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mercoledì 12 marzo 2014

L’antica Roma, la città padrona del mondo e i suoi 7 re

L’antica Roma, la città padrona del mondo e i suoi 7 re
di Pierluigi Montalbano


La città di Romolo sorse nell’VIII secolo a.C., ma è in età etrusca che si sviluppa fino alla prima cinta muraria costruita da Servio Tullio.
La leggenda di Romolo, mitico fondatore ed eroe eponimo della città, si confonde in larga parte con quella delle origini di Roma. La più diffusa e accettata nell’antichità (Tito Livio, Dionisio d’Alicarnasso, Plutarco) è quella secondo cui Numitore, re di Alba Longa, aveva un fratello,Amulio, che ne usurpò il trono e ne costrinse la figlia Rea Silvia a farsi vestale. Questa fu resa madre daMarte di due gemelli, Romolo e Remo; Amulio, dopo aver fatto imprigionare Rea, ordinò che i gemelli fossero gettati nel Tevere. Il cesto che li conteneva fu deposto dalla corrente del fiume ai piedi del Fico Ruminale dove una lupa lo rinvenne e, presi con sé i fanciulli, li nutrì finché un pastore delle greggi reali, Faustolo, non li raccolse e allevò. Romolo crebbe e divenne capo della gioventù in imprese guerresche e di rapina; in una di queste fu catturato e condotto da Numitore. Avvenuto il riconoscimento, Romolo abbatté Amulio, e Numitore fu restaurato sul suo trono. Poi i due gemelli fondarono una città sul colle Palatino; venuto a diverbio con il fratello Remo, lo stesso Romolo, o il suo luogotenente Celere, lo uccise. La città si popolò grazie all’istituzione dell’asilo sul colle Capitolino, nel quale potevano rifugiarsi tutti gli esuli delle città vicine, finché il ratto delle Sabine, avvenuto durante una festa, portò a una guerra con i Sabini e il loro re Tito Tazio, che si concluse con l’unione dei due popoli sotto i due re. Dopo un lungo regno, Romolo scomparve misteriosamente (o secondo un’altra versione, fu ucciso e fatto a pezzi dai senatori) divenendo il dio Quirino.
Nella complessa leggenda di Romolo si mescolano elementi tipici di molti racconti sui fondatori delle città antiche (per esempio Teseo per Atene); alcune ricerche storico-religiose, mettendo in rilievo, alla luce della comparazione, il valore mitologico di tutta la protostoria romana, ritrovano, dietro gli elementi fiabeschi delle tradizioni relative a Romolo, un preciso nucleo religioso. Particolare interesse riveste anche l’indagine sul fratricidio, inteso come un tratto antimonarchico e perciò di origine repubblicana.
Numa Pompìlio fu il secondo re di Roma dal 715 al 673 a.C., succeduto a Romolo per designazione del senato dopo un anno d'interregno. Figlio del sabino Pompone e marito di Tazia, figlia di Tito Tazio. Avrebbe avuto come maestro Pitagora (in realtà di molto posteriore) e come consigliera la ninfa Egeria. La tradizione gli attribuisce la maggior parte delle istituzioni religiose di Roma. Avrebbe anche fissato le norme del diritto sacro e il calendario, distinguendo i giorni in fasti e nefasti, e aggiungendo due mesi (gennaio e febbraio) ai dieci istituiti da Romolo. Nonostante l'inaccettabilità dei dati della tradizione, è probabile sia stato effettivamente un personaggio storico.
Tullo Ostilio, fu il terzo Re di Roma (673-642 a.C.), appartenente alla Gens Hostilia, che dovrebbe essere ricompresa tra le cento gentes originarie ricordate da Tito Livio. Scelto dai senatori perché era un romano e perché suo nonno Osto Ostilio aveva combattuto con Romolo contro i Sabini è ricordato per le sue guerre vittoriose con Alba Longa (a 12 miglia da Roma), Fidene (a 18 miglia)[e Veio (a 6 miglia). Fu durante il suo regno che avvenne il combattimento fra Orazi e Curiazi, i rappresentanti di Roma e di Alba Longa. Si dice che morì colpito da un lampo come punizione per il suo orgoglio. Per sospetto di tradimento nei confronti degli Etruschi, fece giustiziare Mezio, re di Alba, e distrusse la città, accogliendone la popolazione sul Celio e le famiglie nobili nel patriziato romano. Vinse i Sabini, i Latini e gli Etruschi. Edificò la Curia Hostilia. Celebrando un sacrificio a Giove Elicio, sbagliò il rito e fu perciò fulminato da Giove. Secondo un'altra tradizione, fu ucciso da Anco Marzio, quarto re di Roma (640-616 a.C.). Nipote di Numa e, come questi, amante della pace, ma valoroso guerriero, restaurò la religione. L'effigie, naturalmente di fantasia, appare, con quella di Numa, nei denari di Censorino (87 a.C.) e in quelli di Marcio Filippo (56 a.C.). Nei primi abbiamo un tipo sbarbato convenzionale, nei secondi un ritratto caratterizzato stilisticamente come quelli dei monarchi ellenistici.
