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lunedì 10 marzo 2014

Magna Grecia, la splendida civiltà dei Greci d’Italia (1° parte di 2)

Magna Grecia, la splendida civiltà dei Greci d’Italia (1° parte di 2)
di Emanuele Lelli


Dall’VIII a.C. i mercanti delle città della Grecia iniziano a frequentare il Mediterraneo occidentale, in particolare l’Italia meridionale e la Sicilia. Gli empori commerciali si trasformano presto in insediamenti stabili e divengono militarmente e politicamente importanti. Sono centri di intensa vita culturale e artistica, con rinomati artigiani e poeti, scienziati, filosofi e autori di teatro, protetti spesso da ricchi tiranni. Questi personaggi danno vita alla splendida civiltà che sarà chiamata Magna Grecia e che trasmetterà la cultura greca prima a Roma e poi all’intera Europa.
Intorno al 750 a.C. la Grecia si risveglia dal cosiddetto Medioevo greco, un periodo di arretramento culturale ed economico conseguente alle vicende delle guerre imperiali nel Vicino Oriente all’epoca dei popoli del mare, avvenute nel XII a.C. Le campagne producono maggiori risorse alimentari, i commerci s’intensificano e si verifica un’impennata nella crescita della popolazione. Sorgono nuove città e s’ingrandiscono i centri già esistenti. Ma il territorio greco, montuoso e inospitale, non basta a sostenere questo straordinario sviluppo. I Greci, allora, organizzano un nuovo sistema per affrontare i problemi economici e sociali: i commerci coloniali.
Progettate con cura, le colonie sono uno straordinario esempio dell’interesse dei Greci antichi per la creazione di nuove forme politiche, nonché della loro profonda capacità di riflessione sugli aspetti costituzionali e civili della vita associata. Progettare una colonia significa coinvolgere una parte notevole di popolazione, compresi gli schiavi che nel nuovo mondo possono rifarsi una vita. Servono architetti, maestranze e manovali che realizzino le opere pubbliche e private, legislatori e politici che costituiscano la futura classe di governo, e artigiani e commercianti, agricoltori e marinai.
Una volta scelto il sito per l’edificazione della nuova città, questa diviene un pezzo di Grecia in terra straniera: non a caso il termine greco con cui la si indica è apoikìa, cioè trasferimento da casa. La città da cui si parte sarà per sempre la metròpolis, la città madre che conserverà con la colonia un rapporto strettissimo di collaborazione.
Le feste e i riti della città madre si trasferiscono tali e quali nella colonia. Gli equilibri sociali, tuttavia, sono diversi. Nella colonia, infatti, si riparte tutti dalle stesse condizioni: uguali diritti e doveri, medesime parti di terra in proprietà. Saranno l’abilità e l’intraprendenza personale a decidere le sorti di ognuno: spesso si cambierà costituzione politica per far fronte alla richiesta di giustizia ed equilibrio, a volte si ricorrerà alla figura del tiranno, un cittadino che per doti riconosciute e spregiudicatezza riuscirà a farsi capo del governo e dell’esercito, esercitando il potere a titolo personale, ma con sviluppi economici e civili per tutti.
Se alla fine del II millennio a.C. la colonizzazione dei Micenei si era mossa soprattutto in direzione delle coste egee dell’Asia Minore e non aveva avuto carattere sistematico, il grande spostamento di uomini che si verifica a partire dall’VIII a.C. riguarda la parte occidentale del Mediterraneo, in particolare l’Italia meridionale.
Quando i primi Greci arrivano sulle coste dell’attuale Basilicata, scoprono una terra fertile e ricca di acqua, abbondante di grano e di vino. La chiamano Enotria (terra del vino) termine collegato con l’eroe Enotrio, figlio di Licaone, re dell’Arcadia, volendo segnare così una continuità fra i leggendari personaggi del mito greco e le nuove genti colonizzatrici.
In direzione di queste coste del golfo ionico e oltre, tra Taranto e Reggio, si concentrerà la migrazione delle genti di stirpe dorica e achea, provenienti dal Peloponneso e dalle regioni centro-occidentali della Grecia. Una dopo l’altra, tra il 730 e il 670 a.C., sorgono Reggio, Sibari, Crotone, Taranto, Metaponto e Locri, dove per posizione favorevole e per capacità militari i greci riescono a dar vita a un territorio culturalmente omogeneo chiamato Magna Grecia. Nel VI a.C. i concetti culturali si rafforzano grazie a Pitagora, un filosofo al governo di Crotone, primo di una serie di filosofi razionalisti. Si impongono anche figure leggendarie, scienziati capaci di invenzioni spettacolari e al contempo di riti e culti segreti legati alla religiosità di Orfeo, autori che mettono le basi dell’arte della retorica e poeti.
I primi Greci a sbarcare sulle coste tirreniche dell’Italia giungono dalla grande isola di fronte ad Atene, l’Eubea, e si fermano su un’altra isola, Ischia, chiamandola Pithekoùssa, isola delle scimmie, e di lì iniziano a colonizzare la costa da Napoli a Salerno. Proprio a Ischia è stata rinvenuta una delle più antiche testimonianze della scrittura greca: la coppa di Nestore, un largo recipiente da vino che riporta un epigramma gustoso sul tema dell’amore e del vino.
Napoli, ossia città nuova, è stata costruita sopra le rovine dell’originario sito greco. Si chiamava Partenope, dal nome della sirena che, innamorata di Ulisse ma da lui rifiutata, si gettò negli abissi per la disperazione e fu sepolta nel golfo di Napoli. Importantissima già nell’antichità per i traffici marittimi, questa città diviene in età romana un rilevante centro culturale, sede di una scuola filosofica epicurea frequentata anche da famosi personaggi come Virgilio e Orazio.
Altrettanto famosa e importante è la scuola filosofica che nasce a Elea, l’attuale Velia (in Lucania), a opera di una delle personalità più enigmatiche della cultura greca, Parmenide (V a.C.). Aristocratico legislatore e scienziato, autore di numerosi libri in prosa e in versi, è considerato l’inventore della logica, cioè di un metodo di affrontare i problemi basato sul rigore della ragione.
Una colonia famosa per l’imponenza dei templi è Paestum, l’antica Poseidonìa, la città di Poseidone, fondata dai coloni della Sibari ionica intorno al 600 a.C.
Un proverbio greco recita: “essere più sano di uno di Crotone”, infatti questa colonia achea era famosa per la salubrità del clima che faceva dei suoi abitanti i più robusti del mondo greco, come il leggendario Milone, e altri atleti di cui si ricordano le imprese in ogni disciplina ginnica. Crotone ebbe il suo periodo di splendore nel VI a.C., guidata da Pitagora, esule dall’isola greca di Samo. Fondò una scuola di grande prestigio ispirata a profondi ideali morali e culturali.
Il grande tempio dedicato a Era, la romana Giunone, di cui oggi è possibile vedere solo alcuni tratti, divenne la sede di una confederazione di città achee della Magna Grecia che costituì un punto di riferimento culturale e politico.

...domani la 2° e ultima parte.

domenica 9 marzo 2014

Età del Ferro. Navicelle bronzee nuragiche.

Navicelle bronzee nuragiche.



Nr.50. Catalogo collezione Borowski
Navicella con scafo chiuso e protome bovina
Bronzo.l 16,3cm, h 6,8 cm
Sardegna, località sconosciuta.
Cultura nuragica, IX-VIII sec. a.C.
La navicella dalla forma ovaleggiante ornata da una protome bovina stilizzata, presenta una copertura sulla parte anteriore dello scafo, su cui è fissato un anello con asticciola per essere appeso.
Il bordo dello scafo è ornato da quattro, la copertura da tre cordoni. Sotto la chiglia della navicella è stata fissata una piastra trasversale, sporgente oltre i lati dello scafo, per migliore stabilità.
Il muso della protome è cilindrico, gli occhi sferoidali, le corna bovine fortemente arcuate verso l’alto ed il collo è avvolto da un cavetto di metallo a spirale elaborato nel processo di fonditura.
Questa navicella con scafo coperto, fino ad ora unica nella sua forma, appartiene per via della protome bovina severamente stilizzata ed essenzialmente raffigurata, alla tipologia arcaica. Finanche l’ornamento del collo con la spirale avvolta stretta è palesemente caratteristico per il primo periodo delle navicelle.
I valori dell’analisi dei metalli eseguiti nel laboratorio di ricerca Rathgen di Berlino (J. Riederer) corrispondono alla lega tipica per i bronzi sardi.
Stato di conservazione: Parte mancante sulla sinistra dello scafo di ca. 3 cm, altrimenti ben conservata. Patina verde granulata con effluorescenze di azzurrite.
Letteratura: SKK (Kunst und Kultur Sardiniens, 1980) Nr. 178



55. Navicella con protome bovina e parapetto traforato
Bronzo.
l 32 cm, h 17,5 cm, p 11,2
Sardegna, località sconosciuta.
VIII – VII sec. a.C.
Questa grande navicella presenta un parapetto con disegno a zigzag un alto albero che termina con una formazione a vaso e con un anello sovrastato da un uccello, anello che stranamente è orientato in modo obliquo rispetto alla prua, è ornato da una protome bovina fortemente stilizzata. Il parapetto traforato è bordato da pali con testate concave. La protome bovina su un lungo, stretto collo ha un muso lungo muso cilindrico, appena più largo delle corna; queste sono rivolte dritte verso l’alto e coronate da sfere.
La forte, forse un poco grossolana semplificazione della protome sembra indicare una già avanzata età arcaica dell’arte sarda del bronzo. Anche l’albero, che manca nelle più antiche rappresentazioni di navicelle sarde, sembra sostenere questa datazione (vedere catalogo pag. 44).
I valori dell’analisi dei metalli eseguiti nel laboratorio di ricerca Rathgen di Berlino (J. Riederer) corrispondono alla lega tipica per i bronzi sardi.
Stato di conservazione: la parte superiore del corno sinistro è stato aggiunto recentemente. Il muso della protome, i pali del parapetto e l’albero sono deformati. Patina verde ruvida granulosa con efflorescenza.
Letteratura: SKK (Kunst und Kultur Sardiniens, 1980) Nr. 195

sabato 8 marzo 2014

Archeologia e linguistica: il toponimo Laconi.

