Le chiese bizantine e romaniche al tempo dei Giudicati.
Articolo di Pierluigi Montalbano
I luoghi di culto rappresentano una delle testimonianze più
significative del periodo che precedette l’epoca dei Giudicati, una delle fasi
più importanti della storia sarda. I Giudicati erano delle realtà politiche
avanzate per il loro tempo: le loro corti potevano essere paragonate, per
livello culturale e istituzionale, a quelle dei contemporanei regni europei.
Col tempo, i Giudicati si trasformarono in veri e propri regni, ciascuno retto da un sovrano chiamato Judike. Il territorio era suddiviso in curatorie, e i villaggi (biddas) erano amministrati da un Maiore. Il potere era esercitato collettivamente attraverso assemblee chiamate Corona de Logu, che includevano il
clero e la popolazione. Il sistema giuridico era evoluto: ad esempio, pur essendo ereditaria, l’elezione del nuovo giudice richiedeva l’approvazione della Corona de Logu.La società era divisa in classi: i liberi (grandi e piccoli
proprietari), i coloni e i servi. Questi ultimi godevano di condizioni
decisamente migliori rispetto al passato: potevano sposarsi, testimoniare nei
processi e avevano un cognome. Si può dire che, nei Giudicati, ci fosse una
forma primitiva di democrazia, ben prima dell’affermazione di diritti simili in
altre parti d’Europa, basti pensare che in Inghilterra la Magna Carta venne
emanata solo nel XIII secolo.
I Giudici furono spesso in conflitto tra loro; alcuni
tentarono di unificare l'isola, ma nessuno riuscì a imporsi definitivamente. La
Sardegna rimase vulnerabile agli attacchi arabi, e il Papa per difendere le
coste sarde e italiane chiamò in aiuto le repubbliche marinare di Pisa e
Genova. Queste, dopo aver sconfitto i nemici, approfittarono della situazione
per espandere i propri interessi commerciali e ottenere il controllo di ampie
zone dell’isola, anche attraverso matrimoni strategici. I Pisani si
impadronirono prima della Gallura e poi di Cagliari, mentre i Genovesi si
assicurarono il Giudicato di Torres grazie all'influenza di alcune potenti
famiglie locali.
Nel frattempo, alcune città come Cagliari, Iglesias, Bosa,
Alghero, Sassari e Castelgenovese (l’attuale Castelsardo) si organizzarono in
Comuni. Tra tutti i Giudicati, quello di Arborea fu il più longevo e
indipendente, sopravvivendo per cinque secoli. I suoi giudici, pur mantenendo
rapporti con Pisa e Genova, conservarono l’autonomia. Mariano IV fu uno dei
sovrani più illuminati: colto e raffinato, intrattenne relazioni con le principali
personalità europee del tempo. Fu lui a dare avvio alla redazione di un codice
di leggi (la Carta de Logu) completata poi dalla figlia Eleonora.
Scritta in lingua volgare anziché in latino, la Carta de
Logu raccoglieva norme civili e penali moderne, tanto da essere adottata anche
dagli aragonesi, dagli spagnoli e dai piemontesi, restando in vigore fino al
1827, e forse ispirando i principi della Magna Carta inglese.
Nel 1297, per risolvere alcune tensioni mediterranee, il
Papa istituì il Regnum Sardiniae et Corsicae e lo assegnò al re di Catalogna e
Aragona, che però dovette conquistarlo in armi nel 1323, scatenando un
conflitto con i Giudicati. L’Arborea inizialmente fu alleata della Corona
d’Aragona, ma in seguito, a causa della pesante dominazione, si ribellò. A
guidare la resistenza furono prima Mariano e poi Eleonora, figura leggendaria
della storia sarda, il cui regno durò dal 1383 fino alla sua morte nei primi
anni del Quattrocento.
Per ciò che riguarda le testimonianze archeologiche e
monumentali, i principali musei e siti sardi custodiscono importanti reperti
dei periodi neolitico e delle età dei metalli, mentre per le epoche bizantina e
giudicale, le testimonianze sono rappresentate da chiese, in particolare San
Saturnino a Cagliari, San Giovanni di Sinis e le catacombe di Sant'Antioco, tutte
risalenti al V secolo e in origine utilizzate come monasteri.
A Cagliari, furono i monaci vittorini a ricostruire la
chiesa nel 1089 in stile romanico-provenzale, dedicandola a San Saturnino,
vescovo di Tolosa, venerato in Francia meridionale e in Spagna. Dell’edificio
originario è rimasta solo la cupola. Recentemente è stato effettuato un
intervento di restauro e, nella piazza antistante, sono emersi importanti
reperti archeologici.
Anche la chiesa di Sant’Antioco fu ricostruita dai monaci
vittorini sui resti di un edificio paleocristiano.
