodato, salvo che per i pervicaci archeologi sardi, che nel loro oscurantismo continuano a ritenere che la Civiltà nuragica non sia collassata drammaticamente nel 1175 -
pone Atlantide al di là delle Colonne, ergo queste stanno al di qua della Sardegna, tra Platone e la nostra isola e, quindi, al massimo in Sicilia o tra Sicilia e Tunisia.

Ora confesso che, nel mio pervicace oscurantismo, trovo un po’ strano che Platone abbia posto la fine del mondo, il non plus ultra, in Sicilia
· Perché in Sicilia Platone ha vissuto per circa 7 anni
· Perché ai tempi di Platone, ben al di là della Sicilia fiorivano fior di città greche, famose, che inondavano il mare delle proprie merci, una per tutte Marsiglia.
Se le Colonne sono, come erano, nel punto di separazione tra la realtà dei vivi e l’aldilà, inteso come altra dimensione, non più umana, buon senso vuole che non stiano in mezzo ai propri traffici commerciali: i lettori lo avrebbero immediatamente sconfessato.
Ovviamente se Platone avesse preteso di raccontare una storia vera e non uno dei suoi racconti filosofici.
Cosa sono le Colonne ?
Sono i segni che indicano il passaggio dall’aldiquà all’aldilà. Un mito orientale
e i miti orientali sono alla base della mitologia greca (vedi Esiodo)
Sono le porte del sole che segnano il percorso del sole da E a W
1) il sole visita l’aldilà durante la notte
2) deve attraversare le “porte del cielo”
3) il guardiano è il dio solare shamash
4) che si identificano con due monti gemelli come ben visibile in un sigillo akkadico del III millennio a.C.
Mashu era il nome della montagna di ingresso nell’aldilà a W
durante la notte il sole ripercorreva il tragitto W-E fino a uscire dall’altra montagna gemella Mashu.

Questi racconti mesopotamico sono diffusi ovunque e rimangono in tutte le mitologie del Vicino Oriente, compresa la Bibbia. Il diluvio universale è un racconto mesopotamico che gli ebrei lessero, o sentirono, e riportarono nel loro racconto. A Ugarit, il porto siriano, l’aldilà si trova all’estremo occidente del mondo conosciuto. Il ciclo di Baal, la grande divinità semitica, comprende due montagne ai limiti della Terra che segnano l’ingresso dell’aldilà a Occidente, e dell’aldiqua a Oriente, e il portiere si chiama Reshep, la fiamma, strettamente imparentato con Melqart. Non è un caso che nei templi, ad esempio a Cadice, il fuoco viva perennemente, all’interno di appositi calderoni accesi nel tempio. Le colonne dunque rappresentano un limite, un confine un luogo ultimo oltre il quale non si può andare, separa l’aldilà dal mondo reale, la geografia degli dei da quella degli uomini
Chi ha portato queste colonne nel Mediterraneo?
È verosimile che siano stati quegli individui che si spostavano da oriente a occidente con le navi. In primo luogo i fenici con il loro dio, Melqart, che si stabiliscono in molte coste: da Tiro fino all’Atlantico. Non a caso nel lontano Occidente edificano templi dedicati a Melqart a Cadice e Lixus, dove il sole va ad addormentarsi. Le prime colonne sono legate alla nascita di Tiro, sono le pietre degli dei, le due rocce erranti (Ambrosiai Petrai) di cui Bernardini ci ha parlato tante volte nel mito di fondazione di Tiro. Esistevano due isole che erravano nel mare e Melqart insegna, ai fenici che stavano nella terraferma, a navigare per andare su queste rocce e fondare la loro città. In una di queste c’erano l’olivo fiammeggiante e un’aquila. Il sacrificio dell’aquila blocca le rocce e i fenici possono fondare la città. Le due pietre, le due stele, le due colonne, sono comunemente raffigurate davanti al tempio di Melqart a Tiro. Erodoto descrive questo tempio quando va a Tiro e dice che fra i tanti doni votivi c’erano due stele, una di oro puro e l’altra di smeraldo, che risplendevano “Ho visto [il tempio] riccamente provveduto di molti doni votivi: tra di essi nel tempio c’erano anche due stele [sthlai], una d’oro puro, l’altra di pietra di smeraldo, che di notte risplendeva grandemente” (Erodoto II, 44.2) + I RE

Questo stesso elemento è presente anche nella Bibbia: Salomone chiama Hiram, re di Tiro, e chiede legname di qualità e artigiani in grado di costruire un tempio grandioso. Nella Bibbia si trova anche la descrizione di questo tempio, e recita che “eresse le colonne nel vestibolo del tempio, quella di destra la chiamò Iachim e quella di sinistra Boaz.
In tutti i templi di Melqart sparsi per il Mediterraneo, esistevano due stele, due colonne, due pietre che indicavano questa origine. A Cagliari, dove c’era l’area del porto fenicio (intorno alla città mercato Auchan) sono stati recuperati materiali che fanno pensare alla presenza di un tempio, ad esempio la statua di Bes, una delle raffigurazioni di Melqart, che si trova oggi al museo di Cagliari, e un cippo con una dedica a Melqart. C’è un chiaro sincretismo tra Melqart e l’Ercole delle colonne, con dediche in fenicio che definiscono Melqart, mentre quelle in greco sono riferite a Eracle. Le statue fenicie di Cipro, con una raffigurazione di Melqart con la leontè perfettamente comparabile a quella di Ercole. Secondo molti studiosi, è proprio a Cipro che avviene il mescolamento e la sovrapposizione fra i due personaggi. Ogni gruppo di naviganti che va a fondare dei centri commerciali oltremare, edifica dei templi dedicati alle divinità. Melqart per i fenici, ed Eracle per i greci, sono le divinità fondanti, quelle che portano la civiltà nei luoghi visitati. I greci vanno a sovrapporre le loro storie a quelle dei fenici, e i miti garantiscono il diritto dei popoli di fondare colonie. Anche all’interno dei greci troviamo una stratificazione dei movimenti tant’è che ci dicono che Eracle è l’ultimo degli arrivati nella vicenda delle colonne, perché prima di lui appartenevano a Briareo, un personaggio con centinaia di mani, alleato di Zeus, guardiano delle porte aldilà delle quali è relegato Crono. Briareo è in stretto contatto con gli Euboici, quel popolo che, prima di Eracle, portò Briareo nel lontano Occidente: in Sardegna a Sant’Imbenia, in Atlantico a Huelva, dove insieme al materiale greco sono stati scavati manufatti fenici e nuragici, siamo in presenza di una joint venture.

Nel IX-VIII a.C. i nuragici, se la proposta dello tsunami fosse valida, sarebbero un popolo fantasma perché da 300 anni non dovrebbero più esistere. Se affrontiamo il discorso sui toponimi dobbiamo osservare che le parole che terminano in –ussa sono greche e ci raccontano i movimenti di questo popolo nel Mediterraneo. Per lo stesso motivo, i toponimi fenici raccontano i movimenti di questi naviganti. Se le colonne sono il limite oltre il quale non si può andare, significa che oltre le colonne ci sono porti non conosciuti dalle popolazioni che pongono le colonne. Nel momento in cui il mito arriva in Occidente, con i fenici e con gli euboici, il confine si trova in prossimità del tempio che divide gli insediamenti fenici da quelli iberici (peraltro frequentati da fenici, greci e nuragici), ossia a Cadice.
Confrontando la letteratura con gli studi geologici, aldilà delle colonne d’Eracle dovrebbero esserci fondali bassi o fangosi. Se non ci sono fondali fangosi ne consegue che non ci sono colonne e non c’è Atlantide. Se perdiamo un elemento della teoria di Platone cade tutta la proposta di Atlantide. È stato proposto che i fondali fangosi si trovano nel canale di Sicilia, ma in quell’epoca, ossia nel 1200 a.C., la profondità del canale era notevole, poco diversa dall’attuale, molto differenti dai fondali dello Stretto di Gibilterra. Dove potrebbero dunque trovarsi questi bassi fondali? Aristotele, allievo di Platone, osò dire che il suo maestro così come aveva creato Atlantide e l’aveva anche fatta affondare, dimostrando poca fiducia in quello scritto. Aristotele ci fornisce anche una informazione geografica dello stretto di Gibilterra: “le parti del mare situate al di là delle Colonne d’Eracle sono al riparo del vento a causa dei bassi fondali” (Aristotele, Meteorologica, II, 1 354° 22).
L’area di Cadice, vicina a Siviglia, nell’VIII a.C. era vicina al mare, ma il territorio era paludoso a causa degli apporti di detriti da parte del fiume Guadalquivir. Il golfo penetrava l’area per circa 70 km e si trovava aldilà di Cadice. L’apporto alluvionale del grande fiume col tempo chiuse il golfo, ma all’età di Platone alcune parti del fiume erano ancora navigabili. Possiamo fare un paragone con la situazione a Santa Gilla, ma con proporzioni decisamente minori. A Cagliari troviamo ancora acqua perché il Rio Mannu è molto più piccolo del Guadalquivir e, conseguentemente, l’apporto dei detriti è molto minore.

