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mercoledì 8 maggio 2024

Un albero sradicato, Alagon de Sena, una famiglia in trappola. Articolo di Pierfrancesco Lostia

Un albero sradicato, Alagon de Sena, una famiglia in trappola. 

Articolo di Pierfrancesco Lostia



Che cosa unisce l’assassinio di Galeazzo Maria Sforza duca di Milano, la scoperta dell’America, le sommosse sardo-catalane, la comparsa del sequestro di persona e la fine dei marchesi d’Oristano?

Fatti, quelli che abbiamo elencato, senza alcuna connessione apparente. 

Di seguito vedremo, in breve, la tragedia toccata alla famiglia dello scopritore d’America. 

Una ricucitura di fatti quella che segue, che risente del punto di vista di chi scrive, ma basata su una tesi solida, della storica aragonese Marisa Azuara, secondo cui Cristobal Colón è il sardo senese Giovanni de Sena Piccolomini, secondo e

ultimo visconte di Sanluri. Ci sono altri studi e documenti eccellenti che, letti alla luce dell’opera della studiosa spagnola, ci appaiono come pezzi di un unico puzzle. Nelle pieghe segrete della Storia, come sempre, si nascondono trame capaci di rivaleggiare con le telenovelas più contorte.

Uno scontro armato

Il 14 aprile 1470, in Sardegna, un nerbo di cavalleria investe e sbaraglia le forze 

al comando del vice re di Sardegna Nicolò Carróz, acquartierate nei pressi del borgo di Uras. A guidare gli attaccanti è Leonardo Alagon, marchese di Oristano. Sul campo di battaglia cade Antonio de Sena, primo visconte di Sanluri, accorso per dar man forte al vice re e placare il marchese suo parente. Nicolò si ritira col resto dei suoi, riparando a Cagliari.

È la guerra. Al grido di: «Arborea, Arborea», gli infidi sardi hanno attaccato vilmente il povero vice re, un leale suddito dei sovrani d’Aragona. Costoro, a loro volta, hanno rispettato i patti stipulati a suo tempo con la pace del 1410. Leonardo Cubello, al tempo reggente del regno d’Arborea, il cui cuore smette di battere dieci anni dopo, è creato primo marchese di Oristano. In cambio dichiara fedeltà all’Aragona, ripudia il nome dei suoi avi e il proprio ruolo di luogotenente del giudice Guglielmo di Narbona, in quel momento sconfitto e in fuga, diretto in Francia.

È questa, grosso modo, la ricostruzione scandalizzata dei fatti d’arme sardi, che circola nei palazzi  regi di Cagliari, Barcellona e Saragozza. Si parla con sconcerto della viltà dell’Alagon, che rompe una pace durata cinquant’anni. Nelle cancellerie di Genova, Milano, Oristano e in molte dimore di nobili catalani e aragonesi tiepidi, se non proprio ostili al proprio re, la musica è di tutt’altro tenore.

Una coppia infernale

                                                   Giovanni II d'Aragona, detto il senza fede

Giovanni d’Aragona, detto “il senza fede” e sua moglie Giovanna Enrìquez, definita una strega dai contemporanei, hanno lanciato il loro attacco. È tempo di costruire un regno di Spagna. A tal fine, tutti gli ostacoli vanno rimossi e in fretta. A partire dal principe Carlo, odiato dal re aragonese suo padre  e dalla matrigna Giovanna. La coppia vuole favorire l’altro figlio Ferdinando, colui che diventa “Il cattolico”. I nobili aragonesi si ribellano a Giovanni, che ritengono un re ignobile e alla regina, che sanno essere ispiratrice della gran parte dei delitti del marito, a partire dal probabile avvelenamento di Carlo.

Ma perché accade tutto questo? La risposta è semplice. Il blocco mussulmano del Mediterraneo è quasi invalicabile. A ovest c’è una terra ricca che aspetta di essere sfruttata. Tesi storiche minoritarie, ma sempre più difficili da liquidare come sciocchezze, ci dicono che il continente un giorno chiamato America è già noto al tempo della nostra storia. Taluni documenti ci fanno sospettare che merci ufficialmente scoperte nel 16° secolo, siano commerciate da tempo, seppur in circuiti ristretti. È tempo di stabilire chi avrà il monopolio delle rotte atlantiche.