Il toponimo Laconi
di Massimo Pittau


Laconi (Láconi, pronunzia locale anche Lácuni) (borgo del Sarcidano, già della curatoria di Parte di Valenza). L’abitante Laconesu, Lacunesu.
Il toponimo corrisponde agli appellativi sardiani o protosardi lácuna, lácona «truogolo», láhana «pozza d'acqua piovana formatasi su una roccia»; láccana, láccara «fossato di confine, confine, segno di confine» ("probabilmente preromano" per il DES II 2), nonché agli altri toponimi Lacconéi (Tonara), Laconitzi (Villagrande Strisaili), Loconiái (Sarule) (suffissi e suffissoidi), che sono tutti da confrontare - non derivare - coi lat. lacus «lago», lacuna «cavità, fossa, pozza d'acqua», con gli antroponimi etruschi LAXU, LAXUNIA, coi toponimi tosc. Làcona, còrso Lácani e inoltre col greco lákkos «fossa, pozzo, cisterna, serbatoio, stagno» (indeur. GEW, DELG) [da cui è derivato il lat. laccus «fossa»; DELL] (OPSE 214).
Pertanto Láconi è un toponimo sardiano o protosardo e insieme indoeuropeo, che porta nella sua denominazione un riferimento alla «fossa» nella quale scorre il rivo che attraversa il suo famoso parco, oppure - in subordine - un riferimento al «confine territoriale» tra la Barbagia e il Sarcidano (vedi).
Laconi sarà stato un centro abitato abbastanza importante già in epoca classica, se è vero che i suoi abitanti molto probabilmente sono citati da Strabone (V 2, 7) come Lakónites (OPSE 79, 250; LCS II 54).
L'importanza di Laconi nel passato è dimostrata anche dal ruolo di primissimo piano che in epoca medievale ha recitato la famiglia dei Lacon. Ha scritto acutamente Ettore Pais (Rom. 236-237): «La famiglia dei principi indigeni, che in lingua e con titoli appresi da Bisanzio assumeva il governo dell'Isola, traeva il suo nome dalla regione di Làconi (...) Da queste regioni, sin dall'età punica e romana, solevano discendere gli indigeni nelle pianure sottoposte ai dominatori stranieri. Sembra lecita la domanda, se venuta meno la forza e la custodia di signorie straniere, al governo di tutta l'Isola abbian provveduto gli abitatori di quelle plaghe nelle quali durano più vive le energie (...). La Sardegna, come al tempo dei Cartaginesi, tornò forse ad essere retta dai tardi discendenti di quegli Iolei od Iliensi, che avevano già eretto le splendide moli nuragiche e che di fronte alla poderosa invasione dei Cartaginesi si erano ritirati nelle aspre montagne del Centro».
Molti documenti medievali sardi citano più volte il vocabolo Lacon, Laccon, ma non è sempre facile distinguere se ci sia un riferimento, oltre che alla citata famiglia giudicale, anche al villaggio; ad esempio le Carte Volgari campidanesi, in documenti del 1200-1212 e del 1215 (CV X 1, XIV 11), in cui figurano uno Iudigi Salusi de Lacon e un donnu Gunnari de Lacon.
Il villaggio è citato in maniera certa in un documento del 1299 del Codex Diplomaticus Sardiniae e inoltre tra i villaggi che sottoscrissero la pace fra Eleonora d'Arborea e Giovanni d'Aragona del 1388 (CDS I 474/1; 837/2 e 838/2). Risulta inoltre citato parecchie volte tra le parrocchie della diocesi di Arborea che nella metà del sec. XIV versavano le decime alla curia romana (RDS).
E compare anche nella Chorographia Sardiniae (138.13; 156.35; 196.22) di G. F. Fara (anni 1580-1589.***

*** Da confrontare alla voce lácana dell'opera di Massimo Pittau, Nuovo Vocabolario della Lingua Sarda – fraseologico ed etimologico (edizione digitale accresciuta ed emendata, “Ipazia Books” 2013 Amazon); opera nella quale sono anche spiegate le abbreviazioni e le sigle bibliografiche.

Nell'immagine: uno dei menhir esposti al museo di Laconi

venerdì 7 marzo 2014

Civiltà nuragica. Le finestrelle dei nuraghi.

Civiltà nuragica. Le finestrelle dei nuraghi
di Pierluigi Montalbano


Il dibattito sulla funzione dei nuraghi non può prescindere dalla presenza di finestrelle di varie forme presenti nelle torri nuragiche. Avendo deciso di realizzare un articolo tra il serio e il faceto, inizio subito con una proposta che immagina le nobildonne nuragiche, mogli dei proprietari delle torri, al centro dell’importante decisione architettonica. Le finestre delle torri laterali servivano a tenere costantemente in vista gli uomini di corte, onde evitare che le bellezze locali ancora da maritare, alcune delle quali come è noto si aggiravano a seno scoperto nel villaggio adiacente, concupissero i nobili ragazzotti che, disarmati davanti a cotanta grazia, dimenticassero il loro status sociale (erano pur sempre figli del padrone della torre) e avventatamente decidessero di convolare a nozze senza badare alla classe subalterna delle giovani villane.
Ritornando all’archeologia e al dibattito sulla funzione reale di questi "accessori" architettonici, le due tipologie principali di finestrelle si trovano sull’architrave dell’ingresso (cosiddetta di scarico) e intorno ad alcune torri laterali.
La prima avrebbe la funzione di scaricare dal peso della muratura sovrastante l'architrave stesso ripartendo lo sforzo nelle estremità anziché al centro dello stesso. Le finestrelle di scarico sono peraltro ricorrenti in tutte le architetture a tholos del Mediterraneo.
Tuttavia lo spessore degli architravi è considerevole e l'utilizzo dell'accorgimento con questo intento, non apporta un effettivo beneficio statico alla costruzione. Inoltre, nelle costruzioni ciclopiche con pietra non lavorata, i carichi non sono uniformemente distribuiti ma si trasmettono solo nei punti di contatto tra una pietra e l'altra rendendo difficile prevedere il carico effettivamente subito dall'architrave. In molti nuraghi si notano architravi rotti ma ancora in sede nonostante la presenza dello spiraglio di scarico. L'ipotesi più logica è che questa apertura serviva a far passare la luce e l'aria, infatti sono poste proprio nel punto in cui il sole produce gli effetti più duraturi, esattamente orientate come oggi un tecnico sistemerebbe i pannelli solari (o fotovoltaici) per godere della maggior quantità di esposizione solare possibile. Altre finestrelle si trovano talvolta anche nelle camere interne dei nuraghi, particolarmente sulla sommità delle nicchie laterali, forse utilizzate per alloggiare delle travi in legno che sostenevano soppalchi. Avanzate leggi della statica sono peraltro espresse in alcuni nuraghi, ritenuti un'anticipazione dell'arco, come nel caso del nuraghe Longu a Chiaramonti, dove l'architrave è sostituito da due massi che lavorano in opposizione, o nel nuraghe Voes di Nule dove l'architrave è sorretto da appoggi a mensola.
Per quanto riguarda le finestre presenti nello spessore del paramento murario di alcune torri, ingenuamente attribuito da alcuni archeologi militaristi a una fantasiosa funzione difensiva, ossia individuare il nemico e colpirlo con le frecce attraverso le finestre stesse, ritengo che non sia nemmeno il caso di approfondire per evitare di essere preso per burlone.
Per usare le parole del Pittau, non occorre molto acume né profonda conoscenza delle cose militari per notare quanto sia anacronistico – e pure umoristico - l’uso di espressioni tipiche dell’arte militare dei tempi moderni che sono state riferite ai tempi della civiltà nuragica e con particolare riferimento al Nuraxi di Barumini:
«proiettili di grosso calibro, missili incendiari, munizioni, batterie d’assedio, batterie di fortini, tecnica della batteria, bocche d’arco, bocche di lancio, bocche da tiro, cortine frontali, tiro incrociato delle feritoie, piazzola di tiro, centrale di comando delle operazioni di tiro, centrale di tiro e di comando»...
Di fronte a questo sfoggio di aggiornata terminologia militare modernissima, verrà spontaneo al lettore di chiedere se i proiettili che adoperavano i Nuragici erano a testata nucleare oppure all'uranio impoverito...