Vorrei chiudere il mio intervento con una considerazione: sembra quasi che ci vergogniamo della nostra storia, che la storia dei nuragici non sia considerata adeguata alla nostra terra e si senta il bisogno di abbellirla, di arricchirla e di invocare la distruzione della civiltà da parte di Poseidone come se solo in questo modo, ossia con un maremoto, ci nobilitiamo agli occhi del mondo.
La Sardegna nuragica, soprattutto in questi ultimi anni, è afflitta da una quantità di pubblicazioni che di volta in volta la collegano ad Atlantide, Shardana, giganti, adoratori di Yhwh, ai Feaci…quasi che l’essere semplicemente nuragici non basti a garantirci un posto nella storia.
Fortunatamente non siamo stati sommersi, e a queste persone rispondo alla proposta Atlantide: “No grazie, perché come dice lo scudiero del re, la più bella del reame l’ho già scelta Madama Dorè, è la Sardegna”.
lunedì 5 novembre 2012
La civiltà nuragica proviene dalla Spagna?
La cultura iberica di “El Argar” e le relazioni con la Sardegna
di Claudia Pau
Claudia Pau, si è laureata in lettere classiche con indirizzo archeologico presso l’Università di Cagliari, si è specializzata in archeologia con tesi in preistoria nel programma “Archeologia e Territorio” dell’Università di Granada (Spagna), ha conseguito il master di museologia presso l’Università di Alcalá. Attualmente è al terzo anno di Dottorato di Ricerca europeo presso l’Università di Granada. Ha partecipato a scavi archeologici in Italia e all’estero e dal 2009 dirige scavi di archeologia preventiva in Spagna. Al suo attivo ha varie pubblicazioni archeologiche.

1. La cultura argarica
1. 1. Storia della ricerca archeologica
La cultura argarica, cominciò ad essere conosciuta nella bibliografia specializzata quando al finale del secolo scorso i fratelli Luis e Enrique Siret, due ingegneri belgi che lavoravano nella zona miniera de Herrerías (Almería), pubblicarono l’opera intitolata “Las primeras edades del metal en el Sudeste de España”; però fu con il lavoro del Prof. Tarradell negli anni Quaranta quando si cominciarono a fissare i limiti geografici della Cultura di El Argar.
I maggiori contributi in campo archeologico appartengono agli anni Settanta: El Cerro de la Virgen de Orce (Granada) (Prof. Schüle, Universitá di Freiburg), El Cerro de la Encina Monacil (Prof. Arribas, Molina, Universitá di Granada), La Cuesta del Negro Purullena (Prof. Arribas, Molina, Universitá di Granada), La Bastida, Totana, (Università di Barcellona).
Le informazioni sulla cultura di El Argar si rafforzeranno negli anni Ottanta, con la partecipazione di differenti equipe di ricerca: Dipartimento di preistoria dell’Università di Granada, l’istituto Archeologico tedesco, l’Università Autonoma di Barcellona, l’Università di Murcia e l’Università di Alicante (Contreras et alii, 1997).
Attualmente sono importanti gli studi condotti dall’Università di Granada (Progetto Peñalosa, Castellòn alto) e dall’Università di Almeria (Cabezo Redondo), dall’Università di Barcellona (La Bastida, Totana, Murcia).
1.1.1. Origine, sviluppo, cronologia
L’area spaziale della cultura di El Argar interessa gran parte della provincia di Granada, Jaén e Alicante e le province di Almeria e Murcia; nella stessa epoca, in altre regioni peninsulari, si svilupparono importanti culture influenzate da quella argarica: il Bronzo Valenziano (Levante), il Bronzo del Sud Est (Sud del Portogallo e Huelva), il Bronzo della Campiñas y della Bassa Andalusia (Valle del Guadalquivir), il Bronzo della Mancha (Provincia di Ciudad Real e Albacete), (Contreras et alii, 1997).
Sono state formulate diverse ipotesi sull’origine e lo sviluppo di questa cultura; attualmente si considera la Cultura Argarica come una tappa nell’evoluzione delle popolazioni autoctone del Sud Est, (Contreras et alii, 1997).
Seguendo la proposta di F. Molina e J. A. Camara, si ritiene che la cultura argarica abbia avuto origine nel Bronzo Antico: (2200-1900 A.C.) nella zona di Lorca e nella Depresión de Vera; si sia espansa verso l’altopiano granadino, l’Alto Guadalquivire, e la zona costiera orientale durante il Bronzo Pieno (1900-1650 A.C.); per concludersi nel Bronzo Tardo (1650-1450 A.C.) dopo un ultima espansione verso l’area di Villena.

1.1.2. Aspetti caratteristici della cultura argarica
La cultura argarica presenta una serie di innovazioni strutturali e materiali rispetto alle anteriori culture calcolitiche, molte di queste caratteristiche connoteranno questa cultura spagnola: la costruzione degli insediamenti, le sepolture e il rituale funerario, il ruolo del metallo, le nuove forme ceramiche, la forte differenziazione sociale, e l’uso di un sistema economico che integra le attività agricole, l’allevamento, le attività forestali, e lo sfruttamento delle risorse vegetali e faunistiche (Contreras et alii, 1997).
1. 2. Spazio sociale: il territorio, i villaggi, le abitazioni
1. 2. 1. Territorio e urbanismo
Oggi si ritiene che la scelta e i processi espansivi siano legati allo sfruttamento diversificato delle distinte risorse zonali di ciascun territorio.
Anche se i villaggi argarci si adattavano all’ambiente naturale, e per tanto presentavano alcune differenze di carattere regionale, possiamo cercare di ricostruire lo schema “urbanistico” tipico.
Il villaggio veniva costruito in terrazze artificiali, ottenute tagliando lateralmente monti o colline, e creando piattaforme dove si situavano le abitazioni e gli spazi pubblici, ne sono un chiaro esempio i giacimenti di Castellon Alto, e Peñalosa (Contreras et alii, 2000; Contreras, Camara, 2001).
Alcuni spazi venivano dedicati alla circolazione, si tratta di piccole stradine che servono per comunicare le diverse terrazze e contemporaneamente per la raccolta delle acque piovane; nei villaggi argarici troviamo anche spazi collettivi specializzati come stalle e cisterne.
I villaggi presentano buone difese naturali, nelle zone deboli venivano costruiti recinti difensivi. In alcuni casi come a Peñalosa, la posizione addossata delle case terrazzate contribuisce alla difesa del villaggio. Le aree che si trovano a maggior altitudine hanno solitamente un carattere speciale, sono le meglio difese e si considerano come residenza dell’élite del villaggio (Contreras et alii, 1997).

1. 2. 2. Le abitazioni
Le abitazioni erano pluricellulari, avevano forma rettangolare o rettangolare - absidata, e alcuni vani erano all’aperto; si diversificavano per le attività produttive realizzate, le dimensioni, la posizione, i prodotti consumati e il corredo domestico.
Le capanne erano costituite da un piccolo zoccolo di pietra (3 o 4 filari), le pareti erano formate da un’intelaiatura di canne rivestite con fango, la copertura era piana o leggermente inclinata formata da rami coperti con una grossa cappa di fango per impermeabilizzarla, il tetto era sostenuto da una serie di pali di legno. Il suolo solitamente era formato da una cappa indurita di fango rosso, o da un lastricato di pietre. Internamente poco del mobiliario si è conservato: qualche frammento di legname, strutture in pietra (banconi), o grandi fosse (per l’immagazzinamento degli alimenti), resti di focolari (circolari o semicircolari) e infine le sepolture.
Nelle case si realizzavano varie attività: la macinazione del grano, la conservazione alimentare, la metallurgia, la tessitura, la lavorazione del osso (Contreras et alii, 1997; Contreras, Camara, 2001).
1. 3. La cultura materiale
1. 3. 1. La ceramica
La maggior parte dei vasi ceramici sono realizzati con una argilla poco depurata, ricca di inclusioni, e presentano una colorazione varia. Si tratta generalmente delle forme dedicate alla cottura e alla conservazione degli alimenti.
Troviamo una seconda classe con una matrice ceramica compatta, quasi totalmente depurata e superficie lucida. Si tratta della ceramica utilizzata per consumare gli alimenti e della tipica ceramica argarica con colorazione scura, metallizzata di carattere rituale utilizzata esclusivamente nel rituale funerario(Contreras 2001). Dobbiamo inoltre aggiungere un’ultima classe, la ceramica relazionata con la metallurgia come crogioli e stampi.
Per lo studio delle forme ceramiche argariche si segue ancora lo schema del Siret, le caratteristiche sono sicuramente la forma 5 e la 7, rispettivamente il vaso carenato e la coppa.
La decorazione é molto rara (comparirà solo intorno al 1600-1550 a C. ): plastica, incisa, impressa (la più frequente) (Contreras et alii, 1997).
1. 3. 2. Industria litica, ossea e tessile
Nei giacimenti argarici numeroso era il materiale litico: denti di falce, asce, accettine, teste di mazza, macine, pestelli, elementi in ardesia di forma circolare (interpretati come coperchi), pesi da telaio e fusaiole, oggetti d’ornamento (vaghi di collana e bottoni) e bracciali d’arciere; la materia prima si raccoglieva nelle immediate vicinanze del giacimento e varia secondo il territorio.
Incontriamo numerosi elementi in osso lavorato, soprattutto lesine, punteruoli e spilloni; si utilizzavano prevalentemente ossa di ovini, caprini e bovini e in minor quantità di cervidi.
Scarse sono le manifestazioni relative alla tessitura: frammenti di tela, resti di lana, cestini, corde, oltre che pesi da telaio, fusaiole e semi di lino(Contreras et alii, 1997).
1. 3. 3. Attività metallurgica
In epoca argarica incontriamo “villaggi metallurgici”, sistemati in posizione strategica in località dove si trovano forti concentrazioni metallifere; la produzione e la distribuzione dei metalli doveva essere nelle mani dell’élite aristocratica. Il metallo circolava da una comunità all’altra dentro e fuori della cultura Argarica. Grazie agli scavi archeologici realizzati nei villaggi argarici, sappiamo che la fase di estrazione e trasformazione si realizzava esternamente al villaggio, la fusione, in spazi aperti all’interno della casa, e la manifattura negli ambienti domestici.

