mercoledì 18 luglio 2012
Lanusei, Archeologia in piazza
Festa della patrona.
Tra cultura, gastronomia e fede, Lanusei rinnova il proprio tributo di devozione alla patrona Santa Maria Maddalena con tre giorni di festa: 20, 21 e 22 Luglio.
Il comitato organizzatore “Sa cuba 'e sa Maddalena” (la botte portata in piazza in occasione della festa) e l'Associazione "Sulle tracce di Dan", hanno organizzato un cartellone di eventi che abbinano fede, cultura e gastronomia.
Tra gli ospiti, spicca il tenore Remunnu 'e Locu di Bitti, famoso nel mondo grazie alla produzione dell'etichetta di Peter Gabriel “Real World”.
L'inizio è fissato per venerdì alle 18,30 al museo “Ferrai”, sede del convegno “Il grano in festa”, organizzato da Comune, Agris e Laore. A seguire, degustazione di fregola.
Il cuore della manifestazione è previsto per il giorno successivo, sabato 21 Luglio, nella piazza della cattedrale. Con inizio alle 20.00 si proietteranno filmati e immagini a carattere archeologico. Relatore per l'occasione sarà lo scrittore Pierluigi Montalbano, che proporrà una relazione sul tema "La Navigazione al tempo dei Nuraghi". La serata all'aperto, sotto le stelle del cielo sardo, è dedicata alla storia e al mare. Un "Viaggio nel Tempo" nel quale l'autore racconterà le rotte dei popoli che commerciavano nella Sardegna Nuragica, 3000 anni fa.
In piazza, a contorno della manifestazione, saranno esposti lavori ceramici e in bronzo realizzati con i metodi dell'archeologia sperimentale.
Al termine della serata culturale, sarà allestita una tavolata lungo la Via Roma, in prossimità della piazza. La cena sarà a base di guanciale, malloreddus al sugo di cinghiale, manzo e pecora arrosto, formaggio, dolci e buon vino. Per digerire tanta bontà, sarà di scena il rock dei Silver Feet e le splendide voci di Ilaria Girau e Veronica Bidotti.
Per salutare la notte, i balli sardi con Alessandro Podda.
Domenica 22, in onore di Santa Maria Maddalena arriveranno i cavalieri e fucilieri di Lanusei, accompagnati dai gruppi folk di Austis, Villagrande e Lanusei e dai Balladores di Ollolai.
La serata continuerà nel solco della tradizione con le voci suggestive del Remunnu 'e Locu di Bitti e dal coro a tenore Ogliastra di Lanusei, che si alterneranno alla fisarmonica di Alessandro Podda.
Ultimo atto ufficiale della manifestazione sarà la proclamazione dei vincitori della lotteria Città di Lanusei. A mezzanotte saranno estratti i biglietti vincenti.
martedì 17 luglio 2012
Gerusalemme. Confermato: la Città Santa è l’antica Urusalim cananea
Gerusalemme. Confermato: la Città Santa è l’antica Urusalim cananea
Secondo quanto riportato dall’Osservatore Romano Gerusalemme sorgerebbe sulle vestigia dell’antica Urusalim cananea, la cui localizzazione sul lembo meridionale del colle a est della Città Vecchia è confermata.
Il quotidiano romano ha dedicato ampio spazio a un servizio dedicato alla scoperta di un frammento di argilla con chiare tracce di bruciato, venuto alla luce durante il setacciamento del terreno di riporto vicino a una torre, che faceva parte delle fortificazioni della città del X-XI secolo avanti Cristo, e considerato un tassello fondamentale per ricostruire la storia dell’antica città cananea, che dopo la conquista di Davide diventò la capitale degli Israeliti, in quanto rappresenta la più antica iscrizione scoperta a Gerusalemme.
Il ritrovamento è opera della spedizione archeologica affidata ad Eliat Mazar che da alcuni anni indaga la zona settentrionale della collina sud-orientale di Gerusalemme, il biblico Ophel. Il ductus dei cunei, interpretati dagli assiriologi Takayoshi Oshima e Wayne Horowitz, le dimensioni del reperto, l’analisi mineralogica dell’argilla effettuata da Yuval Goren hanno evidenziato che si tratta di una tavoletta cuneiforme risalente al XIV secolo a.C., realizzata con l’argilla locale delle colline centrali palestinesi, simile agli esemplari di el-Amarna, località egiziana dove venne scoperto alla fine del XIX secolo l’archivio della corrispondenza internazionale redatto su tavolette cuneiformi in lingua accadica dal faraone eretico Amenofi IV che si ribattezzò Akhenaton. Questo archivio contiene sette lettere inviate da Abdi-Khepa, re di Urusalim, importante città-stato palestinese, identificata con Gerusalemme.
Sino a pochi mesi fa, le informazioni contenute nell’Archivio di el-Amarna, benché precise, non avevano avuto alcun riscontro nell’archeologia gerosolimitana. Oltre un secolo di ricerche condotte in ogni luogo della Città Vecchia e, particolarmente, della Città di Davide avevano restituito soltanto pochi frammenti ceramici risalenti all’età del Bronzo Tardo e questo aveva spinto alcuni studiosi a dubitare dell’identificazione di Urusalim delle lettere dell’Archivio di el-Amarna con la Gerusalemme cananea.
Fonte: Archeorivista.
Secondo quanto riportato dall’Osservatore Romano Gerusalemme sorgerebbe sulle vestigia dell’antica Urusalim cananea, la cui localizzazione sul lembo meridionale del colle a est della Città Vecchia è confermata.
Il quotidiano romano ha dedicato ampio spazio a un servizio dedicato alla scoperta di un frammento di argilla con chiare tracce di bruciato, venuto alla luce durante il setacciamento del terreno di riporto vicino a una torre, che faceva parte delle fortificazioni della città del X-XI secolo avanti Cristo, e considerato un tassello fondamentale per ricostruire la storia dell’antica città cananea, che dopo la conquista di Davide diventò la capitale degli Israeliti, in quanto rappresenta la più antica iscrizione scoperta a Gerusalemme.
Il ritrovamento è opera della spedizione archeologica affidata ad Eliat Mazar che da alcuni anni indaga la zona settentrionale della collina sud-orientale di Gerusalemme, il biblico Ophel. Il ductus dei cunei, interpretati dagli assiriologi Takayoshi Oshima e Wayne Horowitz, le dimensioni del reperto, l’analisi mineralogica dell’argilla effettuata da Yuval Goren hanno evidenziato che si tratta di una tavoletta cuneiforme risalente al XIV secolo a.C., realizzata con l’argilla locale delle colline centrali palestinesi, simile agli esemplari di el-Amarna, località egiziana dove venne scoperto alla fine del XIX secolo l’archivio della corrispondenza internazionale redatto su tavolette cuneiformi in lingua accadica dal faraone eretico Amenofi IV che si ribattezzò Akhenaton. Questo archivio contiene sette lettere inviate da Abdi-Khepa, re di Urusalim, importante città-stato palestinese, identificata con Gerusalemme.
Sino a pochi mesi fa, le informazioni contenute nell’Archivio di el-Amarna, benché precise, non avevano avuto alcun riscontro nell’archeologia gerosolimitana. Oltre un secolo di ricerche condotte in ogni luogo della Città Vecchia e, particolarmente, della Città di Davide avevano restituito soltanto pochi frammenti ceramici risalenti all’età del Bronzo Tardo e questo aveva spinto alcuni studiosi a dubitare dell’identificazione di Urusalim delle lettere dell’Archivio di el-Amarna con la Gerusalemme cananea.
Fonte: Archeorivista.
lunedì 16 luglio 2012
Nuraghi di oggi: masserie, bagli e cascine.
Masserie, Bagli e Cascine: i nuraghi di oggi.
di Pierluigi Montalbano
Lo sguardo sul paesaggio consente di scorgere sulle creste delle colline, spesso in posizione dominante, imponenti edifici rurali che prendono il nome di masserie, bagli e cascine. Questi edifici furono costruiti al servizio di grandi aziende specializzate nella trasformazione dell’uva e delle olive in vino e olio, o al servizio di aziende cerealico-zootecniche. La costruzione rispondeva a diverse esigenze dei grandi proprietari, tra cui quella della sicurezza, infatti nelle campagne è da sempre presente il pericolo dovuto alla presenza di briganti. Ciò spiega come questi edifici abbiano a volte l’aspetto di una fortezza con il muro alto e di grosso spessore, nel quale si apre un solo portone d’ingresso assai robusto e spesso rinforzato mediante l’applicazione di lastre metalliche chiodate per difenderlo da eventuali tentativi di darlo alle fiamme. Altra caratteristica di fortezza è data dalla presenza di poche e piccole finestre munite di grate di ferro molto elevate; e da feritoie nascoste (saettiere) dalle quali poter dare fuoco con le armi. Queste strutture servivano anche a ricevere, conservare e trasformare i prodotti agricoli dell’azienda in attesa di portarli al più vicino mercato per la vendita, e fungevano da abitazione o dimora del personale fisso e temporaneo alle dipendenze del proprietario. Come detto, il cortile interno caratterizza masserie, bagli e cascine. Nei più grandi si trovano due cortili, uno di pertinenza dell’abitazione padronale, l’altro degli edifici rustici, comunicanti tra loro e con l’esterno. L’ingresso di solito è costituito da un grande portone ad arco in ferro o in legno e immette in un sottoportico (turchettu), nel quale si trova uno o due rudimentali sedili in pietra addossati alle pareti. Il portale ad arco è costituito da blocchi squadrati di pietra dura o in mattoni, sormontato in quelli sorti prima dell’abolizione della feudalità (1812) dallo stemma nobiliare della famiglia. Al centro del cortile, pavimentato con lastre di pietra (basolato), vi è quasi sempre un pozzo o una cisterna. Lungo i lati del baglio si sviluppano gli edifici adibiti a usi e funzioni diversi.
