giovedì 20 settembre 2012
Riflessioni sulla storia dei popoli che frequentavano il Mediterraneo antico.
Riflessioni sulla storia dei popoli che frequentavano il Mediterraneo antico.
di Matteo Riccò.
(Lettura inaugurale congresso SIDILV Parma - 2009)
La storia del continente europeo rappresenta un puzzle che le convenzionali metodiche di indagine archeologica e storica sono difficilmente in grado di risolvere. I primi documenti storici accessibili in nostro possesso risalgono infatti al XIV – XII a.C. : si tratta dei testi palaziali micenei in lineare B, intellegibili in quanto – pur composti in un complesso alfabeto sillabico, decifrato nel corso del XX secolo dall’inglese Michael Ventris, sono espressione della più antica variante del greco antico. Si tratta, tuttavia, di testi molto “poveri”, quantomeno secondo il punto di vista del lettore contemporaneo: comprendono quasi esclusivamente registri annonari, ovvero documentazione amministrativa, in cui solo eccezionalmente compaiono accenni alla realtà storica contemporanea – che, comunque, non va oltre alle specifiche esigenze del palazzo e del suo contado.
Al di là dell’indiscutibile valore storico e documentario, cercare di ricostruire le più antiche vicende europee – o quantomeno dell’area geografica dell’Egeo, tramite questa documentazione è come tentare di immaginare la travagliata storia del XX secolo tramite un registro contabile. Relativamente maggior fortuna si ha non appena varcato l’Egeo: gli archivi di Hattusas, capitale del coevo impero ittita, contengono infatti un certo numero di testi letterari e storici. Ad esempio, la loro scoperta e decifrazione ha permesso di scoprire come il leggendario Ramesses II avesse clamorosamente “gonfiato” tramite una propaganda pubblicitaria degna dei nostri tempi gli esiti assai più controversi della battaglia di Qadesh che, combattuta nel XII secolo a.C. fra forze ittite ed egiziane per il controllo della Siria, fu dal grande faraone spacciata come una clamorosa vittoria sul nemico asiatico. O come Esiodo, uno dei più grandi poeti dell’arcaismo greco, avesse risentito, nella composizione delle sue opere pervenuteci (“Le Opere e i Giorni” e la “Teogonia”) dell’impronta culturale ittita, sopravvissuta al crollo dell’impero nel corso del XII secolo a.C.
Per chi si interessa della storia europea, in ogni caso, l’utilità di tale documentazione è comunque solo parziale. Nonostante una certa storiografia abbia interpretato l’impero ittita come prima espressione di una potenza “europea”, per collocazione geografica (la penisola anatolica) e per interessi politici e commerciali, esso appartiene indiscutibilmente all’area medio-orientale, da cui – all’atto pratico, si distingue quasi esclusivamente per ragioni etnico-linguistiche. Gli Ittiti sono infatti la prima popolazione indoeuropea (o supposta tale) a comparire nelle vicende storiche mediorientali sotto forma di uno stato centralizzato e ben organizzato: la prima storiografia del ‘900 (soprattutto di area tedesca), spinta da una propaganda di stato volta ad identificare affinità culturali fra mondo ittita e mondo germanico, funzionale al crescere degli interessi tedeschi in area mediorientale, esaltò la cultura ittita come primordio della cultura europea, ravvisando in essa aspetti che in realtà non esistevano.
A testimoniare il fatto che le attenzioni ittite fossero rivolte ad oriente piuttosto che all’occidente (prefigurando la secolare ambiguità di tutte le entità statuali che andranno ad occupare l’area anatolica), nonostante la grande fioritura micenea e quella ittita siano grossomodo contemporaee, la documentazione di Hattusas riserva accenni del tutto sporadici al mondo egeo ed all’Europa in generale. Affascinante, certo, che in questi archivi si parli di una città occidentale chiamata Wilusa (“pericolosamente” affine al termine Ilio, altro nome di Troia) in guerra con certi Ahhiyawa (Achei?) in documentazioni in cui nomi assai famigliari quali Paride, Alessandro, Achille e così via emergono improvvisi e del tutto inattesi.
Detto ciò, risalire tramite documenti storici al periodo ancora più antico, e sicuramente decisivo nella formazione dell’identità europea – a quelle prime fasi di “storia” europea indissolubilmente intrecciate con la fine della “preistoria” è praticamente impossibile.
Su questa mancanza di documentazione scritta, e sulla carenza dei dati archeologici, la storiografia del primo ‘900 ha ampiamente ricamato: in analogia al citato esempio degli Ittiti come leggendari precursori dell’Impero Germanico, le potenze coloniali europee hanno variamente fatto proprie le diverse civiltà portate alla luce dalla nascente ricerca archeologica, gareggiando nel riconoscere in esse più o meno diretti precursori della propria identità culturale. Basandosi sulla narrazione di Tucidide relativa alla più antica storia greca e su Erodoto, Evans – lo scopritore di Cnossos e del cosiddetto “Palazzo di Re Minosse”, immaginò ad esempio la civiltà minoica come un Impero dei Mari (Talassocrazia) assai più simile all’Impero Britannico di sua Maestà Britannica la Regina Vittoria che al mondo minoico quale noi oggi effettivamente abbiamo imparato a conoscere.
Il passo che separa queste fantasiose ricostruzioni storiche (comunque ancora dotate di una base documentale) alle affermazioni pseudostoriche del nazionalsocialismo (che vedeva nel Volk tedesco l’ultima e più pura espressione di una primitiva civiltà eurasiatica, esistente piuttosto nei racconti di fantascienza che nella realtà storica), è pericolosamente breve.
Non immaginando le drammatiche conseguenze che tale approccio avrebbe prodotto di lì ad alcuni decenni, la storiografia del tardo ‘800 immaginò che l’Europa preistorica fosse stata la culla di una remota cultura megalitica (di cui per altro ancora si trova purtroppo traccia nei moderni libri di storia delle scuole medie e superiori) che, in perfetta analogia alle potenze coloniali europee del tempo, si sarebbe quindi diffusa a tutto il continente eurasiatico “portando civiltà” (per usare le formulazioni care agli scrittori del tempo) ed acquisendo da una regione all’altra caratteristiche specifiche. In altre parole, i dolmen ed i menhir propri dell’area nordica, rappresenterebbero l’improvvisa ed ancora primitiva fioritura di una stessa medesima civiltà che quindi avrebbe partorito il cerchio di pietra di Stonehenge, le grandi fortezze micenee, e persino le Piramidi di Giza! I responsabili di questa fiuritura? Le popolazioni che abbiamo già definito come indoeuropee.
Il gruppo indoeuropeo comprende un vasto spettro di lingue diffusesi nel continente Europeo ed Asiatico in un periodo compreso fra il 2500 a.C. ed il 1200 a.C. Se parlare di lingue indoeuropee (fatte salve alcune critiche isolate) è un fatto assolutamente accettato dalla larga maggioranza dei ricercatori, ammettere che ad una lingua indoeuropea si sia associata una cultura, e soprattutto popoli chiaramente definibili come indoeuropei rappresenta comprensibilmente una tematica tuttora assai spinosa. La scoperta dell’indoeuropeo, inteso come gruppo linguistico da cui molte lingue moderne sarebbero in ultima analisi discese, risale infatti all’epoca romantica (Franz Bopp), in cui l’assioma lingua = popolo era considerato pressoché inattaccabile e la riscoperta dei valori originari del proprio popolo un dovere quasi ineluttabile della ricerca culturale. E quale antichità più remota – e quindi più “nobile” di quella delle più precoci origini? Origini che, per altro, stando alla ricostruzione di Bopp (che per altro noi stessi moderni accettiamo) vedrebbero una sola lingua comune all’origine del Latino, del Greco, di tutte le lingue germaniche, del Persiano, e persino dell’antichissima lingua delle più grandi civiltà indiane – il Sanscrito.
Da qui l’identificazione fra gli indoeuropei ed i cosiddetti popoli megalitici. Identificazione che solo fatti relativamente recenti hanno rimosso: prima di tutto, l’applicazione delle metodiche di datazione (ad esempio, la datazione al radiocarbonio) che permesso di scoprire che le opere attribuite ai “megalitici” fossero in realtà del tutto eterogee dal punto di vista cronologico – comprendendo costruzioni risalenti ad un passato effettivamente remotissimo (fino a 6,000 anni prima di Cristo), ma anche molto più recenti (epoca romana), non essendo quindi omolagabili in quando espressione di una sola civiltà. Secondariamente, proprio la datazione al radiocarbonio (primo apporto della moderna ricerca scientifica a discipline storicamente “letterarie” quali l’archeologia e la storiografia) ha permesso di scoprire che la popolazione dell’Europa da parte delle civiltà responsabili delle opere “megalitiche” sarebbe avvenuta per una serie di ondate diverse, accomunate da un solo carattere: provenire dall’oriente, e di cui l’ondata migratoria indoeuropea sarebbe stata solo l’ultima, in ordine cronologico.
Certamente l’Europa è caratterizzata da siti archeologici molto antichi: sulle rive del Danubio, fra il 7,000 ed il 4,800 a.C. fiorì l’insediamento preistorico di Lepenski Vir, già caratterizzata da un notevole sviluppo culturale (testimoniato dal culto dei morti, espressione di viva attività religiosa), tecnico (come sottolineato dalla strumentazione agricola e progettata per la pesca), sociale (i reperti storici suggeriscono che l’insediamento fosse caratterizzato da un minuto sviluppo sociale) e persino artistico. Considerando l’area anatolica come ultima propaggine orientale dell’Europa, proprio in quest’area si trova la più antica città conosciuta al mondo – il cosiddetto insediamento di Catalhöyük, che all’apice della propria fioritura (fra 6,000 e 8,000) fu popolata da quasi 10000 persone risiedenti in una intricata struttura residenziale in muratura a forma di alveare, arricchita da rappresentazioni pittoriche ed aree cultuali con caratteri di veri e propri templi. Persino nelle estreme propaggini del nord Europa – nelle isole Orcadi, è possibile trovare insediamenti di sorprendente complessità, come quello di Skara Brae, popolato dal 3,100 al 2,500 a.C.
In ogni caso, come emergente da questo rapido excursus e dalla verifica delle date proposte (dal IX millennio di Catalhöyük si passa al IV millennio di Skara Brae) se di diffusione culturale si può parlare attraverso il territorio europeo nel corso della preistoria del continente, questa avvenne sempre, ed invariabilmente, con una sola direzione: da Oriente (cioè dall’Asia e dall’Africa) verso Occidente. Mai il contrario ipotizzato dagli storici inglesi e tedeschi del tardo 1800/primo 1900. Persino la migrazione indoeuropea ebbe origine dall’Asia, e non dall’Europa – che invece fu, al pari dell’India, il sito terminale di una parte di questo evento.
Ciò detto, possiamo ribadire che le modalità di colonizzazione dell’Europa, e soprattutto le vicende che determinarono la conformazione etnografica del continente rimangono confuse, difficilmente districabili dalle più comuni metodiche di indagine archeologica e storiografica prese per se– ovvero, la ricerca sul campo e l’indagine di documentazione, primaria (i.e. documenti coevi del periodo oggetto dell’indagine) o secondaria (e.g. rapporti di storici antichi), di cui l’applicazione delle citate tecniche di datazione rappresenta solo la più moderna estensione.
La ricerca sul campo è infatti compromessa dalla forte antropizzazione del continente europeo e dalla sua peculiare storia di civiltà urbane: quasi tutti i siti preistorici si sono infatti trasformati in insediamenti di varia natura (etruschi, celtici, germanici, e così via), quindi convertite in città romane che, in qualche modo sopravvissute alle alterne vicende del medioevo, sono quindi le nostre città moderne. Per restare alla sola Emilia Romagna: la moderna Bologna è il risultato della trasformazione degli insediamenti villanoviani nell’etrusca Felsinea, quindi conquistata dai Celti e da questi ridisegnata a proprio uso e consumo fino alla conquista romana ed alla nascita di Bonomia, precursore della Bologna medievale (basta passeggiare per il centro storico per scoprire, innestate ed integrate nei palazzi due-trecenteschi colonne di chiara origine romana) e quindi della città rinascimentale, e così via, fino ai giorni nostri. Indagare (ovvero: scavare) in questo contesto è chiaramente difficile, se non impossibile: non è un caso che alcune delle più sorprendenti scoperte archeologiche recenti siano state casuali, e legate ai lavori per opere urbane di tutt’altra destinazione (emblematico il ritrovamento degli archivi micenei di Tebe durante gli scavi per la circonvallazione cittadina). Per quanto riguarda l’aspetto documentario, la risposta è ancora più semplice ed in qualche modo deprimente: la documentazione che a noi interesserebbe avere non esiste. Come detto, l’Europa iniziò a “scrivere” (e soprattutto: a scrivere di ciò che noi potremmo chiamare storia, o comunque impiegare per ricostruire la storia) solo in tempi sorprendentemente recenti. Ovverosia, non prima del VI secolo a.C., ed anche in questo caso gli acconti storici presentano ampi varchi. Chi dell’Europa poteva scrivere (riprendiamo l’esempio degli Ittiti) semplicemente non aveva motivo per farlo.
Per meglio capire cosa si intenda, basterà una banale riflessione terminologica. Premesso che il termine Europa sia di etimologia tutt’altro che certa, l’interpretazione più moderna lo vede come derivato di una radice semitica (per l’esattezza, accadica): “erebu”, ovvero “tramonto / terra del tramonto” (i.e. “occidente”) da cui il termine omerico “Erebo”. Nel mondo di Omero, l’Erebo (che geograficamente corrisponderebbe al moderno Portogallo) è la terra dei morti. Un luogo in cui i vivi non possono accedere se non in particolarissime condizioni. Avvicinandoci alla nostra specifica realtà, ricordiamo come il più antico nome di Italia (che a sua volta deriverebbe dall’osco Viteliù, ovvero “terra dei vitelli”) sarebbe Esperia (“terra della sera”) – ugualmente associato ad un mondo fantastico. In altre parole: l’Occidente rappresentò a lungo e fino a tempi relativamente prossimi un vero e proprio enigma. Una frontiera nella quale confinare mostri (da Gerione a Scilla e Cariddi) o l’accesso al mondo sotterraneo, ovvero popolata da genti primitivi che, per usare i termini omerici, non sanno distinguere un remo da falce, o sottoposte a misteriose ed incomprensibili divinità – i cosiddetti Iperborei (coloro che vivono sopra il soffiare di Borea, uno dei 4 venti antichi).
Per cercare di superare la barriera rappresentata dalla carenza di fonti storiche dirette, la moderna ricerca può tuttavia avvalersi di strumenti di pari validità scientifica, quali l’indagine linguistica e mitografica e, aspetto subentrato solo nel corso degli ultimi 20 anni, le più avanzate pratiche laboratoristiche – fra le quali, la ricerca genetica.
L’uso dei miti antichi come fonte informativa è in realtà una procedura molto antica: anticamente – quantomeno, fino agli albori della civiltà giudaico cristiana, e quindi per larghi tratti del medioevo, eventi propri del mito erano considerati come storici. Nessun ateniese di età classica avrebbe mai dubitato della realtà storica dei personaggi omerici: non lo fa Tucidide,
ad esempio, che nel “prologo” alla Guerra del Peloponneso parte proprio da fatti narrati nell’Iliade e nell’Odissea e critica l’operato di Menelao ed Agamennone come avrebbe fatto con un generale del suo tempo. Ovviamente, il nostro approccio ai racconti mitici e leggendari non è più quello di una diretta ed acritica accettazione: complice la moderna scuola interpretativa, incarnata ad esempio da Dumezil ed Eliade, l’attenzione della ricerca è ora rivolto – più ancora che al mito in se, al confronto, ovverosia alla comparazione con altri repertori mitici, ed all’analisi della sua forma. Scopo di questo confronto è di riconoscere affinità, strutturali o tematiche, e/o le eventuali divergenze. Questi dati, interlacciati con le informazioni provenienti dalle più convenzionali metodiche di indagine, permettono di ricostruire un’immagine più complessa ed articolata – non priva, tuttavia, di numerosi e critici caveat.
Un esempio piuttosto semplice delle conseguenze di questa modalità di approccio alla tematica storica ci viene offerto dall’analisi del mito della creazione greco, narrato da Esiodo. Esso ci narra di tre generazioni divine, in cui da entità confuse e dai caratteri del tutto animistici (Urano, il cielo e Gea, la madre terra) si passa quindi a divinità sempre più antropomorfe (Crono e Rea), fino a diventare in un certo senso “più umane degli stessi uomini” (Zeus e Hera), in cui il passaggio da una generazione all’altra è segnata da conflitti e faide del tutto simili a quelle che un antico greco poteva riconoscere fra le grandi famiglie nobiliari del suo tempo. Sulla base della successione di tre generazioni divine, è stato ipotizzato che anche la Grecia antica avesse conosciuto tre colonizzazioni successive: un modello apparentemente appropriato in cui, da divinità molto primitive legate a fenomeni atmosferici (la prima generazione divina), attribuite alla primitiva popolazione ellenica – i cosiddetti pelasgi, termine già impiegato da Tucidide e Plutarco, si sarebbe passati al panteon classico a seguito delle progressive invasioni di popoli (e quindi di cultura: e quindi di dèi) indoeuropei sempre meglio delineati. Zeus, inteso come Dio del Fulmine e leader della compagine divina è infatti una “vecchia conoscenza” per chi si dedica alla mitologia comparata, e del resto già gli antichi (da Erodoto a Tucidide, passando per Cesare e Tacito) procedevano ad una pressoché automatica identificazione di tale divinità con i vari Odino/Wotan (il dio supremo germanico), Indra (il dio delle tempeste indiano), e così via. In realtà, la realtà archeologica ha dimostrato inequivocabilmente che gli dèi venerati in epoca micenea, quindi prima dell’ultima grande migrazione in area ellenica (quella dei Dori), già fossero quelli a noi meglio noti tramite i racconti omerici ed esiodei, demolendo quindi questa parte dell’ipotesi iniziale.
D’altra parte, l’avanzamento della ricerca linguistica e proprio la comparazione mitologica hanno suggerito che le suddette generazioni divine siano associate ad una dinamica culturale assai più complessa. La deificazione di Cielo e Terra è un fenomeno diffuso in culture molto diverse, e del tutto prive di contatti e relazione: la loro presenza nel mito delle generazioni divine è probabilmente spia, piuttosto che di uno strato culturale pre-esistente l’arrivo dei greci storici nell’area ellenica, di uno strato culturale preistorico di questi ultimi. E’ invece il secondo strato, quello della generazione di Crono e Rea, a rappresentare un possibile lascito delle popolazioni pre-elleniche e della loro cultura. Prima di tutto, la funzione narrativa esercitata da Crono non è reperibile in analoghi miti della creazione, o comunque non con le caratteristiche proprie del mito greco. La ricerca linguistica ha dimostrato che il nome Crono sia di origine pre- ellenica, derivando da un radicale comune al termine “falce”, ed in particolare “falce di luna”. Crono, che nella tradizione romana viene identificata con la divinità delle messi (Saturno) sarebbe dunque un’antica divinità implicata sia con i raccolti che con i cicli stagionali, esattamente come la divinità latina (per di più corradicalica) Cerere. Poiché i reperti archeologici ed un controverso passo di Erodoto suggeriscono che il culto
delle popolazioni greche più antiche fosse associato a divinità del mondo sotterraneo e dei raccolti (Crono è anche custode del Tartaro, il mondo sotterraneo, prima che il figlio Hades lo rimpiazzi alla fine dell’ultima ribellione divina), è quindi Crono la divinità più propriamente indicata. Esiste inoltre buona evidenza che divinità mediterranee del raccolto e delle messi (come il semitico El) siano strettamente correlate a tale figura.
È a questo punto che entra in gioco la moderna ricerca laboratoristica, ed in particolare l’indagine genetica. Se alla comparsa di una determinata cultura (e quindi di una determinata lingua, dei miti fondatori, di una religione, e così via) si associa infatti il movimento fisico di esseri umani, questo si associa alla comparsa od alla scomparsa del relativo patrimonio genetico.
La ricerca scientifica ha sfruttato varie possibili modalità di indagine genetica rispetto alle popolazioni umane. Le più classiche strategie hanno riguardato la determinazione delle frequenza dei gruppi sanguigni umani, così come del fenotipo Rh-. L’epocale ricerca di Cavalli Sforza ha, per esempio, sottolineato come particolari popolazioni europee siano caratterizzate una prevalenza estremamente elevata del suddetto fenotipo. Poiché questo appare più frequente in area mediterranea, ed in regioni storicamente caratterizzate da culture sostanzialmente slegate dalla “koiné mediterranea” tanto cara alla cultura classica – come l’area pirenaica ed i paesi baschi, l’area anatolica e, in misura minore, la Toscana, esso è stato considerato un classico marcatore dei popoli europei più antichi. In realtà, i gruppi sanguigni rappresentano solo una, e forse la più rozza, delle strategie di indagine applicabili e che possono riguardare la ricerca di specifiche mutazioni di determinati geni, la cui particolare prevalenza in una data popolazione può essere considerata conseguenza del più classico effetto fondatore. Un esempio molto noto è quello di HFE, il gene implicato in una specifica variante dell’emocromatosi idiopatica: la mutazione, originata in epoca storica in area scandinava, ha quindi seguito le migrazioni del clan ancestrale, diffondendosi nell’Inghilterra Orientale ed in Scozia, in Francia settentrionale, ed in alcune zone dell’Italia meridionale. Un altro esempio è quello della cosiddetto sickle cell disease (anemia a cellule falciformi): una mutazione di singolo nucleotide determina in tale patologia la formazione di emazie deformi (da cui il nome), che però in condizione di eterozigosi garantiscono un vantaggio selettivo nei confronti dell’infestazione da P falciparum, l’agente eziologico della malaria. Per quanto essa sia comparsa in varie popolazioni, in tempi ed in modi diversi, nell’area mediterranea essa raggiunge i massimi livelli di prevalenza in aree oggetto della colonizzazione fenicia a partire dal XII secolo a.C. - quindi Africa settentrionale, Italia meridionale ed insulare. Anche mutazioni assai più frequenti a livello di popolazione si sono rivelate marcatori di antichi eventi migratori: è il caso della celebre mutazione DF508 del gene dei canali del sodio, riscontrato in corso di fibrosi cistica. Il gene mutato è presente in condizione di eterozigosi con prevalenza media di 1/50 nella popolazione europea (da cui la prevalenza di 1/2500), di cui è del tutto esclusivo. In altre parole, il gene della fibrosi cistica può essere considerato un marcatore delle migrazioni dei più antichi popoli europei, ed in particolare proprio della migrazione indoeuropea.
Tornando all’esempio dell’antico mondo ellenico, ricerche condotte sul fenotipo HLA hanno rilevato come la moderna popolazione greca sia il risultato della progressiva stratificazione di pool genetici: in molti casi, essi sono stati agevolmente identificati in base ai dati storici (è il caso di geni associati a popolazioni turche), ma un’ampia base genetica, comune con popolazioni dell’area mediterranea, può essere spiegata come lascito delle più remote popolazioni agricole dell’area ellenica, sulle quali le successive migrazioni indoeuropee sarebbero andate a sovrapporsi.
Questa vicenda di sovrapposizioni, suggerita dai reperti archeologici è dunque confermata dalla ricerca genetica, che tuttavia non è in grado di determinare con certezza il periodo storico in cui l’evento avrebbe avuto luogo – il che rende dunque essenziale il costante incrocio delle diverse fonti informative. Sebbene sia stato osservato che tali frequenze geniche proprie dell’area ellenica potrebbero trovare una spiegazione in eventi storici medievali (le invasioni araba, slava, avara e turca), è pur vero che la ricerca linguistica ha chiaramente dimostrato che in quasi la metà del vocabolario di base del greco antico non sia effettivamente ricostruibile una radice indoeuropea. Questo può essere solo parzialmente spiegato nell’ambito di potenziali prestiti linguistici, in particolare con l’area del vicino oriente. Ancora una volta, l’archeologia ci dice che, quantomeno fino alla nascita delle grandi potenze imperiali assira e persiana, la Grecia continentale guardasse più ad oriente che ad occidente – e con gli scambi culturali arrivano stilemi artistici, e soprattutto terminologie e nuove parole che vanno ad arricchire il vocabolario di un popolo, affiancandosi o sostituendo termini preesistenti.
La ricerca linguistica, condotta sui più antichi testi greci a nostra disposizione, dimostra che buona parte di queste parole siano state importate nel vocabolario comune del mondo greco assai prima che questi scambi si installassero in modo stabile. Da rilevare che questo vocabolario presenta particolarità specifiche a livello di significato e di significante (ovvero di aspetto fonetico): quasi tutti i nomi della flora e della fauna propria dell’area mediterranea presentano fatti e fenomeni linguistici che possono essere spiegati solo come esito di importazione da un sostrato linguistico preesistente, con caratteristiche fonetiche, per altro, del tutto diverse dal mondo semitico ed anatolico. Un sostrato, per di più, comune a buona parte delle culture di derivazione più o meno diretta dal mondo indoeuropeo ed installatesi nell’area mediterranea. L’esempio più celebre è rappresentato dal termine “rodon”, “rosa” in latino in cui si rileva una particolare alternanza consonantica fra s/d, analoga a quella riscontrabile nel nome dell’eroe omerico meno “indoeuropeo” che si possa immaginare – Ulisse (Odusseus/Ulixes) o nel termine per “lacrima” (dacruma/lacruma). Una regola molto semplice della linguistica, teorizzata da DeSaussurre nel corso del secolo scorso, è che suoni “instabili” (l’instabilità è determinata dalla necessità di articolare in modo particolarmente complesso l’azione degli organi fonatori) evolvano per semplificazione verso suoni più “stabili” (e quindi più semplici da articolare). In altre parole, per giustificare questa particolare alternanza fonetica, è stato ipotizzato che quel pool terminologico deriverebbe da una o più lingue (oggi perdute) caratterizzate da suoni complessi, estranei alla fonetica indoeuropea, ed acquisiti dalle lingue indoeuropee a prezzo di semplificazione dei suoni complessi, con modalità diverse da una lingua all’altra.
A questo strato remotissimo è stato dato il nome di “mediterraneo” o “pelasgico” (sempre dal nome delle più antiche popolazioni che, stando agli antichi greci, avrebbero popolato l’area mediterranea). Chi fossero queste popolazioni è tutt’altro che chiaro. Ancora una volta, l’indagine genetica suggerisce che si tratterebbe di popoli emigrati dal continente africano – o forse dall’area asiatica, al termine dell’ultima glaciazione e che avrebbero uniformemente popolato l’area europea fino all’arrivo delle popolazioni indoeuropee. Questa ricostruzione viene confermata dall’indagine sui geni del grano e dei principali cereali coltivati in area europea, sia in epoca storica, che contemporanea, che rinvenuti in reperti archeologici. Ancora una volta, la ricerca genetica conferma le ipotesi archeologiche e ribadisce come il flusso informativo – e probabilmente etnico, sia sempre stato verso l’Europa, piuttosto che dall’Europa, proveniente dall’Africa settentrionale e dall’Asia occidentale.
