Risorse e attività nella Sardegna preistorica
Articolo di Pierluigi Montalbano
L'antica Sardegna era caratterizzata da un'abbondanza di risorse e da un clima mite, elementi che gli scrittori classici descrivevano come fondamentali per la vita sull'isola. Le fonti letterarie dedicate alla divinità protosarda Aristeo narrano che, ai tempi dei nuraghi, la Sardegna era ricca di olio, latte e miele, oltre a una vasta gamma di alberi da frutta presenti nelle campagne, nei boschi e nella macchia mediterranea.
Per quanto riguarda la viticoltura, ci sono attestazioni di vinificazione già dal I Ferro, ma già nel Bronzo Recente circolavano brocchette per il vino, e forse da allora si faceva uso di bevande inebrianti. Gli abitanti dell’isola potevano contare anche su un vasto patrimonio di animali da allevamento e su una
ricca fauna venatoria, che garantivano approvvigionamenti costanti di cibo.Questa abbondanza alimentare permetteva di avere scorte per
i mesi invernali, grazie allo stoccaggio di carne conservata con sale, lardo e
grasso. Dal mare, dagli stagni e dai fiumi arrivavano pesci e molluschi, come
testimoniano i ritrovamenti archeologici e le prime analisi dei resti ittici.
Nei villaggi sono stati trovati pesi trapezoidali e fuseruole, che documentano
l’attività tessile praticata con grandi telai fin dal Neolitico finale.
Dagli animali si ricavavano non solo cibo, ma anche pelli,
cuoio e prodotti derivati come coperte, sandali, lacci, fruste e legacci. Il
lino sardo era molto pregiato, apprezzato per il suo candore e la sua
lucentezza. Il mantello di lana di pecora, chiamato mastruca, era una
tradizione delle popolazioni dei Balari e degli Iolei delle zone interne;
questa veste, priva di maniche, è ancora oggi indossata dai pastori sardi.
Nelle sculture in bronzo del I Ferro si vede che anche i
capitribù indossavano capi d’abbigliamento, spesso appoggiati sulla spalla come
grandi mantelli, senza essere infilati. La bronzistica figurata dell’epoca
mostra molte varianti di copricapi, sia civili che militari, oltre a gonnellini
e tuniche maschili e vesti e gonne femminili. Si conoscono anche manufatti come
contenitori per derrate alimentari e cestini intrecciati con elementi vegetali,
così come rivestimenti murali di stuoie realizzate con rami flessibili.
Numerosi attrezzi in bronzo rinvenuti nei contesti nuragici,
come scalpelli di varie punte, diverse tipologie di accette e il trapano ad
archetto, testimoniano un artigianato del legno molto attivo fin dal Bronzo
Medio. Le grandi foreste e i boschi delle zone interne dell’isola erano
sufficienti a soddisfare il mercato interno, anche se alcuni prodotti di alto
pregio artistico venivano sicuramente importati dall’estero.
Con l’aumento della popolazione, la gestione del palazzo
nuragico, probabilmente sede del capo e di chi rivestiva ruoli religiosi e civili,
fu probabilmente affidata a un gruppo ristretto di persone. Tuttavia, in caso
di conflitti, tutta la comunità collaborava. I guerrieri avevano un ruolo
fondamentale per la sopravvivenza delle comunità, e i vari gruppi avevano
certamente rapporti di parentela tra loro all’interno del sistema tribale.
Tuttavia, ogni comunità godeva di una certa autonomia, che doveva essere
gestita nei rapporti con le comunità vicine.
L’introduzione dei primi metalli, come rame e stagno, portò
l’uomo a ridurre progressivamente l’uso delle pietre dure. Durante il passaggio
dal Neolitico al Bronzo, le armi e gli utensili di rame avevano un ruolo
subordinato rispetto a quelli in pietra, motivo per cui questo periodo è
chiamato Età del Rame. In Sardegna, le prime tracce di metallurgia risalgono
alla cultura di Ozieri, ma lo sviluppo tecnologico si intensificò durante le
culture di Abealzu, Filigosa e Monte Claro, dove si trovano sempre più spesso
segni di lavorazione del rame. Si producevano pugnali colati in forme e induriti
con colpi di martello. Nei corredi tombali della cultura del vaso campaniforme
sono stati trovati oggetti in lega di rame e arsenico, più durevoli. La fase
successiva, ovvero l’aggiunta di stagno al rame per ottenere il bronzo, si
verificò in Sardegna solo alla fine della cultura Bonnannaro, intorno al XVII
a.C. In questo periodo sono state trovate spade triangolari in rame arsenicato,
come quelle rinvenute in una tomba di Decimoputzu.
La prova più antica di lavorazione locale di minerali di
piombo è rappresentata da una ciotola in stile Monte Claro trovata presso
Iglesias, riparata con graffe di piombo provenienti dai giacimenti di galena
nei dintorni. La più grande miniera di rame dell’isola, Funtana Raminosa, si
trova nella valle tra il Sarcidano e la Barbagia di Seulo. Sul vicino altopiano
di Laconi sono state rinvenute le prime statue-menhir della Sardegna,
raffiguranti pugnali di metallo, tra cui un doppio pugnale a lame triangolari e
impugnatura centrale, e un tridente che simboleggia una figura umana capovolta,
probabilmente un morto.
Appartengono alla cultura di Ozieri anche un pugnale, alcune
verghe di rame trovate in una capanna di Cuccuru Arrius di Cabras, e alcuni
anelli d’argento rinvenuti nella tomba V della necropoli di Pranu Muttedu di
Goni. L’inizio della metallurgia in Sardegna si verificò contemporaneamente
anche in Corsica e Sicilia, dove sono state trovate le prime scorie di rame
ancora attaccate alle pareti di un crogiuolo, risalenti alla facies di Diana
sull’Acropoli di Lipari.
È ragionevole pensare che anche nelle isole si sia
verificato un importante cambiamento negli equilibri sociali e culturali,
segnando il passaggio dal Neolitico all’Eneolitico. La diffusione del metallo,
in particolare, stimolò un crescente interesse verso lo sfruttamento e la
circolazione dell’ossidiana, una risorsa preziosa e molto richiesta all’epoca.
Verso la metà del III millennio a.C., si sviluppò la cultura
di Monte Claro, che si articolò in diverse facies locali: meridionale,
oristanese, nuorese e settentrionale. Questa cultura possedeva un patrimonio
culturale ricco e complesso, con numerosi insediamenti sia in grotta che
all’aperto, e con varie tipologie di sepolture, tra cui tombe a fossa, a forno,
a cista e megalitiche, tutte con rito inumatorio.
Gli strumenti in selce e ossidiana sono relativamente pochi,
ma la grande fioritura della facies di Monte Claro può essere spiegata da
un’economia agricola in ripresa, accompagnata da un aumento delle attività
pastorali e dall’inizio dello sfruttamento delle risorse minerarie dell’isola.

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