sabato 11 febbraio 2012
Bronze Age - Video: Nuragic civilization
Video: A short movie about the Nuragic culture in Sardinia.
Form neolithic times to the onset of the Iron Age, megalthic stones have been in the focus of the early Sardinians. The Nuraghs represent the climax of all megalithic cultures in Europe. The events around the sea peoples and the Shardana are touched upon. This is in close relationship to other affairs in the mediterrean such as the stories of David, the Hebrew and the Philisteans, told by the Bible
by MetathronMovies
Form neolithic times to the onset of the Iron Age, megalthic stones have been in the focus of the early Sardinians. The Nuraghs represent the climax of all megalithic cultures in Europe. The events around the sea peoples and the Shardana are touched upon. This is in close relationship to other affairs in the mediterrean such as the stories of David, the Hebrew and the Philisteans, told by the Bible
by MetathronMovies
venerdì 10 febbraio 2012
Restituiti dagli USA straordinari reperti archeologici

Restituiti dagli Usa eccezionali reperti archeologici
Le indagini condotte dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale hanno portato al rimpatrio di alcuni straordinari reperti archeologici appartenenti al patrimonio culturale italiano. Erano stati scavati illegalmente in comprensori italiani e il loro valore commerciale complessivo è stimato in circa 2 milioni di euro.

Tra le opere recuperate, vi sono due statue: una è del II sec. d.C. e raffigura la Dea Fortuna. Era stata rubata a Fiumicino nella palazzina ex Opera Nazionale Combattenti il 4 ottobre 1986. L’altra è una statua femminile panneggiata di divinità risalente al I sec. d.C. ed era stata scavata nel Lazio e poi esportata illecitamente all’estero, finendo oggetto di indagini nel contesto del procedimento penale a carico del noto trafficante internazionale Giacomo Medici.
Le due statue sono state restituite spontaneamente all’Italia, in quanto di provenienza illecita, sulla base delle prove fornite alla società statunitense Humana Inc., che le aveva acquistate in buona fede da una galleria di New York nel 1984 per esporle nella rotonda della sede centrale a Louisville, Kentucky.

Il Princeton University Art Museum ha invece restituito centosettanta tra reperti archeologici interi e frammentati, tra cui un askos a forma di astragalo, due statuette di donna, di cui una che suona un tamburello e l’altra la lira, un pithos a figure rosse e bianche, raffigurante animali, e 166 frammenti (quattro di un cratere a figure rosse, cinque di rilievi architettonici, un gruppo di 157 elementi architettonici con figure di tori).
Dal Metropolitan Museum di New York sono arrivati poi quaranta reperti archeologici frammentati riconducibili alla collezione privata di un cittadino americano, deceduto.

Vi sono infine:
Un bronzetto romano del I sec. d. C. conosciuto come la Venere di San Giovanni in Perareto. Rubato tra il 27 e il 28 agosto 1962 nel Museo Civico di Rimini, è stato individuato nei mesi scorsi, nella disponibilità di un gallerista newyorchese che l’ha restituita spontaneamente senza intraprendere un’azione rogatoriale. Tornerà in esposizione a Rimini.

Una pergamena antica, costituente un atto notarile del 1603, verosimilmente custodita nell’Archivio di Stato di Bari, di cui si erano perse le tracce sin dagli anni ’60. È stata rinvenuta, nel corso di altre indagini, da personale del Federal Bureau of Investigation (FBI) di Chigago.

Un corredo funerario in bronzo, costituito da 2 collane, 5 bracciali, 1 fibula e vari pendagli, tutti di epoca compresa tra l’VIII ed il VII secolo a. C., consegnati spontaneamente, con la collaborazione del Consolato Generale d’Italia in New York, da un apprezzato artista contemporaneo americano. I beni erano stati da questi ricevuti in eredità dal nonno italiano, originario di Offida (Ascoli Piceno) che li aveva trovati arando il suo campo ai piedi di una pianta di olivo, quindi esportati negli USA, già alla fine dell’ottocento, allorché era emigrato, prima ancora dell’entrata in vigore della legge di tutela del patrimonio culturale italiano. La notizia della restituzione, che rappresenta un genuino gesto di rispetto per il popolo italiano, è stata già riportata sulla stampa locale per l’ampia diffusione tra la comunità italo-americana, proprio al fine di invogliare altri discendenti di nostri connazionali, costretti a lasciare l’Italia tanti anni or sono, a riconsegnare gli eventuali oggetti archeologici che i loro antenati portarono con sé oltreoceano.

Ministero dei Beni Culturali
Fonte: www.ilfattostorico.com
giovedì 9 febbraio 2012
Civiltà nuragica...la società in equilibrio cosmico.

Dopo un lungo e laborioso lavoro di ricerca, e una ricca documentazione consegnata alla Soprintendenza di Cagliari, l'amico Marcello Onnis, ha deciso di regalare agli appassionati di archeologia della Sardegna un nuovo strumento di indagine che consentirà di "osservare" l'evoluzione dell'antica civiltà sarda da un punto di vista innovativo.
La sintesi oggi pubblicata sarà presto esposta in convegni, arricchita di tutto quel materiale informativo che per ragioni di spazio non può essere fornito in questa sede.
Buona lettura.
Individuazione delle aree archeologiche.
di Marcello Onnis
Premessa:
Chi scrive è un dilettante non addetto ai lavori che, visti i tangibili risultati ottenuti a tavolino, porta all’attenzione degli Studiosi una nuova e originale ipotesi di studio e d’indagine del patrimonio Nuragico della Sardegna, la cui sperimentazione è riproducibile su buona parte del territorio regionale, ed è basata esclusivamente su dati oggettivi noti.
Ricerca:
Come prima esperienza, si è presa in esame la valle di Seruci nel comune di Gonnesa (CI). Si è utilizzata una fotocopia della carta IGM con scala 1:25.000 in cui sono stati evidenziati tutti i nuraghi, le tombe, i pozzi, i menhir, ecc. indicati sulla mappa. Successivamente, la carta è stata integrata con i dati degli altri manufatti noti. Verificato che, due o più nuraghi costruiti lungo i bordi della vallata erano reciprocamente visibili, si sono tracciate delle direttrici per unirli in coppia. Il risultato finale è simile a una vecchia ruota di bicicletta. (foto n° 1 Clan di Seruci a Gonnesa ).
Si è definito “punto A“ della direttrice, il nuraghe posto nelle adiacenze dei passi dove potevano transitare i carri, giacché strategici e obbligati dalla naturale conformazione del fondo, mentre si è chiamato “punto B“, quelli contrapposti. Questa convenzione tornerà utile anche in fase di rilevamento e successiva informatizzazione dei dati. L’ordine delle direttrici si è attribuito partendo dal nuraghe più importante per dimensione e/o per annesso villaggio.
In tal modo, le direttrici s’intersecano in un punto che convenzionalmente abbiamo chiamato “Centro”, non coincidente con il centro geometrico dell’area perché, trattandosi di una superficie ondulata con perimetro irregolare, gli estremi delle direttrici non possono distare equamente dal centro.
Durante la definizione delle direttrici, si sono tralasciati temporaneamente i nuraghi singoli.
Partendo da questi, si è tracciata una direttrice passante per il centro, sulla quale, si è concentrata la ricerca di eventuali altri manufatti archeologici a noi sconosciuti. Grazie all’ausilio del programma Wikimapia (www.wikimapia.org), si è potuto verificare che lungo quelle direttrici erano stati già censiti altri nuraghi.
Come contro prova, una volta tracciate le direttrici, si è spostato virtualmente un nuraghe anche di soli 30/40 metri lungo il bordo della vallata. Il risultato è stato che la direttrice non passava più per il “Centro”.
Con l’uso della funzione “3D“ di Google Earth , si apprezzano meglio i risultati ottenuti e si dimostra come tale disposizione collima con l’orografia dei luoghi.
Partendo dai nuraghi edificati nei punti “A”, si sono evidenziate le strade con una matita rossa, ottenendo un tracciato utile anche alla determinazione della rete stradale esistente nel territorio nuragico.
Non sempre la parte “B” della direttrice si trova alla stessa quota del punto “A”, questo può coincidere con la quota più bassa della stessa vallata. Nel caso in cui si tratti di un nuraghe, il rispetto di tale regola ne vanifica l’ipotesi “d’esclusiva funzione strategica di vedetta militare” e spiegherebbe il motivo per il quale molti nuraghi non sono stati realizzati all’altezza massima del rilievo su cui sono stati edificati.

Dall’analisi di 14 “Clan” finora accertati, si è riscontrato che nel “Centro” si rilevano prevalentemente dei corsi o sorgenti o pozzi d’acqua. In una buona percentuale dei “Clan” del bacino del Sulcis-Iglesiente, (foto n° 2 Bacino del Sulcis) il centro coincide con il punto di congiunzione di due affluenti che generano una “Y”. S’ipotizza che fosse considerato come naturale rappresentazione del simbolo di fertilità femminile e luogo in cui verosimilmente si celebravano delle cerimonie dedicate al culto dell’acqua.
In altri casi, come già detto, nel centro sono stati rinvenuti dei siti più interessanti, come una necropoli (Giara di Gesturi) o una probabile Tomba dei Giganti non ancora censita (Sant’Antioco).
Verosimilmente il “Centro” era individuato dal Capo Clan/Sacerdote in sede di occupazione e antropizzazione del territorio e, come avveniva per le civiltà di quell’epoca, si svolgeva un rito di fondazione.
Lo scopo, ipotizzato dallo scrivente, è che per fini propiziatori si volesse determinare un punto in equilibrio cosmico del Clan, il “Centro” appunto, ottenuto dalla neutralizzazione di “forze”(i nuraghi) con “direzioni” opposte tra loro.
A questo punto, è utile ricordare il significato esoterico del termine “Centro“, quale elemento basilare nella maggior parte delle religioni delle antiche popolazioni. Dal sito www.filosofiaelogos.it :
“Il centro è uno dei simboli esoterici fondamentali. Esso rappresenta l’Uno, l’origine di tutte le cose, il principio primo da cui ha inizio la creazione. Il Centro è essenzialmente il Principio: il centro principiale, a partire dal quale tutto ha origine, il punto indiviso, senza dimensione né forma, immagine perfetta dell’Unità primigenia e finale in cui ogni cosa trova inizio e fine, perché tutte le cose ritornano all’energia principale che le ha create, riunendosi alla perfezione assoluta. Il centro è l’Essere puro, l’Assoluto, il Trascendente, diffuso nello spazio-tempo materiale, che altro non è che l’irradiazione dell’Assoluto. Senza tale riferimento naturale, lo spazio-tempo non sarebbe che privazione, vuoto nel caos. Per gli antichi, il cielo non è che un mare, in cui la Stella Polare manifesta il punto primordiale dell’oceano celeste, del quale il mondo è solo una frangia esterna, l’ultima creata”.

L’ipotetica metodologia usata per gli allineamenti, è la seguente:
Stabilito il Centro della vallata da antropizzare, veniva acceso un fuoco alimentato con degli arbusti freschi che sviluppavano un’alta colonna di fumo, questa permetteva l’individuazione del punto anche a grandi distanze, superando l’eventuale scarsa visibilità per una folta vegetazione e/o eventuali dislivelli presenti nella vallata.
Analogamente, veniva acceso un altro fuoco in prossimità del passo più importante del Clan/vallata, sul quale veniva successivamente eretto un nuraghe, ottenendo così due punti in linea tra loro.
Per individuare il terzo punto ci si allontanava dal Centro, seguendo l’allineamento dato dalle due colonne di fumo, fino al raggiungimento del confine posto ai bordi opposti della vallata. In caso di lunghe distanze si accendevano diversi falò lungo l’allineamento dato dai primi due.
Se tale ipotesi di lavoro troverà conferma, non sarà azzardato associare tali “Clan“ con i “Cantoni Nuragici“ ipotizzati dall’esimio Prof. Lilliu. Tale disposizione del territorio, si prestava anche alla funzione di “mandala”.

Il Capo Tribù o il Sacerdote, postosi al Centro del Clan, avrà certamente riscontrato che, col trascorrere delle stagioni, precisi punti all’orizzonte coincidevano con il solstizio estivo e quello invernale, così come per i cicli lunari. Elementi fondamentali per la corretta gestione dell’attività agraria, pastorale e religiosa dell’intera collettività.
Non è azzardato ritenere che, mentre all’estremo oriente nascevano le “Città Stato” circondate da possenti mura, in Sardegna esistevano già dei Clan che non avevano bisogno di cingere il loro territorio con grosse mura poiché delimitato da Nuraghi/capanne con funzione di “Punti Fiduciali” ante litteram, pacificamente rispettati dai Clan vicini.
Nelle grandi vallate del Sulcis, si sono individuati dei Clan i cui nuraghi partecipano alla contemporanea delimitazione di tre Clan complementari tra loro e le intere vallate, viste sotto tale punto di vista, assumono l’aspetto di un enorme puzzle composto d’aree perfettamente adiacenti tra loro, senza “spazi morti”.
Ciò fa supporre una società gerarchica, organizzata in diverse classi sociali “specializzate” che partecipavano al bene del Clan con persone preposte all’agricoltura, alla pastorizia, alla caccia, alla pesca o alla difesa e così via. Verosimilmente, tutti i membri del Clan partecipavano all’edificazione dei nuraghi, delle tombe e dei pozzi attorno e nel loro territorio, così come, contribuivano al bene comune del medesimo.
Dalle stratigrafie dei nuraghi si è potuto verificare che molti furono edificati su insediamenti preesistenti.