Secondo l’interpretazione classica, i popoli indoeuropei avrebbero esercitato un’inarrestabile forza d’impatto grazie alla
particolare struttura sociale, in cui un sistema di caste (quello indiano di epoca storica sarebbe derivato proprio dall’originaria stratificazione indoeuropea) sosteneva l’esistenza di un classe di guerrieri professionali, cui la disponibilità di armi “hi-tech” (per gli standard preistorici) quali il cavallo, il carro e l’arco da guerra, avrebbero dato un vantaggio sostanzialmente non pareggiabile né dal numero né dalla conoscenza del territorio delle popolazioni stanziali.
La migrazione indoeuropea sarebbe iniziata nel corso del III millennio a.C., originando dall’area del mar Caspio. A suggerire tale areale di origine sono vari fatti, ancora una volta archeologici, mitografici, linguistici e genetici.
Per prima cosa, i dati archeologici dimostrano che a partire dal III millennio a.C. determinate tipologie sepolcrali originarie dell’area suddetta, con presenza di specifiche armi (come appunto l’arco) si diffondono per cerchi concentrici verso oriente e verso occidente. Non va comunque dimenticato che la migrazione della cultura non sia necessariamente associata alla migrazione dei popoli, e che l’adesione ad una cultura non significa necessariamente una sostituzione etnografica (ad esempio: le popolazioni ungheresi sono affini a quelle germaniche e slave, ma parlano una lingua del tutto dissociata da quelle circumvicine; la Persia moderna manifesta una radicale islamizzazione della propria cultura, ma questo non ha significato né l’adozione dell’arabo come lingua né tantomeno la sostituzione dell’etnia persiana) senza contare che non si ha la certezza che questi popoli siano effettivamente identificabili negli indoeuropei.
L’estrema antichità di questa migrazione ha ovviamente impedito la conservazione di reperti storiografici (diversamente dalle migrazioni dei popoli medievali – le invasioni barbariche dei libri di scuola), ma che eventi drammatici abbiano colpito l’Europa preistorica, con un confronto fra popoli nomadi provenienti dall’Asia e popolazioni agricole residenti è suggerito da alcuni reperti archeologici e confermato da una vasta base mitografica.
L’Edda di Snorri (testo redatto nel medioevo, ma contenente accurata descrizione di miti risalenti all’epoca preistorica) ci racconta che gli Asi, divinità provenienti dall’Asia (sic), nelle quali sono facilmente riconoscibili omologi delle divinità olimpiche (ovvero: il panteon di base del mondo indoeuropeo), avrebbero avuto un aspro e sanguinoso conflitto con i primitivi signori del mondo, i Wani (termine corradicalico di Venere), esseri ugualmente divini strettamente associati con la sfera delle fertilità e con i cicli dei campi coltivati e della natura. Non casualmente, i due Wani più importanti sono Freyr e Freya, divinità associate alla sfera sessuale e germinativa (vedasi il latino fruor), ed a tutto l’ambito della magia. Sempre stando al mito nordico, Odino avrebbe acquisito potere dai e sui Wani nel corso della propria ascesa al sommo potere fra gli dèi, probabilmente trasmettendo il ricordo di una prima fase di incontro-scontro con le popolazioni pre-esistenti, e delle prime fasi della fusione dei popoli più antichi e di quelli immigrati (non a caso, la sposa di Odino è Frigg, ugualmente derivante dalla radice di fruor, o addirittura Freya secondo altre versioni).
Cosa abbia determinato l’originaria migrazione indoeuropea è tutt’altro che chiaro. Esiste un resoconto storico di Ammiano Marcellino, quindi di età relativamente recente (IV secolo d.C.), secondo il quale a scatenare le più antiche migrazioni di Celti e Germani sarebbe stata una disastrosa inondazione, il cui ricordo era conservato dalle relative caste sacerdotali.
Poiché il T0 della migrazione indoeuropea corrisponde in modo sorprendente con la forbice temporale per le grandi inondazioni di cui i miti del diluvio mesopotamici (dal diluvio di Utnapishtim a quello biblico) conservano il ricordo, è stato ipotizzato che la scintilla della migrazione indoeuropea possano essere stati sconvolgimenti climatici nell’area compresa fra Mar Nero, Mar Caspio e Mesopotamia settentrionale.
A confermare ulteriormente questa ricostruzione è nuovamente una fonte letteraria, indipendente dal mito del diluvio, avvalorata da dati genetici.
Nel racconto del Ragnarok, la cosiddetta “apocalisse nordica” (o “crepuscolo degli dèi”), pervenutaci in una redazione islandese del X secolo d.C., viene descritto come le divinità sopravvissute alla “resa dei conti” fra le diverse forze della natura e destinate ad aprire un nuovo ciclo temporale, entreranno in possesso delle “tavole del destino”. Un passo piuttosto enigmatico, giacché i suddetti “oggetti” non sono reperibili in nessun altro mito nordico conosciuto. E che trova l’unica, sorprendente, analogia, con la conclusione dell’Enuma Elish, un testo sumero del IV millennio a.C., in cui una guerra fra diverse generazioni di dei – culminante a sua volta in una vera e propria apocalisse, è proprio incentrata sul possesso delle suddette “tavole del destino”. Analogia ancor più sorprendente quando si pensi che i primi versi dell’Enuna Elish (“quando in alto il cielo non c’era...”) echeggiano in modo assai sospetto i primi versi del mito della creazione norreno (“in principio il cielo non c’era...”), sebbene a separare questi versi sia un vero e proprio abisso geografico, culturale e cronologico (quasi quattromila anni).
Certamente, questi riscontri potrebbero essere solo analogie casuali (il risultato, per così dire, di un’evoluzione parallela), ma come si diceva alcuni dati genetici ci portano ad ipotizzare non soltanto che la migrazione indoeuropea abbia avuto inizio nel 2500 a.C. - e quindi nella fascia cronologica sospetta, ma anche con l’epicentro di cui sopra, nelle aree geografiche di cui sopra, interessando nelle sue aree di origine anche l’area nord- mesopotamica. Pertanto, i reperti citati potrebbero essere un vero e proprio “fossile” letterario, determinato dal particolare ambito di riferimento (quello religioso).
La delezione del recettore per le chemochine CCR5 (CCR5- delta 32) è infatti un carattere genetico ampiamente diffuso nelle popolazioni europee, distribuendosi sui due versanti del mar Caspio con andamento sovrapponibile a quello delle due principali branche delle lingue indoeuropee (gruppo occidentale o centum e gruppo orientale o satem, così detti dalla diversa pronuncia del numero 100, a sua volta determinata dal diverso trattamento fonetico del radicale più primitivo), dei gruppi sanguigni, degli ambiti culturali considerati indoeuropei. La suddetta mutazione offre una certa resistenza costitutiva per i suoi portatori nei confronti di alcune infezioni virali, come HIV, e garantirebbe resistenza anche nei confronti di Y pestis, l’agente eziologico della peste bubbonica. I primi studi sull’argomento avevano ipotizzato che CCR5-delta 32 fosse il risultato di una selezione darwiniana subentrata all’epoca della Peste Nera del 1348.
In realtà, la presenza del gene in aree sostanzialmente trascurate dall’epidemia (e quindi non oggetto della suddetta selezione) e piuttosto caratterizzate da un profondo isolamento geografico sin dall’epoca pre-romana (e.g. le isole della Dalmazia), ovvero in aree del tutto ignorate dall’epidemia del 1348 (l’area caucasica e centrasiatica) ha suggerito che la diffusione di tale carattere genetico sia estremamente più remota. Poiché Y pestis è emerso come patogeno in epoca storica, e poiché la forbice ipotizzata vede il fatidico 2500 a.C. dell’originaria radiazione indoeuropea come perno centrale, è ugualmente possibile che la migrazione sia stata avvantaggiata da una maggiore resistenza delle popolazioni migranti nei confronti di questo specifico patogeno – o di patogeni simili, attualmente ignoti ed ugualmente impieganti il CCR5 come recettore di adesione.
I semplici esempi qui proposti dimostrano che le indagini genetiche siano quindi diventate un essenziale strumento di ricerca storiografica, affiancandosi a metodiche più tradizionali, che vanno ad integrare e completare. Con risultati talora sorprendenti. Un caso molto particolare è rappresentato dal secolare problema dell’origine degli etruschi. I cosiddetti Tirreni, o Rasna (nome che essi stessi si davano, a quanto ne sappiamo), fiorirono nella penisola italica nel corso del I millennio a.C., dando vita ad una civiltà del tutto particolare, che ha esercitato estremo fascino sui popoli del mondo antico, e sui moderni. In ragione della capillare diffusione di stilemi artistici di area orientale piuttosto che greca, scrittori antichi ipotizzarono che i Tirreni fossero il risultato di una migrazione preistorica proveniente dall’Anatolia. Questo, quantomeno, il resoconto storico di Erodoto: stando al celebre storico ateniese, l’élite di alcune popolazioni della Lidia (una regione dell’Anatolia meridionale) sarebbe stata spinta all’emigrazione da anni di gravissima carestia, giungendo infine alle coste dell’Italia e lì installandosi, e quindi fondendosi con le popolazioni italiche originarie.
L’evento sarebbe successo tra il XIV ed il XII secolo a.C. - un periodo anche in questo caso molto sospetto, in quanto corrispondente al tracollo della civiltà minoica ed al tracollo delle strutture statuali egizie del tempo. Non abbiamo ovviamente prove che tali eventi siano simultanei ma, poiché si ha buona evidenza che a provocare almeno la fine della potenza minoica sia stata l’esplosione dell’isola di Santorini, con il conseguente tsunami ad investire le coste di tutto il mediterraneo orientale, ipotizzare che effettivamente aree anatoliche siano state ugualmente investite e duramente colpite non è affatto improbabile.
L’archeologia, da cui la sostanziale ribellione di Sabatino Moscati e Massimo Pallottino a quest’interpretazione degli Etruschi come popolo dell’Oriente, non rivela in realtà una radicale cesura fra le civiltà centro-italiche del tempo (ed in particolare, la cosiddetta “cultura villanoviana”) e le prime fasi della cultura cittadina etrusca. Anche i caratteri fortemente orientalizzanti della società etrusca possono essere interpretati nell’ambito della già citata koiné mediterranea: l’analoga orientalizzazione del mondo ellenico coevo ci sfugge solo a causa della sistematica azione distruttiva esercitata dall’età classica ed ellenistica sulle grandi opere urbane e cittadine del mondo greco delle origini, e che invece traspare immediatamente una volta esaminati i reperti del tempo fino a noi sopravvissuti (spesso proprio tramite i monumenti sepolcrali etruschi).
Anche per quanto riguarda gli aspetti più misteriosi della civiltà etrusca – ovverosia la lingua e la religione, non è necessario chiamare in causa un’emigrazione dall’oriente. La lingua etrusca non rappresenta, di per sé, un mistero inestricabile. Semplicemente, ci mancano i testi. Benché il mondo etrusco abbia prodotto una grande mole di prodotti letterari – così di raccontano gli antichi, ed in prima persona nientemeno l’Imperatore Claudio, autore di una Storia Etrusca purtroppo perduta – essi non sono sopravvissuti al II secolo d.C. ed alla sistematica romanizzazione dei popoli dell’area toscana. I nostri tentativi di approcciarci alla lingua estrusca sono limitati dal fatto che i documenti a nostra disposizione sono niente di più che qualche lapide tombale, incisioni su oggetti (vedasi il fegato di Piacenza) e qualche documento di valore legale. L’analisi linguistica ha rivelato come l’Etrusco sia una lingua a carattere agglutinante, come le lingue ungro finniche (ovverosia l’ungherese ed il finlandese, ma anche come il turco, e come molte lingue asiatiche ovviamente non connesse all’evoluzione della società etrusca): è stato ipotizzato che esso sia strettamente imparentato con il basco, il che renderebbe queste due realtà espressione di una civiltà pre-indoeuropea (diciamo pure “mediterranea”) giunta, ad una piena maturazione. Chi sostiene questa ipotesi, sottolinea che gli Etruschi praticassero una religione in cui divinità del mondo sotterraneo rivestissero
un ruolo primario, in sostanziale analogia a quelle popolazioni pre-elleniche di cui Erodoto aveva potuto studiare la lingue e le usanze perché isolate sulle più remote montagne greche. Su quest’ultimo punto va tuttavia sottolineato come le divinità etrusche, piuttosto che ctonie, fossero celesti (in analogia al panteon indoeuropeo), quantomeno nelle prime e più remote fasi, acquisendo caratteri ctoni solo in una seconda e più recente frase.
D’altro canto, tali argomentazioni, anche pienamente accolte, non bastano ad escludere l’ipotesi erodotica. Per prima cosa, popoli dell’Asia minore emigrati in occidente avrebbero potuto importare una cultura mediterranea affine a quella riscontrabile nel territorio di arrivo – evento tanto più probabile se si accetta una certa uniformità delle popolazione e delle culture mediterranee alla vigilia della radiazione indoeuropea (ancora in corso all’epoca della supposta migrazione in occidente delle popolazioni anatoliche). Ed il loro impatto non sarebbe stato necessariamente quello di un’esplosione o di una rivoluzione – ma piuttosto un effetto simile al lievito: l’importazione di tecnologie avanzate provenienti dal più civilizzato oriente, e di nuovi animali avrebbe piuttosto consentito l’accelerazione dell’evoluzione sociale.
Ad avvalorare questa possibilità, la celebre “stele di Lemno”, incisa con caratteri alfabetici molto primitivi, ma molto simili a quelli usati in epoca storica dai popoli etruschi, ed espressione dell’unica lingua a noi nota effettivamente imparentata con l’etrusco. Poiché la posizione della stele sarebbe proprio sulla strada seguita da eventuali emigranti diretti dall’Asia minore all’Occidente, l’idea che essa sia il lascito di questa migrazione è molto suggestiva – sebbene controversa.
In questa situazione confusa, i dati genetici hanno dato una svolta sostanzialmente inaspettata. Per prima cosa, le ricerche di Cavalli Sforza sul DNA mitocondriale hanno sottolineato come la popolazione toscana sia, all’atto pratico, geneticamente più affine ad isolati anatolici (ovvero: a popolazioni che, risiedendo in aree geograficamente delimitate, sarebbero sopravvissute alla robusta iniezione di caratteri genetici nel corso delle travagliate vicende della penisola anatolica) che alle circumvicine popolazioni europee, e non solo.
La ricerca veterinaria ha recentemente dimostrato che alcuni animali da allevamento considerati tipici dell’area toscana (in particolare i buoi di razza chianina) siano direttamente discendenti di un antenato di origine anatolica, ed in questo senso del tutto distinte dalle altre specie bovine allevate in Europa occidentale. Poiché si ha buona evidenza che la razza chianina sia allevata sin dall’epoca Romana, non si può escludere che proprio questi animali siano una prova dell’antica narrazione di Erodoto.
Nelle immagini: una serie di affreschi minoici.
di Matteo Riccò.
(Lettura inaugurale congresso SIDILV Parma - 2009)
La storia del continente europeo rappresenta un puzzle che le convenzionali metodiche di indagine archeologica e storica sono difficilmente in grado di risolvere. I primi documenti storici accessibili in nostro possesso risalgono infatti al XIV – XII a.C. : si tratta dei testi palaziali micenei in lineare B, intellegibili in quanto – pur composti in un complesso alfabeto sillabico, decifrato nel corso del XX secolo dall’inglese Michael Ventris, sono espressione della più antica variante del greco antico. Si tratta, tuttavia, di testi molto “poveri”, quantomeno secondo il punto di vista del lettore contemporaneo: comprendono quasi esclusivamente registri annonari, ovvero documentazione amministrativa, in cui solo eccezionalmente compaiono accenni alla realtà storica contemporanea – che, comunque, non va oltre alle specifiche esigenze del palazzo e del suo contado.
Al di là dell’indiscutibile valore storico e documentario, cercare di ricostruire le più antiche vicende europee – o quantomeno dell’area geografica dell’Egeo, tramite questa documentazione è come tentare di immaginare la travagliata storia del XX secolo tramite un registro contabile. Relativamente maggior fortuna si ha non appena varcato l’Egeo: gli archivi di Hattusas, capitale del coevo impero ittita, contengono infatti un certo numero di testi letterari e storici. Ad esempio, la loro scoperta e decifrazione ha permesso di scoprire come il leggendario Ramesses II avesse clamorosamente “gonfiato” tramite una propaganda pubblicitaria degna dei nostri tempi gli esiti assai più controversi della battaglia di Qadesh che, combattuta nel XII secolo a.C. fra forze ittite ed egiziane per il controllo della Siria, fu dal grande faraone spacciata come una clamorosa vittoria sul nemico asiatico. O come Esiodo, uno dei più grandi poeti dell’arcaismo greco, avesse risentito, nella composizione delle sue opere pervenuteci (“Le Opere e i Giorni” e la “Teogonia”) dell’impronta culturale ittita, sopravvissuta al crollo dell’impero nel corso del XII secolo a.C.
Per chi si interessa della storia europea, in ogni caso, l’utilità di tale documentazione è comunque solo parziale. Nonostante una certa storiografia abbia interpretato l’impero ittita come prima espressione di una potenza “europea”, per collocazione geografica (la penisola anatolica) e per interessi politici e commerciali, esso appartiene indiscutibilmente all’area medio-orientale, da cui – all’atto pratico, si distingue quasi esclusivamente per ragioni etnico-linguistiche. Gli Ittiti sono infatti la prima popolazione indoeuropea (o supposta tale) a comparire nelle vicende storiche mediorientali sotto forma di uno stato centralizzato e ben organizzato: la prima storiografia del ‘900 (soprattutto di area tedesca), spinta da una propaganda di stato volta ad identificare affinità culturali fra mondo ittita e mondo germanico, funzionale al crescere degli interessi tedeschi in area mediorientale, esaltò la cultura ittita come primordio della cultura europea, ravvisando in essa aspetti che in realtà non esistevano.
A testimoniare il fatto che le attenzioni ittite fossero rivolte ad oriente piuttosto che all’occidente (prefigurando la secolare ambiguità di tutte le entità statuali che andranno ad occupare l’area anatolica), nonostante la grande fioritura micenea e quella ittita siano grossomodo contemporaee, la documentazione di Hattusas riserva accenni del tutto sporadici al mondo egeo ed all’Europa in generale. Affascinante, certo, che in questi archivi si parli di una città occidentale chiamata Wilusa (“pericolosamente” affine al termine Ilio, altro nome di Troia) in guerra con certi Ahhiyawa (Achei?) in documentazioni in cui nomi assai famigliari quali Paride, Alessandro, Achille e così via emergono improvvisi e del tutto inattesi.
Detto ciò, risalire tramite documenti storici al periodo ancora più antico, e sicuramente decisivo nella formazione dell’identità europea – a quelle prime fasi di “storia” europea indissolubilmente intrecciate con la fine della “preistoria” è praticamente impossibile.
Su questa mancanza di documentazione scritta, e sulla carenza dei dati archeologici, la storiografia del primo ‘900 ha ampiamente ricamato: in analogia al citato esempio degli Ittiti come leggendari precursori dell’Impero Germanico, le potenze coloniali europee hanno variamente fatto proprie le diverse civiltà portate alla luce dalla nascente ricerca archeologica, gareggiando nel riconoscere in esse più o meno diretti precursori della propria identità culturale. Basandosi sulla narrazione di Tucidide relativa alla più antica storia greca e su Erodoto, Evans – lo scopritore di Cnossos e del cosiddetto “Palazzo di Re Minosse”, immaginò ad esempio la civiltà minoica come un Impero dei Mari (Talassocrazia) assai più simile all’Impero Britannico di sua Maestà Britannica la Regina Vittoria che al mondo minoico quale noi oggi effettivamente abbiamo imparato a conoscere.
Il passo che separa queste fantasiose ricostruzioni storiche (comunque ancora dotate di una base documentale) alle affermazioni pseudostoriche del nazionalsocialismo (che vedeva nel Volk tedesco l’ultima e più pura espressione di una primitiva civiltà eurasiatica, esistente piuttosto nei racconti di fantascienza che nella realtà storica), è pericolosamente breve.
Non immaginando le drammatiche conseguenze che tale approccio avrebbe prodotto di lì ad alcuni decenni, la storiografia del tardo ‘800 immaginò che l’Europa preistorica fosse stata la culla di una remota cultura megalitica (di cui per altro ancora si trova purtroppo traccia nei moderni libri di storia delle scuole medie e superiori) che, in perfetta analogia alle potenze coloniali europee del tempo, si sarebbe quindi diffusa a tutto il continente eurasiatico “portando civiltà” (per usare le formulazioni care agli scrittori del tempo) ed acquisendo da una regione all’altra caratteristiche specifiche. In altre parole, i dolmen ed i menhir propri dell’area nordica, rappresenterebbero l’improvvisa ed ancora primitiva fioritura di una stessa medesima civiltà che quindi avrebbe partorito il cerchio di pietra di Stonehenge, le grandi fortezze micenee, e persino le Piramidi di Giza! I responsabili di questa fiuritura? Le popolazioni che abbiamo già definito come indoeuropee.
Il gruppo indoeuropeo comprende un vasto spettro di lingue diffusesi nel continente Europeo ed Asiatico in un periodo compreso fra il 2500 a.C. ed il 1200 a.C. Se parlare di lingue indoeuropee (fatte salve alcune critiche isolate) è un fatto assolutamente accettato dalla larga maggioranza dei ricercatori, ammettere che ad una lingua indoeuropea si sia associata una cultura, e soprattutto popoli chiaramente definibili come indoeuropei rappresenta comprensibilmente una tematica tuttora assai spinosa. La scoperta dell’indoeuropeo, inteso come gruppo linguistico da cui molte lingue moderne sarebbero in ultima analisi discese, risale infatti all’epoca romantica (Franz Bopp), in cui l’assioma lingua = popolo era considerato pressoché inattaccabile e la riscoperta dei valori originari del proprio popolo un dovere quasi ineluttabile della ricerca culturale. E quale antichità più remota – e quindi più “nobile” di quella delle più precoci origini? Origini che, per altro, stando alla ricostruzione di Bopp (che per altro noi stessi moderni accettiamo) vedrebbero una sola lingua comune all’origine del Latino, del Greco, di tutte le lingue germaniche, del Persiano, e persino dell’antichissima lingua delle più grandi civiltà indiane – il Sanscrito.
Da qui l’identificazione fra gli indoeuropei ed i cosiddetti popoli megalitici. Identificazione che solo fatti relativamente recenti hanno rimosso: prima di tutto, l’applicazione delle metodiche di datazione (ad esempio, la datazione al radiocarbonio) che permesso di scoprire che le opere attribuite ai “megalitici” fossero in realtà del tutto eterogee dal punto di vista cronologico – comprendendo costruzioni risalenti ad un passato effettivamente remotissimo (fino a 6,000 anni prima di Cristo), ma anche molto più recenti (epoca romana), non essendo quindi omolagabili in quando espressione di una sola civiltà. Secondariamente, proprio la datazione al radiocarbonio (primo apporto della moderna ricerca scientifica a discipline storicamente “letterarie” quali l’archeologia e la storiografia) ha permesso di scoprire che la popolazione dell’Europa da parte delle civiltà responsabili delle opere “megalitiche” sarebbe avvenuta per una serie di ondate diverse, accomunate da un solo carattere: provenire dall’oriente, e di cui l’ondata migratoria indoeuropea sarebbe stata solo l’ultima, in ordine cronologico.
Certamente l’Europa è caratterizzata da siti archeologici molto antichi: sulle rive del Danubio, fra il 7,000 ed il 4,800 a.C. fiorì l’insediamento preistorico di Lepenski Vir, già caratterizzata da un notevole sviluppo culturale (testimoniato dal culto dei morti, espressione di viva attività religiosa), tecnico (come sottolineato dalla strumentazione agricola e progettata per la pesca), sociale (i reperti storici suggeriscono che l’insediamento fosse caratterizzato da un minuto sviluppo sociale) e persino artistico. Considerando l’area anatolica come ultima propaggine orientale dell’Europa, proprio in quest’area si trova la più antica città conosciuta al mondo – il cosiddetto insediamento di Catalhöyük, che all’apice della propria fioritura (fra 6,000 e 8,000) fu popolata da quasi 10000 persone risiedenti in una intricata struttura residenziale in muratura a forma di alveare, arricchita da rappresentazioni pittoriche ed aree cultuali con caratteri di veri e propri templi. Persino nelle estreme propaggini del nord Europa – nelle isole Orcadi, è possibile trovare insediamenti di sorprendente complessità, come quello di Skara Brae, popolato dal 3,100 al 2,500 a.C.
In ogni caso, come emergente da questo rapido excursus e dalla verifica delle date proposte (dal IX millennio di Catalhöyük si passa al IV millennio di Skara Brae) se di diffusione culturale si può parlare attraverso il territorio europeo nel corso della preistoria del continente, questa avvenne sempre, ed invariabilmente, con una sola direzione: da Oriente (cioè dall’Asia e dall’Africa) verso Occidente. Mai il contrario ipotizzato dagli storici inglesi e tedeschi del tardo 1800/primo 1900. Persino la migrazione indoeuropea ebbe origine dall’Asia, e non dall’Europa – che invece fu, al pari dell’India, il sito terminale di una parte di questo evento.
Ciò detto, possiamo ribadire che le modalità di colonizzazione dell’Europa, e soprattutto le vicende che determinarono la conformazione etnografica del continente rimangono confuse, difficilmente districabili dalle più comuni metodiche di indagine archeologica e storiografica prese per se– ovvero, la ricerca sul campo e l’indagine di documentazione, primaria (i.e. documenti coevi del periodo oggetto dell’indagine) o secondaria (e.g. rapporti di storici antichi), di cui l’applicazione delle citate tecniche di datazione rappresenta solo la più moderna estensione.
La ricerca sul campo è infatti compromessa dalla forte antropizzazione del continente europeo e dalla sua peculiare storia di civiltà urbane: quasi tutti i siti preistorici si sono infatti trasformati in insediamenti di varia natura (etruschi, celtici, germanici, e così via), quindi convertite in città romane che, in qualche modo sopravvissute alle alterne vicende del medioevo, sono quindi le nostre città moderne. Per restare alla sola Emilia Romagna: la moderna Bologna è il risultato della trasformazione degli insediamenti villanoviani nell’etrusca Felsinea, quindi conquistata dai Celti e da questi ridisegnata a proprio uso e consumo fino alla conquista romana ed alla nascita di Bonomia, precursore della Bologna medievale (basta passeggiare per il centro storico per scoprire, innestate ed integrate nei palazzi due-trecenteschi colonne di chiara origine romana) e quindi della città rinascimentale, e così via, fino ai giorni nostri. Indagare (ovvero: scavare) in questo contesto è chiaramente difficile, se non impossibile: non è un caso che alcune delle più sorprendenti scoperte archeologiche recenti siano state casuali, e legate ai lavori per opere urbane di tutt’altra destinazione (emblematico il ritrovamento degli archivi micenei di Tebe durante gli scavi per la circonvallazione cittadina). Per quanto riguarda l’aspetto documentario, la risposta è ancora più semplice ed in qualche modo deprimente: la documentazione che a noi interesserebbe avere non esiste. Come detto, l’Europa iniziò a “scrivere” (e soprattutto: a scrivere di ciò che noi potremmo chiamare storia, o comunque impiegare per ricostruire la storia) solo in tempi sorprendentemente recenti. Ovverosia, non prima del VI secolo a.C., ed anche in questo caso gli acconti storici presentano ampi varchi. Chi dell’Europa poteva scrivere (riprendiamo l’esempio degli Ittiti) semplicemente non aveva motivo per farlo.