Si trattava dunque di grandi aziende agricole. Non sempre i proprietari terrieri le abitavano, infatti all’interno si trovavano anche gli alloggi dei contadini, le stalle, i depositi per foraggi e i raccolti. Nel sud queste aziende sono denominate bagli e la loro nascita fu spesso un prodotto della colonizzazione baronale di vaste aree interne abbandonate e incolte, nei secoli tra il Cinquecento e il Settecento, quando la Spagna, necessitando di grandi quantità di cereali, aveva stabilito la concessione di una "licenza di ripopolamento" (Licentia populandi), tramite la quale i nobili siciliani arrivarono a fondare dei veri e propri villaggi nei dintorni della costruzione originaria.
Lo storico Morando ha dedicato uno studio approfondito alla parola baglio la cui etimologia risalirebbe all'antica Grecia con il significato di "lanciare pietre e giavellotti”. Nel periodo romano, il termine divenne baille in Francia, con il significato di "luogo chiuso ma scoperto con peculiarità difensive", mentre in Inghilterra si trasformò in bailey con il significato di "mura esterne di un castello", "corte delimitata da mura". In tempi più recenti in Sicilia, con baglio s'indica il cortile interno delle masserie (fattorie) mentre nella provincia di Trapani ha assunto il significato di fortino senza mai assumere le connotazioni di un castello. Ancor oggi nella Sicilia, nelle zone di tradizionale uso agricolo, è possibile incontrare tali costruzioni restaurate e riutilizzate come aziende agrituristiche.
Nei bagli, inoltre, è sempre presente una chiesa rurale o una piccola cappella, sistemata nel complesso. I tetti sono generalmente realizzati con struttura portante in legno, con capriate, travi, listelli, mattoni in terracotta e tegole, oppure orditura in legno o, ancora, realizzato con sole tegole. Col tempo, intorno al baglio si andarono a costruire altre case formando così, veri e propri borghi. Laddove sono più isolate, le cascine tendono ad assumere l'aspetto di fortezze, data la presenza di grosse mura perimetrali, con fossati, ponti levatoi e torri.
Il nome della cascina deriva dal cognome del proprietario-fondatore dell'azienda agricola, o dal nome di qualche cappella, chiesa o monastero situati nelle vicinanze o nella cascina stessa. Secondo la distribuzione degli edifici attorno alla corte (o alle corti) le cascine si dividono in quattro tipi: a corte chiusa, nella quale gli edifici vanno a formare un complesso quadrato; a corte aperta, dove gli edifici formano un complesso rettangolare con lato aperto, senza edifici; a edifici affiancati, nei quali manca la corte, a corpo unico, ossia con un unico edificio. Il numero dei nuclei familiari variava a seconda della grandezza dell'azienda agricola legata alla cascina, e questa raramente era gestita dal proprietario. Costui dava in affitto l'azienda ad un Fittavolo che l'amministrava come se fosse il padrone. Normalmente vivevano in cascina i contadini che svolgevano una mansione essenziale per l'azienda agricola.
Le figure principali residenti in Cascina erano le seguenti:
. Campari, per la manutenzione dei canali d'irrigazione.
. Bergamini, addetti al bestiame e alla mungitura.
. Casari, preparavano il formaggio.
. Contadini, si occupavano del taglio del fieno per il bestiame.
. Bifolchi, responsabili dell’aratura e del dissodamento dei campi tramite l'ausilio d'animali da lavoro. Si preoccupavano anche delle pariglie e della cura degli animali da lavoro a loro affidati.
. Campagnoni, ottimizzavano la gestione delle acque.
Oltre a queste categorie c'erano garzoni, stallieri, fatutto, mietitori, maniscalchi, sellai, falegnami, muratori, fabbri, mietitori, tagliariso e mondine.
Se vi era surplus di lavoro (durante i raccolti), s'assumevano temporaneamente contadini salariati che risiedevano per breve tempo in cascina. I braccianti agricoli che dovevano lavorare per un prolungato periodo di tempo avevano un locale della cascina dove alloggiare. Le tenute agricole delle cascine sono caratterizzate dalla produzione cerealicola (grano, mais, riso, orzo) alternata da quella foraggera per consentire l'allevamento bovino. Data la loro collocazione geografica nella pianura irrigua e alla presenza di fontanili, le cascine si sono spesso specializzate nel sistema delle marcite che ha consentito la diffusione dell'allevamento bovino, attuato contemporaneamente all'agricoltura.
Nelle immagini: sopra, una paiara pugliese
Al centro, una masseria
Sotto, un baglio
domenica 15 luglio 2012
Roma. Recuperata refurtiva archeologica.
Roma. I Carabinieri del Nucleo Tutela recuperano 200 reperti
Festosa presentazione al Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di via Anicia presso viale Trastevere, della refurtiva proveniente da 40 furti nelle chiese e biblioteche, conventi e abitazioni di 7 regioni del Centro-sud: 200 tra calici e reliquari, dipinti e sculture, messali e reperti archeologici, sequestrati a un collezionista acquirente nei mercatini del Lazio, pedinato al mercatino romano di Porta Portese e deferito all’autorità giudiziaria con 4 venditori campani della refurtiva. Protagonisti dell’incontro il Tenente col. Raffaele Mancino, comandante del Reparto Operativo e l’addetta culturale dell’ambasciata di Etiopia in Italia Hanna Negussue Alemu, destinataria di 17 antichi libri copti recuperati, intervenuta con una interprete.
Il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale ci ha abituati a queste cerimonie, la regia è collaudata da tempo: nella sala conferenze ad emiciclo illustrazione dei risultati in termini di oggetti e opere d’arte recuperati e delle relative circostanze, in primis quelle investigative; gli esemplari più significativi davanti e al lato del tavolo degli oratori, l’intero “arsenale” di reperti in fondo a un’apposita sala; ampia disponibilità a rispondere alle domande dei giornalisti, pur con qualche reticenza per non violare il segreto istruttorio e non fornire indiscrezioni su indagini ancora in corso.
I particolari dell’operazione di recupero
La regola consueta ha avuto come variante l’intervento dell’elegante e raffinata addetta culturale dell’ambasciata d’Etiopia in Italia, alla quale – al termine della conferenza stampa – è stato riconsegnato pubblicamente uno dei 17 preziosi libri sacri copti, gli altri 16 restituiti subito dopo. L’addetta è intervenuta per ringraziare, dal tavolo nel quale sedeva, con il comandante del servizio Antiquario Cap. Giampietro Romano, a fianco del comandante del Reparto Operativo Tenente Col. Raffaele Mancino, che prima ha illustrato l’intera operazione, poi ha effettuato la riconsegna.
Un’operazione basata sulle conoscenze acquisite con l’esperienza e condotta con metodi investigativi tradizionali. L’esperienza ha insegnato che i collezionisti più accaniti frequentano il mercatino romano di antiquariato a Porta Portese nelle prime ore del mattino al momento dell’allestimento dei banchi per contrattare con i venditori merce di prima scelta non esposta, più preziosa e per lo più di provenienza illecita, spesso a costi irrisori; i metodi investigativi più adatti sono l’appostamento per individuare i soggetti sospetti e il pedinamento per seguirne le piste.
Nel caso in questione, tenendo sotto controllo alcuni venditori che in passato avevano avuto vicende giudiziarie, è stato individuato un frequentatore assiduo in ore antelucane, acquirente di argenti e libri sacri, nonché di marmi settecenteschi provenienti da altari napoletani smontati e trasportati su taxi o recapitati nella sua abitazione dagli stessi venditori. La pista ha portato a un’elegante residenza nel centro storico della Capitale, e la perquisizione ai 200 oggetti e reperti d’antiquariato e archeologici, disseminati nella casa, un vero e proprio museo personale dell’acquirente, valore stimato oltre 1 milione di euro, tutti subito sequestrati e portati al Comando dove sono esposti.
Si va dagli oggetti sacri in argento – come calici e reliquari, crocifissi e ostensori, candelabri e navicelle, aureole e corone tra il XVI e il XIX secolo – ai dipinti del XVII-XVIII secolo e alle statue di Madonne, Santi eputti, dalle parti marmoree di altari ai libri e messali del XII-XV secolo, fino ai più remoti reperti archeologicie marmi di età imperiale.
Attraverso la Banca dati dei beni culturali gestita dal Comando Tutela, con la collaborazione dell’Ufficio nazionale dei beni culturali ecclesiastici della C.E.I. e di alcuni Uffici diocesani dei beni culturali, si sono identificati i 200 oggetti e reperti sequestrati, e per ciascuno sono state ricostruite con assoluta precisione la provenienza e le circostanze del trafugamento.