I primi elementi fabbricati in rame arsenicale si riscontrano in contesti del Calcolitico, solo nel Bronzo Tardo, intorno al 1500 a. C. compare la nuova tecnologia del bronzo che però non sostituisce quella del rame ma convive con questa, per circa un millennio.
In epoca argarica, appaiono diversi oggetti realizzati in altri metalli, come piombo in stato naturale, argento e oro nativo. (Contreras et alii, 1997).
Fra gli oggetti in metallo numerosi sono i punteruoli e le lesine, hanno dimensioni variabili, uno o le due estremità appuntite. Possono avere sezione circolare o quadrangolare o incluso combinarsi le due nello stesso elemento (Montero Ruiz, 1992).
1. 3. 4. Le armi
Fra le armi menzioniamo le asce, elementi di forma rettangolare con un bordo in una delle due estremità, le punte di freccia di forma lanceolata, a spalla marcata o con alette (sempre con codolo), e le alabarde che presentano nervatura centrale, larga base e un numero variabile di chiodini per fissare l’immanicatura.
Numerosi sono i pugnali, Lull (Lull, 1983), distingue morfologicamente i pugnali dai coltelli. Questi ultimi sarebbero infatti più larghi e corti, con lati paralleli, punta acuta o arrotondata, mentre i pugnali sarebbero caratterizzati da lati convergenti e punta sempre acuta.
I pugnali della cultura di El Argar, hanno una lunghezza massima di 20 cm, e una larghezza massima di 5,4 cm e un numero di ribattini indistinto (alcuni presentano resti di chiodini in argento) forma triangolare e bordi affilati, la base è variabile (dipende dal manico). La sezione è lenticolare appiattita (Lull, 1983).
In alcune delle armi recuperate negli scavi archeologici si riconoscono resti della possibile impugnatura che è sempre di legno.
Possiamo classificare questo tipo d’arma dall’analisi dei lati (pugnali con lati convergenti, appuntiti o arrotondati) o della base (pugnali con base arrotondata, appiattita, trapezoidale, rettangolare, aperta arrotondata) o dal sistema di immanicatura (pugnali con escotadura, pugnali con ribattini).
Scarsi esemplari come il pugnaletto di una delle sepolture infantili di Peñalosa, Baños de la Encina (Jaén), presentano una perforazione centrale, potrebbe trattarsi di pendenti.
La presenza di forme combinate come pugnali a linguetta con escotadura, pugnali con ribattini e escotadura suggerisce un’evoluzione formale nei pugnali del sud - est spagnolo dal Calcolitico all’età del Bronzo, dalla lama semplice si sarebbe passati all’uso di linguetta o spighe, escotaduras e ribattini disposti nella zona centrale del manico, (Montero-Ruiz, 1992).
Le spade sono artefatti compresi entro i seguenti parametri tra i 24 e i 65 cm di lunghezza e tra i 3,6 e gli 8 cm di larghezza, con numero di ribattini tra 5 e 7 (Lull, 1983).
Le spade argariche sono caratterizzate da una lama larga, lunga, priva di nervatura mediana, con un restringimento nel terzio superiore o nella base della lama, base semplice con diversi chiodini disposti a semicerchio, gli elementi che si trovano nei due estremi sono generalmente di dimensioni inferiori e rientranti, queste armi presentano inoltre un profilo a doppio archetto del limite inferiore dell’immanicatura, (Lo Schiavo, 1991)
In alcune delle armi recuperate negli scavi archeologici si riconoscono resti della possibile impugnatura che è sempre di legno, in un unico caso relativo al Bronzo Finale, a Guadalajara ritroviamo una spada con immanicatura in bronzo con una leggera cappa in oro, sicuramente appartenente a un personaggio di alta condizione sociale.
Appartengono a un gruppo intermedio alcune armi che possiamo definire per le loro dimensioni come spade corte, daghe o grandi pugnali. Presentano: un lunghezza compresa tra i 20 e i 50 cm, e una larghezza tra i 2,4 e i 7,5 cm, e da 2 a 7 ribattini (Lull, 1983)..
Nella società argarica le armi in metallo acquistano una gran importanza, non solo come strumenti bellici ma anche come simbolo del potere delle classi aristocratiche.

1. 3. 5. Gli oggetti d’ornamento in metallo
Numerosi sono gli oggetti d’ornamento in rame, argento e oro, incontrati nei giacimenti argarici, molti dei quali sono stati ritrovati nelle sepolture come adorno dei defunti.
Gli elementi in metalli preziosi sono sempre associati alle sepolture di maggior condizione sociale.
Anelli e orecchini sono barrette o fili piegati in forma circolare, con le estremità aperte, che possono presentare uno o più giri, la differenza tra questi due elementi ornamentali é difficile da stabilire, si conosce solo grazie alla posizione anatomica quando appaiono nella sepoltura o dal diametro (orecchini tra i 0,4 e i 4,7 cm, anelli tra i 0,9 e i 2,2cm) (Montero-Ruiz, 1992)
I bracciali sono barrette o fili piegati in forma circolare, con le estremità aperte, che possono presentare uno o più giri, esistono rari casi in epoca argarica di braccialetti con gli estremi chiusi.
Infine ricordiamo i diademi sono nastri di metallo prezioso con un appendice discoidale o nastri di diversa larghezza (Montero-Ruiz, 1992).
1. 4. Le sepolture e i rituali funerari
Nella cultura argarica la tipologia tombale varia a secondo delle caratteristiche geografiche del giacimento. Si suole dividere le sepolture in 5 tipi fondamentali: “Groticelle artificiali scavate nella roccia, con o senza dromos; grandi ciste con ingresso frontale al quale si può accedere con dromos; grandi ciste in fosse; ciste di piccole dimensioni; sepolture di bambini (ma non solo) in urne sepolcrali, in fossa semplice” (Contreras, 2001; Camara, 2001)
Come abbiamo visto i morti si seppellivano nelle case, questo spiega il significato che le popolazioni argariche conferivano ai defunti; non solo realizzavano culti relazionati con la credenza del “al di lá”, ma sicuramente veneravano i morti come antenati.
Solitamente il morto era inumato e sistemato in posizione fetale, generalmente individualmente, anche se ci sono casi di sepolture doppie, con segni evidenti che le sepolture siano state utilizzate in due momenti diversi. Normalmente non si da gran importanza ai resti del primo cadavere. In rari casi troviamo sepolture triple o quadruple solitamente si tratta di giovani e bambini sepolti con i genitori. In un solo caso (Castellòn Alto) é stato incontrata la inumazione di un uomo decapitato, il cranio era collocato su una mano. Le offerte che accompagnano il morto, consistono in vivande per la nuova vita. Sono stati incontrati in numerose sepolture resti di piante, rametti di fiori, che potevano essere utilizzati per profumare l’ambiente o come medicinali (Peña, 1995; Contreras et alii, 1997; Contreras 2001).
Il repertorio degli oggetti che compaiono nei corredi funebri è vario, e comprende praticamente il materiale utilizzato nella vita quotidiana; gli oggetti più frequenti sono vasi ceramici e elementi in metallo (Contreras et alii, 1997).
1. 5. Differenziazione sociale
La società argarica mantiene una rigida struttura gerarchica. “La posizione di ogni individuo nella società viene fissato a partire dall’infanzia, e viene espresso ritualmente nel momento che riceverà sepoltura. I meccanismi per la trasmissione ereditaria della proprietà assicuravano, la differenza tra le classi sociali” (Contreras et alii, 1997).

Le élites aristocratiche utilizzavano simboli di potere che ne giustificavano la posizione sociale: elementi in metallo come armi (alabarde e spade) e gioielli (diademi e ornamenti in metalli preziosi); vasi e coppe in ceramica di lusso o decorata; la possessione di capi di bestiame e di servi; ricchi corredi funebri con oggetti di lusso, esotici e ossa di cavallo, (queste ultime assenti nelle altre sepolture prodotti di banchetti o feste legate alle classi dominanti)
Esisteva inoltre una classe media formata da sudditi con pieni diritti sociali all’interno della comunità, che le garantivano una buona condizione di vita. I membri di questo gruppo si occupavano delle attività produttive, e difensive. Le sepolture degli uomini contengono pugnali e asce, quelle delle donne, coltelli e punteruoli, in entrambi possiamo trovare gioielli ma mai in materiale prezioso, e ceramiche di uso quotidiano.
Il gradino più basso nella società argarica era occupato dai servi, individui senza diritti sociali. Le loro sepolture appaiono associate alle case dei padroni; sono solitamente prive di corredo e offerte funebri, e quando si trovano sono molto semplici (Contreras et alii, 1995; Camara et alii, 1996; Contreras, 2001; Contreras, Camara, 2002; .
2. Confronti con la Sardegna
Cronologicamente la cultura argarica nel periodo di massimo splendore coincide, secondo la cronologia proposta da Giovanni Ugas (Ugas, 2005), al periodo compreso tra il Bronzo Antico III e le prime due facies del Bronzo medio sardo.
Scarsi sono gli elementi strutturali o materiali in comune fra le culture sarde e le spagnole durante questo arco temporale.
Possiamo riscontrare una certa similitudine fra i punteruoli a sezione circolare di Sant’Iroxi Decimoputzu e i punteruoli argarici.
Alcuni studiosi hanno sottolineato la analogia tra le forme 5 e forse 8 del Siret con alcuni elementi ceramici riscontrati in Sardegna (Lo Schiavo, 1991).
2.1. Le spade
Tra le spade sarde, possiamo relazionare con elementi della cultura spagnola di El Argar le spade lunghe e medie della tomba di Sant’Iroxi Decimoputzu (Ugas, 1990), e la spada di Maracalagonis (Lo Schiavo 1991).
Forti analogie si riscontrano nelle dimensioni, e nella morfologia di queste armi, con lama priva di nervatura centrale, base semplice, e fori per i chiodini disposti a semicerchio (Lo Schiavo, 1991).