Per meglio capire cosa si intenda, basterà una banale riflessione terminologica. Premesso che il termine Europa sia di etimologia tutt’altro che certa, l’interpretazione più moderna lo vede come derivato di una radice semitica (per l’esattezza, accadica): “erebu”, ovvero “tramonto / terra del tramonto” (i.e. “occidente”) da cui il termine omerico “Erebo”. Nel mondo di Omero, l’Erebo (che geograficamente corrisponderebbe al moderno Portogallo) è la terra dei morti. Un luogo in cui i vivi non possono accedere se non in particolarissime condizioni. Avvicinandoci alla nostra specifica realtà, ricordiamo come il più antico nome di Italia (che a sua volta deriverebbe dall’osco Viteliù, ovvero “terra dei vitelli”) sarebbe Esperia (“terra della sera”) – ugualmente associato ad un mondo fantastico. In altre parole: l’Occidente rappresentò a lungo e fino a tempi relativamente prossimi un vero e proprio enigma. Una frontiera nella quale confinare mostri (da Gerione a Scilla e Cariddi) o l’accesso al mondo sotterraneo, ovvero popolata da genti primitivi che, per usare i termini omerici, non sanno distinguere un remo da falce, o sottoposte a misteriose ed incomprensibili divinità – i cosiddetti Iperborei (coloro che vivono sopra il soffiare di Borea, uno dei 4 venti antichi).
Per cercare di superare la barriera rappresentata dalla carenza di fonti storiche dirette, la moderna ricerca può tuttavia avvalersi di strumenti di pari validità scientifica, quali l’indagine linguistica e mitografica e, aspetto subentrato solo nel corso degli ultimi 20 anni, le più avanzate pratiche laboratoristiche – fra le quali, la ricerca genetica.
L’uso dei miti antichi come fonte informativa è in realtà una procedura molto antica: anticamente – quantomeno, fino agli albori della civiltà giudaico cristiana, e quindi per larghi tratti del medioevo, eventi propri del mito erano considerati come storici. Nessun ateniese di età classica avrebbe mai dubitato della realtà storica dei personaggi omerici: non lo fa Tucidide,
ad esempio, che nel “prologo” alla Guerra del Peloponneso parte proprio da fatti narrati nell’Iliade e nell’Odissea e critica l’operato di Menelao ed Agamennone come avrebbe fatto con un generale del suo tempo. Ovviamente, il nostro approccio ai racconti mitici e leggendari non è più quello di una diretta ed acritica accettazione: complice la moderna scuola interpretativa, incarnata ad esempio da Dumezil ed Eliade, l’attenzione della ricerca è ora rivolto – più ancora che al mito in se, al confronto, ovverosia alla comparazione con altri repertori mitici, ed all’analisi della sua forma. Scopo di questo confronto è di riconoscere affinità, strutturali o tematiche, e/o le eventuali divergenze. Questi dati, interlacciati con le informazioni provenienti dalle più convenzionali metodiche di indagine, permettono di ricostruire un’immagine più complessa ed articolata – non priva, tuttavia, di numerosi e critici caveat.
Un esempio piuttosto semplice delle conseguenze di questa modalità di approccio alla tematica storica ci viene offerto dall’analisi del mito della creazione greco, narrato da Esiodo. Esso ci narra di tre generazioni divine, in cui da entità confuse e dai caratteri del tutto animistici (Urano, il cielo e Gea, la madre terra) si passa quindi a divinità sempre più antropomorfe (Crono e Rea), fino a diventare in un certo senso “più umane degli stessi uomini” (Zeus e Hera), in cui il passaggio da una generazione all’altra è segnata da conflitti e faide del tutto simili a quelle che un antico greco poteva riconoscere fra le grandi famiglie nobiliari del suo tempo. Sulla base della successione di tre generazioni divine, è stato ipotizzato che anche la Grecia antica avesse conosciuto tre colonizzazioni successive: un modello apparentemente appropriato in cui, da divinità molto primitive legate a fenomeni atmosferici (la prima generazione divina), attribuite alla primitiva popolazione ellenica – i cosiddetti pelasgi, termine già impiegato da Tucidide e Plutarco, si sarebbe passati al panteon classico a seguito delle progressive invasioni di popoli (e quindi di cultura: e quindi di dèi) indoeuropei sempre meglio delineati. Zeus, inteso come Dio del Fulmine e leader della compagine divina è infatti una “vecchia conoscenza” per chi si dedica alla mitologia comparata, e del resto già gli antichi (da Erodoto a Tucidide, passando per Cesare e Tacito) procedevano ad una pressoché automatica identificazione di tale divinità con i vari Odino/Wotan (il dio supremo germanico), Indra (il dio delle tempeste indiano), e così via. In realtà, la realtà archeologica ha dimostrato inequivocabilmente che gli dèi venerati in epoca micenea, quindi prima dell’ultima grande migrazione in area ellenica (quella dei Dori), già fossero quelli a noi meglio noti tramite i racconti omerici ed esiodei, demolendo quindi questa parte dell’ipotesi iniziale.
D’altra parte, l’avanzamento della ricerca linguistica e proprio la comparazione mitologica hanno suggerito che le suddette generazioni divine siano associate ad una dinamica culturale assai più complessa. La deificazione di Cielo e Terra è un fenomeno diffuso in culture molto diverse, e del tutto prive di contatti e relazione: la loro presenza nel mito delle generazioni divine è probabilmente spia, piuttosto che di uno strato culturale pre-esistente l’arrivo dei greci storici nell’area ellenica, di uno strato culturale preistorico di questi ultimi. E’ invece il secondo strato, quello della generazione di Crono e Rea, a rappresentare un possibile lascito delle popolazioni pre-elleniche e della loro cultura. Prima di tutto, la funzione narrativa esercitata da Crono non è reperibile in analoghi miti della creazione, o comunque non con le caratteristiche proprie del mito greco. La ricerca linguistica ha dimostrato che il nome Crono sia di origine pre- ellenica, derivando da un radicale comune al termine “falce”, ed in particolare “falce di luna”. Crono, che nella tradizione romana viene identificata con la divinità delle messi (Saturno) sarebbe dunque un’antica divinità implicata sia con i raccolti che con i cicli stagionali, esattamente come la divinità latina (per di più corradicalica) Cerere. Poiché i reperti archeologici ed un controverso passo di Erodoto suggeriscono che il culto
delle popolazioni greche più antiche fosse associato a divinità del mondo sotterraneo e dei raccolti (Crono è anche custode del Tartaro, il mondo sotterraneo, prima che il figlio Hades lo rimpiazzi alla fine dell’ultima ribellione divina), è quindi Crono la divinità più propriamente indicata. Esiste inoltre buona evidenza che divinità mediterranee del raccolto e delle messi (come il semitico El) siano strettamente correlate a tale figura.
È a questo punto che entra in gioco la moderna ricerca laboratoristica, ed in particolare l’indagine genetica. Se alla comparsa di una determinata cultura (e quindi di una determinata lingua, dei miti fondatori, di una religione, e così via) si associa infatti il movimento fisico di esseri umani, questo si associa alla comparsa od alla scomparsa del relativo patrimonio genetico.
La ricerca scientifica ha sfruttato varie possibili modalità di indagine genetica rispetto alle popolazioni umane. Le più classiche strategie hanno riguardato la determinazione delle frequenza dei gruppi sanguigni umani, così come del fenotipo Rh-. L’epocale ricerca di Cavalli Sforza ha, per esempio, sottolineato come particolari popolazioni europee siano caratterizzate una prevalenza estremamente elevata del suddetto fenotipo. Poiché questo appare più frequente in area mediterranea, ed in regioni storicamente caratterizzate da culture sostanzialmente slegate dalla “koiné mediterranea” tanto cara alla cultura classica – come l’area pirenaica ed i paesi baschi, l’area anatolica e, in misura minore, la Toscana, esso è stato considerato un classico marcatore dei popoli europei più antichi. In realtà, i gruppi sanguigni rappresentano solo una, e forse la più rozza, delle strategie di indagine applicabili e che possono riguardare la ricerca di specifiche mutazioni di determinati geni, la cui particolare prevalenza in una data popolazione può essere considerata conseguenza del più classico effetto fondatore. Un esempio molto noto è quello di HFE, il gene implicato in una specifica variante dell’emocromatosi idiopatica: la mutazione, originata in epoca storica in area scandinava, ha quindi seguito le migrazioni del clan ancestrale, diffondendosi nell’Inghilterra Orientale ed in Scozia, in Francia settentrionale, ed in alcune zone dell’Italia meridionale. Un altro esempio è quello della cosiddetto sickle cell disease (anemia a cellule falciformi): una mutazione di singolo nucleotide determina in tale patologia la formazione di emazie deformi (da cui il nome), che però in condizione di eterozigosi garantiscono un vantaggio selettivo nei confronti dell’infestazione da P falciparum, l’agente eziologico della malaria. Per quanto essa sia comparsa in varie popolazioni, in tempi ed in modi diversi, nell’area mediterranea essa raggiunge i massimi livelli di prevalenza in aree oggetto della colonizzazione fenicia a partire dal XII secolo a.C. - quindi Africa settentrionale, Italia meridionale ed insulare. Anche mutazioni assai più frequenti a livello di popolazione si sono rivelate marcatori di antichi eventi migratori: è il caso della celebre mutazione DF508 del gene dei canali del sodio, riscontrato in corso di fibrosi cistica. Il gene mutato è presente in condizione di eterozigosi con prevalenza media di 1/50 nella popolazione europea (da cui la prevalenza di 1/2500), di cui è del tutto esclusivo. In altre parole, il gene della fibrosi cistica può essere considerato un marcatore delle migrazioni dei più antichi popoli europei, ed in particolare proprio della migrazione indoeuropea.
Tornando all’esempio dell’antico mondo ellenico, ricerche condotte sul fenotipo HLA hanno rilevato come la moderna popolazione greca sia il risultato della progressiva stratificazione di pool genetici: in molti casi, essi sono stati agevolmente identificati in base ai dati storici (è il caso di geni associati a popolazioni turche), ma un’ampia base genetica, comune con popolazioni dell’area mediterranea, può essere spiegata come lascito delle più remote popolazioni agricole dell’area ellenica, sulle quali le successive migrazioni indoeuropee sarebbero andate a sovrapporsi.
Questa vicenda di sovrapposizioni, suggerita dai reperti archeologici è dunque confermata dalla ricerca genetica, che tuttavia non è in grado di determinare con certezza il periodo storico in cui l’evento avrebbe avuto luogo – il che rende dunque essenziale il costante incrocio delle diverse fonti informative. Sebbene sia stato osservato che tali frequenze geniche proprie dell’area ellenica potrebbero trovare una spiegazione in eventi storici medievali (le invasioni araba, slava, avara e turca), è pur vero che la ricerca linguistica ha chiaramente dimostrato che in quasi la metà del vocabolario di base del greco antico non sia effettivamente ricostruibile una radice indoeuropea. Questo può essere solo parzialmente spiegato nell’ambito di potenziali prestiti linguistici, in particolare con l’area del vicino oriente. Ancora una volta, l’archeologia ci dice che, quantomeno fino alla nascita delle grandi potenze imperiali assira e persiana, la Grecia continentale guardasse più ad oriente che ad occidente – e con gli scambi culturali arrivano stilemi artistici, e soprattutto terminologie e nuove parole che vanno ad arricchire il vocabolario di un popolo, affiancandosi o sostituendo termini preesistenti.
La ricerca linguistica, condotta sui più antichi testi greci a nostra disposizione, dimostra che buona parte di queste parole siano state importate nel vocabolario comune del mondo greco assai prima che questi scambi si installassero in modo stabile. Da rilevare che questo vocabolario presenta particolarità specifiche a livello di significato e di significante (ovvero di aspetto fonetico): quasi tutti i nomi della flora e della fauna propria dell’area mediterranea presentano fatti e fenomeni linguistici che possono essere spiegati solo come esito di importazione da un sostrato linguistico preesistente, con caratteristiche fonetiche, per altro, del tutto diverse dal mondo semitico ed anatolico. Un sostrato, per di più, comune a buona parte delle culture di derivazione più o meno diretta dal mondo indoeuropeo ed installatesi nell’area mediterranea. L’esempio più celebre è rappresentato dal termine “rodon”, “rosa” in latino in cui si rileva una particolare alternanza consonantica fra s/d, analoga a quella riscontrabile nel nome dell’eroe omerico meno “indoeuropeo” che si possa immaginare – Ulisse (Odusseus/Ulixes) o nel termine per “lacrima” (dacruma/lacruma). Una regola molto semplice della linguistica, teorizzata da DeSaussurre nel corso del secolo scorso, è che suoni “instabili” (l’instabilità è determinata dalla necessità di articolare in modo particolarmente complesso l’azione degli organi fonatori) evolvano per semplificazione verso suoni più “stabili” (e quindi più semplici da articolare). In altre parole, per giustificare questa particolare alternanza fonetica, è stato ipotizzato che quel pool terminologico deriverebbe da una o più lingue (oggi perdute) caratterizzate da suoni complessi, estranei alla fonetica indoeuropea, ed acquisiti dalle lingue indoeuropee a prezzo di semplificazione dei suoni complessi, con modalità diverse da una lingua all’altra.
A questo strato remotissimo è stato dato il nome di “mediterraneo” o “pelasgico” (sempre dal nome delle più antiche popolazioni che, stando agli antichi greci, avrebbero popolato l’area mediterranea). Chi fossero queste popolazioni è tutt’altro che chiaro. Ancora una volta, l’indagine genetica suggerisce che si tratterebbe di popoli emigrati dal continente africano – o forse dall’area asiatica, al termine dell’ultima glaciazione e che avrebbero uniformemente popolato l’area europea fino all’arrivo delle popolazioni indoeuropee. Questa ricostruzione viene confermata dall’indagine sui geni del grano e dei principali cereali coltivati in area europea, sia in epoca storica, che contemporanea, che rinvenuti in reperti archeologici. Ancora una volta, la ricerca genetica conferma le ipotesi archeologiche e ribadisce come il flusso informativo – e probabilmente etnico, sia sempre stato verso l’Europa, piuttosto che dall’Europa, proveniente dall’Africa settentrionale e dall’Asia occidentale.
Secondo l’interpretazione classica, i popoli indoeuropei avrebbero esercitato un’inarrestabile forza d’impatto grazie alla
particolare struttura sociale, in cui un sistema di caste (quello indiano di epoca storica sarebbe derivato proprio dall’originaria stratificazione indoeuropea) sosteneva l’esistenza di un classe di guerrieri professionali, cui la disponibilità di armi “hi-tech” (per gli standard preistorici) quali il cavallo, il carro e l’arco da guerra, avrebbero dato un vantaggio sostanzialmente non pareggiabile né dal numero né dalla conoscenza del territorio delle popolazioni stanziali.
La migrazione indoeuropea sarebbe iniziata nel corso del III millennio a.C., originando dall’area del mar Caspio. A suggerire tale areale di origine sono vari fatti, ancora una volta archeologici, mitografici, linguistici e genetici.
Per prima cosa, i dati archeologici dimostrano che a partire dal III millennio a.C. determinate tipologie sepolcrali originarie dell’area suddetta, con presenza di specifiche armi (come appunto l’arco) si diffondono per cerchi concentrici verso oriente e verso occidente. Non va comunque dimenticato che la migrazione della cultura non sia necessariamente associata alla migrazione dei popoli, e che l’adesione ad una cultura non significa necessariamente una sostituzione etnografica (ad esempio: le popolazioni ungheresi sono affini a quelle germaniche e slave, ma parlano una lingua del tutto dissociata da quelle circumvicine; la Persia moderna manifesta una radicale islamizzazione della propria cultura, ma questo non ha significato né l’adozione dell’arabo come lingua né tantomeno la sostituzione dell’etnia persiana) senza contare che non si ha la certezza che questi popoli siano effettivamente identificabili negli indoeuropei.
L’estrema antichità di questa migrazione ha ovviamente impedito la conservazione di reperti storiografici (diversamente dalle migrazioni dei popoli medievali – le invasioni barbariche dei libri di scuola), ma che eventi drammatici abbiano colpito l’Europa preistorica, con un confronto fra popoli nomadi provenienti dall’Asia e popolazioni agricole residenti è suggerito da alcuni reperti archeologici e confermato da una vasta base mitografica.
L’Edda di Snorri (testo redatto nel medioevo, ma contenente accurata descrizione di miti risalenti all’epoca preistorica) ci racconta che gli Asi, divinità provenienti dall’Asia (sic), nelle quali sono facilmente riconoscibili omologi delle divinità olimpiche (ovvero: il panteon di base del mondo indoeuropeo), avrebbero avuto un aspro e sanguinoso conflitto con i primitivi signori del mondo, i Wani (termine corradicalico di Venere), esseri ugualmente divini strettamente associati con la sfera delle fertilità e con i cicli dei campi coltivati e della natura. Non casualmente, i due Wani più importanti sono Freyr e Freya, divinità associate alla sfera sessuale e germinativa (vedasi il latino fruor), ed a tutto l’ambito della magia. Sempre stando al mito nordico, Odino avrebbe acquisito potere dai e sui Wani nel corso della propria ascesa al sommo potere fra gli dèi, probabilmente trasmettendo il ricordo di una prima fase di incontro-scontro con le popolazioni pre-esistenti, e delle prime fasi della fusione dei popoli più antichi e di quelli immigrati (non a caso, la sposa di Odino è Frigg, ugualmente derivante dalla radice di fruor, o addirittura Freya secondo altre versioni).
Cosa abbia determinato l’originaria migrazione indoeuropea è tutt’altro che chiaro. Esiste un resoconto storico di Ammiano Marcellino, quindi di età relativamente recente (IV secolo d.C.), secondo il quale a scatenare le più antiche migrazioni di Celti e Germani sarebbe stata una disastrosa inondazione, il cui ricordo era conservato dalle relative caste sacerdotali.
Poiché il T0 della migrazione indoeuropea corrisponde in modo sorprendente con la forbice temporale per le grandi inondazioni di cui i miti del diluvio mesopotamici (dal diluvio di Utnapishtim a quello biblico) conservano il ricordo, è stato ipotizzato che la scintilla della migrazione indoeuropea possano essere stati sconvolgimenti climatici nell’area compresa fra Mar Nero, Mar Caspio e Mesopotamia settentrionale.
A confermare ulteriormente questa ricostruzione è nuovamente una fonte letteraria, indipendente dal mito del diluvio, avvalorata da dati genetici.
Nel racconto del Ragnarok, la cosiddetta “apocalisse nordica” (o “crepuscolo degli dèi”), pervenutaci in una redazione islandese del X secolo d.C., viene descritto come le divinità sopravvissute alla “resa dei conti” fra le diverse forze della natura e destinate ad aprire un nuovo ciclo temporale, entreranno in possesso delle “tavole del destino”. Un passo piuttosto enigmatico, giacché i suddetti “oggetti” non sono reperibili in nessun altro mito nordico conosciuto. E che trova l’unica, sorprendente, analogia, con la conclusione dell’Enuma Elish, un testo sumero del IV millennio a.C., in cui una guerra fra diverse generazioni di dei – culminante a sua volta in una vera e propria apocalisse, è proprio incentrata sul possesso delle suddette “tavole del destino”. Analogia ancor più sorprendente quando si pensi che i primi versi dell’Enuna Elish (“quando in alto il cielo non c’era...”) echeggiano in modo assai sospetto i primi versi del mito della creazione norreno (“in principio il cielo non c’era...”), sebbene a separare questi versi sia un vero e proprio abisso geografico, culturale e cronologico (quasi quattromila anni).
Certamente, questi riscontri potrebbero essere solo analogie casuali (il risultato, per così dire, di un’evoluzione parallela), ma come si diceva alcuni dati genetici ci portano ad ipotizzare non soltanto che la migrazione indoeuropea abbia avuto inizio nel 2500 a.C. - e quindi nella fascia cronologica sospetta, ma anche con l’epicentro di cui sopra, nelle aree geografiche di cui sopra, interessando nelle sue aree di origine anche l’area nord- mesopotamica. Pertanto, i reperti citati potrebbero essere un vero e proprio “fossile” letterario, determinato dal particolare ambito di riferimento (quello religioso).
La delezione del recettore per le chemochine CCR5 (CCR5- delta 32) è infatti un carattere genetico ampiamente diffuso nelle popolazioni europee, distribuendosi sui due versanti del mar Caspio con andamento sovrapponibile a quello delle due principali branche delle lingue indoeuropee (gruppo occidentale o centum e gruppo orientale o satem, così detti dalla diversa pronuncia del numero 100, a sua volta determinata dal diverso trattamento fonetico del radicale più primitivo), dei gruppi sanguigni, degli ambiti culturali considerati indoeuropei. La suddetta mutazione offre una certa resistenza costitutiva per i suoi portatori nei confronti di alcune infezioni virali, come HIV, e garantirebbe resistenza anche nei confronti di Y pestis, l’agente eziologico della peste bubbonica. I primi studi sull’argomento avevano ipotizzato che CCR5-delta 32 fosse il risultato di una selezione darwiniana subentrata all’epoca della Peste Nera del 1348.
In realtà, la presenza del gene in aree sostanzialmente trascurate dall’epidemia (e quindi non oggetto della suddetta selezione) e piuttosto caratterizzate da un profondo isolamento geografico sin dall’epoca pre-romana (e.g. le isole della Dalmazia), ovvero in aree del tutto ignorate dall’epidemia del 1348 (l’area caucasica e centrasiatica) ha suggerito che la diffusione di tale carattere genetico sia estremamente più remota. Poiché Y pestis è emerso come patogeno in epoca storica, e poiché la forbice ipotizzata vede il fatidico 2500 a.C. dell’originaria radiazione indoeuropea come perno centrale, è ugualmente possibile che la migrazione sia stata avvantaggiata da una maggiore resistenza delle popolazioni migranti nei confronti di questo specifico patogeno – o di patogeni simili, attualmente ignoti ed ugualmente impieganti il CCR5 come recettore di adesione.
I semplici esempi qui proposti dimostrano che le indagini genetiche siano quindi diventate un essenziale strumento di ricerca storiografica, affiancandosi a metodiche più tradizionali, che vanno ad integrare e completare. Con risultati talora sorprendenti. Un caso molto particolare è rappresentato dal secolare problema dell’origine degli etruschi. I cosiddetti Tirreni, o Rasna (nome che essi stessi si davano, a quanto ne sappiamo), fiorirono nella penisola italica nel corso del I millennio a.C., dando vita ad una civiltà del tutto particolare, che ha esercitato estremo fascino sui popoli del mondo antico, e sui moderni. In ragione della capillare diffusione di stilemi artistici di area orientale piuttosto che greca, scrittori antichi ipotizzarono che i Tirreni fossero il risultato di una migrazione preistorica proveniente dall’Anatolia. Questo, quantomeno, il resoconto storico di Erodoto: stando al celebre storico ateniese, l’élite di alcune popolazioni della Lidia (una regione dell’Anatolia meridionale) sarebbe stata spinta all’emigrazione da anni di gravissima carestia, giungendo infine alle coste dell’Italia e lì installandosi, e quindi fondendosi con le popolazioni italiche originarie.
L’evento sarebbe successo tra il XIV ed il XII secolo a.C. - un periodo anche in questo caso molto sospetto, in quanto corrispondente al tracollo della civiltà minoica ed al tracollo delle strutture statuali egizie del tempo. Non abbiamo ovviamente prove che tali eventi siano simultanei ma, poiché si ha buona evidenza che a provocare almeno la fine della potenza minoica sia stata l’esplosione dell’isola di Santorini, con il conseguente tsunami ad investire le coste di tutto il mediterraneo orientale, ipotizzare che effettivamente aree anatoliche siano state ugualmente investite e duramente colpite non è affatto improbabile.
L’archeologia, da cui la sostanziale ribellione di Sabatino Moscati e Massimo Pallottino a quest’interpretazione degli Etruschi come popolo dell’Oriente, non rivela in realtà una radicale cesura fra le civiltà centro-italiche del tempo (ed in particolare, la cosiddetta “cultura villanoviana”) e le prime fasi della cultura cittadina etrusca. Anche i caratteri fortemente orientalizzanti della società etrusca possono essere interpretati nell’ambito della già citata koiné mediterranea: l’analoga orientalizzazione del mondo ellenico coevo ci sfugge solo a causa della sistematica azione distruttiva esercitata dall’età classica ed ellenistica sulle grandi opere urbane e cittadine del mondo greco delle origini, e che invece traspare immediatamente una volta esaminati i reperti del tempo fino a noi sopravvissuti (spesso proprio tramite i monumenti sepolcrali etruschi).
Anche per quanto riguarda gli aspetti più misteriosi della civiltà etrusca – ovverosia la lingua e la religione, non è necessario chiamare in causa un’emigrazione dall’oriente. La lingua etrusca non rappresenta, di per sé, un mistero inestricabile. Semplicemente, ci mancano i testi. Benché il mondo etrusco abbia prodotto una grande mole di prodotti letterari – così di raccontano gli antichi, ed in prima persona nientemeno l’Imperatore Claudio, autore di una Storia Etrusca purtroppo perduta – essi non sono sopravvissuti al II secolo d.C. ed alla sistematica romanizzazione dei popoli dell’area toscana. I nostri tentativi di approcciarci alla lingua estrusca sono limitati dal fatto che i documenti a nostra disposizione sono niente di più che qualche lapide tombale, incisioni su oggetti (vedasi il fegato di Piacenza) e qualche documento di valore legale. L’analisi linguistica ha rivelato come l’Etrusco sia una lingua a carattere agglutinante, come le lingue ungro finniche (ovverosia l’ungherese ed il finlandese, ma anche come il turco, e come molte lingue asiatiche ovviamente non connesse all’evoluzione della società etrusca): è stato ipotizzato che esso sia strettamente imparentato con il basco, il che renderebbe queste due realtà espressione di una civiltà pre-indoeuropea (diciamo pure “mediterranea”) giunta, ad una piena maturazione. Chi sostiene questa ipotesi, sottolinea che gli Etruschi praticassero una religione in cui divinità del mondo sotterraneo rivestissero
un ruolo primario, in sostanziale analogia a quelle popolazioni pre-elleniche di cui Erodoto aveva potuto studiare la lingue e le usanze perché isolate sulle più remote montagne greche. Su quest’ultimo punto va tuttavia sottolineato come le divinità etrusche, piuttosto che ctonie, fossero celesti (in analogia al panteon indoeuropeo), quantomeno nelle prime e più remote fasi, acquisendo caratteri ctoni solo in una seconda e più recente frase.
D’altro canto, tali argomentazioni, anche pienamente accolte, non bastano ad escludere l’ipotesi erodotica. Per prima cosa, popoli dell’Asia minore emigrati in occidente avrebbero potuto importare una cultura mediterranea affine a quella riscontrabile nel territorio di arrivo – evento tanto più probabile se si accetta una certa uniformità delle popolazione e delle culture mediterranee alla vigilia della radiazione indoeuropea (ancora in corso all’epoca della supposta migrazione in occidente delle popolazioni anatoliche). Ed il loro impatto non sarebbe stato necessariamente quello di un’esplosione o di una rivoluzione – ma piuttosto un effetto simile al lievito: l’importazione di tecnologie avanzate provenienti dal più civilizzato oriente, e di nuovi animali avrebbe piuttosto consentito l’accelerazione dell’evoluzione sociale.