In sintesi, 40 furti nel trentennio 1977-2007 in chiese e conventi, seminari vescovili e collegi, biblioteche e abitazioni private di 7 regioni del Centro sud, Toscana e Umbria, Lazio e Marche, Abruzzo, Molise eCampania, che ripropongono il problema della difesa del patrimonio culturale ecclesiastico italiano esposto, nelle regioni indicate e non solo in queste, a trafugamenti da cui viene alimentato il traffico illecito di opere d’arte che si svolge tra venditori-ricettatori e collezionisti privi di scrupoli pronti ad acquistare i reperti anche se hanno ben chiara la loro provenienza furtiva.
I principali oggetti e reperti tra i 200 recuperati
Nella dovizia di reperti esposti in fondo all’apposita sala alla sede del Comando, spiccano oggetti di particolare pregio; alcuni sono in bella vista nell’emiciclo dove si tiene l’incontro di presentazione, come una statua lignea a grandezza naturale, un messale e un prezioso libro copto, calici e reliquari.
La statua lignea è una Madonna con Bambino del XIV-XV secolo, policroma, manifattura ternana-abruzzese, sottratta nel 2006 dall’interno di una chiesa a Castel dell’Aquila in provincia di Terni.
Il messale risale all’inizio del XVIII secolo, ha la copertina in legno decorata in argento sbalzato e cesellato dall’argentiere romano Sebastiano Greci da Arcevia con immagini di Sant’Agostino e San Nicola da Tolentino, è stato sottratto nel 2000 a Macerata, dal Convento di San Nicola da Tolentino.
Il libro copto sul tavolo, riconsegnato al termine all’addetta culturale dell’ambasciata di Etiopia in Italia, è il primo di 17 volumi recuperati, numero menagramo che in questo caso ha portato fortuna: sono libri sacri del XIII-XV secolo, della Chiesa ortodossa etiope, manoscritti in lingua Ge’ez.
I calici in bella mostra dinanzi al tavolo sono esemplari dei più preziosi tra quelli recuperati, in argento sbalzato, cesellato e dorato, del XVII-XVIII secolo: 2 con l’iscrizione riferita al prelato Maccaphanus sottratti nel 2004 ad Atessa, dalla chiesa di San Leucio; 5 con l’iscrizione Petrus Berettini riferita al celebre pittore dal nome d’arte Pietro da Cortona sottratti nel 2001 dall’Ente Ecclesiastico Conservatorio di sant’Eufemia in Roma; uno, in oro con pietre incastonate, sottratto nel 1996 dalla cattedrale di Nola, in provincia di Napoli, la chiesa dell’Assunta.
Accanto ai calici, esemplari dei reliquari: tra quelli recuperati i 4 di maggiore pregio artistico sono del XVII secolo in argento e oro, sottratti nel 1997 dal Duomo di Sant’Agata dei Goti di Benevento: 2 con la forma di ciborio e 2 di ostensorio, recanti l’iscrizione riferita a Domenico Giannelli, canonico nella 1^ metà del ‘600.
Un giro d’Italia del Centro-sud, con la sua arte e la sua fede, le sue chiese e i suoi prelati, anche una mappa di luoghi e sedi a rischio, le chiese spesso indifese di fronte a delinquenti che sottraggono oggetti di culto arrecando ferite al patrimonio culturale e ai sentimenti popolari più vivi e condivisi.
Considerazioni e riflessioni tratte da una vicenda istruttiva
Non abbiamo ancora parlato del protagonista suo malgrado della vicenda, il collezionista colto con le mani nel sacco. Venire a sapere che è un professore di Storia dell’Arte di liceo sessantenne in pensione, acquirente assiduo con notevole impiego di risorse personali delle antichità di cui è cultore ha suscitato in noi comprensione e indulgenza, dinanzi alla sua passione senza intenti speculativi; anzi alla sua perseveranza di collezionista accanito si deve se questo patrimonio storico-artistico di oggetti sacri non è andato disperso in mille rivoli ma è stato conservato come in un museo e perciò è ora possibile la restituzione ai legittimi proprietari dopo l’azione dei Carabinieri.
A questo sentimento spontaneo che abbiamo esternato, il comandante Mancino, pur comprendendo la nostra benevolenza sul piano umano, ha opposto un severo avvertimento: questi collezionisti insospettabili sono molto pericolosi perché la loro passione e competenza li spinge ad acquisti non incauti ma consapevoli che è merce di provenienza furtiva. E’ questa domanda ad alimentare l’offerta attraverso una ricettazione che a sua volta è alla base dell’attività delinquenziale di furti e sottrazione di opere spesso di grande valore storico e artistico, a spese del patrimonio culturale.
Ma come mai il protagonista negativo è questo professore di Storia dell’Arte in pensione, che ci è sembrato un “Umberto D” non grigio e indigente ma attivo e benestante però pur sempre triste e solo, e non gli autori dei 40 furti di cui non si è parlato affatto? Anche qui il comandante Mancino è stato esplicito: il terminale che si è individuato è pur sempre pericoloso, 4 venditori sono stati incriminati anch’essi per ricettazione; quanto agli autori dei furti, pur non potendosi escludere un coinvolgimento personale dei venditori, è arduo identificarli, sono stati 40 episodi in 7 regioni per 30 anni! Le indagini comunque proseguono per trovare altri canali di smistamento della refurtiva.
Non si può prevenire del tutto il commercio illecito controllando sistematicamente la merce antiquaria esposta nei mercatini come Porta Portese; i pezzi pregiati di provenienza illecita non si trovano sulle bancarelle, i venditori li offrono riservatamente ai clienti “sicuri” che li contattano spesso nelle prime ore del mattino all’allestimento dei banchi; la merce la acquisteranno in separata sede, prelevandola direttamente come ha fatto il professore di Storia dell’Arte poi smascherato.
Ma il cittadino, incalziamo, come può essere sicuro di non incorrere nei fulmini delle legge acquistando merce regolarmente esposta nei mercatini di cui non è in grado di riconoscere l’eventuale provenienza furtiva? Il comandante Mancino non fa una piega neppure a questo punto: perseguire il cliente, come per i beni contraffatti, è una necessità se si vuole stroncare il fenomeno. Per gli oggetti d’antiquariato e le opere d’arte c’è un “decalogo” nel sito del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, contiene semplici indicazioni sui requisiti da accertare in sede di acquisto, in primo luogo l’apposita certificazione di provenienza. Comunque, se sui calici vi possono essere dubbi, come credere che siano posti lecitamente in vendita i reliquari? Non avrebbe senso, le reliquie sono sacre e oggetto di culto, l’offerta di reliquari non può che essere illecita.
Abbiamo appreso la lezione, facciamo tesoro degli avvertimenti del comandante Mancino, andremo a consultare il “decalogo” del corretto acquirente. E guarderemo le bancarelle antiquarie a Porta Portese e altrove consapevoli dei rischi dell’incauto acquisto che diventa ricettazione se l’illecita provenienza è evidente. Al pari di Ulisse, si deve resistere alle lusinghe, in questo caso non il canto dolcissimo delle Sirene, ma il fascino dell’arte associata all’antico e, perché no, anche al sacro.
Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante al Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale in via Anicia, nel corso della conferenza stampa sull’operazione, si ringrazia il Comando, in particolare il Tenente col. Raffaele Mancino, per l’opportunità concessa.
Fonte: Archeorivista
Festosa presentazione al Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di via Anicia presso viale Trastevere, della refurtiva proveniente da 40 furti nelle chiese e biblioteche, conventi e abitazioni di 7 regioni del Centro-sud: 200 tra calici e reliquari, dipinti e sculture, messali e reperti archeologici, sequestrati a un collezionista acquirente nei mercatini del Lazio, pedinato al mercatino romano di Porta Portese e deferito all’autorità giudiziaria con 4 venditori campani della refurtiva. Protagonisti dell’incontro il Tenente col. Raffaele Mancino, comandante del Reparto Operativo e l’addetta culturale dell’ambasciata di Etiopia in Italia Hanna Negussue Alemu, destinataria di 17 antichi libri copti recuperati, intervenuta con una interprete.
Il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale ci ha abituati a queste cerimonie, la regia è collaudata da tempo: nella sala conferenze ad emiciclo illustrazione dei risultati in termini di oggetti e opere d’arte recuperati e delle relative circostanze, in primis quelle investigative; gli esemplari più significativi davanti e al lato del tavolo degli oratori, l’intero “arsenale” di reperti in fondo a un’apposita sala; ampia disponibilità a rispondere alle domande dei giornalisti, pur con qualche reticenza per non violare il segreto istruttorio e non fornire indiscrezioni su indagini ancora in corso.
I particolari dell’operazione di recupero
La regola consueta ha avuto come variante l’intervento dell’elegante e raffinata addetta culturale dell’ambasciata d’Etiopia in Italia, alla quale – al termine della conferenza stampa – è stato riconsegnato pubblicamente uno dei 17 preziosi libri sacri copti, gli altri 16 restituiti subito dopo. L’addetta è intervenuta per ringraziare, dal tavolo nel quale sedeva, con il comandante del servizio Antiquario Cap. Giampietro Romano, a fianco del comandante del Reparto Operativo Tenente Col. Raffaele Mancino, che prima ha illustrato l’intera operazione, poi ha effettuato la riconsegna.
Un’operazione basata sulle conoscenze acquisite con l’esperienza e condotta con metodi investigativi tradizionali. L’esperienza ha insegnato che i collezionisti più accaniti frequentano il mercatino romano di antiquariato a Porta Portese nelle prime ore del mattino al momento dell’allestimento dei banchi per contrattare con i venditori merce di prima scelta non esposta, più preziosa e per lo più di provenienza illecita, spesso a costi irrisori; i metodi investigativi più adatti sono l’appostamento per individuare i soggetti sospetti e il pedinamento per seguirne le piste.