Un’analisi dettagliato delle spade mostra contemporaneamente sostanziali differenze come: il restringimento nel terzio superiore o alla base della lama, la disposizione quasi a ferro di cavallo dei fori con i due elementi laterali più piccoli, il profilo a doppio arco del limite inferiore dell’immanicatura, tutti elementi che compaiono in spade argariche ma che sono assenti nelle spade sarde; o ancora il gradino delimitante il taglio che compare negli esemplari sardi ma no negli iberici, e per concludere il maggiore spessore delle armi spagnole (Lo Schiavo, 1991).
3. Conclusioni
Dopo aver confrontato le armi delle due zone del Mediterraneo, abbiamo analizzato il flusso delle possibili relazioni, tra la Sardegna e il sud – est spagnolo, arrivando ad avvalorare una serie di ipotesi, alcune delle quali già esposte da altri ricercatori: le spade sarde si possono ricondurre a un modello argarico ma sono di fattura locale; importazione delle spade argariche in Sardegna; derivazione delle spade argariche da quelle sarde; evoluzione parallela partendo da premesse comuni, da ricercarsi nell’eredità campaniforme; armi simboliche scambiate fra le élites aristocratiche sarde e spagnole.
Tutte queste ipotesi dimostrano che nel periodo compreso tra il Bronzo Antico e Medio, vi erano contatti e relazioni fra i popoli sardi e i popoli del Sud Est spagnolo.
La fonte delle immagini è visibile all'interno delle foto stesse.
di Claudia Pau
Claudia Pau, si è laureata in lettere classiche con indirizzo archeologico presso l’Università di Cagliari, si è specializzata in archeologia con tesi in preistoria nel programma “Archeologia e Territorio” dell’Università di Granada (Spagna), ha conseguito il master di museologia presso l’Università di Alcalá. Attualmente è al terzo anno di Dottorato di Ricerca europeo presso l’Università di Granada. Ha partecipato a scavi archeologici in Italia e all’estero e dal 2009 dirige scavi di archeologia preventiva in Spagna. Al suo attivo ha varie pubblicazioni archeologiche.

1. La cultura argarica
1. 1. Storia della ricerca archeologica
La cultura argarica, cominciò ad essere conosciuta nella bibliografia specializzata quando al finale del secolo scorso i fratelli Luis e Enrique Siret, due ingegneri belgi che lavoravano nella zona miniera de Herrerías (Almería), pubblicarono l’opera intitolata “Las primeras edades del metal en el Sudeste de España”; però fu con il lavoro del Prof. Tarradell negli anni Quaranta quando si cominciarono a fissare i limiti geografici della Cultura di El Argar.
I maggiori contributi in campo archeologico appartengono agli anni Settanta: El Cerro de la Virgen de Orce (Granada) (Prof. Schüle, Universitá di Freiburg), El Cerro de la Encina Monacil (Prof. Arribas, Molina, Universitá di Granada), La Cuesta del Negro Purullena (Prof. Arribas, Molina, Universitá di Granada), La Bastida, Totana, (Università di Barcellona).
Le informazioni sulla cultura di El Argar si rafforzeranno negli anni Ottanta, con la partecipazione di differenti equipe di ricerca: Dipartimento di preistoria dell’Università di Granada, l’istituto Archeologico tedesco, l’Università Autonoma di Barcellona, l’Università di Murcia e l’Università di Alicante (Contreras et alii, 1997).
Attualmente sono importanti gli studi condotti dall’Università di Granada (Progetto Peñalosa, Castellòn alto) e dall’Università di Almeria (Cabezo Redondo), dall’Università di Barcellona (La Bastida, Totana, Murcia).
1.1.1. Origine, sviluppo, cronologia
L’area spaziale della cultura di El Argar interessa gran parte della provincia di Granada, Jaén e Alicante e le province di Almeria e Murcia; nella stessa epoca, in altre regioni peninsulari, si svilupparono importanti culture influenzate da quella argarica: il Bronzo Valenziano (Levante), il Bronzo del Sud Est (Sud del Portogallo e Huelva), il Bronzo della Campiñas y della Bassa Andalusia (Valle del Guadalquivir), il Bronzo della Mancha (Provincia di Ciudad Real e Albacete), (Contreras et alii, 1997).
Sono state formulate diverse ipotesi sull’origine e lo sviluppo di questa cultura; attualmente si considera la Cultura Argarica come una tappa nell’evoluzione delle popolazioni autoctone del Sud Est, (Contreras et alii, 1997).
Seguendo la proposta di F. Molina e J. A. Camara, si ritiene che la cultura argarica abbia avuto origine nel Bronzo Antico: (2200-1900 A.C.) nella zona di Lorca e nella Depresión de Vera; si sia espansa verso l’altopiano granadino, l’Alto Guadalquivire, e la zona costiera orientale durante il Bronzo Pieno (1900-1650 A.C.); per concludersi nel Bronzo Tardo (1650-1450 A.C.) dopo un ultima espansione verso l’area di Villena.

1.1.2. Aspetti caratteristici della cultura argarica
La cultura argarica presenta una serie di innovazioni strutturali e materiali rispetto alle anteriori culture calcolitiche, molte di queste caratteristiche connoteranno questa cultura spagnola: la costruzione degli insediamenti, le sepolture e il rituale funerario, il ruolo del metallo, le nuove forme ceramiche, la forte differenziazione sociale, e l’uso di un sistema economico che integra le attività agricole, l’allevamento, le attività forestali, e lo sfruttamento delle risorse vegetali e faunistiche (Contreras et alii, 1997).
1. 2. Spazio sociale: il territorio, i villaggi, le abitazioni
1. 2. 1. Territorio e urbanismo
Oggi si ritiene che la scelta e i processi espansivi siano legati allo sfruttamento diversificato delle distinte risorse zonali di ciascun territorio.
Anche se i villaggi argarci si adattavano all’ambiente naturale, e per tanto presentavano alcune differenze di carattere regionale, possiamo cercare di ricostruire lo schema “urbanistico” tipico.
Il villaggio veniva costruito in terrazze artificiali, ottenute tagliando lateralmente monti o colline, e creando piattaforme dove si situavano le abitazioni e gli spazi pubblici, ne sono un chiaro esempio i giacimenti di Castellon Alto, e Peñalosa (Contreras et alii, 2000; Contreras, Camara, 2001).
Alcuni spazi venivano dedicati alla circolazione, si tratta di piccole stradine che servono per comunicare le diverse terrazze e contemporaneamente per la raccolta delle acque piovane; nei villaggi argarici troviamo anche spazi collettivi specializzati come stalle e cisterne.
I villaggi presentano buone difese naturali, nelle zone deboli venivano costruiti recinti difensivi. In alcuni casi come a Peñalosa, la posizione addossata delle case terrazzate contribuisce alla difesa del villaggio. Le aree che si trovano a maggior altitudine hanno solitamente un carattere speciale, sono le meglio difese e si considerano come residenza dell’élite del villaggio (Contreras et alii, 1997).

1. 2. 2. Le abitazioni
Le abitazioni erano pluricellulari, avevano forma rettangolare o rettangolare - absidata, e alcuni vani erano all’aperto; si diversificavano per le attività produttive realizzate, le dimensioni, la posizione, i prodotti consumati e il corredo domestico.
Le capanne erano costituite da un piccolo zoccolo di pietra (3 o 4 filari), le pareti erano formate da un’intelaiatura di canne rivestite con fango, la copertura era piana o leggermente inclinata formata da rami coperti con una grossa cappa di fango per impermeabilizzarla, il tetto era sostenuto da una serie di pali di legno. Il suolo solitamente era formato da una cappa indurita di fango rosso, o da un lastricato di pietre. Internamente poco del mobiliario si è conservato: qualche frammento di legname, strutture in pietra (banconi), o grandi fosse (per l’immagazzinamento degli alimenti), resti di focolari (circolari o semicircolari) e infine le sepolture.
Nelle case si realizzavano varie attività: la macinazione del grano, la conservazione alimentare, la metallurgia, la tessitura, la lavorazione del osso (Contreras et alii, 1997; Contreras, Camara, 2001).
1. 3. La cultura materiale
1. 3. 1. La ceramica
La maggior parte dei vasi ceramici sono realizzati con una argilla poco depurata, ricca di inclusioni, e presentano una colorazione varia. Si tratta generalmente delle forme dedicate alla cottura e alla conservazione degli alimenti.
Troviamo una seconda classe con una matrice ceramica compatta, quasi totalmente depurata e superficie lucida. Si tratta della ceramica utilizzata per consumare gli alimenti e della tipica ceramica argarica con colorazione scura, metallizzata di carattere rituale utilizzata esclusivamente nel rituale funerario(Contreras 2001). Dobbiamo inoltre aggiungere un’ultima classe, la ceramica relazionata con la metallurgia come crogioli e stampi.
Per lo studio delle forme ceramiche argariche si segue ancora lo schema del Siret, le caratteristiche sono sicuramente la forma 5 e la 7, rispettivamente il vaso carenato e la coppa.
La decorazione é molto rara (comparirà solo intorno al 1600-1550 a C. ): plastica, incisa, impressa (la più frequente) (Contreras et alii, 1997).
1. 3. 2. Industria litica, ossea e tessile
Nei giacimenti argarici numeroso era il materiale litico: denti di falce, asce, accettine, teste di mazza, macine, pestelli, elementi in ardesia di forma circolare (interpretati come coperchi), pesi da telaio e fusaiole, oggetti d’ornamento (vaghi di collana e bottoni) e bracciali d’arciere; la materia prima si raccoglieva nelle immediate vicinanze del giacimento e varia secondo il territorio.
Incontriamo numerosi elementi in osso lavorato, soprattutto lesine, punteruoli e spilloni; si utilizzavano prevalentemente ossa di ovini, caprini e bovini e in minor quantità di cervidi.
Scarse sono le manifestazioni relative alla tessitura: frammenti di tela, resti di lana, cestini, corde, oltre che pesi da telaio, fusaiole e semi di lino(Contreras et alii, 1997).
1. 3. 3. Attività metallurgica
In epoca argarica incontriamo “villaggi metallurgici”, sistemati in posizione strategica in località dove si trovano forti concentrazioni metallifere; la produzione e la distribuzione dei metalli doveva essere nelle mani dell’élite aristocratica. Il metallo circolava da una comunità all’altra dentro e fuori della cultura Argarica. Grazie agli scavi archeologici realizzati nei villaggi argarici, sappiamo che la fase di estrazione e trasformazione si realizzava esternamente al villaggio, la fusione, in spazi aperti all’interno della casa, e la manifattura negli ambienti domestici.