Ad avvalorare questa possibilità, la celebre “stele di Lemno”, incisa con caratteri alfabetici molto primitivi, ma molto simili a quelli usati in epoca storica dai popoli etruschi, ed espressione dell’unica lingua a noi nota effettivamente imparentata con l’etrusco. Poiché la posizione della stele sarebbe proprio sulla strada seguita da eventuali emigranti diretti dall’Asia minore all’Occidente, l’idea che essa sia il lascito di questa migrazione è molto suggestiva – sebbene controversa.
In questa situazione confusa, i dati genetici hanno dato una svolta sostanzialmente inaspettata. Per prima cosa, le ricerche di Cavalli Sforza sul DNA mitocondriale hanno sottolineato come la popolazione toscana sia, all’atto pratico, geneticamente più affine ad isolati anatolici (ovvero: a popolazioni che, risiedendo in aree geograficamente delimitate, sarebbero sopravvissute alla robusta iniezione di caratteri genetici nel corso delle travagliate vicende della penisola anatolica) che alle circumvicine popolazioni europee, e non solo.
La ricerca veterinaria ha recentemente dimostrato che alcuni animali da allevamento considerati tipici dell’area toscana (in particolare i buoi di razza chianina) siano direttamente discendenti di un antenato di origine anatolica, ed in questo senso del tutto distinte dalle altre specie bovine allevate in Europa occidentale. Poiché si ha buona evidenza che la razza chianina sia allevata sin dall’epoca Romana, non si può escludere che proprio questi animali siano una prova dell’antica narrazione di Erodoto.
Nelle immagini: una serie di affreschi minoici.
mercoledì 19 settembre 2012
Il tesoro di El Carambolo, Museo Arqueológico di Siviglia
Il tesoro di El Carambolo, Museo Arqueológico di Siviglia
Il Museo Arqueológico è uno dei gioielli di Siviglia, con la Giralda, la Cattedrale, l'Alcázar e la plaza de España. Conserva i mosaici più preziosi e le statue più colossali di Italica, la cittadina alle porte di Siviglia che diede i natali a Traiano e ad Adriano e che fu il più importante centro della penetrazione romana in quest'area del Guadalquivir. Come mi è già capitato di dire altre volte su Rotta a Sud Ovest, è difficile capire la lucidità e le capacità propagandistiche di Roma in Hispania senza aver visitato questo Museo, le sue statue grandiose e idealizzate di dei e imperatori.
Da qualche settimana c'è una ragione in più per visitare il Museo Arqueológico. Al secondo piano è stata aperta una sala dedicata al tesoro del Carambolo; non si può dire che valga da solo la visita al Museo, perché i mosaici e le statue romane mantengono sempre il loro valore, ma è una delle più belle testimonianze dell'oreficeria che arrivano dall'antichità. Il tesoro del Carambolo sta, inoltre, dividendo gli studiosi: è di origine tartessa, come si interpretò nel 1958, quando fu scoperto, o è di origine fenicia, come sostengono gli studi recenti? O è uno splendido esempio della penetrazione e dell'influenza fenicie nell'artigianato e nella fine oreficerita di Tartessos?
La civiltà tartessa, citata da storici greci e latini, non ha mai dato prove della sua esistenza all'altezza dei racconti favolosi delle fonti classiche. I tartessi vissero nell'area del Guadalquivir che va dall'odierna Siviglia al mare, considerando che all'epoca, siamo alla fine dell'Età del Bronzo, la foce del Guadalquivir formava un ampio golfo su cui si affacciava la stessa Siviglia. Il primo storico a citarli è Erodoto, che parla di questo regno lontano e fantastico, di commercianti e contadini, che aveva come sovrano il ricco e saggio Argantonio. Storici greci e romani tornarono, nei secoli successivi, a citare i Tartessi e il loro mitico regno di ricchezza e saggezza, quasi un'Atlantide poco oltre le Porte di Ercole, facendo riferimento a fonti più antiche, andate perdute; ma sul terreno sono sempre mancate le prove archeologiche. E non si può dire che il basso Guadalquivir, da Siviglia fino alle province di Cadice e Huelva, non sia mai stato studiato. A cercare Tartessos, la favolosa capitale del leggendario regno di Argantonio hanno provato in tanti, tra cui l'archeologo tedesco Adolf Schulten. Ma i ritrovamenti di piccole architetture non erano all'altezza delle aspettative che le fonti storiche avevano creato. Poi.
Il 30 settembre 1958 l'operaio Alonso Hinojos del Pino stava lavorando sul terreno di un'associazione sportiva, Tiro de Pichón, sulla collina di El Carambolo, a 4 km in linea d'aria da Siviglia, nel Comune di Camas, e trovò, casualmente, un braccialetto dorato; al notare che gli mancava una decorazione, aiutato da alcuni colleghi, iniziò a cercarla smuovendo il terreno intorno. Quale sorpresa quando, invece di trovare la decorazione mancante, trovarono un vaso di argilla, contenente molti altri pezzi dorati. Fortunatamente i dirigenti di Tiro de Pichón si rivolsero all'archeologo Juan de Mata Carriazo y Arroquia, uno dei massimi esperti di cultura tartessica. Fu Carriazo a stabilire che il tesoro era formato da 21 oggetti in oro a 24 carati, per un peso totale di 2,950 kg; i gioielli, scrisse, erano "profusamente decorati, con un'arte fastosa e insieme delicata, con una notevole unità di stile e uno stato di conservazione soddisfacente". Fu ancora lui a dare un'origine tartessica al ritrovamento, stabilendo che doveva risalire a un periodo compreso tra l'VIII e il III secolo avanti Cristo.
"A cosa serviva questo tesoro? Chi lo ha utilizzato? Chi poteva permettersi oggetti così costosi? Per molti anni l'idea formulata da Carriazo è stata generalmente accettata: il tesoro sarebbe stato parte dell'abbigliamento di un personaggio di grande importanza, un re, come il mitico Argantonio delle fonti classiche. Questa interpretazione rientrava perfettamente nell'interpretazione di allora del sito in cui fu trovato, come la residenza di un alto dignitario" spiega uno dei cartelloni informativi della sala del Museo Arqueológico in cui si trova il tesoro. Ma gli scavi più recenti hanno permesso di cambiare l'interpretazione della destinazione d'uso dell'edificio. Sin dagli anni 90 si è imposta "una nuova proposta interpretativa, che associa il tesoro con un uso religioso. I recenti scavi nel Carambolo indicano che questo complesso architettonico non era un palazzo, ma un grande santuario dedicato a divinità fenicie. Così, in questa nuova interpretazione, il tesoro viene interpretato come decorazione degli animali destinati al sacrificio e delle vestimenta liturgiche del sacerdote che officiava la cerimonia".
Il santuario era dedicato alla dea Astartè, la dea orientale della fecondità, e ospitava, probabilmente, il culto associato del dio Baal, uno dei principali dell'Olimpo mediorientale. Cambiando la destinazione d'uso, è cambiata anche l'interpretazione del tesoro, non più destinato a un alto dignitario, ma utilizzato come decorazione dei sacerdoti dei culti orientali.
Se fosse vera questa interpretazione, ormai accettata da ricercatori e accademici, la civiltà tartessica tornerebbe a essere una delle leggende lasciateci dall'antichità, enigmatica e favolosa come Atlantide (e non manca chi ha associato Tartessos ad Atlantide).
Il tesoro del Carambolo è da qualche settimane un vero e proprio cult del Museo Arqueológico di Siviglia. Quando si arriva i gentili impiegati della biglietteria non solo si informano sulla nazionalità dei visitatori (per i cittadini della UE il Museo è gratuito), ma informano immediatamente dell'esistenza del Carambolo, e invitano a visitarlo, "al secondo piano, prendendo l'ascensore che c'è all'uscita" e forniscono un depliant informativo.
Si arriva, dunque a questa sala di 230 metri quadrati, dopo essere passati attraverso la preistoria, la colonizzazione romana, l'irrequieta epoca visigota, lo splendore di Al Andalus, e ci si trova immersi nella prima penetrazione orientale in Occidente. Cartelloni e piccole sculture informano sul culto di Astartè in queste terre occidentali, c'è anche un'immagine della dea di ispirazione egizia, che è la più antica trovata in Spagna. Quindi, in una vetrina, i pezzi più preziosi del tesoro di El Carambolo, abilmente illuminati per esaltare al potenza dell'oro puro e del finissimo lavoro degli sconosciuti orefici. A inserire il tesoro nel contesto storico e geografico, anche i reperti trovati a Evora, che ci parlano di questa Hispania leggendaria e ancora tutta da scoprire.
Fonte: www.rottasudovest.typepad.com
Il Museo Arqueológico è uno dei gioielli di Siviglia, con la Giralda, la Cattedrale, l'Alcázar e la plaza de España. Conserva i mosaici più preziosi e le statue più colossali di Italica, la cittadina alle porte di Siviglia che diede i natali a Traiano e ad Adriano e che fu il più importante centro della penetrazione romana in quest'area del Guadalquivir. Come mi è già capitato di dire altre volte su Rotta a Sud Ovest, è difficile capire la lucidità e le capacità propagandistiche di Roma in Hispania senza aver visitato questo Museo, le sue statue grandiose e idealizzate di dei e imperatori.
Da qualche settimana c'è una ragione in più per visitare il Museo Arqueológico. Al secondo piano è stata aperta una sala dedicata al tesoro del Carambolo; non si può dire che valga da solo la visita al Museo, perché i mosaici e le statue romane mantengono sempre il loro valore, ma è una delle più belle testimonianze dell'oreficeria che arrivano dall'antichità. Il tesoro del Carambolo sta, inoltre, dividendo gli studiosi: è di origine tartessa, come si interpretò nel 1958, quando fu scoperto, o è di origine fenicia, come sostengono gli studi recenti? O è uno splendido esempio della penetrazione e dell'influenza fenicie nell'artigianato e nella fine oreficerita di Tartessos?
La civiltà tartessa, citata da storici greci e latini, non ha mai dato prove della sua esistenza all'altezza dei racconti favolosi delle fonti classiche. I tartessi vissero nell'area del Guadalquivir che va dall'odierna Siviglia al mare, considerando che all'epoca, siamo alla fine dell'Età del Bronzo, la foce del Guadalquivir formava un ampio golfo su cui si affacciava la stessa Siviglia. Il primo storico a citarli è Erodoto, che parla di questo regno lontano e fantastico, di commercianti e contadini, che aveva come sovrano il ricco e saggio Argantonio. Storici greci e romani tornarono, nei secoli successivi, a citare i Tartessi e il loro mitico regno di ricchezza e saggezza, quasi un'Atlantide poco oltre le Porte di Ercole, facendo riferimento a fonti più antiche, andate perdute; ma sul terreno sono sempre mancate le prove archeologiche. E non si può dire che il basso Guadalquivir, da Siviglia fino alle province di Cadice e Huelva, non sia mai stato studiato. A cercare Tartessos, la favolosa capitale del leggendario regno di Argantonio hanno provato in tanti, tra cui l'archeologo tedesco Adolf Schulten. Ma i ritrovamenti di piccole architetture non erano all'altezza delle aspettative che le fonti storiche avevano creato. Poi.
Il 30 settembre 1958 l'operaio Alonso Hinojos del Pino stava lavorando sul terreno di un'associazione sportiva, Tiro de Pichón, sulla collina di El Carambolo, a 4 km in linea d'aria da Siviglia, nel Comune di Camas, e trovò, casualmente, un braccialetto dorato; al notare che gli mancava una decorazione, aiutato da alcuni colleghi, iniziò a cercarla smuovendo il terreno intorno. Quale sorpresa quando, invece di trovare la decorazione mancante, trovarono un vaso di argilla, contenente molti altri pezzi dorati. Fortunatamente i dirigenti di Tiro de Pichón si rivolsero all'archeologo Juan de Mata Carriazo y Arroquia, uno dei massimi esperti di cultura tartessica. Fu Carriazo a stabilire che il tesoro era formato da 21 oggetti in oro a 24 carati, per un peso totale di 2,950 kg; i gioielli, scrisse, erano "profusamente decorati, con un'arte fastosa e insieme delicata, con una notevole unità di stile e uno stato di conservazione soddisfacente". Fu ancora lui a dare un'origine tartessica al ritrovamento, stabilendo che doveva risalire a un periodo compreso tra l'VIII e il III secolo avanti Cristo.
"A cosa serviva questo tesoro? Chi lo ha utilizzato? Chi poteva permettersi oggetti così costosi? Per molti anni l'idea formulata da Carriazo è stata generalmente accettata: il tesoro sarebbe stato parte dell'abbigliamento di un personaggio di grande importanza, un re, come il mitico Argantonio delle fonti classiche. Questa interpretazione rientrava perfettamente nell'interpretazione di allora del sito in cui fu trovato, come la residenza di un alto dignitario" spiega uno dei cartelloni informativi della sala del Museo Arqueológico in cui si trova il tesoro. Ma gli scavi più recenti hanno permesso di cambiare l'interpretazione della destinazione d'uso dell'edificio. Sin dagli anni 90 si è imposta "una nuova proposta interpretativa, che associa il tesoro con un uso religioso. I recenti scavi nel Carambolo indicano che questo complesso architettonico non era un palazzo, ma un grande santuario dedicato a divinità fenicie. Così, in questa nuova interpretazione, il tesoro viene interpretato come decorazione degli animali destinati al sacrificio e delle vestimenta liturgiche del sacerdote che officiava la cerimonia".
Il santuario era dedicato alla dea Astartè, la dea orientale della fecondità, e ospitava, probabilmente, il culto associato del dio Baal, uno dei principali dell'Olimpo mediorientale. Cambiando la destinazione d'uso, è cambiata anche l'interpretazione del tesoro, non più destinato a un alto dignitario, ma utilizzato come decorazione dei sacerdoti dei culti orientali.
Se fosse vera questa interpretazione, ormai accettata da ricercatori e accademici, la civiltà tartessica tornerebbe a essere una delle leggende lasciateci dall'antichità, enigmatica e favolosa come Atlantide (e non manca chi ha associato Tartessos ad Atlantide).
Il tesoro del Carambolo è da qualche settimane un vero e proprio cult del Museo Arqueológico di Siviglia. Quando si arriva i gentili impiegati della biglietteria non solo si informano sulla nazionalità dei visitatori (per i cittadini della UE il Museo è gratuito), ma informano immediatamente dell'esistenza del Carambolo, e invitano a visitarlo, "al secondo piano, prendendo l'ascensore che c'è all'uscita" e forniscono un depliant informativo.
Si arriva, dunque a questa sala di 230 metri quadrati, dopo essere passati attraverso la preistoria, la colonizzazione romana, l'irrequieta epoca visigota, lo splendore di Al Andalus, e ci si trova immersi nella prima penetrazione orientale in Occidente. Cartelloni e piccole sculture informano sul culto di Astartè in queste terre occidentali, c'è anche un'immagine della dea di ispirazione egizia, che è la più antica trovata in Spagna. Quindi, in una vetrina, i pezzi più preziosi del tesoro di El Carambolo, abilmente illuminati per esaltare al potenza dell'oro puro e del finissimo lavoro degli sconosciuti orefici. A inserire il tesoro nel contesto storico e geografico, anche i reperti trovati a Evora, che ci parlano di questa Hispania leggendaria e ancora tutta da scoprire.
Fonte: www.rottasudovest.typepad.com
martedì 18 settembre 2012
La culla della civiltà: Göbekli Tepe
Göbekli Tepe: nuove teorie sulla neolitizzazione del vicino Oriente
Con il trascorrere degli anni l’archeologia preistorica risulta essere sempre più affascinante ed intrigante sia per gli studiosi che per gli appassionati del settore.
Dalle scoperte riguardanti le origini dell’uomo, alla sua evoluzione ed al suo successo “tecnologico” su tutti gli altri animali, la preistoria offre scenari sempre più ampi all’osservazione delle fenomenologie che hanno condotto la nostra specie – nel corso di milioni di anni – ad essere egemone.
Tante sono state le scoperte di grande interesse, come quella della più importante rappresentante del genere Australopithecusafarensis rinvenuta nel 1973 da Donald Johanson nella regione dell’Afar in Etiopia e meglio nota come “Lucy”.
La genetica poi, così come la geologia, l’archeozoologia, l’antropologia e tante altre discipline scientifiche hanno ulteriormente aiutato le ricerche sul campo facilitando il lavoro dei ricercatori, e chiarendo – seppur per linee generali – il quadro dello sviluppo evolutivo dell’uomo.
Gli studiosi però, ancora oggi si domandano quando e come si sia potuta verificare quella “innovazione culturale” che ha cambiato lo stile di vita dei nostri antenati cacciatori – raccoglitori, trasformandoli in pastori e coltivatori sedentari.
Vere Gordon Childe (Archeologo Australiano, che lavorò principalmente in Inghilterra) coniò il termine di “rivoluzione neolitica” negli anni venti del secolo scorso, descrivendo questo periodo come la prima grande rivoluzione agricola della storia.
Altri illustri studiosi come Andrew Colin Renfrew poi, supportarono questa tesi e suggerirono una origine Anatolica delle genti Indoeuropee, che una volta adottata l’agricoltura l’avrebbero – in seguito – “diffusa” irradiando più aree geografiche.
Certamente si deve volgere lo sguardo alla Mezzaluna fertile quando si vogliono trovare risposte soddisfacenti a simili quesiti, e gli scavi svolti nel sud della regione Anatolica sembrano proprio avvalorare le ipotesi formulate all’inizio del XX secolo.
Ricordiamo, ad esempio, lo scavo della città neolitica di Çatal Hüyük o ancora quello più recente – svolto e diretto dall’archeologo Klaus Schmidt nel 1994 – nel celebre sito di Göbekli Tepe. L’importanza di quest’ultima area posta al confine con la Siria nell’odierna Turchia sud – orientale, deriva dalla sua “anzianità” (ben oltre gli 11.000 anni) e dalla sua presunta importanza cultuale.
Il sito si presenta ricco di monoliti ben lisciati e scolpiti con bassorilievi, rappresentanti – soprattutto – figure animali.
Questo complesso fu edificato in un epoca in cui il “pacchetto Neolitico” non era ancora stato del tutto adottato dalle popolazioni locali di cacciatori – raccoglitori, e dunque non era possibile servirsi di strumenti in metallo, o di bestie da soma per il trasporto di blocchi di pietra estremamente pesanti (e qui è doveroso ricordare che il lavoro veniva svolto ancora in assenza della ruota) eppure – da come si osserva – le operazioni eseguite sembrerebbero frutto di attività ben definite e specializzate.
A questo punto è doveroso dissolvere qualsiasi nebbia che oscura la giusta via da seguire nella risoluzione di questo quesito.
Sembra assolutamente ovvio – date le testimonianze materiali – che i costruttori di Göbekli Tepe abbiano sfruttato al massimo le loro potenzialità umane e di gruppo, le domande più ovvie da porsi alla luce di questi fatti sono: in che modo, e quando queste popolazioni abbandonano la caccia – raccolta per adottare uno stile di vita sedentario e votato all’agricoltura ed all’allevamento?
Le teorie ad oggi sono ancora tante, alcuni studiosi suggeriscono che al termine dell’ultima glaciazione (quella di Würm terminata 12.000 anni or sono) le popolazioni del vicino Oriente abbiano sfruttato la fertilità del terreno ed i miglioramenti climatici iniziando la semina di cereali e legumi, altri esperti invece, tendono a non sbilanciarsi tanto ed asseriscono che il passaggio da una cultura nomade ad una sedentaria sia stato lento e graduale.
Certo è che l’edificazione di simili strutture ha richiesto la presenza stabile sul posto di personale addetto alla costruzione, che certamente doveva sfamarsi e sfruttare al meglio le risorse del territorio.
Altra cosa importante poi, è che quasi sicuramente l’estrazione, il trasporto, la levigatura, l’incisione ecc, sono più fasi di un lavoro che fanno pensare ad una prima differenziazione dei ruoli.
Questa idea dunque, contrasterebbe – e non poco – con quella che vede le genti di Göbekli Tepe ancora come rozzi cacciatori – raccoglitori incapaci di concepire un primo – e più complesso – assetto sociale.
Inoltre il sito doveva presentarsi come centro di raccolta di “pellegrini” venuti da altre località, e questo ne spiegherebbe la monumentalità e coinciderebbe con la nascita di una prima comunità “complessa”.
L’archeologo Klaus Schmidt nelle ultime pagine del suo libro “Costruirono i primi templi” ipotizza perGöbekli Tepe una funzione simile a quella delle anfizionìe greche, asserendo che il principio di base per una anfizionìa è sempre la condivisione di un tempio comune.
In effetti nelle zone limitrofe sono stati rinvenuti parecchi siti simili a Göbekli Tepe – seppure con dimensioni ridotte – che fanno pensare da una sorta di prima condivisione di attività cultuali.
La collina su cui sorge il sito fu abbandonata nei primi secoli dell’ VIII millennio a.C., quando più a valle la comunità iniziava ad organizzarsi per le attività di coltivazione, che per Klaus Schmidt segnarono la nascita di una élite posta al controllo ed alla gestione del centro di culto.
Certamente questa ipotesi è coraggiosa e necessita di ulteriori riscontri, ma se dovesse essere confermata riaprirà senz’altro il dibattito sul neolitico e le sue origini.
Fonte: Archeorivista
Con il trascorrere degli anni l’archeologia preistorica risulta essere sempre più affascinante ed intrigante sia per gli studiosi che per gli appassionati del settore.
Dalle scoperte riguardanti le origini dell’uomo, alla sua evoluzione ed al suo successo “tecnologico” su tutti gli altri animali, la preistoria offre scenari sempre più ampi all’osservazione delle fenomenologie che hanno condotto la nostra specie – nel corso di milioni di anni – ad essere egemone.
Tante sono state le scoperte di grande interesse, come quella della più importante rappresentante del genere Australopithecusafarensis rinvenuta nel 1973 da Donald Johanson nella regione dell’Afar in Etiopia e meglio nota come “Lucy”.
La genetica poi, così come la geologia, l’archeozoologia, l’antropologia e tante altre discipline scientifiche hanno ulteriormente aiutato le ricerche sul campo facilitando il lavoro dei ricercatori, e chiarendo – seppur per linee generali – il quadro dello sviluppo evolutivo dell’uomo.
Gli studiosi però, ancora oggi si domandano quando e come si sia potuta verificare quella “innovazione culturale” che ha cambiato lo stile di vita dei nostri antenati cacciatori – raccoglitori, trasformandoli in pastori e coltivatori sedentari.
Vere Gordon Childe (Archeologo Australiano, che lavorò principalmente in Inghilterra) coniò il termine di “rivoluzione neolitica” negli anni venti del secolo scorso, descrivendo questo periodo come la prima grande rivoluzione agricola della storia.
Altri illustri studiosi come Andrew Colin Renfrew poi, supportarono questa tesi e suggerirono una origine Anatolica delle genti Indoeuropee, che una volta adottata l’agricoltura l’avrebbero – in seguito – “diffusa” irradiando più aree geografiche.
Certamente si deve volgere lo sguardo alla Mezzaluna fertile quando si vogliono trovare risposte soddisfacenti a simili quesiti, e gli scavi svolti nel sud della regione Anatolica sembrano proprio avvalorare le ipotesi formulate all’inizio del XX secolo.
Ricordiamo, ad esempio, lo scavo della città neolitica di Çatal Hüyük o ancora quello più recente – svolto e diretto dall’archeologo Klaus Schmidt nel 1994 – nel celebre sito di Göbekli Tepe. L’importanza di quest’ultima area posta al confine con la Siria nell’odierna Turchia sud – orientale, deriva dalla sua “anzianità” (ben oltre gli 11.000 anni) e dalla sua presunta importanza cultuale.
Il sito si presenta ricco di monoliti ben lisciati e scolpiti con bassorilievi, rappresentanti – soprattutto – figure animali.
Questo complesso fu edificato in un epoca in cui il “pacchetto Neolitico” non era ancora stato del tutto adottato dalle popolazioni locali di cacciatori – raccoglitori, e dunque non era possibile servirsi di strumenti in metallo, o di bestie da soma per il trasporto di blocchi di pietra estremamente pesanti (e qui è doveroso ricordare che il lavoro veniva svolto ancora in assenza della ruota) eppure – da come si osserva – le operazioni eseguite sembrerebbero frutto di attività ben definite e specializzate.
A questo punto è doveroso dissolvere qualsiasi nebbia che oscura la giusta via da seguire nella risoluzione di questo quesito.
Sembra assolutamente ovvio – date le testimonianze materiali – che i costruttori di Göbekli Tepe abbiano sfruttato al massimo le loro potenzialità umane e di gruppo, le domande più ovvie da porsi alla luce di questi fatti sono: in che modo, e quando queste popolazioni abbandonano la caccia – raccolta per adottare uno stile di vita sedentario e votato all’agricoltura ed all’allevamento?
Le teorie ad oggi sono ancora tante, alcuni studiosi suggeriscono che al termine dell’ultima glaciazione (quella di Würm terminata 12.000 anni or sono) le popolazioni del vicino Oriente abbiano sfruttato la fertilità del terreno ed i miglioramenti climatici iniziando la semina di cereali e legumi, altri esperti invece, tendono a non sbilanciarsi tanto ed asseriscono che il passaggio da una cultura nomade ad una sedentaria sia stato lento e graduale.
Certo è che l’edificazione di simili strutture ha richiesto la presenza stabile sul posto di personale addetto alla costruzione, che certamente doveva sfamarsi e sfruttare al meglio le risorse del territorio.
Altra cosa importante poi, è che quasi sicuramente l’estrazione, il trasporto, la levigatura, l’incisione ecc, sono più fasi di un lavoro che fanno pensare ad una prima differenziazione dei ruoli.
Questa idea dunque, contrasterebbe – e non poco – con quella che vede le genti di Göbekli Tepe ancora come rozzi cacciatori – raccoglitori incapaci di concepire un primo – e più complesso – assetto sociale.
Inoltre il sito doveva presentarsi come centro di raccolta di “pellegrini” venuti da altre località, e questo ne spiegherebbe la monumentalità e coinciderebbe con la nascita di una prima comunità “complessa”.
L’archeologo Klaus Schmidt nelle ultime pagine del suo libro “Costruirono i primi templi” ipotizza perGöbekli Tepe una funzione simile a quella delle anfizionìe greche, asserendo che il principio di base per una anfizionìa è sempre la condivisione di un tempio comune.
In effetti nelle zone limitrofe sono stati rinvenuti parecchi siti simili a Göbekli Tepe – seppure con dimensioni ridotte – che fanno pensare da una sorta di prima condivisione di attività cultuali.
La collina su cui sorge il sito fu abbandonata nei primi secoli dell’ VIII millennio a.C., quando più a valle la comunità iniziava ad organizzarsi per le attività di coltivazione, che per Klaus Schmidt segnarono la nascita di una élite posta al controllo ed alla gestione del centro di culto.