Ciò non spiega, purtroppo, se i Nuragici siano la naturale evoluzione delle popolazioni sarde preesistenti che hanno continuato ad occupare territori in precedenza antropizzati dai loro antenati, oppure se una nuova civiltà occupò le stesse aree. Si ha ragione di credere che il medesimo sistema venne applicato anche in alcune Giare, in funzione della loro conformazione.
Nella Giara di Gesturi, in prossimità del “Centro”, sono state rinvenute delle capanne a base ellittica con annessa necropoli costituita da almeno una decina di tombe litiche a cupola, alcune delle quali a cista. (foto n° 3 tombe a ciste) Inoltre, si è rinvenuto un sistema litico a spalliera che forse poteva essere usato come altare.(foto n° 4 altare)
Come è noto, nella Giara di Gesturi, non sono censiti dei nuraghi edificati all’interno.
Ciò stride fortemente con l’alta densità di nuraghi edificati tutto attorno e sui bordi della stessa Giara.
Si presume che il motivo sia da attribuire al fatto che la Giara, con la sua naturale disposizione in direzione WNW-ESE, fosse considerata come “Zona Sacra” e che, ciò che rappresentava il nuraghe, non fosse compatibile con gli usi praticati nell’interno dell’Area Sacra.
Nell’individuazione delle direttrici della Giara, in alcuni punti B, con l’uso di Google Earth, si sono individuati numerosi resti murari, non indicati nelle carte IGM, che apparentemente fanno supporre a dei resti di capanne e villaggi che senz’altro saranno oggetto di studio più approfondito. (foto n° 5 direttrici Giara di Gesturi). Anche in questa giara i nuraghi sono stati edificati prevalentemente in prossimità degli accessi, evidentemente per controllarne l’ingresso.
La sperimentazione di tale metodologia, applicata a “macchia di leopardo” in campo regionale, ha permesso l’individuazione di altri 15 potenziali “Clan”. Ciò, fa supporre che il metodo fosse applicato in tutta la Sardegna, isole comprese (foto n° 6 Clan Sant’Antioco; foto n°7 probabile Tomba dei Giganti Cannai).

Vista la mole di dati che si stanno rilevando, si è predisposto un database per il “Censimento dei Clan Nuragici” che consentirà di fare delle comparazioni tra i diversi “Clan” dell’intero territorio Regionale.
E’ doveroso ringraziare due Studiosi che, da punti di vista differenti, hanno sostenuto lo scrivente, con incoraggiamenti e fondamentali utili consigli, alla prosecuzione di tale ricerca rendendo possibile arrivare alle suddette conclusioni, in rigoroso ordine alfabetico, il Prof. Nicolino De Pasquale e il Dr. Pierluigi Montalbano, ai quali si porgono i più sinceri ringraziamenti.
Marcello Onnis
FOTO ALLEGATE:
foto n° 1 Clan di Seruci a Gonnesa;
foto n° 2 Bacino del Sulcis;
foto n° 3 Tombe a ciste Giara di Gesturi;
foto n° 4 Altare Giara di Gesturi;
foto n° 5 Google Direttrici Giara di Gesturi;
foto n° 6 Google Sant’Antioco
foto n° 7 Probabile tomba dei Giganti c/o Cannai
Tutti i diritti sono riservati.
mercoledì 8 febbraio 2012
La Sardegna nel Mediterraneo del Bronzo

Le relazioni della Sardegna con il Mediterraneo nel Bronzo.
di Pierluigi Montalbano
Nel corso dei secoli la civiltà nuragica è cresciuta autonomamente come una solida pianta ben radicata, ma è stata anche il frutto di continui processi evolutivi che in parte sono derivati da elaborazioni interne, in parte sono il riflesso di acquisizioni scaturite dai rapporti con genti d'oltremare. Le fonti letterarie antiche suggeriscono varie aree come luoghi da cui sono partiti gli stimoli per l'origine e lo sviluppo della civiltà nuragica: la regione iberica, quella egea e, più tardi, quella cretese e quella micenea. A giudicare dai dati finora noti, l'architettura sarda dei primi nuraghi non trova riscontro nelle regioni tirreniche. Qui non si conoscono né residenze fortificate, né sepolcri megalitici che possano in qualche modo richiamare la realtà sarda. Tuttavia i contatti attraverso il ponte della Corsica non dovettero mancare nel Bronzo, come suggeriscono le relazioni nell'ambito della ceramica e della metallurgia. Ben diversa è la situazione dei rapporti con la Corsica e le Baleari, come si evince dalle testimonianze dell'architettura.
Agli albori della civiltà nuragica, Corsica meridionale e Minorca, appaiono legate alla Sardegna da un rapporto speciale e propongono identiche costruzioni megalitiche: nuraghi in Sardegna, torri in Corsica, talajots in Minorca. Più tardi, nel corso del XIII a.C., in Corsica abbiamo edifici con torri circolari a più piani, che mostrano una slanciata volta nella camera. L'aggetto e la tecnica costruttiva regolare dei filari, indicano che la volta della camera di queste costruzioni era di sezione ogivale. Gli strettissimi rapporti con Minorca sono confermati dalla diffusione delle navetas, grandi tombe absidate megalitiche d'uso collettivo, costruite a filari sopra il suolo, che richiamano le tombe di giganti nuragiche. Nel campo dell'architettura sepolcrale della Corsica va osservato che ad un momento coevo a quello in cui si sviluppò in Sardegna la facies di Sant'Iroxi, celebre per le spade triangolari in rame arsenicato, vanno riferite alcune allèes. Abbiamo un'usanza, già documentata in Gallura: inumare i defunti all'interno di piccoli anfratti di roccia granitica, appena adattati artificialmente. Queste grotticelle prendono il nome di tafoni. Questo costume, proprio di comunità pastorali corse, si diffuse in Corsica e in Gallura già nel Neolitico, ancora prima dell'introduzione delle grandi sepolture a circolo e dei sepolcri dolmenici.
Spostandoci nelle regioni del Mediterraneo orientale, finora non sono state osservate forti somiglianze fra le costruzioni fortificate nuragiche e quelle cretesi e micenee nel periodo compreso tra il XVI e il XIV a.C. Creta non conosce neppure vere e proprie mura di difesa degli abitati, benché il palazzo regio sia costruito in modo tale da controllare almeno gli accessi. Diversamente, a partire dalla fine del XIV a.C., alcuni particolari costruttivi micenei presuppongono esperienze architettoniche note ai maestri sardi: corridoi coperti costruiti su due piani nelle cortine del bastione trilobato di Santu Antine in Torralba, e i corridoi di taglio ogivale dell'Unterburg di Tirinto. Altre affinità stilistiche le abbiamo nel taglio ogivale delle porte delle fortezze micenee che propongono anche il disegno del trilite realizzato con due lastroni laterali sormontati da una architrave, esattamente come in diverse tombe di giganti. Nelle fortezze ittite dello stesso periodo i tagli ogivali fanno la loro comparsa anche nelle porte, non diversamente da Micene e da alcune città del Vicino Oriente.
Dai confronti ora accennati emerge che i rapporti tra l'architettura nuragica, quella egea e quella ittita erano molto stretti nel XIII-XII a.C., benché nelle fortificazioni dell'est del Mediterraneo permanesse immutata la tradizione delle torri quadrangolari. Viene da domandarsi se nell'arte del costruire le cinte murarie i sardi subirono le più avanzate conoscenze degli architetti stranieri o viceversa. L'adozione della volta ogivale per la copertura delle camere e dei corridoi appare sempre più il prodotto di una trasformazione progressiva, in seno all’architettura palaziale protosarda, avvenuta nell'ambito di continui scambi di esperienze costruttive tra la Sardegna e il mondo Egeo. In queste relazioni la Sardegna, avendo la capacità di elaborare al suo interno, è capace a sua volta di offrire e trasferire altrove idee e uomini. La volta a ogiva, impiegata per verticalizzare le strutture qualche millennio prima dello stile gotico, è sistematicamente utilizzata negli edifici monumentali sardi, siano essi torri, corridoi di tombe e templi. È il risultato dell'adozione di soluzioni tecniche che comportavano il superamento di notevoli difficoltà di natura statica, come quella determinata dalla sovrapposizione di tre camere cupolate.
Al pari dell'architettura, ma non con le stesse modalità, gli elementi della cultura materiale mobile evidenziano i commerci tra la Sardegna e le altre regioni mediterranee.
Nel processo di sviluppo delle comunità protosarde, le miniere hanno indubbiamente esercitato un ruolo determinante. Particolarmente nell'Iglesiente, sono presenti strutture geologiche classificate tra le più antiche d'Europa, sicuramente le più antiche dell'area mediterranea; per cui la Sardegna, è considerata una delle regioni più interessanti d'Europa per ricchezza e varietà di minerali. Già dal Neolitico, le risorse minerarie della Sardegna erano oggetto di particolare interesse da parte di diversi popoli già socialmente ed economicamente evoluti che, dalle regioni orientali, avviavano colonizzazioni commerciali nel vasto bacino mediterraneo, raggiungendo le estreme regioni occidentali e toccando anche la Sardegna, cuore delle rotte navali fra oriente e occidente. La prima grande risorsa geomineraria a essere sfruttata in Sardegna fu certamente l’ossidiana, un composto di lava vitrea finissima di colore nero intenso e notevole durezza, presente nei vasti giacimenti del Monte Arci, presso Oristano. L'uomo del Neolitico fece uso dell'ossidiana per realizzare armi, utensili e oggetti d'uso comune, indispensabili per le esigenze della propria vita.
Nell'intero bacino mediterraneo, erano stati individuati appena cinque giacimenti di una certa rilevanza di questo prezioso materiale, tutti in isole: Melos (Egeo), Pantelleria, Lipari (Eolie), Palmarola (Ponziane) e Sardegna. Per millenni questa rara e preziosa materia prima percorse le più disparate rotte del Mediterraneo, raggiungendo i mercati più lontani dell'Africa settentrionale, dei Balcani, della penisola Italica, dell'Iberia e della Provenza. Solo la successiva scoperta dei primi metalli, rame e stagno, indusse l'uomo ad accantonare progressivamente l'uso delle pietre dure.
Nell'immagine: un elmo esposto al Museo Archeologico
lunedì 6 febbraio 2012
Le sepolture dei nuragici
La tomba di giganti di Su Picante a Siniscola
di Paola Mancini
Si presenta un estratto dell’articolo di Paola Mancini “La tomba di giganti di Su Picante a Siniscola (Nuoro)” pubblicato su www.fastionline.org/docs/FOLDER-it-2011-215.pdf.
Dai litorali delle zone costiere di Capo Comino e Berchida e dalle grotte delle zone montuose vengono le attestazioni più antiche dell’antropizzazione del territorio, risalenti al Neolitico. La maggior parte delle testimonianze è, tuttavia, riconducibile all'età nuragica, quando tutto il territorio è occupato in modo capillare, dall'entroterra al mare. Si individuano villaggi di capanne, tafoni, tombe di giganti, nuraghi a tholos o a corridoio e semplici torri disposte sia sulle alture delle zone interne a dominio delle piane e a distanza del mare, sia su promontori a controllo diretto delle coste.

Sono presenti anche luoghi di culto, in particolare le grotte santuario aperte nei costoni rocciosi. Grazie a un finanziamento della legge regionale 37/1998 il comune di Siniscola ha potuto avviare un progetto di recupero di alcuni siti archeologici. Le attività del cantiere si sono concentrate particolarmente nella tomba di giganti di Su Picante che si erge isolata in un'area di proprietà comunale attualmente adibita a pascolo ovino. Erano visibili nell’area dell’ingresso e nella parte posteriore del tumulo, gli scassi operati con un mezzo meccanico. Il monumento che può essere inserito tipologicamente tra le tombe di giganti ortostatiche di tradizione dolmenica, si contraddistingue per le evidenti asimmetrie nell'andamento delle sue murature. Il corridoio è stato edificato su un terreno caratterizzato dalla presenza di banchi rocciosi affioranti, dei quali i costruttori hanno dovuto tenere conto nella realizzazione delle parti murarie. La tomba ha una lunghezza di 20, 20 m e il corpo principale ha una larghezza che varia da 8,5 m nella parte antistante a 2,5 m sul fondo. Il corridoio é lungo 9 m, alto 1,5 m e largo 1 m. L'ingresso si restringe fino a 43 cm con lo stipite destro in posizione inclinata verso ovest. Presenta una muratura ottenuta con lastroni infissi a coltello alternati a grandi blocchi disposti a filari ed è chiuso da una lastra sommariamente spianata. La copertura è realizzata con lastre tabulari, alcune delle quali, rinvenute spostate, sono state ricollocate, mentre parti di altre sono state ritrovate sparse nell'area di scavo. Un grande monolito trapezoidale è stato rinvenuto rovesciato davanti all'ingresso. L'esedra, orientata a sud-est, è costituita da due bracci che si dipartono dalla metà degli stipiti, ha una corda di 14,83 m e una freccia di 4,77 m. I lastroni,12 per lato, sono sostenuti da un muretto di piccole pietre disposte a formare delle ali in muratura che raccordano i blocchi.

Non è stato trovato alcun elemento che consenta di supporre la presenza della stele centinata che generalmente si ritrova nelle tombe di giganti di tipo ortostatico. L'intera struttura è delimitata dal tumulo costituito da un ammasso di terra e pietre contenuto da una muratura composta, alle spalle dell'esedra, da lastroni infissi a coltello e nel resto da filari di pietre sovrapposte. Pietre di piccolo taglio ricoprivano tutto il tumulo, disposte secondo piani inclinati a facilitare lo scorrimento dell'acqua piovana. Nel tumulo sono stati recuperati pochi frammenti ceramici e qualche scheggia di ossidiana. Il deposito della camera di sepoltura è stato trovato completamente sconvolto, e sono assenti resti ossei, a causa sia della manomissione subita sia per l'acidità del terreno granitico. Al limite dell'esedra sono emersi vari frammenti pertinenti al collo di una brocca, presumibilmente, askoide. Nel complesso i reperti emersi durante lo scavo sono i seguenti: qualche manufatto in ossidiana, il vago di collana in pietra, e frammenti ceramici che consentono di ipotizzare un uso della tomba piuttosto circoscritto. Tra i vasi deposti nelle esedra solo due scodelline sono state rinvenute quasi integre, mentre il resto è stato ritrovato in frammenti. Non sussistono prove che consentono di ipotizzare che possa essere avvenuta una frantumazione intenzionale. Le forme maggiormente rappresentate sono le olle, i tegami, le teglie, seguono le scodelle, gli scodelloni e le tazze basse carenate.