I primi elementi fabbricati in rame arsenicale si riscontrano in contesti del Calcolitico, solo nel Bronzo Tardo, intorno al 1500 a. C. compare la nuova tecnologia del bronzo che però non sostituisce quella del rame ma convive con questa, per circa un millennio.
In epoca argarica, appaiono diversi oggetti realizzati in altri metalli, come piombo in stato naturale, argento e oro nativo. (Contreras et alii, 1997).
Fra gli oggetti in metallo numerosi sono i punteruoli e le lesine, hanno dimensioni variabili, uno o le due estremità appuntite. Possono avere sezione circolare o quadrangolare o incluso combinarsi le due nello stesso elemento (Montero Ruiz, 1992).
1. 3. 4. Le armi
Fra le armi menzioniamo le asce, elementi di forma rettangolare con un bordo in una delle due estremità, le punte di freccia di forma lanceolata, a spalla marcata o con alette (sempre con codolo), e le alabarde che presentano nervatura centrale, larga base e un numero variabile di chiodini per fissare l’immanicatura.
Numerosi sono i pugnali, Lull (Lull, 1983), distingue morfologicamente i pugnali dai coltelli. Questi ultimi sarebbero infatti più larghi e corti, con lati paralleli, punta acuta o arrotondata, mentre i pugnali sarebbero caratterizzati da lati convergenti e punta sempre acuta.
I pugnali della cultura di El Argar, hanno una lunghezza massima di 20 cm, e una larghezza massima di 5,4 cm e un numero di ribattini indistinto (alcuni presentano resti di chiodini in argento) forma triangolare e bordi affilati, la base è variabile (dipende dal manico). La sezione è lenticolare appiattita (Lull, 1983).
In alcune delle armi recuperate negli scavi archeologici si riconoscono resti della possibile impugnatura che è sempre di legno.
Possiamo classificare questo tipo d’arma dall’analisi dei lati (pugnali con lati convergenti, appuntiti o arrotondati) o della base (pugnali con base arrotondata, appiattita, trapezoidale, rettangolare, aperta arrotondata) o dal sistema di immanicatura (pugnali con escotadura, pugnali con ribattini).
Scarsi esemplari come il pugnaletto di una delle sepolture infantili di Peñalosa, Baños de la Encina (Jaén), presentano una perforazione centrale, potrebbe trattarsi di pendenti.
La presenza di forme combinate come pugnali a linguetta con escotadura, pugnali con ribattini e escotadura suggerisce un’evoluzione formale nei pugnali del sud - est spagnolo dal Calcolitico all’età del Bronzo, dalla lama semplice si sarebbe passati all’uso di linguetta o spighe, escotaduras e ribattini disposti nella zona centrale del manico, (Montero-Ruiz, 1992).
Le spade sono artefatti compresi entro i seguenti parametri tra i 24 e i 65 cm di lunghezza e tra i 3,6 e gli 8 cm di larghezza, con numero di ribattini tra 5 e 7 (Lull, 1983).
Le spade argariche sono caratterizzate da una lama larga, lunga, priva di nervatura mediana, con un restringimento nel terzio superiore o nella base della lama, base semplice con diversi chiodini disposti a semicerchio, gli elementi che si trovano nei due estremi sono generalmente di dimensioni inferiori e rientranti, queste armi presentano inoltre un profilo a doppio archetto del limite inferiore dell’immanicatura, (Lo Schiavo, 1991)
In alcune delle armi recuperate negli scavi archeologici si riconoscono resti della possibile impugnatura che è sempre di legno, in un unico caso relativo al Bronzo Finale, a Guadalajara ritroviamo una spada con immanicatura in bronzo con una leggera cappa in oro, sicuramente appartenente a un personaggio di alta condizione sociale.
Appartengono a un gruppo intermedio alcune armi che possiamo definire per le loro dimensioni come spade corte, daghe o grandi pugnali. Presentano: un lunghezza compresa tra i 20 e i 50 cm, e una larghezza tra i 2,4 e i 7,5 cm, e da 2 a 7 ribattini (Lull, 1983)..
Nella società argarica le armi in metallo acquistano una gran importanza, non solo come strumenti bellici ma anche come simbolo del potere delle classi aristocratiche.

1. 3. 5. Gli oggetti d’ornamento in metallo
Numerosi sono gli oggetti d’ornamento in rame, argento e oro, incontrati nei giacimenti argarici, molti dei quali sono stati ritrovati nelle sepolture come adorno dei defunti.
Gli elementi in metalli preziosi sono sempre associati alle sepolture di maggior condizione sociale.
Anelli e orecchini sono barrette o fili piegati in forma circolare, con le estremità aperte, che possono presentare uno o più giri, la differenza tra questi due elementi ornamentali é difficile da stabilire, si conosce solo grazie alla posizione anatomica quando appaiono nella sepoltura o dal diametro (orecchini tra i 0,4 e i 4,7 cm, anelli tra i 0,9 e i 2,2cm) (Montero-Ruiz, 1992)
I bracciali sono barrette o fili piegati in forma circolare, con le estremità aperte, che possono presentare uno o più giri, esistono rari casi in epoca argarica di braccialetti con gli estremi chiusi.
Infine ricordiamo i diademi sono nastri di metallo prezioso con un appendice discoidale o nastri di diversa larghezza (Montero-Ruiz, 1992).
1. 4. Le sepolture e i rituali funerari
Nella cultura argarica la tipologia tombale varia a secondo delle caratteristiche geografiche del giacimento. Si suole dividere le sepolture in 5 tipi fondamentali: “Groticelle artificiali scavate nella roccia, con o senza dromos; grandi ciste con ingresso frontale al quale si può accedere con dromos; grandi ciste in fosse; ciste di piccole dimensioni; sepolture di bambini (ma non solo) in urne sepolcrali, in fossa semplice” (Contreras, 2001; Camara, 2001)
Come abbiamo visto i morti si seppellivano nelle case, questo spiega il significato che le popolazioni argariche conferivano ai defunti; non solo realizzavano culti relazionati con la credenza del “al di lá”, ma sicuramente veneravano i morti come antenati.
Solitamente il morto era inumato e sistemato in posizione fetale, generalmente individualmente, anche se ci sono casi di sepolture doppie, con segni evidenti che le sepolture siano state utilizzate in due momenti diversi. Normalmente non si da gran importanza ai resti del primo cadavere. In rari casi troviamo sepolture triple o quadruple solitamente si tratta di giovani e bambini sepolti con i genitori. In un solo caso (Castellòn Alto) é stato incontrata la inumazione di un uomo decapitato, il cranio era collocato su una mano. Le offerte che accompagnano il morto, consistono in vivande per la nuova vita. Sono stati incontrati in numerose sepolture resti di piante, rametti di fiori, che potevano essere utilizzati per profumare l’ambiente o come medicinali (Peña, 1995; Contreras et alii, 1997; Contreras 2001).
Il repertorio degli oggetti che compaiono nei corredi funebri è vario, e comprende praticamente il materiale utilizzato nella vita quotidiana; gli oggetti più frequenti sono vasi ceramici e elementi in metallo (Contreras et alii, 1997).
1. 5. Differenziazione sociale
La società argarica mantiene una rigida struttura gerarchica. “La posizione di ogni individuo nella società viene fissato a partire dall’infanzia, e viene espresso ritualmente nel momento che riceverà sepoltura. I meccanismi per la trasmissione ereditaria della proprietà assicuravano, la differenza tra le classi sociali” (Contreras et alii, 1997).

