Diretto da Pierluigi Montalbano

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Associazione Culturale Honebu

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sabato 29 settembre 2012

Viaggi e letture…alle radici dei luoghi e della storia sarda

Viaggi e letture…alle radici dei luoghi e della storia sarda.



L’Associazione Tsìppiri promuove dal 30 Settembre al 2 Dicembre 2012 in 4 località di interesse archeologico, una serie di appuntamenti domenicali con visite guidate e dibattiti culturali a cura di esperti di archeologia e storia sarda.
L’iniziativa, giunta alla sesta edizione è mirata alla presentazione di un percorso di cultura fra le possibilità di svago. Si vuole suggerire un punto d’incontro tra la frenetica quotidianità della città e l’incantevole tranquillità di una gita domenicale in campagna.
L’offerta si svolge secondo un calendario d’incontri con autori e relatori e visite ai siti.
Si affrontano diversi ambiti tematici: arte, storia e relazioni con altri popoli. I percorsi sono strutturati secondo il territorio visitato e prevedono una sosta gastronomica nelle migliori strutture ricettive agrituristiche della zona. Sarà offerta l’opportunità di rivisitare gli antichi sapori della cucina tradizionale sarda.
L’insieme dei beni archeologici e paesaggistici, uniti alla tradizionale ospitalità dei ristoratori dell’isola, è quanto di più prezioso può offrire la Sardegna ai visitatori, e la sensibilizzazione alla salvaguardia di questo immenso patrimonio è obiettivo da perseguire tenacemente e incessantemente. Alcuni studiosi sardi si mettono a disposizione della comunità e mostrano l’altro aspetto della loro attività: la divulgazione. Troppo spesso le impersonali sale convegni evidenziano la barriera invisibile fra relatori e uditorio, e questa idea nasce proprio dalla ricerca di un contatto informale fra due mondi che vorrebbero incontrarsi ma non riescono a trovare i luoghi idonei. Dopo il successo delle scorse edizioni, si è preferito mantenere immutato il progetto didattico, e il programma degli incontri consentirà ai partecipanti di acquisire le nozioni fondamentali per una corretta lettura del territorio e del patrimonio naturalistico e archeologico dell’isola.
Ogni domenica è suddivisa in convegno-dibattito con gli autori, pranzo in agriturismo e visite guidate nei siti.

Link su facebook: http://www.facebook.com/events/442373619138024/

Domenica 30 Settembre – Giara di Siddi
Mattina - Visita alla tomba di Giganti di Lunamatrona
Convegno-dibattito su Domus De Janas e Tombe di Giganti
Pranzo in agriturismo con menù tipico sardo a 20 Euro (max 100 posti)
Pomeriggio - Passeggiata sulla Giara e visita a Sa Domu ‘e S’Orku
In serata degustazione di vini presso le Cantine Lilliu

Domenica 28 Ottobre – Domus De Maria
Mattina - Visita alla tomba di Giganti
Convegno-dibattito sulla civiltà nuragica
Pranzo in agriturismo con menù tipico sardo a 20 Euro (max 80 posti)
Pomeriggio - Passeggiata con visita al nuraghe e alla grotta

Domenica 18 Novembre – Tharros
Mattina - Visita guidata alla cittadella di Tharros
Pranzo caratteristico ambientato in epoca romana
Pomeriggio – Visita alla Chiesa Paleocristiana di San Giovanni di Sinis
Visita alla Chiesetta di San Salvatore
Costo complessivo del pranzo e dell’ingresso ai siti 30 Euro (max 60 posti)


Domenica 02 Dicembre – Serri
Mattina – Convegno-dibattito sui bronzetti nuragici
Pranzo caratteristico con menù nuragico basato sugli alimenti dell’epoca
Pomeriggio - Visita guidata al Santuario Nuragico di Santa Vittoria
Costo complessivo del pranzo e dell’ingresso al sito 30 Euro (max 100 posti)


Partecipazione libera.
Informazioni e prenotazioni: pierlu.mont@libero.it 338.2070515
In alcuni siti sarà possibile acquistare prodotti alimentari a km zero
Sito ufficiale degli eventi in rassegna: http://pierluigimontalbano.blogspot.com


venerdì 28 settembre 2012

Il vino al tempo dei nuraghi

Il vino al tempo dei nuraghi
di Pierluigi Montalbano


Secondo alcune fonti letterarie, ad esempio la Bibbia, la provenienza della coltura della vite e della produzione del vino è legata al Vicino Oriente. Pare che la coltura della vite abbia raggiunto l’Occidente proprio dalla Palestina. Questa pianta è strettamente connessa con la navigazione perché l’uva passita, con i fichi secchi e le olive in salamoia, costituiva la base della dieta dell’antica marineria, visto che questi alimenti si conservano a lungo. In Sardegna, negli ultimi anni, gli archeologi hanno proposto un’origine autoctona della vite, pur essendo noto che i navigatori filistei, ciprioti, e precedentemente minoici, toccarono l’Occidente Mediterraneo fin dall’età del Bronzo. Scambiavano lingotti di rame e portavano nuove tecnologie, tra le quali l’uso del ferro, e forse impiantarono i primi vigneti. Il vino si diffuse nel mondo nuragico attraverso una ceramica particolare, denominata “fiasca del pellegrino”. Questa usanza è testimoniata anche nella bronzistica, grazie ad un noto personaggio, chiamato “Barbetta”, rinvenuto nel tempio a pozzo di Matzanni.



Questa piccola scultura realizzata col metodo fusorio della cera persa, porta una fiasca sotto il braccio sinistro. Un altro bronzetto, Aristeo, conservato al Museo Sanna di Sassari, prende il nome dalla divinità che, secondo la tradizione, portò l’agricoltura in Sardegna. Raffigura un offerente con tre recipienti appesi alle spalle. Per convenzione, queste fiasche sono chiamate brocche askoidi. A Monte Sirai abbiamo un personaggio seduto che versa il vino da una brocca askoide in una ciotola. Questo bronzetto è stato scoperto dagli archeologi in connessione con un altro personaggio particolare: un suonatore di lira, suggerendo che le due piccole statue facessero parte di un gruppo che celebrava un banchetto legato al mondo del sacro. L’area originaria dell’addomesticamento della vite, è quasi certamente la “Mezzaluna Fertile”, un’area posta nel Vicino Oriente lungo la Valle del Nilo, la Palestina, la costa libanese, la Siria, la Turchia e la Mesopotamia. Proprio in quest’ultima zona né stata ritrovata una tavoletta in argilla che riporta un inno datato a 6000 anni fa, scritto in occasione dell’inaugurazione del tempio di Enki, dio della sapienza della città di Eridu, in Sumeria, nella costa affacciata sul Golfo Persico. Enki preparava una bevanda destinata al banchetto degli dei, perché pare che l’ebbrezza avvicinasse verso la sfera del sacro. Questa caratteristica funzione liturgica si è conservata nel tempo, e ancora oggi il vino fa parte dei riti religiosi legati alla cristianità. Rispetto alle altre attività agricole, la coltivazione della vite, era importante perché la professione dei vignaioli erano ricordati, nei documenti ufficiali, ben distinti dagli agricoltori. Inoltre i costi di produzione erano notevoli e si aggiungevano a quelli di trasporto. Le brocche askoidi sono stati portati alla luce in vari insediamenti sardi. Frequentemente sono associati ad altri tipi di recipienti nuragici e, negli ultimi scavi lungo tutto il Mediterraneo, soprattutto negli approdi lungo le coste, sono venuti alla luce insediamenti ricchi di queste ceramiche (Creta, Sicilia, Lipari, Agrigento, Mozia, Cartagine, Utica, Malaga, Cadice, Huelva, El Carambolo). Intorno al IX a.C. questo recipiente fa la sua comparsa in Etruria, tanto da diventare il simbolo stesso del vino. Ma la coltura della vite presso gli etruschi è documentata solo a partire dal secolo successivo. Nei 4 secoli che vanno dal XII all’VIII a.C., la diffusione del vino attraverso i canali nuragici, mostra prepotentemente il ruolo che i sardi ebbero nelle relazioni commerciali del Mediterraneo. Il numero di ceramiche nuragiche portate alla luce negli ultimi anni lungo le coste mediterranee, si è diffuso in progressione geometrica, e le ultime testimonianze giungono da Malaga, nella costa andalusa, dove in una necropoli simile a quella di San Giorgio di Portoscuso sono stati rinvenuti vasi bolli-latte e parecchi frammenti di altra ceramica nuragica.



In questa immagine a lato:Vaso al Museo di Cadice

Il banchetto ha sempre avuto una connotazione sociale e religiosa, testimoniata da un’usanza di fratellanza (Marzeah) connessa con un banchetto al quale partecipavano personaggi importanti di varia nazionalità. I banchettanti, in questo rito, si legavano in modo sacro e indissolubile. I membri ricevevano una tessera in avorio che dava ospitalità, protezione e accesso alle riunioni in tutti i luoghi in cui esisteva questa confraternita. La necropoli di Monte Sirai documenta che le donne partecipavano al banchetto e fosse consentito il consumo del vino. I rituali erano legati anche al mondo funerario. Il corredo funebre che accompagnava il defunto era formato da due brocche, una delle quali conteneva il vino destinato alla libagione in onore del defunto. Questi rituali accompagnavano anche il viaggio funebre dei bambini, infatti già nell’VIII a.C., presso il tophet di Sulki sono attestati vasi per il trasporto del vino contenenti le ossa combuste dei bimbi sepolti. Le anfore commerciali per il vino avevano dunque un utilizzo secondario: erano contenitori di ossa che legavano il defunto al vino. Nella necropoli di Sulki abbiamo alcune brocche a bocca trilobata (oinòchoai) pensate e realizzate per contenere e versare il vino. A Sant’Imbenia esistono anfore con caratteristiche di unicità: eseguite a mano (non con il tornio) con la tecnica d’impasto dei nuragici. Queste anfore sono note anche a Cartagine, nell’area tirrenica e nella Spagna meridionale. Ciò testimonia che Cartagine, almeno in tutto l’VIII a.C. si avvaleva di contenitori da trasporto prodotti in Sardegna, nello specifico nella zona di Alghero. Gli impasti argillosi sono analoghi a quelli di altre forme realizzate nell’isola e ciò apre nuove prospettive sullo studio delle relazioni fra i sardi nuragici e l’esterno. Ciò che resta da chiarire è il periodo in cui i grandi contenitori da trasporto fecero la comparsa in Sardegna. Il repertorio delle ceramiche nuragiche, per le dimensioni ridotte, non offre contenitori adatti al trasporto, pertanto questi grandi vasi dovettero, almeno all’inizio, essere importati o realizzati copiando dai grandi vasi conosciuti nel Vicino Oriente e nei luoghi dove l’agricoltura consentiva un surplus destinato al commercio internazionale.Il mondo nuragico deve aver recepito la coltura della vite e i processi di vinificazione in connessione con l’arrivo delle prime genti orientali (forse i minoici cretesi, abili vignaioli) e acquisirono rapidamente le competenze per diventare produttori ed esportatori. Ciò che rende interessante questo argomento è che le anfore nuragiche sono dotate di fondo convesso, testimone di una destinazione esclusivamente indirizzata al commercio navale. Ne consegue che oltre alla coltivazione della vigna e alla produzione del vino, i centri specializzati gestivano anche il trasporto navale dei prodotti.