Certamente questa ipotesi è coraggiosa e necessita di ulteriori riscontri, ma se dovesse essere confermata riaprirà senz’altro il dibattito sul neolitico e le sue origini.
Fonte: Archeorivista
lunedì 17 settembre 2012
Nora, individuato un villaggio nuragico sommerso
Nora, individuato un villaggio nuragico sommerso
di Pierluigi Montalbano
Vista l’impossibilità di accedere all’area interessata alla ricerca poiché si tratta di una zona privata attualmente adibita a peschiera, per affrontare una lucida analisi di ciò che appare come un grande villaggio costiero nuragico, poco meno di 10 ettari, sconosciuto agli archeologi, nel lungomare di Nora, nella Sardegna sud-Occidentale, occorre introdurre l’argomento avvalendosi degli studi portati avanti da Marco Rendeli nella costa algherese, per la precisione a Sant’Imbenia, un sito che presenta notevoli somiglianze con ciò che appare dai primi rilievi effettuati da Angelo Murru, autore della scoperta a Nora.
Le riflessioni di Rendeli affrontano un tema non nuovo nel panorama della ricerca archeologica in Sardegna, quello della trasformazione avvenuta nella società isolana tra Bronzo finale e Ferro e delle sue conseguenze. Le ultime stagioni di scavi del villaggio nuragico di Sant’Imbenia, da parte di Marco Rendeli e del suo staff, hanno prodotto una serie di dati importanti che influenzano la lettura e l’interpretazione dei dati di Nora e altri villaggi simili conosciuti in Sardegna, ad esempio Barumini, Serra Orrios, Palmavera e altre realtà nuragiche floride nei secoli immediatamente successivi al X a.C., il periodo caratterizzato dalla miniaturizzazione (bronzetti, navicelle e piccoli nuraghi al centro delle cosiddette capanne delle riunioni) e dall’avvio del nuovo sistema di urbanizzazione dei centri nevralgici dell’economia isolana, fino almeno al VI a.C.
La messa in luce dello spazio collettivo centrale scavato a Sant’Imbenia, calamita attorno a sé una serie di ambienti chiusi e spazi aperti, e appare agli occhi di Rendeli la punta di un iceberg sotto la quale sono da leggere una serie di eventi che potrebbero aver modificato in maniera sostanziale l’organizzazione, i modelli di produzione e, in generale, la società della Sardegna nuragica. Il dato archeologico principale è l’intervento urbanistico che si compie nel villaggio: coinvolge una serie di antiche abitazioni che vengono abbattute, pesantemente modificate o entrano a far parte di strutture edilizie complesse a più vani. In questa fase si passa dalla presenza di un’edilizia di tipo circolare, generalmente monovano, a una complessa nella quale vi sono soluzioni differenti. Alcune parti di antiche abitazioni vengono rimodulate, c’è attenzione alla definizione degli stipiti degli ingressi, si realizzano progetti all’interno dei quali si prevede un’alternanza di vani chiusi e di ambienti aperti. La ragione per quale si modificano in maniera sostanziale gli ambienti, a prescindere da un evento traumatico che si può escludere a priori (incendio, crollo parziale), potrebbe essere stata dettata da ragioni differenti: non appare casuale la comparsa di una capanna particolare (un ripostiglio contenente un tesoretto di panelle di rame e di oggetti in bronzo) con apertura che a oggi rappresenta l’unico accesso diretto, in entrata e in uscita, dello spazio aperto collettivo. Dunque, pur se limitrofa alla piazza, la cosiddetta capanna dei ripostigli acquisisce una ragione d’essere che la rende struttura viva all’interno del nuovo piano urbanistico. Dalla pianta si può comprendere bene come tutto il progetto abbia come punto centrale lo spazio aperto e come il villaggio sia stato pesantemente modificato rispetto alle fasi precedenti. Quel che appare assodato è che l’insediamento copre un’area più ampia rispetto a quella determinata dal raggio definito dalla prima stagione delle ricerche: se il canale intorno all’abitato, scavato per bonificare il terreno sul quale costruire l’insediamento, definisce un limite fisico, la dimensione si aggirerebbe attorno ai 3 ettari.
Il programma urbanistico interessa il settore più vicino al nuraghe nella sua parte rivolta al territorio piuttosto che verso il mare. Si possono trarre una serie di riflessioni su questa trasformazione. La prima riguarda proprio l’aspetto urbanistico del programma: la creazione di quel che appare uno spazio aperto collettivo destinato allo scambio locale e con mercanti approdati nel golfo. Ciò implica un processo di alienazione di spazi precedentemente considerare privati a favore della creazione di un’area collettiva. Questo dato inserisce, all’interno di un villaggio fatto di capanne a più vani, un’area aperta con chiare connotazioni pubbliche, destinata dalla collettività alle attività di scambio e commercio. La seconda implicazione riguarda la realtà economica e sociale del villaggio e del territorio: si può ipotizzare che una presenza continuata di mercanti possa essere stata il detonatore di profondi cambiamenti nella maniera di concepire la produzione all’interno di un’area vasta.
Esso offre risorse che possono essere utili per queste forme di scambio e che rendono appetibile una sosta. La Sardegna era nota da tempo ai mercanti navali, soprattutto per le sue capacità minerarie. I mutamenti occorsi possono essere visibili in almeno due sfere di azione: quello del materiale metallico semilavorato e lavorato, quello della produzione vinicola. Da questo punto di vista si può proporre, nel quadro di relazioni che si sviluppano con altri settori del Mediterraneo, il recupero di documenti rappresentativi di quella sfera del dono che si accompagnava alla transazione commerciale: i bronzetti e gli altri oggetti di pregio rinvenuti nei villaggi. Questi potrebbero essere la testimonianza che i protagonisti dei rapporti con i mercanti provengono dai centri produttivi del territorio, nei quali si attua una forma di redistribuzione degli oggetti scambiati. Anche in altri settori della produzione si notano forme di trasformazione che coinvolgono il centro e il territorio: la produzione vinicola e l’artigianato ceramico a essa connesso. Fortemente interfacciate fra loro, queste due attività offrono un quadro di novità importante: a partire dalla seconda metà del IX a.C. l’attestazione di contenitori da trasporto, riconosciuti con la denominazione di “anfore di Sant’Imbenia”, si riscontri in diverse aree del Mediterraneo centro occidentale. Queste anfore si accompagnano spesso con un contenitore di medio-piccole dimensioni, le brocche askoidi, la cui irradiazione nel Mediterraneo appare al momento anche più ampia. Si può affermare che le due forme possano essere considerate complementari a formare un set del bere di matrice isolana. Brocche askoidi e anfore d’ispirazione levantina sono la spia evidente del mutamento dei tempi soprattutto per quel che riguarda le compagini locali: esse infatti segnano il passaggio a un modo di produzione che, dalla sussistenza, prevede la realizzazione di surplus che serve a soddisfare la domanda dei mercanti. Ciò presuppone anche una specializzazione nella produzione di contenitori ceramici per rispondere a una domanda che impone la creazione di contenitori legati alle eccedenze per soddisfare lo scambio. Il vino sardo, e nel particolare caso di Sant’Imbenia, quello della Nurra meridionale, si attesta nella Spagna meridionale, a Cartagine, in Etruria settentrionale. L’area algherese, con tutte le componenti “politiche” che hanno intrapreso questo percorso di trasformazione, entra appieno in una serie di circuiti commerciali che prendono forma. La componente locale risponde con trasformazioni importanti nei suoi assetti organizzativi, economici e sociali interni a quella società o a quelle comunità, e che coincide con quei fenomeni già descritti da Lilliu come propri dell’aristocrazia e che sottintendevano una complessità organizzativa e sociale. Oggi possiamo aggiungere nuovi tasselli alle realtà isolane: essi rappresentano parti di società complesse, ben strutturate e forti, con un patrimonio simbolico del passato che si riverbera nel presente. Le società della Sardegna, a partire dal Ferro, esprimono una spinta propulsiva al cambiamento e alla trasformazione iniziando una stagione di coscienza delle proprie capacità e della propria forza, del controllo dei mezzi e dei prodotti, della propria capacità di concepire forme di organizzazione più complesse e articolate rispetto al passato.
La questione Nora offre notevoli spunti di riflessione. Gli archeologi che si sono succeduti nelle numerose campagne di scavo, hanno consentito una parziale ricostruzione della storia del sito, ma non hanno ancora messo in luce nella zona un villaggio capace di contenere l’alto numero di abitanti presenti nella zona. Un dato demografico testimoniato dalla notevole e continuativa presenza di manufatti nel corso dei secoli.
Il professor Tronchetti, nella sua Guida di Nora, scrive che sino al 1952 Nora rimase sepolta. Di essa erano visibili solo pochi ruderi monumentali che erano già stati notati 400 anni fa dal Fara, il quale identificò quei resti con l’antica Nora. In seguito abbiamo notizie da viaggiatori dell’800, ad esempio Francesco d’Austria-Este che descrive i resti dell’acquedotto, del teatro, di cui contava nove o dieci filari di gradini, e di ruderi di un edificio termale, che possiamo identificare nelle Terme a mare. Il Barone di Maltzan parla del teatro e di una iscrizione del periodo di Teodosio e Valentiniano che ricorda lavori di restauro all’acquedotto, trovata riadoperata come gradino della chiesetta di S. Efisio, primo segno della spoliazione cui le strutture della città, ormai abbandonate, furono fatte oggetto sino da tempi antichi. Il La Marmora è il primo a fornire notizie concrete, fra cui la prima planimetria del teatro, mentre lo Spano effettuò alcuni saggi di scavo limitati. I primi interventi su larga scala avvennero nel 1889. A seguito di una forte mareggiata che scoprì una parte del tophet , il Vivanet effettuò l’indagine che restituì una serie di urne e stele, in parte trasportate al Museo Archeologico di Cagliari. Una parte delle stele fu invece sepolta nuovamente e fu adoperata abusivamente come materiale da costruzione. I restauri della chiesa di S. Efisio condotti dall’ing. G. Tola hanno permesso di recuperare alcune stele trovate impiegate nella costruzione degli edifici adiacenti la chiesa. Negli anni 1891 e 1892 il Nissardi esplorò accuratamente le necropoli ipogeiche puniche; le tombe a camera restituirono corredi di notevole importanza, conservati nel Museo cagliaritano. Nel 1990, dopo una serie di limitati sondaggi , ha avuto inizio la nuova stagione degli scavi di Nora in un settore della città non toccato da interventi precedenti, individuandolo nell’area compresa tra le Piccole Terme e la recinzione della Marina Militare; l’intervento si è poi allargato al teatro, al Foro, alle pendici del Coltellazzo, con risultati insperati.
Altri limitati saggi di scavo interessarono ambienti di età imperiale e la zona del “tempio di Tanit”, ritrovando sovrastanti pavimenti di epoca repubblicana romana. Nel 1952 la rappresentazione di un dramma dello scrittore Marcello Serra nei ruderi del teatro di Nora, eseguita a cura dell’ESIT, portò a effettuare uno sterro per la posa del palcoscenico, che mise in luce strutture antiche. La scoperta provocò la decisione dell’allora Soprintendente Gennaro Pesce, di iniziare un lavoro sistematico. Ciò avvenne con finanziamenti regionali per un cantiere scuola dove operarono talvolta sino a cinquanta sterratori, guidati da assistenti di scavo e volontari. Lo scavo si protrasse sino al 1960 scoprendo più di tre ettari di rovine. Un’edizione scientifica di questi scavi, dei materiali ritrovati, delle strutture edilizie, delle varie situazioni topografiche e cronologiche della città non è mai stata purtroppo fatta, così che ci mancano tutti i dati stratigrafici dell’area urbana e le conseguenti relazioni fra materiali mobili e strutture. Dal 1960 in poi Nora è stata interessata solo da alcuni saggi alle fortificazioni puniche dell’acropoli, posta sulla Punta di Coltellazzo, da parte di Ferruccio Barreca. Nel 1977 e nel 1982 si sono scavate alcune tombe romane venute fortuitamente alla luce sull’istmo, e, sempre nel 1977, Tronchetti ha proceduto allo scavo integrale delle Terme a mare, effettuando, in seguito, limitate verifiche in alcuni settori della città. Rimane ancora da indagare una parte del centro urbano, sulle pendici orientali del colle del “tempio di Tanit” e più oltre nella zona recintata dalla Marina Militare.
Oggi, con questa scoperta, sarà forse possibile indirizzare una campagna di scavo adeguata all’importanza che il sito riveste nel panorama sardo. Personalmente invito la soprintendenza a prendere atto della segnalazione di Angelo Murru e provvedere ai relativi controlli.
Nelle immagini potrete comparare alcuni villaggi conosciuti con le foto del sito in questione.
La foto lunga con la panoramica della peschiera è di Roberto Serra.
di Pierluigi Montalbano
Vista l’impossibilità di accedere all’area interessata alla ricerca poiché si tratta di una zona privata attualmente adibita a peschiera, per affrontare una lucida analisi di ciò che appare come un grande villaggio costiero nuragico, poco meno di 10 ettari, sconosciuto agli archeologi, nel lungomare di Nora, nella Sardegna sud-Occidentale, occorre introdurre l’argomento avvalendosi degli studi portati avanti da Marco Rendeli nella costa algherese, per la precisione a Sant’Imbenia, un sito che presenta notevoli somiglianze con ciò che appare dai primi rilievi effettuati da Angelo Murru, autore della scoperta a Nora.
Le riflessioni di Rendeli affrontano un tema non nuovo nel panorama della ricerca archeologica in Sardegna, quello della trasformazione avvenuta nella società isolana tra Bronzo finale e Ferro e delle sue conseguenze. Le ultime stagioni di scavi del villaggio nuragico di Sant’Imbenia, da parte di Marco Rendeli e del suo staff, hanno prodotto una serie di dati importanti che influenzano la lettura e l’interpretazione dei dati di Nora e altri villaggi simili conosciuti in Sardegna, ad esempio Barumini, Serra Orrios, Palmavera e altre realtà nuragiche floride nei secoli immediatamente successivi al X a.C., il periodo caratterizzato dalla miniaturizzazione (bronzetti, navicelle e piccoli nuraghi al centro delle cosiddette capanne delle riunioni) e dall’avvio del nuovo sistema di urbanizzazione dei centri nevralgici dell’economia isolana, fino almeno al VI a.C.
La messa in luce dello spazio collettivo centrale scavato a Sant’Imbenia, calamita attorno a sé una serie di ambienti chiusi e spazi aperti, e appare agli occhi di Rendeli la punta di un iceberg sotto la quale sono da leggere una serie di eventi che potrebbero aver modificato in maniera sostanziale l’organizzazione, i modelli di produzione e, in generale, la società della Sardegna nuragica. Il dato archeologico principale è l’intervento urbanistico che si compie nel villaggio: coinvolge una serie di antiche abitazioni che vengono abbattute, pesantemente modificate o entrano a far parte di strutture edilizie complesse a più vani. In questa fase si passa dalla presenza di un’edilizia di tipo circolare, generalmente monovano, a una complessa nella quale vi sono soluzioni differenti. Alcune parti di antiche abitazioni vengono rimodulate, c’è attenzione alla definizione degli stipiti degli ingressi, si realizzano progetti all’interno dei quali si prevede un’alternanza di vani chiusi e di ambienti aperti. La ragione per quale si modificano in maniera sostanziale gli ambienti, a prescindere da un evento traumatico che si può escludere a priori (incendio, crollo parziale), potrebbe essere stata dettata da ragioni differenti: non appare casuale la comparsa di una capanna particolare (un ripostiglio contenente un tesoretto di panelle di rame e di oggetti in bronzo) con apertura che a oggi rappresenta l’unico accesso diretto, in entrata e in uscita, dello spazio aperto collettivo. Dunque, pur se limitrofa alla piazza, la cosiddetta capanna dei ripostigli acquisisce una ragione d’essere che la rende struttura viva all’interno del nuovo piano urbanistico. Dalla pianta si può comprendere bene come tutto il progetto abbia come punto centrale lo spazio aperto e come il villaggio sia stato pesantemente modificato rispetto alle fasi precedenti. Quel che appare assodato è che l’insediamento copre un’area più ampia rispetto a quella determinata dal raggio definito dalla prima stagione delle ricerche: se il canale intorno all’abitato, scavato per bonificare il terreno sul quale costruire l’insediamento, definisce un limite fisico, la dimensione si aggirerebbe attorno ai 3 ettari.
Il programma urbanistico interessa il settore più vicino al nuraghe nella sua parte rivolta al territorio piuttosto che verso il mare. Si possono trarre una serie di riflessioni su questa trasformazione. La prima riguarda proprio l’aspetto urbanistico del programma: la creazione di quel che appare uno spazio aperto collettivo destinato allo scambio locale e con mercanti approdati nel golfo. Ciò implica un processo di alienazione di spazi precedentemente considerare privati a favore della creazione di un’area collettiva. Questo dato inserisce, all’interno di un villaggio fatto di capanne a più vani, un’area aperta con chiare connotazioni pubbliche, destinata dalla collettività alle attività di scambio e commercio. La seconda implicazione riguarda la realtà economica e sociale del villaggio e del territorio: si può ipotizzare che una presenza continuata di mercanti possa essere stata il detonatore di profondi cambiamenti nella maniera di concepire la produzione all’interno di un’area vasta.
Esso offre risorse che possono essere utili per queste forme di scambio e che rendono appetibile una sosta. La Sardegna era nota da tempo ai mercanti navali, soprattutto per le sue capacità minerarie. I mutamenti occorsi possono essere visibili in almeno due sfere di azione: quello del materiale metallico semilavorato e lavorato, quello della produzione vinicola. Da questo punto di vista si può proporre, nel quadro di relazioni che si sviluppano con altri settori del Mediterraneo, il recupero di documenti rappresentativi di quella sfera del dono che si accompagnava alla transazione commerciale: i bronzetti e gli altri oggetti di pregio rinvenuti nei villaggi. Questi potrebbero essere la testimonianza che i protagonisti dei rapporti con i mercanti provengono dai centri produttivi del territorio, nei quali si attua una forma di redistribuzione degli oggetti scambiati. Anche in altri settori della produzione si notano forme di trasformazione che coinvolgono il centro e il territorio: la produzione vinicola e l’artigianato ceramico a essa connesso. Fortemente interfacciate fra loro, queste due attività offrono un quadro di novità importante: a partire dalla seconda metà del IX a.C. l’attestazione di contenitori da trasporto, riconosciuti con la denominazione di “anfore di Sant’Imbenia”, si riscontri in diverse aree del Mediterraneo centro occidentale. Queste anfore si accompagnano spesso con un contenitore di medio-piccole dimensioni, le brocche askoidi, la cui irradiazione nel Mediterraneo appare al momento anche più ampia. Si può affermare che le due forme possano essere considerate complementari a formare un set del bere di matrice isolana. Brocche askoidi e anfore d’ispirazione levantina sono la spia evidente del mutamento dei tempi soprattutto per quel che riguarda le compagini locali: esse infatti segnano il passaggio a un modo di produzione che, dalla sussistenza, prevede la realizzazione di surplus che serve a soddisfare la domanda dei mercanti. Ciò presuppone anche una specializzazione nella produzione di contenitori ceramici per rispondere a una domanda che impone la creazione di contenitori legati alle eccedenze per soddisfare lo scambio. Il vino sardo, e nel particolare caso di Sant’Imbenia, quello della Nurra meridionale, si attesta nella Spagna meridionale, a Cartagine, in Etruria settentrionale. L’area algherese, con tutte le componenti “politiche” che hanno intrapreso questo percorso di trasformazione, entra appieno in una serie di circuiti commerciali che prendono forma. La componente locale risponde con trasformazioni importanti nei suoi assetti organizzativi, economici e sociali interni a quella società o a quelle comunità, e che coincide con quei fenomeni già descritti da Lilliu come propri dell’aristocrazia e che sottintendevano una complessità organizzativa e sociale. Oggi possiamo aggiungere nuovi tasselli alle realtà isolane: essi rappresentano parti di società complesse, ben strutturate e forti, con un patrimonio simbolico del passato che si riverbera nel presente. Le società della Sardegna, a partire dal Ferro, esprimono una spinta propulsiva al cambiamento e alla trasformazione iniziando una stagione di coscienza delle proprie capacità e della propria forza, del controllo dei mezzi e dei prodotti, della propria capacità di concepire forme di organizzazione più complesse e articolate rispetto al passato.
La questione Nora offre notevoli spunti di riflessione. Gli archeologi che si sono succeduti nelle numerose campagne di scavo, hanno consentito una parziale ricostruzione della storia del sito, ma non hanno ancora messo in luce nella zona un villaggio capace di contenere l’alto numero di abitanti presenti nella zona. Un dato demografico testimoniato dalla notevole e continuativa presenza di manufatti nel corso dei secoli.
Il professor Tronchetti, nella sua Guida di Nora, scrive che sino al 1952 Nora rimase sepolta. Di essa erano visibili solo pochi ruderi monumentali che erano già stati notati 400 anni fa dal Fara, il quale identificò quei resti con l’antica Nora. In seguito abbiamo notizie da viaggiatori dell’800, ad esempio Francesco d’Austria-Este che descrive i resti dell’acquedotto, del teatro, di cui contava nove o dieci filari di gradini, e di ruderi di un edificio termale, che possiamo identificare nelle Terme a mare. Il Barone di Maltzan parla del teatro e di una iscrizione del periodo di Teodosio e Valentiniano che ricorda lavori di restauro all’acquedotto, trovata riadoperata come gradino della chiesetta di S. Efisio, primo segno della spoliazione cui le strutture della città, ormai abbandonate, furono fatte oggetto sino da tempi antichi. Il La Marmora è il primo a fornire notizie concrete, fra cui la prima planimetria del teatro, mentre lo Spano effettuò alcuni saggi di scavo limitati. I primi interventi su larga scala avvennero nel 1889. A seguito di una forte mareggiata che scoprì una parte del tophet , il Vivanet effettuò l’indagine che restituì una serie di urne e stele, in parte trasportate al Museo Archeologico di Cagliari. Una parte delle stele fu invece sepolta nuovamente e fu adoperata abusivamente come materiale da costruzione. I restauri della chiesa di S. Efisio condotti dall’ing. G. Tola hanno permesso di recuperare alcune stele trovate impiegate nella costruzione degli edifici adiacenti la chiesa. Negli anni 1891 e 1892 il Nissardi esplorò accuratamente le necropoli ipogeiche puniche; le tombe a camera restituirono corredi di notevole importanza, conservati nel Museo cagliaritano. Nel 1990, dopo una serie di limitati sondaggi , ha avuto inizio la nuova stagione degli scavi di Nora in un settore della città non toccato da interventi precedenti, individuandolo nell’area compresa tra le Piccole Terme e la recinzione della Marina Militare; l’intervento si è poi allargato al teatro, al Foro, alle pendici del Coltellazzo, con risultati insperati.
Altri limitati saggi di scavo interessarono ambienti di età imperiale e la zona del “tempio di Tanit”, ritrovando sovrastanti pavimenti di epoca repubblicana romana. Nel 1952 la rappresentazione di un dramma dello scrittore Marcello Serra nei ruderi del teatro di Nora, eseguita a cura dell’ESIT, portò a effettuare uno sterro per la posa del palcoscenico, che mise in luce strutture antiche. La scoperta provocò la decisione dell’allora Soprintendente Gennaro Pesce, di iniziare un lavoro sistematico. Ciò avvenne con finanziamenti regionali per un cantiere scuola dove operarono talvolta sino a cinquanta sterratori, guidati da assistenti di scavo e volontari. Lo scavo si protrasse sino al 1960 scoprendo più di tre ettari di rovine. Un’edizione scientifica di questi scavi, dei materiali ritrovati, delle strutture edilizie, delle varie situazioni topografiche e cronologiche della città non è mai stata purtroppo fatta, così che ci mancano tutti i dati stratigrafici dell’area urbana e le conseguenti relazioni fra materiali mobili e strutture. Dal 1960 in poi Nora è stata interessata solo da alcuni saggi alle fortificazioni puniche dell’acropoli, posta sulla Punta di Coltellazzo, da parte di Ferruccio Barreca. Nel 1977 e nel 1982 si sono scavate alcune tombe romane venute fortuitamente alla luce sull’istmo, e, sempre nel 1977, Tronchetti ha proceduto allo scavo integrale delle Terme a mare, effettuando, in seguito, limitate verifiche in alcuni settori della città. Rimane ancora da indagare una parte del centro urbano, sulle pendici orientali del colle del “tempio di Tanit” e più oltre nella zona recintata dalla Marina Militare.
Oggi, con questa scoperta, sarà forse possibile indirizzare una campagna di scavo adeguata all’importanza che il sito riveste nel panorama sardo. Personalmente invito la soprintendenza a prendere atto della segnalazione di Angelo Murru e provvedere ai relativi controlli.
Nelle immagini potrete comparare alcuni villaggi conosciuti con le foto del sito in questione.
La foto lunga con la panoramica della peschiera è di Roberto Serra.
domenica 16 settembre 2012
Convegno di archeologia a Domus De Maria
Convegno a Domus De Maria
Dopo il successo riscontrato nella serata di sabato 15 Settembre 2012, con la partecipazione di un centinaio di appassionati che per oltre 3 ore hanno ascoltato in religioso silenzio le relazioni degli studiosi, oggi si replica con nuovi argomenti. Alle 19.30, nei locali di Via Isonzo a Domus De Maria, Nicola Sanna parlerà di Templi a Megaron di epoca nuragica, Marco Piga presenterà la monetazione punica, Marcello Onnis mostrerà il suo studio sul metodo utilizzato per scegliere la disposizione dei nuraghi, Roberto Sirigu tratterà un argomento legato alla scrittura dei nuragici e Pierluigi Montalbano descriverà una serie di bronzetti e di navicelle nuragiche.
L’organizzazione è curata dall’Associazione Mineralogica Paleontologica Naturalistica Mariese, col patrocinio del comune di Domus de Maria e con l’approvazione della Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Cagliari e Oristano. Moderatore della serata, oggi come ieri, sarà Giuseppe Lulliri, che rivestirà anche il ruolo di relatore presentando alcune statuette rinvenute durante gli scavi nel territorio di Bithia.
Seguirà un dibattito con il pubblico e proiezioni con attrezzature informatiche, oltre il rinfresco a fine serata.
Nella giornata di ieri i relatori hanno presentato questi argomenti:
Michele Guirguis - "Il Sulcis arcaico tra Nuragici, Fenici e Cartaginesi"
Carlo Tronchetti - "Nora"
Alfonso Stiglitz - "Bes in Sardegna: da s'Urachi a Bithia"
Salvatore Loi – "Mappe Antiche: uno sguardo al passato"
Pierluigi Montalbano - "Le Torri Nuragiche XVII-X a.C.
Una delle sorprese della serata è stata la proiezione di un’immagine della città sommersa individuata da Angelo Murru a Nora, in una zona non indagata dagli archeologi, ad un metro di profondità, in una zona oggi non accessibile perché adibita a peschiera. L’immagine sarà proposta anche oggi. I primi calcoli sull'estensione urbanistica forniscono un'area di 7.6 Ha.
Le riproduzioni nell'immagine sono realizzate dall'artista Salvatorangelo Uccheddu.