I giudici d’Arborea


 Duomo di Oristano, probabile luogo di sepoltura dei Giudici d'Arborea e dei marchesi di Oristano

Poche righe per riepilogare una questione giuridica intricata, rimandando agli studi di B. Anatra, F. Floris e A. Solmi per approfondire la conoscenza del Diritto giudicale; ai lavori di M. Tangheroni per comprendere meglio il feudalesimo in chiave di prima forma di trattato internazionale, a quelli della Azuara per conoscere da vicino i poteri della Corona de Logu, il parlamento d’Arborea che sopravvive nel marchesato. Nel 1164, l’imperatore Federico il Barbarossa conferisce il titolo di re di Sardegna a Barisone I, giudice d’Arborea. Nel 1420 il titolo di giudice viene venduto al re d’Aragona da Guglielmo di Narbona. Teoricamente, al tempo dei fatti qui  narrati, c’è un solo titolo di re di Sardegna. Quello conferito da Bonifacio VIII a Giacomo II d’Aragona, nel 1297. Visto però quanto racconteremo fra poco, i titoli di giudice e re conservati negli archivi della Corona de Logu non sono pergamene impolverate e vecchie di secoli. Al contrario, sono un’arma politica molto potente. Vediamo perché.

Una partita a scacchi nel mar Tirreno


                                                                 Veduta  di  Genova

Il trattato di pace del 1410 crea un feudo vassallo d’Aragona, lontanissimo dal regno indipendente di Arborea. Eppure, il marchesato di Oristano è sotto uno strano protettorato, quello di Genova, già alleata del giudicato sardo. Per capirne i motivi, rimandiamo al capitolo  “Un trofeo chiamato America”. Leonardo Alagon è nato a Oristano, ma è un nobile aragonese. La sua famiglia ha un ramo siciliano, ricco e influente. Si ipotizza una unione matrimoniale che, alla lunga, potrebbe unire le due isole. La Sicilia, come Napoli, appartiene all’Aragona. Ma la situazione è fluida, con il fuoco che cova sotto la cenere. Il ducato di Milano, altro alleato tradizionale dell’Arborea, è molto vicino a Genova, in quel momento. Le due città coincidono pressappoco con le attuali Lombardia e Liguria. Inoltre, Giovanni de Sena, lo scopritore nipote e genero del marchese Leonardo, in quel momento lontano dalla Sardegna, ha ascendenza senese. Ecco che, potenzialmente, può nascere un primo nucleo d’Italia, un osso duro per i mussulmani come per gli iberici. Ciò toglie il sonno alla coppia infernale che, nel frattempo, non solo progetta l’unione del figlio Ferdinando con l’erede di Castiglia Isabella, ma spera ancora di sottrarre la Corsica a Genova, distruggendo così la rivale di sempre.

Un’anima dannata


                                                                 Il  Castello  di  San  Michele

Così, forse, Capitan Emilio Salgari avrebbe definito Nicolò Carróz Arborea, se gli avesse dedicato uno dei suoi romanzi d’avventura. È costui un uomo da poco, anonimo per gran parte della vita. Non gli si conoscono meriti militari né cariche civili. Non pare nemmeno un granché come uomo d’affari. Anzi, nel 1452 l’allora vice re lo costringe ad abbandonare terre che occupa illegalmente. La sua è comunque la terza famiglia più importante dell’isola. Il patrimonio è modesto, ma il nome richiama una ascendenza comune con gli antichi giudici. La prima e più ricca casata è quella dei marchesi di Oristano. La seconda sono i Carróz Quirra. Capostipiti di tutti i Carróz sardi, di stirpe iberica ma di origine germanica, sono Ben più in vista del ramo Arborea. I conti di Quirra danno Capitani, governatori e vice re alla Sardegna da generazioni. L’inimicizia fra Nicolò e suo cugino Giacomo, già vice re a soli 32 anni, è nota. Nicolò è orfano fin da ragazzo. Forse questo spiega, in parte, la vena di crudeltà e il risentimento che lo animano.

Nel 1460, nello stupore di tutta la Sardegna che conta, Giovanni II lo crea vice re. E lo lascia in carica fino alla morte. Nove anni più tardi, una esplosione uccide il conte Giacomo, che in quel momento è nel suo lussuoso castello di San Michele a Cagliari. Il fatto, sospetto già al tempo, permette al vice re di impossessarsi di tutti i beni del cugino. La tredicenne Violante, orfana di madre, è l’unica erede Quirra. Nicolò è uno dei tre tutori della minore. L’uomo, spietato come pochi, agisce in fretta. Allontana la ragazza dai parenti materni. La segrega nel palazzo vice-regio del quartiere Castello ed estromette gli altri due tutori dall’amministrazione del patrimonio. A Nicolò non importa niente dell’astio crescente nei suoi confronti. E nemmeno della voce popolare che lo accusa di essere un profittatore e, forse, un assassino. Il vice re dà Violante in sposa al proprio figlio Dalmazzo, allora meno che ventenne. Ora può dedicarsi all’altro uomo che odia. Leonardo Alagon che, pare, gli ha rifiutato l’onore di dare in sposa una delle sue figlie al detto Dalmazzo.