Nel caso in questione, tenendo sotto controllo alcuni venditori che in passato avevano avuto vicende giudiziarie, è stato individuato un frequentatore assiduo in ore antelucane, acquirente di argenti e libri sacri, nonché di marmi settecenteschi provenienti da altari napoletani smontati e trasportati su taxi o recapitati nella sua abitazione dagli stessi venditori. La pista ha portato a un’elegante residenza nel centro storico della Capitale, e la perquisizione ai 200 oggetti e reperti d’antiquariato e archeologici, disseminati nella casa, un vero e proprio museo personale dell’acquirente, valore stimato oltre 1 milione di euro, tutti subito sequestrati e portati al Comando dove sono esposti.
Si va dagli oggetti sacri in argento – come calici e reliquari, crocifissi e ostensori, candelabri e navicelle, aureole e corone tra il XVI e il XIX secolo – ai dipinti del XVII-XVIII secolo e alle statue di Madonne, Santi eputti, dalle parti marmoree di altari ai libri e messali del XII-XV secolo, fino ai più remoti reperti archeologicie marmi di età imperiale.
Attraverso la Banca dati dei beni culturali gestita dal Comando Tutela, con la collaborazione dell’Ufficio nazionale dei beni culturali ecclesiastici della C.E.I. e di alcuni Uffici diocesani dei beni culturali, si sono identificati i 200 oggetti e reperti sequestrati, e per ciascuno sono state ricostruite con assoluta precisione la provenienza e le circostanze del trafugamento.
In sintesi, 40 furti nel trentennio 1977-2007 in chiese e conventi, seminari vescovili e collegi, biblioteche e abitazioni private di 7 regioni del Centro sud, Toscana e Umbria, Lazio e Marche, Abruzzo, Molise eCampania, che ripropongono il problema della difesa del patrimonio culturale ecclesiastico italiano esposto, nelle regioni indicate e non solo in queste, a trafugamenti da cui viene alimentato il traffico illecito di opere d’arte che si svolge tra venditori-ricettatori e collezionisti privi di scrupoli pronti ad acquistare i reperti anche se hanno ben chiara la loro provenienza furtiva.
I principali oggetti e reperti tra i 200 recuperati
Nella dovizia di reperti esposti in fondo all’apposita sala alla sede del Comando, spiccano oggetti di particolare pregio; alcuni sono in bella vista nell’emiciclo dove si tiene l’incontro di presentazione, come una statua lignea a grandezza naturale, un messale e un prezioso libro copto, calici e reliquari.
La statua lignea è una Madonna con Bambino del XIV-XV secolo, policroma, manifattura ternana-abruzzese, sottratta nel 2006 dall’interno di una chiesa a Castel dell’Aquila in provincia di Terni.
Il messale risale all’inizio del XVIII secolo, ha la copertina in legno decorata in argento sbalzato e cesellato dall’argentiere romano Sebastiano Greci da Arcevia con immagini di Sant’Agostino e San Nicola da Tolentino, è stato sottratto nel 2000 a Macerata, dal Convento di San Nicola da Tolentino.
Il libro copto sul tavolo, riconsegnato al termine all’addetta culturale dell’ambasciata di Etiopia in Italia, è il primo di 17 volumi recuperati, numero menagramo che in questo caso ha portato fortuna: sono libri sacri del XIII-XV secolo, della Chiesa ortodossa etiope, manoscritti in lingua Ge’ez.
I calici in bella mostra dinanzi al tavolo sono esemplari dei più preziosi tra quelli recuperati, in argento sbalzato, cesellato e dorato, del XVII-XVIII secolo: 2 con l’iscrizione riferita al prelato Maccaphanus sottratti nel 2004 ad Atessa, dalla chiesa di San Leucio; 5 con l’iscrizione Petrus Berettini riferita al celebre pittore dal nome d’arte Pietro da Cortona sottratti nel 2001 dall’Ente Ecclesiastico Conservatorio di sant’Eufemia in Roma; uno, in oro con pietre incastonate, sottratto nel 1996 dalla cattedrale di Nola, in provincia di Napoli, la chiesa dell’Assunta.
Accanto ai calici, esemplari dei reliquari: tra quelli recuperati i 4 di maggiore pregio artistico sono del XVII secolo in argento e oro, sottratti nel 1997 dal Duomo di Sant’Agata dei Goti di Benevento: 2 con la forma di ciborio e 2 di ostensorio, recanti l’iscrizione riferita a Domenico Giannelli, canonico nella 1^ metà del ‘600.
Un giro d’Italia del Centro-sud, con la sua arte e la sua fede, le sue chiese e i suoi prelati, anche una mappa di luoghi e sedi a rischio, le chiese spesso indifese di fronte a delinquenti che sottraggono oggetti di culto arrecando ferite al patrimonio culturale e ai sentimenti popolari più vivi e condivisi.
Considerazioni e riflessioni tratte da una vicenda istruttiva
Non abbiamo ancora parlato del protagonista suo malgrado della vicenda, il collezionista colto con le mani nel sacco. Venire a sapere che è un professore di Storia dell’Arte di liceo sessantenne in pensione, acquirente assiduo con notevole impiego di risorse personali delle antichità di cui è cultore ha suscitato in noi comprensione e indulgenza, dinanzi alla sua passione senza intenti speculativi; anzi alla sua perseveranza di collezionista accanito si deve se questo patrimonio storico-artistico di oggetti sacri non è andato disperso in mille rivoli ma è stato conservato come in un museo e perciò è ora possibile la restituzione ai legittimi proprietari dopo l’azione dei Carabinieri.
A questo sentimento spontaneo che abbiamo esternato, il comandante Mancino, pur comprendendo la nostra benevolenza sul piano umano, ha opposto un severo avvertimento: questi collezionisti insospettabili sono molto pericolosi perché la loro passione e competenza li spinge ad acquisti non incauti ma consapevoli che è merce di provenienza furtiva. E’ questa domanda ad alimentare l’offerta attraverso una ricettazione che a sua volta è alla base dell’attività delinquenziale di furti e sottrazione di opere spesso di grande valore storico e artistico, a spese del patrimonio culturale.
Ma come mai il protagonista negativo è questo professore di Storia dell’Arte in pensione, che ci è sembrato un “Umberto D” non grigio e indigente ma attivo e benestante però pur sempre triste e solo, e non gli autori dei 40 furti di cui non si è parlato affatto? Anche qui il comandante Mancino è stato esplicito: il terminale che si è individuato è pur sempre pericoloso, 4 venditori sono stati incriminati anch’essi per ricettazione; quanto agli autori dei furti, pur non potendosi escludere un coinvolgimento personale dei venditori, è arduo identificarli, sono stati 40 episodi in 7 regioni per 30 anni! Le indagini comunque proseguono per trovare altri canali di smistamento della refurtiva.
Non si può prevenire del tutto il commercio illecito controllando sistematicamente la merce antiquaria esposta nei mercatini come Porta Portese; i pezzi pregiati di provenienza illecita non si trovano sulle bancarelle, i venditori li offrono riservatamente ai clienti “sicuri” che li contattano spesso nelle prime ore del mattino all’allestimento dei banchi; la merce la acquisteranno in separata sede, prelevandola direttamente come ha fatto il professore di Storia dell’Arte poi smascherato.
Ma il cittadino, incalziamo, come può essere sicuro di non incorrere nei fulmini delle legge acquistando merce regolarmente esposta nei mercatini di cui non è in grado di riconoscere l’eventuale provenienza furtiva? Il comandante Mancino non fa una piega neppure a questo punto: perseguire il cliente, come per i beni contraffatti, è una necessità se si vuole stroncare il fenomeno. Per gli oggetti d’antiquariato e le opere d’arte c’è un “decalogo” nel sito del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, contiene semplici indicazioni sui requisiti da accertare in sede di acquisto, in primo luogo l’apposita certificazione di provenienza. Comunque, se sui calici vi possono essere dubbi, come credere che siano posti lecitamente in vendita i reliquari? Non avrebbe senso, le reliquie sono sacre e oggetto di culto, l’offerta di reliquari non può che essere illecita.
Abbiamo appreso la lezione, facciamo tesoro degli avvertimenti del comandante Mancino, andremo a consultare il “decalogo” del corretto acquirente. E guarderemo le bancarelle antiquarie a Porta Portese e altrove consapevoli dei rischi dell’incauto acquisto che diventa ricettazione se l’illecita provenienza è evidente. Al pari di Ulisse, si deve resistere alle lusinghe, in questo caso non il canto dolcissimo delle Sirene, ma il fascino dell’arte associata all’antico e, perché no, anche al sacro.
Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante al Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale in via Anicia, nel corso della conferenza stampa sull’operazione, si ringrazia il Comando, in particolare il Tenente col. Raffaele Mancino, per l’opportunità concessa.
Fonte: Archeorivista
sabato 14 luglio 2012
Pantelleria. Anfore puniche rubate.
Pantelleria (Tp). Rubate due anfore puniche dai fondali
Presso il sito archeologico sottomarino di Cala Tramontana a Pantelleria si sta effettuando uno scavo archeologico durante il quale, la settimana scorsa, erano state localizzate, dall’esploratore archeologico Francesco Spaari del consorzio “Pantelleria Ricerche”, due anfore puniche che dovevano essere state utilizzate per il trasporto di derrate alimentari. Purtroppo i due reperti sono stati trafugati in questi ultimi giorni da ignoti e molto probabilmente di notte, considerando che il sito archeologico è sorvegliato.