Tutti i vasi sono inornati o decorati con nervature verticali che partono dall'orlo. I tegami e le teglie, tutti privi di decorazione, si presentano con anse a nastro o con prese a lingua impostate sul fondo. Le dimensioni si aggirano prevalentemente tra 19 e 25 cm di diametro. La maggior parte dei materiali trova confronti puntuali con i reperti ritrovati in diversi siti archeologici della Sardegna, per lo più in tombe di giganti di tipo ortostatico. La tomba è stata costruita nella sua interezza e utilizzata in un lasso di tempo piuttosto limitato, ascrivibile, in tutto o in gran parte, alla facies di Sa Turricula.
Maggiori informazioni e varie illustrazioni si possono trovare al sito www.fastionline.org/docs/FOLDER-it-2011-215.pdf
Le immagini sono dell'autore
di Paola Mancini
Si presenta un estratto dell’articolo di Paola Mancini “La tomba di giganti di Su Picante a Siniscola (Nuoro)” pubblicato su www.fastionline.org/docs/FOLDER-it-2011-215.pdf.
Dai litorali delle zone costiere di Capo Comino e Berchida e dalle grotte delle zone montuose vengono le attestazioni più antiche dell’antropizzazione del territorio, risalenti al Neolitico. La maggior parte delle testimonianze è, tuttavia, riconducibile all'età nuragica, quando tutto il territorio è occupato in modo capillare, dall'entroterra al mare. Si individuano villaggi di capanne, tafoni, tombe di giganti, nuraghi a tholos o a corridoio e semplici torri disposte sia sulle alture delle zone interne a dominio delle piane e a distanza del mare, sia su promontori a controllo diretto delle coste.

Sono presenti anche luoghi di culto, in particolare le grotte santuario aperte nei costoni rocciosi. Grazie a un finanziamento della legge regionale 37/1998 il comune di Siniscola ha potuto avviare un progetto di recupero di alcuni siti archeologici. Le attività del cantiere si sono concentrate particolarmente nella tomba di giganti di Su Picante che si erge isolata in un'area di proprietà comunale attualmente adibita a pascolo ovino. Erano visibili nell’area dell’ingresso e nella parte posteriore del tumulo, gli scassi operati con un mezzo meccanico. Il monumento che può essere inserito tipologicamente tra le tombe di giganti ortostatiche di tradizione dolmenica, si contraddistingue per le evidenti asimmetrie nell'andamento delle sue murature. Il corridoio è stato edificato su un terreno caratterizzato dalla presenza di banchi rocciosi affioranti, dei quali i costruttori hanno dovuto tenere conto nella realizzazione delle parti murarie. La tomba ha una lunghezza di 20, 20 m e il corpo principale ha una larghezza che varia da 8,5 m nella parte antistante a 2,5 m sul fondo. Il corridoio é lungo 9 m, alto 1,5 m e largo 1 m. L'ingresso si restringe fino a 43 cm con lo stipite destro in posizione inclinata verso ovest. Presenta una muratura ottenuta con lastroni infissi a coltello alternati a grandi blocchi disposti a filari ed è chiuso da una lastra sommariamente spianata. La copertura è realizzata con lastre tabulari, alcune delle quali, rinvenute spostate, sono state ricollocate, mentre parti di altre sono state ritrovate sparse nell'area di scavo. Un grande monolito trapezoidale è stato rinvenuto rovesciato davanti all'ingresso. L'esedra, orientata a sud-est, è costituita da due bracci che si dipartono dalla metà degli stipiti, ha una corda di 14,83 m e una freccia di 4,77 m. I lastroni,12 per lato, sono sostenuti da un muretto di piccole pietre disposte a formare delle ali in muratura che raccordano i blocchi.

Non è stato trovato alcun elemento che consenta di supporre la presenza della stele centinata che generalmente si ritrova nelle tombe di giganti di tipo ortostatico. L'intera struttura è delimitata dal tumulo costituito da un ammasso di terra e pietre contenuto da una muratura composta, alle spalle dell'esedra, da lastroni infissi a coltello e nel resto da filari di pietre sovrapposte. Pietre di piccolo taglio ricoprivano tutto il tumulo, disposte secondo piani inclinati a facilitare lo scorrimento dell'acqua piovana. Nel tumulo sono stati recuperati pochi frammenti ceramici e qualche scheggia di ossidiana. Il deposito della camera di sepoltura è stato trovato completamente sconvolto, e sono assenti resti ossei, a causa sia della manomissione subita sia per l'acidità del terreno granitico. Al limite dell'esedra sono emersi vari frammenti pertinenti al collo di una brocca, presumibilmente, askoide. Nel complesso i reperti emersi durante lo scavo sono i seguenti: qualche manufatto in ossidiana, il vago di collana in pietra, e frammenti ceramici che consentono di ipotizzare un uso della tomba piuttosto circoscritto. Tra i vasi deposti nelle esedra solo due scodelline sono state rinvenute quasi integre, mentre il resto è stato ritrovato in frammenti. Non sussistono prove che consentono di ipotizzare che possa essere avvenuta una frantumazione intenzionale. Le forme maggiormente rappresentate sono le olle, i tegami, le teglie, seguono le scodelle, gli scodelloni e le tazze basse carenate.

Tutti i vasi sono inornati o decorati con nervature verticali che partono dall'orlo. I tegami e le teglie, tutti privi di decorazione, si presentano con anse a nastro o con prese a lingua impostate sul fondo. Le dimensioni si aggirano prevalentemente tra 19 e 25 cm di diametro. La maggior parte dei materiali trova confronti puntuali con i reperti ritrovati in diversi siti archeologici della Sardegna, per lo più in tombe di giganti di tipo ortostatico. La tomba è stata costruita nella sua interezza e utilizzata in un lasso di tempo piuttosto limitato, ascrivibile, in tutto o in gran parte, alla facies di Sa Turricula.
Maggiori informazioni e varie illustrazioni si possono trovare al sito www.fastionline.org/docs/FOLDER-it-2011-215.pdf
Le immagini sono dell'autore
domenica 5 febbraio 2012
Avieno: Ora Marittima - dove è Tartesso?
Interpretazione geografica del poema "ORA MARITTIMA" di Avieno sul territorio intorno al Golfo di Tartesso.
di Sonia Barja
(Traduzione dallo spagnolo di Pierluigi Montalbano)
Scusandomi per la traduzione a braccio, realizzata in mezza mattina e non perfezionata da uno specialista, vi propongo una interessante interpretazione sulla localizzazione della mitica città di Tartesso. (Vorrei puntualizzare che sono convinto della ubicazione in Sardegna di questa mitica città, precisamente a Tharros,...ma gli studiosi più accreditati la cercano nei dintorni di Siviglia in Andalusia).
Le notizie storiche più antiche che ci sono arrivate sui colonizzatori della penisola iberica e delle sue coste sono quelle citate da Rufo Festo Avieno, IV d.C, nel suo poema intitolato "Ora Marittima." Il concetto importante dell'opera è che Avieno utilizzò fonti antichissime di autori sconosciuti. La parte che ci concerne proviene da un marinaio marsigliese al quale proprio Avieno confessa di essersi ispirato. Questa fonte è il "periplo" di un marinaio di Marsiglia (Massalia) del V a.C. cioè, quasi mille anni prima dell'epoca in cui visse e scrisse Avieno. Secondo gli esperti, la fonte di Avieno per la descrizione delle coste andaluse di allora precede di poco la sparizione della mitica Tartesso. Avieno era un nostalgico della cultura antica, in un'epoca nella quale il cristianesimo era già la religione dell'Impero Romano. Essendo già molto vecchio decise di trascrivere, tradurre dal greco al latino e mettere in versi il citato periplo massiliota. Gli antichi marinai praticavano la navigazione di cabotaggio, dovevano imparare a memoria la rotta, gli incidenti costieri più notevoli, capi, isole, promontori, insenature...a partire da uno scritto originale poiché non esistevano carte per la navigazione. Una di queste rotte, o peripli, è quello che segue Avieno per scrivere il suo “Ora Marittima”. Gli studiosi convergono nell’affermare che Avieno fu fedele ai testi originali. Il periplo si riferisce alla rotta di navigazione costiera che passa nel Mediterraneo partendo dalle coste di Bretagna e Cornovaglia, per arrivare fino a Marsiglia. Risultato di quel viaggio fu la narrazione animata e viva dei posti visitati, proponendo in concreto una delle più antiche notizie esistenti sulle coste andaluse e sull'ambiente di Tartessos.
Benché ci basiamo sui testi di Avieno, per riassumere e non dovere comporre un puzzle complicato di altre prove testuali relative all'ubicazione (che noi attraverso dello studio di mappe geologice e topografiche crediamo concordanti con la complicata evoluzione del fiume Guadalquivir e dei suoi estuari negli ultimi 2500 anni), non ci rifiutiamo di apportare due attestazioni di Strabone che si riferiscono al I a.C. secondo le fonti delle quali questo autore si avvale, cioè quando Tartesso era sparita da almeno 400 anni.
"E come il fiume ha due sbocchi, dícesi anche che la città di Tartessos, omonima del fiume, fu edificata anticamente nella terra posizionata tra entrambe, essendo chiamata questa regione Tartéside." (Strabone) 3,2.
"Sembra che in tempi anteriori questi luoghi si chiamavano Betis, Tartessos e Gades, e le isole vicino Eriteia. Così si spiega che Estesícoro, parlando del pastore Gerión dicesse che era nato di fronte all'illustre Eriteia, vicino alle fonti immense di Tartessos, di radici argentee, in un nascondiglio della roccia." (Strabone) Geografia 3,2,11.:
Rispetto alla prima descrizione, merita il commento che le due fonti (bocche) alle quali si riferisce stavano situate già nella sbarra arenosa del Guadalquivir che separava mare e laguna interna, benché sia anche certo, come vedremo, che le due bocche dello sbocco del Guadalquivir anteriormente ai tempi di Tartessos stavano all'uscita del Lago Ligustino autentico.