La tesi della destinazione militare dei nuraghi mostra di tentennare fortemente e di cadere proprio in pieno ridicolo con la questione di quelli che sono chiamati «nuraghi a corridoio».
Pittau prosegue dicendo che gli archeologi militaristi attribuiscono a questi nuraghi a corridoio due differenti funzioni militari: da una parte avrebbero costituito un nascondiglio sicuro per i difensori che vi si fossero rifugiati, conoscendone a perfezione la pianta inusitata, dall’altra avrebbero costituito altrettante trappole per gli assalitori, i quali avrebbero potuto essere facilmente colpiti, nel buio o nella penombra generale, dai difensori appostati nei diversi vani. Ecco come sull’argomento si è espresso uno degli archeologi militaristi:
«Il nemico veniva attratto nella profondità di questi lunghi e lunghissimi corridoi, tenuti volutamente in uno stato di semioscurità, e, una volta addentratosi nel tranello di quegli angusti passaggi, veniva repentinamente assalito dai gruppi di armati annidati nelle garette dell’andito. L’incauto assalitore era preso in mezzo, aggredito di fianco e di spalle di garetta in garetta e veniva abbattuto a colpi di pugnale in una stretta colluttazione. Che se, poi, a eliminare il pericolo dell’incursione nemica non fosse bastato il nerbo di uomini di guardia nel corridoio inferiore, accorrevano in soccorso, per le scale, i soldati di scolta appostati nel piano superiore o nel terrazzo e annientavano l’ultima disperata resistenza con lo sterminio totale».
E si tratta di un brano nel quale è da rimarcare il fatto che nei nuraghi a corridoio la difesa era tanto ben organizzata e ad effetto del tutto sicuro, che assomigliava a una moderna catena di montaggio, la quale ti prendeva l’incauto assalitore vivo e, dopo un più o meno lungo processo di manipolazione, te lo restituiva morto.
Ma, dice Pittau, l’archeologo-stratega imperterrito ha continuato:
«Riconosciamo per lo più in questo tipo di nuraghe una costruzione di carattere militare, nel quale le cellette e i corridoi servivano per attrarre il nemico e abbatterlo nella semioscurità dei vani. Sono una sorta di nuraghi-trappole nei quali l’offesa si affida all’agguato insidioso di piccole unità mobili abituate ai colpi di mano e alla lotta a corpo a corpo col nemico che attacca di sorpresa in rapide scorrerie».

Senonché, prosegue Pittau, a mettersi dal punto di vista dei difensori, è assurdo pensare che essi sarebbero andati a rifugiarsi e nascondersi dentro un edificio esposto in bella vista ai nemici, entro il quale la trappola sarebbe scattata a danno loro e non degli assalitori. E pure dal punto di vista degli assalitori è ancora assurdo pensare che essi si sarebbero avventurati entro i cunicoli bui o semibui dei nuraghi a corridoio; e, dato ma non concesso che potessero commettere questa imprudenza o ingenuità uno o due assalitori, sicuramente non l’avrebbero ripetuta tutti gli altri loro compagni. Anzi, nemmeno uno sarebbe entrato, dato che nel perenne stato di guerra in cui si sarebbero trovate le varie tribù, ciascuna di esse conosceva alla perfezione le armi di offesa e di difesa dell’avversario. E anche in questo caso gli assalitori non avrebbero mancato di accendere un grosso fuoco all'ingresso del nuraghe a corridoio, costringendo i difensori ad arrendersi oppure asfissiandoli e bruciandoli come altrettanti topi entro la trappola. Si deve osservare un fatto assai curioso: pur appartenendo sia i difensori sia gli assalitori alla medesima e unica etnia nuragica, nella continua guerra ipotizzata dagli archeologi militaristi i difensori risultavano essere grandemente intelligenti, mentre gli assalitori risultavano essere grandemente cretini.
Dopo questa panoramica che testimonia l’inutilità militare delle feritoie, è evidente che l’unica spiegazione possibile è quella di aperture utili al ricambio d’aria nelle stanze. A questo scopo si aggiunge quello dell’orientamento, finalizzato a individuare i movimenti degli astri e determinare il ritmo delle stagioni e delle ore.

Nelle immagini le finestrelle di Su Mulinu a Villanovafranca e Su Piscu a Suelli.



giovedì 6 marzo 2014

Fenici e Nuragici in contrappunto. (I millennio a.C.)


Fenici e Nuragici in contrappunto. (I millennio a.C.)
di Alfonso Stiglitz


Il titolo si richiama alle riflessioni di Edward Said nel suo dialogo continuo con Antonio Gramsci e al richiamo che a queste ha fatto Giorgio Baratta; riflessioni nelle quali le identità vengono viste non come essenze date ma come insiemi contrappuntistici, con una visione tipica del mondo musicale: nessuna identità potrà mai esistere per se stessa ma vive in un continuo intreccio con le altre. L’esplorazione dei paesaggi di potere nella Sardegna antica, con particolare riferimento alle lunghe e complesse vicende del primo millennio a.C., non può prescindere dal continuo ridefinirsi di queste identità, nel momento in cui dai processi del contatto culturale ed economico, si passa all’in-sediamento stabile di identità diverse, derivanti dalla attività di strutture statali organizzate, siano esse quelle della monarchia tiria dello scorcio del II- inizi o I millennio a.C., della potenza cartaginese a parti-re dal VI secolo a.C. o del complesso e lungo potere di Roma. L’oggetto di questa ricerca è il formarsi di quella identità plurale che denominiamo sarda e la cui nascita affonda le proprie radici nell’incontro tra gli articolati mondi nuragico e fenicio. In questa sede, per motivi di spazio, illustrerò la ricerca che consiste nel riesame delle prove, dei reperti che sino a oggi sono stati portati a sostegno dei rapporti fra questi due mondi, per individuare le fasi e le modalità all’interno delle quali si configura la presenza dei Fenici in Sardegna. In particolare illustrerò alcuni esempi di rilettura di oggetti relativi alle fasi iniziali di questo processo, prodotti di pregio per ceti dominanti ed espressione di ambiti ideologici di potere; questi oggetti e i loro contesti ci offrono lo spunto per un’analisi che superi la vecchia idea dei Nuragici come selvatici addomesticabili con doni e merci esotiche, secondo il modello erodoteo del commercio silenzioso e dei Fenici come prospectors che, novelli Cristoforo Colombo, arrivano sulle coste di nuovi mondi sconosciuti.

In realtà i Fenici sono l’ultima fase di un complesso insieme di contatti diretti tra il mondo nuragico e l’oriente che, iniziato tra il Bronzo Medio Recente, mai si è interrotto. Oggetti “esotici”, precedenti e contemporanei a questo incontro, sono presenti nelle due sponde del Golfo di Oristano (FIG. 1)e nel suo entroterra, a partire da due reperti di tipo egiziano, anche se di probabile fattura vicino-orientale. Il primo è il frammento fittile di sarcofago antropoide da Neapolis attribuito ad ambito filisteo, con una datazione tra XI e X secolo a.C. 4 (FIG. 2).

La mancanza di un’analisi delle argille, che sarebbe auspicabile compiere, non ci permette di sapere se si tratta di un pezzo importato o di una produzione locale. Il riesame dei rinvenimenti dei sarcofagi antropoidi fittili nell’area vicino-orientale ha per-messo di porre in discussione la loro pertinenza all’ambito culturale filisteo per riportarla a quello più propriamente egiziano presente nel paese di Canaan all’epoca sotto il controllo del grande regno faraonico e alle sue influenze sulla popolazione locale. Il che se da una parte riduce ulteriormente il già scarno dossier dei c.d. Popoli del Mare in Sardegna, dall’altra pone il problema del significato di questo oggetto, della sua cronologia e della sua pertinenza. Sempre nell’area del Golfo di Oristano furono elevate le statue di Monte Prama (Cabras) e di Banatou (Narbolia), mute testimoni del sorgere del nuovo mondo dell’Età del Ferro e, successivamente, dell’incontro tra Nuragici e Fenici. Dal sito di Monte Prama proviene il secondo pezzo che esaminiamo, che è anche l’unico che parrebbe avere un contesto di rinvenimento. Si tratta dello scaraboide rinvenuto in una delle tombe della necropoli connessa con le grandi statue nuragiche; pubblicato inizialmente come pseudohyksos con datazione al VII secolo a.C., è oggi inquadrabile con più precisione . Si tratta di uno scaraboide in steatite invetriata (FIG. 3) di tipo egiziano con alla base una decorazione definita in letteratura come «encompassed central “plus” cross» che trova il più chiaro raffronto in uno scarabeo proveniente dall’area di Gaza.