mercoledì 26 settembre 2012

Shardana, un problema ancora irrisolto

Shardana, un problema ancora irrisolto
di Gabriella Scandone Matthiae



Il canonico Giovanni Spano, dotto e illustre studioso di antichità sarde ed autore di numerose pubblicazioni sull' argomento, che ancora oggi presentano notevole interesse, scriveva sul Bollettino Archeologico Sardo del 1861 riguardo alla necropoli della città di Tharros: "Nessuna tomba o sepoltura si è scoperta, per piccola che sia, dalla quale non sia venuto fuori qualche amuleto o figurina di divinità che allude ai misteri d'Iside o alla religione egiziana ... è forza conchiudere che qualche colonia egizia vi si fosse stabilita fin da remotissimi tempi". Le sue parole fanno comprendere quanto fortemente la presenza egiziana in terra sarda risaltasse agli occhi dei primi scavatori che abbiano rivolto la propria attenzione alle antichità isolane con fini strettamente scientifici, e non per avidità di tesori o per farne commercio: e ci sembrano la migliore introduzione a un' opera che intende narrare la storia dei rapporti tra la grande isola mediterranea ed il paese del Nilo. La possibilità di definire l'inizio di questi rapporti è legata all'interpretazione di un nome: quello di una delle popolazioni che nei secoli XIII e XII a.c. si riversarono ad ondate successive nel bacino Mediterraneo orientale, provenienti dalle regioni egeo-anatoliche e siriane settentrionali, e giunsero a mettere in pericolo con i loro reiterati attacchi l'impero dei faraoni, dopo aver devastato le coste siro-palestinesi. Le iscrizioni dei sovrani della XIX dinastia Ramses II (1279-1213 a.C.) e Merenptah (1213-1204 a.C.) ci tramandano per la prima volta le effigi e gli appellativi delle varie genti che componevano questa eterogenea mescolanza di etnie, oggi designata collettivamente con l'espressione "Popoli del Mare", che fu impiegata allo scopo per primo dal celebre egittologo francese Gaston Maspéro, oltre 100 anni fa, nel 1881. I loro singoli nomi sono Lukka, Danuna, Shekelesh, Aqiyaua, Tursha, Shardana: per ciascuno di essi gli studiosi di antichità hanno trovato un aggancio con territori e popolazioni menzionate nelle fonti greche e latine, per lo più sulla base di assonanze onomastiche. Così i Lukka sembrano corrispondere ai Lici, abitatori dell' Anatolia sudoccidentale in epoca classica, i Danuna ai Danai citati da Omero, i Shekelesh agli antichi Siculi, gli Aqiyaua agli Achei, anch' essi di omerica memoria, i Tursha ai Tirreni (Etruschi ?) ed i Shardana agli abitanti dell' antica Sardegna. Proprio questi ultimi, per noi particolarmente interessanti, sono ricordati abbastanza frequentemente nelle fonti egiziane dei secoli XIVXI a.C. I più antichi testi che menzionano i Shardana sono tre lettere inviate dal re di Biblo Rib-Addi ad un faraone della XVIII dinastia, Amenophis III (1386-1349 a.c.) o Amenophis IV (1356-1340 a.c.). Esse fanno parte del celebre complesso di corrispondenza diplomatica conosciuto come "Lettere di Amarna" dal nome del sito egiziano ove fu rinvenuto nel 1887-88; sono redatte in scrittura cuneiforme ed in lingua babilonese, che era l'idioma internazionale dell' epoca, una sorta di "inglese" del tempo, e trattano delle continue minacce che la città-stato di Biblo, porto commerciale della costa libanese legatissimo all'Egitto sin dalla fine del III millennio a.C., riceveva da un sovrano siriano desideroso di impadronirsene. Rib-Addi, fedelissimo al faraone, invocava con esse il soccorso delle truppe egiziane per respingere i tentativi del nemico, e accennava, tra le altre innumerevoli difficoltà, all'uccisione di soldati Shardana, che verosimilmente dovevano essere impiegati a Biblo come mercenari. I Shardana sono poi citati varie volte, come si è già accennato, nelle iscrizioni storiche di Ramses II della XIX dinastia: sia nei testi che accompagnano le grandiose scene scolpite sulle pareti dei templi di Luxor, Karnak, Abido ed Abu Simbel, ove è esaltato il valore guerriero del sovrano, sia in quelli incisi su talune stele, una delle quali è nota proprio come "Stele dei Shardana". Essi sono ricordati come uno dei "Popoli del Mare" che, allora per la prima volta, giunsero fino a saccheggiare le sponde egiziane mediterranee, per esservi sconfitti da Ramses: " ... I turbolenti Shardana, che nessuno aveva saputo combattere, essi vennero sfacciatamente sulle loro navi da guerra dal mezzo del mare, e nessuno poteva opporsi a loro. Ma egli li piegò con la forza del suo valido braccio, e li portò in Egitto". I Shardana vengono qui descritti come pirati e predoni sì, ma anche come guerrieri arditi e coraggiosi: quindi Ramses II, dando prova di encomiabile senso pratico, pensò di sfruttare questi loro pregi, inglobandoli nel suo esercito in qualità di truppe mercenarie. Come tali essi sono ricordati nel racconto della partenza della spedizione siriana del 1274 a.c., che ebbe il suo momento epico cruciale nella battaglia per la conquista della città di Qadesh, nella Siria centrosettentrionale: "Quando Sua Maestà ebbe approntato le truppe, i carri e i Shardana che aveva vittoriosamente catturato, tutti equipaggiati con le loro armi, e comunicato loro i suoi piani di battaglia, allora Sua Maestà partì verso nord con le sue forze". Durante il regno di Ramses II i "Popoli del Mare" non costituivano ancora un serio pericolo per l'Egitto; lo divennero sotto il suo tredicesimo figlio e successore Merenptah, che li dovette affrontare nel suo Vanno di regno (1209 a.Cv), insieme ad una coalizione di genti libiche, e ne ebbe ragione dopo un' aspra battaglia combattuta nel Delta egiziano occidentale e durata sei ore. Tra questi "Popoli del Mare" vi erano nuclei di Shardana, che si trovarono così a combattere su entrambi i fronti, sia come invasori sia come truppe mercenarie degli Egiziani. È forse a questa singolare situazione che alludono dei passi dei Papiri Anastasi I e II, ove sembra si parli di Shardana mercenari del faraone che avrebbero fatto prigionieri in battaglia i propri congiunti. La minaccia si ripresentò, assai peggiore, all'epoca di Ramses IlI, l'unico sovrano rimarchevole della XX dinastia (1185-1154 a.C}, che modellò tutta la propria vita su quella del suo illustre predecessore Ramses II. Ramses III dovette affrontare in durissime battaglie campali i "Popoli del Mare" e i loro alleati libici, e particolarmente i Shardana: le vittorie che riportò su di essi sono immortalate nei grandi rilievi parietali del suo tempio funerario a Medinet Habu, presso Tebe. Ancora una volta, come già ai tempi di Merenptah, i Shardana non erano solo tra gli invasori, ma comparivano anche tra i soldati del faraone, insieme ad altri contingenti mercenari costituiti da "Popoli del Mare" assoggettati. Un altro documento della XX dinastia, il Papiro Wilbour dell'epoca di Ramses V (1148-1144 a.C}, cita i Shardana non più come pericolosi guerrieri: qui essi figurano già integrati nella società egiziana, e ricevono in ricompensa dei servigi resi delle proprietà terriere. In questo caso particolare, ci troviamo di fronte evidentemente a discendenti dei mercenari Shardana, che continuavano ad esercitare il mestiere dei loro padri presso il Faraone. Abbiamo detto poc' anzi che gli studiosi hanno accostato il nome dei Shardana a quello della Sardegna in base ad un'assonanza linguistica: ma non è questo il solo motivo che ha indotto molti storici ad ipotizzare l'identità tra il popolo citato nei testi egiziani e gli antichi abitanti della grande isola mediterranea. Esistono infatti anche elementi di carattere iconografico che hanno orientato in tal senso l'opinione dei ricercatori: i rilievi di Ramses III riproducono svariati gruppi di "Popoli del Mare", i quali si diversificano per la fisionomia, 1'abbigliamento, le armi, i copricapi. L'identificazione delle singole etnie è resa possibile grazie ai testi incisi accanto a ciascun gruppo, come una sorta di didascalie delle singole scene. Si deve osservare che i "Popoli del Mare" figurano riuniti in gruppi ordinati solo al momento della cattura, o se inglobati nell' esercito egiziano; nelle grandi riproduzioni delle battaglie navali, invece, i nemici compaiono in una caotica mescolanza, in contrapposizione all' allineamento perfetto dell' armata faraonica, ed è pertanto impossibile in questo caso distinguere le varie etnie. Per quanto riguarda particolarmente i Shardana, si deve aggiungere alla documentazione dell' epoca di Ramses