Le élites aristocratiche utilizzavano simboli di potere che ne giustificavano la posizione sociale: elementi in metallo come armi (alabarde e spade) e gioielli (diademi e ornamenti in metalli preziosi); vasi e coppe in ceramica di lusso o decorata; la possessione di capi di bestiame e di servi; ricchi corredi funebri con oggetti di lusso, esotici e ossa di cavallo, (queste ultime assenti nelle altre sepolture prodotti di banchetti o feste legate alle classi dominanti)
Esisteva inoltre una classe media formata da sudditi con pieni diritti sociali all’interno della comunità, che le garantivano una buona condizione di vita. I membri di questo gruppo si occupavano delle attività produttive, e difensive. Le sepolture degli uomini contengono pugnali e asce, quelle delle donne, coltelli e punteruoli, in entrambi possiamo trovare gioielli ma mai in materiale prezioso, e ceramiche di uso quotidiano.
Il gradino più basso nella società argarica era occupato dai servi, individui senza diritti sociali. Le loro sepolture appaiono associate alle case dei padroni; sono solitamente prive di corredo e offerte funebri, e quando si trovano sono molto semplici (Contreras et alii, 1995; Camara et alii, 1996; Contreras, 2001; Contreras, Camara, 2002; .
2. Confronti con la Sardegna
Cronologicamente la cultura argarica nel periodo di massimo splendore coincide, secondo la cronologia proposta da Giovanni Ugas (Ugas, 2005), al periodo compreso tra il Bronzo Antico III e le prime due facies del Bronzo medio sardo.
Scarsi sono gli elementi strutturali o materiali in comune fra le culture sarde e le spagnole durante questo arco temporale.
Possiamo riscontrare una certa similitudine fra i punteruoli a sezione circolare di Sant’Iroxi Decimoputzu e i punteruoli argarici.
Alcuni studiosi hanno sottolineato la analogia tra le forme 5 e forse 8 del Siret con alcuni elementi ceramici riscontrati in Sardegna (Lo Schiavo, 1991).
2.1. Le spade
Tra le spade sarde, possiamo relazionare con elementi della cultura spagnola di El Argar le spade lunghe e medie della tomba di Sant’Iroxi Decimoputzu (Ugas, 1990), e la spada di Maracalagonis (Lo Schiavo 1991).
Forti analogie si riscontrano nelle dimensioni, e nella morfologia di queste armi, con lama priva di nervatura centrale, base semplice, e fori per i chiodini disposti a semicerchio (Lo Schiavo, 1991).

Un’analisi dettagliato delle spade mostra contemporaneamente sostanziali differenze come: il restringimento nel terzio superiore o alla base della lama, la disposizione quasi a ferro di cavallo dei fori con i due elementi laterali più piccoli, il profilo a doppio arco del limite inferiore dell’immanicatura, tutti elementi che compaiono in spade argariche ma che sono assenti nelle spade sarde; o ancora il gradino delimitante il taglio che compare negli esemplari sardi ma no negli iberici, e per concludere il maggiore spessore delle armi spagnole (Lo Schiavo, 1991).
3. Conclusioni
Dopo aver confrontato le armi delle due zone del Mediterraneo, abbiamo analizzato il flusso delle possibili relazioni, tra la Sardegna e il sud – est spagnolo, arrivando ad avvalorare una serie di ipotesi, alcune delle quali già esposte da altri ricercatori: le spade sarde si possono ricondurre a un modello argarico ma sono di fattura locale; importazione delle spade argariche in Sardegna; derivazione delle spade argariche da quelle sarde; evoluzione parallela partendo da premesse comuni, da ricercarsi nell’eredità campaniforme; armi simboliche scambiate fra le élites aristocratiche sarde e spagnole.
Tutte queste ipotesi dimostrano che nel periodo compreso tra il Bronzo Antico e Medio, vi erano contatti e relazioni fra i popoli sardi e i popoli del Sud Est spagnolo.
La fonte delle immagini è visibile all'interno delle foto stesse.
domenica 4 novembre 2012
Conferenza sui nuraghi a Lanusei.
Oggi a Lanusei, nell'ambito della mostra "Sutiles Naves" sulle navicelle nuragiche, sarà presentato dall'autore il libro "Sardegna l'isola dei nuraghi".
Durante la conferenza sarà illustrato il "Sistema Onnis" per la determinazione delle emergenze archeologiche. Ore 18.00, Sala Convegni del Bosco Seleni. Ingresso libero.
Cliccare sulla scritta rossa per visionare 18 pagine del libro.
Durante la conferenza sarà illustrato il "Sistema Onnis" per la determinazione delle emergenze archeologiche. Ore 18.00, Sala Convegni del Bosco Seleni. Ingresso libero.
Cliccare sulla scritta rossa per visionare 18 pagine del libro.
sabato 3 novembre 2012
Archeologia in Sardegna - Il Sistema Onnis

Il "Sistema Onnis" per l'individuazione delle aree archeologiche
Dopo un lungo e laborioso lavoro di ricerca, e una ricca documentazione consegnata alla Soprintendenza di Cagliari, l'amico Marcello Onnis, ha deciso di regalare agli appassionati di archeologia della Sardegna un nuovo strumento di indagine che consente di "osservare" l'evoluzione dell'antica civiltà sarda da un punto di vista innovativo. La relazione è pubblicata nel libro di Pierluigi Montalbano "Sardegna, l'isola dei nuraghi" pubblicato nel mese di Ottobre 2012 dall'editore Capone.
La sintesi oggi pubblicata sarà esposta domani 4 Novembre 2012 a Lanusei, nella sala convegni del Bosco Seleni, alle ore 18.00.
Buona lettura.
Individuazione delle emergenze archeologiche.
di Marcello Onnis
Il primo passo della ricerca ha preso in esame la valle di Seruci nel comune di Gonnesa (CI). Si è utilizzata una fotocopia della carta IGM con scala 1:25.000 in cui sono stati evidenziati tutti i nuraghi, le tombe, i pozzi, i menhir, ecc. indicati sulla mappa. Successivamente, la carta è stata integrata con i dati degli altri manufatti noti. Verificato che, due o più nuraghi costruiti lungo i bordi della vallata erano reciprocamente visibili, si sono tracciate delle direttrici per unirli in coppia. Il risultato finale è simile a una vecchia ruota di bicicletta. (foto n° 1 Clan di Seruci a Gonnesa ).
Si è definito “punto A“ della direttrice, il nuraghe posto nelle adiacenze dei passi dove potevano transitare i carri, giacché strategici e obbligati dalla naturale conformazione del fondo, mentre si è chiamato “punto B“, quelli contrapposti. Questa convenzione tornerà utile in fase di rilevamento e successiva informatizzazione dei dati. L’ordine delle direttrici si è attribuito partendo dal nuraghe più importante per dimensione e/o per annesso villaggio.
In tal modo, le direttrici s’intersecano in un punto che convenzionalmente abbiamo chiamato “Centro”, non coincidente con il centro geometrico dell’area perché, trattandosi di una superficie ondulata con perimetro irregolare, gli estremi delle direttrici non possono distare equamente dal centro.
Durante la definizione delle direttrici, si sono tralasciati temporaneamente i nuraghi singoli.
Partendo da questi, si è tracciata una direttrice passante per il centro, sulla quale, si è concentrata la ricerca di eventuali altri manufatti archeologici a noi sconosciuti. Grazie all’ausilio del programma Wikimapia (www.wikimapia.org), si è potuto verificare che lungo quelle direttrici erano stati già censiti altri nuraghi.
Come contro prova, una volta tracciate le direttrici, si è spostato virtualmente un nuraghe anche di soli 30/40 metri lungo il bordo della vallata. Il risultato è stato che la direttrice non passava più per il “Centro”.
Con l’uso della funzione “3D“ di Google Earth , si apprezzano meglio i risultati ottenuti e si dimostra come tale disposizione collima con l’orografia dei luoghi.
Partendo dai nuraghi edificati nei punti “A”, si sono evidenziate le strade con una matita rossa, ottenendo un tracciato utile anche alla determinazione della rete stradale esistente nel territorio nuragico.
Non sempre la parte “B” della direttrice si trova alla stessa quota del punto “A”, questo può coincidere con la quota più bassa della stessa vallata. Nel caso in cui si tratti di un nuraghe, il rispetto di tale regola ne vanifica l’ipotesi “d’esclusiva funzione strategica di vedetta militare” e spiegherebbe il motivo per il quale molti nuraghi non sono stati realizzati all’altezza massima del rilievo su cui sono stati edificati.

Dall’analisi di 40 “Clan” finora accertati, si è riscontrato che nel “Centro” si rilevano prevalentemente dei corsi o sorgenti o pozzi d’acqua. In una buona percentuale dei “Clan” del bacino del Sulcis-Iglesiente, (foto n° 2 Bacino del Sulcis) il centro coincide con il punto di congiunzione di due affluenti che generano una “Y”. S’ipotizza che fosse considerato come naturale rappresentazione del simbolo di fertilità femminile e luogo in cui verosimilmente si celebravano delle cerimonie dedicate al culto dell’acqua.
In altri casi, come già detto, nel centro sono stati rinvenuti dei siti più interessanti, come una necropoli (Giara di Gesturi) o una Tomba di Giganti non ancora censita (Sant’Antioco).
Verosimilmente il “Centro” era individuato dal Capo Clan/Sacerdote in sede di occupazione e antropizzazione del territorio e, come avveniva per le civiltà di quell’epoca, si svolgeva un rito di fondazione.
Lo scopo, ipotizzato dallo scrivente, è che per fini propiziatori si volesse determinare un punto in equilibrio cosmico del Clan, il Centro appunto, ottenuto dalla neutralizzazione di forze(i nuraghi) con direzioni opposte tra loro.
A questo punto, è utile ricordare il significato esoterico del termine Centro, quale elemento basilare nella maggior parte delle religioni delle antiche popolazioni. Dal sito www.filosofiaelogos.it :
“Il centro è uno dei simboli esoterici fondamentali. Esso rappresenta il Principio: il centro principiale, a partire dal quale tutto ha origine, il punto indiviso, senza dimensione né forma, immagine perfetta dell’Unità primigenia e finale in cui ogni cosa trova inizio e fine, perché tutte le cose ritornano all’energia principale che le ha create, riunendosi alla perfezione assoluta. Il centro è l’irradiazione dell’Assoluto. Senza tale riferimento naturale, lo spazio-tempo non sarebbe che privazione, vuoto nel caos. Per gli antichi, il cielo non è che un mare, in cui la Stella Polare manifesta il punto primordiale dell’oceano celeste, del quale il mondo è solo una frangia esterna, l’ultima creata”.