Mappa di localizzazione generale dell'area della città Tartessos dove si nota il Golfo Tartésico ed il Lago Ligustino. Interpretazione alla Geografia della Ora Marittima
La seconda descrizione si riferisce anche a notizie antiche che ci indicano che un re mitologico di Tartessos, Gerión, Caureon o Caureonte nacque di fronte all'isola Eriteia o Eritía che sarebbe con moltissima probabilità l'estesa frangia di terra che va dal fiume Guadaira fino a Cadice, e che dimostra essere un'isola per essere avvolta a est dal fiume Guadalete che quasi confluisce nella sua nascita con il fiume Guadaira. Certamente questa "isola" ha avuto, e ha ancora, una tradizione di bestiame e di tori valorosi. Pertanto se questa interpretazione fosse corretta, questo re pastore mitologico che fu vinto da Ercole o Herakles, Caureón, il cui nome farebbe riferimento a questo re mitologico nato in una grotta. Le "fonti immense del Tartessos, di radici argentee" sono le bocche del suo sbocco e, in seguito, giustificheremo le sue acque "argentee".
Passiamo ora a commentare il testo di Avieno in quello che si riferisce al percorso completo per il salato Golfo Tartésico, Sinus Tartessii, per la costa da Torre del Fico, a partire da dove crediamo che si trovasse l'isola Cartare, passando per Caura nelle bocche del fiume Tartessos (uscendo dal Lago Ligustino), continuando a costeggiare fino a Sanlucar, alla fine del Golfo, dove si trovava l'isola di Venere, che pensiamo fosse l'Algaida, e arrivando infine a Cadice.
[...] Dopo si trova l'isola di Cartare ed è una tradizione fondata quella che la dominarono in primo luogo i cempsos, respinti in seguito dalla guerra coi vicini, si sparpagliarono alla ricerca di distinti insediamenti. Si erge dopo la mole del monte Cassio e, partendo dal suo nome, la lingua greca chiamò prima casítero lo stagno. Segue la prominenza di un santuario e, sullo sfondo, la forza di Geronte che porta un antico nome greco, perché la letteratura dice che in passato a partire da lei dio diede il nome a Gerión (Vv 255-264)
L'isola di Cartare possiamo pensare che in principio fosse un'isola arenosa col suo bordo nord formato da materiale alluvionale antico per la parte dell'oceano e argillosa all'interno tra l'attuale Matalascañas e Torre Carboniera, separata della costa con un braccio di acqua formato dalla corrente di acqua proveniente dal ruscello della Rocina. Ma più che una sola isola potrebbe trattarsi di un'estensione considerabile del delta, abbia chi legge in conto che i greci per descrivere il delta di un fiume si riferivano indistintamente ad un’isola o a più isole, formate dalle alluvioni apportate congiuntamente dal ruscello della Rocina e del Guadiamar. Questa isola o isole sarebbero sommerse da cambiamenti morfologici continui e incerti perché ci sarebbe una lotta costante tra le ondate distruttrici dell'oceano e il sedimento periodico dei citati fiumi. In ogni caso la sua posizione strategica è importante per dominare l'entrata al Golfo, e ciò giustifica la lotta per il suo controllo. Se, al contrario, l'isola di Cartare fosse la sbarra arenosa dell'Algaida, l'isola formata vicino a Bonaccia, Sanlucar di Barrameda che noi in principio abbiamo proposto come l'isola citata in un paragrafo posteriore come "isola devota a Venere" nel qual caso l'interpretazione di questo cambierebbe all'isola Salmedina, situata più meridionale ma anche esposta al tramonto del sole. Testimonia questa assegnazione all'isola di Cartare come "isola" dei cempsos, paese di stirpe celtica, il fatto di essere un'isola molto antica e di volume considerabile. Posteriormente l'Algaida si unirebbe alla terra per formare un gran tómbolo. Nonostante per il momento propendiamo per l'opzione contraria di Cartare situata nel bordo occidentale del Golfo Tartésico, perché sembra che la Ora Marittima fa il suo percorso nel senso degli aghi dell'orologio, incominciando per l'ovest e finendo nell'est.
Quindi appare il Monte Cassio, Dorso del Tamburo il cui riferimento allo stagno può doversi alle attività metallurgiche sviluppate in distinti villaggi vicino al citato ruscello, ad esempio Coperta Vecchia, o alla presenza di stagno alluvionale. Di seguito segue un capo dove si trovava un santuario tra Villamanrique e il pascolo di Sotto non lontano dal Braccio della Torre, o piuttosto questo santuario starebbe nella Cascajera. Sullo sfondo si vede la forza di Gerión (Arx Gerontis) che sarebbe il capo di Coria e la sua cittadella disposta come una magnifica sentinella con deposito di sedimenti portati dal fiume sottostante, ma che in certe occasioni ha causato l’abbassamento della sua altezza di 5-7 m rispetto a quel momento che avrebbe circa 30 m sul livello delle acque del mare che domina. Sarebbe Caura il castello che, secondo Schulten, i cartaginesi distrussero prima di attaccare e devastare Tartessos. Caura era l'ultimo vertice del golfo Tartésico nel Cornicione dell'Aljarafe.
Prima di passare ai seguenti versi dobbiamo fare un'osservazione molto importante perché il testo di Avieno mostra un'interpretazione del periplo che mise in versi oltre l’originale, e conseguentemente introdusse un grave errore. In effetti Avieno conosceva Gadir, come si deduce dal testo, perché scrive riferimenti con sue osservazioni dirette. Avieno fu proconsole della Betico o, con più possibilità, del Nord Africa, quindi personalmente visitò Cadice e i paraggi della sua costa. Per quel motivo Avieno insiste di nuovo sulla confusione tra Gadir, Gades, e Tartessos che era comune tra i romani per le ragioni che abbiamo già segnalato. Questo fatto fa che il testo originale sia inquinato con osservazioni personali di Avieno del IV d.C., quando il paesaggio del golfo era cambiato già totalmente e la sbarra arenosa che chiudeva l'estuario del Guadalquivir era nello stato attuale. Evidentemente questa confusione ha avuto molto peso tanto nell'interpretazione di Schulten come in quella di Gavala. Per il primo la localizzazione di Tartessos stava nella sbarra arenosa di Matalascañas, (che denominò Isola Cartare) che si prolunga fino a Bonaccia, e si trova effettivamente "davanti" a Cadice. Studi geologici recenti hanno dimostrato che la sbarra si andò formando progressivamente, rimanendo infine da nord-ovest a sud-est. Nell'epoca di Tartessos, le dimensioni dell’isola Cartare erano molto ridotte, mentre nell'epoca di Avieno aveva praticamente la disposizione del secolo scorso e lo sbocco del Guadalquivir in Bonaccia è lo stesso di oggi. D'altra parte Gavala interpreta che il fiume Guadalete è il fiume Tartessos e identifica Tartessos con Cadice, come fecero i romani e seguendo la descrizione letterale di Avieno nella sua confusione.
"Qui si trovano le ampie coste del golfo tartessico e dal fiume Ana, già famoso, fino a questi territori le imbarcazioni hanno un giorno di tragitto. Qui si trova la cittadella di Gadir, poiché nella lingua dei cartaginesi si nominava Gadir riferendosi ad un posto fortificato con mura. Questa stessa città fu denominata prima Tartessos, città importante e ricca in tempi remoti, ora povera, rimpicciolita, esclusa, e infine un semplice campo di rovine. Noi in questi paraggi, eccetto le cerimonie in onore di Ercole, non vedemmo niente degno di ammirazione. Invece, ebbe tale potere, perfino tale prestigio in epoche passate, se diamo credito alla storia che un re arrogante, e il più poderoso di tutti quelli che aveva il paese della Mauritania, molto stimato dall'imperatore Octaviano, Giubba, consegnato sempre allo studio delle lettere e allontanato per il mare che aveva in mezzo, si considerava molto distinto con l'onore del duunvirato nella sua città." (Vv 265-281).
Il fiume Ana, anteriore stazione del viaggio, è il Guadiana che sbocca in quello che chiama anteriormente Golfo Galattico o dei Celti, perché abitavano le sue coste paesi di questa cultura. Avieno identifica erroneamente Tartessos con Gadir che è anche molto decadente nel suo tempo. Il colto re Giubba II, 50 a.C. - 23 d.C., di Numidia nella provincia romana della Mauritania che possedeva un'importante biblioteca, riconosce lo splendore passato di Tartessos, perché probabilmente aveva letto molti testi antichi, alcuni di origine cartaginese scomparsi.
Di seguito appaiono i versi più interessanti della Ora Marittima nei quali si localizza Tartessos tra le braccia del fiume Guadalquivir che fluisce dal Lago Ligustino. Perciò riproduciamo qui tanto il testo in latino come la sua traduzione.
"siate insulam Tartessus amnis ex Ligustino lacu per aperta fusus undique adlapsu ligat. neque iste tractu simplici provolvitur unusve sulcat subiacentem caespitem, scelta prega quippe parte eoi luminis infert in agri, preghi bis gemino quoque meridiano civitatis adluit." (Vv 285-290).
"Ma il fiume Tarteso, fluendo dal lago Ligustino, a campo (?), avvolge un'isola di piena col corso delle sue acque. Non corre avanti per un alveo unico, né è uno solo a solcare il territorio che è offerto al passo, dunque, in realtà, per la zona in cui rompe la luce dell'alba, si getta in campagne coltivate per tre alvei; in due occasioni, e anche per due tratti, lava il settore meridionale della città". (Vv 285-290)
Qui si riferisce direttamente il racconto alle bocche del fiume, Tartessus amnis, che circondano la città per il sud, meridiano civitas, situata in un'isola. Pertanto ci dice che il fiume dal lago Ligustino, ex Ligustino lacu, forma un delta interno dove il fiume si divide in tre braccia verso l'est che attraversano i campi, e a loro volta, logicamente per il sud, avvolgono l'isola dove si trova la città formando due bocche che danno al "Tartesii sinus."
Di qui si deduce che Tartessos è una città situata in un'isola nello sbocco verso il mare del fiume dello stesso nome. Avieno non cita logicamente la città per il suo nome, dato che anteriormente l'aveva confusa con Cadice, e contemporaneamente i romani confusero anche il Lago Ligustino, Ligustinii lacuus, con l'enorme insenatura che formava il mare nell'estuario del Guadalquivir, Tartesii sinus. La descrizione di Avieno chiaramente, non "corre per un alveo unico, si getta alla campagna coltivata per tre alvei" ci parla della configurazione deltaica dello sbocco. Noi abbiamo identificato l'antico meandro della Merlina come un'orma del paleodelta del Guadalquivir nello "stretto di Coria" e per tale motivo così abbiamo interpretato la mappa raccolta nella figura.
Questo Golfo Tartésico in tempi storici costituì una laguna che si colmava di sedimenti, con una sbarra costiera formata da Sabbie Grasse che continuava a chiuderla. Per la parte interna i depositi alluvionali formerebbero le "Paludi Antiche". Questa laguna che anteriormente
aveva due bocche, come afferma Strabone, subì un’evoluzione fino a formare le paludi del Guadalquivir che oggi si trovano praticamente disseccate. Oggi il fiume ha un solo alveo ed un solo sbocco. Strabone che non visitò mai questi paraggi, nel suo lavoro Estesícoros, ambientato nel V a.C., è molto rigoroso, non toglie né mette niente, riproduce fedelmente i suoi scritti. Perciò se Eritía fosse un'estesa isola di fronte all'isola di Cadice fino a Due Sorelle, nel suo estremo capo si troverebbe di fronte alle "bocche" del Betis nel suo primitivo sbocco, ma, in una seconda
opzione, avrebbe dimensioni più ridotte arrivando approssimativamente fino a Trebujena dove si trovava lo sbocco agli inizi del primo millennio, ossia più simile all'attuale.
"Da parte sua, il monte Argentario si staglia sulla laguna; è così chiamato nell'Antichità per la sua bellezza e perché i suoi pendii brillano per l’abbondanza di stagno. Visto da lontano, irradia ancora più luminosità, quando il sole colpisce col fuoco le altezze delle sue cime. Questo stesso fiume,
inoltre, trascina nelle sue acque piccole quantità di stagno pesante e trasporta questo pregiato minerale fino alle muraglie. A partire da qui un'estesa regione si allontana dalle acque salate, e forma una pianura nell’entroterra. La razza degli etmaneos l'abita. E dopo, d'altra parte, fino ai terreni coltivabili dei cempsos, si estendono gli ileates su terre fertili; sebbene le zone marittime siano controllate dai cilbicenos." (Vv 291-304).
Nella laguna che è il lago Ligustino in una parte è configurato a paludi e a ovest con un gran braccio di acqua. Contiene un massiccio che emerge sulle acque e colpisce per la sua lucentezza. La lucentezza dei suoi pendii è attribuita ad un metallo, nella mia opinione, piuttosto che al minerale di
"stagno", bene potrebbe riferirsi alla galena o all'argento (argentita, in ragione del nome del monte) Argentarius. Potrebbe riferirsi anche a tutti contemporaneamente. Il senso di questo monte è misterioso. In primo luogo bisogna capire se si trova dentro o separato dall'isola e città di Tartessos.
In secondo luogo qual è l'origine del minerale o del metallo nello stesso? È per caso un tempio nel monte coperto da ferri da stiro argentati?
Esporrò un'ipotesi che incastra perfettamente col testo.
Si tratterebbe di una "isola" o penisola promontorio nella quale si porterebbero a termine lavori di scarico di minerali di stagno e piombo provenienti della Cassitérites lungo le rotte commerciali dei tartesios coi soci liguri. Anche l'argento portato per navigazione di Aznalcollar ed Almaden dall'altro estremo del lago coinvolgerebbe i liguri. Conseguentemente si effettuerebbero lavori di metallurgia. Se questa ipotesi fosse giusta si spiega la denominazione di "lago Ligure" ed in secondo luogo si risolve l'enigma della preminenza di Tartessos nel controllo sulle zone minerarie del nord della provincia di Onuba, Huelva, e Castulo (Linares), tanto lontane della metropoli.
In effetti per lo sviluppo della metallurgia del bronzo è necessario lo stagno o più concretamente il suo minerale cassiterita, che si importava da Bretagna, Inghilterra, Irlanda e Galizia, questo minerale era portato per i marini tartesios o suoi soci liguri. Il rame si trova nel bacino del Riotinto, e riveste valore come merce di scambio. Per questo motivo centralizzando e
monopolizzando il suo uso si domina la metallurgia del bronzo e si spiega l’importanza di Tartessos. Dovrebbe stare in Tartessos il centro metallurgico principale del regno in ragione essenzialmente di tre premesse seguenti:
1, Tartessos era dove unicamente potrebbero scaricarsi stagno e piombo per dopo essere distribuiti alle fabbriche metallurgiche del resto della regione.
2, le rotte marine che servivano per l'approvvigionamento di quelle materie prime erano gelosamente protette proprio dalla monarchia tartésica nella stessa metropoli. Le rotte marine tartésicos-liguri formati sotto l'amministrazione erano conosciute solo dai naviganti locali e questi erano esperti nella difficoltosa navigazione.
3, la produzione e raffinazione di metalli, vicino alla trasformazione in beni finali nelle vicinanze della metropoli dava alla città un predominio sul mercato. Questo gli permetteva il controllo di prezzi e dell'offerta/domanda tanto di materie prime come di prodotti di oreficeria o altri già elaborati in tutta l'area di influenza della città. Oltre alla centralizzazione della produzione e/o commercializzazione del bronzo attraverso il controllo sulle materie prime essenziali, altrettanto si deve dire dell'argento il cui commercio era ancora più importante per la monarchia tartésica. Le galene argentifere della zona di Linares, Cástulo, hanno già l'ingrediente piombo in grado di fornire facilmente argento puro, e la metropoli Tartessos aveva il fiume navigabile con una rotta di uscita al mare comoda per il suo commercio.
Rispetto all'informazione apportata per quei versi, è significativo che il Guadalquivir non può sopportare grandi apporti di minerale o metallo di scarto dei lavori metallurgici che si sviluppano nelle prossimità dalla città. Come nel Monte Casius ebbero archeologicamente posto attività comprovate di metallurgia, nel monte Argentáreo in un posto vicino all'isola di Tartessos l'attività sarebbe di tale grandezza che si produsse un forte inquinamento delle acque e dell'aria. Questi versi ci parlano di lavori metallurgici intorno alla città fino alle sue mura e moli brillanti, grazie alla grande quantità di stagno lavorato. In seguito la descrizione ci parla dei paesi situati nella sponda sinistra del Guadalquivir. Gli etmaneos collocati su terre salmastre, logicamente perché le sponde del lago Ligustino stavano allora retrocedendo, formando un paesaggio palustre e lasciandosi dietro terre salinizzate nelle paludi del Guadalquivir e nelle sue Isole. Oggigiorno in realtà i fiumi che affluiscono verso il Guadalquivir nel suo margine sinistro hanno acque molto saline (Guadaira) Corbones con diversi ruscelli denominati Salati. Invece nella parte sinistra che porta sul Lago Ligustino, fino a Villanueva del Fiume, ed a partire dallo stesso fiume Tartessos si trovava la fertile pianura del Guadalquivir fino ad arrivare approssimativamente da Cordova.
"la cittadella di Gerente, e dopo il santuario sono separati in mezzo dal mare salato, e tra alte scogliere si ritaglia un'insenatura.Vicino al secondo massiccio sbocca un fiume abbondante. Quindi si erge il monte dei tartesios, coperto di boschi." (Vv 304-309) Questi versi sono difficili da interpretare e possono condurre a una possibile sistemazione dei versi nel testo una volta arrivati a Tartessos, perché si retrocede. Supponiamo che la cittadella di Geronte sia Caura e la punta del Santuario, affezionato a Cerere come pensiamo, sarebbe il Cascajera separatore per il mare. In questo caso tra le scogliere l'ampia insenatura si riferirebbe all'estuario del Riopudio, potendosi accettare anche la traduzione di ampio invece di "abbondante fiume." Supponiamo che il Monte dei Tartesios coperti di boschi di pinete e querce fosse il contorno dell'Alfajafe da Villamanrique ed avrebbe anche boschi per la sponda destra del golfo di fronte a Coria. La sponda sinistra del golfo ha maggiore altezza fornendo scarpate mentre il bordo contrario originerebbe spiagge.
"Subito si trova l'isola Eritía, di estese campagne coltivate e, in tempi passata, bassa giurisdizione punica; in realtà, furono coloni dell'antica Cartagine i primi a stanziarsi. Uno stretto separa Eritía dalla cittadella del continente in solamente cinque stadi" (Vv 310-314) In questi versi c'è un'interpretazione sui punici perché nel IV a.C. non erano ancora arrivati a queste terre. Solamente "cinque stadi separano Eritía dalla cittadella del continente". In questo senso stanno due ipotesi:
1, supporre che questa isola Eritía fosse il delta del fiume Tartessos all'uscita del lago Ligure. In questo senso altri autori si riferiscono a lei come "isole Eritías" e ricordi Chi legge che per i grigos la designazione di delta si fa come insieme di isole separate da distinte braccia di fiume.
2, questa isola può supporsi come una parte o tutta la "estesa" regione di campagna coltivata che va da Due Sorelle fino a Porto di Santa María, compresa tra i bacini dei fiumi Guadaira (porto di Irippo e Guadalete), Porto Menesteo e Porto Santamaría.
In relazione a questa seconda ipotesi di nuovo ci appare la confusione fra Tartessos=Gadir che alterò tutta la comprensione geografica dei romani rispetto al paesaggio invertito col tempo del pianterreno Guadalquivir, dal V a.C. al II a.C. avendo i fiumi Guadaira, con Irippo al suo
ingresso, e Guadalete, con Porto Menesteo all’altra sua entrata, bacini vicini e alcuni tratti molto ampi potrebbero confonde il navigatore mostrando l’entroterra come un'isola. In ogni caso, questi due bacini, Guadaira e Guadalete, potrebbero comunicare con un canale, ed essere attraversati da merci di contrabbando. Questa ipotesi è concordante con Caura = Forza di Gerión. In ogni modo la
tradizione situa Eritía di fronte a Cadice, a questo potè contribuire la confusione Tartessos = Cadice che abbiamo commentato. Finalmente la designazione Eritía andrebbe adottandosi esclusivamente per il massiccio Porto di Santamaría - Sherry - Trebujena-Sanlucar, hinterland naturale di Gadir e con popolazione libio-fenicia molto antica che aggirandolo permetteva di arrivare fino al bacino del Guadalquivir attraverso estuari e canali. Questo caso è argomentato da Genaro Chic e appare in qualche mappa araba. È sicuro che l'estremità inferiore di Eritía si trovava di fronte a Cadice,
perché fu l’hinterland vicino che assicurava a Cadice la sopravvivenza e come tale fu occupato dai punici. Questa isola è considerata una mitica campagna coltivata ricca di bestiame valoroso come racconta il mito di Gerión ed Ercole. Queste considerazioni in ogni modo sono in attesa di
contrastare con dati geologici. Un'altra possibilità è anche che il taglio trasversale della valle del Guadalquivir - recinti del Guadalete con il canale potesse stare a livello dei Palazzi (estuario del Braccio del Questo).
Escacena Carrasco sostiene che il capo del Santuario sarebbe il Carambolo, Letti, dove sta il famoso villaggio fenicio e in questo luogo si trovò una figura della dea Astarte ed effettivamente un tempio dedicato a lei. D'altra parte si pensa che il santuario fenicio di Caura nel Dorso può attribuirsi
a Baal Saphon per il suo altare a forma di pelle di toro e per l’esistenza di altri manufatti in questo posto. Pensa questo autore che il Dorso di Caura sarebbe così quel Monti Cassio della Ora Marittima, poiché la divinità di Baal Saphon e assimilabile a Cassio. Senza dubitare dell'intepretazione sulle divinità e i relativi santuari, penso che l'assegnazione geografica data a quei due punti non coincide con la descrizione della Ora Marittima ed in particolare con la forza di Geronte situata di fronte al Santuario. In ogni modo già stiamo girando a Cadice costeggiando l'estremo meridionale del Golfo.
"Per dove si dà il tramonto del giorno, c'è un'isola devota a Venere del Mare, e nella stessa un tempio di Venere, un eremo in roccia viva ed un oracolo"., Vv 314-317,
Qui finirebbe il percorso per le coste del golfo Tartésico, supponiamo che questi paraggi possono riferirsi a Sanlucar di Barrameda o a qualche luogo tra questo e Cadice che logicamente non è citata. Si sa che l'Algaida fu in tempi antichi un'isola e che si sono trovati lì resti di un antichissimo
tempio. L'isola dedicata alla divinità Venere romana, Afrodite greca, si riferirebbe logicamente alla corrispondente divinità tartésica. Un'altra possibilità è che si tratta dell'Isola di Salmedina, più concorde col fatto della natura rocciosa della stessa, dato che l'Algaida è un'isola arenosa.
Ora bisogna rendere merito a Schulten, per testimoniare il suo enorme lavoro per tirare fuori Tartessos dalla mitologia e mettere le basi di tutta la sua storiografia. La sua scoperta non ebbe successo per mancanza di basi geologice della dinamica fluviale del Guadalquivir e per le confusioni latine della denominazione del Lago Ligustino e l'equazione Cadice = Tartessos. Certamente le interpretazioni che qui si fanno non sono neanche matematiche, ma costituiscono un apporto rilevante per lavori futuri, per la sua consistenza con la cronologia delle descrizioni classiche e con la geologia della zona, asse spazio-tempo. per quel motivo bisogna citare letteralmente le premonitorie parole dello stesso Schulten: "Chi vuole può mettere in relazione i pre-tartesios con "la città dei liguri" che sembra essere stata una predecessora di Tartessos". Per continuare in una nota a piè di pagina: "Estéforos [dice] la città ligustina...vicino a Tartessos dovette stare nel lago ligure che avrebbe potuto prendere il suo nome; questo è verso Coria."
Impressionanti queste parole di Schulten che egli stesso sottolinea nel testo: "verso Coria"
È incontrovertibile che se i testi non mentono Tartessos si trovava in un'isola vicino allo sbocco del Guadalquivir e questo stava vicino a Coria. Tartessos occupava dunque una posizione strategica aperta al mare, nel Golfo Tartésico, nel vertice di una feconda valle con zone minerarie nelle sue prossimità a trasformarsi nel "mitico regno dell'antichità" solamente oscurato dalla viltà cartaginese che volle seppellire la sua storia.
Fonte: ARQUEOLOGOS Red Española de Historia y Arqueología
di Sonia Barja
(Traduzione dallo spagnolo di Pierluigi Montalbano)
Scusandomi per la traduzione a braccio, realizzata in mezza mattina e non perfezionata da uno specialista, vi propongo una interessante interpretazione sulla localizzazione della mitica città di Tartesso. (Vorrei puntualizzare che sono convinto della ubicazione in Sardegna di questa mitica città, precisamente a Tharros,...ma gli studiosi più accreditati la cercano nei dintorni di Siviglia in Andalusia).
Le notizie storiche più antiche che ci sono arrivate sui colonizzatori della penisola iberica e delle sue coste sono quelle citate da Rufo Festo Avieno, IV d.C, nel suo poema intitolato "Ora Marittima." Il concetto importante dell'opera è che Avieno utilizzò fonti antichissime di autori sconosciuti. La parte che ci concerne proviene da un marinaio marsigliese al quale proprio Avieno confessa di essersi ispirato. Questa fonte è il "periplo" di un marinaio di Marsiglia (Massalia) del V a.C. cioè, quasi mille anni prima dell'epoca in cui visse e scrisse Avieno. Secondo gli esperti, la fonte di Avieno per la descrizione delle coste andaluse di allora precede di poco la sparizione della mitica Tartesso. Avieno era un nostalgico della cultura antica, in un'epoca nella quale il cristianesimo era già la religione dell'Impero Romano. Essendo già molto vecchio decise di trascrivere, tradurre dal greco al latino e mettere in versi il citato periplo massiliota. Gli antichi marinai praticavano la navigazione di cabotaggio, dovevano imparare a memoria la rotta, gli incidenti costieri più notevoli, capi, isole, promontori, insenature...a partire da uno scritto originale poiché non esistevano carte per la navigazione. Una di queste rotte, o peripli, è quello che segue Avieno per scrivere il suo “Ora Marittima”. Gli studiosi convergono nell’affermare che Avieno fu fedele ai testi originali. Il periplo si riferisce alla rotta di navigazione costiera che passa nel Mediterraneo partendo dalle coste di Bretagna e Cornovaglia, per arrivare fino a Marsiglia. Risultato di quel viaggio fu la narrazione animata e viva dei posti visitati, proponendo in concreto una delle più antiche notizie esistenti sulle coste andaluse e sull'ambiente di Tartessos.
Benché ci basiamo sui testi di Avieno, per riassumere e non dovere comporre un puzzle complicato di altre prove testuali relative all'ubicazione (che noi attraverso dello studio di mappe geologice e topografiche crediamo concordanti con la complicata evoluzione del fiume Guadalquivir e dei suoi estuari negli ultimi 2500 anni), non ci rifiutiamo di apportare due attestazioni di Strabone che si riferiscono al I a.C. secondo le fonti delle quali questo autore si avvale, cioè quando Tartesso era sparita da almeno 400 anni.
"E come il fiume ha due sbocchi, dícesi anche che la città di Tartessos, omonima del fiume, fu edificata anticamente nella terra posizionata tra entrambe, essendo chiamata questa regione Tartéside." (Strabone) 3,2.
"Sembra che in tempi anteriori questi luoghi si chiamavano Betis, Tartessos e Gades, e le isole vicino Eriteia. Così si spiega che Estesícoro, parlando del pastore Gerión dicesse che era nato di fronte all'illustre Eriteia, vicino alle fonti immense di Tartessos, di radici argentee, in un nascondiglio della roccia." (Strabone) Geografia 3,2,11.:
Rispetto alla prima descrizione, merita il commento che le due fonti (bocche) alle quali si riferisce stavano situate già nella sbarra arenosa del Guadalquivir che separava mare e laguna interna, benché sia anche certo, come vedremo, che le due bocche dello sbocco del Guadalquivir anteriormente ai tempi di Tartessos stavano all'uscita del Lago Ligustino autentico.

