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martedì 9 settembre 2014

Eutanasia nella tradizione della Sardegna? Accabadoras, le sacerdotesse della morte

Accabadoras, le sacerdotesse della morte
di Claudia Zedda


C’era un tempo in cui la gente di uno stesso paese si conosceva per soprannome, un tempo nel quale la morte non era fatto di stato, un tempo in cui le strade al crepuscolo, poteva succedere venissero attraversate da piccole donnicciole che è d’obbligo immaginare vestite di nero. Non foss’altro per il loro tentativo di passare inosservate. C’era un tempo chi le chiamava sacerdotesse della morte e chi le chiamava donne esperte. Avete compreso delle nonnette alle quali mi riferisco?
C’era chi le chiamava più sbrigativamente Accabadoras. Il termine è pregno di una sonorità tutta spagnola, e mai nessun altro sarà tanto evocativo. Degradazione di acabar, queste donne che l’immaginario racconta d’età avanzata, “accabavano” appunto, ponevano la parola fine alla vita degli agonizzanti, che stentavano nell’abbandonarla. Ci si è interrogati ampiamente sulla veridicità della figura, ci si è spesso chiesti se non si tratti di un residuo tradizionale, che in effetti non faccia capo ad alcuna realtà.


Video gentilmente offerto dall'amico Fabio. Clicca quì per vederlo.

lunedì 8 settembre 2014

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Intervista con David Abulafia: "i confini del nord dell'Africa sono una parte molto importante della storia del Mediterraneo"

Intervista con David Abulafia:
"i confini del nord dell'Africa sono una parte molto importante della storia del Mediterraneo"
di Mario Acuto Villanueva 

 
L'editoriale Critica ha pubblicato recentemente la versione in castigliano del libro "Il gran mare. Una storia umana del Mediterraneo", scritto da David Abulafia, professore universitario di Storia del Mediterraneo nell'Università di Cambridge. Si tratta di un'interessante opera che, in 800 pagine, copre la storia del nostro mare, dal neolitico fino ai nostri giorni. Un ambizioso progetto nel quale il Mediterraneo Antico è stato indagato a fondo dall’autore. 
 
Domanda - il Suo libro abbraccia la storia del Mediterraneo, dalle origini dei suoi primi colonizzatori fino all'attualità, un lavoro ambizioso. E’ un libro di storia sociale, economica o di aneddoti? 

Risposta - ho situato la storia del commercio al centro della mia argomentazione, ho proposto l’economia come un tema legato alla storia culturale. I mercanti portarono beni, moda e idee, fondamentalmente religiose, da un lato all’altro del Mediterraneo. Ho cercato anche di evitare di scrivere le dense statistiche che dominano la storia economica, piena di termini tecnici. D'altra parte, quanto si ritorna indietro nel tempo le statistiche sono meno affidabili. 
 
Domanda - Se le chiedessimo di riassumesse la storia del Mediterraneo in alcune righe come lo farebbe? 

domenica 7 settembre 2014

Nuraghe Santu Antine e Domus De Janas Sant'Andra Priu, magica Sardegna

Santu Antine e Sant'Andrea Priu, magica Sardegna.
di Pierluigi Montalbano


E' in programma un'escursione nel Nord Sardegna con visite guidate a Terralba e Bonorva. Nell'attesa...vi offro un'anteprima di questi due incantevoli luoghi dell'archeologia sarda.


Nuraghe Santu Antine
In Sardegna, nella regione storica del Meilogu, c’è un altopiano denominato la Valle dei Nuraghi costellato di torri nuragiche. Il Santu Antine è il più maestoso fra questi edifici del Bronzo. Per raggiungerlo occorre percorrere la SS 131 e uscire al bivio per Torralba, al km 173. Il nome del nuraghe deriva da Costantino, l'imperatore romano che favorì il cristianesimo nell’impero. La gente del luogo ricorda questo nuraghe con il nome Sa Domu de su Re (la casa del re). Intorno al complesso ci sono i resti del villaggio di capanne del bronzo e strutture di case di epoca romana.
Fu fra le prime costruzioni preistoriche ad attirare l'attenzione degli studiosi, fin dal Settecento. Un primo disegno del nuraghe fu eseguito nel 1774 da Francesco Cetti, e la prima fotografia risale al 1901, a cura di Giovanni Pinza.
La pianta triangolare arrotondata della struttura è costituita da un mastio centrale e tre torri disposte ai lati, unite da poderose mura. Davanti alla torre centrale c’è il cortile, chiuso dal muro che congiunge le due torri laterali. L'entrata è a sud, dove le mura sono più spesse per consentire la realizzazione di una camera sul lato del breve corridoio che si apre sul cortile interno. Nel cortile si nota un grande pozzo coperto e una serie di ingressi disposti simmetricamente a destra e a sinistra. La torre centrale a tre piani è databile alla fine del XVI a.C., e oggi residua per un’altezza di quasi 18 metri. Nel lato sinistro del corridoio che porta al mastio c’è la scala che conduce ai piani superiori. Il soffitto a tholos della camera centrale raggiunge gli 8 metri e il vano si presenta ampio grazie soprattutto a un corridoio ad anello, munito di piccolo pozzo, che presenta una serie di ingressi che si affacciano proprio verso la camera centrale.