Tarquìnio Prisco fu il quinto re (616 - 578 a.C.). Ebbe un ruolo importante nelle lotte contro Latini, Etruschi e Sabini; attuò riforme e realizzò interventi urbanistici all'interno della città. Secondo la tradizione, sarebbe nato a Tarquinia, figlio di Damarato di Corinto e di una donna etrusca. Con la moglie Tanaquilla si trasferì a Roma, cambiando il suo nome originario, Lucumone, in quello di Lucio Tarquinio. Divenuto caro al re Anco, alla sua morte sarebbe riuscito a farsi creare re dal popolo (616). Oltre alle vittorie riportate su Latini, Sabini ed Etruschi, fu promotore di importanti riforme quali l'aumento delle genti patrizie e lo sdoppiamento delle centurie equestri. Tra le grandi opere pubbliche da lui realizzate vanno ricordati il prosciugamento del Foro con la Cloaca Massima e la costruzione del Circo Massimo. Dopo 38 anni di regno sarebbe stato fatto uccidere dai figli di Anco. Il regno dei Tarquini (Prisco e Superbo) è da ritenersi storico nei suoi elementi essenziali (supremazia sul Lazio, opere pubbliche). Si discute invece sul carattere etrusco dei Tarquini, negato da taluni, che ritengono che la tradizione sia sorta per spiegare il nome dei Tarquini con quello della città. Altri studiosi considerano il loro regno come un periodo di dominazione etrusca in Roma. Alla tradizione romana un dato importante è aggiunto dalle rappresentazioni pittoriche della tomba François a Vulci, dove compare uno Gneo Tarquinio Romano in una narrazione di avvenimenti diversa dalla tradizione romana.
Sèrvio Tùllio fu il sesto re. Secondo una tradizione, figlio di Ocrisia, nobile latina divenuta schiava di Tanaquilla, moglie di Tarquinio Prisco, fu da questo elevato dalla condizione servile (donde il nome) a proprio genero, e gli successe sul trono. Favorito dalla dea Fortuna (cui elevò un tempio), dopo un lungo regno (date tradizionali 578-535 a. C.), morì tragicamente, ucciso dal genero Lucio Tarquinio (il futuro re Tarquinio il Superbo), che agì d'accordo con la consorte Tullia, la quale poi con feroce gesto volle passare col carro sul cadavere del padre (e da ciò prese nome di scellerata, la via dove accadde il misfatto). Secondo un'altra versione, in accordo con tradizioni etrusche, sarebbe stato un condottiero etrusco, di nome Mastarna, il quale, occupato il Celio e cambiato nome, conquistò il regno dopo aver ucciso Tarquinio. La tradizione antica gli attribuiva una costituzione di Roma (costituzione serviana), nella quale patrizî e plebei erano distinti in classi censitarie e al censo erano commisurati diritti e doveri civili e militari. Inoltre, avrebbe diviso la città in tribù territoriali, recingendola poi di un vallo e di un muro di giro più ampio dell'antico (mura serviane). Il limite religioso della città (pomerio) rimase fino a tarda età repubblicana quello delle mura di Servio Tullio. Il tempio di Diana sull'Aventino sarebbe stato da lui elevato a centro dell'alleanza romano-latina.
Tarquìnio il Superbo fu l’ultimo re di Roma (dal 534 al 509 a.C.). Figlio o nipote di Tarquinio Prisco, salì al regno alla morte di Servio Tullio. Stando alla tradizione antica, perseguitò i senatori e oppresse il popolo; affermò tuttavia la supremazia di Roma sul Lazio, mantenne il primato sugli Etruschi e sugli Equi, abbellì Roma (tra l'altro, portando a termine la costruzione del tempio di Giove Capitolino). Fu cacciato in seguito all'offesa arrecata dal figlio Sesto a Lucrezia moglie di Collatino. I tentativi fatti per rientrare in Roma (per mezzo di una congiura, con le armi dei Tarquiniesi e dei Veienti, con quelle di Porsenna, con quelle dei Latini) fallirono tutti, e Tarquinio morì esule presso Aristodemo di Cuma.
La caduta della monarchia e la nascita della Roma repubblicana coincidono con la grande espansione della città che ormai popola i sette colli e che si articola per grandi assi viari. Vengono edificati templi e importanti opere pubbliche come ponti, acquedotti e fori. Il culmine della storia di Roma si realizza con l’Impero: la città è il nuovo centro del mondo e gli imperatori concorrono ad accrescerne il prestigio e lo splendore. Si erigono i nuovi fori, il Colosseo e le sontuose residenze imperiali. Con la creazione delle mura aureliane, che ancora oggi delimitano il centro, la città si prepara a diventare la prima sede della cristianità
Il sito dove sorse Roma risulta abitato nell’VIII a.C., un dato archeologico che conferma la leggenda della fondazione a opera di Romolo, che sarebbe avvenuta il 21 aprile del 753 a.C. Tuttavia, la vita urbana prende consistenza solamente durante il dominio dei re etruschi, nel VI a.C.