L’ipotetica metodologia usata per gli allineamenti, è la seguente:
Stabilito il Centro della vallata da antropizzare, veniva acceso un fuoco alimentato con degli arbusti freschi che sviluppavano un’alta colonna di fumo, questa permetteva l’individuazione del punto anche a grandi distanze, superando l’eventuale scarsa visibilità per una folta vegetazione e/o eventuali dislivelli presenti nella vallata.
Analogamente, veniva acceso un altro fuoco in prossimità del passo più importante del Clan/vallata, sul quale veniva successivamente eretto un nuraghe, ottenendo così due punti in linea tra loro.
Per individuare il terzo punto ci si allontanava dal Centro, seguendo l’allineamento dato dalle due colonne di fumo, fino al raggiungimento del confine posto ai bordi opposti della vallata. In caso di lunghe distanze si accendevano diversi falò lungo l’allineamento dato dai primi due.
Se tale ipotesi di lavoro troverà conferma, non sarà azzardato associare tali Clan con i Cantoni Nuragici ipotizzati dall’esimio Prof. Lilliu. Tale disposizione del territorio, si prestava anche alla funzione di “mandala”.

Il Capo Tribù o il Sacerdote, postosi al Centro del Clan, avrà certamente riscontrato che, col trascorrere delle stagioni, precisi punti all’orizzonte coincidevano con il solstizio estivo e quello invernale, così come per i cicli lunari. Elementi fondamentali per la corretta gestione dell’attività agraria, pastorale e religiosa dell’intera collettività.
Non è azzardato ritenere che, mentre all’estremo oriente nascevano le Città Stato circondate da possenti mura, in Sardegna esistevano già dei Clan che non avevano bisogno di cingere il loro territorio con grosse mura poiché delimitato da Nuraghi/capanne con funzione di Punti Fiduciali, pacificamente rispettati dai Clan vicini.
Nelle grandi vallate del Sulcis, si sono individuati dei Clan i cui nuraghi partecipano alla contemporanea delimitazione di tre Clan complementari tra loro e le intere vallate, viste sotto tale punto di vista, assumono l’aspetto di un enorme puzzle composto d’aree perfettamente adiacenti tra loro, senza spazi morti.
Ciò fa supporre una società gerarchica, organizzata in diverse classi sociali “specializzate” che partecipavano al bene del Clan con persone preposte all’agricoltura, alla pastorizia, alla caccia, alla pesca o alla difesa e così via. Verosimilmente, tutti i membri del Clan partecipavano all’edificazione dei nuraghi, delle tombe e dei pozzi attorno e nel loro territorio, così come, contribuivano al bene comune del medesimo.
Dalle stratigrafie dei nuraghi si è potuto verificare che molti furono edificati su insediamenti preesistenti.

Ciò non spiega, purtroppo, se i Nuragici siano la naturale evoluzione delle popolazioni sarde preesistenti che hanno continuato ad occupare territori in precedenza antropizzati dai loro antenati, oppure se una nuova civiltà occupò le stesse aree. Si ha ragione di credere che il medesimo sistema venne applicato anche in alcune Giare, in funzione della loro conformazione.
Nella Giara di Gesturi, in prossimità del Centro, sono state rinvenute delle capanne a base ellittica con annessa necropoli costituita da decine di tombe litiche a cupola, alcune delle quali a cista. (foto n° 3 tombe a ciste) Inoltre, si è rinvenuto un sistema litico a spalliera che forse poteva essere usato come altare.(foto n° 4 altare)
Come è noto, nella Giara di Gesturi, non sono censiti dei nuraghi edificati all’interno.
Ciò stride fortemente con l’alta densità di nuraghi edificati tutto attorno e sui bordi della stessa Giara.
Si presume che il motivo sia da attribuire al fatto che la Giara, con la sua naturale disposizione in direzione WNW-ESE, fosse considerata come Zona Sacra e che, ciò che rappresentava il nuraghe, non fosse compatibile con gli usi praticati nell’interno dell’Area Sacra.
Nell’individuazione delle direttrici della Giara, in alcuni punti B, con l’uso di Google Earth, si sono individuati numerosi resti murari, non indicati nelle carte IGM, che apparentemente fanno supporre a dei resti di capanne e villaggi che senz’altro saranno oggetto di studio più approfondito. (foto n° 5 direttrici Giara di Gesturi). Anche in questa giara i nuraghi sono stati edificati prevalentemente in prossimità degli accessi, evidentemente per controllarne l’ingresso.
La sperimentazione di tale metodologia, applicata a macchia di leopardo in campo regionale, ha permesso l’individuazione di altri 15 potenziali Clan. Ciò, fa supporre che il metodo fosse applicato in tutta la Sardegna, isole comprese (foto n° 6 Clan Sant’Antioco; foto n°7 probabile Tomba dei Giganti Cannai).

Vista la mole di dati che si stanno rilevando, si è predisposto un database per il Censimento dei Clan Nuragici che consentirà di fare delle comparazioni tra i diversi Clan dell’intero territorio Regionale.
FOTO ALLEGATE:
foto n° 1 Clan di Seruci a Gonnesa;
foto n° 2 Bacino del Sulcis;
foto n° 3 Tombe a ciste Giara di Gesturi;
foto n° 4 Altare Giara di Gesturi;
foto n° 5 Google Direttrici Giara di Gesturi;
foto n° 6 Google Sant’Antioco
foto n° 7 Probabile tomba dei Giganti c/o Cannai



Cliccare sulle immagini per ingrandirle

Nelle immagini:
La piana di Macomer
Il Clan minerario di Rosas
Il territorio di Narcao
La zona di Sindia
Calasetta


Narcao

Sant'Antioco Sud
...e due immagini intriganti della zona del Nuraghe Santu Antine...ma sarebbe meglio chiamare la zona CAGULES, perché è questo il fulcro del territorio. Il meraviglioso Santu Antine è certamente successivo di qualche secolo.


Tutti i diritti sono riservati e le immagini sono coperte da copyright
venerdì 2 novembre 2012
Antica metallurgia in Sardegna