Leonardo Abelli, Direttore Scientifico delle ricerche archeologiche, afferma che le due anfore erano state individuate a circa 43 m di profondità. Queste sono state fotografate e filmate dal Direttore Scientifico in persona, e sono state studiate dalla Dott.ssa Roberta Baldassari che le ha catalogate come Magna C1 e Magna C2. Inoltre, sono di dimensioni diverse: una è alta 1.1 m, mentre la seconda è di 0.8 m.
Queste sono state localizzate in un’area archeologica molto importante in quanto, qui, sono affondate cinque navi cartaginesi durante la conquista romana dell’isola, avvenuta nel 217 a.C. In questo stesso sito, inoltre, a giugno scorso, è stato rinvenuto un tesoretto di 4600 monete di bronzo.
Il sito, secondo il Dott. Abelli, è stato interdetto al traffico ed è vietato immergersi senza essere accompagnati da degli esperti, per volere della Capitaneria di porto
Fonte: Archeorivista
Presso il sito archeologico sottomarino di Cala Tramontana a Pantelleria si sta effettuando uno scavo archeologico durante il quale, la settimana scorsa, erano state localizzate, dall’esploratore archeologico Francesco Spaari del consorzio “Pantelleria Ricerche”, due anfore puniche che dovevano essere state utilizzate per il trasporto di derrate alimentari. Purtroppo i due reperti sono stati trafugati in questi ultimi giorni da ignoti e molto probabilmente di notte, considerando che il sito archeologico è sorvegliato.
Leonardo Abelli, Direttore Scientifico delle ricerche archeologiche, afferma che le due anfore erano state individuate a circa 43 m di profondità. Queste sono state fotografate e filmate dal Direttore Scientifico in persona, e sono state studiate dalla Dott.ssa Roberta Baldassari che le ha catalogate come Magna C1 e Magna C2. Inoltre, sono di dimensioni diverse: una è alta 1.1 m, mentre la seconda è di 0.8 m.
Queste sono state localizzate in un’area archeologica molto importante in quanto, qui, sono affondate cinque navi cartaginesi durante la conquista romana dell’isola, avvenuta nel 217 a.C. In questo stesso sito, inoltre, a giugno scorso, è stato rinvenuto un tesoretto di 4600 monete di bronzo.
Il sito, secondo il Dott. Abelli, è stato interdetto al traffico ed è vietato immergersi senza essere accompagnati da degli esperti, per volere della Capitaneria di porto
Fonte: Archeorivista
venerdì 13 luglio 2012
Convegno. Porti, approdi e navigazione antica.
Sardegna nuragica: Porti, approdi e navigazione antica.
di Pierluigi Montalbano
In occasione dell'incontro di questa sera alle ore 20.00 a Costa degli Angeli (nel litorale di Quartu, cliccare sull'immagine), sul tema "Porti e Approdi della Sardegna Nuragica", ho pensato di inserire un articolo che racconta le vicende che interessarono le coste sarde circa 3000 anni fa.
L’isola, fino a una decina di anni fa, era vista come una terra di conquista e colonizzazione da parte di genti straniere che arrivavano, invadevano le coste e occupavano il territorio portando la loro cultura. Oggi esiste una tendenza marcata a studiare la Sardegna come interessata da una rete di traffici lungo tutto il Mediterraneo, e come incontro di culture con scambi reciproci, senza prevaricazioni. Due culture che vengono a contatto danno vita a una terza, frutto delle contaminazioni fra le precedenti. Ogni cultura si presenta con novità che vengono recepite, elaborate e assorbite con un processo di adattamento. I porti e gli approdi costituiscono l’interfaccia che divide e, allo stesso tempo, unisce genti diverse che vengono a contatto. Il concetto chiave sul quale dobbiamo basare le nostre ricerche sui porti e gli approdi della Sardegna antica è la dinamica del paesaggio costiero. Sono quasi assenti i paesaggi costieri naturali, nei quali l’uomo, col suo passaggio, non ha avuto alcun ruolo. I paesaggi sono stati sempre frequentati e antropizzati, soprattutto in funzione della portualità. La dinamica del paesaggio scaturisce da un’interazione fra i fattori naturali e quelli antropici. La sciagura che nel Marzo 2011 ha colpito il Giappone è un esempio dell’attività che le forze endogene della natura possono manifestare, dando luogo a mutamenti profondi e immediati del paesaggio. Dobbiamo avere piena coscienza che in un terra a bassa sismicità come la Sardegna, si possono comunque verificare dei fenomeni che portano al profondo mutamento del paesaggio.
Quando parliamo di golfi con storia millenaria, dobbiamo tenere presente la percezione antica, ben diversa da quella moderna per vari motivi: abbiamo un occhio diverso, la linea di costa ha avuto delle modifiche e la navigazione antica ha avuto cambiamenti rilevanti rispetto a oggi. Ragionare con le tecniche di navigazione attuali ci porterebbe a fare degli errori di valutazione. Il livello del mare è andato sollevandosi nel corso degli ultimi millenni. Nel Mediterraneo questo sollevamento non avviene allo stesso modo nelle varie località, e ci sono profonde differenze di risalita del mare nei vari settori. C’è anche un fenomeno opposto, la subsidenza, ossia un lento e progressivo abbassamento verticale del fondo di un bacino marino. I due fenomeni sono entrambi alla base delle differenze fra il paesaggio dell’antichità e il paesaggio odierno. Dal Neolitico, la Sardegna, ha subito profonde modificazioni della linea di costa. Le popolazioni nuragiche erano in contatto con genti d’oltremare, prevalentemente con le sponde orientali del Mediterraneo. I lingotti di rame ox-hide, a forma di pelle di bue, prodotti a Cipro, testimoniano che i contatti fra popoli distanti erano praticati.
Per i naviganti che si spingono dall’oriente verso l’occidente, per commercio o per stabilire insediamenti propri, i partners indispensabili per avviare questi contatti sono i locali. Non c’è mai un danno per gli indigeni, anche perché le antiche città stato non sono popolate come le città odierne, pertanto i navigatori sono sempre costituiti da qualche decina di persone. Per il prosperare economico e demografico di questi insediamenti, è vitale un rapporto buono con le popolazioni locali. Abbiamo indicatori archeologici che testimoniano matrimoni misti di forestieri e locali. L’ideologia che vede la Sardegna colonizzata da “rapaci” conquistatori che la sottomettono è superata.
I mercanti navali avevano bisogno di porti, ossia luoghi dove sostare con le navi e che offrivano anche la possibilità di penetrare verso l’interno. Qualunque approdo, per quanto grande e attrezzato possa essere, se ha alte montagne alle spalle perde quasi completamente il suo valore strategico.
Nel VII a.C., l’impero assiro preme ai fianchi di Tiro e Sidone, madrepatria dei fenici. Questa pressione determina un indebolimento degli insediamenti fenici in oriente, ma gli stessi assiri si spingono anche negli insediamenti greci della Turchia, e uno di questi, Focea, decide di inviare parte degli abitanti in cerca di fortuna a Occidente, dove già da oltre un secolo i greci frequentavano gli approdi commerciali. L’unica area che trovano parzialmente libera dall’influenza degli etruschi, dei greci dell’Italia meridionale e dei fenici, ormai integrati fra i sardi, è la costa nord-orientale della Sardegna, dove Olbia era isolata e, quindi, in condizioni di debolezza. I focei si sostituiscono ai locali e Olbia diviene la chiave di volta per l’accesso a quel settore del Mediterraneo occidentale, poco urbanizzato, fra le attuali Genova e Barcellona, dove non c’è l’influenza etrusca, né quella cartaginese. Nel 600 a.C. i focei fondano Massalia, l’attuale Marsiglia, e nel 575 a.C. edificano Alalia, in Corsica. Questi insediamenti portuali sconvolgono l’assetto delle rotte navali praticate, infatti l’irrompere degli intraprendenti focei nel Golfo del Leone determina un’alleanza fra sardi, etruschi e cartaginesi mirata a cacciare i focei stessi da quelle zone.
Il porto di Nora è stato individuato da indagini archeologiche subacquee di Ignazio Sanna, un tecnico della soprintendenza. Si nota un canale ben tagliato, scavato sott’acqua, che si dirige verso l’attuale peschiera, e ai lati si notano accumuli di cocci. Le strutture del porto sono di età punica e romana, ma l’insenatura mostra evidenti tracce d’interventi di epoca nuragica.
Fra gli indicatori a nostra disposizione per ricostruire la storia dei porti e degli approdi abbiamo: i toponimi, l’importazione (perché da ovunque arrivino, le merci sbarcano in un approdo), e i santuari costieri. Nell’antichità, infatti, la navigazione era sempre legata a una divinità e, ancora oggi in ambito cristiano, la Madonna è considerata la protettrice dei marinai. I santuari sono anche luogo di commercio, con la divinità che fa da garante alla correttezza degli scambi. Vicino alle spiagge e agli approdi si nota spesso la presenza di santuari nuragici, con fonti, pozzi sacri e altre tipologie di templi.