La decorazione della base, di probabile origine cananea,compare nelle sue diverse interpretazioni a partire dal Secondo Periodo Intermedio (1650-1550 a.C., corrispondente alle nostre fasi di passaggio tra Bronzo antico e medio) per proseguire nel pieno delle dinastie del Nuovo Regno, in particolare dalla XX alla XXI (1130-945 a.C., corrispondenti al nostro Bronzo finale); un’interpretazione più recente del motivo è quella rinvenuta in uno strato della prima metà dell’VIII secolo a.C. a Tiro. Il proseguo della ricerca sul pezzo è indirizzato verso l’analisi del dorso e degli aspetti cronologici. Da quanto detto e dall’esperienza generale sugli scarabei, risalta l’inaffidabilità cronologica di questa tipologia di reperti,che possono permanere in uso anche per oltre un millennio, come provano gli esemplari dell’Antico Regno conservati nelle tombe fenice di Tiro datate fine VIII – VII secolo a.C., o gli scarabei del Nuovo Regno provenienti dalle tombe a camera delle città puniche sarde. Interessante è il contesto di rinvenimento dello scaraboide: la tomba 25, che ha restituito anche dei vaghi di collana in metallo e in cristallo di rocca; questo fa pensare che l’oggetto, dotato di foro passante, fosse portato in collana con questi elementi. Non mi sembra senza significato che la tomba sia quella di un maschio di 20 anni;il ritrovamento costituisce materia di riflessione sul ruolo di questa persona nell’ambito di una società che si esprime attraverso sepolture individuali monumentalizzate e con una statuaria colossale, non estranea, evidentemente, ai contatti con l’oriente. Le statue come noto raffigurano guerrieri e sono forse legate a giochi funebri o in onore della divinità. Resta da spiegare la loro connessione con una necropoli nella quale sono presenti varie tombe femminili, prive di distinzione gerarchica rispetto a quelle maschili, tanto che la necropoli nasce con l’inumazione di una donna di 25 anni. L’assenza di tombe di bambini può implicare la presenza di uno specifico spazio di sepoltura per essi oppure l’assenza di rituali funebri specifici, oltre che per i non appartenenti al gruppo; la necropoli sembra destinata esclusivamente a una componente della famiglia detentrice del potere e quindi del diritto sepolcrale. Resta da decifrare l’improvvisa fine della necropoli con un’altra donna di 20-25 anni la cui tomba, la n. 33, è l’ultima di un gruppo che inverte la direzione dell’allineamento rispetto alle precedenti trenta. L’inversione è dovuta alla presenza di un’altra necropoli, ancora inedita, per la quale si è ipotizzata una cronologia più alta; in realtà niente esclude la compresenza contemporanea dei due spazi sepolcrali, per i quali può essere pertinente l’accostamento a due gruppi familiari distinti. Se l’edizione della seconda necropoli confermerà la contemporaneità, anche parziale, dei due spazi, ciò porterebbe a un quadro sociale complesso, nel quale coesistono gruppi distinti, detentori di porzioni di potere, segno di una forte dinamicità sociale ed economica e, inevitabilmente, generatore di tensioni più o meno latenti. L’interruzione della necropoli alla tomba n. 33, non segnata dalla consueta lastra infissa a coltello che delimita i due capi della“strada funeraria”, può essere il frutto di queste tensioni. La datazione del contesto, seppure oggetto di dibattito, non sembra discostarsi molto da quella ipotizzata già oltre trent’anni fa dal prof. Lilliu, che proponeva l’orientalizzante con un possibile rialzo alle fasi iniziali del Primo Ferro; l’ipotesi viene rafforzata dal rinvenimento tra i frammenti di statua di una fibula databile alla prima metà dell’VIII secolo a.C. In altre parole, se il quadro cronologico viene confermato, al limite anche nel caso del ventilato ma non provato rialzo alle fasi terminali del Bronzo Finale, ci troviamo davanti al contesto che vede il cambiamento dei rapporti con il mondo orientale, dato dall’attivismo delle città fenicie orientali, con particolare riferimento a Tiro. Attenendoci al tema del Convegno, le statue sono sicuramente espressione ideologica e politica di un gruppo di potere nuragico nel pieno possesso del proprio territorio, strategicamente centrale. La loro localizzazione geografica indica la valenza di potere territoriale che le statue e la necropoli manifestano. Erano, infatti, collocate lungo l’unica strada naturale che collega lo scalo marittimo alla base del Capo San Marco, dove poi sorgerà Tharros in questo momento ancora centro nuragico, con le risorse metallifere del Monti Ferru; non a caso lungo questa strada è presente la statua di Banatou.Tra Monti Prama e Banatou, a due chilometri da quest’ultimo, è collocato il grande insediamento di S’Urachi (San Vero Milis),costituito da un nuraghe forse pentalobato, racchiuso da un antemurale che potrebbe avere dieci torri. L’area circostante ha restituito un interessante contesto nuragico della prima età del Ferro nel quale sono presenti materiali fenici. Dallo stesso sito proviene, purtroppo fuori contesto, un supporto bronzeo a corolle rovesciate, c.d. torciere, reperto di tipologia orientale di alto pregio, connesso con situazioni di élite (FIG. 4).

La presenza nel nuraghe di uno spazio particolare, delimitato da un muro isodomo, ancorché non scavato e quindi di incerto significato, sembra inserirsi in quelle ristrutturazioni architettoniche e sociali del periodo tra il Bronzo finale e il Primo Ferro, di tipo santuariale connesse talvolta, come visto per Monti Prama, con ambito funerario di rappresentanza, fortemente indiziato per essere lo spazio di provenienza del reperto. Il “torciere” rientra tra quegli elementi di lusso oggetto di intercambio ma anche di rilettura culturale da parte delle comunità nuragiche nelle quali è testimoniata la presenza di Fenici,non solo o non più come mercanti viaggiatori ma come artigiani stanziali in grado di sintonizzarsi con il complesso culturale locale,tanto più se verrà confermata la fabbricazione occidentale, se non anche sarda, del reperto. Gli esiti dei rapporti tra Nuragici e Fenici, palesati dal sito di S’Urachi, mostrano l’assenza di produzioni materiali autonome nuragiche a partire da inizi- metà del VII secolo a.C., impressione rafforzata dalla contemporanea cessazione di attestazioni di vita nell’altro villaggio nuragico coevo di Su Cungiau ’e Funta (Nuraxinieddu) distante una decina di chilometri. Questo ci dà l’altro estremo cronologico di tale fase di contatti iniziata con il momento evidenziato dal possibile sarcofago di Neapolis. Un’area, quella del Golfo di Oristano e del suo entroterra, che costituisce il background del rapido diffondersi di stimoli orientali sin nella Sardegna più interna, come ci mostrano alcuni oggetti di pregio rinvenuti lungo la valle segnata dal fiume Tirso.

In primo luogo i bronzi di origine orientale provenienti dal pozzo sacro di Santa Cristina (Paulilatino) (FIG. 5): un personaggio femminile nudo assiso con tiara ed elemento a treccia sul collo, un busto maschile con braccia levate, un personaggio gradiente con braccia in avanti e, infine, un personaggio maschile gradiente con gonnellino e braccio piegato obliquamente in avanti. La datazione proposta, IX – VIII secolo a.C., appare ancora valida, sebbene la statuina femminile di divinità seduta sia riportata da alcuni alla fine del II millennio. Appare molto interessante e da approfondire l’ipotesi di G. Lilliu che vede nella figurina con gonnellino e incedente il prototipo dei devoti offerenti nuragici. All’estremo geografico e a un contesto cronologico riportabile all’VIII secolo a.C. sta l’ultimo elemento di questa analisi, il Toroandrocefalo di Su Casteddu de Santu Lisei (Nule), con i suoi stimoli orientali, soprattutto di area siriana, evidenziati dalla coda a scorpione (FIG. 6).

Qui siamo, però, non in presenza di un pezzo esotico né di imitazione, ma di un oggetto locale esempio della fase più avanzata rispetto al fenomeno che stava dietro il torciere di S’Urachi, fase conclusiva di un processo nel quale l’artigiano,ormai non più nuragico o fenicio, ma nuova figura intellettuale che recepisce, rilegge e ricrea partendo da entrambe le esperienze, mutuate dai suoi antenati e parte costituente della sua nuova mentalità; siamo, cioè in una fase già più avanzata, di formazione della nuova identità che ormai possiamo a pieno titolo definire sarda. Cos’è accaduto? Qui le domande sono più numerose delle risposte ed è necessaria un’analisi che metta in luce gli interessi eterogenei dei vari gruppi. Quelli delle élite fenicie che nei loro movimenti commerciali mirano ad assicurarsi le risorse primarie, quali i metalli. Un processo che porta, dapprima, allo stabilizzarsi in siti nuragici poi trasformati, in alcuni casi, in città tra la fine dell’VIII -prima metà VII secolo a.C., per assicurarsi l’esercizio del potere con il controllo diretto delle risorse, come nel caso di Tharros. Dall’altra parte gli interessi delle élite nuragiche miranti a rinsaldare il proprio potere nel controllo degli scambi con l’esterno nonché, requisito essenziale, a rafforzare il controllo politico sulle proprie comunità; ad ampliare il proprio range di traffici transmarini, allargando le linee di commercio aprendole ai Fenici o partecipando a quelle loro; a godere dei privilegi dell’acquisizione di uno status. Il maschio ventenne, sepolto nella necropoli monumentale di Monte Prama, defunto nel pieno del proprio vigore fisico e politico, porta con sé lo scaraboide segno di questo peculiare sta-tus ormai indirizzato verso la messa in discussione delle due identità falsamente monolitiche, quella isolana e quella orientale. Ma è anche il quadro di uno scambio ineguale nel quale sarà importante capire cosa scambiavano e con quali vantaggi. I Fenici,come detto, cercavano metalli e derrate alimentari, merci ad alto costo sociale di produzione e, vista l’alta complessità sociale e capacità tecnologica dei Nuragici, è probabile che non si trattasse di materie prime grezze.
Più complesso è il problema delle esigenze nuragiche al di là dei prodotti di pregio, ad esempio i bronzetti o i torcieri, ai quali possono aggiungersi elementi ideologici di stampo orientalizzante, tra le quali quella che si evidenzia nel simposio, nel quale vino s ardo viene esportato con anfore sarde (di tipologia fenicia e tecnologia nuragica), accompagnate dall’askos nuragico e dal tripode per le spezie per il consumo alla moda orientale. L’ipotesi di uno scambio di tecnologie deve far fronte alla già acquisita elevata conoscenza tecnologica dei Nuragici nel campo della lavorazione dei metalli e della vitivinicoltura, che era già presente almeno dal Bronzo finale. Inattesa di maggiori e più chiari riscontri e contesti si può schematicamente ritenere che gli interessi convergenti tra élite di potere spieghino il rapido svolgersi di una piena trasformazione della società isolana, avvenuta in poco più di un secolo/secolo e mezzo; nell’Oristanese, infatti, dalla metà del VII secolo a.C. non si hanno, allo stato attuale delle indagini, effettive attestazioni autonome nuragiche, il che non significa drammatico crollo demografico, ma condivisione di ideologie del potere, immissione di élite nelle strutture di potere, trasformazione dei ceti subalterni. In questo giocano un ruolo importante le logiche meticcie verso le quali ci ha indirizzato Jan Loup Ampselle. Logiche che da allora, se non anche prima ovviamente, accompagnano la realtà delle identità sarde sino ai giorni nostri.