Dopo il successo riscontrato nella serata di sabato 15 Settembre 2012, con la partecipazione di un centinaio di appassionati che per oltre 3 ore hanno ascoltato in religioso silenzio le relazioni degli studiosi, oggi si replica con nuovi argomenti. Alle 19.30, nei locali di Via Isonzo a Domus De Maria, Nicola Sanna parlerà di Templi a Megaron di epoca nuragica, Marco Piga presenterà la monetazione punica, Marcello Onnis mostrerà il suo studio sul metodo utilizzato per scegliere la disposizione dei nuraghi, Roberto Sirigu tratterà un argomento legato alla scrittura dei nuragici e Pierluigi Montalbano descriverà una serie di bronzetti e di navicelle nuragiche.
L’organizzazione è curata dall’Associazione Mineralogica Paleontologica Naturalistica Mariese, col patrocinio del comune di Domus de Maria e con l’approvazione della Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Cagliari e Oristano. Moderatore della serata, oggi come ieri, sarà Giuseppe Lulliri, che rivestirà anche il ruolo di relatore presentando alcune statuette rinvenute durante gli scavi nel territorio di Bithia.
Seguirà un dibattito con il pubblico e proiezioni con attrezzature informatiche, oltre il rinfresco a fine serata.
Nella giornata di ieri i relatori hanno presentato questi argomenti:
Michele Guirguis - "Il Sulcis arcaico tra Nuragici, Fenici e Cartaginesi"
Carlo Tronchetti - "Nora"
Alfonso Stiglitz - "Bes in Sardegna: da s'Urachi a Bithia"
Salvatore Loi – "Mappe Antiche: uno sguardo al passato"
Pierluigi Montalbano - "Le Torri Nuragiche XVII-X a.C.
Una delle sorprese della serata è stata la proiezione di un’immagine della città sommersa individuata da Angelo Murru a Nora, in una zona non indagata dagli archeologi, ad un metro di profondità, in una zona oggi non accessibile perché adibita a peschiera. L’immagine sarà proposta anche oggi. I primi calcoli sull'estensione urbanistica forniscono un'area di 7.6 Ha.
Le riproduzioni nell'immagine sono realizzate dall'artista Salvatorangelo Uccheddu.
sabato 15 settembre 2012
Le origini del rito della Prostituzione Sacra
Le origini del rito della Prostituzione Sacra
di Pierluigi Montalbano
Le origini della pratica della prostituzione sacra ci portano nella Mesopotamia del III millennio a.C. Annualmente era praticata la ierogamia, usanza cultuale che consisteva nell’unione sacra tra il sovrano, che impersonava il dio Dumuzi, e una prostituta, nelle vesti della dea Inanna (l’accadica Ishtar). Questo matrimonio sacro, avveniva nel tempio e aveva il compito di assicurare la fecondità della terra, degli armenti e la prosperità del paese e del popolo. La prostituzione sacra è attestata anche in Siria, Fenicia e Cipro. Le notizie giungono dalle fonti classiche: Luciano (in De Dea Syria) descrive le cerimonie della prostituzione sacra a Biblo in onore del dio Adone; Sant’Agostino narra della prostituzione sacra che si svolgeva nel tempio di Baalbek per la dea Venere e Virgilio spiega la pratica svoltasi a Cipro in onore della divinità Astarte per la fondazione di Cartagine.
In Mesopotamia il luogo della prostituta era il tempio dedicato alla dea della fertilità, la dea Ishtar. Vi erano alloggi e terreni coltivati per sostenere una gerarchia femminile prestigiosa. I complesso era strutturato in un sistema gerarchico piramidale al cui vertice era posta l’alta sacerdotessa, spesso la figlia del sovrano che personificava la dea Ishtar. Sotto di lei c’erano due gradi di sacerdotesse, le prostitute del tempio, distinte in sacre prostitute e ragazze di commercio che operavano nei postriboli. Quest’ultima attività, sebbene collegata al tempio, era finalizzata all’accumulo di ricchezze. Erodoto (Storie) descrive la figura della prostituta commerciale:
“Turpe è questo costume, per cui ogni donna, una volta in vita sua, siede presso il tempio di Afrodite e si prostituisce con uno straniero. Molte donne, orgogliose della loro ricchezza, vanno al santuario su un carro coperto e là si dispongono ad aspettare, con un numeroso seguito di servi. Ma per lo più si mettono a sedere entro il recinto sacro di Afrodite con una corona attorno al capo e una corda. In mezzo a esse vi sono dei passaggi liberi, segnati da funi tese in tutte le direzioni, là circolano gli stranieri e fanno la loro scelta. Quando una donna è nel sacro recinto, non può tornare a casa se prima un forestiero, dopo averle gettato del denaro, non si sia unito con lei nel tempio. Nel gettare il denaro egli deve dire queste parole: “Invoco su di te la dea Militta” (Afrodite in assiro). Quel denaro diventa sacro; ella deve seguire il primo che gliene getta e non può rifiutare nessuno. Dopo essersi unita con il forestiero e aver sciolto l’obbligo verso la dea, la donna torna a casa e dopo d’allora non riusciresti più a comprarla per nessuna somma. Le donne belle di viso e di corpo ritornano dal tempio presto, le altre vi restano a lungo senza riuscire a pagare il debito alla dea: alcune vi rimangono tre o quattro anni.
Probabilmente Erodoto confuse le prostitute commerciali con quelle sacre poiché solo le fenicie concedevano favori sessuali agli stranieri. Erano solite guardare fuori dalle loro finestre per ammaliare i marinai che giungevano a riva. Tuttavia, in un’iscrizione su una tavoletta proveniente da Sippar è scritto che alcune donne babilonesi erano assegnate all’esercito per provvedere ai bisogni del personale militare, pertanto Erodoto forse si riferisce ai militari dell’esercito, molti dei quali stranieri.
E’ da notare che né le iscrizioni né le rappresentazioni artistiche rinvenute fino ad oggi dimostrano un legame diretto tra questo tipo di prostituzione e la sacralità.
Abbiamo tre gruppi di prostitute: kharimatu (recluse), shamkhat (donne con abiti sgargianti) e kezretu (prostitute con i capelli ricci). Le kharimatu esercitavano la loro professione nel santuario di Ishtar e sono quelle descritte da Erodoto.
Il ruolo della prostituta devota alla dea Ishtar era finalizzato alla prosperità del paese e la donna veniva stimata, sebbene la pratica non rispecchiasse un codice morale accettabile dalla società. Si percepisce che il ruolo della prostituta non era una scelta ma uno status che il destino le aveva riservato. Essendo prostituta era la donna di tutti gli uomini, pertanto era incapace di assicurare una discendenza e di prendersi cura della famiglia. Per questo motivo la sua vita doveva essere sacrificio e viveva appartata rispetto alle altre donne. Ma la sua persona non era disprezzata poiché il suo ruolo le era stato delegato dalle divinità, protettrici del destino dell’intera popolazione.
Cristiano Panzetti dedica uno studio alla prostituzione rituale nell’Italia antica. La prima parte del libro descrive il fenomeno nei suoi caratteri generali: nelle religioni pagane c’erano rituali che prevedevano matrimoni sacri celebrati nei templi, orge sacre che propiziavano la fertilità dei campi, riti iniziatici e culti misterici a sfondo erotico. Queste cerimonie religiose erano il retaggio delle epoche preistoriche, nelle quali si praticava il culto della Grande Dea. Con l’avvento di forme sociali più complesse, le divinità maschili si manifestano con caratteri eroici e guerrieri e quelle femminili assumono caratteri erotici più spiccati: si introducono così elementi di forte differenziazione sessuale.
Con l’inizio dei tempi storici gli antichi culti della fertilità tendono a essere istituzionalizzati e si configurano nella forma della prostituzione rituale, la cui funzione era di invocare l’aiuto degli dèi per assicurare la fertilità della terra, degli uomini e degli animali. Le donne che si offrivano al culto della prostituzione sacra potevano essere donne libere che occasionalmente si prestavano a questi riti, oppure vere e proprie sacerdotesse che svolgevano quest’attività in maniera continuativa. Nelle fasi più antiche sembra che l’esercizio della prostituzione sacra fosse legato a momenti di carestia o di pestilenza, e questo induce a vedere in questo culto una funzione civilizzatrice che mitigava le più primitive pratiche del sacrificio umano. I culti monoteistici ebraici prima, cristiani e musulmani poi, avversarono e censurarono la prostituzione rituale, poiché per le pretese moralizzatrici del Dio unico era intollerabile legare la sfera della sessualità ai culti sacri.
La ierogamìa simboleggiava l’unione fra un dio e una dea (il Cielo e la Terra): durante il rito la sacerdotessa trasferiva al sovrano il potere fecondante della dea affinchè il re potesse trasmetterlo ai sudditi. Nella ierodulìa le schiave consacrate alle divinità si offrivano ai visitatori del tempio per rendere omaggio agli dèi. Esisteva anche la forma della prostituzione apotropaica che poteva essere praticata dalle ragazze che, prima di sposarsi, consacravano la propria verginità agli estranei per scacciare magicamente i pericoli della vita coniugale, e per raccogliere la dote necessaria al matrimonio.
Nell’Italia antica, i levantini diffusero l’usanza della prostituzione sacra. Le testimonianze letterarie e archeologiche sono lacunose ma lasciano intendere una probabile diffusione di questi culti nell’ambiente della Magna Grecia. In particolare i celebri rilievi del “Trono Ludovisi” sembrano, secondo Panzetti, provenire dalle colonie greche, e alludono al rito della nascita di Venere dalle acque. I racconti popolari calabresi sulla “bella dei sette veli” sembrano legati alla celebre danza dei sette veli che le sacerdotesse eseguivano in onore di Astarte.
Un discorso a parte merita il santuario etrusco di Pyrgi. Questo tempio è celebre perché il Pallottino trovò le lamine in scrittura fenicia con traduzione etrusca, uno dei pochi documenti che hanno fatto breccia sul mistero della lingua etrusca. Il tempio era consacrato alla fenicia Astarte, associata all’etrusca Uni. A Pyrgi prestavano servizio una ventina di sacerdotesse dedite alla prostituzione sacra, e il santuario accumulò enormi ricchezze. Nel 384 a.C. fu saccheggiato dai Greci di Siracusa, guidati da Dionisio I°.
I culti greci di Afrodite vennero acquisiti dai Romani: la Venere romana era una dea della fecondità legata alla famiglia. Infine Panzetti avanza ipotesi sulla persistenza dei riti di prostituzione nel folclore, nella letteratura popolare e nella stessa liturgia cattolica: alcuni culti della Madonna e le processioni delle verginelle derivano da riti di prostituzione sacra, opportunamente filtrati dalla morale cristiana.
Negli ultimi decenni l’archeologia ha illuminato e rimesso in discussione le notizie sui culti delle polis di Magna Grecia. Nello specifico, la colonia di Locri Epizefiri e il culto della sacra prostituzione sono attestati da fonti antiche e da ritrovamenti archeologici. La divinità nel contempo presiede la sfera dell’amore fisico e della guerra. La singolare vita della colonia è lo specchio di una forte religiosità nella quale si leggono aspetti autoctoni (come il matriarcato) mescolati alla grecità della madre patria: è la donna che impera nel pantheon locrese e a essa ogni culto forte è dedicato.
Nel caso specifico della sacra prostituzione è l’Afrodite Ctonia locrese a essere al centro di una manifestazione unica nella realtà magnogreca.
Dal punto di vista archeologico diverse sono le testimonianze riconducibili a questo culto: il particolare edificio della Stoà a U, il meraviglioso complesso templare in contrada Marasà, le testimonianze che ci sono pervenute dai botroi, rinvenuti nel cortile centrale della Stòà, in contrada Centocamere. Le mansioni delle sacerdotesse si districavano nella sfera sessuale: erano considerate come dei tramiti con la dea, grazie alla quale chi vi si rivolgeva otteneva fertilità, benevolenza, positività, buona sorte. Nei contesti mitico- sacrali, il fedele si rivolge a una divinità che non abita il mondo terreno, non immaginabile iconograficamente, dotata di una potenza risolutrice non umana, per superare momenti difficili della vita, per ottenere un buon raccolto, per superare una malattia o per altre ragioni e, per ottenerne la benevolenza, sacrifica, in un’ottica semplicistica ma efficace, quella procedura che regola i rapporti sociali fra gli uomini: il cosiddetto do ut des. Il sacrificio che la tradizione vuole che si perpetri in favore di Afrodite prevede il coinvolgimento in prima persona del fedele e scavalca le prassi più diffuse: non si scanna un vitello e si bruciano le carni affinché il fumo giunga al dio che si nutre di esso, né si offrono oggetti votivi. È l’atto sessuale del fedele insieme con le sacerdotesse di Afrodite che hanno consacrato la loro vita alla prostituzione a essere il sacrificio vero e proprio, e grazie a questo la dea, emblema dell’amore fisico per il piacere e la perpetuazione della fertilità ferina, ottempera al bisogno dell’uomo: sarà così soddisfatta a sua volta l’esigenza della dea, che si nutre di amore.
L’Afrodite locrese è venerata come Urania: nata dai genitali del padre, è l’emblema ancestrale della fertilità e della potenza fecondatrice del sesso.
L’archeologia ha messo in luce i resti di ciò che creava la connessione con il mondo divino: si dovevano compiere degli atti che preparavano alla purificazione del fedele all’atto sessuale e, a tale scopo, si uccidevano animali sacri alla sfera della dea ed era consumato un pasto sacro propiziatorio.
Verosimilmente nella prima fase del rito praticato a Locri sia la sacerdotessa sia il fedele si recano all’altare del piccolo tempio- sacello che si trova oggi stratigraficamente sotto la casa dei leoni, nei pressi del mare.
E sempre nei botroi il ritrovamento di statue maschili, costituisce la simbolizzazione della pratica, che nelle stanze della Stoà a U si configura in forme simposiache.
Quindi prima il rito di purificazione attraverso il sacrificio animale, poi la ritualità sacrale che si esplica nell’atto sessuale vissuto in simbiosi al costume tipico greco: il simposio.
Un momento topico della socializzazione greca è il banchetto sacrale, dell’unione di spiritualità e forza di pensiero, associato goliardicamente al vino ed al sesso.
Il culto svolto a Locri, secondo un passo di Giustino, vede queste giovani donne passare la vita nel nome di Afrodite. Non appartengono a famiglie ricche, non erano fanciulle di buona famiglia e per la maggior parte dei casi appartenevano alla schiera di schiavi che facevano da corollario alla società locrese. Schiave per condizione sociale e schiave del volere divino.
Ma da fonti iconografiche (la raffigurazione lapidea del Trono Ludovisi), si intuisce che queste donne non sono solo delle schiave: accanto alla nascita della dea vi è la donna concepita come matrona della casa, e quindi sposa. Di conseguenza Giustino potrebbe riferirsi solo a un gruppo di prostitute. Non è detto che fossero necessariamente ignoranti e costrette a questa vita religiosa.
La sacerdotessa può essere l’emblema di una donna colta, progredita, artefice dell’amore e a esso votata, in piena armonia con la sua figura “altra” rispetto a quella della donna morigerata, ammantata, spargitrice di profumi.
Il passo di Giustino dunque interpreta una parte di realtà, ma si coglie un tono di censura e di critica verso la figura di una donna ormai lontana dal mondo religioso romano come quella della sacerdotessa dedita alla prostituzione sacra.
Locri non è una colonia nella quale le condizioni sono socialmente simili a quelle delle altre protagoniste della storia magnogreca. Vivono in essa della condizioni sociali come l’assenza di una coniazione propria di monete , una convivenza di culti singolari e rari, una struttura sociale aristocratica mentre le altre polis si evolvevano.
La leggendaria fondazione descrive il destino singolare della polis: le matrone che scappano con i loro schiavi dalla loro terra e con i quali avevano mancato il loro giuramento di fedeltà verso i mariti occupati in guerra e approdano sulle coste ioniche della Calabria dove trovano i Siculi, il popolo che occupava la zona e che era organizzato in maniera sviluppata sulle colline a ridosso del mare. Si sviluppa la colonia depredando il territorio a un popolo preesistente e questo popolo, dopo un periodo di emarginazione, per evitare la perdita d’identità, sia stato apportatore di momenti religiosi intrisi di umore ctonio: nella religione del mondo locrese, dove la divinità è donna, è humus fertile per permettere a un culto come quello della sacra prostituzione di sviluppare e prosperare. Le condizioni per cui delle donne decidono di donare la propria femminilità al mondo religioso stanno proprio nel concepire la religione in maniera antica, ossia avere una visione del divino invasiva, come quella di popoli nei quali il pensiero filosofico greco non ha modificato il modo di concepire l’universo religioso, ad esempio i Siculi.
Non è un caso che come a Locri anche a Erice in Sicilia il culto della sacra prostituzione fosse praticato in onore di Afrodite e dalle fonti e, dai resti del tempio dedicato ad Afrodite Ericina, sembra che questo culto avesse una rilevanza e un clamore superiore che non nella Locride stessa. L’ipotesi che potrebbe essere formulata è che il substrato indigeno abbia incamerato tradizioni e ritualità culturali dei visitatori con i quali entrarono in contatto per ragioni di tipo economico, e che solo in seguito le abbiano tramandate ai coloni veri e propri. E questa ricezione positiva al culto sarebbe poi stata innestata dal substrato indigeno che impostava la sua linea di conduzione sociale sul matriarcato.
Di natura economica o umana sono le ragioni d’essere di questo culto orientale e, grazie a questi contatti, i greci sono venuti a conoscenza di realtà estremamente diverse dalla loro: le tradizioni cultuali sono spesso alla base della presenza di riti che poi diventano greci.
Questa continuazione mitologica con l’universo mesopotamico è una spia del filo che unisce la prostituzione in favore di Ishtar, divinità dell’amore libero, della fertilità al rito che si perpetrava ad Afrodite, divinità dell’amore per i greci.
Inoltre Erodoto (Storie) dice che in Lidia, confinante con il regno dei Medi, nel retroterra della Ionia esattamente a Sardi, Cibele era ritenuta la patrona della dinastia dei Mermnadi , e che presso la tomba di Aliatte, padre di Creso era praticata la prostituzione. Nei suoi resoconti era costume presso i Lidi permettere che le loro figlie, per costruirsi la dote, si prostituissero con uomini anche stranieri. Erodoto ci fa pensare anche al culto di Afrodite a Locri, come ci precisa il passo di Clearco che mette sullo stesso piano Lidia, Cipro e Locri, evidenziando la figura delle etere, la cui attività era connessa ai templi, spiegandone poi moralisticamente l’origine quale punizione di un’antica hybris (ossia l’orgoglio di chi non accetta di sottostare alle leggi della natura) di donne contro dei, eroi e mortali.
Nelle immagini, dall'alto:
Prostituta sacra sul tempio greco di www.ilpalo.com
Il trono Ludovisi
di Pierluigi Montalbano
Le origini della pratica della prostituzione sacra ci portano nella Mesopotamia del III millennio a.C. Annualmente era praticata la ierogamia, usanza cultuale che consisteva nell’unione sacra tra il sovrano, che impersonava il dio Dumuzi, e una prostituta, nelle vesti della dea Inanna (l’accadica Ishtar). Questo matrimonio sacro, avveniva nel tempio e aveva il compito di assicurare la fecondità della terra, degli armenti e la prosperità del paese e del popolo. La prostituzione sacra è attestata anche in Siria, Fenicia e Cipro. Le notizie giungono dalle fonti classiche: Luciano (in De Dea Syria) descrive le cerimonie della prostituzione sacra a Biblo in onore del dio Adone; Sant’Agostino narra della prostituzione sacra che si svolgeva nel tempio di Baalbek per la dea Venere e Virgilio spiega la pratica svoltasi a Cipro in onore della divinità Astarte per la fondazione di Cartagine.
In Mesopotamia il luogo della prostituta era il tempio dedicato alla dea della fertilità, la dea Ishtar. Vi erano alloggi e terreni coltivati per sostenere una gerarchia femminile prestigiosa. I complesso era strutturato in un sistema gerarchico piramidale al cui vertice era posta l’alta sacerdotessa, spesso la figlia del sovrano che personificava la dea Ishtar. Sotto di lei c’erano due gradi di sacerdotesse, le prostitute del tempio, distinte in sacre prostitute e ragazze di commercio che operavano nei postriboli. Quest’ultima attività, sebbene collegata al tempio, era finalizzata all’accumulo di ricchezze. Erodoto (Storie) descrive la figura della prostituta commerciale:
“Turpe è questo costume, per cui ogni donna, una volta in vita sua, siede presso il tempio di Afrodite e si prostituisce con uno straniero. Molte donne, orgogliose della loro ricchezza, vanno al santuario su un carro coperto e là si dispongono ad aspettare, con un numeroso seguito di servi. Ma per lo più si mettono a sedere entro il recinto sacro di Afrodite con una corona attorno al capo e una corda. In mezzo a esse vi sono dei passaggi liberi, segnati da funi tese in tutte le direzioni, là circolano gli stranieri e fanno la loro scelta. Quando una donna è nel sacro recinto, non può tornare a casa se prima un forestiero, dopo averle gettato del denaro, non si sia unito con lei nel tempio. Nel gettare il denaro egli deve dire queste parole: “Invoco su di te la dea Militta” (Afrodite in assiro). Quel denaro diventa sacro; ella deve seguire il primo che gliene getta e non può rifiutare nessuno. Dopo essersi unita con il forestiero e aver sciolto l’obbligo verso la dea, la donna torna a casa e dopo d’allora non riusciresti più a comprarla per nessuna somma. Le donne belle di viso e di corpo ritornano dal tempio presto, le altre vi restano a lungo senza riuscire a pagare il debito alla dea: alcune vi rimangono tre o quattro anni.
Probabilmente Erodoto confuse le prostitute commerciali con quelle sacre poiché solo le fenicie concedevano favori sessuali agli stranieri. Erano solite guardare fuori dalle loro finestre per ammaliare i marinai che giungevano a riva. Tuttavia, in un’iscrizione su una tavoletta proveniente da Sippar è scritto che alcune donne babilonesi erano assegnate all’esercito per provvedere ai bisogni del personale militare, pertanto Erodoto forse si riferisce ai militari dell’esercito, molti dei quali stranieri.
E’ da notare che né le iscrizioni né le rappresentazioni artistiche rinvenute fino ad oggi dimostrano un legame diretto tra questo tipo di prostituzione e la sacralità.
Abbiamo tre gruppi di prostitute: kharimatu (recluse), shamkhat (donne con abiti sgargianti) e kezretu (prostitute con i capelli ricci). Le kharimatu esercitavano la loro professione nel santuario di Ishtar e sono quelle descritte da Erodoto.
Il ruolo della prostituta devota alla dea Ishtar era finalizzato alla prosperità del paese e la donna veniva stimata, sebbene la pratica non rispecchiasse un codice morale accettabile dalla società. Si percepisce che il ruolo della prostituta non era una scelta ma uno status che il destino le aveva riservato. Essendo prostituta era la donna di tutti gli uomini, pertanto era incapace di assicurare una discendenza e di prendersi cura della famiglia. Per questo motivo la sua vita doveva essere sacrificio e viveva appartata rispetto alle altre donne. Ma la sua persona non era disprezzata poiché il suo ruolo le era stato delegato dalle divinità, protettrici del destino dell’intera popolazione.
Cristiano Panzetti dedica uno studio alla prostituzione rituale nell’Italia antica. La prima parte del libro descrive il fenomeno nei suoi caratteri generali: nelle religioni pagane c’erano rituali che prevedevano matrimoni sacri celebrati nei templi, orge sacre che propiziavano la fertilità dei campi, riti iniziatici e culti misterici a sfondo erotico. Queste cerimonie religiose erano il retaggio delle epoche preistoriche, nelle quali si praticava il culto della Grande Dea. Con l’avvento di forme sociali più complesse, le divinità maschili si manifestano con caratteri eroici e guerrieri e quelle femminili assumono caratteri erotici più spiccati: si introducono così elementi di forte differenziazione sessuale.
Con l’inizio dei tempi storici gli antichi culti della fertilità tendono a essere istituzionalizzati e si configurano nella forma della prostituzione rituale, la cui funzione era di invocare l’aiuto degli dèi per assicurare la fertilità della terra, degli uomini e degli animali. Le donne che si offrivano al culto della prostituzione sacra potevano essere donne libere che occasionalmente si prestavano a questi riti, oppure vere e proprie sacerdotesse che svolgevano quest’attività in maniera continuativa. Nelle fasi più antiche sembra che l’esercizio della prostituzione sacra fosse legato a momenti di carestia o di pestilenza, e questo induce a vedere in questo culto una funzione civilizzatrice che mitigava le più primitive pratiche del sacrificio umano. I culti monoteistici ebraici prima, cristiani e musulmani poi, avversarono e censurarono la prostituzione rituale, poiché per le pretese moralizzatrici del Dio unico era intollerabile legare la sfera della sessualità ai culti sacri.
La ierogamìa simboleggiava l’unione fra un dio e una dea (il Cielo e la Terra): durante il rito la sacerdotessa trasferiva al sovrano il potere fecondante della dea affinchè il re potesse trasmetterlo ai sudditi. Nella ierodulìa le schiave consacrate alle divinità si offrivano ai visitatori del tempio per rendere omaggio agli dèi. Esisteva anche la forma della prostituzione apotropaica che poteva essere praticata dalle ragazze che, prima di sposarsi, consacravano la propria verginità agli estranei per scacciare magicamente i pericoli della vita coniugale, e per raccogliere la dote necessaria al matrimonio.
Nell’Italia antica, i levantini diffusero l’usanza della prostituzione sacra. Le testimonianze letterarie e archeologiche sono lacunose ma lasciano intendere una probabile diffusione di questi culti nell’ambiente della Magna Grecia. In particolare i celebri rilievi del “Trono Ludovisi” sembrano, secondo Panzetti, provenire dalle colonie greche, e alludono al rito della nascita di Venere dalle acque. I racconti popolari calabresi sulla “bella dei sette veli” sembrano legati alla celebre danza dei sette veli che le sacerdotesse eseguivano in onore di Astarte.
Un discorso a parte merita il santuario etrusco di Pyrgi. Questo tempio è celebre perché il Pallottino trovò le lamine in scrittura fenicia con traduzione etrusca, uno dei pochi documenti che hanno fatto breccia sul mistero della lingua etrusca. Il tempio era consacrato alla fenicia Astarte, associata all’etrusca Uni. A Pyrgi prestavano servizio una ventina di sacerdotesse dedite alla prostituzione sacra, e il santuario accumulò enormi ricchezze. Nel 384 a.C. fu saccheggiato dai Greci di Siracusa, guidati da Dionisio I°.
I culti greci di Afrodite vennero acquisiti dai Romani: la Venere romana era una dea della fecondità legata alla famiglia. Infine Panzetti avanza ipotesi sulla persistenza dei riti di prostituzione nel folclore, nella letteratura popolare e nella stessa liturgia cattolica: alcuni culti della Madonna e le processioni delle verginelle derivano da riti di prostituzione sacra, opportunamente filtrati dalla morale cristiana.
Negli ultimi decenni l’archeologia ha illuminato e rimesso in discussione le notizie sui culti delle polis di Magna Grecia. Nello specifico, la colonia di Locri Epizefiri e il culto della sacra prostituzione sono attestati da fonti antiche e da ritrovamenti archeologici. La divinità nel contempo presiede la sfera dell’amore fisico e della guerra. La singolare vita della colonia è lo specchio di una forte religiosità nella quale si leggono aspetti autoctoni (come il matriarcato) mescolati alla grecità della madre patria: è la donna che impera nel pantheon locrese e a essa ogni culto forte è dedicato.