III quella più antica costituita dai rilievi della battaglia di Qadesh combattuta da Ramses II, ove essi sono ritratti nei ranghi dell' esercito egiziano: quivi spiccano per il carattere particolare delle armi e per i tratti del volto alquanto marcati e grossolani. A differenza degli Egiziani dai lunghi capelli, i Shardana sono rasati completamente; sul capo recano un elmo rotondo a corna, con una protuberanza centrale sormontata da un dischetto, e sono armati con lunghe lance, lunghe spade ed uno scudo rotondo piuttosto piccolo, mentre gli Egiziani sono a testa scoperta e portano scudi lunghi dalla parte superiore arrotondata, lance più corte, asce e lo speciale tipo di falcetto noto come Khepesh. Uguale armamento mostrano i Shardana quando compaiono come mercenari di Ramses III, mentre quando sono ritratti tra i nemici si differenziano dai loro simili "egizianizzati" per l'elmo più allungato sulla nuca e privo della protuberanza centrale, per il gonnellino del tipo usualmente attribuito dagli Egiziani ai popoli stranieri e, nel caso di un capo o di una persona autorevole, per una folta barba. Gli elmi cornuti, le lunghe spade a lama larga ed aguzza con costolatura centrale, i piccoli scudi rotondi che abbiamo visto caratterizzare i Shardana sia come mercenari dei faraoni, sia tra i "Popoli del Mare" invasori dei rilievi di Ramses III, presentano una innegabile somiglianza con l'armamento dei guerrieri riprodotti nei celebri bronzetti nuragici. Proprio questa somiglianza, accanto all'assonanza dei termini Shardana-Sardegna, è 1'altro elemento che ha indotto gli studiosi, primi tra i quali i francesi E. De Rougé e F. Chabas alla metà del secolo scorso, ad identificare nel misterioso popolo di valorosi combattenti provenienti dal "mezzo del Mare", secondo l'espressione dei testi egiziani, gli antichi abitatori dell'isola. Un problema si presenta però immediato nel momento in cui si recepisce l'ipotesi Shardana = antichi Sardi: costoro erano un popolo indigeno della Sardegna in movimento dalla zona centro-occidentale del Mediterraneo verso quella orientale, unitosi poi ad altre genti per lo più di origine asiatica per venirsi a gettare sulle sponde marittime dell'Egitto? Oppure costituivano un gruppo etnico proveniente da un imprecisato territorio egeo-anatolico o siriano settentrionale, facente parte dell' ampia congerie dei "Popoli del Mare", che era disceso insieme ad essi verso il paese del Nilo e che continuò poi il suo viaggio verso nordovest, finendo per stanziarsi nella grande isola occidentale, la quale poi da essi avrebbe tratto il suo nome? In altre parole, il popolo sardo e la Sardegna erano già una realtà storica nel XIV secolo a.c. (non dimentichiamo che le prime attestazioni dell' etnico" Shardana" risalgono alla fine circa della XVIII dinastia egiziana), o lo divennero dopo il secolo XI, quando gruppi di Shardana giunsero nell'isola, concludendo la loro peregrinazione per tutto il Mediterraneo orientale e centrale? Differenti risposte sono state suggerite per risolvere il dilemma. Sarebbe qui troppo lungo e complicato addentrarsi nei dettagli della discussione: si esporranno perciò soltanto le più recenti ipotesi, l'una della studiosa inglese Sandars, autrice nel 1978 di un articolato e documentato volume sui "Popoli del Mare", e l'altra dello storico francese Gras, che ha esaminato in un'ampia opera del 1985 le antiche vie commerciali del Mar Tirreno. Secondo la Sandars, i Shardana erano una popolazione della Siria settentrionale che si unì alla migrazione di altre genti, oggi note nel loro complesso come "Popoli del Mare"; dopo aver aggredito, saccheggiato e distrutto numerosi centri anatolici e siro-palestinesi, questa massa di genti dalle differenti origini passò per Cipro e venne alla fine a gettarsi sulle rive mediterranee dell'Egitto. Ricacciata in mare dall'esercito del faraone, riprese il suo peregrinare, e si divise nuovamente secondo le varie ernie; i Shardana approdarono alla fine nella maggiore isola tirrenica e le diedero il nome con il quale è sino ad oggi conosciuta. Shekelesh e Tursha si sarebbero stanziati rispettivamente in Sicilia e in Toscana. M. Gras, invece, espone un' opinione completamente diversa: i Shardana e gli altri "Popoli del Mare" (Shekelesh, Tursha, Aqiyaua o Akauash, Peleset, Danuna, Lukku) sarebbero stati contingenti eterogenei di truppe mercenarie al servizio di un grande impero marittimo, che avrebbe raggiunto l'apice della forza nel XIV-XIII secolo a.c. Per lo studioso francese questa potenza mediterranea è da identificarsi nel regno di Micene, che agli inizi del XIV sec. a.c. si era impadronito dell'isola di Creta subentrando allo stato minoico, ed aveva poi progressi vamente esteso i suoi traffici commerciali verso il bacino orientale ed occidentale del Mediterraneo, dopo aver occupato Rodi e Cipro, punti chiave per un'espansione marittima dalle basi sicure. Testimoni dell'ampia diffusione del commercio miceneo sono i ritrovamenti ceramici su tutta la costa siro-palestinese, da Alalakh presso le foci dell'Oronte nel nord a Gaza, alle porte dell'Egitto, nel sud, nell'Egitto stesso, in vari centri marittimi dell'Italia meridionale, della Sicilia, della Sardegna. Secondo Gras, i Micenei raggiunsero la Sardegna fin dal XIV sec. a.c., verosimilmente alla ricerca dei metalli di cui l'isola era ricca; quivi avevano trovato, oltre alle riserve minerarie, anche riserve d'uomini da arruolare come mercenari per le loro guerre, trasportandoli a questo fine di là del loro mare, fino ai territori egei. Per lo studioso francese, dunque, il nome della Sardegna e del suo popolo risalirebbe agli anni intorno al 1300 a.c. e i Shardana sarebbero stati genti sarde impiegate dai Micenei come minatori e come soldati. Come regolarsi per la scelta tra due teorie opposte? La risposta, fino a questo momento, è assai problematica. Fermo restando il fatto che esiste una relazione tra i Shardana delle fonti egiziane e la Sardegna, che pertanto i più antichi cenni a rapporti tra un elemento "sardo" e il paese del Nilo sono quelli contenuti nei testi e nei rilievi templari egiziani, e che tali rapporti consistono nell'esistenza, documentata a partire dal secolo XIV a.c., di un popolo marittimo e guerriero chiamato Shardana, nemico, ma anche mercenario, dei Faraoni, è davvero arduo stabilire chi fossero e donde provenissero i valorosi combattenti del "mezzo del Mare". La mancanza di riferimenti alle genti Shardana nei testi hittiti del XIV-XIII sec. a.C., i quali contengono invece notizie sui Lukka della Licia (o della Caria) e sugli Aqiyaua (Achei), induce a pensare che essi non fossero una popolazione anatolica o nordsiriana. I Shardana compaiono sì per la prima volta in ambiente asiatico, come soldati di stanza a Biblo nelle lettere di Rib-Addi, ma potevano benissimo esser già allora truppe mercenarie egiziane inviate per proteggere la fedele città siriana, bande di arditi scorridori del mare ingaggiatisi al soldo dei faraoni . così come i loro fratelli erano probabilmente al soldo dei re micenei. Ugualmente a favore di un'originaria provenienza sarda dei Shardana parlano le loro armi, tanto simili a quelle che caratterizzano i guerrieri dei bronzetti nuragici. Si può certo obiettare che parecchi secoli separano le figurazioni egiziane di guerrieri Shardana del XII a.c. dalle prime statuette sarde del secolo VIII a.C.: ma si deve tener presente il lungo persistere delle tradizioni di ogni tipo nel mondo antico, e particolarmente delle fogge di abbigliamento e di armamento. Per ricorrere a un esempio analogo, il costume dei dignitari e 1'equipaggiamento dei soldati dell' epoca di Ramses II non differivano di molto da quelli degli Egiziani di quattro secoli dopo; non fa dunque meraviglia che i Sardi del XII secolo a.c. e quelli dell'VIII secolo usassero elmi, scudi e spade simili. L'origine sarda dei Shardana che conosciamo dai testi e dai rilievi egizi ani appare dunque possibile, più di quella vicino-orientale ed anatolica; ma non possediamo nessun dato sicuro per poter emettere un giudizio definitivo e quindi, come è avvenuto per altre dibattute questioni storiche, anche in periodi assai recenti, è soltanto dal proseguire della ricerca archeologica che si potrà avere una schiarita d'orizzonte sul problema delle relazioni tra Shardana e Sardegna e forse, chissà, anche la sentenza risolutiva su di un caso che appassiona gli studiosi da quasi un secolo e mezzo.