La scala gira a 360° intorno al mastio e nel secondo piano, sulla sinistra, c’è una finestra che si affaccia sul cortile, mentre alla destra c’è l’ingresso alla seconda camera, anche questa con il soffitto a tholos e dotata di una serie di pietre squadrate per sedersi, allineate nel perimetro interno come quelli osservabili nelle capanne delle riunioni del Primo Ferro presenti in vari siti dell’isola. La scala interna prosegue per il terzo piano, visibilmente rovinato, che offre un bel panorama sulla valle circostante e sui resti delle capanne adiacenti al complesso.

sabato 6 settembre 2014

Per i romani era Bacco, per i greci Dioniso: il dio del vino e dell'ebbrezza

Per i romani era Bacco, per i greci Dioniso: il dio del vino e dell'ebbrezza
di Pierluigi Montalbano

Bacco (il greco Dioniso) è la divinità legata al vino e ai misteri. È il simbolo dell'ebbrezza, della sensualità e della vita sfrenata, e si manifesta nei riti orgiastici in suo onore. E’ considerato colui che assicura ai puri (i fedeli iniziati al suo culto segreto) una sorte beata nell'aldilà. Questa divinità dell'ambiguità fu per gli antichi anche il dio del teatro.
Dio della natura feconda e dell'agricoltura, Bacco avrebbe per primo fatto conoscere il vino gli uomini. Figlio di Zeus e di una mortale, Semele, che morì prima del parto folgorata per aver voluto vedere Zeus nel suo aspetto reale. Zeus salvò il feto cucendolo nella sua coscia.
Allevato dalle ninfe e dai satiri, Dioniso attraversò l'Oriente per giungere in Grecia, portando in dono la conoscenza del vino. Per gli effetti inebrianti della bevanda e del carattere sfrenato dei riti che celebravano il dio, il suo culto incontrò forti resistenze, ma Bacco punì duramente l'opposizione dei suoi nemici. Ad esempio, il re tracio Licurgo, reso folle dal vino, uccise moglie e figlio credendo di potare tralci di vite, e al re di Tebe Penteo la madre Agave, scambiandolo per un leone, recidese il capo durante un selvaggio baccanale sul monte Citerone.
Rapito in gioventù dai pirati, riuscì a liberarsi miracolosamente: le corde che gli legavano mani e piedi si erano sciolte da sole. Sulla nave iniziò a gorgogliare il vino e lungo la vela si aprirono tralci di vite. L’albero fu avvolto dall’edera, e, quando Bacco mutò le sue sembianze in quelle di un leone, i pirati spaventati si buttarono in mare e furono trasformati in delfini. Nelle raffigurazioni sui vasi il dio è spesso rappresentato con fattezze giovanili e con i capelli fluenti, indossa una veste lunga e colorata, e intorno a sé ha un corteo festante di satiri e di ninfe.
L’atmosfera di allegria e sfrenatezza caratterizza i riti a lui dedicati, le orge, dove i fedeli si sentono posseduti dal dio e, in uno stato di esaltazione che li priva di qualsiasi forma di autocontrollo, si abbandonano a danze convulse e a lunghe corse sui monti.
Euripide, nelle Baccanti, dipinge poeticamente il comportamento delle seguaci di Dioniso, le menadi: indossano una pelle di cerbiatto e scuotono il tirso, una canna sormontata da una pigna intorno alla quale è avvolto un tralcio d'edera. Muovono violentemente il capo e gridano inneggiando al dio animate da un violento furore. Si scagliano contro vitelli, giovenche e tori, li dilaniano e si cibano delle loro carni crude. La fantasia poetica trasfigura nel testo concreti elementi del rito reale, il quale prevedeva il sacrificio di un toro o di un capretto, le cui carni non venivano arrostite, come era di norma nel sacrificio, ma consumate crude dai fedeli. Si trattava di un pasto sacro: Dioniso stesso aveva assunto la forma dell'animale sacrificato, e ingerendo le carni della vittima i fedeli entravano in comunione con il dio.