Fonte: L'Africa Romana - 2012



mercoledì 5 marzo 2014

Archeologia dei cibi in Sardegna, di Pierluigi Montalbano

Archeologia dei cibi in Sardegna
di Pierluigi Montalbano


Una indagine mirata alla conoscenza dell’alimentazione nell’antichità, comporta l’analisi attenta dei resti di cultura materiale e il coinvolgimento di specialisti di diverse discipline. Attraverso lo studio degli antichi sapori si può ricostruire anche l’evoluzione delle tecnologie impiegate nella realizzazione dei manufatti. L’uomo preistorico si nutriva di alimenti crudi disponibili in natura che si procurava con la caccia, la pesca e con la raccolta di frutta e verdura che cresceva allo stato selvatico.
Con la cottura dei cibi, soprattutto di origine animale, si diversificarono le abitudini alimentari attuando una prima rivoluzione alimentare. All’inizio del Neolitico, i cacciatori e raccoglitori nomadi, imparano a riconoscere, a selezionare e a coltivare le graminacee. La soluzione dei problemi di sostentamento fecero preferire dimore permanenti in un territorio adatto alle coltivazioni agricole. Il surplus alimentare spinse l’uomo alla ricerca di metodi di conservazione. Plasmò l’argilla e realizzò vari contenitori funzionali alla lunga conservazione delle derrate e ai diversi sistemi di cottura. Alla funzionalità dei contenitori si aggiunge progressivamente una ricerca estetica a partire dal 6000 a.C. con la decorazione cardiale, realizzata con una conchiglia, e fino al 3000 a.C. quando è documentata una esplosione delle decorazioni nella produzione di stoviglie di uso quotidiano che venivano offerte anche come corredi funerari.
La moltiplicazione dei sapori durante il periodo neolitico viene accentuata dalla capacità dell’uomo di addomesticare e allevare animali come la capra e il cinghiale; l’allevamento veniva integrato con la caccia di cervi, mufloni, prolagus, volatili e la raccolta di molluschi. L’allevamento del bestiame ha introdotto nell’ alimentazione l’uso del latte e tutti i prodotti derivati dalla sua trasformazione.
Nelle fasi finali del neolitico (3000 a.C.) nell’ambito della Cultura di San Michele di Ozieri è documentata una notevole produzione ceramica caratterizzata da un raffinato gusto estetico, con motivi geometrici e naturalistici impressi a graffito ed evidenziati dall’aggiunta di paste bianche e da pigmenti colorati. Alla conquista del gusto estetico si aggiunge la scoperta dei diversi cibi che vengono cotti in appositi contenitori studiati per essere messi sul fuoco.
Nasce in questo periodo il vaso sostenuto da tre piedi (tripode) che permette la cottura del cibo a diretto contatto con il fuoco. I contenitori possono essere aperti o chiusi e venivano tenuti in perfetto equilibrio dai piedi di forma triangolare inseriti sullo spessore delle pareti. I tripodi biconici ed emisferici erano funzionali alla cottura di zuppe, farinate e alla bollitura della carne e del latte. La lavorazione delle superfici con l’uso di stecche rendeva le superfici lisce, lucide e impermeabili, idonee a contenere e a cuocere i cibi liquidi. In Sardegna è documentata la presenza di ciottoli che non presentano segni di usura come i pestelli, i macinelli o le cote; si ritiene che i ciottoli surriscaldati nei focolari potessero essere usati per intiepidire i liquidi, soprattutto in ambienti pastorali, per accelerare i tempi della cagliata.
Nella prima età dei metalli, intorno al 2800 a.C., per motivi ancora sconosciuti, cambiano i criteri di scelta dei luoghi d’insediamento, diminuisce sensibilmente la decorazione dei contenitori e si prediligono le forme chiuse più funzionali all’economia pastorale. La caduta del decorativismo può essere spiegata con la necessità dei continui spostamenti per le transumanze con vasi di facile manutenzione. Da tombe ipogeiche di Osilo (SS) provengono dei mestoli d’impasto con lunga impugnatura che potevano essere utilizzati nella lavorazione dei latticini. Sono documentati anche vasi di piccole dimensioni chiusi con un coperchio mentre nei periodi precedenti i vasi venivano coperti con un altro vaso rovesciato che non aderiva perfettamente alla circonferenza dei contenitori. Della necropoli ipogeica di Santu Pedru provengono manufatti della cultura del vaso campaniforme, una cultura diffusa, in tutta l’Europa dell’est, in quella occidentale e nei paesi mediterranei. Ai vasi campaniformi, decorati a bande con motivi geometrici erano associati vasi da fuoco con quattro piedi (tetrapodi) che sostengono forme aperte. E’ ipotizzabile che nei continui spostamenti, le genti del vaso campaniforme imparassero e divulgassero l’uso e la cottura di cibi di zone con economia e abitudini alimentari diverse.
In età nuragica, verso la metà del II millennio a.C., dopo un periodo di assenza di abbellimenti, si assiste a una ripresa del decorativismo nei vasi a tesa interna con motivi metopali impressi a crudo. La tesa interna introduce la bollitura, con una soluzione tecnica che impedisce il traboccamento dei liquidi e il conseguente spegnimento del fuoco. La tesa interna, inoltre, favorisce l’ossigenazione impedendo la formazione dello strato superficiale di sostanze delle carni o dei legumi che provocano la fuoriuscita dei medesimi.
Compare un nuovo tipo di fornello d’impasto a forma di ferro di cavallo con tre appendici sopraelevate disposte nella parte curva centrale e nelle estremità. Le appendici sono tagliate obliquamente per mantenere in equilibrio i contenitori, soprattutto olle e ciotole emisferiche e carenate, che hanno il fondo indistinto. I fornelli hanno prese applicate nella parete centrale per facilitare la presa e lo spostamento.
Nel Bronzo Recente si produce un nuovo tipo di vaso per la bollitura che privilegia forme più chiuse globulari, con listelli sulla parte interna dell’orlo per impedire la formazione della panna. Il listello interno serviva anche da sostegno per il coperchio dotato di fori passanti per l’areazione. Diversi fori passanti praticati sul listello aumentavano l’aerazione dei liquidi in cottura. Lo stesso sistema viene ancora applicato nei moderni bollitori in acciaio o in ceramica. Nello stesso periodo si producevano anche tegami funzionali alla cottura del pane e focacce. Le pareti interne erano decorate a crudo con uno strumento a pettine per ottenere composizioni geometriche nella parte centrale del fondo. I pani venivano decorati anche con pintadere che lasciavano un’impronta geometrica. Le teglie di cottura venivano realizzate con uno spessore maggiore dell’impasto in corrispondenza della parte centrale del contenitore dove si concentrava l’assorbimento del calore e facilitava la lievitazione e la cottura dei pani. Alcuni grandi tegami hanno il fondo concavo e venivano usati come coperchio per semplici fornetti che miglioravano la cottura dei cibi.
Nel Bronzo Finale si producono bacili e calderoni di bronzo che integrano i contenitori d’impasto più diffusi. Anche i contenitori in lamina bronzea sono utili per le cronologie, esaminando la forma dei manici che richiamano forme dell’area egea orientale e tirrenica. Con la diffusione della metallurgia vengono prodotti spiedi in bronzo sostenuti da alari lignei, bronzei e d’impasto. La produzione dei vasi per la cottura si arricchisce di altre forme che consentivano una cottura lenta a bassa temperatura e vasi traforati portafuoco per mantenere calde le vivande. Nel Primo Ferro migliorano le tecniche di lavorazione degli impasti, le superfici dei contenitori vengono lucidate a imitazione di quelli di bronzo e coperte da uno strato di argilla depurata e fluida (engobbio) che impermeabilizzava le pareti riducendo il trasudamento dei liquidi. Nella tarda età del ferro la produzione locale dei contenitori si miscela con i prodotti orientalizzanti che rispondono ad una forte richiesta di mercato. Questa nuova realtà economica testimonia la volontà dei nuragici di acquisire maestri dall’esterno e aprire vere e proprie botteghe-scuola nelle quali i sardi migliorano le tecniche di preparazione e decorazione delle ceramiche e iniziano una produzione industriale che si diffonderà presto in tutto il Mediterraneo, soprattutto per il trasporto di vino.