La metallurgia in Sardegna tra il calcolitico e il Ferro
di Pierluigi Montalbano
Il metallo fa la sua prima apparizione in Sardegna nella cultura di Ozieri: un pugnale e alcune verghe di rame dai fondi di capanna del settore F da Cuccuru Arrius di Cabras ed un paio di anelli d'argento dalla tomba V della necropoli di Pranu Muttedu di Goni. La comparsa del metallo e l'inizio della metallurgia è un fatto che sembra essersi verificato contemporaneamente in Sardegna, in Corsica ed in Sicilia dove le prime scorie di rame, ancora aderenti alla parete di un crogiuolo, sono state raccolte nello strato di Diana sull'Acropoli di Lipari.
È ragionevole ritenere che anche nelle isole si sia verificato un profondo rivolgimento economico con un radicale cambiamento degli equilibri consolidati che ha ovunque segnato il passaggio dal Neolitico all’Eneolitico. La diffusione del metallo causa una diminuzione di interesse nei confronti dello sfruttamento e della circolazione dell’ossidiana e accelera il processo di decadenza economica e la partecipazione ai fenomeni più generalmente diffusi in Italia peninsulare ed insulare, dando luogo alla formazione delle culture eneolitiche di Abealzu e Filigosa che ereditano da quella di Ozieri molte forme ceramiche.
Successivamente si arriva alla cultura di Monte Claro che si articola in facies locali: meridionale, oristanese, nuorese e settentrionale. Il patrimonio culturale è ricco ed elaborato: annovera numerosi insediamenti in grotta e all'aperto; deposizioni in tombe a fossa, tombe a forno, domus de janas, tombe a cista, tombe megalitiche con rito esclusivamente inumatorio. Lo strumentario di selce e di ossidiana è scarso e, come abbiamo visto, alla cultura di Monte Claro risale il primo caso conosciuto nell'isola di riparazione antica di un vaso con grappe di piombo.
L’eccezionale fioritura di Monte Claro è forse spiegabile con un’economia agricola in ripresa, con un incremento delle attività pastorali e con l’avvio allo sfruttamento delle risorse minerarie dell'isola che inseriscono a pieno titolo la Sardegna nelle rotte di prospezione mediterranea, innescando un processo economico ed evolutivo di vasta portata. Nei pugnali raffigurati nelle statue-menhirs di Laconi e Nurallao si attestano due tipi di arma segnalando il momento del trapasso di uso dall'una, forse ormai solo cerimoniale, all'altra, certamente ancora rara e preziosa.
L'area di rinvenimento delle statue-menhirs dista meno di 8 km in linea d'aria dai giacimenti di calcopirite, galena e blenda di Funtana Raminosa, nei monti del Sarcidano, lungo il versante occidentale digradante del massiccio delle Barbagie di Belvì e Seulo. La prima età del Bronzo è segnata dalla cultura di Bonnannaro. Lo strato intatto sigilla le domus de janas, pochi oggetti d'ornamento, pochissime armi e scompare totalmente lo strumentario litico. Si potrebbe pensare al passaggio di piccoli gruppi che passando dalla Corsica sono portatori al nord degli elementi più antichi della facies A. Questo non esclude che vi siano stati anche influssi esterni che agirono insieme su di un contesto indigeno.
Giova un confronto con la Sicilia dove all'inizio del Bronzo tutta l'isola e le Eolie vengono investite da stimoli che sfociano nelle due culture di Capo Graziano e Castelluccio, marinara l’una, agricolo-pastorale l'altra, entrambe fortemente intrise di caratteri allogeni che fanno pensare a immigrazioni. Queste due culture costituiscono una netta cesura con il passato e sovvertono completamente i valori culturali esistenti. Nella media età del Bronzo il collegamento fra la nascente civiltà micenea ed il Mediterraneo occidentale pone basi stabili e si intesse una rete di rapporti organizzati che ripercorrono in parte tracciati precedenti. Un ruolo fondamentale in queste vicende è certamente svolto dalla necessità di approvvigionamento di materie prime e soprattutto di metalli.
Le analisi di archeometallurgia spiegheranno se i lingotti “ox-hide” siano stati prodotti da minerali sardi o se provengono dall’Egeo o da Cipro. Non vi è ragione plausibile per supporre che il movimento che parte dall'Egeo, diretto all'acquisizione dei metalli, escluda le zone minerarie della Sardegna. Per lo stesso motivo si ritiene che la rotta dei metalli dovesse raggiungere anche le zone minerarie della penisola iberica.
Nascono alcuni quesiti: è ancora valida, e fino a che periodo, la limitazione della navigazione da costa a costa? In caso affermativo, perché questa limitazione non si dovrebbe applicare anche ai micenei che attraversavano il Tirreno per la rotta più lunga, stabilendo una base ad una delle estremità del Golfo di Cagliari? Nell'economia dell'approvvigionamento di metalli avrebbe consentito un accesso strategico alle miniere del Sulcis.
È ipotizzabile che i traffici si svolgessero unicamente fra i micenei e le popolazioni nuragiche? Quando si può presumere che questi contatti abbiano avuto inizio?
In Sardegna questo periodo vedrebbe l’edificazione dei nuraghi, le tombe di giganti con stele centinata e le ceramiche a decorazione metopale e a nervature. In quest'epoca si collocano le prime grandi asce a margini rialzati e a profilo ellitico, ed alcune daghe a base semplice, simili alle forme del Bronzo Medio peninsulare nonché la produzione di forme analoghe ai pugnali di tipo Arreton Down di Wessex.
Si possono far risalire a questo periodo anche i primi lingotti che in tutto il bacino del Mediterraneo costituiscono una delle forme più antiche di accumulo di metallo sia ai fini di tesaurizzazione che di scambio. Conseguentemente è legittimo ipotizzare che la struttura economica e sociale delle comunità che eressero i primi nuraghi, per l'evidente ed ingente meccanismo di accantonamento di risorse, di organizzazione operativa e di investimento di forza-lavoro necessario a compiere tali opere, sia stata in grado di intraprendere lo sfruttamento sistematico delle miniere.
La presenza dei marchi in scrittura egea, cretese, micenea e cipro-minoica è un indizio della complessità dei processi di produzione, circolazione e scambio che dovevano essere istituiti fra le popolazioni locali ed i mercanti dei metalli. Lo sviluppo culturale differenziato osservato nel periodo precedente prosegue con l'ampliamento dei villaggi, con l'elaborazione delle tombe di giganti e con la costruzione di tempietti detti “a megaron”.
I fatti più significativi sono l'adozione della strumentazione per la lavorazione del bronzo, l'introduzione di strumenti a doppio tagliente (doppie asce, bipenni, picconi) e il moltiplicarsi delle matrici di fusione, indizio certo di una produzione sistematica ed abbondante. Sicuramente i minerali della Sardegna hanno costituito una attrazione per le popolazioni della Sicilia e delle Eolie, notoriamente prive di tali materie prime, ed è assai plausibile che, sulla scia dei Micenei e dei Ciprioti, siano stati istituiti rapporti regolari.
Fra la fine del Bronzo e l'inizio del Ferro, nella Sardegna nuragica si verifica una rivoluzione che vede l'emergere di una classe aristocratica con conseguente radicale mutamento delle strutture economiche e sociali, accompagnato da un nuovo sensibile sviluppo nelle condizioni generali di ricchezza. Salvo limitate eccezioni non si costruiscono più nuraghi, taluni vengono ristrutturati ed ampliati, altri subiscono parziali demolizioni e vengono trasformati nell'uso.
Le due espressioni più significative sono la produzione dei bronzetti e quella delle grandi statue di pietra, la prima delle quali è un fatto di portata rilevantissima che investe tutta l'isola, legata alla tecnica della cera persa e di indizio inequivocabile di una produzione metallurgica di tutto rispetto. Di certo i mutamenti di forze e di aggregazioni verificatisi nel Mediterraneo in coincidenza con l'apparizione dei Fenici e con la diffusione della metallurgia del ferro non possono essere estranei alle vicende che abbiamo descritto.
Non si può escludere che si siano ripercorse, sotto diverse bandiere, le stesse rotte Tirreniche aperte dalla navigazione per il commercio dell’ossidiana prima, e successivamente Micenea e Cipriota, sempre tenendo presente che come per i Micenei non si intende con il termine Fenici indicare un popolo specifico.
La Sardegna sembra essere il cardine intorno al quale ruota buona parte di traffici del Mediterraneo occidentale. Non è casuale la presenza di bronzetti nel famoso corredo della tomba Cavalupo di Vulci del IX a.C.: essa prova che già in quell'epoca nella quale nulla di simile esisteva in Occidente, questa produzione caratteristica nuragica era matura e fiorente.
In conclusione la Sardegna, per l'eccezionale ricchezza delle sue risorse, fu una delle più significative realtà dell'economia del mondo antico. Inoltre le culture esterne, attratte dalle fonti della materia prima, di epoca in epoca hanno fatto dell'isola un crocevia di tutti i traffici del Mediterraneo occidentale.
Nell'immagine le spade di Sant'Iroxi in rame arsenicato, databili al 1650 a.C. sono tratte da "L'Alba dei Nuraghi", Ugas, 2008
giovedì 1 novembre 2012
Vichinghi d'America.
Vichinghi d'America
Scavando tra le rovine di un antico palazzo a Baffin Island, ad una latitudine superiore a quella del Circolo Polare Artico, un gruppo di archeologi guidato dalla professoressa Patricia Sutherland, della Memorial University di Newfoundland e ricercatore presso l'Università di Aberdeen, in Scozia, ha trovato alcuni strumenti molto affilati, che recano tracce di leghe di rame, quali il bronzo, e che suggeriscono l'ipotesi che siano stati forgiati da fabbri vichinghi.
Gli archeologi sanno da tempo che i Vichinghi salparono alla volta del Nuovo Mondo intorno all'anno 1000 d.C. Una saga popolare islandese narra le gesta di un capo vichingo di nome Leif Eriksson, che navigò dalla Groenlandia verso ovest in cerca di fortuna. Eriksson si fermò a lungo sull'isola di Baffin, percorrendo la costa chiamata Helluland, un'antica parola norrena che significa "terra dalle lastre di pietra". Poi riprese il mare dirigendosi verso sud, alla volta di un luogo che, una volta raggiunto, chiamò Vinland.
Nel 1960 due ricercatori norvegesi, Helge Ingstad e Anne Stine Ingstad, scoprirono e scavarono un campo vichingo posto a l'Anse aux Meadows, sulla punta settentrionale di Terranova, il primo avamposto vichingo in America ufficialmente riconosciuto. Il campo risale a un periodo compreso tra il 989 e il 1020 d.C. ed era composto di sale per le riunioni e capanne adibite alla tessitura, alla lavorazione del ferro ed alla riparazione delle imbarcazioni.
Il team del professor Sutherland è sulle tracce dei Vichinghi in America dal 2001. In questi anni hanno scoperto molti elementi che provano la presenza di queste genti nordiche nel Nuovo Mondo. I Vichinghi sarebbero salpati per le Americhe alla ricerca di metalli preziosi. Se le scoperte e le ipotesi formulate dal professor Sutherland saranno convalidate dalla ricerca scientifica, si tratterà sicuramente di una scoperta che potrebbe aprire nuove strade nella conoscenza della colonizzazione del Nuovo Mondo.
Fonte: Le nebbie del tempo.
Scavando tra le rovine di un antico palazzo a Baffin Island, ad una latitudine superiore a quella del Circolo Polare Artico, un gruppo di archeologi guidato dalla professoressa Patricia Sutherland, della Memorial University di Newfoundland e ricercatore presso l'Università di Aberdeen, in Scozia, ha trovato alcuni strumenti molto affilati, che recano tracce di leghe di rame, quali il bronzo, e che suggeriscono l'ipotesi che siano stati forgiati da fabbri vichinghi.
Gli archeologi sanno da tempo che i Vichinghi salparono alla volta del Nuovo Mondo intorno all'anno 1000 d.C. Una saga popolare islandese narra le gesta di un capo vichingo di nome Leif Eriksson, che navigò dalla Groenlandia verso ovest in cerca di fortuna. Eriksson si fermò a lungo sull'isola di Baffin, percorrendo la costa chiamata Helluland, un'antica parola norrena che significa "terra dalle lastre di pietra". Poi riprese il mare dirigendosi verso sud, alla volta di un luogo che, una volta raggiunto, chiamò Vinland.
Nel 1960 due ricercatori norvegesi, Helge Ingstad e Anne Stine Ingstad, scoprirono e scavarono un campo vichingo posto a l'Anse aux Meadows, sulla punta settentrionale di Terranova, il primo avamposto vichingo in America ufficialmente riconosciuto. Il campo risale a un periodo compreso tra il 989 e il 1020 d.C. ed era composto di sale per le riunioni e capanne adibite alla tessitura, alla lavorazione del ferro ed alla riparazione delle imbarcazioni.
Il team del professor Sutherland è sulle tracce dei Vichinghi in America dal 2001. In questi anni hanno scoperto molti elementi che provano la presenza di queste genti nordiche nel Nuovo Mondo. I Vichinghi sarebbero salpati per le Americhe alla ricerca di metalli preziosi. Se le scoperte e le ipotesi formulate dal professor Sutherland saranno convalidate dalla ricerca scientifica, si tratterà sicuramente di una scoperta che potrebbe aprire nuove strade nella conoscenza della colonizzazione del Nuovo Mondo.
Fonte: Le nebbie del tempo.
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