Dall'epoca del tiranno Pisistrato, nel VI a.C., Dioniso fu il dio del teatro di Atene. Durante le feste a lui dedicate (le Dionisie cittadine e rurali e le Lenee) erano eseguiti canti in suo onore (ditirambi) e rappresentate le tragedie e le commedie. Dioniso fu anche la divinità di culti misterici, cioè di culti che prevedevano l'iniziazione dei seguaci e la segretezza dei riti. Agli iniziati era promessa la beatitudine eterna nell'aldilà. A Roma la degenerazione dei riti in pratiche scandalose portò il Senato nel 186 a.C. a vietare le associazioni che avevano per oggetto il culto di Bacco.

venerdì 5 settembre 2014

Simboli nei Menhir: Capovolto o tridente?

Simboli nei Menhir: Capovolto o tridente? 



I menhir antropomorfi della Sardegna centrale sono tanto affascinanti da commuovere. Sarà che sono nostri, però mi sono sempre sembrati i più belli del mondo. Di certo sono i più enigmatici.
Una visita al museo di Laconi, dove sono stati raccolti i più rappresentativi per evitare che vengano rubati (sic!), restituisce le immagini di figure e categorie espressive lontane nel tempo e però, data la consuetudine con l’arte della prima metà del secolo scorso, geometria, essenzialità, simbolismo, ci sembra di sentirli particolarmente vicini.
A sentire i più, le statue-steli (o steli-menhir), diffuse in un ampio territorio che abbraccia gran parte dell’Europa occidentale, sarebbero falli di pietra, figure essenziali alle quali, a cavallo dell’eneolitico e dentro il primo bronzo, si cominciano ad aggiungere fattezze umane schematiche. Qualche tratto per il volto, talvolta due seni, le braccia, spesso oggetti simbolici indice di posizione sociale: armi (pugnali, accette, spade, archi) abiti splendidamente lavorati, ornamenti, alabarde, animali.
Se si tralascia per il momento il caso sardo, tutti i dettagli delle statue-steli ritrovate in Europa sono stati perfettamente identificati, salvo un caso, quello del famoso “object”, una sorta di corto bastone di cui non si conosce l’uso ma si intuisce il senso: probabilmente una specie di segno di comando, o scettro.
E quelle sarde?




Dei pugnali si è già detto: pugnali sono e restano anche se l’attribuzione al tipo Remedello è problematica. L’altro curioso simbolo enigmatico (unico anch’esso in tutto il panorama dei menhir antropomorfi) è la raffigurazione del cosiddetto”Capovolto” (fig 1 a sinistra; statua-stele Orrubiu IV). Si tratterebbe di un simbolo derivato da un’immagine antropomorfa col capo rivolto verso il basso, ad indicare il viaggio verso l’aldilà. In altri termini un defunto.
Questa interpretazione deriva da una lettura dei graffiti della cosiddetta “Tomba dell’emiciclio” della necropoli a Domus de Janas di Oniferi (Sas Concas) (cfr. (1), pag 8), mostrati nella fig.2 (essi sono realizzati in corrispondenza del portello di ingresso della tomba, appena più in alto, sulla sinistra).
Il “Capovolto” sarebbe l’antropomoforfo indicato con ‘1’, mentre i graffiti indicati con ‘2’ ne sarebbero un’evoluzione, una semplificazione, che avrebbe dato origine ai simboli riportati a rilievo sui menhir antropomorfi (un caso a parte il simbolo ‘3’ di cui si dirà in seguito).
Secondo l’interpretazione corrente, il simbolo 2 sarebbe equivalente all’1, indicherebbe anch’esso il viaggio nell’aldilà del morto. Il ritrovarli in una tomba ne sarebbe una conferma (c’è stato chi ha voluto vedere un parallelo anche con la raffigurazione di Tanit rovesciata in una tomba ipogeica della necropoli di Monte Sirai).
Premesso che le raffigurazioni tombali dell’eneolitico (periodo al quale si riporta la necropoli in oggetto) contengono in genere simboli di rigenerazione (protomi taurine, spirali, denti di lupo), sia l’interpretazione del graffito 1 come un antropomorfo rovesciato, che l’equivalenza 1=2 appaiono deboli.