Mappa di localizzazione generale dell'area della città Tartessos dove si nota il Golfo Tartésico ed il Lago Ligustino. Interpretazione alla Geografia della Ora Marittima
La seconda descrizione si riferisce anche a notizie antiche che ci indicano che un re mitologico di Tartessos, Gerión, Caureon o Caureonte nacque di fronte all'isola Eriteia o Eritía che sarebbe con moltissima probabilità l'estesa frangia di terra che va dal fiume Guadaira fino a Cadice, e che dimostra essere un'isola per essere avvolta a est dal fiume Guadalete che quasi confluisce nella sua nascita con il fiume Guadaira. Certamente questa "isola" ha avuto, e ha ancora, una tradizione di bestiame e di tori valorosi. Pertanto se questa interpretazione fosse corretta, questo re pastore mitologico che fu vinto da Ercole o Herakles, Caureón, il cui nome farebbe riferimento a questo re mitologico nato in una grotta. Le "fonti immense del Tartessos, di radici argentee" sono le bocche del suo sbocco e, in seguito, giustificheremo le sue acque "argentee".
Passiamo ora a commentare il testo di Avieno in quello che si riferisce al percorso completo per il salato Golfo Tartésico, Sinus Tartessii, per la costa da Torre del Fico, a partire da dove crediamo che si trovasse l'isola Cartare, passando per Caura nelle bocche del fiume Tartessos (uscendo dal Lago Ligustino), continuando a costeggiare fino a Sanlucar, alla fine del Golfo, dove si trovava l'isola di Venere, che pensiamo fosse l'Algaida, e arrivando infine a Cadice.
[...] Dopo si trova l'isola di Cartare ed è una tradizione fondata quella che la dominarono in primo luogo i cempsos, respinti in seguito dalla guerra coi vicini, si sparpagliarono alla ricerca di distinti insediamenti. Si erge dopo la mole del monte Cassio e, partendo dal suo nome, la lingua greca chiamò prima casítero lo stagno. Segue la prominenza di un santuario e, sullo sfondo, la forza di Geronte che porta un antico nome greco, perché la letteratura dice che in passato a partire da lei dio diede il nome a Gerión (Vv 255-264)
L'isola di Cartare possiamo pensare che in principio fosse un'isola arenosa col suo bordo nord formato da materiale alluvionale antico per la parte dell'oceano e argillosa all'interno tra l'attuale Matalascañas e Torre Carboniera, separata della costa con un braccio di acqua formato dalla corrente di acqua proveniente dal ruscello della Rocina. Ma più che una sola isola potrebbe trattarsi di un'estensione considerabile del delta, abbia chi legge in conto che i greci per descrivere il delta di un fiume si riferivano indistintamente ad un’isola o a più isole, formate dalle alluvioni apportate congiuntamente dal ruscello della Rocina e del Guadiamar. Questa isola o isole sarebbero sommerse da cambiamenti morfologici continui e incerti perché ci sarebbe una lotta costante tra le ondate distruttrici dell'oceano e il sedimento periodico dei citati fiumi. In ogni caso la sua posizione strategica è importante per dominare l'entrata al Golfo, e ciò giustifica la lotta per il suo controllo. Se, al contrario, l'isola di Cartare fosse la sbarra arenosa dell'Algaida, l'isola formata vicino a Bonaccia, Sanlucar di Barrameda che noi in principio abbiamo proposto come l'isola citata in un paragrafo posteriore come "isola devota a Venere" nel qual caso l'interpretazione di questo cambierebbe all'isola Salmedina, situata più meridionale ma anche esposta al tramonto del sole. Testimonia questa assegnazione all'isola di Cartare come "isola" dei cempsos, paese di stirpe celtica, il fatto di essere un'isola molto antica e di volume considerabile. Posteriormente l'Algaida si unirebbe alla terra per formare un gran tómbolo. Nonostante per il momento propendiamo per l'opzione contraria di Cartare situata nel bordo occidentale del Golfo Tartésico, perché sembra che la Ora Marittima fa il suo percorso nel senso degli aghi dell'orologio, incominciando per l'ovest e finendo nell'est.
Quindi appare il Monte Cassio, Dorso del Tamburo il cui riferimento allo stagno può doversi alle attività metallurgiche sviluppate in distinti villaggi vicino al citato ruscello, ad esempio Coperta Vecchia, o alla presenza di stagno alluvionale. Di seguito segue un capo dove si trovava un santuario tra Villamanrique e il pascolo di Sotto non lontano dal Braccio della Torre, o piuttosto questo santuario starebbe nella Cascajera. Sullo sfondo si vede la forza di Gerión (Arx Gerontis) che sarebbe il capo di Coria e la sua cittadella disposta come una magnifica sentinella con deposito di sedimenti portati dal fiume sottostante, ma che in certe occasioni ha causato l’abbassamento della sua altezza di 5-7 m rispetto a quel momento che avrebbe circa 30 m sul livello delle acque del mare che domina. Sarebbe Caura il castello che, secondo Schulten, i cartaginesi distrussero prima di attaccare e devastare Tartessos. Caura era l'ultimo vertice del golfo Tartésico nel Cornicione dell'Aljarafe.
Prima di passare ai seguenti versi dobbiamo fare un'osservazione molto importante perché il testo di Avieno mostra un'interpretazione del periplo che mise in versi oltre l’originale, e conseguentemente introdusse un grave errore. In effetti Avieno conosceva Gadir, come si deduce dal testo, perché scrive riferimenti con sue osservazioni dirette. Avieno fu proconsole della Betico o, con più possibilità, del Nord Africa, quindi personalmente visitò Cadice e i paraggi della sua costa. Per quel motivo Avieno insiste di nuovo sulla confusione tra Gadir, Gades, e Tartessos che era comune tra i romani per le ragioni che abbiamo già segnalato. Questo fatto fa che il testo originale sia inquinato con osservazioni personali di Avieno del IV d.C., quando il paesaggio del golfo era cambiato già totalmente e la sbarra arenosa che chiudeva l'estuario del Guadalquivir era nello stato attuale. Evidentemente questa confusione ha avuto molto peso tanto nell'interpretazione di Schulten come in quella di Gavala. Per il primo la localizzazione di Tartessos stava nella sbarra arenosa di Matalascañas, (che denominò Isola Cartare) che si prolunga fino a Bonaccia, e si trova effettivamente "davanti" a Cadice. Studi geologici recenti hanno dimostrato che la sbarra si andò formando progressivamente, rimanendo infine da nord-ovest a sud-est. Nell'epoca di Tartessos, le dimensioni dell’isola Cartare erano molto ridotte, mentre nell'epoca di Avieno aveva praticamente la disposizione del secolo scorso e lo sbocco del Guadalquivir in Bonaccia è lo stesso di oggi. D'altra parte Gavala interpreta che il fiume Guadalete è il fiume Tartessos e identifica Tartessos con Cadice, come fecero i romani e seguendo la descrizione letterale di Avieno nella sua confusione.
"Qui si trovano le ampie coste del golfo tartessico e dal fiume Ana, già famoso, fino a questi territori le imbarcazioni hanno un giorno di tragitto. Qui si trova la cittadella di Gadir, poiché nella lingua dei cartaginesi si nominava Gadir riferendosi ad un posto fortificato con mura. Questa stessa città fu denominata prima Tartessos, città importante e ricca in tempi remoti, ora povera, rimpicciolita, esclusa, e infine un semplice campo di rovine. Noi in questi paraggi, eccetto le cerimonie in onore di Ercole, non vedemmo niente degno di ammirazione. Invece, ebbe tale potere, perfino tale prestigio in epoche passate, se diamo credito alla storia che un re arrogante, e il più poderoso di tutti quelli che aveva il paese della Mauritania, molto stimato dall'imperatore Octaviano, Giubba, consegnato sempre allo studio delle lettere e allontanato per il mare che aveva in mezzo, si considerava molto distinto con l'onore del duunvirato nella sua città." (Vv 265-281).
Il fiume Ana, anteriore stazione del viaggio, è il Guadiana che sbocca in quello che chiama anteriormente Golfo Galattico o dei Celti, perché abitavano le sue coste paesi di questa cultura. Avieno identifica erroneamente Tartessos con Gadir che è anche molto decadente nel suo tempo. Il colto re Giubba II, 50 a.C. - 23 d.C., di Numidia nella provincia romana della Mauritania che possedeva un'importante biblioteca, riconosce lo splendore passato di Tartessos, perché probabilmente aveva letto molti testi antichi, alcuni di origine cartaginese scomparsi.
Di seguito appaiono i versi più interessanti della Ora Marittima nei quali si localizza Tartessos tra le braccia del fiume Guadalquivir che fluisce dal Lago Ligustino. Perciò riproduciamo qui tanto il testo in latino come la sua traduzione.
"siate insulam Tartessus amnis ex Ligustino lacu per aperta fusus undique adlapsu ligat. neque iste tractu simplici provolvitur unusve sulcat subiacentem caespitem, scelta prega quippe parte eoi luminis infert in agri, preghi bis gemino quoque meridiano civitatis adluit." (Vv 285-290).
"Ma il fiume Tarteso, fluendo dal lago Ligustino, a campo (?), avvolge un'isola di piena col corso delle sue acque. Non corre avanti per un alveo unico, né è uno solo a solcare il territorio che è offerto al passo, dunque, in realtà, per la zona in cui rompe la luce dell'alba, si getta in campagne coltivate per tre alvei; in due occasioni, e anche per due tratti, lava il settore meridionale della città". (Vv 285-290)
Qui si riferisce direttamente il racconto alle bocche del fiume, Tartessus amnis, che circondano la città per il sud, meridiano civitas, situata in un'isola. Pertanto ci dice che il fiume dal lago Ligustino, ex Ligustino lacu, forma un delta interno dove il fiume si divide in tre braccia verso l'est che attraversano i campi, e a loro volta, logicamente per il sud, avvolgono l'isola dove si trova la città formando due bocche che danno al "Tartesii sinus."
Di qui si deduce che Tartessos è una città situata in un'isola nello sbocco verso il mare del fiume dello stesso nome. Avieno non cita logicamente la città per il suo nome, dato che anteriormente l'aveva confusa con Cadice, e contemporaneamente i romani confusero anche il Lago Ligustino, Ligustinii lacuus, con l'enorme insenatura che formava il mare nell'estuario del Guadalquivir, Tartesii sinus. La descrizione di Avieno chiaramente, non "corre per un alveo unico, si getta alla campagna coltivata per tre alvei" ci parla della configurazione deltaica dello sbocco. Noi abbiamo identificato l'antico meandro della Merlina come un'orma del paleodelta del Guadalquivir nello "stretto di Coria" e per tale motivo così abbiamo interpretato la mappa raccolta nella figura.
Questo Golfo Tartésico in tempi storici costituì una laguna che si colmava di sedimenti, con una sbarra costiera formata da Sabbie Grasse che continuava a chiuderla. Per la parte interna i depositi alluvionali formerebbero le "Paludi Antiche". Questa laguna che anteriormente
aveva due bocche, come afferma Strabone, subì un’evoluzione fino a formare le paludi del Guadalquivir che oggi si trovano praticamente disseccate. Oggi il fiume ha un solo alveo ed un solo sbocco. Strabone che non visitò mai questi paraggi, nel suo lavoro Estesícoros, ambientato nel V a.C., è molto rigoroso, non toglie né mette niente, riproduce fedelmente i suoi scritti. Perciò se Eritía fosse un'estesa isola di fronte all'isola di Cadice fino a Due Sorelle, nel suo estremo capo si troverebbe di fronte alle "bocche" del Betis nel suo primitivo sbocco, ma, in una seconda
opzione, avrebbe dimensioni più ridotte arrivando approssimativamente fino a Trebujena dove si trovava lo sbocco agli inizi del primo millennio, ossia più simile all'attuale.
"Da parte sua, il monte Argentario si staglia sulla laguna; è così chiamato nell'Antichità per la sua bellezza e perché i suoi pendii brillano per l’abbondanza di stagno. Visto da lontano, irradia ancora più luminosità, quando il sole colpisce col fuoco le altezze delle sue cime. Questo stesso fiume,
inoltre, trascina nelle sue acque piccole quantità di stagno pesante e trasporta questo pregiato minerale fino alle muraglie. A partire da qui un'estesa regione si allontana dalle acque salate, e forma una pianura nell’entroterra. La razza degli etmaneos l'abita. E dopo, d'altra parte, fino ai terreni coltivabili dei cempsos, si estendono gli ileates su terre fertili; sebbene le zone marittime siano controllate dai cilbicenos." (Vv 291-304).
Nella laguna che è il lago Ligustino in una parte è configurato a paludi e a ovest con un gran braccio di acqua. Contiene un massiccio che emerge sulle acque e colpisce per la sua lucentezza. La lucentezza dei suoi pendii è attribuita ad un metallo, nella mia opinione, piuttosto che al minerale di
"stagno", bene potrebbe riferirsi alla galena o all'argento (argentita, in ragione del nome del monte) Argentarius. Potrebbe riferirsi anche a tutti contemporaneamente. Il senso di questo monte è misterioso. In primo luogo bisogna capire se si trova dentro o separato dall'isola e città di Tartessos.
In secondo luogo qual è l'origine del minerale o del metallo nello stesso? È per caso un tempio nel monte coperto da ferri da stiro argentati?
Esporrò un'ipotesi che incastra perfettamente col testo.
Si tratterebbe di una "isola" o penisola promontorio nella quale si porterebbero a termine lavori di scarico di minerali di stagno e piombo provenienti della Cassitérites lungo le rotte commerciali dei tartesios coi soci liguri. Anche l'argento portato per navigazione di Aznalcollar ed Almaden dall'altro estremo del lago coinvolgerebbe i liguri. Conseguentemente si effettuerebbero lavori di metallurgia. Se questa ipotesi fosse giusta si spiega la denominazione di "lago Ligure" ed in secondo luogo si risolve l'enigma della preminenza di Tartessos nel controllo sulle zone minerarie del nord della provincia di Onuba, Huelva, e Castulo (Linares), tanto lontane della metropoli.
In effetti per lo sviluppo della metallurgia del bronzo è necessario lo stagno o più concretamente il suo minerale cassiterita, che si importava da Bretagna, Inghilterra, Irlanda e Galizia, questo minerale era portato per i marini tartesios o suoi soci liguri. Il rame si trova nel bacino del Riotinto, e riveste valore come merce di scambio. Per questo motivo centralizzando e
monopolizzando il suo uso si domina la metallurgia del bronzo e si spiega l’importanza di Tartessos. Dovrebbe stare in Tartessos il centro metallurgico principale del regno in ragione essenzialmente di tre premesse seguenti:
1, Tartessos era dove unicamente potrebbero scaricarsi stagno e piombo per dopo essere distribuiti alle fabbriche metallurgiche del resto della regione.
2, le rotte marine che servivano per l'approvvigionamento di quelle materie prime erano gelosamente protette proprio dalla monarchia tartésica nella stessa metropoli. Le rotte marine tartésicos-liguri formati sotto l'amministrazione erano conosciute solo dai naviganti locali e questi erano esperti nella difficoltosa navigazione.
3, la produzione e raffinazione di metalli, vicino alla trasformazione in beni finali nelle vicinanze della metropoli dava alla città un predominio sul mercato. Questo gli permetteva il controllo di prezzi e dell'offerta/domanda tanto di materie prime come di prodotti di oreficeria o altri già elaborati in tutta l'area di influenza della città. Oltre alla centralizzazione della produzione e/o commercializzazione del bronzo attraverso il controllo sulle materie prime essenziali, altrettanto si deve dire dell'argento il cui commercio era ancora più importante per la monarchia tartésica. Le galene argentifere della zona di Linares, Cástulo, hanno già l'ingrediente piombo in grado di fornire facilmente argento puro, e la metropoli Tartessos aveva il fiume navigabile con una rotta di uscita al mare comoda per il suo commercio.
Rispetto all'informazione apportata per quei versi, è significativo che il Guadalquivir non può sopportare grandi apporti di minerale o metallo di scarto dei lavori metallurgici che si sviluppano nelle prossimità dalla città. Come nel Monte Casius ebbero archeologicamente posto attività comprovate di metallurgia, nel monte Argentáreo in un posto vicino all'isola di Tartessos l'attività sarebbe di tale grandezza che si produsse un forte inquinamento delle acque e dell'aria. Questi versi ci parlano di lavori metallurgici intorno alla città fino alle sue mura e moli brillanti, grazie alla grande quantità di stagno lavorato. In seguito la descrizione ci parla dei paesi situati nella sponda sinistra del Guadalquivir. Gli etmaneos collocati su terre salmastre, logicamente perché le sponde del lago Ligustino stavano allora retrocedendo, formando un paesaggio palustre e lasciandosi dietro terre salinizzate nelle paludi del Guadalquivir e nelle sue Isole. Oggigiorno in realtà i fiumi che affluiscono verso il Guadalquivir nel suo margine sinistro hanno acque molto saline (Guadaira) Corbones con diversi ruscelli denominati Salati. Invece nella parte sinistra che porta sul Lago Ligustino, fino a Villanueva del Fiume, ed a partire dallo stesso fiume Tartessos si trovava la fertile pianura del Guadalquivir fino ad arrivare approssimativamente da Cordova.
"la cittadella di Gerente, e dopo il santuario sono separati in mezzo dal mare salato, e tra alte scogliere si ritaglia un'insenatura.Vicino al secondo massiccio sbocca un fiume abbondante. Quindi si erge il monte dei tartesios, coperto di boschi." (Vv 304-309) Questi versi sono difficili da interpretare e possono condurre a una possibile sistemazione dei versi nel testo una volta arrivati a Tartessos, perché si retrocede. Supponiamo che la cittadella di Geronte sia Caura e la punta del Santuario, affezionato a Cerere come pensiamo, sarebbe il Cascajera separatore per il mare. In questo caso tra le scogliere l'ampia insenatura si riferirebbe all'estuario del Riopudio, potendosi accettare anche la traduzione di ampio invece di "abbondante fiume." Supponiamo che il Monte dei Tartesios coperti di boschi di pinete e querce fosse il contorno dell'Alfajafe da Villamanrique ed avrebbe anche boschi per la sponda destra del golfo di fronte a Coria. La sponda sinistra del golfo ha maggiore altezza fornendo scarpate mentre il bordo contrario originerebbe spiagge.
"Subito si trova l'isola Eritía, di estese campagne coltivate e, in tempi passata, bassa giurisdizione punica; in realtà, furono coloni dell'antica Cartagine i primi a stanziarsi. Uno stretto separa Eritía dalla cittadella del continente in solamente cinque stadi" (Vv 310-314) In questi versi c'è un'interpretazione sui punici perché nel IV a.C. non erano ancora arrivati a queste terre. Solamente "cinque stadi separano Eritía dalla cittadella del continente". In questo senso stanno due ipotesi:
1, supporre che questa isola Eritía fosse il delta del fiume Tartessos all'uscita del lago Ligure. In questo senso altri autori si riferiscono a lei come "isole Eritías" e ricordi Chi legge che per i grigos la designazione di delta si fa come insieme di isole separate da distinte braccia di fiume.
2, questa isola può supporsi come una parte o tutta la "estesa" regione di campagna coltivata che va da Due Sorelle fino a Porto di Santa María, compresa tra i bacini dei fiumi Guadaira (porto di Irippo e Guadalete), Porto Menesteo e Porto Santamaría.
In relazione a questa seconda ipotesi di nuovo ci appare la confusione fra Tartessos=Gadir che alterò tutta la comprensione geografica dei romani rispetto al paesaggio invertito col tempo del pianterreno Guadalquivir, dal V a.C. al II a.C. avendo i fiumi Guadaira, con Irippo al suo
ingresso, e Guadalete, con Porto Menesteo all’altra sua entrata, bacini vicini e alcuni tratti molto ampi potrebbero confonde il navigatore mostrando l’entroterra come un'isola. In ogni caso, questi due bacini, Guadaira e Guadalete, potrebbero comunicare con un canale, ed essere attraversati da merci di contrabbando. Questa ipotesi è concordante con Caura = Forza di Gerión. In ogni modo la
tradizione situa Eritía di fronte a Cadice, a questo potè contribuire la confusione Tartessos = Cadice che abbiamo commentato. Finalmente la designazione Eritía andrebbe adottandosi esclusivamente per il massiccio Porto di Santamaría - Sherry - Trebujena-Sanlucar, hinterland naturale di Gadir e con popolazione libio-fenicia molto antica che aggirandolo permetteva di arrivare fino al bacino del Guadalquivir attraverso estuari e canali. Questo caso è argomentato da Genaro Chic e appare in qualche mappa araba. È sicuro che l'estremità inferiore di Eritía si trovava di fronte a Cadice,
perché fu l’hinterland vicino che assicurava a Cadice la sopravvivenza e come tale fu occupato dai punici. Questa isola è considerata una mitica campagna coltivata ricca di bestiame valoroso come racconta il mito di Gerión ed Ercole. Queste considerazioni in ogni modo sono in attesa di
contrastare con dati geologici. Un'altra possibilità è anche che il taglio trasversale della valle del Guadalquivir - recinti del Guadalete con il canale potesse stare a livello dei Palazzi (estuario del Braccio del Questo).
Escacena Carrasco sostiene che il capo del Santuario sarebbe il Carambolo, Letti, dove sta il famoso villaggio fenicio e in questo luogo si trovò una figura della dea Astarte ed effettivamente un tempio dedicato a lei. D'altra parte si pensa che il santuario fenicio di Caura nel Dorso può attribuirsi
a Baal Saphon per il suo altare a forma di pelle di toro e per l’esistenza di altri manufatti in questo posto. Pensa questo autore che il Dorso di Caura sarebbe così quel Monti Cassio della Ora Marittima, poiché la divinità di Baal Saphon e assimilabile a Cassio. Senza dubitare dell'intepretazione sulle divinità e i relativi santuari, penso che l'assegnazione geografica data a quei due punti non coincide con la descrizione della Ora Marittima ed in particolare con la forza di Geronte situata di fronte al Santuario. In ogni modo già stiamo girando a Cadice costeggiando l'estremo meridionale del Golfo.
"Per dove si dà il tramonto del giorno, c'è un'isola devota a Venere del Mare, e nella stessa un tempio di Venere, un eremo in roccia viva ed un oracolo"., Vv 314-317,
Qui finirebbe il percorso per le coste del golfo Tartésico, supponiamo che questi paraggi possono riferirsi a Sanlucar di Barrameda o a qualche luogo tra questo e Cadice che logicamente non è citata. Si sa che l'Algaida fu in tempi antichi un'isola e che si sono trovati lì resti di un antichissimo
tempio. L'isola dedicata alla divinità Venere romana, Afrodite greca, si riferirebbe logicamente alla corrispondente divinità tartésica. Un'altra possibilità è che si tratta dell'Isola di Salmedina, più concorde col fatto della natura rocciosa della stessa, dato che l'Algaida è un'isola arenosa.
Ora bisogna rendere merito a Schulten, per testimoniare il suo enorme lavoro per tirare fuori Tartessos dalla mitologia e mettere le basi di tutta la sua storiografia. La sua scoperta non ebbe successo per mancanza di basi geologice della dinamica fluviale del Guadalquivir e per le confusioni latine della denominazione del Lago Ligustino e l'equazione Cadice = Tartessos. Certamente le interpretazioni che qui si fanno non sono neanche matematiche, ma costituiscono un apporto rilevante per lavori futuri, per la sua consistenza con la cronologia delle descrizioni classiche e con la geologia della zona, asse spazio-tempo. per quel motivo bisogna citare letteralmente le premonitorie parole dello stesso Schulten: "Chi vuole può mettere in relazione i pre-tartesios con "la città dei liguri" che sembra essere stata una predecessora di Tartessos". Per continuare in una nota a piè di pagina: "Estéforos [dice] la città ligustina...vicino a Tartessos dovette stare nel lago ligure che avrebbe potuto prendere il suo nome; questo è verso Coria."
Impressionanti queste parole di Schulten che egli stesso sottolinea nel testo: "verso Coria"
È incontrovertibile che se i testi non mentono Tartessos si trovava in un'isola vicino allo sbocco del Guadalquivir e questo stava vicino a Coria. Tartessos occupava dunque una posizione strategica aperta al mare, nel Golfo Tartésico, nel vertice di una feconda valle con zone minerarie nelle sue prossimità a trasformarsi nel "mitico regno dell'antichità" solamente oscurato dalla viltà cartaginese che volle seppellire la sua storia.
Fonte: ARQUEOLOGOS Red Española de Historia y Arqueología
sabato 4 febbraio 2012
Archeologia: Individuato a Itaca il Palazzo di Ulisse.