martedì 4 marzo 2014

Chi erano veramente gli shardana? di Alfonso Stiglitz

Chi erano veramente gli shardana?
di Alfonso Stiglitz


Uno dei miti più profondamente radicati nel nostro immaginario quotidiano è quello degli “Shardana dal cuore ribelle”, balentes ante litteram, portatori di un ribellismo permanente, al quale gli ideologi colonialisti (consapevoli o meno) condannano la Sardegna e le altre terre: nobili, ribelli e sconfitti.Agenzie di viaggio, marchi commerciali, libri di successo, società per lo studio della genetica, sono tutti portatori di quel nome e propagatori di una lettura ideologica della storia.
Ma è una storia vera? Chi erano veramente gli Shardana?
Mentre oggi si continuano a ripetere gli stereotipi di un secolo fa, basati su una lettura credulona dei testi propagandistici dei faraoni, in Vicino Oriente gli archeologi scavano i luoghi delle gesta degli Shardana e degli altri “popoli del mare”, fornendoci dati oggettivi sulla loro vita quotidiana, mostrandoci come poco o nulla avessero a che fare con la Sardegna.
I testi dei faraoni ci hanno fatto credere a un’invasione che, tra il XIII e il XII a.C., avrebbe causato un vero crollo di civiltà nel Vicino Oriente: palazzi micenei, città (Ugarit), regni (Ittiti) tutti spazzati via dal maglio di questi barbari devastatori. Oggi a quella invasione dei “popoli del mare” quasi nessuno crede più. D’altra parte nessuno crede più al vecchio racconto ottocentesco di una storia fatta di invasioni e migrazioni, è stata cancellata quella degli Hyksos, non è mai esistita quella degli Amorrei e forti dubbi abbiamo su quella dei Dori. Lo stesso nome “popoli del mare” è frutto di un’errata lettura, come ha mostrato Sergio Donadoni negli anni ’60, sarebbe meglio tradurre “i barbari della pirateria” che, all’epoca, era un’attività commerciale aggressiva e antistatale e non un'invasione militare.
Se abbandoniamo la propaganda faraonica e ci rivolgiamo ai dati concreti, vediamo che gli Shardana sono presenti nel Vicino Oriente, a Biblo e a Ugarit, secoli prima della presunta invasione. A Ugarit una decina di documenti giuridici li mostrano pienamente integrati nella compagine sociale della città tanto da condividerne la lingua, la cultura e i culti. Uno di loro si chiama Mutbaal, tipico nome semitico che significa “dono di Baal”, e ci fa sapere che il padre era un devoto della principale divinità cananea.
Nello stesso Egitto i papiri amministrativi ci restituiscono un’immagine degli Shardana pienamente integrati e stanziati nel centro e nel sud del paese, ma non nella costa. Pagano le tasse, possiedono terreni da coltivare, hanno servitori, contadini e pastori alle proprie dipendenze; di loro conosciamo il nome, almeno una settantina tra uomini e donne. Di uno, Pagezef, vediamo il volto mentre offre un voto a Harashef, il dio di Eracleopoli, nel Medio Egitto. Non a caso qualche studioso si chiede se il termine Shardana indichi un etnico o una funzione (militare o mercenario)
Si parla tanto della ceramica “micenea III C”, considerata la ceramica dei “popoli del mare”, ebbene, gli studi condotti negli ultimi anni hanno permesso di attribuirla ai Filistei e non agli Shardana o agli Shekelesh; ciò significa che i frammenti di quella ceramica trovati in Sardegna attestano relazioni commerciali con mercanti levantini tra i quali dovevano esserci Filistei. Questo dato è rafforzato anche dal rinvenimento di un frammento di sarcofago filisteo, databile tra XI e X a.C., a Neapolis nel golfo di Oristano e da altre attestazioni.
La Sardegna è il crocevia di movimenti commerciali marittimi di cui essa è protagonista, soprattutto negli ultimi secoli del II millennio (per intenderci quelli dei pozzi sacri, dei santuari e dei grandi villaggi del Bronzo Finale) e i primi del I millennio; tra i mercanti che passano qui a commerciare ci sono Micenei, Ciprioti, Filistei, Aramei, Siriani, Fenici, ma non Shardana; finora non è stato trovato niente di loro. E i commercianti nuragici che navigano nel Mediterraneo hanno lasciato oggetti a Creta, in Sicilia e poi in Spagna e in Italia, ma non nei luoghi Shardana (Ugarit, Biblo, Acco e dintorni, Egitto).
Si è detto che è stata trovata una fortezza nuragica in Israele, nel sito di El-Ahwat, ma i raffronti portati dall'archeologo che ha diretto gli scavi sono generici e anacronistici; si è proposto, infatti, di confrontare i corridoi della fortezza con quelli dei “nuraghi a corridoio”. In altre parole un gruppo di nuragici della fine del XIII a.C. avrebbero importato in Israele non le tecniche costruttive loro, ma quelle dei loro lontani antenati; mi sembra, francamente, inverosimile. D’altra parte non sono stati trovati elementi culturali nuragici: l’unico frammento ceramico portato come esempio, in realtà, non ha nulla di nuragico. Allo stesso modo gli scavi nel centro di Acco (Israele) e nel suo territorio e nella fortezza di Tell es-Saidiyeh (Giordania), connessi con gli Shardana,
hanno restituito una cultura materiale molto diversa da quella della Sardegna.
Si è detto che la Sardegna è ricca di oggetti egiziani derivanti, appunto, dagli Shardana. È una favola ottocentesca nata al momento della scoperta delle grandi tombe puniche e romane di Cagliari e Tharros, dalle quali, è vero, provengono numerosi amuleti, scarabei e gioielli egiziani, ma si tratta dei normali oggetti di corredo dell’età fenicio-punica e romana, che si rinvengono in tutte le loro necropoli, ovunque nel Mediterraneo.
I bronzetti e le navicelle votive databili tra il X e il VII a.C. sono stati confrontati con i bassorilievi egiziani di XIII a.C. Si è notata la rassomiglianza degli elmi cornuti, degli scudi rotondi e delle spade lunghe. Peccato che gli stessi elementi siano presenti nel Vicino Oriente in epoca contemporanea e anche più antica e che l’appicagnolo sugli elmi, presente in quelle terre, sia assente nei bronzetti nuragici. Non solo, gli Shardana si presentano perfettamente rasati, anche i capelli, oppure con barba, baffi, folta chioma e orecchino; i bronzetti (e le statue) nuragici sfoggiano eleganti capigliature a trecce. Le navicelle, poi, sono completamente diverse, lo si vede ad esempio dalle prue e dalle poppe delle navi dei rilievi egiziani che, invece, sono molto simili a quelle raffigurate nei vasi tipo Miceneo IIIC, probabilmente filistee.
Si favoleggia di città sommerse in Sardegna. È una leggenda metropolitana che deriva da un’errata lettura fatta molti anni fa di alcune foto aeree di Nora e Tharros. Decenni di ricerche archeologiche e geologiche nei due centri hanno dimostrato che non esistono città sommerse; quei pochi resti sotto costa derivano dall’erosione costiera e dall’innalzamento del livello del mare, di circa 50 cm, avvenuto dopo l’età romana Non esistono città Shardana in Sardegna, può dispiacere ma i dati concreti sono più chiari dei sogni: Cagliari, Nora, Sulci, Tharros e le altre sono città fenicie, sorte da originari scali fenici in aree occupate da villaggi nuragici.
L’accostamento dei due nomi, Shardana e Sardegna, si basa sulla loro assonanza e questo, da solo, dovrebbe mettere in guardia dai facili entusiasmi. In realtà la radice Serd/Sard è diffusa in tutto il Mediterraneo e non è così distintiva (a meno che non si voglia pensare, come qualche appassionato fantasioso fa, a una sorta di razza dominante l’intero Mediterraneo e oltre, di cui non sarebbe però rimasta alcuna traccia materiale: fantasmi, cioè). Va ricordato, peraltro, che il nome Sardegna è utilizzato per la prima volta dai Fenici e che, come faceva notare il buon Pausania, non ha niente a che vedere con i nuragici.
Si potrebbe continuare, ma mi pare già chiaro che quella degli Shardana in Sardegna è una leggenda metropolitana, alimentata in buona parte da una male indirizzata volontà di nobilitare la nostra storia, quasi ci si vergognasse di essa e fosse necessario nasconderla dietro il paravento di “nobili miti” fondanti. Ma la nostra identità non ha bisogno di miti “patacca”, essa nasce da una lunga storia di incontri (pacifici o meno) che ha prodotto quello che siamo, dei meticci portatori di tante belle culture. Alla domanda “e gli Shardana?” mi sto abituando a rispondere “no, grazie, siamo sardi”.

Fonte: Unione Sarda, 02 Gennaio 2006
Nell'immagine: un bassorilievo che descrive la guerra fra il faraone Ramesse III e i popoli del mare.

lunedì 3 marzo 2014

L’inizio dell’Età del Rame in Sardegna, di Pierluigi Montalbano

L’inizio dell’Età del Rame in Sardegna
di Pierluigi Montalbano.