Tratto da "EGITTO E SARDEGNA, CONTATTI FRA CULTURE SARDÒ" -
1988 CHIARELLA - SASSARI

Fonte: http://www.realhistoryww.com/

Sulki, l'attuale Sant'Antioco, in età fenicia e punica

Sant’Antioco - Sulki
di Pierluigi Montalbano



Le fonti romane ci parlano di Sulci mentre in lingua semitica, in fenicio, era Sulki. Si trova sul versante orientale dell'omonima isola, e il reimpianto moderno del paese ha determinato lo spoglio sistematico delle strutture antiche. Le fortificazioni chiudevano la città e il tophet, il santuario a cielo aperto che ospitava i bambini nati morti, o in giovanissima età, era, come di consueto per quel genere di luoghi, al di fuori delle mura.
Nell’area del cronicario, in corrispondenza dell’attuale ospedale, furono individuati negli anni Ottanta alcuni ambienti abitativi che si riferiscono all’VIII a.C. É un rinvenimento importante perché in tutta la Sardegna abbiamo solo poche tracce degli insediamenti arcaici: qualche muro e una striscia di fondazione a Cagliari, un battuto a Nora, poco a Tharros. A Sulki non c’è monumentalità, solo due isolati con una serie di vani che presentano pavimenti in terra battuta, muri con zoccolo in pietrame bruto, cementato con malta di fango, e un alzato, oggi scomparso, in mattoni crudi. Parte dei materiali frammentari rinvenuti sono di importazione (euboici di Pitecusa e corinzi), ma altri sono di produzione mediterranea, e mostrano che la città fu frequentata commercialmente particolarmente intorno al 750 a.C. Alcuni materiali levantini sono di ispirazione varia, come la coppa con forma greca, decorata in quello stile tipico dell'età fenicia, con un volatile ripreso chiaramente dal repertorio euboico di Ischia, primo emporio greco in occidente.
Le fortificazioni si trovano nella zona del fortino sabaudo, nell’area destinata all'Acropoli. Gli scavi furono condotti inizialmente da Pesce, poi da Barreca negli anni Settanta e recentemente da Tronchetti, e hanno portato alla luce delle strutture che iniziano dietro il fortino e arrivano a una torre. Bartoloni sostiene che le fondazioni del fortino utilizzano la base della precedente torre punica perché la forma a zig-zag e i blocchi sono tipicamente punici. Le mura corrono fino ad una torre elicoidale addossata a una roccia e poi piegano verso il mare, chiudendo la città. In questo ultimo tratto si trova la necropoli punica. Dietro la chiesa di Sant’Antioco si trova un breve tratto realizzato in blocchi squadrati, in parte bugnati e messi in opera a secco. Barreca ha individuato un camminamento di ronda, ma non lo ha mai pubblicato. Nell’area alta dell’acropoli, vicino al deposito della Soprintendenza, ci sono delle strutture bugnate in calcare chiaro e tufo scuro. Vicino a questa zona troviamo un edificio con otto colonne di età repubblicana, di incerta interpretazione, che racchiude due ambienti.
La datazione delle fortificazioni è fonte di dibattito fra studiosi. Per Barreca, che le individua nella parte alta del Monte de Cresia e nell'Acropoli vicino al fortino sabaudo, sono di età fenicia (come le altre che scavò in giro per la Sardegna), costituite da spesse mura in pietrame bruto a doppio paramento. In seguito ci furono una fase tardo punica, contraddistinta da blocchi squadrati, e una fase romana.
Bartoloni, già dagli anni Ottanta, non accetta questa ipotesi, proponendo che nessuna delle città di età fenicia avesse fortificazioni e che queste, come tutte le altre strutture, si realizzarono solo a partire dall’inizio del V a.C. quando la Sardegna affrontò i cartaginesi che tentavano di sottometterla.


Tronchetti negli anni Novanta ha scavato nelle strutture delle fondazioni trovando materiali romani. Per lo studioso le mura sono state impiantate in età repubblicana con tecnica punica ma ha sondato solo pochi punti. Bisognerebbe riprendere gli scavi perché attualmente i dati sono contradditori. Negli anni Ottanta sono stati trovati i “Leoni di Sulci”, due grandi animali esposti al museo di Sant’Antioco, in posizione accosciata e con la coda rigirata attorno ad una zampa.
Sono inquadrati all’interno di un elemento che regola lo spazio con una base tronco-piramidale, rastremata verso l’alto, sormontata da un listello-toro, con sopra una gola egizia. Nella parte posteriore c’è una superficie piana con un incasso a sezione triangolare, forse per consentire l’inserimento dei leoni in una struttura monumentale. Al momento del rinvenimento i leoni erano reimpiegati ai lati di una nicchia chiusa da un muro rettilineo a due filari. Davanti abbiamo una grande arena ellittica delimitata da blocchi. La struttura è stata riferita a età repubblicana, quindi i leoni, essendo più antichi, furono certamente utilizzati per decorare un'altra struttura, probabilmente di tipo ellenistico con terrazze. Essendo fuori contesto si può fare una datazione solo su base stilistica. I leoni sono di tradizione orientale, siriana o siro-palestinese, che si mescola con influenze assire ed ittite. Questo tipo di leoni in oriente erano utilizzati nelle porte dei templi. Per alcuni studiosi ci sono influssi greci mediati dall’elemento etrusco. La cronologia porta al VI a.C. e la loro funzione era legata alla destinazione d’uso dell’area: militare per Moscati e Barreca, perché vicina alle fortificazioni e perché forse erano sistemati ai lati della porta di ingresso; religiosa per Bartoloni e Tronchetti perché dopo la collocazione militare l’area fu risistemata con una struttura di età repubblicana con un vano diviso in due, una serie di colonne e pavimento in cocciopesto con tessere bianche, quindi un tempio con i due leoni ai lati dell’ingresso. Bernardini, di recente, ha avanzato un’altra ipotesi: c’era la destinazione sacra dall’inizio e le statue erano all’interno di una struttura punica come braccioli di un trono monumentale.
Alcuni vasi funerari arcaici, quasi intatti, sono visibili in collezioni private di Sant’Antioco ma non conosciamo l’ubicazione del cimitero di età fenicia, a eccezione di una sepoltura scavata presso Piazza Italia, a 100 m dal mare, e datata al VII a.C. La necropoli punica è in parte ricoperta dall’attuale urbanizzazione. Si trova a valle delle fortificazioni, all’interno del fossato. Sono sepolture in grandi camere e, come quelle di Tuvixeddu a Cagliari, sono state riutilizzate fino al secolo scorso come abitazioni. Ci sono due varianti: la più antica, datata agli inizi del V a.C., è costituita da tombe con dromos larghi e monumentali con scale ben definite, e camera rettangolare. Le più recenti, del IV a.C., sono ancora più grandi, con dromos stretto e camera separata da un tramezzo, risparmiato nella roccia, che delimita due vani ben distinti.


All’interno la deposizione funeraria era spesso praticata all’interno di bare lignee in cui si sono ben conservati i resti delle ceramiche di corredo e qualche legno. La copertura era a lastre e sopra c’erano i segnacoli in pietra. In epoca romana le tombe puniche sono state riutilizzate come catacombe, a volte unendo le varie camere. Sotto la chiesa ci sono molte di queste tombe e l’area è visitabile: attualmente c'è un ristorante, dietro la chiesa della piazza, che conserva alcune tombe nella cantina. Le bare erano spesso poggiate su due blocchi in pietra, sollevate dal suolo. C’è anche la presenza di linee di pitture sulle pareti, come nelle tombe africane degli antichi libici, gli indigeni trovati dai levantini durante le navigazioni commerciali mediterranee. I cartaginesi non si sono mischiati con loro e con i libici. Pur subendo l’influenza della tradizione punica, hanno mantenuto alcuni tratti caratteristici della loro cultura che poi hanno portato nelle loro città. Quando i cartaginesi conquistarono commercialmente la Sicilia e la Sardegna, attuarono una politica capillare di sfruttamento delle risorse agrarie e minerarie, attuando il ripopolamento nelle colonie perché i nuclei di sardi erano minimi. A questo scopo inviarono intere comunità di africani in Sardegna, costituite solo in minima parte da cartaginesi: alcuni suffeti (prefetti) e qualche amministratore, mentre la maggior parte era composta da indigeni punicizzati. In sostanza la cultura si è miscelata fra libici, punici e sardi, e ciò spiega i segni di pittura in ocra rossa sulle pareti delle tombe, così come si notano a Cagliari, Tharros, Olbia e Monte Luna, mentre a Cartagine non ci sono tombe dipinte.