Una terribile trappola

Il 13 febbraio 1470 muore senza figli Salvatore Cubello, il terzo marchese d’Oristano. Suo nipote Alagon rivendica il feudo. Nicolò si oppone, sostenendo che la discendenza maschile si è interrotta. Il marchesato va incamerato nel patrimonio reale e affidato a lui, in quanto vice re. Leonardo risponde con fermezza che il Carróz è suo nemico personale. Lui è il quarto marchese d’Oristano e risponde solo al re. Sia quest’ultimo a decidere se la sua pretesa è giusta. Nicolò è invelenito, cosa solita per un uomo della sua indole. Eppure, come vedremo, la cattiveria non basta a spiegare tutto ciò che fa. Provoca in ogni modo l’avversario. Deride pubblicamente Leonardo, nega ai suoi figli l’ingresso a Cagliari, dove la famiglia ha case e beni. Fino a quando, con le truppe accampate a Uras e pronte ad assaltare Oristano, Leonardo balza a cavallo, alla testa dei suoi e infligge una lezione al nemico. Tutto è in fermento. Giovanni II, però, batte tutti in astuzia. Scrive di apprezzare Leonardo, che ha frenato l’impeto dei sardi e si è rivolto a Giovanni stesso per aver giustizia. Sconfessa Nicolò, ricordando che il titolo di marchese d’Oristano è trasmissibile in via femminile, secondo il Diritto d’Arborea, ancora vigente. Rassicura Genova e Milano sulle sue intenzioni, mentre fa uscire allo scoperto i suoi nemici interni, per poi schiacciarli. Sono anni febbrili, che vanno dal 1470 al 1478. Le scaramucce armate si alternano alle tregue, alle ambascerie e alle finte promesse. Leonardo e i suoi sperano e diffidano al contempo. Sentono che delle corde invisibili si stanno stringendo tutto attorno a loro.


                                                               Basilica  Santo Stefano

Il 26 dicembre 1476, proprio mentre a Milano ci si risolve a preparare una flotta navale da spedire nel sud Sardegna, probabilmente a Palma del Sulcis, il duca Galeazzo viene trucidato sulle gradinate della chiesa di Santo Stefano, festeggiato proprio quel giorno. Si conoscono i sicari, ma forse i mandanti sono d’oltremare. A Genova, intanto, infuriano le lotte interne, con i Doria impossibilitati a soccorrere i marchesi oristanesi a cui sono legati anche da parentela. E gli attacchi esterni, proprio quando una flotta è pronta per dirigersi nel nord Sardegna, probabilmente nella odierna località turistica di Cala Gonone, allora il punto più sicuro dove sbarcare uomini e mezzi, giungendo indisturbati fra i barbaricini, i più fedeli sudditi degli indimenticati Arborea.

Nel 1477, comprendendo di essere in trappola, gli Alagon assaltano Cagliari. Ecco che quanto Nicolò insinua da quando è sbarcato a Barcellona trova fondamento apparente. Il vice re dice che Leonardo è un profittatore come suo padre Artale. Questi, cinquant’anni prima difende con la spada i diritti degli Arborea e combatte al loro fianco, per poi imparentarsi con i Cubello. Nicolò insiste, affermando che presto non solo Leonardo si proclamerà giudice, ma anche re di Sardegna. Giovanni II, da vecchia volpe qual è, si finge indignato e traviato dal vice re. In realtà è lui a orchestrare tutto. La condanna a morte per fellonia contro Alagon e de Sena è pronta da tempo.

Nel frattempo, ci torneremo altrove, l’inquietudine fra i sardi esplode violenta. Proprio in quell’anno 1477, per la prima volta nella Storia, compare un sequestro di persona. Siamo in Gallura, più precisamente nella regione conosciuta come Baronia, fra Posada e Siniscola, due località costiere oggi ben note. Ed è questo il primo seme dell’anti-Stato Nell’isola.

Giovanni de Sena rientra in Sardegna. È lui il nuovo visconte di Sanluri. Suo padre è morto nel frattempo, in Catalogna, mentre  difende la coppia reale. Beffati, disperati, Alagon e de Sena sono soli. Si stringono attorno ai sardi e innalzano, stavolta senza indugio, l’albero eradicato dei giudici.

La battaglia di Macomer


                                                     Stemma della Bandiera  Arborense

Svoltasi fra i campi di Mores e l’odierna zona industriale di Tossilo fra il 18 e il 19 maggio 1478,. È un autentico trauma psicologico per i sardi. 

Alagon vede i suoi falciati dagli spingarderos di Sicilia. Alla loro testa c’è il primogenito del marchese, che cade fulminato da una scarica. I combattenti in fuga vengono raggiunti e sterminati a Tossilo, mentre gli Alagon e de Sena superstiti fuggono prima nella fortezza di Goceano poi a Bosa, dove si imbarcano per fuggire e riparare a Genova. Catturati in alto mare, vengono però consegnati a re Giovanni solo quando questi, sotto le pressioni interne ed estere, accetta di tramutare la condanna a morte in carcere a vita.