Scoperto sulla splendida isola greca di Itaca il palazzo del celebre eroe omerico, Ulisse: si tratterebbe della casa dove la moglie Penelope lo aspettò per anni durante la mitica guerra di Troia e le successive avventure. La notizia è stata comunicata dal professor Athanasios Papadopoulos dell’Università di Ioannina, che con la moglie Lisa Papadopoulou Condorli coordina da sedici anni gli scavi sull’isola.
La località dove sorge l’abitazione è Aghios Anastasios (Sant’Anastasio è il nome di una chiesa presente sul sito), luogo suggestivo chiamato dalla popolazione locale “Scuola di Omero”. Sulle due terrazze naturali che gravitano sulla costa scoscesa nacquero in periodi diversi due insediamenti: uno risalente all’età del Bronzo (1300 avanti Cristo circa), l’altro di epoca ellenistica. Tra le strutture databili all’età del Bronzo spiccano una fontana monumentale e alcune tavolette dipinte, confrontabili con i famosi palazzi di Agamennone a Micene e di Nestore a Pilo. È un uso comune, quando si parla di realtà risalenti all’epoca della Guerra di Troia, tra il 1300 e il 1200 avanti Cristo, denominarle convenzionalmente con il nome di personaggi dell’Odissea o dell’Iliade.
In passato si erano già individuati “palazzi di Ulisse” in diverse località dell’isola di Itaca, dando luogo ogni volta a sospetti. La figura di Papadopoulos offre maggiori garanzie, ma alcuni studiosi pensano che ci siano degli elementi da approfondire. Andreas Sotiriou, Soprintendente dell’isola, e Bruno d’Agostino, archeologo dell’Università Orientale di Napoli che abita a Itaca, affermano che in un luogo dove si sono sovrapposte diverse realtà necessiterebbero dati stratigrafici più precisi. Per di più, negli esempi di Micene e di Pilo la struttura del palazzo è definita in un grande cortile racchiuso da numerose stanze, mentre a Itaca non si riesce ancora a cogliere la stessa chiarezza.
Se le prossime campagne di scavo avalleranno l’ipotesi di Papadopoulos, la scoperta del palazzo di Ulisse andrebbe a inserirsi in un periodo felice per l’archeologia ellenica. Infatti, il direttore della Scuola Archeologica Italiana ad Atene, Emanuele Greco, ha segnalato che a Salamina e a Sparta spedizioni diverse stanno indagando costruzioni che sembrano proprio palazzi e che già vengono definiti palazzo di Menelao e palazzo di Aiace. Particolarmente a Sparta, sono state scoperte molte tavolette di un archivio in Lineare B, la scrittura dell’epoca micenea, e pareti affrescate con pitture: circostanze che confermano che quella struttura aveva dignità regale.
Immagine da www.settemuse.it
Fonte: Archeorivista
venerdì 3 febbraio 2012
STAGE DI ARCHEOLOGIA SPERIMENTALE