A Sant’Antioco negli anni Novanta sono stati trovati due importanti altorilievi posizionati sulla testata dei tramezzi, con lo scopo di dividere in due la tomba. Uno di essi è stato restaurato malamente, nel senso che i caratteri originari non sono stati rispettati, ed è in corso un recupero per riportarlo all’antico. Si tratta di un personaggio maschile con barba, con vesti egizie e in posizione incedente. Un braccio al petto e l’altro lungo i fianchi, con tracce di nero e arancio. La mano poggiata al petto porta dei bracciali. La datazione è del V a.C. L’altro, quello scavato da Bernardini, è colorato vivacemente, sempre di nero e arancio, e per evitare il degrado, è stato richiuso nella tomba.
Il tophet si trova all’esterno delle mura, vicino alla torre con blocchi bugnati, ed è datato all’VIII a.C. Fu scavato negli anni Cinquanta da Pesce e mai pubblicato, ma sono state pubblicate le 1500 stele. Impiantato in terreno vergine, sul cosiddetto roccione sacro, presenta urne inserite nelle spaccature della roccia trachitica, frequentemente in pentole coperte con piatti. Uno dei più importanti materiali restituiti è un’olla pitecusana (euboica) datata al 730 a.C. Questo vaso non dovrebbe trovarsi in un tophet, forse si tratta di un ricco commerciante levantino che per deporre suo figlio ha comprato un vaso di grande pregio e l’ha deposto nel tophet, oppure si tratta di un greco euboico che praticava il culto fenicio. Non si è certi se all'interno vi sia un bambino sulcitano figlio di orientali o pitecusano o euboico, ma comunque è uno straniero. C’è anche un’anfora, a corpo ovoidale, in stile fenicio del VIII a.C. che ci rimanda ad ambito cartaginese perché la decorazione metopale a red slip, è tipica di Cartagine. Le urne ricollocate nel sito sono riproduzioni, per non sottoporre le originali al degrado naturale.
Le stele di Sant’Antioco mostrano cippi semplici, a trono e a edicola che nella fase centrale del V a.C. mostrano una forte influenza egiziana. Alcune raffigurazioni presentano edifici sacri con pilastri, senza colonne, sormontati da una trabeazione e da una modanatura a gola egizia delimitata da listelli. Sopra c’è la decorazione ad urei con disco solare (serpenti sacri simboli solari), tipico fregio del coronamento dei templi egiziani. I personaggi sono vari: femminile con fiore di loto oppure con disco al petto (per alcuni si tratta di un tamburello per riti musicali); divinità aniconiche; sacerdotesse varie; personaggi maschili con barba e con una lancia in mano e dietro il tipico ricciolo che troviamo nella tiara di tipo siriano (quindi un elemento orientale). Moscati sostiene che il personaggio femminile sia una sacerdotessa intenta a suonare un timpano, e quello con la stola sarebbe il sacerdote. La stele ad edicola con questi personaggi è fra le più diffuse nell'iconografia sulcitana e non trova riscontro altrove. Quando i personaggi poggiano i piedi su un podio siamo certi che si tratta di divinità. La maggior parte dei capitelli non sono greci, spesso sono ripresi dall’architettura egizia.
Curiosamente, mentre altrove le stele a edicola scompaiono nel VI a.C., qui a Sulki continuano, pur trasformandosi. Nelle stele troviamo delle edicole con elementi classici greci sia nell'architettura che, gradualmente, nella iconografia delle nicchie. I personaggi hanno veste classica, anche se il significato è lo stesso: si passa da personaggi maschili con stola a personaggi femminili con disco. L'edicola ha capitelli, colonne e timpano con acroteri senza trabeazione (ancora simboli punici). La prima innovazione è il timpano. C'è un personaggio femminile con disco nel petto che mantiene abiti punici. In una colonna c'è un personaggio con stola e veste classica, timpano con acroteri con all'interno una rosetta. Abbiamo anche una stele polimaterica meno pregiata datata al II a.C. con colonne scanalate, capitelli senza trabeazione, timpano, acroteri e personaggio con stola. Si arriva alle ultime rappresentazioni che sono in materiale meno pregiato, ad esempio marmo, dove si vede l'influenza del mondo classico con fattezze tipiche greche.
Mentre a Cartagine nel terzo strato di scavo si passa alla stele piatta che diventa un supporto per la rappresentazione, a Sant’Antioco abbiamo un fenomeno unico, con l’edicola tridimensionale che presenta però elementi classici inseriti in maniera artificiosa nello schema preesistente. Al posto dei pilastri compaiono delle colonne doriche, e il timpano è fiancheggiato da acroteri, ma scompare la trabeazione, fatto che causerebbe il crollo del tempio. Ciò è testimoniato dal fatto che non esistono templi fatti in questo modo. Al centro del timpano c’è la falce lunare che sormonta il disco solare, simbolo sardo-punico. Rimane la figura femminile con disco al petto o personaggi maschili con rosetta. La Dea Tanìt ha sulla spalla una stola, una veste di tipo classico, greco, contravvenendo alla moda precedente. Si giunge, dunque, a una commistione di stili e tradizioni.
Nel II a.C. si arriva a stele in marmo, edicola classica e personaggio con stola. Un’altra tipologia è quella con stele centinata, che ricompare in età tarda, intorno al III a.C., caratterizzate da animali (ovi-caprini) in atteggiamento di movimento. Stranamente questa tipologia ricompare dopo secoli di assenza, forse si tratta di animali sacrificati nei tophet.

martedì 25 settembre 2012

L'archeometria della ceramica a Sant'Imbenia


Articolo tratto da: L’Alguer, PERIÒDIC DE CULTURA I INFORMACIÓ - JULIOL-AGOST 2010
Progetto Sant'Imbenia


L’archeometria della ceramica
di Beatrice De Rosa


Sui reperti ceramici rinvenuti a Sant'Imbenia, sono state realizzate una serie di analisi archeometriche volte a comprendere l’origine dei manufatti e la loro tecnologia di produzione. Ritengo sia utile spiegare la finalità delle analisi scientifiche e la loro utilità attraverso una introduzione sull’interpretazione del dato scientifico in rapporto ed in funzione di quello archeologico.
I manufatti ceramici provenienti da orizzonti culturali estremamente diversi, come quelli rinvenuti a Sant’Imbenia, pongono il problema della “ecologia culturale” in cui i reperti furono prodotti prima di arrivare nei contesti di rinvenimento.
Il processo ceramico antico non è standardizzato, ma vive di momenti di empirismo e di empirismo critico, legati alla presenza delle materie prime, argille ed argilliti, alla disponibilità di combustibile, all’esperienza del ceramista e dei suoi collaboratori, a varianti legate alla maggiore o minore abilità degli artigiani. Tutti i dati di laboratorio, quindi, non possono essere ricondotti in maniera automatica alle questioni di attribuzione della provenienza, ma debbono essere rivisti alla luce dei diversi processi ceramici nelle differenti aree di ipotizzata provenienza. Il problema dei degrassanti, per esempio, va visto alla luce della lavorazione dell’argilla, che di volta in volta può essere più o meno plastica; questo comportava una specifica ricerca di materia prima ricca di silice, all’interno di una giacitura geologica argillosa, che si differenziava in senso areale e stratigrafico, o, più semplicemente, di un determinato tipo di argilla che gli artigiani sapevano plasmare e cuocere con maggiore sicurezza. L’archeologo deve interpretare i dati di laboratorio rileggendoli in base all’ipotesi del processo ceramico che diede origine ai manufatti; solo in tal modo, il dato di laboratorio sterile in sé, acquisisce dignità archeometrica.
In questo lavoro, sono stati osservati circa duecento frammenti ceramici, provenienti sia dalle campagne di scavo del 1990, sia da quella del 2007. All’interno di
questo grande gruppo sono stati selezionati i campioni da sottoporre ad analisi in laboratorio, scelti in base a caratteristiche tipologiche, tecnologiche ed archeometriche considerate interessanti. Ad esempio, si è concentrata l’attenzione sulle anfore Sant’Imbenia per la loro importanza archeologica e per i pochi ed a volte contrastanti dati esistenti in letteratura, ma anche per le caratteristiche degli impasti, che all’interno di una stessa tipologia avevano proprietà diverse, e per gli aspetti tecnologici, soprattutto il modellamento ed il rivestimento, che apparivano differenti o uguali a prescindere dagli impasti, dalla forma e dalle dimensioni. Un altro esempio è quello della ceramica nuragica; ci siamo rivolti all’analisi di questo materiale con particolare interesse; il primo motivo è forse “patriottico”, perché si tratta di produzioni che probabilmente erano state realizzate nel villaggio, o comunque da società indigene ed il loro studio come ulteriore testimonianza della cultura sarda ci ha dato grandi stimoli; il secondo è legato alla limitatezza di dati archeometrici e tecnologici sulla ceramica nuragica; il terzo è l’altissimo numero di rinvenimenti di questi manufatti, come è ovvio aspettarsi in un villaggio nuragico; infine volevamo capire ed approfondire caratteristiche ed aspetti che sembrano essere peculiari dei materiali nuragici di Sant’Imbenia, come i rivestimenti e le decorazioni importati da altre culture realizzati su prodotti nuragici e viceversa. Per questi motivi, è stato deciso di campionare e studiare anche le materie prime argillose intorno al sito. La scelta delle materie prime è stata fatta seguendo due criteri differenti: da un lato sono state considerate la vicinanza con il sito archeologico e l’accessibilità dell’area, dall’altro la somiglianza petrografica e mineralogica che esisteva tra queste e le ceramiche prodotte in antico. Durante le prospezioni in un’area di circa 15 km intorno al sito, distanza che in letteratura è considerata percorribile e raggiungibile anche a piedi, ipoteticamente più volte in un mese, sono stati campionati tre diversi tipi di materiale proveniente da Porto Ferro (i cui campioni sono chiamati PF), dal Lago di Baratz (LB) e dalla zona aeroportuale (PS), più il sedimento prelevato nel sito di Sant’Imbenia (SI). PS proviene da un’area che si trova a circa 12 km a sud del sito, sulla Strada Provinciale 44, all’altezza dello svincolo per Alghero (coordinate 40º36I54.86II N; 8º16I30.70II E); è di colore grigio chiaro, granulometria fine e consistenza sciolta. LB proviene dal Lago di Baratz, a circa 7 km a nord del sito (coordinate 40º40I46.42II N; 8º13I38.06II E); si tratta di un materiale scuro, quasi marrone, poco plastico, ricco di inclusi vegetali e con consistenza terrosa. PF proviene invece da Porto Ferro, a circa 9 Km a nord del sito (coordinate 40º41I36.90II N; 8º11I56.72II E); è una terra argillosa rossa, molto plastica, con presenza media di inclusi vegetali. Il sedimento SI è molto simile a PS, anche se con una percentuale di inclusi, soprattutto gusci e resti carbonatici, molto più alta. Una volta prelevati sono stati preparati i campioni.Il sedimento SI non è stato sottoposto a cottura, in quanto non si tratta di materiale argilloso, ma piuttosto di una terra limosa e non permetteva creare campioni crudi compatti.
I campioni sono stati realizzati manualmente, aggiungendo la quantità di acqua necessaria per rendere plastica la massa argillosa ed eliminare l’eccesso d’aria:
per ogni chilogrammo di argilla sono stati aggiunti a PS 150 ml di acqua, a PF 180 ml, ed a LB 140 ml. LB dava l’impressione di essere il meno compatto tra i materiali argillosi preparati. In seguito, la massa è stata messa in uno stampo di legno di forma prismatica, che è stato previamente bagnato e rivestito internamente di sabbia per evitare che la terra argillosa si attaccasse alle pareti. Dopo 4 giorni, i campioni sono stati estratti dagli stampi e tagliati, per ottenere una serie di campioni più piccoli, e di forma pressoché cubica. Tutti i campioni sono poi stati lasciati ad asciugare in laboratorio. L’essiccamento, una delle parti fondamentali all’interno del processo ceramico, dipende dalle condizioni di temperatura ed umidità presenti nell’ambiente circostante; la temperatura media era intorno ai 25°C, e l’umidità relativa intorno al 50%; con queste caratteristiche, i campioni si sono asciugati in una settimana, con una diminuzione del loro volume di circa il 3%, aspetto dovuto alla perdita d’acqua. Una volta essiccati, sono stati cotti in un forno elettrico (Herotec CR-35), con una sorgente di calore fissa. I campioni sono stati riscaldati per un’ora a 100°C, per eliminare l’eventuale umidità residua presente. Dopodiché, si è proceduto alla cottura degli stessi. Le temperature scelte sono state comprese tra 700 ed 1000°C, con intervalli di 50°C tra le diverse
temperature, tranne che nel passaggio tra 900 e 1000°C. La scelta di questo range è stata fatta considerando 900 e 1000°C la temperatura ottimale per la cottura delle argille. Bisogna anche considerare che raggiungere temperature più alte era
difficile ed economicamente poco vantaggioso. Una volta raggiunta la temperatura, si aspettava 1 ora prima di spegnere il forno. Infine, i campioni venivano lasciati 24 ore nel forno spento, perché il raffreddamento avvenisse in modo graduale e lento.
Per la cottura dei campioni sono state necessarie da 3 ore e 40 minuti per quelli cotti a 700°C a 5 ore e 10 minuti per quelli a 1000°C. Riguardo ai campioni considerati di produzione locale, il risultato più importante è stata l’individuazione e la caratterizzazione delle materie prime utilizzate scoperte nei pressi del villaggio, dato che ci permette di ipotizzare la produzione locale dei campioni che presentano queste caratteristiche con maggiore sicurezza rispetto a quanto avveniva in passato. Un altro dato rilevante è emerso in seguito alle analisi mineropetrografiche e tecnologiche, che hanno permesso di riscontrare delle
differenze tra i prodotti del Bronzo medio e quelli del primo Ferro. Intanto, nella materia prima impiegata; nelle produzioni più antiche è stato osservato l’uso quasi esclusivo di una materia prima argillosa proveniente probabilmente dalla zona
del Lago di Baratz e di Porto Ferro, caratterizzata da minerali argillosi, da filladi, quarzo e feldspati; dalla fine del Bronzo si usano materiali diversi associati ai precedenti: materie prime argillose con presenza di minerali vulcanici, in quantità e dimensioni spesso costanti, che potrebbero provenire dall’area
di Tottubella o di Olmedo.