Nel Neolitico, la grande risorsa della Sardegna era costituita dai suoi ricchi giacimenti di selce e soprattutto di ossidiana, presente allo stato naturale nel Monte Arci, nell’Oristanese, da dove si diffonde nell’isola, nel Lazio, in Toscana, in Liguria e nel Veneto,nella Corsica e nella Francia meridionale. Questo materiale conferma rapporti fra le popolazioni tirreniche, suggeriti anche dalle similitudini negli stili ceramici. Anche la selce locale trova largo impiego nei giacimenti neolitici della Sardegna e della Corsica. Nell’ambito della cultura di Ozieri si diffonde il megalitismo, con dolmen e menhir isolati o raggruppati in allineamenti, aree sacre e necropoli, e anche da strutture dolmeniche connesse a domus de janas ricche di decorazioni interne. Dalle forme essenziali prendono forma, evolvendosi nei periodi successivi, una serie di monumenti quali i dolmen ad alèe e a corridoio, le allées couvertes, o tombe a galleria, e altre tombe accompagnate da menhir.
Il miglior esempio di santuario megalitico con sepolture monumentali è Pranu Mutteddu di Goni, nel Gerrei. In un bosco di querce abbiamo due massi sistemati su solidi basamenti di piccole pietre, accuratamente rifiniti a martellina e scavati con una cameretta monocellulare (l’ingresso) e una bicellulare, circondate da alcuni cerchi concentrici di pietre. Al centro di questi anelli litici si trovano ciste litiche con un corridoio d’accesso. Eccezionale nella zona è la densità di menhir allineati di oltre 2 m che si ergono al margine o al centro dei circoli tombali. I materiali di scavo attestano una cronologia iniziale nella cultura di Ozieri, con precoce impiego del rame e dell’argento, e una prosecuzione di uso fino al Bronzo iniziale.
Il monumento più singolare del megalitismo è quello di Monte d’Accoddi, nei pressi di Sassari, realizzato al centro di un villaggio di capanne a pianta circolare databile agli inizi del IV Millennio a.C. Nell’area sacra si nota un menhir alto quasi 5 metri in calcare, e due lastre di pietra con fori e coppelle per scopi rituali. Questo primitivo santuario fu ricoperto da due ristrutturazioni. La possente struttura oggi visibile, costruita a secco con grandi blocchi di calcare, si presenta come una grande piramide tronca (36 x 29 m), a un lato della quale si appoggia una lunga rampa di accesso (lunga 41,8 m): una ziqqurat. All’interno di questa struttura è stata scoperta una raffinata struttura intonacata e affrescata con colore rosso ocra, della quale rimangono il pavimento dipinto di rosso e il muro perimetrale alto 70 cm. Anche la prima piramide ha restituito resti di intonaco dipinto di rosso, per cui è stata denominata “il Tempio Rosso”.
È difficile stabilire con certezza il momento del passaggio dalla cultura di Ozieri alle sue fasi attardate (Ozieri dipinto) e alle successive culture di Filigosa e di Abealzu, caratterizzate da ceramica nerastra.
La prima è rappresentata da ciotole carenate con un motivo graffito a zig-zag o una fila di puntini, o rombi tracciati sul collo o sulla spalla. La seconda, invece, ha tazzine con due presine opposte all’ansa, vasi tripodi e vasi con alto collo (a fiasco) inornati.
Le tombe di queste fasi sono ipogeiche, con lunghi corridoi (dromoi) scavati nella roccia e stretti vani interni. La necropoli di Filigosa (Macomèr), conta meno di una decina di ipogei raggruppati alle falde di una collinetta dominata dal nuraghe Ruggiu, edificato circa 1000 anni dopo. Fra i reperti si ricordano un vasetto miniaturistico, un vasetto di legno, una testa di spillone di impasto e un anellino d’argento. Anche in Sardegna come in Sicilia, in Italia meridionale e in Corsica, il metallo compare in contesti del Neolitico recente (Su Coddu di Selargius e Monte d’Accoddi), con pugnaletti, punteruoli e piccole asce di rame, braccialetti, anelli ed elementi a spirale di rame e d’argento, mentre dalla seconda metà del III millennio è attestato l’uso di riparare i vasi con grappe di piombo.
Alla piena Età del Rame appartengono le straordinarie statue-menhir di Laconi (Nuoro) nell’alto Sarcidano, spesso raggruppate, accuratamente lavorate a martellina, di forma ogivale con tratti antropomorfi e simboli scolpiti (pugnali o scettri) nella parte anteriore.
La cultura di Monte Claro (dalla collina su cui sorge Villa Claro a Cagliari) si distingue dalle precedenti per abbondanza di rinvenimenti ceramici, caratterizzati da un impasto bruno chiaro o rossiccio e la decorazione a scanalature. Le forme includono grandi vasi situliformi, basse scodelle, tripodi, vasi di diverse fogge con due coppie di anse sul corpo e sul collo, con decorazione impressa e dipinta a stralucido distribuita sulle anse, sulla spalla o su tutto il corpo. Gli insediamenti Monte Claro sono sia in grotta che in villaggi all’aperto.
Le sepolture vengono deposte in domus de janas preesistenti, fra le quali si ricordano quelle di Monte d’Accoddi (Sassari), di Su Crucifissu Mannu (Porto Torres), di Anghelu Ruju e di Santu Pedru (Alghero), in tombe a forno con accesso a pozzo (Monte Claro e Via Basilicata a Cagliari), in tombe a cista litica (San Gemiliano di Sestu, Cagliari) e in dolmen (Motorra, Dorgali).
In questo periodo ci sono contatti con la penisola iberica testimoniati dalla presenza di oggetti tipici: un vaso a forma di campana rovesciata (da cui il nome di cultura del Vaso Campaniforme), decorato da strette fasce orizzontali con motivi geometrici impressi a pettine, scodelloni con tre o quattro piedi (cuencos) recanti la stessa decorazione, bottoni di osso rotondi con perforazione a V, pendenti di conchiglia a crescente lunare, punte di freccia di selce con codolo e alette squadrate, e brassard, ossia placchette di pietra rettangolare o osso munite di fori alle estremità e legati all’avambraccio, utilizzati per non ferirsi dal ritorno della corda dell’arco dopo aver scoccato le frecce.
Questi materiali sono tipici di quelle genti che si spostavano alla ricerca di metalli nell’Europa settentrionale, nelle coste del canale della Manica, in Francia e nella penisola iberica. Erano specializzati nel tiro con l’arco e portavano ornamenti (pendagli in osso, perline, denti di volpe…) che sono stati trovati nel loro corredo funebre, accompagnati da perline in ambra, punte di freccia, vasetti senza anse a forma di campana (beakers). Sono caratterizzati da scheletri di tipologia brachimorfa, ossia forti e tozzi, con cranio regolare, differente da quella dolicomorfa (cranio allungato e altezza di circa 1.75 metri) diffusa in Sardegna. L’incrocio di queste genti produrrà, nel corso di mezzo millennio, quel sostrato culturale nel quale si svilupperà la civiltà nuragica.
Immagine di www.lacomunidad.elpais.com

domenica 2 marzo 2014

Scrittura nuragica? Massimo Pittau risponde a Raimondo Zucca

Quandoque bonus dormitat Homerus
L’epigrafista Raimondo Zucca


Io ho sempre dimostrato grande stima del collega Raimondo Zucca come studioso e talvolta l’ho fatto anche in forma pubblica. Però un suo recente ampio studio (di 70 pagine) dedicato alla cosiddetta “scrittura nuragica” e pubblicato nel «Bollettino di Studi Sardi» (5 - 2012), mi ha sorpreso abbastanza e non mi trova d’accordo in tutto. Egli infatti ha tracciato – molto bene – la lunga storia della questione sulla esistenza o meno di una scrittura fra gli antichi Nuragici, ma insieme ha allargato enormemente il suo campo di analisi, a tutto il Mediterraneo antico, dalla Sardegna all’Iberia, a Micene, a Cipro, alla Fenicia, all’Egitto, ecc.
Io però non mi sento di interloquire col collega Zucca in un campo così vasto e precisamente sulla lingua iberica, su quella micenea, su quella fenicia, ecc., perché non sono stati questi miei campi di studio specifico e pertanto temerei di essere superficiale sull’argomento.
I) Venendo ai rilievi che intendo muovergli, in linea generale io lamento che egli abbia fatto riferimento a mie tesi personali, che avevo prospettato in opere o studi di trent’anni fa, mentre le ho abbandonate e lasciate cadere del tutto in mie opere successive. In tutte le discipline o scienze il progresso del sapere avviene per tentativi, molti dei quali sono fallimentari e perciò vanno abbandonati (però hanno pur sempre un valore ai fini dialettici della discussione). Egli cita una mia opera del 1981, «La lingua dei Sardi Nuragici e degli Etruschi», mentre mostra di non aver letto con sufficiente attenzione la mia recente opera «Storia dei Sardi Nuragici» (Selargius, Domus de Janas, 2007). Una lettura più attenta di questa mia opera probabilmente lo avrebbe indotto a lasciar cadere la tesi secondo cui i Serdaioi della famosa tabella greca di Olimpia erano un del tutto sconosciuto e ipotetico popolo dell’Illiria o del Bruzio (= Calabria) e non i Sardi della Sardegna. In questo mio libro ho scritto testualmente (pg. 94): «Le ipotesi sostenute da alcuni studiosi, secondo cui i Serdaioi sarebbero non i Sardi della Sardegna, bensì un popolo dell'Illiria oppure uno di montanari indigeni che avrebbe controllato le strade del Bruzio che portavano da Sibari a Lao ed a Scidro, sono da respingersi per le seguenti considerazioni:
1ª) È troppo semplicistico e comodo crearsi, con la semplice fantasia e come un deus ex machina, un popolo sconosciuto e misterioso ai fini della soluzione di un problema storiografico;
2ª) La potente e famosa città di Sibari si sarebbe screditata e perfino ridicolizzata di fronte a tutti i Greci, se avesse ufficializzato nel santuario di Zeus Olimpio un suo patto di amicizia perpetua con un oscuro popolo dell'Illiria oppure del Bruzio (cfr. G. Pugliese Carratelli, Studi Etruschi, XXXIII, 1965, pg. 226; Almanacco Calabrese, Roma 1969, pgg. 48-51);
3ª) Non è verosimile che, per stipulare un patto di amicizia con uno dei due supposti popoli, Sibari avesse chiamato in causa anche i suoi alleati. Si deve inoltre respingere anche l'ipotesi che i Serdaioi fossero gli abitanti di una finora sconosciuta città della Magna Grecia per le seguenti considerazioni:
4ª) La storia della Magna Grecia è ormai conosciuta molto bene, tanto che si può escludere con grande sicurezza che sia mai esistita una città il cui nome aveva la radice *serd-;
5ª) Non si vedrebbe alcun motivo per un impegno tanto importante e solenne della grande Sibari in un trattato di pace stipulato con una tale ipotetica città, la quale, non essendo mai stata ricordata dagli storici antichi, di certo sarebbe stata di scarsissima rilevanza politica, economica e militare». A queste mie considerazioni R. Zucca avrebbe dovuto opporre sue considerazioni differenti e non limitarsi a citare semplicemente un autore come Mario Torelli, il quale aveva dimostrato la sua serietà di studioso quando, trent’anni fa, mi aveva in un quotidiano romano attaccato per il mio citato libro, ma senza averlo ancora letto e, più tardi, senza aver alcuna competenza nella lingua etrusca, a proposito della mia interpretazione della famosa Tabula Cortonensis (da me debitamente rimbeccato entrambe le volte; cfr. M. Pittau, «I grandi testi della Lingua Etrusca tradotti e commentati», Sassari 2011, Delfino Editore, pg. 129).
II) Mi ha stupito il fatto che R. Zucca abbia sorvolato e passato sotto silenzio la evidente e stretta corrispondenza esistente tra l’etnico SERDAIOI della tabella di Olimpia e la legenda SERD, SER di monete rinvenute in Sardegna e inoltre abbia trascurato la sua corrispondenza coi toponimi sardi Serdis e Serdiana.
III) A me sembra che R. Zucca abbia errato ad attribuire a mercenari sardi che combattevano in Sicilia nell’esercito cartaginese contro i Greci le due monete che riportano la legenda SARDOI. Non è infatti concepibile che quei mercenari si portassero dietro in guerra lo strumentario della zecca. E non avrebbero forse coniato sulle due monete il loro nome in alfabeto fenicio-punico e nient’affatto nell’alfabeto dei Greci, da loro combattuti? E il comandante e gli ufficiali dell’esercito cartaginese avrebbero forse permesso questa emissione di monete da parte dei loro mercenari sardi?
IV) Nel caso che R. Zucca avesse ragione ad affermare che le lettere incise nell’ingresso del nuraghe Rampinu di Orosei-Onifai sono non in alfabeto greco, bensì in alfabeto latino di “avanzata età romana imperiale”, a me questa circostanza andrebbe molto meglio, anzi benissimo, perché avremmo un nuovo esempio del fatto che i Sardi, per scrivere messaggi della loro lingua nuragica, facevano uso dell’alfabeto latino ancora nella “avanzata età romana imperiale”.
V) Ma, a prescindere da tutto ciò, mi sembra che R. Zucca abbia errato anche a prospettare l’ipotesi che quelle lettere potrebbero essere un messaggio cifrato in inglese della II guerra mondiale. Del tutto fuori mano e all’interno del territorio come è quel nuraghe, cosa stavano a farci un messaggio militare cifrato e gli Inglesi? Al tempo di quella guerra io ero militare ed ho lavorato anche in un ufficio di cifratura di messaggi e pertanto posso assicurarlo che i messaggi militari cifrati non si scolpiscono in un monumento archeologico esposto al pubblico, anche se fuori mano. Molto probabilmente R. Zucca non ha mai visto quel nuraghe e constatato la grande durezza dei massi in cui sono incise le lettere. E almeno quelle lettere fossero state tracciate sul nuraghe con la vernice e non incise sulla sua durissima pietra…
VI) A me sembra che il collega Zucca abbia errato anche ad affermare che la sigla BE incisa profondamente in un masso dell’ingresso sopraelevato del Nuraxi di Barumini sia da leggere SE e risalga allo scorso secolo XX. Forse risalirebbe al periodo in cui venivano fatti gli scavi? Ma l’archeologo che presiedeva agli scavi e i suoi assistenti forse che non glielo avrebbero impedito? E poi perché il profanatore del monumento avrebbe inciso tanto profondamente la sua sigla su un masso di roccia durissima? E, bramoso di passare alla storia come dimostrava di essere, non avrebbe scritto il suo cognome intero e non siglato? e avrebbe forse commesso l’errore di scrivere al rovescio la lettera del suo prenome?
VII) La questione della iscrizione in caratteri greci, che compare incisa nell’abside esterna di San Nicola di Trullas di Semestene io l’ho lasciata cadere del tutto; però non mi sentirei di affermare – come ha fatto ma non dimostrato R. Zucca – che essa contiene un messaggio in lingua italiana.
VIII) Il mio egregio collega ha mai visto e studiato con attenzione la scritta che compare nel frontone del nuraghe di Aidu Entos di Mulargia? Come ho fatto io, che in differenti occasioni e differenti ore ho scattato una dozzina di fotografie della scritta e perfino fatto un calco. Io ho concluso che purtroppo l’iscrizione è quasi del tutto scomparsa per la erosione del masso, per cui risultano veramente leggibili soltanto due vocaboli, entrambi nuragici, NURAC e SESSAR, i quali non consentono affatto l’interpretazione che R. Zucca mostra di condividere.
IX) Parlando di toponimi di matrice protosarda, egli cita autori che non hanno scritto quasi nulla sull’argomento, mentre ha mostrato di ignorare la mia recente ed ampia opera (di 1.100 pagine), intitolata «I toponimi della Sardegna – Significato e origine» (Sassari 2011, EDES), nella quale ho analizzato e spiegato più di 20 mila toponimi della Sardegna centrale e, di nuovo, tutti i Macrotoponimi dell’Isola. Se avesse letto le mie conclusioni, probabilmente l’egregio collega avrebbe mutato qualche sua opinione sull’argomento.
Avrei qualche altra osservazione da fare all’egregio collega, ma mi sembra che siano sufficienti quelle fattegli.