Fu allora che il centro abitato assunse l’assetto urbano tipico delle città etrusche (Roma quadrata); venne costruita una cinta di mura (le mura serviane, dal nome del re Servio Tullio) con un circuito di ben 11 km comprendente un’area che venne suddivisa in quattro zone: Suburana, Esquilina, Collina,Palatina. Fu pavimentata per la prima volta l’area del Foro Romano, grazie alla bonifica dell’area precedentemente paludosa (dove era presente un laghetto) tramite la costruzione di una grande fognatura (Cloaca Massima).
La tradizione attribuisce al 509 a.C. la cacciata dei re e l’istituzione di un regime repubblicano. Quell’anno fu consacrato il Tempio di Giove, il più importante di Roma, posto sulla sommità del Campidoglio (Giove Capitolino). Il periodo che separa la data della fondazione della repubblica da quella del grande incendio avvenuto a seguito della incursione dei Galli (390 a.C.) è caratterizzato, nella tradizione, dalla fondazione di un gran numero di templi, testimonianze dei più antichi culti romani e latini (Tempio di Saturno, 497 a.C., di Cerere, 493 a.C., dei Diòscuri nel Foro, 482 a.C.).
Dopo l’incendio gallico fu realizzata una nuova cinta muraria in tufo. Uno dei pochi tratti di queste antichissime mura sopravvive tutt’oggi in prossimità della Stazione Termini. Tra i resti archeologici di età repubblicana ancora oggi visibili a Roma sono da annoverare il cosiddetto Tempio di Vesta e quello cosiddetto della Fortuna Virile, entrambi nel Foro Boario. Il complesso monumentale più imponente si può però ammirare negli scavi al centro di largo Argentina, dove si trovano le fondamenta di quattro templi, costruiti quando la città iniziò a espandersi verso l’area del Campo Marzio. In quella stessa area sarebbero sorti poi anche il Circo Flaminio e il Teatro di Pompeo (55 a.C.), nei pressi di Campo dei Fiori: la pianta di quell’edificio, oggi scomparso, è ancora apprezzabile nella strana forma ricurva che hanno alcuni palazzi che furono costruiti sulle fondamenta.
L’immensa espansione territoriale, destinata a far diventare Roma la più importante potenza del mondo mediterraneo, non poteva non avere riflessi sulla struttura stessa della città. Roma comprendeva oramai tutti e sette i colli (Campidoglio, Palatino, Quirinale, Viminale, Esquilino, Celio, Aventino) e aveva quattordici porte dalle quali si dipartivano le vie pubbliche, che la collegavano con il resto d’Italia. All’interno del grande ovale formato da questa cinta muraria gli assi viari più importanti erano costituiti dall’Argiletum, che andava dalla Porta Collina alla Porta Esquilina, dalla Sacra Via, che, scendendo dal Campidoglio, percorreva il Foro, dal Vicus Tuscus, che conduceva al Foro Boario e al Circo Massimo.
Il sostentamento della popolazione sempre crescente imponeva la realizzazione di opere pubbliche: nel corso del II a.C. furono costruiti alcuni dei principali acquedotti, tra cui l’Acqua Marcia (144 a.C.), in grado di portare al centro della città 19.000 m3 di acqua al giorno, e i ponti Emilio e Milvio, che si affiancarono all’antichissimo ponte Sublicio. Sempre al II a.C. risale la sistemazione urbanistica del Foro Romano, sede delle attività giuridiche e politiche, e dei fori Boario e Olitorio, luoghi delle transazioni commerciali.
Con la costruzione di questi edifici Roma diventò una città monumentale. Un forte impulso alla monumentalità si ebbe con Silla, con l’edificazione del Tabularium, la sede degli archivi pubblici sulla rocca del Campidoglio, e con Cesare, quando iniziò un grande programma edilizio nel Foro romano. Ma fu sotto il fondatore dell’Impero, Ottaviano Augusto, che Roma cambiò faccia.

1 commento:

  1. Grazie Pierluigi per lo spunto; adesso che hai affrontato l’argomento prova a chiederti perché Roma fu ammessa, di diritto, a partecipare ai Giochi di Corinto nel 224.
    L’unica traccia la suggerisce Strabone:
    Dopo la fondazione di Roma giunse presso di loro un certo Demarato, che conduceva gente da Corinto: gli abitanti di Tarquinia lo accolsero e, da una donna indigena, egli generò Lucumone. Costui, divenuto amico del re di Roma Anco Marzio, regnò poi egli stesso e il suo nome fu mutato in Lucio Tarquinio Prisco. Anch’eglì, come già prima aveva fatto il padre, si diede dunque da fare per abbellire la Tirrenia: il padre aveva fatto ciò grazie ai numerosi artigiani che lo avevano accompagnato da Corinto.

    Questa massa di artigiani DOVREBBE essere identificata nella moltitudine di artigiani etruschi che, sotto il regno di Tarquinio il Superbo, furono chiamati a lavorare a Roma; come ricorda Livio. Per me questi abili artigiani etruschi parlavano, ancora, corinzio.
    Rolando Berretta

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