I commercianti del vicino oriente avevano una divinità principale per la navigazione, il dio Melkart (Eracle, Ercole), colui che insegnò la navigazione e li guidò in tutte le esplorazioni. Vari templi di Melkart caratterizzano le tappe degli approdi levantini, e molti centri mercantili mediterranei pagheranno per vari secoli una decima al tempio di Melkart di Tiro. Da Cadice al Marocco e alle altre colonie, i templi presentano sempre due colonne negli ingressi, denominate Colonne d’Eracle. Anche a Cagliari, nell’area del porto, c’era un tempio di Melkart.
Fra il 545 e il 510 a.C. si consuma la conquista della Sardegna da parte di Cartagine. Questa città è divenuta nel tempo la più potente colonia di Tiro in Occidente, e intraprende una serie di campagne militari per l’acquisizione territoriale della cuspide occidentale della Sicilia e dell’intera Sardegna, a danno dei cugini fenici che da oltre due secoli vivevano in Sardegna ed erano diventati sardi a tutti gli effetti. Cartagine deve affrontare anche gli etruschi e i greci focei di Alalia e Olbia per strappare le rotte navali tirreniche, e tutto ciò si concretizza nella battaglia del Mare Sardo del 535 a.C., a seguito della quale i greci sono costretti ad abbandonare Alalia. Non è un caso che negli anni successivi a questa battaglia navale spariscono i materiali greci da Olbia e dalle zone limitrofe. I greci finiscono in Campania, ospitati a Sibari e a Posidonia.
Cartagine si limita a controllare economicamente i centri nevralgici sardi, e i dati archeologici forniscono dati che suggeriscono un blocco delle importazioni dall’esterno, ma nel IV a.C. si affaccia sul Tirreno una nuova forza: Roma, che nel 368 a.C. fonda Feronia, un insediamento nell’area di Posada. In quel periodo Cartagine non ha in quelle zone un insediamento poderoso, e quel tratto di costa si trova proprio di fronte al litorale di Roma. Cartagine reagisce inviando delle truppe e mettendo fuori gioco l’insediamento romano nella costa. Nel 348 a.C. stipula un accordo con i romani con cui pattuisce che questi non possono approdare in Sardegna, e quindi non possono commerciare, senza il controllo di Cartagine. Per assicurarsi che l’accordo sia rispettato, Cartagine deve rinforzare la difesa dei punti strategici della costa orientale.
La Nurra meridionale è una zona difficile per attracchi e ormeggi, ma esiste un ampio golfo protetto dai venti dominanti da settentrione, soprattutto il maestrale, che offre ricovero a imbarcazioni grandi e piccole. Ancora fino a pochi secoli fa, il porto di Alghero era situato nella rada di Porto Conte. Gli altri approdi della zona sono piccoli e non sufficienti ad accogliere navi di una certa stazza. L’approdo naturale del golfo di Porto Conte si trova nella parte più interna ed è un punto privilegiato, a contatto con un entroterra ricco e fertile, dove la tradizione vitivinicola e olearia, insieme alla produzione cerealicola, garantiscono un buon livello di vita. Per circa 5 secoli, un piccolo nuraghe, con l’abitato intorno formato da capanne circolari, vive con tranquillità ai margini del ricco territorio circostante. La posizione era favorevole per avere riserve di pesce e sviluppare un commercio del pescato con i villaggi che sorgevano nelle zone più arretrate.
Nei nuovi insediamenti urbanistici nuragici, la capanna con bacile è uno degli edifici più importanti. L’ipotesi più accreditata la propone come struttura sacra destinata alla celebrazione di riti cerimoniali legati all’acqua. Queste capanne possono avere più vani, dedicati a riti che uniscono l’acqua con il fuoco. Visto che vicino a queste capanne si trovano sempre risorse idriche, focolari e forni, si è pensato a una sorta di sauna, o a delle terme dove poter acquisire calore molto umido per sudare. Spesso si individuano delle canalette, servite da bacini che avevano la presa d’acqua in pozzi di acqua dolce posti nelle vicinanze.
Frequentemente, nelle paludi c’è l’incontro fra le acque salate del mare e le acque dolci che arrivano dai corsi, quindi mediamente l’acqua era salmastra, ma nei pozzi le analisi mostrano generalmente un’acqua dolce e bevibile.
Dall’analisi delle ceramiche si è scoperto che fra i manufatti del X e quelli del IX a.C. c’è un evidente miglioramento della tecnologia di produzione, con argille superiori, digrassanti, inclusi silicei (anziché calciti), le temperature di cottura passano da 750° a 1000°, e si riducono gli spessori. Compaiono superfici levigate e di colore rosso brillante. Probabilmente nel sito sono ospitati degli artigiani orientali che acquisiscono le tecnologie locali e, allo stesso tempo, insegnano nuovi modi per produrre la ceramica.
L’aspetto dei siti cambia: gli archeologi portano alla luce ampi spazi lastricati che catalizzavano tutta una serie di ambienti aperti o chiusi, affacciati sulla piazza, recintata da un muro che mostra un ingresso principale, un andito e una serie di altri piccoli ingressi verso vani aperti e chiusi.
Questo modello progettuale è sardo, poiché non abbiamo tipologie simili in altri siti mediterranei di quel periodo. Architettura e modelli edilizi domestici simili, a cavallo fra Bronzo e Ferro, si trovano a Gonnesa-Seruci, a Serra Orrios, a Barumini, Santa Vittoria di Serri. Sono gruppi di abitazioni con uno spazio aperto, un corridoio e vani chiusi disposti intorno. Finisce il tempo delle grandi capanne circolari monovano, e queste capanne sono rimodulate. Vanno a far parte di complessi più articolati che racchiudono più capanne circolari e rendono l’unità abitativa più ampia, consentendo di praticare tutte le fasi della vita giornaliera in questi spazi aperti interni.
Un altro caso è a Oliena (Sa Sedda ‘e Sos Carros), dove all’interno di un abitato si costruisce un settore conformato in questa maniera che diventa la zona santuariale del villaggio: un ingresso, uno spazio aperto su cui si affacciano vani chiusi, una capanna particolare con bacile e protomi d’ariete poste in alto che fanno da sbocco per l’acqua che finisce all’interno del bacile. Nel sito ci sono anche dei bacini lustrali all’aperto situati nella zona più alta del sito.
Assistiamo dunque a un nuovo modello edilizio, privato o sacro, che diventa spazio comunitario. Ogni struttura appartiene a un nucleo familiare, ma l’ampio spazio di Sant’Imbenia ci suggerisce che non si tratta di spazi destinati a famiglie ma di una zona comunitaria destinata allo scambio, forse una piazza del mercato su cui si affacciano botteghe, zone produttive e case di rappresentanza dei gruppi che dal territorio circostante convergono per gli scambi. I villaggi sono modificati togliendo ai privati il possesso di alcune capanne e risistemando tutta la parte centrale dell’insediamento per destinarla a una grande piazza del mercato. Evidentemente i mercanti dei vari gruppi del territorio e quelli provenienti dall’esterno, sentono l’esigenza di ampliare i commerci e le comunità adeguano i villaggi a questa richiesta. I villaggi contengono dunque nuovi edifici, ma mantengono il nuraghe come simbolo che funge da ombrello protettivo delle attività, pubbliche o private. Tutti i rappresentanti del territorio e i mercanti provenienti dal mare si riunivano nelle grandi capanne per sancire dei patti e per scambiarsi dei doni.
I mercanti navali avevano bisogno di porti, ossia luoghi dove sostare con le navi e che offrivano anche la possibilità di penetrare verso l’interno. Qualunque approdo, per quanto grande e attrezzato possa essere, se ha alte montagne alle spalle perde quasi completamente il suo valore strategico.
giovedì 12 luglio 2012
La Zecca di Cagliari, articolo e mostra
La Zecca di Cagliari
di Marco Piga
Cagliari fu la più longeva e la più importante zecca della Sardegna. Nel Capoluogo Sardo furono coniate monete per più di quattro secoli, dall’Alfonsino Minuto, emesso da Giovanni I d’Aragona nel 1387, al 3 Cagliaresi senza data, battuto sotto Vittorio Emanuele I nel 1813.
In questo arco cronologico si susseguirono tre fasi storiche ben distinte e molto importanti per la monetazione sarda: l’Età Aragonese, la Dominazione Spagnola e la Sovranità Sabauda.
L’Età Aragonese
1291-1516
La monetazione sardo-aragonese venne coniata inizialmente a Villa di Chiesa (Iglesias), in seguito al privilegio di battere moneta concesso alla città dall’infante Alfonso d’Aragona, figlio di Giacomo II, nel 1324 e a Bonaire (l’attuale Bonaria, sul colle poco distante la città di Cagliari), durante gli anni di regno di Giacomo II in Sardegna (1324-1327). A Villa di Chiesa venne emesso l’Alfonsino d’Argento, mentre a Bonaria furono coniati i primi due tipi di Alfonsino Minuto in mistura (una lega di rame e argento); essi furono chiamati Alfonsini in onore, appunto, dell’infante Alfonso.
L’Alfonsino Minuto ebbe il valore di un Denaro, il valore-base di quasi tutti i sistemi monetari dell’Europa occidentale, adottato nel nuovo sistema monetario messo a punto dal re aragonese per la Sardegna; l’Alfonsino d’Argento corrispondeva a 18 Alfonsini Minuti. Questa nuova unità di conto soppiantò definitivamente i sistemi monetari di Genova e di Pisa, di gran lunga i più diffusi nell’isola, diventando in brevissimo tempo la sola moneta di riferimento in uso in Sardegna.