sabato 1 marzo 2014

Gli Etruschi a Trieste e nel suo retroterra

Gli Etruschi a Trieste e nel suo retroterra
di Massimo Pittau


Trieste (Venezia Giulia). Sino al presente risultano sconosciute sia l’origine del centro abitato, sia quella del suo nome. Però l’uno e l’altro risultano conosciuti fin dall’epoca classica, dato che Tergeste, Tergestum è citato da Pomponio Mela (II 55 e 57), Plinio il Vecchio (Nat. Hist. III 127-128), Térgeston da Claudio Tolomeo (III 1, 23), Tergéstē, Tergéstai da Strabone (V 1, 9).
Per l’etimologia il toponiomo è stato riportato a una supposta base *terg-, illirica oppure venetica, che avrebbe avuto il significato di «mercato», ma questa derivazione ha giustamente suscitato le perplessità di Giovan Battista Pellegrini e di Carla Marcato (DTI).
Per parte mia invece ritengo che il toponimo sia di origine etrusca e precisamente derivi dall’antroponimo etr. TARCSTE, che è un gentilizio corrispondente al cognomen lat. Tergeste (RNG 411). Il gentilizio etrusco è citato in una iscrizione incisa su un cippo funerario trovato a Montaione (FI), del IV/III sec. a. C. (TLE, TETC 411). (alternanza a/e; suffisso -st-; Norme 1, 5) (DETR 393).
Quasi certamente il gentilizio etrusco aveva un valore teoforico o bene augurante rispetto al mitico personaggio Tarchie, fondatore di Tarquinia e rivelatore della religione etrusca, col significato dunque di «consacrato a Tarchie».
Pertanto, a mio giudizio, sono possibili due spiegazioni parzialmente differenti: il toponimoTrieste I) può derivare dal nome del suo fondatore TARCSTE «Tarcestio» = «consacrato a Tarchie»; II) può significare «centro abitato consacrato a Tarchie». Per quest’ultima ipotesi è appena il caso di ricordare che dappertutto e in tutti i tempi sono stati e sono innumerevoli i centri abitati consacrati a una divinità o, in epoca cristiana, a un santo.
L’origine etrusca del toponimo viene confermata dal suffisso -in- del suo aggettivo etnico Tergestinus «Triestino» (G. Cesare, Bell. Gall., VIII 24; Plinio, Nat. Hist., III 127), il quale si ritrova di frequente nella lingua etrusca e nelle zone già abitate dagli Etruschi: Aretinus, Perusinus, Velitrinus ecc.
Non deve apparire strano che un toponimo etrusco sia registrato nella Venezia Giulia: è noto che gli Etruschi sono arrivati nella costa nord-occidentale del mare Adriatico e vi si sono installati bene, fondando la città di Adria e conquistando quella di Spina, che diventarono molto potenti e ricche. Tanto potenti in tutto il mare Adriatico, che questo bacino del Mar Mediterraneo ha derivato il suo nome appunto dalla città di Adria.
Ebbene, Trieste e la zona circostante sono quasi di fronte ad Adria e Spina, ragion per cui è facile intravedere l’interesse che dovevano avere gli Etruschi a tenere un punto di approdo e di appoggio a Trieste in vista dei loro scambi commerciali con le popolazioni della zona.
A questo proposito si deve considerare che per tutta l’antichità, fino alla seconda metà dell’Ottocento, quando fu inventata, costruita e adoperata in larga misura la ferrovia, “viaggiare” significava “navigare”, come dimostra anche il fatto che il verbo italiano e romanzo arrivare in origine significava “attraccare”, derivando dalla espressione marinara ad ripam venire «arrivare alla riva». Pertanto in antico andare da Adria e Spina a Trieste attraverso il mare Adriatico era assai più semplice, più veloce e più comodo che non per terra, seguendo il lungo arco dell’intero Veneto. D’altronde esistono altri tre toponimi che confermano la presenza degli Etruschi di fronte ad Adria e Spina: i toponimi del retroterra di Trieste, Carnia, Carso ed Istria.
Carnia (regione delle Alpi Orientali abitata dai Carni) deriva dal (tardo) lat. Carnia, a sua volta probabilmente dal lat. caro, carnis «carne»; gentilizi lat. Carnenus (suffisso -en-; Norme 5), Carnius (RNG) da confrontare con quelli etruschi CARNA, CARNEI, CARNI(A). Vedi lat. Carna, dea degli organi vitali, probabilmente etrusca (DELL s. v. caro).
Forse Carni significava «mangiatori di carne» oppure «crudeli come i carnefici» o infine «adoratori della dea Carna» (LISNE 182; DETR 92; DICLE 57). Vedi appellativo carne.
Carso (contrada calcarea delle Alpi Orientali e pure di quelle Liguri) (DTI), aggettivo Cársico, è da confrontare con l’appellativo etr. CARSI (Liber X 31) significato compatibile col contesto «a/in pietra, marmo» (in dativo) e con la base mediterranea *karsa «roccia» (AEI 68, 484). Gentilizi lat. Carsius, Carsedius, Carsenus, Carsicius, Carsidius, Carso,-onis (RNG) da confrontare con quelli etr. CARŚE, KARSE, CARSNA, CARSUI, KARSIU, KARSU (suffissi -ic-, -en-, -on-/-ũ; Norme 5, 7) (DETR 93, 230; DICLE 58).
Istria (regione) deriva dal lat. Histria, che trova esatto riscontro nell’appellativo etrusco-latino histrio,-onis, (h)ister «danzatore, pantomimo, attore», glossa latino-etrusca (ThLE¹ 416; TETC 82, 83; DETR 201; DICLE 95).
La connessione fonetica è perfetta, mentre quella semantica è piuttosto dubbia. Io prospetto l’ipotesi che Istria in origine significasse «terra degli attori», però col significato di «gladiatori». Le lotte dei gladiatori sono state inventate dagli Etruschi ed essi erano soliti ingaggiarli da ogni dove, ad esempio fra i Campani e i Sanniti. ***

***Estratto dall'opera di Massimo Pittau, Lessico italiano di origine etrusca – 407 appellativi 207 toponimi (Roma 2012; Libreria Koinè, Sassari). (In quest'opera di trova la spiegazione delle sigle della bibliografia).