Parliamo del Capovolto. Se si trattasse effettivamente di un essere umano con il capo rivolto in basso, sarebbe evidentemente maschio, con un pene di lunghezza inusitata di cui non si attestano altre raffigurazioni. In particolare sarebbe ben diverso dall’antropomorfo a testa rotonda inciso su un peso da telaio ritrovato a Conca Illonis e considerato iconograficamente simile, tanto da essere citato come prova della correttezza dell’attribuzione del tipo 1 (fig 2 a sinistra). L’antropomorfo di Conca Illonis è asessuato e ha il capo rotondo connesso al tronco da un lungo collo (che nel graffito di Sas Concas manca; esiste un tratto verticale che connette la coppella al resto del graffito ma risulta è molto spesso ed iconograficamente incompatibile; né si conosce in quale periodo venne realizzato e/o eventualmente ampliata).

giovedì 4 settembre 2014

Note di Settembre, convegni di archeologia a Domus de Maria: navigazione antica, civiltà nuragica e le origini della lingua sarda.

Note di Settembre, archeologia a Domus de Maria

Sarà un fine settimana ricco di cultura sarda quello organizzato dall'Associazione Ugo Tomasi e patrocinato dal Comune di Domus De Maria. Si parlerà di civiltà nuragica e dell'antica arte del navigare praticata nel Mare Mediterraneo dai nostri antenati di 4000 anni fa. 
Gli appuntamenti, con ingresso libero, saranno Sabato 6 Settembre e Domenica 7 Settembre, alle ore 19.30, nella piazza del Museo Archeologico, al centro del paese. Le due conferenze, nell'ambito della rassegna "Archeologia sotto le stelle, Note di Settembre", giunto alla 4° edizione, vedranno impegnati 6 relatori e saranno arricchite dalla proiezione di immagini e filmati inediti. 
Sabato si parlerà di navigazione antica e saranno mostrate le riprese subacquee relative a Capo Malfatano, con relatori Pierluigi Montalbano, Nicola Porcu e l'archeologa subacquea Emanuela Solinas. A seguire sarà offerta al pubblico una degustazione di prodotti tipici della filiera sarda e la serata si concluderà con uno spettacolo musicale.
Domenica saranno presentate due relazioni: "Origine e funzioni dei Nuraghi" di Pierluigi Montalbano e "Le origini della lingua sarda" di Salvatore Dedola, con un approfondimento sulla traduzione della Stele di Nora, il controverso documento in scrittura fenicia più antico di tutto l'occidente mediterraneo trovato due secoli fa nei pressi della chiesetta di Sant'Efisio.. 
Dopo l’intervento dei relatori e il dibattito, ci sarà un rinfresco offerto dall'organizzazione e una serata di musica etnica con la partecipazione dello storico duo Balia e Frongia, denominato ARGIA, che dopo anni di assenza dalla scena musicale sarda si esibiscono nuovamente dal vivo nella piazza museo sede del convegno.

mercoledì 3 settembre 2014

Sardi, Cartaginesi e Romani...alcune riflessioni di Giovanni Ugas

La resistenza degli Iliesi: un evento storico che l'archeologia non smentisce.
di Giovanni Ugas