È stato possibile vedere un cambiamento nella scelta dei degrassanti utilizzati negli
impasti, che si può definire completo nell’età del Ferro: si passa da prodotti realizzati utilizzando come degrassanti calcite e materiali organici a quelli in cui
si usano minerali e rocce vulcaniche. I campioni più antichi del Bronzo medio- recente sono caratterizzati da impasti con inclusi con addensamento elevato e distribuzione iatale, da una porosità compresa tra il 30 ed il 40%, come conseguenza dell’uso di materiali organici e della calcite, e da impasti friabili. Dalle
analisi al microscopio petrografico è stato osservato che spesso i materiali organici non sono completamente combusti, dato che insieme alla presenza di calcite ed all’alto indice di birifrangenza delle matrici suggerisce basse temperature di cottura; questo dato è stato confermato anche dalle analisi DRX, che hanno segnalato presenza di calcite, illite e l’assenza di minerali di neoformazione.

Le superfici non sono state lavorate, anche se sono presenti motivi decorativi
incisi o impressi. A partire dal Bronzo finale, osserviamo negli stessi materiali
l’utilizzo di altri degrassanti: inclusi vulcanici (specialmente pomici ed ignimbriti) con caratteristiche di refrattarietà che permettono al manufatto di sopportare gli sbalzi termici senza fratturarsi e di distribuire il calore in modo più omogeneo. I campioni di produzione più recente sono caratterizzati da matrici con inclusi con addensamento medio e distribuzione iatale, da una porosità compresa
tra il 15 ed il 20%, da impasti duri e con fratture nette. Le matrici hanno una birifrangenza molto bassa che, insieme alla presenza di minerali di neoformazione,
suggerisce temperature di cottura superiori ai 900 °C. Le superfici sono state quasi
tutte levigate o hanno una patina e quindi sono poco porose, anche se non mancano alcuni esempi in cui sono state brunite, trattamento che prevedeva aggiunta di argilla liquida al manufatto precedentemente modellato, lisciato e parzialmente
secco per ridurre al minimo la porosità e rendere le superfici lucide e brillanti.
In questo caso, quindi, è stato possibile osservare un cambiamento di tecnologia legato alla funzionalità del vaso, che si manifesta sia nella scelta di materie prime argillose più adatte a sopportare alte temperature di cottura e continui contatti con il fuoco, sia nell’utilizzo di un trattamento superficiale che riducesse al minimo la permeabilità delle superfici.
Accanto a questo aspetto, bisogna anche osservare la perizia raggiunta nella conduzione del fuoco e nella gestione delle temperature nei forni; attraverso
l’osservazione al microscopio polarizzatore e con l’analisi di immagine le superfici, soprattutto quelle brunite, appaiono parzialmente vetrificate, non porose e molto compatte; questi elementi indicano che i vasai di Sant’Imbenia erano in grado non solo di raggiungere alte temperature, ma anche di mantenerle per il tempo sufficiente a creare una vetrificazione, almeno parziale. Anche dallo studio delle superfici delle ceramiche nuragiche realizzate nell’Età del Bronzo Finale ed in quella del Ferro abbiamo ricavato dati importanti; i manufatti più recenti di Sant’Imbenia sono infatti quasi tutti caratterizzati da superfici rosse, con gradazioni che vanno dal rosso mattone al marrone rosso, alcuni ingobbiati, altri con patina, altri ancora semplicemente levigati, cotti durante l’ultima fase e lasciati a raffreddare in atmosfera ossidante. Questa caratteristica non si osserva nei manufatti realizzati precedentemente, per cui si potrebbe ipotizzare un’imitazione dei prodotti fenici con red slip che arrivano a Sant’Imbenia. Le superfici rosse si trovano anche su manufatti che sono di tradizione nuragica, come le ollette, che dalle analisi mineropetrografiche sappiamo essere state realizzate con argille locali; in alcuni casi le decorazioni sono state realizzate con un alto livello di specializzazione; ad esempio le patine sono molto sottili, perfettamente aderenti al corpo ceramico, brillanti, non porose e parzialmente vetrificate. Con il tempo, la perizia dei vasai di Sant’Imbenia raggiunge altissimi livelli, e le differenze macroscopiche tra un prodotto fenicio ed uno locale si percepiscono sempre meno. Riguardo all’individuazione delle cave, dei tre materiali argillosi campionati nei pressi del sito, è stato osservato che due potrebbero effettivamente essere stati utilizzati dagli abitanti di Sant’Imbenia, specificatamente quelli provenienti dal Lago di Baratz e da Porto Ferro; il terzo, proveniente dalla zona aeroportuale non ha presentato caratteristiche adatte alla cottura ed alla lavorazione, per gli alti valori di calcite, né compatibilità mineralogica con i campioni archeologici. I risultati che sono stati ottenuti grazie alle analisi mineropetrografiche sulle anfore Sant’Imbenia hanno permesso di individuare un gruppo consistente di prodotti realizzati localmente; la presenza delle filladi ha reso possibile l’attribuzione degli impasti all’area di Porto Conte e quella dei minerali e delle rocce vulcaniche trova corrispondenza nelle vicine aree di Tottubella ed Olmedo. Non sembra quindi
necessaria una loro attribuzione all’area tirrenica dell’Italia solo per la presenza di tali degrassanti, come avveniva precedentemente. Sarebbe ora molto interessante e produttivo analizzare gli impasti di altre anfore Sant’Imbenia che si trovano in siti della Sardegna e del Mediterraneo, per individuarne le aree di provenienza e ricostruirne eventualmente il percorso. Riguardo al materiale allogeno, le importazioni greche sono divisibili in prodotti euboici e pithecusani. Il dato ci parla quindi con maggiore sicurezza delle relazioni che esistevano tra la Grecia ed il mondo occidentale, anche se i modi ed i vettori di questo contatto non sono ancora completamente chiari. Il materiale fenicio è stato diviso in tre gruppi: uno di produzione nord-africana, che costituisce il lotto numericamente maggiore delle importazioni; accanto a questo, però, si sottolinea la presenza di circa il 30% di campioni che si possono ritenere di produzione sulcitana. Questo risultato conferma l’esistenza dei contatti esistenti tra centri anche distanti nell’isola e nello stesso tempo il ruolo predominante che Sulcis assunse in breve tempo nel circuito della produzione e circolazione dei beni. L’ultimo gruppo di ceramiche si ritiene di produzione orientale, soprattutto per il dato archeologico, in quanto i dati archeometrici sulle argille sono ancora pochi e di non semplice reperimento.

lunedì 24 settembre 2012

Lutu mannu pro sa Sardigna

Lutu mannu pro sa Sardigna



Lutu mannu pro sa Sardigna.
Est mortu Gianfranco Pintore, unu de sos nùmenes prus connotos e apretziados de su panorama isulanu.
Giornalista e iscritore, at fundadu su mensile Sa Sardigna e sa prima ràdio lìbera in limba sarda (Ràdiu Supramonte).
Est istadu editorialista de s'Unione Sarda e de Sardigna.com, e unu de sos fundadores de su movimentu federalista Fortza Paris, nàschidu dae s'unione de Sardistas, Partidu de su Pòpulu Sardu e unu movimentu de emigrados.
At publicadu paritzos libros, in italianu e in sardu.
S'ùrtimu (Sa losa de Osana, Condaghes, Cagliari, 2009) est istadu presentadu in Iscanu in su 2009.
Publicamus su comunicadu iscritu dae Bustianu Cumpostu pro nde dare sa nova:
"SA PATRIA SARDA EST TRISTA. EST BENNIDU A MANCARE UNU ZIGANTE DE SA NATZIONE SARDA, UNU GHERRADORE, UNU PATRIOTA, UNU ALLATADORE DE SA S'INDIPENDENTISMU, UNU PROB'OMINE. UN'OMINE DE GABALE, SI NCH'EST COLADU PRIMITIU DAE SA BIDA A S'AMMENTU. NON T'AMUS A BIDER PRUS CHIN SOS OCROS O INTENNER CHIN SAS URIGRAS MA CHIN SU CORO E CHIN SA MENTE T'AMUS A GIUGHERE SEMPRERE PRESENTE. ADIOSU GIANFRA' TRISTURA MANNA SES LASSANDE IN SAS ANDALAS DE SOS FIGIOS LIBEROS DE SARDIGNA."