Anche i successori di Giacomo II, Alfonso IV il Benigno (1327-1336) e Pietro IV il Cerimonioso (1336-1387), batterono Alfonsini d’Argento e Alfonsini Minuti esclusivamente a Villa di Chiesa, limitandosi ad aggiungere, evidentemente per motivi pratici, dei tagli intermedi come il Mezzo Alfonsino d’Argento e il Mezzo Alfonsino Minuto.
Già dal 1327 Giacomo II aveva concesso alla città di Cagliari il diritto di battere moneta, ma solamente nel 1387, durante il regno di Giovanni I (1387-1396), nella zecca di questa città vede la luce la prima moneta aragonese; si tratta di un Alfonsino Minuto leggermente svalutato nel peso rispetto ai precedenti di Villa di Chiesa e di Bonaire; da un marco, infatti, si ricavavano fino ad allora 324 pezzi di questa moneta, mentre ora Giovanni I ordina che da un marco si ricavino 360 Alfonsini Minuti.
Entrambi i suoi successori, Martino I l’Umano (1396-1410) e Ferdinando I il Giusto (1412-1416) emettono una monetina di mistura, chiamata “Picciolo” nei documenti dell’epoca; essa può considerarsi una moneta di necessità, a corso forzoso, che si inserisce nel contesto del particolare momento storico in cui viene messa in circolazione. Nel 1409 Martino il Giovane combatte contro i Sardo-Arborensi, e la zecca funziona al minimo perché le miniere sono inattive e manca perciò il metallo pregiato; il numerario in circolazione diminuisce rapidamente e le spese di guerra sono enormi; per far fronte a questa situazione disastrosa viene messa in circolazione una moneta svalutata che cambia il rapporto tra la moneta sarda e quella catalana: mentre in precedenza l’Alfonsino Minuto corrispondeva, come contenuto d’argento fino, ai due terzi del Denaro catalano, e l’Alfonsino d’Argento era uguale, come contenuto d’argento e come peso, al Croat di Barcellona, in questo momento occorrevano due Minuti di Cagliari per uno di Barcellona. Questo rapporto di cambio rimarrà costante fino a Carlo V Imperatore.
L’attività della zecca di Cagliari riprende sotto Alfonso V il Magnanimo (1416-1458). E’ molto probabile che Alfonso V abbia fatto battere monete a suo nome contemporaneamente nella zecca di Cagliari e in quella di Iglesias. Il dato si deduce dai numerosi documenti in nostro possesso: due distinti decreti del 10 febbraio 1419 e del 27 gennaio 1442 autorizzano rispettivamente la zecca di Iglesias e quella di Cagliari ad emettere Alfonsini d’Argento la prima e Reali d’Argento la seconda. Le due monete, però, diversificandosi esclusivamente per una minima differenza di peso, in quanto entrambe risultano identiche per impronte e per valore nominale (3 soldi), sono del tutto indistinguibili. Da notare che per la prima volta una moneta sardo-aragonese viene chiamata “Reale”. Analogo problema sorge anche sulle due monete minute chiamate nei decreti rispettivamente “Denaro Reale” e “Reale Minuto”: la differenza tra esse consiste soltanto nel peso teorico, che peraltro è talmente esiguo (0,11 gr.) da rendere le due monete sostanzialmente uguali. La successiva emissione di Piccioli da un denaro non crea problemi di classificazione perché, dal momento che dovevano valere la meta esatta del Denaro Reale, sono in pratica facilmente individuabili pur avendo le medesime impronte.
Un altro decreto del 19 febbraio 1419 ordina l’emissione di una monetina chiamata “Alfonsino Minuto”; fino a qualche anno fa non se ne conosceva alcun esemplare, tanto che alcuni numismatici erano concordi nel ritenere che, nonostante il decreto, essa non fosse stata coniata. Ma di recente sono stati scoperti alcuni esemplari di questa piccolissima e rara monetina che confermano che il decreto reale che ne ordinava l’emissione ebbe regolare esecuzione.
La monetazione di Alfonso V il Magnanimo presenta una novità: si tratta di un nuovo taglio, e cioè del Mezzo Reale, scoperto di recente, di cui si conosce finora un solo esemplare,
Durante il regno di Giovanni II (1458-1479) viene coniato nella zecca di Cagliari solamente un Reale Minuto, con le stesse caratteristiche dei precedenti.
E’ sotto Ferdinando II il Cattolico (1479-1516) che la monetazione sardo-aragonese presenta delle novità importanti, sia per quanto riguarda i tagli che le impronte: nasce, infatti, una nuova moneta chiamata nei documenti “Cagliarese” che, con i suoi multipli, avrà lunga vita nella storia della monetazione sarda; appare, inoltre, per la prima volta la leggenda INIMICOS EIVS INDVAM CONFVSIONE che, da Ferdinando in poi, sarà riportata in tutte le monete d’oro e d’argento, ed in molte di rame e di mistura, fino ai Reali battuti a Cagliari dai Savoia alla fine del XVIII secolo. Infine, sempre per la prima volta nella storia della monetazione sarda, appare su una moneta d’argento l’effigie del sovrano che non sfigura certamente di fronte ai ritratti impressi nella grande medaglistica rinascimentale.
Con Ferdinando II si chiude il periodo catalano e le coniazioni sardo-aragonesi lasciano il posto a quelle dei futuri re di Spagna.
La Dominazione Spagnola
1516-1718
Quando, nel 1516, Carlo V sali sul trono di Spagna, le monete in circolazione nell’isola erano quelle emesse durante il lungo regno di Ferdinando II. Un pregone sabaudo del 1768 ci informa che tutta la monetazione di Ferdinando e le altre monete aragonesi ancora in circolazione erano rimaste in corso fino a quell’anno. In realtà, già a partire dal 1520 Carlo V Imperatore (1516-1556) fece coniare tutta una serie monetale a suo nome, che sostituiva di fatto le vecchie monete dei precedenti re aragonesi.
La nuova monetazione di Carlo V si caratterizza per l’emissione, per la prima volta nella storia monetaria sarda, di due nuovi tagli d’argento, rispettivamente da 3 e da 2 Reali. Inoltre il re autorizza la coniazione di uno Scudo d’oro con titolo e peso corrispondenti alle monete d’oro circolanti negli altri stati italiani e in Francia. Il “taglio” delle nuove monete viene eseguito non più sul marco di Barcellona, come era avvenuto sino ad allora, ma sul marco castigliano, che pesava 4 grammi in meno di quello barcellonese. Nella zecca di Cagliari Carlo V conia, inoltre, le monete da 1 Reale e da 1 Cagliarese.
Più tardi entrano in funzione anche le zecche di Alghero e di Sassari che emettono monete “minute" che, come quelle già coniate nella stessa città di Alghero da Alfonso V e a Bosa da Giovanni II, hanno corso soltanto nelle città emittenti e nel loro territorio. L’emissione di queste monetine, come già era avvenuto in passato, dimostra che la mancanza di circolante era sempre grave: con esse si cerca di andare incontro alle esigenze del popolo, nelle cui mani di rado arrivavano le monete pregiate d’argento e d’oro; la circolazione di queste ultime era circoscritta per lo più alle grandi città, che avevano, oltre a numerosi privilegi, la prerogativa della riscossione dei dazi; i grossi tagli venivano inoltre usati quasi esclusivamente nelle più importanti transazioni commerciali. Questo stato di cose trova riscontro anche nella rarità delle monete di grosso taglio di Carlo V, soprattutto di quelle d’oro, contro la relativa facilità con cui sono reperibili i Cagliaresi di mistura.
Alla fine del regno di Carlo V già circolavano in Europa delle monete d’argento di taglio ben più grosso di quelle che formavano la serie sarda. Per questo motivo Filippo II di Spagna (1556-1598), quando sale sul trono, emette a suo nome una nuova serie monetale che comprende, oltre ai tagli già esistenti da 3, 2 e 1 Reale d’argento, grossi esemplari da 10 e da 5 Reali, oltre a due tagli più piccoli da 2 Reali e Mezzo sempre d’argento e da 3 Cagliaresi di mistura.
La monetazione di Filippo II si può suddividere in due periodi ben distinti.
Appartengono al primo periodo le monete di conio regolare, impresse su tondelli appositamente predisposti; il loro stile, per quanto non si possa definire raffinato, è abbastanza accettabile.
Non altrettanto si può dire degli esemplari appartenenti al secondo periodo, ribattuti su vecchie monete, di cui spesso conservano le tracce, provenienti dalla Spagna o dalle terre ispano-americane: sono i cosiddetti “maltagliati”, chiamati così per la loro forma estremamente irregolare e per il conio rozzo e approssimativo (per i tagli più grandi l’altro termine corrente era “patacconi”). In quegli anni l’usanza di coniare i “maltagliati” non riguarda soltanto la Sardegna ma in generale tutte le terre dell’impero spagnolo, dalla Spagna a Milano, dalle Fiandre a Napoli e alle colonie d’America: è la denuncia più evidente, nella vita quotidiana di questi paesi, della grande crisi monetaria che investiva non solo la Sardegna ma tutta l’Europa.
Rispetto alla serie regolare i patacconi sardi di Filippo II hanno un titolo d’argento molto più basso; inoltre sono facile preda dei “tosatori”, perché il bordo sempre irregolare camuffa bene l’intervento fraudolento; è il motivo per cui vengono sempre accettati malvolentieri nelle transazioni commerciali. Come logica conseguenza si ha la tesaurizzazione delle monete di buona lega, che spariscono rapidamente dalla circolazione.