L'archeologa Maria Ausilia Fadda nel 2012 ha effettuato un’interessante scoperta nel sito di Sirilò in agro di Orgosolo, a oltre 1000 metri di altezza. Si tratta di un abitato persistito dal Bronzo sino ai tempi del dominio romano nell’isola.
A giudizio dell’articolista dell’Unione Sarda Piera Serusi, che in data 18 Gennaio 2012 richiama le considerazioni della Fadda, l’interesse del ritrovamento consisterebbe nel fatto che il mito della Barbagia mai domata è infondato e lo proverebbero i manufatti archeologici.
Alle stesse conclusioni indurrebbero le suppellettili emerse dagli scavi nell’antico villaggio di Sant’Efis di Orune. In sostanza, nell’articolo si afferma “qui finisce la mistica dell’identità e si sgretola il campionario folk della Barbagia isolata e mai conquistata… un mito infondato che è stato ampiamente strumentalizzato e enfatizzato”.
Occorre attendere una pubblicazione esaustiva degli scavi per avere un quadro più dettagliato e un’analisi più precisa, soprattutto per quanto attiene le diverse sequenze e i contesti stratigrafici, tuttavia, a giudicare dalle notizie sugli elementi della cultura materiale venuti alla luce in tali siti è possibile trarre già alcune considerazioni che a mio avviso non sono affatto in linea con quanto sostenuto nell’articolo.
Innanzitutto, va premesso che la resistenza dei Sardi ai Cartaginesi a partire dal 510 a.C. e ai Romani dopo il 238 a.C. è ben registrata nella letteratura antica e ad essa, oltre che alla specificità della società “barbaricina”, si rifanno Giovanni Lilliu e tanti storici e antropologi sardi. Penso sia utile richiamare alcune delle numerose testimonianze che attestano come l’isola ancora alla fine del I d.C. non fosse affatto del tutto soggiogata, tralasciando le prime grandi battaglie per l’indipendenza combattute dai Sardi e i trionfi senza fine conseguiti dai consoli romani contro i Sardi per tutto il II a.C., che determinarono, stando alle fonti, non meno di centomila caduti e prigionieri.
Qualche testimonianza della letteratura antica sulla resistenza degli Iliesi:
Diodoro Siculo (IV, 30) intorno al 60 a.C. Scrive: “In relazione a questa colonia (degli Iolei), avvenne anche un fatto straordinario e singolare: Attraverso un oracolo il Dio disse loro che tutti quelli che avevano preso parte a questa colonia e i loro discendenti, sarebbero rimasti continuamente liberi per l’eternità. La realizzazione di questo fatto in conformità all’oracolo, perdura fino ai nostri giorni”. Al tempo di Diodoro, dunque, una parte delle terre dell’isola era ancora libera. Infatti, Diodoro aggiunge: “Per effetto del lungo tempo ivi trascorso, poiché i barbari che avevano preso parte alla colonia erano superiori come numero, le popolazioni (gli Iolei) avevano finito per imbarbarirsi; esse, trasferitesi nella zona montuosa, si stabilirono nei terreni difficili ed erano solite nutrirsi di latte e carne e allevare molte greggi di bestiame e non avevano bisogno di grano. Si costruirono delle abitazioni sotterranee, svolgendo il loro modo di vita negli anfratti, evitarono il pericolo delle guerre. Perciò prima i Cartaginesi e poi i romani li combatterono spesso, ma fallirono il loro obiettivo”.
Il concetto è riaffermato dallo stesso Diodoro Siculo V,15 : “I Tespiadi (i capi tribali Iolei), signori dell’isola per molte generazioni furono alla fine cacciati, si rifugiarono in Italia e si stabilirono (in particolare) nella zona di Cuma; la gente rimasta si imbarbarì ma, scelti come capi i migliori (àristoi), difese la sua libertà fino ai nostri giorni.” Occorre chiarire che Diodoro sosteneva erroneamente l’origine greca degli Iolei, mentre i Romani li chiamavano Ilienses facendoli discendere da Ilio. In effetti essi vanno riconosciuti in una popolazione indigena, che possiamo definire convenzionalmente Iliesi, stanziata fin dal Neolitico nei territori a Sud del Tirso, a meridione dei Balari e dei Corsi, le altre due grandi popolazioni sarde che si opposero ai Cartaginesi e ai Romani.

martedì 2 settembre 2014

Formaggi nel Sahara di 7.000 anni fa

Formaggi nel Sahara di 7.000 anni fa
di Alice Danti

Una missione archeologica italiana in Libia ha scoperto recentemente le più antiche tracce di lavorazione del latte nei resti di un vaso proveniente dal sito neolitico di Takarkori.
Lo studio di microscopici resti di sostanza organica conservati sulle pareti di un vaso datato al 5.200 a.C. (nella foto, due vasi murzuq) proveniente da Takarkori, un riparo nelle montagne del Tadrart Acacus nel sud della Libia, ha fornito la prima evidenza diretta dell’uso e trasformazione del latte vaccino. 
Già 7.000 anni fa, quindi, i pastori neolitici che abitavano il Sahara libico avevano raggiunto un'elevata complessità sociale ed economica. Non solo allevavano e pascolavano i loro animali, ma come spiega Savino di Lernia, direttore della missione, “erano pienamente in grado di sfruttare tutti prodotti secondari della pastorizia. Questa scoperta testimonia che praticavano un allevamento stabile ed evoluto che sfruttava tutte le risorse animali, latte compreso”.