L’associazione culturale “Archeologia Sperimentale” organizza uno stage di archeologia sperimentale sulle tecnologie dell'uomo della Preistoria.
Sabato 17 e domenica 18 marzo 2012 ore 09.00 - 17.00
Lo stage si svolgerà a Prato ed è rivolto ad archeologi, studenti di Scienze Umanistiche e Naturali, insegnanti, operatori museali, guide archeologiche, naturalistiche, ambientali o turistiche, operatori culturali e semplici appassionati. Tale corso tratta la tecnologia dell'Uomo nella Preistoria.
All'interno di esso verranno affrontati diversi procedimenti
tecnologici dei nostri antenati.
Programma
Riconoscere le materie prime adatte alla scheggiatura (la selce, il diaspro, l'ossidiana, le quarziti...); analizzare le varie tecniche di scheggiatura (diretta, indiretta, pressione e ritocco) e le regole che determinano la scheggiatura, oltre alla prova pratica da parte dei partecipanti.
I partecipanti produrranno sperimentalmente alcuni distacchi per produrre qualche strumento attraverso il ritocco a pressione, che serviranno per realizzare manufatti durante lo stage
Produzione di cordicelle realizzate ritorcendo fibre vegetali, tendini e budella di animali.
Vedremo quali sono gli usi e i vantaggi del fuoco, oltre alle tecniche di accensione (con percussione e frizione), attraverso la dimostrazione e le prove pratiche.
Verrà lavorata la pelle, spiegata la modalità di concia attraverso la dimostrazione e la prova pratica del raschiamento di una pelle.
Per quanto riguarda i colori minerali, verranno presentati l'ocra e altri ossidi e minerali; si affronterà la loro preparazione e utilizzo, con realizzazione di pennelli, tamponi, e altri strumenti che verranno utilizzati per le diverse tecniche pittoriche (compresa quella a spruzzo).
I partecipanti potranno realizzare una collana utilizzando la steatite e conchiglie fossili e attuali,
Lavorare l'osso; produrre aghi d'osso e con le relative crune.
Infine verranno eseguite prove pratiche di utilizzo di armi come il propulsore e il bolas.
I partecipanti al termine dello stage avranno sperimentato personalmente le varie attività e quindi saranno pronti per svolgere laboratori a terzi sull’accensione del fuoco con le pietre focaie, sulla realizzazione di pitture preistoriche con tecnica a spruzzo, sulla realizzazione di aghi d’osso e monili in conchiglia e steatite per mezzo della levigazione, sulla realizzazione di perforatori e grattatoi in selce, e sulla produzione di cordicelle in fibre vegetali e animali.
Durante lo stage, verranno illustrate norme sulla sicurezza e regole per poter gestire le varie tecnologie ad un pubblico di ragazzi o adulti senza farsi male.
Inoltre potrò fornire materie prime come: pietre focaie, steatite e alabastro per realizzare monili, parti o palchi interi di cervo, ocra rossa o gialla.
Gli oggetti prodotti durante lo stage rimarranno di loro proprietà.
Il costo delle 2 giornate di stage è di € 250,00, IVA esclusa a persona, escluso vitto e alloggio. La città dove si svolgerà lo stage sarà Prato. Per dormire, a 20 minuti da Prato c'è un B&B a €40 in singola €50 doppia e €60 in tripla con colazione. Il B&B si trova a Quarrata (PT). Chi non è automunito, può approfittare del nostro passaggio fino al luogo in cui si svolgerà lo stage. Se il B&B è al completo, ci sono altri alberghi economici nella zona. I giorni dello stage saranno 17 e 18 marzo 2012, dalle ore 09,00 alle 17. Per chi arriverà il venerdì, possiamo renderci disponibili per il pomeriggio dalle ore 17.00. Possiamo accompagnarvi al B&B con la nostra auto, per chi arriverà in treno a Pistoia o Prato, e riprendervi la mattina del sabato per andare nel luogo dove svolgeremo lo stage. Il pomeriggio del sabato fino a dopo cena restiamo a disposizione dei partecipanti.
I posti sono limitati a circa 7-9 partecipanti. Il pagamento dello stage è da effettuare al momento dell’iscrizione.
Alla fine del corso può essere richiesto l’attestato.
Per informazioni:
www.archeologiasperimentale.it
info@archeologiasperimentale.it
giovedì 2 febbraio 2012
Toscana. dai santuari nuragici ai tumuli etruschi.