Publicadu dae ULS Planàrgia-Montiferru

Piramidi Etrusche

Piramidi...etrusche


Le prime piramidi etrusche sono state localizzate sotto una cantina nella città di Orvieto. Le strutture sotterranee sono scolpite nella roccia dell'altopiano di tufo su cui sorge la città, erano completamente piene ed erano visibili solo nell'estremità apicale.
Le piramidi sono state individuate grazie ad una serie di antiche scale scavate nella parete, chiaramente di costruzione etrusca. Lo scavo sta attualmente impegnando il dottor David B. George del Dipartimento di Studi Classici alla Saint Anselm University e il dottor Claudio Bizzarri del Parco Archeologico Orvietano. Gli archeologi hanno osservato che le pareti della grotta erano state rastremate fino a far assumere loro un'inclinazione piramidale. Una serie di gallerie, sempre di costruzione etrusca, inoltre, scorre sotto la cantina e ha fatto pensare alla possibilità di altre scoperte.
Gli archeologi hanno raggiunto il livello di un pavimento medioevale sotto il quale hanno trovato uno strato di riempimento che conteneva vari manufatti in ceramica attica a figure rosse, risalenti al VI-V a.C., nonché ceramica etrusca con iscrizioni e vari altri oggetti che risalivano al 1000 a.C. Le scale scolpite nella pietra proseguono oltre questo livello (10 metri di profondità). Qui sono stati ritrovati un tunnel e un'altra struttura piramidale risalenti al V a.C. che accrescono il mistero.
Il dottor Bizzarri sostiene che ci siano almeno cinque piramidi etrusche nascoste nel sottosuolo orvietano, tre delle quali devono ancora essere scavate. Per quanto riguarda la loro funzione, gli studiosi ritengono che queste strutture fossero legate a qualche funzione religiosa oppure a una forma di sepoltura. La soluzione, forse, è nascosta nel fondo dello scavo.

Fonte: Le Nebbie del Tempo

domenica 23 settembre 2012

S’ARCU ‘E IS FORROS: Nuragici, Filistei e Fenici

S’ARCU ‘E IS FORROS
Nuragici, Filistei e Fenici fra i monti della Sardegna
di Maria Ausilia Fadda
(Per gentile concessione della fonte: Archeologia Viva).



L’antico villaggio alle falde del Gennargentu ha restituito una grande quantità di oggetti di bronzo e di ferro che lo attestano come il centro metallurgico più importante della Sardegna nuragica, in stretto rapporto di scambi con l’Etruria e il Levante tanto da riservarci la straordinaria scoperta di un’iscrizione in caratteri filistei e fenici graffita su un’anfora arrivata nell’isola insieme ad altri prodotti dell’Oriente mediterraneo.
Nel villaggio santuario di S’Arcu ‘e is Forros (Villanova Strisàili), risorge il più grande centro metallurgico della Sardegna nuragica, gestito da principi sacerdoti che coniugavano autorità religiosa, tecnologia e potere economico. Il sito era già noto dal 1986, e la campagna di scavo del 2010 si concluse con l’esplorazione di un tempio a megaron con altare interno e di un ambiente con forno per la lavorazione dei metalli inserito in un isolato abitativo composto da quindici vani che si affacciano su un grande cortile circolare con un focolare al centro. Nella parte più scoscesa di questo agglomerato si accedeva a un vano quadrangolare, un’officina, con l’ingresso ricavato da un varco aperto nel grande muro che delimitava esternamente tutti gli ambienti dell’isolato. Sul lato destro dell’officina si conserva un piano sopraelevato in muratura, sopra al quale sono i resti di quattro forni a fossetta a basso fuoco che fino al IX-VIII a.C. furono usati per la fusione del piombo e per il recupero del metallo delle offerte votive (in genere bronzetti figurati fissati con piombo su apposite basi). Uno dei pozzetti in prossimità dell’ingresso dell’officina, conservava diversi strati di piombo alternati a strati di argilla, con le impronte lasciate dal legno usato come combustibile. Sono stati trovati anche alcuni martelli in pietra con impugnature lavorate, che gli artigiani usavano per frammentare i pani di piombo. L’ultima fase di utilizzo di questi forni fusori può essere datata dalla presenza di una brocca askoide con ansa decorata a cerchielli e da una ciotola carenata, ambedue documentate tra le forme dei contenitori nuragici del IX-VIII a.C., che poggiavano sullo stesso piano di lavorazione al momento in cui l’officina fu abbandonata.

Lo scavo, nel 2011, di una capanna isolata ha restituito resti di brocche askoidi con decorazioni geometriche usate per contenere il vino che arrivava in Sardegna attraverso il mercato fenicio ed etrusco. Il rinvenimento delle brocche askoidi si può spiegare con l’esistenza del santuario, frequentato dai pellegrini che portavano offerte, e con la presenza di un complesso metallurgico capace di alimentare un vasto mercato. Le brocche askoidi di produzione nuragica ritrovate in Etruria (Populonia e Vetulonia), a Lipari, a Creta e a Huelva (costa dell’Andalusia), testimoniano una rete di scambi fra centri di estrazione e di lavorazione dei metalli che consolidavano i rapporti commerciali con la vendita di merci di lusso e di vino, offerto e consumato soprattutto nei santuari.
Un secondo gruppo di capanne è composto da dieci vani posti intorno a uno spazio comune con pavimentazione lastricata, sopra la quale poggiava una panchina di blocchi di granito. Sono stati indagati solo cinque vani. Nello strato pavimentale sono affiorati un fondo di brocca askoide e i frammenti di un’anfora di tipo cananeo con spalla carenata e due anse a sezione circolare. Sulla spalla carenata dell’anfora, databile fra IX e VIII a.C., si sviluppa un’iscrizione composta da caratteri filistei e fenici, incisi dopo la cottura. L’iscrizione, esaminata dal Garbini, uno dei massimi esperti di filologia orientale, costituisce il documento più antico lasciato da stranieri dell’oriente mediterraneo nelle zone interne della Sardegna e indica forse la matrice linguistica del protosardo. L’anfora di tipo cananeo, derivata da esemplari in uso nei centri fenici della costa siro-palestinese, è documentata dal XII-XI a.C., ma è presente in Occidente dall’VIII a.C. L’associazione di brocche piriformi e askoidi di produzione nuragica (IX-VIII a.C.) con anfore levantine era già stata registrata nell’emporio di Sant’Imbenia di Alghero, da cui hanno preso nome le anfore da trasporto introdotte nell’isola dai traffici levantini.

Questi raggiungevano anche la Spagna, partendo proprio dagli empori della costa nord-occidentale della Sardegna dove artigiani levantini e greci dell’Eubea, scambiavano esperienze con gli artigiani indigeni che riproducevano i contenitori da trasporto con tecniche di tradizione nuragica. Fra gli altri materiali venuti alla luce nella stessa capanna abbiamo oggetti in ferro: metà di una doppia ascia, un malepeggio (piccolo piccone), una lunga sega con due fori per fissare l’impugnatura, una lancia con immanicatura a cannone, frammenti di altre lance e pugnali. Insieme c’erano anche oggetti figurati in bronzo, come un toro dal corpo massiccio e coda rivolta in alto, un ariete, una protome di navicella a testa taurina, un’ansa di bacino con decorazione a cordicella, due spilloni con capocchie sferiche modanate, molte lamine accartocciate e una mano con foro passante in corrispondenza del polso relativa a un tipo di hydria (vaso per acqua) con anse a mani aperte finora sconosciuta in Sardegna. Ha le stesse caratteristiche delle anse delle idrie di Trebenische (Macedonia) conservate nel Museo di Belgrado. Sopra la pavimentazione affioravano frammenti di piccole asce di bronzo, una singolare testa di conocchia lavorata con verghe di bronzo, simile a quella proveniente da una tomba dell’emporio etrusco di Pontecagnano, in Campania, che tra i prestigiosi oggetti in bronzo del corredo aveva una navicella nuragica.
La rimozione delle lastre della rudimentale pavimentazione della capanna 2 ha messo in luce un pithos, ovvero un grande contenitore per derrate, usato come deposito di oggetti in bronzo, ferro e piombo, insieme a 186 chili di lingotti e panelle di rame, per un totale di oltre 400 chili di metallo. Questo ripostiglio sembrerebbe il risultato di un accumulo graduale di manufatti dal XII-IX fino al VI a.C. Il deposito all’interno del pithos conteneva seghe di varie dimensioni, scalpelli, punteruoli, cunei per lavori di cesello, martelli da calderaio, pezzi di un’incudine e lime, una delle quali con due lettere incise. E poi una colossale quantità di asce di vario tipo. In minore quantità sono presenti picconi, falci, lance di ferro, anse decorate di brocche e bacini. Non mancano le armi di bronzo di repertorio nuragico: spade a lama larga con accentuata nervatura mediana e spade tipo Monte Sa Idda con impugnatura fenestrata, punte di lance con immanicature a cannone ed elaborate decorazioni, puntali, pugnali foliati e numerose spade votive frammentate a causa dell’eccessiva lunghezza. C’erano anche diciannove fibule di bronzo che trovano affinità con quelle rinvenute in contesti etruschi della prima età del Ferro a Vetulonia, Populonia e in altri centri etruschi, che a partire dal IX-VIII a.C. avviarono intensi rapporti con la Sardegna. Fra gli oggetti d’ornamento troviamo diversi bracciali decorati a motivi geometrici, armille, anelli a fascetta, orecchini, bottoni, faretrine votive, vaghi di collana in bronzo e ambra, anelli in argento e un pendaglio ad ascia miniaturistica con superfici decorate. Fra i materiali di grande pregio si collocano diverse ghiere di tripode in bronzo che ripropongono modelli ciprioti. Nel medesimo ripostiglio, inspiegabilmente, si trovava uno scarabeo in faïance databile all’VIII a.C., probabilmente prodotto in Sardegna e attribuibile per la sua lavorazione al tipo aegyptiaka (già documentato nel tempio nuragico di Nurdole di Orani e a Sant’Imbenia di Alghero). Inoltre, un pendaglio di bronzo della dea Tanit portato nel santuario in un periodo più antico rispetto all’epoca cartaginese in Sardegna, dal momento che i materiali più recenti del ripostiglio si datano all’VIII-VII a.C.