La chiesa di San Giovanni di Sinis, situata nei pressi di
Cabras lungo la strada per Tharros, fu edificata nell'XI secolo sopra i resti dell’edificio
di culto bizantino del V secolo. Fu costruita utilizzando conci di arenaria
provenienti dalle antiche mura della città di Tharros. L’edificio presenta una
pianta a croce latina, in origine a croce greca, con tre navate coperte da
volte a botte. Al centro si conserva la parte più antica della struttura,
caratterizzata da quattro colonne e una copertura a cupola.
Non si conosce con certezza a quale ordine appartenessero i
monaci legati alla chiesa, ma è possibile che fossero camaldolesi, presenti
nella vicina Bonarcado, dove si trovano due importanti edifici religiosi: la
chiesa romanica di Santa Maria di Bonacattu, risalente al XII secolo, e il
santuario della Madonna di Bonacattu, d'origine bizantina (VII secolo),
costruito su strutture nuragiche e romane preesistenti e rimaneggiato nel XIII
secolo.
Sempre nella zona dell'Oristanese, vicino a Simaxis, sorge
la chiesa bizantina di San Teodoro, che presenta una pianta a croce greca,
copertura a botte e cupola centrale. L’edificio è stato restaurato di recente.
Nel nord della Sardegna, nei pressi di Siligo, si trova la
piccola chiesa di Santa Maria di Bubalis, nota anche come chiesa di Mesumundu.
Edificata nel VII secolo sopra un impianto termale romano, è uno dei rari
esempi di architettura bizantina dell’isola. Successivamente divenne proprietà
dei monaci di Montecassino.
Non lontano, sul Monte Santo, si erge la chiesa dei Santi
Elia ed Enoch, costruita dai monaci cassinesi nel 1063, su invito del giudice
Barisone, che concesse loro terre e privilegi per il loro primo insediamento in
Sardegna. Sono ancora visibili i resti dell’antico convento.
Procedendo verso Cossoine, si incontra la chiesa di Santa
Maria Iscalas, uno dei migliori esempi di architettura bizantina nella Sardegna
settentrionale, successivamente appartenuta ai camaldolesi.
A Iglesias si trova la chiesetta di San Salvatore, di epoca
tardo-bizantina, purtroppo oggi in stato di abbandono e in rovina. Nella zona
del Sulcis, vicino a Nuxis, si conserva la chiesa di Sant’Elia, anch’essa
bizantina, databile tra il X e l’XI secolo.
Il periodo bizantino ha lasciato tracce non solo
architettoniche ma anche culturali: numerose usanze e tradizioni popolari
risalgono a quell’epoca, come quelle legate ai miliziani di Sant’Efisio.
L’arte romanica si diffuse in Europa e in Sardegna tra la
fine dell’XI e il XIII secolo, quando fu gradualmente sostituita dallo stile
gotico. Le chiese romaniche sono numerose, spesso di grande fascino, e
colpiscono soprattutto per il contesto in cui si trovano: immerse nelle
campagne, in piccoli centri rurali o inserite nel tessuto urbano.
Questo ricco patrimonio testimonia un’epoca di grande
rilievo che coincide con il periodo giudicale. Alcune di queste chiese, pur
ristrutturate con l’aggiunta di elementi in stile gotico, conservano ancora
oggi opere d’arte sacra di grande valore, come retabli, statue e preziosi
arredi.
Fra tutte, la Basilica di San Gavino a Porto Torres è la più
grande, una delle più antiche e affascinanti. Fu voluta dal giudice Comita di
Torres e iniziata nel 1030 da maestranze pisane, utilizzando conci di arenaria
e calcare. L’edificio presenta una peculiarità architettonica unica: due absidi
contrapposte alle estremità, ingressi laterali e l’assenza di una vera e
propria facciata. Ha tre navate, sostenute da undici colonne in marmo e granito
provenienti dall’antica città romana di Turris Libisonis. La copertura è
sorretta da grandi travi in rovere e rivestita in piombo argentifero. Al suo
interno spicca una statua di San Gavino a cavallo, realizzata nel XVII secolo. Sotto
c’è una cripta che conserva sarcofagi romani del III secolo.
I giudici di Torres favorirono l’insediamento dei monaci
benedettini, che contribuirono alla diffusione del romanico, costruendo chiese
che spesso facevano parte di complessi conventuali. A Sassari e nei dintorni si
trovano importanti esempi, come Santa Maria di Betlem, costruita nel XII secolo
dai benedettini, poi ampliata nel secolo successivo dai francescani
conventuali; San Pietro di Silki, risalente ai primi anni del XII secolo,
originariamente chiesa di un convento di monache benedettine, successivamente
affidata ai frati minori francescani e trasformata in stile gotico nel XVI
secolo.
Nessun commento:
Posta un commento