Le analisi chimiche, condotte da Julie Dunne e Richard Evershed dell’Università di Bristol, e da Savino di Lernia e Stefano Biagetti, che dirigono la missione archeologica della Sapienza di Roma in Libia, hanno rivelato sui frammenti ceramici trovati a Takarkori la presenza di grassi interpretabili con certezza come latte bovino trasformato. I ricercatori sono giunti a questa conclusione grazie al confronto con una collezione di riferimento ottenuta dal latte di capre e bovini africani attuali. 
Questo lavoro permette così di stabilire la più antica evidenza africana dell’uso e della lavorazione del latte da parte dei pastori neolitici del Tadrart Acacus, uso già documentato nell’arte rupestre sahariana che include anche rare scene di mungitura. Finora però la difficoltà nella datazione di queste scene pastorali aveva impedito di datare con certezza l’inizio della lavorazione del latte in Africa. 

Fonte: http://www.nationalgeographic.it/

Fotografia di Savino di Lernia

lunedì 1 settembre 2014

Tarquinia, scoperta tomba etrusca inviolata

Tarquinia, scoperta tomba etrusca inviolata

All'interno lo scheletro del principe etrusco morto 2.700 anni fa e, nascosti in vasi votivi, gioielli e sigilli
Non ci hanno creduto sino a quando, in una nuvola di polvere millenaria, la grande pietra che da 2.700 anni sigillava il sepolcro è stata rimossa. Solo allora gli archeologi dell’Università di Torino e della Sovrintendenza per i Beni archeologici dell'Etruria meridionale hanno avuto la conferma: quell’ipogeo del VII a.C. era inviolato. All’interno ancora lo scheletro del principe etrusco adagiato sulla tomba di pietra e accanto armi, vasellami, persino un aryballos, un unguentario, ancora affisso alla parete. E, nascosti in vasi votivi, gioielli e sigilli di quel nobile scomparso chissà come e chissà quando all’epoca di Tarquinio Prisco. La tomba inviolata, rinvenuta nella necropoli della Doganaccia a Tarquinia, è una scoperta eccezionale.
«L’ultima tomba non violata è stata trovata più di trent’anni fa ma era crollata - spiega Alessandro Mandolesi, professore di Etruscologia e antichità italiche all’università di Torino -. Questa è assolutamente intatta e potrebbe riservare altre sorprese». Insieme ai vasi finemente decorati, gli archeologi hanno già individuato una lancia e un giavellotto. Le pareti sono affrescate, semplicemente, ma con un gusto insolito per l’epoca. I lavori di scavo, che sono stati finanziati da imprenditori privati, proseguiranno per diverso tempo perché il Tumulo del Principe potrebbe riservare altre grandi sorprese. Ne è convinto Lorenzo Benini, patron di Kostelia Group, e anch’esso un archeologo che trascorre parte delle sue vacanze insieme alla moglie a cercare tesori delle civiltà sepolte.
L’équipe del professor Mandolesi da anni lavora al sito della Doganaccia. La tomba del principe è l’ultima scoperta, la più eccezionale, di una vera e propria agorà che univa il mondo dei vivi a quello dei morti: quella del Tumulo della Regina, un grande spazio ancora da esplorare dell'enorme necropoli di Tarquinia, paesaggio incantato tra mare e colline, vento di maestrale che non manca mai. Un paio di anni fa gli studiosi hanno rinvenuto frammenti della Sfinge, una statua di due metri collocata sul punto più alto del tumulo, ultimo guardiano per i vivi e per i morti. E in un’altra tomba è affiorato un piccolo cortile (appena sei metri per quattro) scavato per tre metri nel calcare con le tre camere sepolcrali che si aprono sui tre lati chiusi e con le pareti affrescate grazie a una tecnica mai vista prima in Etruria e in tutta Italia.
La cosa più sorprendente e unica è che pare non rappresentino scene di oltretomba, ma momenti di vita quotidiana. Insomma, gli affreschi dovevano forse servire per ragioni diverse, legate alla funzione di quel cortile, una piccola agorà, abbiamo detto, e dunque un luogo di collegamento tra vivi e morti. Gli studiosi ipotizzano che nell'area furono deposti sovrani e principi etruschi. Si hanno testimonianze leggendarie di una sepoltura di un certo Demarato di Corinto, ricco mercante greco. Si trasferì a Tarquinia intorno alla metà del VII secolo avanti Cristo, Demarato, e sposò una nobildonna locale, la più bella della città. Nacque un figlio, lo chiamarono Tarquinio Prisco e divenne il primo sovrano di origine etrusca di Roma.


Fonte:  http://www.corriere.it
Immagine di http://archeologiavocidalpassato.files.wordpress.com/