Navi di bronzo
di Valerio Giovannini
In Toscana, nell'ambito dell'XI edizione de "Le Notti dell’Archeologia”, che quest'anno ha come tema "Le acque degli Antichi", il museo civico archeologico "Isidoro Falchi" di Vetulonia ha presentato la mostra “Navi di bronzo. Dai Santuari nuragici ai Tumuli etruschi di Vetulonia".
Il tema delle acque (risorsa idrica, spazio e strumento di dialogo commerciale e culturale) è lo sfondo ideale per un'esposizione che si incentra sui contatti fra civiltà ed etnie differenti e sugli scambi intrapresi fra l’etrusca Vetulonia e la Sardegna sin dall’Età del Bronzo.
La mostra indaga in particolare la complessa trama di rapporti fra la fascia costiera peninsulare toscana e la terra dei Sardi per evidenziare e chiarire il ruolo della componente nuragica e il peso della marineria vetuloniese nella distribuzione di oggetti importati e prodotti nei primi secoli dell’Età del Ferro.
Fulcro tematico e perno scenografico dell’esposizione sono le barchette bronzee. "Reperti che - spiega la direttrice del Museo di Vetulonia, Simona Rafanelli - possono a tutti gli effetti essere considerate la prima evidenza che collega la Sardegna nuragica al mare e Vetulonia alla Sardegna e al mare e che rappresentando idealmente una serie di ideogrammi che raccontano la storia incrociata dei due popoli del Mediterraneo”.
Chiave di lettura dell'esposizione sono le categorie ideali del mare, dell’acqua e del vino. A questo alludono infatti le navicelle (tradizionalmente interpretate quali lucerne o brucia profumi, che riproducono imbarcazioni ornate da protomi zoomorfe) e le fiaschette di tipo cipriota (riprodotte in miniatura negli omonimi pendagli bronzei) e le brocchette a collo obliquo e ventre arrotondato (che contenevano la preziosa bevanda, vero e proprio status symbol delle aristocrazie etrusche). C'è poi la classe delle armi e oggetti dell'ornamento personale rappresentati, nella forma simbolica di amuleto, da “faretrine” e bottoni nuragici. Reperti che si intrecciano e convivono all’interno di un itinerario che, per quanto riguarda la distribuzione dei materiali, esula volontariamente da una netta distinzione fra isola e continente.
Il percorso espositivo si ispira al tema più generale dell’eterno flusso e riflusso delle onde del mare, snodandosi attraverso un intricato sistema di realtà e simbolo, di allusioni e rimandi, di importazioni e riproduzioni e guidando il visitatore alla conoscenza di quegli oggetti che rappresentano il lascito materiale di una stretta relazione fra comunità etrusche ed isolane che risale a un’epoca remota e che coniuga gli estremi di un rapporto capace di promuovere dinamiche di sviluppo, crescita e integrazione culturale.
Per sottolineare la particolare dialettica instauratasi fra le città dell’Etruria settentrionale costiera e le principali isole del Tirreno. Al termine del circuito di visita, una sezione specifica è riservata all'unica città etrusca sorta sul mare: Populonia. Su questo tema, in ottobre, è previsto il Convegno di Studi Etruschi e Italici incentrato sui rapporti fra la città sul Golfo di Baratti e la Corsica.
Chiude la mostra il forte segno iconico del Tridente della tomba a Circolo di Vetulonia, per rappresentare una sorta di “passaggio di testimone” del dominio sul mare dalla Sardegna nuragica dell’Età del Bronzo alle città etrusche della costa tirrenica, prima fra tutte Vetulonia.
Le navicelle nuragiche
Le ‘barchette’ o ‘navicelle’ sono un prodotto caratteristico della civiltà nuragica e costituiscono un eccezionale documento che ci parla di un vasto mondo di conoscenze: carpenteria navale, rotte, commerci, organizzazione sociale ed economica senza dimenticare la loro valenza quale segno di prestigio e potere che solo può spiegare la conservazione in luoghi ed epoche anche molto lontane, rispetto a quella della fabbricazione.
Questi reperti si ritrovano frequentemente nella penisola in corredi funebri (soprattutto a Vetulonia) e in ripostigli dell’Etruria tirrenica ma anche oltre, nella Campania villanoviana ed in Calabria.
Ognuna di queste navicelle non solo è un’opera di raffinato artigianato artistico e un oggetto prezioso e sacro, ma è anche un racconto e un messaggio che segue schemi e stilemi ricorrenti e dunque perfettamente comprensibili ai contemporanei quanto lo sono per noi sigle e stemmi.
Oggetto di dono tra capi o tra individui eminenti, le navicelle sono simbolo degli scambi commerciali e dei rapporti personali. Ma c’è di più. Esse potrebbero essere il segno dell’acquisizione di costumi esotici, di rituali stranieri da parte delle elites villanoviane per via del prestigio che esse dovevano presentare ai loro occhi. E' questo il caso delle fiaschette, ove testimoniano il costume di assumere bevande di tipo alcolico.
Oggetti caricati di valore simbolico e sacrale che in Sardegna sono presenti esclusivamente in contesti santuariali (pozzi sacri e templi), le navicelle bronzee, in Etruria, provengono da corredi tombali. A testimoniare ancora una volta come le forme di tesaurizzazione fino alla piena età Orientalizzante (VII a.C.) fossero esclusivamente di tipo privatistico.
Sulla base dei dati archeologici e metallurgici e dello studio delle costruzioni navali antiche, la produzione delle barchette nuragiche si colloca all’apogeo della Civiltà Nuragica, nella piena padronanza delle risorse interne ed esterne che hanno determinato la presenza riconosciuta e ‘qualificata’ della Sardegna sulle rotte commerciali del Mediterraneo.
Così come i modellini di nuraghe (frequentissimi in pietra e in bronzo ed in dimensioni da scultoree a miniaturistiche) rappresentano sia il monumento che la comunità che lo aveva prodotto, anche i modellini di nave simboleggiano sia la nave che il gruppo sociale che nei commerci, nella marineria e molto probabilmente anche nella pirateria, traeva il sostentamento per sé e per coloro che restavano a terra.
Il richiamo a terra, costante in Ulisse e nei suoi compagni, che in tutte le traversìe mantenevano il senso della loro identità e la tensione continua al “ritorno”, appare raffigurato, nelle navicelle, dal giogo di buoi, volto sempre verso la poppa come nelle barchette da Meana e dalla Tomba del Duce di Vetulonia, dalla protome bovina a prua, spesso riconoscibile dalle sferette sulla punta delle corna, come in una delle barchette dalla Tomba delle Tre Navicelle, dalle colonnine che rappresentano modellini di nuraghe come nell’‘albero’ di navicella da Furtei, dagli animali terrestri, come le volpi o i cani sulla barchetta da Meana, talvolta composti in scenette di caccia, come i due cani con il cinghiale sulla navicella dalla Tomba del Duce di Vetulonia.
Prezioso documento della signoria nuragica dell’età del bronzo finale (al tempo stesso metallurgica, navale e commerciale) non stupisce infine che in questi oggetti permanesse una forte valenza simbolica anche in epoca avanzata ed in ambito tirrenico, cosa che spiega la lunga tesaurizzazione di questi manufatti anche presso i discendenti (a Vetulonia, che del mondo nuragico ha raccolto le più vive ed importanti tradizioni, finivano come arredo di tombe principesce oppure divenivano offerta sacra in santuari portuali come Gravisca, Capo Colonna, Porto di Ostia).
“D’altra parte – conclude Simona Rafanelli – come si è già osservato, se i primi imperatori romani hanno voluto far risalire ad Enea e a Venere la propria stirpe, perché mai i principi vetuloniesi potevano esitare a richiamare fra i propri avi i mitici guerrieri, navigatori e pirati del Popolo delle Torri?”.
mercoledì 1 febbraio 2012
Scoperto in Siberia il cane più antico

Altai: Scoperto il cane addomesticato più antico
Il ritrovamento del cranio di un cane risalente a circa 33.000 anni fa, avvenuto in una caverna situata nelle montagne dell’Altai, in Siberia, è la chiara e più antica evidenza di un’antica pratica di addomesticamento degli animali da parte dell’uomo, in questo caso dei cani.
Insieme a quelli ritrovati in precedenza in una caverna in Belgio, questi resti indicano chiaramente che l’addomesticamento dei cani è stata una pratica avviatasi autonomamente in diverse zone geografiche e che ha avuto luogo non nello stesso momento storico, ma in diverse fasi. Questo vuol dire che i migliori amici degli uomini possono avere origini da antenati diversi, contrariamente a quello che invece sostengono le verifiche del DNA fatte sino a oggi.
Secondo quanto affermato da un team di ricercatori dell’Università dell’Arizona, entrambi i cani, ossia quello siberiano e quello belga, sono stati identificati come specie addomesticate in base alle loro caratteristiche morfologiche. Questa affermazione si basa sul fatto che i lupi hanno il muso lungo e sottile, con i denti non ravvicinati, mentre il processo di addomesticazione ha portato (con il passare del tempo) all’accorciamento del muso, all’ampliamento della mandibola e all’avvicinamento dei denti.
Tra l’altro, il cranio ritrovato nelle montagne della Siberia è straordinariamente ben conservato, cosa che ha permesso agli archeologi di poter effettuare delle misurazioni molto accurate e da diverse angolazioni del cranio, dei denti e della mandibola.

I ricercatori, che hanno utilizzato l’acceleratore dell’Università dell’Arizona per poter arrivare a una datazione precisa del cranio ritrovato in Siberia, hanno anche aggiunto che ci sono prove sufficienti del fatto che si tratti di un animale domestico, anche se la cosa più curiosa è che non sembra essere un possibile antenato dei cani contemporanei.
I resti di questo animale sono stati ubicati, cronologicamente parlando, poco prima dell’ultima glaciazione, ossia quindi tra 26.000 e 19.000 anni fa, quando le distese di ghiaccio avevano raggiunto la loro massima estensione e avevano modificato in modo estremamente drammatico la vita degli esseri umani e degli animali. E sembra che né il lignaggio del cane belga né quello del cane siberiano siano riusciti a sopravvivere a un’era tanto spietata dal punto di vista della qualità della vita.
Senza dubbio, i due crani indicano chiaramente che l’addomesticamento dei cani da parte degli esseri umani è una pratica che si è verificata in diverse occasione nel corso della storia, e in diverse località geografiche: questa affermazione potrebbe voler dire che i cani del giorno d’oggi potrebbero avere diversi avi diversi invece che un unico antenato comune come si ipotizza da più parti.
Secondo i ricercatori, il fatto più interessante è che solitamente, ed erroneamente, si tende a pensare che l’addomesticamento nei tempi antichi sia stato circoscritto ad animali che, come mucche, pecore e capre, avessero qualche utilità come fonti di cibo o di pelliccia da utilizzare per gli indumenti. I cani, invece, sono stati addomesticati non perché fossero in grado di diventare fornitori di un qualche tipo di “prodotto”, ma come animali da compagnia, di aiuto nella caccia e, non per ultimo, per la maggiore protezione indivuduale in un periodo in cui la vita certo non doveva essere facile. E sono stati addomesticati prima di qualsiasi altro animale simile.
Fonte: Archeorivista
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