Nel caso specifico della sacra prostituzione è l’Afrodite Ctonia locrese a essere al centro di una manifestazione unica nella realtà magnogreca.
Dal punto di vista archeologico diverse sono le testimonianze riconducibili a questo culto: il particolare edificio della Stoà a U, il meraviglioso complesso templare in contrada Marasà, le testimonianze che ci sono pervenute dai botroi, rinvenuti nel cortile centrale della Stòà, in contrada Centocamere. Le mansioni delle sacerdotesse si districavano nella sfera sessuale: erano considerate come dei tramiti con la dea, grazie alla quale chi vi si rivolgeva otteneva fertilità, benevolenza, positività, buona sorte. Nei contesti mitico- sacrali, il fedele si rivolge a una divinità che non abita il mondo terreno, non immaginabile iconograficamente, dotata di una potenza risolutrice non umana, per superare momenti difficili della vita, per ottenere un buon raccolto, per superare una malattia o per altre ragioni e, per ottenerne la benevolenza, sacrifica, in un’ottica semplicistica ma efficace, quella procedura che regola i rapporti sociali fra gli uomini: il cosiddetto do ut des. Il sacrificio che la tradizione vuole che si perpetri in favore di Afrodite prevede il coinvolgimento in prima persona del fedele e scavalca le prassi più diffuse: non si scanna un vitello e si bruciano le carni affinché il fumo giunga al dio che si nutre di esso, né si offrono oggetti votivi. È l’atto sessuale del fedele insieme con le sacerdotesse di Afrodite che hanno consacrato la loro vita alla prostituzione a essere il sacrificio vero e proprio, e grazie a questo la dea, emblema dell’amore fisico per il piacere e la perpetuazione della fertilità ferina, ottempera al bisogno dell’uomo: sarà così soddisfatta a sua volta l’esigenza della dea, che si nutre di amore.
L’Afrodite locrese è venerata come Urania: nata dai genitali del padre, è l’emblema ancestrale della fertilità e della potenza fecondatrice del sesso.
L’archeologia ha messo in luce i resti di ciò che creava la connessione con il mondo divino: si dovevano compiere degli atti che preparavano alla purificazione del fedele all’atto sessuale e, a tale scopo, si uccidevano animali sacri alla sfera della dea ed era consumato un pasto sacro propiziatorio.
Verosimilmente nella prima fase del rito praticato a Locri sia la sacerdotessa sia il fedele si recano all’altare del piccolo tempio- sacello che si trova oggi stratigraficamente sotto la casa dei leoni, nei pressi del mare.
E sempre nei botroi il ritrovamento di statue maschili, costituisce la simbolizzazione della pratica, che nelle stanze della Stoà a U si configura in forme simposiache.
Quindi prima il rito di purificazione attraverso il sacrificio animale, poi la ritualità sacrale che si esplica nell’atto sessuale vissuto in simbiosi al costume tipico greco: il simposio.
Un momento topico della socializzazione greca è il banchetto sacrale, dell’unione di spiritualità e forza di pensiero, associato goliardicamente al vino ed al sesso.
Il culto svolto a Locri, secondo un passo di Giustino, vede queste giovani donne passare la vita nel nome di Afrodite. Non appartengono a famiglie ricche, non erano fanciulle di buona famiglia e per la maggior parte dei casi appartenevano alla schiera di schiavi che facevano da corollario alla società locrese. Schiave per condizione sociale e schiave del volere divino.
Ma da fonti iconografiche (la raffigurazione lapidea del Trono Ludovisi), si intuisce che queste donne non sono solo delle schiave: accanto alla nascita della dea vi è la donna concepita come matrona della casa, e quindi sposa. Di conseguenza Giustino potrebbe riferirsi solo a un gruppo di prostitute. Non è detto che fossero necessariamente ignoranti e costrette a questa vita religiosa.
La sacerdotessa può essere l’emblema di una donna colta, progredita, artefice dell’amore e a esso votata, in piena armonia con la sua figura “altra” rispetto a quella della donna morigerata, ammantata, spargitrice di profumi.
Il passo di Giustino dunque interpreta una parte di realtà, ma si coglie un tono di censura e di critica verso la figura di una donna ormai lontana dal mondo religioso romano come quella della sacerdotessa dedita alla prostituzione sacra.
Locri non è una colonia nella quale le condizioni sono socialmente simili a quelle delle altre protagoniste della storia magnogreca. Vivono in essa della condizioni sociali come l’assenza di una coniazione propria di monete , una convivenza di culti singolari e rari, una struttura sociale aristocratica mentre le altre polis si evolvevano.
La leggendaria fondazione descrive il destino singolare della polis: le matrone che scappano con i loro schiavi dalla loro terra e con i quali avevano mancato il loro giuramento di fedeltà verso i mariti occupati in guerra e approdano sulle coste ioniche della Calabria dove trovano i Siculi, il popolo che occupava la zona e che era organizzato in maniera sviluppata sulle colline a ridosso del mare. Si sviluppa la colonia depredando il territorio a un popolo preesistente e questo popolo, dopo un periodo di emarginazione, per evitare la perdita d’identità, sia stato apportatore di momenti religiosi intrisi di umore ctonio: nella religione del mondo locrese, dove la divinità è donna, è humus fertile per permettere a un culto come quello della sacra prostituzione di sviluppare e prosperare. Le condizioni per cui delle donne decidono di donare la propria femminilità al mondo religioso stanno proprio nel concepire la religione in maniera antica, ossia avere una visione del divino invasiva, come quella di popoli nei quali il pensiero filosofico greco non ha modificato il modo di concepire l’universo religioso, ad esempio i Siculi.
Non è un caso che come a Locri anche a Erice in Sicilia il culto della sacra prostituzione fosse praticato in onore di Afrodite e dalle fonti e, dai resti del tempio dedicato ad Afrodite Ericina, sembra che questo culto avesse una rilevanza e un clamore superiore che non nella Locride stessa. L’ipotesi che potrebbe essere formulata è che il substrato indigeno abbia incamerato tradizioni e ritualità culturali dei visitatori con i quali entrarono in contatto per ragioni di tipo economico, e che solo in seguito le abbiano tramandate ai coloni veri e propri. E questa ricezione positiva al culto sarebbe poi stata innestata dal substrato indigeno che impostava la sua linea di conduzione sociale sul matriarcato.
Di natura economica o umana sono le ragioni d’essere di questo culto orientale e, grazie a questi contatti, i greci sono venuti a conoscenza di realtà estremamente diverse dalla loro: le tradizioni cultuali sono spesso alla base della presenza di riti che poi diventano greci.
Questa continuazione mitologica con l’universo mesopotamico è una spia del filo che unisce la prostituzione in favore di Ishtar, divinità dell’amore libero, della fertilità al rito che si perpetrava ad Afrodite, divinità dell’amore per i greci.
Inoltre Erodoto (Storie) dice che in Lidia, confinante con il regno dei Medi, nel retroterra della Ionia esattamente a Sardi, Cibele era ritenuta la patrona della dinastia dei Mermnadi , e che presso la tomba di Aliatte, padre di Creso era praticata la prostituzione. Nei suoi resoconti era costume presso i Lidi permettere che le loro figlie, per costruirsi la dote, si prostituissero con uomini anche stranieri. Erodoto ci fa pensare anche al culto di Afrodite a Locri, come ci precisa il passo di Clearco che mette sullo stesso piano Lidia, Cipro e Locri, evidenziando la figura delle etere, la cui attività era connessa ai templi, spiegandone poi moralisticamente l’origine quale punizione di un’antica hybris (ossia l’orgoglio di chi non accetta di sottostare alle leggi della natura) di donne contro dei, eroi e mortali.
Nelle immagini, dall'alto:
Prostituta sacra sul tempio greco di www.ilpalo.com
Il trono Ludovisi
venerdì 14 settembre 2012
La prostituzione sacra
La prostituzione sacra
di Sabatino Moscati
C’è una Sicilia segreta e misteriosa, fatta di tradizioni e di costumanze che si perdono nella notte dei tempi; una Sicilia mitica e leggendaria, i cui protagonisti balenano ora in un rito che ha sfidato i secoli, ora in un relitto che l’archeologia ha riportato alla luce, ora in una favola che uno scrittore antico ha raccolto.
È la Sicilia prospera e geniale di sempre, accesa dal sole e fecondata dal mare, luogo di incontro dei popoli più diversi, creatrice inesauribile d’arte e di civiltà. Attraverso questa terra, attraverso le testimonianze millenarie dei suoi splendori, si può compiere un viaggio affascinante, che solo in parte coincide con gli itinerari del comune turismo: perché il turismo guarda le bellezze estrinseche, mentre di rado conosce quelle celate nei cuori degli uomini o nelle viscere del suolo. Ma s’intende che i luoghi più suggestivi sono anche quelli in cui più antico fu il concentrarsi della vita, più ricco e intenso il dispiegarsi delle tradizioni e delle leggende; sicché in ultima analisi il nostro viaggio non deluderà neppure il comune turista, ed anzi costituirà per lui la rivelazione di itinerari che invano cercherebbe nelle guide usuali.
Tanto per rimanere nel regno della fantasia, seguiamo il cammino dell’eroe Ercole che secondo una suggestiva leggenda, giunto allo stretto che separa la penisola italiana dalla Sicilia, lo attraversò a nuoto con la sua mandria di buoi, tenendosi stretto alle corna di uno di essi. Quindi, con la velocità che solo le leggende consentono, costeggiò l’isola lungo le sue rive settentrionali, puntando verso l’estremo occidente. Per ristorarlo da così immensa fatica, le Ninfe benevole fecero sgorgare dalla terra due fonti d’acqua calda, presso Imera e presso Segesta. Ma né l’uno né l’altro luogo vide sostare l’eroe, la cui meta era il picco montano di Erice, in vista delle isole Egadi.
Oggi, a Erice, noi giungiamo piuttosto da Trapani, che giace ai suoi piedi stendendosi in forma di falce verso il mare. La montagna, alta quasi ottocento metri, le sta a ridosso, tanto più imponente quanto più è isolata nella pianura circonvicina. Torna alla mente la descrizione che ne diede un geografo arabo: «Presso l’istmo di Trapani si leva una montagna grande, assai distesa e alta. I Cristiani occupano un picco unito alla montagna da un ponte e possiedono una città considerevole sulla montagna stessa. Si dice che le donne di questo paese siano le più belle dell’Isola. Che Dio le faccia diventare schiave dei Musulmani!».
Trapani, coi suoi grattacieli, è un segno vivente del moderno sviluppo della Sicilia. E forse ancor più per questo è suggestivo il contrasto con la campagna che la circonda, e che percorriamo in auto dirigendoci verso l’altura. Ampie lagune si diffondono tra i campi, cumuli di saline si levano qua e là; e le une e gli altri scintillano al sole estivo, diffondendo all’intorno una luce rarefatta che agevola il distacco dalla realtà e l’immersione nella leggenda. Poi è salita ripida, a tornanti, lungo la via che s’apre nella roccia rosea, tra cespugli gialli di ginestre. Ampie pinete chiazzano di scuro il monte, eleganti ville lo punteggiano di vividi colori.
Appena s’entra in Erice, la vita sembra sostare. Lungo le vie selciate a singolari riquadri, nei quali l’acciottolato si dispone come in elegante mosaico, tra i muri di pietre a secco che segnano le pareti ininterrotte delle case, non c’è anima viva, non si vede né s’ode persona alcuna. Occorre sostare a lungo per comprendere il segreto di questa città del silenzio: la sua vita si espande nei cortiletti, separati dalle strade a mezzo di muri senza aperture. Ma quale differenza tra l’esterno e l’interno! Là il grigio chiaro e monotono delle pietre, solo interrotto da rade chiazze di muschio; qui il rosso e il giallo e il verde dei fiori lussureggianti, che si diffondono tra gli alberi più ricchi e vari.
Ora possiamo tornare alla leggenda. L’epica lotta che Ercole condusse contro il re del luogo (il primo ponendo in palio i buoi, il secondo il regno) si concluse naturalmente con la vittoria dell’eroe, il quale affidò la città agli abitanti in attesa che venisse a governarla qualcuno della sua stirpe. Chiara trasposizione, nel mito, del preannunzio del dominio greco… Ma a noi interessa piuttosto quel re valoroso e sfortunato, che la leggenda chiama proprio Erice e del quale fa dunque il progenitore del luogo. Di più: Erice viene detto figlio di Afrodite, la dea dell’amore. E così la leggenda spiega, a suo modo, il fatto che questa dea appunto fu la vera sovrana della città, oggetto di un culto che mutò nomi ma non mutò sostanza, sfidando e vincendo il passare dei secoli.
Afrodite dei Greci, Tanit dei Cartaginesi, Venere dei Romani: la rugiada, si narra, cancellava al mattino le tracce dei sacrifici che alla sera si compivano, all’aperto, nel suo luogo sacro; ed ogni anno un volo di colombe recava sull’antistante costa africana il segno di un rito sovranamente mediterraneo, tornando poi indietro a significarne la reciprocità. Infine, più di un autore afferma che si praticava la prostituzione sacra: anch’essa segno inconfondibile del culto che in antico si rese alla dea dell’amore.
Ora interviene la leggenda più importante dell’antica Roma, quella del viaggio di Enea e della fondazione della città eterna.
In Sicilia, canta Virgilio, venne a mancare il vecchio padre dell’eroe, Anchise; e fu sepolto proprio sul monte di Erice, dove si svolsero cerimonie grandiose in suo onore. V’è forse un caso fortuito in questo collegamento? O non è vero piuttosto che Enea, figlio di Venere, doveva pur sostare nel celebre santuario della dea tanto più in quanto gli abitanti del luogo si ritenevano anch’essi di provenienza troiana? Così accade che Enea fondi sul monte, per la divina madre, «una sede vicina alle stelle»; e che il culto si diffonda in Roma, dove a Venere Ericina sono dedicati un tempio sul Campidoglio e poi un altro presso la Porta Collina.
Cosa resta, oggi, di Erice antica? Sulle pendici nord-occidentali del monte, tratti imponenti di mura, dalle quali sporgono grandi torrioni, risalgono certamente a prima dell’età cristiana: ne fanno fede alcune lettere puniche incise sulle pietre. Quanto al celebre santuario della dea, poi rifatto in epoca romana, poi trasformato in chiesa, restano oggi sulla vetta del monte, nell’area del Castello che domina l’abitato, le fondazioni di un edificio punico e un pozzo, finora detto di Venere, nel quale i turisti si recano a gettare le monetine come nella fontana di Trevi: sarà per augurarsi il ritorno o per propiziarsi l’amore? Alcuni anelli d’oro e d’argento, sempre con la immagine di Venere, sono quanto rimane della leggendaria ricchezza del luogo sacro. Gli scavi compiuti in passato, e che dovranno essere dopo lunga pausa ripresi, indicano la presenza a Erice di un notevole insediamento punico, confermando i dati già offerti dalle lettere incise sui blocchi di pietra delle fortificazioni; suggeriscono che nella fase antica di tale insediamento fosse attivo l’influsso dei più remoti e fecondi centri della civiltà mediterranea; mostrano che l’occupazione si protrasse per alcuni secoli, confermando le notizie storiche sul permanere dei Cartaginesi ad Erice fino alla conquista romana. Così, l’archeologia illumina i racconti degli antichi scrittori, rivelando la complessità delle credenze e dei riti di queste terre.
Nel che i lettori, se credono, potranno ravvisare un motivo in più per venire da queste parti. Ma, anche se non s’interessano di cose antiche, vengano lo stesso a vedere le feste dell’«Estate ericina», le processioni allegoriche, i concorsi di bellezza (sempre Venere, dunque!). E se poi neppure questo li interessasse, provino almeno la cucina locale, le ricette elaborate per secoli nel segreto dei monasteri, e in particolare quel cuscus di origine africana che ricorderà loro (anche questa è una via per la diffusione della scienza) i secolari rapporti con le civiltà dell’opposta sponda mediterranea.
fonte: http://www.arkeomania.com/articoli_trapani.html
Immagine del Tempio di Venere a Erice di http://www.sicilytravelling.com
di Sabatino Moscati
C’è una Sicilia segreta e misteriosa, fatta di tradizioni e di costumanze che si perdono nella notte dei tempi; una Sicilia mitica e leggendaria, i cui protagonisti balenano ora in un rito che ha sfidato i secoli, ora in un relitto che l’archeologia ha riportato alla luce, ora in una favola che uno scrittore antico ha raccolto.
È la Sicilia prospera e geniale di sempre, accesa dal sole e fecondata dal mare, luogo di incontro dei popoli più diversi, creatrice inesauribile d’arte e di civiltà. Attraverso questa terra, attraverso le testimonianze millenarie dei suoi splendori, si può compiere un viaggio affascinante, che solo in parte coincide con gli itinerari del comune turismo: perché il turismo guarda le bellezze estrinseche, mentre di rado conosce quelle celate nei cuori degli uomini o nelle viscere del suolo. Ma s’intende che i luoghi più suggestivi sono anche quelli in cui più antico fu il concentrarsi della vita, più ricco e intenso il dispiegarsi delle tradizioni e delle leggende; sicché in ultima analisi il nostro viaggio non deluderà neppure il comune turista, ed anzi costituirà per lui la rivelazione di itinerari che invano cercherebbe nelle guide usuali.
Tanto per rimanere nel regno della fantasia, seguiamo il cammino dell’eroe Ercole che secondo una suggestiva leggenda, giunto allo stretto che separa la penisola italiana dalla Sicilia, lo attraversò a nuoto con la sua mandria di buoi, tenendosi stretto alle corna di uno di essi. Quindi, con la velocità che solo le leggende consentono, costeggiò l’isola lungo le sue rive settentrionali, puntando verso l’estremo occidente. Per ristorarlo da così immensa fatica, le Ninfe benevole fecero sgorgare dalla terra due fonti d’acqua calda, presso Imera e presso Segesta. Ma né l’uno né l’altro luogo vide sostare l’eroe, la cui meta era il picco montano di Erice, in vista delle isole Egadi.
Oggi, a Erice, noi giungiamo piuttosto da Trapani, che giace ai suoi piedi stendendosi in forma di falce verso il mare. La montagna, alta quasi ottocento metri, le sta a ridosso, tanto più imponente quanto più è isolata nella pianura circonvicina. Torna alla mente la descrizione che ne diede un geografo arabo: «Presso l’istmo di Trapani si leva una montagna grande, assai distesa e alta. I Cristiani occupano un picco unito alla montagna da un ponte e possiedono una città considerevole sulla montagna stessa. Si dice che le donne di questo paese siano le più belle dell’Isola. Che Dio le faccia diventare schiave dei Musulmani!».
Trapani, coi suoi grattacieli, è un segno vivente del moderno sviluppo della Sicilia. E forse ancor più per questo è suggestivo il contrasto con la campagna che la circonda, e che percorriamo in auto dirigendoci verso l’altura. Ampie lagune si diffondono tra i campi, cumuli di saline si levano qua e là; e le une e gli altri scintillano al sole estivo, diffondendo all’intorno una luce rarefatta che agevola il distacco dalla realtà e l’immersione nella leggenda. Poi è salita ripida, a tornanti, lungo la via che s’apre nella roccia rosea, tra cespugli gialli di ginestre. Ampie pinete chiazzano di scuro il monte, eleganti ville lo punteggiano di vividi colori.
Appena s’entra in Erice, la vita sembra sostare. Lungo le vie selciate a singolari riquadri, nei quali l’acciottolato si dispone come in elegante mosaico, tra i muri di pietre a secco che segnano le pareti ininterrotte delle case, non c’è anima viva, non si vede né s’ode persona alcuna. Occorre sostare a lungo per comprendere il segreto di questa città del silenzio: la sua vita si espande nei cortiletti, separati dalle strade a mezzo di muri senza aperture. Ma quale differenza tra l’esterno e l’interno! Là il grigio chiaro e monotono delle pietre, solo interrotto da rade chiazze di muschio; qui il rosso e il giallo e il verde dei fiori lussureggianti, che si diffondono tra gli alberi più ricchi e vari.
Ora possiamo tornare alla leggenda. L’epica lotta che Ercole condusse contro il re del luogo (il primo ponendo in palio i buoi, il secondo il regno) si concluse naturalmente con la vittoria dell’eroe, il quale affidò la città agli abitanti in attesa che venisse a governarla qualcuno della sua stirpe. Chiara trasposizione, nel mito, del preannunzio del dominio greco… Ma a noi interessa piuttosto quel re valoroso e sfortunato, che la leggenda chiama proprio Erice e del quale fa dunque il progenitore del luogo. Di più: Erice viene detto figlio di Afrodite, la dea dell’amore. E così la leggenda spiega, a suo modo, il fatto che questa dea appunto fu la vera sovrana della città, oggetto di un culto che mutò nomi ma non mutò sostanza, sfidando e vincendo il passare dei secoli.
Afrodite dei Greci, Tanit dei Cartaginesi, Venere dei Romani: la rugiada, si narra, cancellava al mattino le tracce dei sacrifici che alla sera si compivano, all’aperto, nel suo luogo sacro; ed ogni anno un volo di colombe recava sull’antistante costa africana il segno di un rito sovranamente mediterraneo, tornando poi indietro a significarne la reciprocità. Infine, più di un autore afferma che si praticava la prostituzione sacra: anch’essa segno inconfondibile del culto che in antico si rese alla dea dell’amore.
Ora interviene la leggenda più importante dell’antica Roma, quella del viaggio di Enea e della fondazione della città eterna.
In Sicilia, canta Virgilio, venne a mancare il vecchio padre dell’eroe, Anchise; e fu sepolto proprio sul monte di Erice, dove si svolsero cerimonie grandiose in suo onore. V’è forse un caso fortuito in questo collegamento? O non è vero piuttosto che Enea, figlio di Venere, doveva pur sostare nel celebre santuario della dea tanto più in quanto gli abitanti del luogo si ritenevano anch’essi di provenienza troiana? Così accade che Enea fondi sul monte, per la divina madre, «una sede vicina alle stelle»; e che il culto si diffonda in Roma, dove a Venere Ericina sono dedicati un tempio sul Campidoglio e poi un altro presso la Porta Collina.
Cosa resta, oggi, di Erice antica? Sulle pendici nord-occidentali del monte, tratti imponenti di mura, dalle quali sporgono grandi torrioni, risalgono certamente a prima dell’età cristiana: ne fanno fede alcune lettere puniche incise sulle pietre. Quanto al celebre santuario della dea, poi rifatto in epoca romana, poi trasformato in chiesa, restano oggi sulla vetta del monte, nell’area del Castello che domina l’abitato, le fondazioni di un edificio punico e un pozzo, finora detto di Venere, nel quale i turisti si recano a gettare le monetine come nella fontana di Trevi: sarà per augurarsi il ritorno o per propiziarsi l’amore? Alcuni anelli d’oro e d’argento, sempre con la immagine di Venere, sono quanto rimane della leggendaria ricchezza del luogo sacro. Gli scavi compiuti in passato, e che dovranno essere dopo lunga pausa ripresi, indicano la presenza a Erice di un notevole insediamento punico, confermando i dati già offerti dalle lettere incise sui blocchi di pietra delle fortificazioni; suggeriscono che nella fase antica di tale insediamento fosse attivo l’influsso dei più remoti e fecondi centri della civiltà mediterranea; mostrano che l’occupazione si protrasse per alcuni secoli, confermando le notizie storiche sul permanere dei Cartaginesi ad Erice fino alla conquista romana. Così, l’archeologia illumina i racconti degli antichi scrittori, rivelando la complessità delle credenze e dei riti di queste terre.
Nel che i lettori, se credono, potranno ravvisare un motivo in più per venire da queste parti. Ma, anche se non s’interessano di cose antiche, vengano lo stesso a vedere le feste dell’«Estate ericina», le processioni allegoriche, i concorsi di bellezza (sempre Venere, dunque!). E se poi neppure questo li interessasse, provino almeno la cucina locale, le ricette elaborate per secoli nel segreto dei monasteri, e in particolare quel cuscus di origine africana che ricorderà loro (anche questa è una via per la diffusione della scienza) i secolari rapporti con le civiltà dell’opposta sponda mediterranea.
fonte: http://www.arkeomania.com/articoli_trapani.html
Immagine del Tempio di Venere a Erice di http://www.sicilytravelling.com
giovedì 13 settembre 2012
Lingotti ox-hide, la circolazione del rame nel Mediterraneo del Bronzo.
La circolazione del rame in Sardegna e nel Mediterraneo: i lingotti ox-hide
di Fabio Serchisu
I primi lingotti a pelle di bue furono scoperti da G.Spano nel 1857 col rinvenimento di Serra Ilixi–Nuragus (NU), in Sardegna, e, tuttora grazie alle continue scoperte e all’evoluzione dei metodi di ricerca continua il loro studio. La ricerca si è concentrata soprattutto sull’origine, sui luoghi e sui metodi di produzione, sulla loro diffusione nel tempo e nello spazio. Per ottenere tali risposte ci si è adoperati, soprattutto negli ultimi decenni, con le analisi chimico fisiche e agli isotopi sul metallo. In particolare,queste ultime possono definire la miniera di provenienza del metallo usato. Tuttavia una serie di dati di diversa natura forniscono un panorama più ampio, le cui risposte possono risultare tutt’altro che scontate.