I sardi, invece, continuano a battersi fino al 1481. La Corona de Logu fa uno sforzo supremo. I pochi donnos (nobiluomini arborensi) ancora in vita si riuniscono. Riattivano il titolo di giudice e lo offrono ai parenti più prossimi della antica casata oristanese. Si tratta dei Serra, una dinastia corso-genovese. Nessun esponente della famiglia metterà mai piede nell’isola. Ma questa nomina, ben descritta dalla Azuara, è la causa delle ribellioni sarde che continuano anche dopo la caduta dei marchesi.

Malefici o casualità?

All’indomani della battaglia di Sanluri del 1409, che vede sconfitta Arborea, i principali comandanti catalani muoiono uno dopo l’altro. Compresi Martino il giovane re di Sicilia e suo padre, Martino il vecchio re d’Aragona. Casualità, si dirà. La cosa si ripete anche dopo la battaglia di Macomer. Il primo ad andarsene è l’infelice Dalmazzo, due mesi dopo  aver partecipato alla battaglia, nel luglio 1478. Forse distrutto da un amore impossibile per una figlia di Alagon, come vogliono certe dicerie, forse affatturato come sostiene suo padre Nicolò. Tocca poi ad Angelo Marongiu, determinante nella sconfitta e cattura dei marchesi. Il temuto Capitano di Sassari è trucidato nella sua stessa città. Nei primi mesi del 1479 muore, in circostanze poco chiare, l’anima dannata della nostra storia. Il cuore e la mente hanno ceduto al dolore per la morte di Dalmazzo. Nicolò esce di scena, nell’indifferenza generale. Infine scompare lo stesso Giovanni, e prima ancora la “strega”, consigliera e moglie amatissima. Alla morte di Giovanna, lo shock è tale che il marito diventa temporaneamente cieco.

Una storia senza eroi


            Chiesa San Francesco di Oristano, probabile luogo di sepoltura dei visconti di Sanluri

Nessun campione nazionale sardo, in quest’ultimo capitolo dedicato a Cristobal Colón. Chi dubita, legittimamente, delle conclusioni della Azuara, non ha ancora confutato la gran quantità di prove da lei fornite. Vedasi “L’uomo del mistero”. Ne aggiungiamo poche altre.

Perché gli Alagon mandano avanti cause su cause nei tribunali d’Aragona per veder cadere l’accusa di fellonia e riavere i propri titoli e i de Sena tacciono? Questi ultimi, insieme ai Colón, invece si danno da fare con i matrimoni. E perché Cristobal offre protezione, cariche e prestigio ai Picolomini, con una sola c come si firmano i membri del ramo sardo? Resta poco spazio per sostenere che si tratta di casualità. Per il resto, i Colón forse non vendono i sardi, ma certo li abbandonano a sé stessi.

Anche gli Alagon, seppur meno disposti a rientrare nel sistema di potere che li ha distrutti, in parte saranno reintegrati. Entrambe le famiglie pagano un alto prezzo in vite umane, questo è certo. Ma è qui, come detto, che i sardi imparano a non aver fiducia nei governanti. Costrette o interessate, le due famiglie trovano un accordo con Aragona. Stessa cosa fanno le due città italiane.

L’assassinio del Capitano Marongiu, lo sospetta già Enrico Costa ai primi del 900, pare una tacita tregua con Genova. Morto, chissà per quali reali cause, re Giovanni, in Aragona nessuno pensa più alla Corsica. La resa dei conti fra Genova e Aragona è da venire, ma nel mezzo ci sono altri cinquant’anni di tregua.

Infine, la nostra storia ci fa capire, forse, il contenuto di alcuni documenti relativi a un porto medioevale restituitoci nel 2013, dopo l’alluvione Cleopatra. Parliamo di Orosei, oggi fiorente centro turistico e artigiano, allora scalo commerciale ambito. Per tutto il 16 secolo, esso risulta sotto un altro protettorato che lascia perplessi. Quello della famiglia Visconti. Il ramo legato alla Sardegna è estinto e quello milanese si è fuso con gli Sforza. L’assassinato Galeazzo è figlio di una Visconti. Che sia stato, anche questo, il prezzo pagato dall’Aragona per placare le élite italiane? Militarmente forte, la nuova Spagna ha ancora bisogno degli abilissimi mercanti nostrani. Del resto, rimandiamo ancora una volta alla Azuara, i finanziatori della spedizione di Colombo sono soprattutto gli italiani e proprio le città nostrane che più di tutte hanno contrastato l’ascesa di Aragona nel mar Tirreno.

Così, come vedremo altrove, per i sardi inizia un’era moderna all’inverso, per così dire.


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