Si può affermare che l’aspetto più significativo del sito è dato dalle attività metallurgiche finalizzate alla produzione di oggetti votivi, alla portata dei pellegrini che si recavano al santuario, e dalla presenza di officine che producevano strumenti da lavoro e armi. La lavorazione del ferro, richiedeva una notevole abilità tecnica, che gli artigiani nuragici di S’Arcu ‘e is Forros hanno dimostrato di possedere a partire dal IX a.C. realizzando due forni di arrostimento contigui. Un ulteriore ripostiglio, mimetizzato sotto una piccola nicchia, nascosto sotto un cumulo di lastre di scisto e granito, conteneva due bacini in lamina bronzea visibilmente anneriti dal fuoco, con due anse fissate a una placca, e un vaso per vino in bronzo con alto beccuccio (oinochoe), la cui ansa presenta una palmetta alla base. Si tratta di un contenitore di pregevole fattura che potrebbe essere arrivato nel santuario attraverso il mercato etrusco o fenicio. Sotto le brocche stava una navicella di bronzo con protome bovina, scafo a fondo piatto e bordo in rilievo; una doppia verga a sezione circolare converge nell’anello di sospensione sormontato da un volatile. Le pareti interne conservano evidenti tracce di bruciato, che dimostrano la funzione di lucerna della navicella. Il ripostiglio conteneva anche un martello, uno scalpello, un punteruolo, porzioni di scafo di un’altra navicella, misti a frammenti di lance, e di una piccola ascia bipenne. Associato ad altri oggetti di bronzo c’era un massiccio tripode di ferro. Non si conoscono nell’isola confronti con questo tripode, pertanto potrebbe essere stato forgiato dagli artigiani nuragici locali oppure arrivato attraverso il commercio etrusco e levantino. Il contenuto dei tre ripostigli (oltre mezza tonnellata di metalli) pone problemi di classificazione dei materiali, che possono essere stati tesaurizzati in un lungo arco di tempo durante la normale attività di lavorazione nelle officine di S’Arcu ‘e is Forros oppure essere stati nascosti per proteggerli da eventuali saccheggi durante un evento improvviso, non di tipo distruttivo ma che causò il temporaneo abbandono del luogo. In ogni caso la dimensione dell’attività fusoria di S’Arcu ‘e is Forros trova pochi confronti in Sardegna e conferma l’esistenza di un vasto commercio interno dei prodotti della metallurgia nei territori dell’Ogliastra, della Barbagia e del Gerrei.

Si può ipotizzare l’esistenza di uno scalo commerciale nel tratto di costa ogliastrina a ridosso dello stagno di Tortolì, subito prima del lungo tratto di costa che non offre approdi a causa delle alte falesie che le antiche rotte in direzione nord si trovavano ad affrontare per raggiungere gli scali più agevoli nel golfo di Orosei e di Posada. L’esistenza di un porto commerciale a ridosso dello stagno di Tortolì è confermata dai recenti recuperi di anfore fenicie, etrusche e greco italiche e di due coppe ioniche. L’esistenza di un approdo lungo le coste dell’Ogliastra dal XII-X a.C. può giustificare il ritrovamento di abbondanti prodotti ciprioti come lingotti di rame a pelle di bue, tripodi e grandi calderoni, che gli artigiani nuragici cercarono di riprodurre nelle officine fusorie locali. Probabilmente questi manufatti arrivarono in Ogliastra durante le prime occupazioni dei Popoli del mare che sbarcarono lungo le coste centro-orientali dell’isola e ben presto raggiunsero anche i centri più interni, dove si praticava l’arte della metallurgia già dal Bronzo recente. Nello scenario internazionale, la Sardegna era inserita lungo le rotte tra Oriente e Occidente, per la sua posizione strategica nel Mediterraneo, per la ricchezza dei suoi giacimenti minerari e probabilmente anche per il ruolo dominante dell’isola nuragica nella rielaborazione di modelli acquisiti da ambiti culturali diversi nell’arte della metallurgia tra XIII-VI a.C. S’Arcu ‘e is Forros potrebbe rivelarsi il più antico e importante centro dell’isola per la produzione metallurgica, capace di avviare per primo scambi con l’Oriente.

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sabato 22 settembre 2012

Appuntamenti culturali

Appuntamenti culturali.
Ricco programma di eventi nei prossimi giorni.


Si inizia domenica 23 e lunedì 24, mattino e pomeriggio, in Piazza SS Cosimo e Damiano a Sinnai. Archistoria collabora con il Comune di Sinnai e con Komuniga all'organizzazione dell'evento IMPARARTI, una mostra d'arte curata dallo scultore Tore Angioni cui partecipano artisti sardi e rumeni, questi ultimi associati alla casa di cultura Theodorescu-Sion.













Si prosegue in Piemonte, nella Valle di Susa, con la III giornata del patrimonio culturale archeologico intitolata: "LA TRASMISSIONE DEL SAPERE" che si svolgerà Domenica 30 Settembre e Venerdì 5 Ottobre.
Il piano di valorizzazione “Valle di Susa. Tesori di Arte e Cultura Alpina”, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte e del Museo di Antichità Egizie, quest’anno propone tredici siti archeologici su tutto il territorio della Valle e uno nella vicina Savoia saranno aperti e accessibili, con la possibilità di visite guidate gratuite.

Dopo il grande successo di visitatori in occasione delle prime edizioni, l'iniziativa è riproposta quest'anno. Per ognuno dei siti archeologici visitabili sarà creato un collegamento tra la cronologia di riferimento e le abitudini scolastiche ed educative delle varie epoche, grazie anche alla collaborazione e alle iniziative curate dai singoli comuni che ospitano la manifestazione. La Giornata è curata dal piano di valorizzazione territoriale integrata “Valle di Susa. Tesori di Arte e Cultura Alpina”, che dal 2003 opera allo scopo di creare nuove sinergie per la promozione del patrimonio culturale, storico, artistico, naturalistico ed enogastronomico della Valle di Susa.
L'evento si dedica altresì alla formazione di operatori volontari e professionisti che sappiano far conoscere e raccontare le tracce della storia millenaria della Valle di Susa. Fra gli accompagnatori, domenica 30 settembre e venerdì 5 ottobre, vi saranno proprio i numerosi volontari che hanno aderito con entusiasmo al corso di formazione sull’archeologia realizzato in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte.
I siti archeologici in Valle di Susa costituiscono una preziosa testimonianza delle diverse epoche storiche, dalla Preistoria alla Romanità fino al Medioevo: un grande tesoro di memoria sul quale si fonda saldamente la vita del territorio e della comunità. Le Giornate di Valorizzazione integrata che vengono proposte intendono focalizzare l’attenzione degli abitanti della Valle e dei visitatori sulle testimonianze archeologiche, alcune delle quali accessibili solo per l’occasione, al fine di conoscerle o riscoprirle.


Inoltre, a rendere ancora più ricca l’offerta culturale di quest’anno, il Musée archéologique di Sollières- Sardières in Savoia, che entra a far parte dei siti archeologici protagonisti dell’iniziativa in virtù del pluriennale rapporto di collaborazione transfrontaliera.
Per l'edizione del 2012 si aggiunge poi la giornata del 5 ottobre, dedicata agli insegnanti e agli allievi della Valle pensata per contribuire a costruire una maggiore consapevolezza del patrimonio culturale ospitato nel loro territorio.
La prima risorsa di una comunità sono i giovani e nella programmazione delle giornate dell’archeologia si vuole dare più spazio a loro, per promuovere un metodo reale di laboratorio partecipato. Si vuole costruire, attraverso i siti culturali, uno spazio di incontro e confronto intergenerazionale, capace di narrare i racconti delle comunità del passato in dialogo con chi avrà il compito di strutturare quelle del futuro, senza nascondere i problemi e le questioni aperte. La scelta è quella di creare un grande album collettivo di comunità, capace di riconoscere anche le immagini ormai sbiadite e sempre aperto all’inserimento di nuovi tasselli.
Saranno aperti gratuitamente al pubblico tutti i luoghi d’arte statali e quelli di Enti e Istituzioni che aderiscono alla manifestazione: siti appartenenti al patrimonio archeologico, artistico, storico, architettonico, archivistico e librario, cinematografico, teatrale, musicale.

venerdì 21 settembre 2012

Viaggio nella Storia - Giara di Siddi


Dopo la lunga pausa estiva, riprendono le attività culturali legate alle escursioni. Domenica 30 Settembre, l'Associazione Tsìppiri organizza un'escursione sulla Giara di Siddi. La giornata sarà dedicata al vino e all'antico culto dei defunti che si celebrava presso i templi denominati Tombe di Giganti.

L'appuntamento per chi parte da Cagliari è al T-Hotel, alle ore 09.30 (si richiede la massima puntualità). Il raduno è previsto alle 10.15 all'ingresso di Lunamatrona.

Ore 10.30 - Visita alla Tomba di Giganti di Lunamatrona.

Ore 11.30 - Convegno sulle libagioni e sul culto dei defunti, presso i vigneti della cantina Lilliu, dove, alle 13.00, nella zona conviviale, un gruppo di "arrostidorisi" preparerà un pranzo tipico sardo (costo 20 Euro). Le pietanze sono rigorosamente locali, selezionate da allevatori e agricoltori della Giara. Il capanno ha 4 tavolate in grado di ospitare 20 persone ciascuna, e domina la Marmilla a 360° con un panorama mozzafiato a 600 metri sul livello del mare.

Pomeriggio:
Ore 16.00 - Dal capanno, il gruppo si muoverà per una passeggiata (1 km) sul pianoro della Giara, con visita guidata alla monumentale Tomba di Giganti Sa Domu 'e S'Orku.

A seguire, verso le ore 18.00, degustazione di vini delle cantine Lilliu e spiegazione della vinificazione.

Partecipazione libera e gratuita, con mezzi propri.

Informazioni al 338.2070515 o inviando una mail a pierlu.mont@libero.it