La categoria dei reperti noti come lingotti a pelle di bue, ormai può vantare una lunga tradizione di studi. Nel 1857 avvenne la prima scoperta, a opera di G. Spano, nel territorio comunale di Nuragus, in località di Serra Ilixi (Spano 1857, p. 94; 1858, p. 12). Quel ritrovamento constava di ben 5 lingotti, dei quali solo tre si salvarono grazie all’intervento dello studioso. Nel corso del tempo i ritrovamenti si sono moltiplicati e, soprattutto nel bacino del Mediterraneo orientale, sono divenuti numerosissimi; in questa sede, per non dilungarmi troppo, citerò alcune delle scoperte più notevoli, quali i ripostigli cretesi, in particolare quelli di Haghia Triada, i vari rinvenimenti ciprioti, e gli eccezionali relitti di Capo Gelidonya e di Ulu Burun, lungo le coste della Turchia. Come accennato prima, si tratta di un argomento molto dibattuto, per svariati motivi, ma soprattutto perché mediante gli ox-hide è più facile, in linea teorica, piuttosto che con altre categorie di reperti, individuare precisi centri di produzione e rotte di scambi commerciali. Eppure in quest’ambito rimangono ancora alcuni punti oscuri, da meglio definire. Il luogo di origine di questa forma particolare non è stato ancora accertato. Secondo la gran parte degli studiosi pare fosse stata Creta minoica la sede originaria da cui poi si sarebbe diffusa la forma. A sostegno di tale teoria sono i numerosi ritrovamenti compiuti sull’Isola, soprattutto nei magazzini di vari palazzi minoici; ad Haghia Triada la missione italiana guidata da F. Halberr (Pigorini 1904), all’inizio del ‘900, rinvenne un magazzino contenente 19 lingotti, alcuni dei quali recavano segni incisi. In base ai dati di scavo questi reperti furono ricondotti al 1600 e il 1550 a.C. Si tratta, allo stato attuale delle ricerche, del ritrovamento più antico compiuto per questa categoria di reperti; altri ritrovamenti inquadrabili allo stesso orizzonte cronologico sono stati compiuti sempre a Creta, nel palazzo di Kato Zakros (Catling 1964, p. 269; Bass 1967, p. 61; Parise 1968, pp.346-347). Nel complesso studio sugli ox-hide, non rientrano solo i reperti presi come oggetto a sé stante, ma anche le loro rappresentazioni iconografiche; tra le più appariscenti vanno ricordati gli affreschi delle tombe tebane e i rilievi di alcuni edifici in Egitto nella XVIII e XIX dinastia (Vercoutter 1956, tavv. 39, 69), ma anche sui sigilli cilindrici, in alcune particolari bronzetti e piedistalli decorati a giorno ciprioti (Briggs Buchanan 1966, pp. 186-191;Bass 1967, p. 68; Catling 1964, pp. 206-207; Bass 1967, pp. 68-69). Fino agli anni ’80, i vari cataloghi editi (Pigorini 1904; Buchholz 1959; Catling 1964; Bass 1967; Parise 1968) riportavano anche questo tipo di documentazione a una cronologia avente per estremi il XV e il XII a.C.; dunque risulta sorprendente l’analisi della dott.ssa A. Nibbi su di una serie di sarcofagi rinvenuti nella necropoli di el Bersha (Nibbi 1986, pp. 41-65). Il sito di el Bersha si trova sulla riva orientale del Nilo all’altezza di Mellam, fu usato durante il Medio Regno per seppellire i principi del XV nomo dell’Alto Egitto. La serie di sarcofagi studiati dalla Nibbiè datata intorno al 2100 a.C. e tra le varie pitture decorative vi sono raffigurati anche elementi che richiamano palesemente i lingotti ox-hide. È vero che ci sono interpretazioni diverse che vedono in quegli elementi figurativi ora tamburelli ora poggiatesta, ma a convalidare in modo deciso la spiegazione che fornisce la Nibbia proposito di tali elementi, che lei ritiene essere ox-hide, è la parola nms, che descrive ognuna di queste figure, e che nella lingua egiziana del Medio Regno, indicava il lingotto. Quindi esistono raffigurazioni di lingotti a pelle di bue fin dalla fine del III mill. a.C., ma ancora non sono stati rinvenuti lingotti da contesti così antichi. La scoperta di El Bersha è ancora più interessante se si considera la costante penuria di rame del regno d’Egitto. I faraoni disponevano, infatti, delle miniere nella penisola del Sinai, ma non sempre ebbero il controllo diretto su di esse (Bromehead 1966, p. 573). Infatti, per far fronte alla penuria del rame l’Egitto antico ricorreva all’importazione da paesi stranieri (Bromehead 1966, p. 573; Bass 1967, pp.62-67; Gardiner 1997, p. 42). Anche la questione dell’inquadramento cronologico è complicata, perché nonostante siano stati compiuti numerosi ritrovamenti, in realtà la gran parte dei materiali editi proviene da situazioni fuori contesto, o comunque non verificabili mediante scavo scientifico. Il primo tentativo sistematico di fornire una datazione alle diverse tipolo-gie dei lingotti ox-hide fu compiuto dal prof. H. G. Buchholz (Buchholz 1959) che, nel 1959, realizzò un catalogo comprensivo di tutte le scoperte fino ad allora compiute, sia di reperti che di raffigurazioni iconografiche. In base a tale metodo riuscì ad evidenziare l’esistenza di tre diverse tipologie che secondo lo studioso avevano una precisa collocazione temporale. La scoperta dei relitti turchi, quello di Capo Gelidonya (Bass 1967) negli anni ’60 e quello di Ulu Burun (Bass, Frey, Pulak 1984) negli anni ’80, rese tale classificazione superata. Infatti l’analisi compiuta dal prof. G. Bass, direttore di entrambe le missioni archeologiche, fece emergere che, nel relitto di Capo Gelidonya, erano presenti almeno tre diversi sottotipi che rientravano nel tipo 2 di Buchholz, ed inoltre in base ai nuovi dati acquisiti dallo scavo del relitto, ritenne superato l’inquadramento cronologico precedente. A rafforzare questa teoria fu il ritrovamento del relitto di Ulu Burun, risalente al XIV a.C., che trasportava un carico eccezionale: 354 lingotti. Anche chi scrive ritiene che sia difficile inquadrare perfettamente le diverse forme in un preciso ambito temporale, per la natura stessa del prodotto destinato anche alla tesaurizzazione, ed è anche per questo motivo che alcune forme devono aver convissuto in determinati periodi. Tuttavia la classificazione tipologica non deve essere trascurata, anzi, si propone con l’evolversi della ricerca e quindi con l’aumento dei dati a disposizione, di continuare a usarla per definire il range cronologico d’uso delle diverse forme, ma non solo, la tipologia può individuare diverse le varianti regionali. Senza dubbio in Oriente la terra che doveva stoccare i maggiori quantitativi di lingotti a pelle di bue era Cipro, lo confermano i numerosissimi ritrovamenti di reperti provenienti da vari siti dell’Isola, le fonti scritte, in particolare il carteggio tra il re di Alashyia e Akhenaton nelle lettere di Tell el Amarna (Liverani 1998) datate al XIV a.C.; che costituisce una prova importante sui rapporti che intercorrevano fra i diversi regni, le modalità impiegate nello scambio dei beni preziosi e la portata stessa di tali scambi, che nel caso del rame cipriota in Egitto era davvero imponente. Per quanto riguarda i ritrovamenti a Cipro, spesso provengono da situazioni stratigrafiche molto disturbate o addirittura inattendibili, ma mostrano che il periodo di maggior concentrazione dei lingotti a Cipro è tra il XIV e XIII, fino al XII a.C. Le forme cipriote si ritrovano testimoniate abbondantemente anche al di fuori dell’Isola: innanzitutto nei relitti turchi, ma anche negli affreschi delle tombe egiziane, e senza dubbio nella matri-ce di fusione ritrovata a Ras Ibn Hani (Lagarce et alii 1983, pp. 277-280; Lagarce 1997, pp. 73-76). Si tratta di un unicum, al momento; recuperato nel corso degli scavi nel palazzo reale di Ras Ibn Hani, sede estiva dei sovrani di Ugarit tra il XIV e il XIII a.C., sito che si trova sulla costa siriana prospiciente Cipro. La matrice era al centro di una sala desti-nata alle operazioni di fusione e la forma che si delinea è quella di un lingotto di tipo 2, secondo la classificazione di Buchholz. Del resto va ricordato che prima di questa scoperta, eminenti archeometallurghi, come R. Tylecote (Tylecote 1976, pp. 30-31), ritenevano che gli ox-hide fossero fusi in matrici destinate alla distruzione dopo l’uso, a es. realizzate nella sabbia. Naturalmente la scoperta di un solo stampo in pietra non invalida l’ipotesi di Tylecote, ma è verosimile che fossero praticati entrambi i sistemi per lo stampo in matrici permanenti e in matrici temporanee. Nello studio della diffusione degli ox-hide nel Mediterraneo forniscono un grande aiuto agli studi compiuti sulla provenienza del rame e sugli isotopi del piombo presenti in esso (Giardino 1995, pp. 130-132). Gli isotopi del piombo sono elementi che non si modificano nel corso del tempo, né per le operazioni di fusio-ne. Inoltre tali isotopi sono caratteristici di determinate aree; per tanto, in linea teorica, conoscendo i campi degli isotopi di piombo contenuti nel rame si può risalire alla miniera originaria dove fu estratto il minerale usato per realizzare il lingotto in questione. Allo stato attuale della ricerca la maggior parte dei lingotti sottoposti all’analisi della composizione isotopica hanno presentato risultati che mostrano un’origine di rame cipriota. E ancora non sono state identificate le miniere che fornivano rame ai palazzi cretesi. Com’è noto, nel Mediterraneo occidentale la terra che ha fornito il maggior numero di testimonianze inerenti gli ox-hide è la Sardegna; in alcuni casi si tratta di lingotti interi, in altri casi di frammenti di lingotti, ora raggruppati in ripostigli, ora rinvenuti isolatamente. Gran parte dell’Isola ha restituito tali reperti, in particolare nelle regioni a Nord e all’interno dell’Isola, anche se un numero inferiore di ritrovamenti nelle altre zone potrebbe essere imputabile a una maggiore frequentazione umana che ha cancellato le tracce di eventuali ripostigli. Inoltre va detto che alcuni sono reperti isolati da raccolta di superficie, per tanto non sono molto utili per un’indagine di distribuzione nel territorio, invece sono significativi i ripostigli sia di lingotti integri sia di rottami. Per quanto riguarda i lingotti integri finora ne abbiamo conservati solo 4. Tre sono quelli recuperati dallo Spano (Spano 1857, p.94; 1858, p.12) a Serra Ilixi–Nuragus, che facevano parte di un ripostiglio di almeno 5 lingotti, due dei quali andarono persi. È interessante notare come i bracci di questi lingotti in realtà si differenzino dai tipi canonici ciprioti. Questi lingotti furono trovati durante lavori agricoli, quindi non abbiamo notizie troppo precise sul luogo del rinvenimento, a parte l’annotazione generica dello Spano che afferma che nei pressi del luogo del ritrovamento c’erano i ruderi di un nuraghe. L’altro lingotto integro è quello recuperato in località Sant’Antioco di Bisarcio, a Ozieri (Amadu 1978, pp. 305-307). Stando al racconto delle fonti questo lingotto fu recuperato a livello di fondazione di un nuraghe. I vari ripostigli di frammenti di lingotti ox-hide sono conservati sempre in siti che hanno avuto una certa importanza; quando si tratta di ripostigli presso santuari è facile immaginare che costituissero la riserva di metallo per le fonderie che realizzavano gli ex voto. Non è ancora chiaro il momento in cui ci fu l’introduzione della forma sull’Isola, ma se dobbiamo prestar fede a quanto ci riferiscono le fonti sul rinvenimento ai livelli di fondazione di un lingotto nel nuraghe di Sant’Antioco di Bisarcio a Ozieri (Amadu 1978, pp. 305-307), allora potremmo azzardare che tali lingotti furono importati almeno a partire dagli albori della Civiltà Nuragica, ma siamo nel campo delle ipotesi. Diverso è il discorso sulla durata di circolazione di tale forma; questa differisce tra le diverse aree del Mediterraneo, in Occidente, e, in particolare, in Sardegna potrebbe essere stato usato,sotto forma di rottami, almeno fino al I Ferro. A sostegno di questa teoria ci sono una serie di considerazioni basate sui vasi contenitori dei frammenti di ox-hide. Dapprima il fatto che nessuno dei contenitori sia stato rinvenuto associato con la ceramica grigio-ardesia, che è il reperto caratterizzante della facies di Antigori ovvero del Bronzo Recente, nel sud dell’Isola (Campus, Leonelli 1998, pp. 512-516; Ugas et alii 2004, pp. 399-404). Ma il dato più sostanziale da considerare è che nessuno dei contenitori presenti anse a orecchio, che sono l’elemento caratterizzante dei vasi del Bronzo Recente. Invece tutti i vasi contenitori che hanno conservato i frammenti di ox-hide hanno le anse ad anello semplice, elemento del Bronzo Finale, dunque se si deve attribuire una datazione ai frammenti di lingotto in base ai vasi che li custodivano non si può superare la soglia del Bronzo Finale (Campus, Leonelli1998, pp. 512-516; Ugas et alii 2004, pp. 399-404). In effetti, si deve considerare che una datazione più tarda risulta più credibile dal momento che per conservare i frammenti in questione si adoperavano vasi contenitori che, quando si decideva di realizzare un determinato ripostiglio, erano già vecchi e anche rotti, come nel caso di Sant’Anastasia poiché non dovevano più servire alla funzione originaria. I siti che più chiaramente confortano un perdurare dei rottami di ox-hide sono Sant’Anastasia di Sardara e i frammenti di nuraghe Nastasi di Tertenia. A Sant’Anastasia in un contesto del I Ferro lo str. IV, in cui è stato rinvenuto il ripostiglio coi frammenti metallici, è stato datato al IX-VIII a.C. (Ugas, Usai 1987, p. 170, p. 183). Nel caso del nuraghe Nastasi i pezzi di ox-hide sono stati scoperti in associazione a un frammento di bronzetto1, per cui la datazione è stata riportata almeno al IX a.C., ma in considerazione del fatto che il bronzo figurato era già un rottame, la datazione si potrebbe ulteriormente ribassare.
Nell'immagine: lingotti ox-hide al Museo Archeologico di Cagliari
mercoledì 12 settembre 2012
Bronze Age - Le Tombe di Giganti
Le tombe di giganti
di Caterina Bittichesu
Le tombe di giganti sono monumenti grandiosi ed esclusivi della Sardegna che sembrano ricordare, nello schema planimetrico, la riproduzione della protome taurina: simbolo della religione dei sardi preistorici fin dal lontano neolitico. Sono infatti costituite da un lungo corpo generalmente absidato, con fronte arcuata che si prolunga lateralmente in due ali di muro delimitante un'area
chiamata esedra o area cerimoniale. Al centro del prospetto, si apre il portello d'accesso al vano funerario. In base alle caratteristiche architettoniche, tutte le tombe di giganti si dividono essenzialmente in due grandi gruppi: al primo appartengono le sepolture che presentano al
centro del prospetto la stele; del secondo gruppo fanno parte le sepolture senza stele, definite nuragiche per l'imponente facciata in muratura, e per altre peculiarità tecniche e
strutturali comuni ai nuraghi a tholos. Delle 47 Tumbas de zigantes di Sedilo, il 36% conserva la stele, mentre il 40% è da riferire al gruppo delle tombe di giganti in muratura, quasi tutte in opera isodoma. Il 24% delle strutture è tipologicamente non definibile per lo stato di estremo degrado. I sepolcri sono ubicati su modesti dossi, con la fronte esposta da E a SW, di solito accanto ad altre tombe di giganti o a breve distanza da monumenti funerari più antichi quali domus de Janas e dolmen. La stele di Bonaera-Sos laccheddos e forse quella di Battos 3 (attualmente frammentate) erano monolitiche, cioè in un s o l o pezzo. Singolari e rilevanti sotto il profilo architettonico sono le stele di Orzanghene e di Su Croe che poggiano sui piedritti del portello funerario: la prima è costituita da due pezzi scorniciati, uno quadrangolare che fungeva da architrave e l'altro centinato; la seconda consiste in una lastra troncogivale priva di cornice. Tutte le altre "stele" sono bilitiche, con lastre di basi trapezoidali fornite di incastro a risega nello spessore superiore, dove poggiava lo spartito centinato. Di grande interesse è la stele di Santu Antinu 'e Campu 1 per la pietra superiore che presenta nel tratto posteriore della centina tre incastri semicilindrici distaccati da dentelli, simili a quelli dei conci sommitali restituiti da tombe nuragiche.
I termini cronologici delle tombe dei giganti abbracciano l'intero periodo dell'età del bronzo (1800-900 a.C), ma il loro periodo è durato a lungo, fino al periodo Medioevo.
Alla fase del primo Bronzo (1800-1500 a.C.) vengono riferite le tombe di giganti a struttura ortostatica - a struttura dolmenica con la camera funeraria a sezione trilitica o rettangolare (come i dolmen dai quali derivano) e la muratura perimetrale edificata con pietre di grandi dimensioni. La fronte del monumento presenta al centro la monumentale stele, stretta da lastre disposte a coltello che decrescono in altezza verso le estremità delle ali, rinforzate alla base da altre pietre disposte di
piatto con funzione di bancone. Fra le tombe di Sedilo che sembrano collocarsi in questa fase arcaica della civiltà nuragica sono degne di nota S.Antinu 'e Campu 1, Culumbos, Battos 3, S'Alighe Nanu 1, Oligai, Iscudu 1 e Coloros. In particolare Culumbos e Battos 3 (lunghezza del corpo tombale: m. 21 nella prima e m. 20 nell'altra) appaiono veramente ciclopiche, con dimensioni vicine a quelle della sepoltura di Goronna 1 - Paulilatino (OR), considerata dalla letteratura archeologica la più imponente della Sardegna centrale. Di notevoli dimensioni era anche la sepoltura di S'Alighe Nanu 1, che conserva il filare di base di una parte del vano funerario dalla lunghezza residua di m. 15. Meno antica è ritenuta la tomba di giganti costruita
da ortostati sovrastati da fìlari di pietre, con la camera di sezione trapezoidale. In questa tipologia rientrano le sepolture di Busoro 2, Su Croe, Iscudu 2, Orzanghene, Filighe 1 e 2. Busoro 2 si distingue per la nicchia ricavata nello spessore murario del vano tombale e per lo spartito di base
della stele priva di cornice marginale. Le due tombe di Filighe si differenziano per il corpo tombale privo di abside, che si conclude posteriormente con un taglio netto: particolare noto per l'ipogeo di Sa figu IV - Ittiri (SS) e per alcune tombe del Marghine. I1 Bronzo Medio (XVI – XIII a.C.) vide lo sviluppo tecnico - costruttivo dei nuraghi a tholos e la trasformazione della fronte delle tombe di giganti: l'alta "stele" scompare gradualmente, sostituita da pietre sovrapposte in lieve ritiro; al posto dei grandiosi ortostati del peristalite delle strutture più antiche si utilizzavano lastre ortostatiche meno alte, sulle quali poggiano ordinati fìlari di pietre. Le strutture sono realizzate o in opera sub quadrata, con filari di pietre ben dirozzate e con scaglie e zeppe nelle commessure, oppure in opera isodoma. La classica planimetria a protome taurina resta invariata. Alle sezioni dolmeniche e trapezoidale delle camere tombali, succedono sezioni ogivali e angolari. Nelle sepolture in opera poligonale lo stile dell'aggetto è dato dalla sporgenza graduale dei fìlari, mentre in quelle isodome è ottenuto dal taglio obliquo dei conci. La pietra sommitale che conclude il prospetto delle tombe nuragiche presenta tre scanalature che combaciano perfettamente con quelle presenti nella prima lastra di copertura, costituendo tre fori che accoglievano una triade di piccoli betili. Un concio sommitale con tre incavi proviene dalla tomba di giganti di Padru Longu-Aidomaggiore e attualmente si trova a Sedilo nel recinto di S.Costantino. L'altra pietra sommitale di Sedilo è quella di Su Marghinile che presenta nella faccia a vista una larga cornice rilevata. Il concio, fin a oggi un "unicum", trova la sua premessa formale nella "stele" con incavi della centina di Sa pedra longa - Uri (SS), è rappresenta un elemento di raccordo fra le sepolture con "stele" e quelle con prospetto a filari.
Sulla stessa linea evolutiva sono anche i numerosi conci sommitali dentellati restituiti dalle sepolture di Sa Madalena, Iloi 1 e 2, Battos, S. Antinu 'e Campu 3, S. Costantino, Busoro, Mura 'e Mei, che trovano il loro prototipo nello spartito centinaio con dentelli e incassi della stele bilitica di S. Antinu 'e Campu. La maggior parte delle tombe di giganti di Sedilo sono, come si è detto, del tipo senza stele, con fronte in muratura e per la maggior parte isodomiche, ad eccezione di Melas 2, Filigorri 2 e Rughe. Melas 2 è il monumento in opera poligonale meno degradato perché conserva pressoché integra la stesura planimetrica e circa metà dell'elevato della camera; Rughe, nota come Su Portatzoo de Andria Pes, è stata completamente sacrificata alla 131 bis (Nuoro-Abbasanta). Le sepolture in opera isodoma, insieme alle fonti e ai pozzi sacri più raffinati, sono i monumenti più eleganti della civiltà nuragica, (Iloi 2, Battos 1 e 2, S. CostantinoMonte Isei e S. Antinu 'e Campu 3). Di altri monumenti non più leggibili in pianta, si conservano soltanto alcuni conci di elegante fattura. Di notevole interesse sono le due tombe di Battos, per la ricchezza di particolari strutturali presenti in esse, e il monumento di Iloi 1 che ha restituito buona parte della parete absidale, costituita da archi monolitici. Altri archi absidali provengono dalle sepolture di Battos, Su Marghinile, Banzos, Su Fangu, Lighei, Busoro. A Iloi 2, a Lure, a S. Costantino-Monte Isei e a S.Antinu 'e Campu 3, la parete absidale era costituita da alti ortostati arcuati, completati superiormente da conci a cuneo dalla superficie esterna convessa, analogamente a quanto si riscontra nella tomba nuragica in opera poligonale di Melas 2. Il concio superiore, che raccordava l'abside con la copertura, era di ridotte dimensioni ed è presente a Lure, a Battos e a Busoro. Quest'ultimo, di notevole interesse, si trova attualmente nel cortile del palazzo municipale. Della copertura estradossale dei monumenti si conservano pochi elementi appartenenti alle due tipologie note: pietre ad arco ribassate internamente cave a Battos e a Iloi 1; conci troncopiramidali a Iloi 2 e a Busoro. L'esedra conserva alti ortostati ad Iloi 2 e a Battos, in origine completati da fìlari di conci, delimitati e rinforzati nella base dal bancone-sedile. Sempre a Iloi 2 e a Battos 1, il portello d'ingresso al vano funerario, di luce quadrangolare, e ricavato in una lastra trapezoidale che ricorda lo spartito di base della stele bilitica di Busoro 2 ed è analoga alle lastre forate da portello di tombe isodome poco distanti geograficamente. Per altre sepolture isodome di Sedilo si può ipotizzare un ingresso analogo oppure un portello architravato come si osserva nella generalità delle sepolture con fronte a fìlari. L'esedra di Iloi 2 ha restituito anche il chiusino del portello costituito da una lastra quadrangolare marginata su 3 lati da una larga risega e con incassi semi sferici di manovra negli spessori laterali e superiori. La camera funeraria conserva alti ortostati di base ben congiunti a Iloi 2, Battos 1 e 2, S. Antinu 'e Campu 3, 4 su i quali erano impostati fìlari di conci con la faccia a vista tagliata obliquamente che si chiudevano ad ogiva. Il vano funerario, alto circa 2 mt., era chiuso posteriormente da un monolito (Mura 'e Mei e Battos 1) o da due o più pietre sovrapposte (Sa Madalena, Lure, S. Antinu 'e Campu 3, Battos 2) con riseghe marginali su cui incastravano i muri laterali. La pietra di fondo della camera di Mura 'e Mei, come quella di Otzilo 2- Aidomaggiore e Biristedi 1- Dorgali, oltre alle riseghe laterali, è attraversato nella mezzeria da un listello trasversale in rilievo negativo nel quale, presumibilmente, poggiava una lastra che, inserita nei fìlari laterali della camera, formava una nicchia sopraelevata. Grazie allo scavo archeologico, conosciamo il pavimento della tomba di Iloi 2 costituito da lastre ben connesse, e molti elementi che permettono di ipotizzare un prospetto a fìlari alto circa 4 mt. A custodia delle tombe di giganti venivano poste una o più pietre fitte (i menhirs), via via sostituite dai belili di forma conica o troncoconica, perfettamente levigati e stilizzati, simboli del dio generatore di vita e protettore dei defunti. Lo stesso significato si può attribuire ai betilini che svettavano sulla sommità delle stele o delle tombe nuragiche e a quelli deposti nel bancone dell'esedra e all'interno della camera funeraria come offerta votiva ai trapassati.
Sedilo ha restituito 3 microbetili, accuratamente lavorati nella trachite, rinvenuti rispettivamente nell'esedra delle tombe di giganti di S. Antinu 'e Campu 1 e di Battos e nei pressi del nuraghe Montemajor. Betili monumentali, uno conico e in origine con 2 bozze mammillari, gli altri troncoconici, lisci o con incavi, sono stati trasportati in tempi non remoti all'interno de moderno abitato. Provengono da S. Antinu 'e Campu, da Battos, da Bonaera-Sos Laccheddos, da Nurache, dalla valle del Tirso e da Filigorri. A segnale e difesa della tomba isodoma di Orbetzari c'era un menhir protoantropomorfo in basalto, di tradizione neolitica, di forma ogivale e sezione piano-convessa, alto m. 1,62 residui. Secondo lo Spano, il grande archeologo sardo dell'Ottocento, le tombe di giganti erano mausolei di famiglia; altri le ritengono sepolture dei capi delle tribù nuragiche, mentre per Lilliu ed il Contu erano tombe comunitarie destinate a accogliere gli abitanti del vicino villaggio. Da Aristotele e dai suoi commentatori sappiamo che i sardi erano soliti frequentare le tombe degli eroiantenati per dormire presso di esse per 5 giorni per invocare, dai parenti defunti protezione, aiuto e la guarigione da eventuali ossessioni. Non abbiamo, fino ad oggi, elementi sicuri per individuare i rituali funerali in uso nelle tombe di giganti. Non è improbabile che si ricorresse alla pratica della sepoltura secondaria dei resti scheletrici, secondo la tradizione delle culture campaniforme e Bonnanaro A, rispettivamente dell'ultima Età calcolitica e del primo Bronzo. Non mancano tuttavia esempi d’inumazione primaria, semi distesa o rannicchiata nella tomba di Bidistili-Fonni (NU) i defunti giacevano sotto un letto di ciottoli fluviali, che poggiava direttamente sul pavimento della camera. Accanto a essi era deposto il corredo funerario, costituito da vasi, strumenti e oggetti d'ornamento.
GLOSSARIO
ABSIDE: Parte semi circolare, (a sviluppo troncoconico nelle tombe a filari), posta dietro il vano tombale.
AGGETTO: Inclinazione graduale verso l'interno dei filari di una parete.
CENTINATA: La parte superiore della stele di forma arcuata, semicircolare.
COMMESSURA: Superficie di contatto tra pietre e pietre nella muratura.
CONCIO: Pietra lavorata, preparata per la messa in opera.
COPERTURA ESTRADOSSALE: Superficie a vista della copertura.
ISODOMA: Tecnica costruttiva che prevede l'impiego di conci perfettamente squadrati e ben combacianti tra loro.
ORTOSTATICA: Struttura formata da lastre affiancate, disposte in verticale.
PERISTALITE: Perimetro di base della piattaforma sopra la quale viene edificata la tomba.
PIEDRITTI: Stipiti.
PROTOME TAURINA: Raffigurazione simbolica della testa di toro.
SEPOLTURA SECONDARIA: Inumazione definitiva di una parte di resti scheletrici, generalmente il cranio e le ossa lunghe.
SEZIONE DOLMENICA: Copertura del vano tombale realizzata con lastre disposte orizzontalmente su quelle ortostatiche di sostegno.
SEZIONE OGIVALE: Copertura ottenuta con 1' inclinazione progressiva delle pareti, che ricorda la forma di un arco a sesto acuto.
STELE: Lastra verticale in uno o più elementi con la parte superiore centinaia, generalmente bordata da una comice in rilievo e dove alla base di solito si apre il portello d'accesso al vano tombale.
SUBQUADRATA: Parzialmente squadrata
Fonte: http://www.iloisedilo.org/raccolta/pdf/1998/09.pdf
Immagini: dall'alto
Stele centinata Li Lolghi
Is Concias
Li Muri, Arzachena
Coddu Vecchio - Arzachena
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