Nel 1599 Filippo III di Spagna (1598-1621), successore di Filippo II, cerca di porre riparo a questa situazione aumentando sensibilmente il valore delle monete buone ancora in circolazione nell’isola. La monetazione del nuovo re ricalca quella del suo predecessore e introduce, come novità, un nuovo nominale da 6 Cagliaresi equivalente a 1 Soldo; manca, nella serie, il taglio da 10 Reali la cui emissione è data per scontata da E. Birocchi, ma di cui non si conosce a tutt’oggi alcun esemplare.
Durante il regno di Filippo III si acuisce, fino a toccare il culmine, la falsificazione, da parte di privati, di monete di piccolo taglio, già iniziata, ma in proporzioni ben più modeste, sotto Filippo II. La causa del fenomeno e da ricercarsi nell’impotenza delle autorità a far fronte all’insufficienza della circolazione monetaria e, soprattutto, nella cronica mancanza di moneta spicciola. La moneta falsa circola abbondantemente ed e accolta dal popolino come quella buona; la gente - afferma il Birocchi - «non si soffermava a controllarne l’autenticità e non s’accorgeva che essa non era più un equivalente perché conservava del pari la seconda delle sue funzioni, quella di veicolo e di segno degli scambi».
Sotto Filippo IV di Spagna (1621-1665) la situazione non cambia: i falsari producono a pieno ritmo e alcuni di essi, per non cadere nelle maglie della giustizia, vanno a “lavorare” nella vicina Corsica; di là portano poi in Sardegna le monete false e le immettono in circolazione; donne e bambini, come racconta il padre Giorgio Aleo nella sua Historia Cronologica - un testo del secolo XVII-, si danno da fare per procurare agli improvvisati zecchieri, per lo più analfabeti, la materia prima, cioè lamine di rame di ogni tipo, padelle e calderotti, su cui imprimere un’effigie malamente abbozzata del sovrano, una croce e dei segni indecifrabili che abbiano la parvenza di una legenda. Questo stato di cose denuncia l’incapacità del Consiglio patrimoniale del viceré a porre rimedio alla situazione; l’erario pubblico, già povero per la grave crisi che investe tutta l’Europa, viene ridotto a mal partito dall’enorme quantità di moneta falsa circolante nell’isola. Anche la moneta ufficiale decade di qualità e i maltagliati da 10, 5 e 2 Reali e Mezzo sono ormai pezzi d’argento di lega cattiva e di peso sempre scadente in cui la figura del re è talvolta cosi deformata da risultare perfino ridicola.
Al culmine della crisi economica e finanziaria, nel 1665, all’età di 5 anni sale al trono Carlo II di Spagna (1665-1700). Per far fronte alla disastrosa situazione in cui versa l’erario si individua un rimedio nel ritiro di tutta la moneta falsa circolante e nella sua sostituzione con delle nuove monete che avranno un valore intrinseco tale da portarle alla pari con le altre monete allora circolanti in Europa; oltre tutto, in questo modo, si sarebbe frenata ogni azione di tesaurizzazione. In attesa di questo provvedimento si battono provvisoriamente, nella zecca di Cagliari, maltagliati di buona lega argentea da 10, 5, 2,5 e da 1 Reale che però, data la loro buona qualità, vengono immediatamente tesaurizzati. L’attesa riforma viene attuata nel 1668: vengono accettate al cambio tutte le monete in circolazione e le si sostituisce con esemplari in rame da 3 e da 1 Cagliarese; nel 1671 vengono infine coniati i grossi nominali d’argento da 10 e da 5 Reali, accompagnati dai sottomultipli da 2 Reali e Mezzo, da 1 e da Mezzo Reale. Le nuove monete sono di buona lega, di bello stile, di modulo perfettamente circolare: non temono il confronto con molte analoghe monete (Scudi, Mezzi Scudi, Talleri, Testoni e Piastre) allora circolanti in Europa. Dal 1671 cessa così in Sardegna la coniazione dei maltagliati, cosa che invece si protrae ancora per decenni in altre parti d’Europa.
Filippo V di Spagna (1700-1719), che sale al trono nel 1700, lascia in circolazione, come era norma corrente, le monete del suo predecessore e batte a proprio nome soltanto uno Scudo d’oro e un pezzo d’argento da 2 Reali e Mezzo. Lo Scudo d’oro viene coniato per diversi anni in numero certamente ragguardevole, mentre la moneta da 2 Reali e Mezzo viene battuta soltanto nel 1701 e, data la sua notevole rarità, certamente in numero limitato di esemplari. Le vicende della guerra di successione spagnola spiegano la scarsità delle emissioni e degli esemplari.
Sulle orme di Filippo V, Carlo III (1708-1718), che diverrà imperatore d’Austria col titolo di Carlo VI, durante il suo regno in Spagna continua la politica monetaria impostata da Carlo II, battendo a proprio nome, col titolo di Carlo III, uno Scudo d’oro e un nominale da 2 Reali e Mezzo, e dal 1712, col titolo di Carlo VI, gli stessi due pezzi accompagnati dai tagli inferiori di rame da 3 e da 1 Cagliarese. Con queste monete si chiude la lunga serie monetale dei sovrani spagnoli.
L’Età Sabauda
1720-1842
Il trattato dell’Aja del 1720 sancisce il passaggio della Sardegna sotto la sovranità dei Savoia, che la ricevono dalla Spagna per mano dell’Austria.
Vittorio Amedeo II (1718-1739) lascia immutato il sistema monetario sardo, ancora basato sulla «lira sarda» instaurata quattro secoli prima da Giacomo II d’Aragona. Nel Regno di Sardegna si ha quindi una doppia monetazione, quella sarda e quella piemontese, che obbliga, tra territori di uno stesso Stato (isola e terraferma), ad un cambio della moneta in base ad un preciso tariffario, quasi si trattasse di due Stati differenti.
Le prime monete coniate da Vittorio Amedeo II, nel 1724, sono i 3 Cagliaresi e il Cagliarese di rame, cui fanno seguito, nel 1727, le due monete d’argento da 1 Reale e da Mezzo Reale: le quattro monete non sono altro che i vecchi nominali del periodo spagnolo. Anche il contenuto d’argento fino del Reale e del Mezzo Reale non subisce sostanziali modifiche, perché la parità metallica della lira (1 lira = 20 soldi = 4 reali) aveva subito solo una minima variazione.
Sotto Carlo Emanuele III (1730-1773) arriva in Sardegna la riforma monetaria che era stata già attuata in Piemonte - come, del resto, in molte altre parti d’Italia e d’Europa - allo scopo di razionalizzare e semplificare i rapporti di valore tra i vari tagli. Nel 1768 vengono ritirate tutte le vecchie monete battute nell’isola prima dei Savoia - tra le quali figuravano ancora i pezzi d’argento di Carlo V e persino il Reale di Ferdinando V, coniato ben 250 anni prima e vengono immessi nella circolazione i pezzi di nuovo conio. A riforma compiuta il sistema dei tagli si compone di dodici valori, rapportati tra loro in modo semplice, dei quali 3 sono in oro: Carlino, Mezzo Carlino e Doppietta; 3 in argento: Scudo, Mezzo Scudo e Quarto di Scudo; 3 in mistura: Reale, Mezzo Reale e Soldo e 3 in rame: 3 Cagliaresi, 1 Cagliarese e Mezzo Cagliarese.
I tre nominali d’argento (scudo = 10 reali, 1/2 scudo = 5 reali, 1/4 di scudo = 2 reali e mezzo) introdotti con la nuova riforma hanno un contenuto d’argento fino sensibilmente inferiore a quello teorico dei pezzi corrispondenti di Carlo II (scudo e mezzo scudo), di Filippo V e di Carlo d’Austria (quarto di scudo). Il fatto non deve sorprendere: infatti, allo scopo di poter cambiare alla pari i vecchi tagli con i nuovi, si tenne conto non del peso teorico ma del peso effettivo delle vecchie monete, che si era ridotto per l’usura subita in molti decenni di circolazione.
Sotto Vittorio Amedeo III (1773-1796), negli ultimi decenni del Settecento, il rapporto di valore tra oro e argento cambiò a favore dell’oro. Pertanto la Doppietta, che valeva due scudi d’argento, cioè 20 reali, passò al valore di 21 reali (5 lire e 5 soldi). In proporzione variò la tariffa del Mezzo Carlino e del Carlino: quest’ultimo passò dal valore di 100 reali (25 lire sarde) a quello di 105 reali (26 lire e 5 soldi).
Tutte queste monete restarono in circolazione fino al 1864, anno in cui vennero sostituite con le monete decimali del Regno d’Italia. E’ interessante conoscere come venne fissato il cambio e con quali nomi il popolo (nella fattispecie gli abitanti di Cagliari e della Sardegna meridionale) continuerà a chiamare, fino alla metà di questo nostro secolo, i tagli più usati delle nuove monete:
Carlino d’oro L. 50
1/2 Carlino d’oro L. 25
Doppietta L. 10
Scudo (10 reali) L. 4,80 Iscudu
1/2 Scudo (5 reali) L. 2,40 Mesu iscudu
1/4 di Scudo (2,5 reali) L. 1,20 Duas pezzas e mesu
Reale L. 0,48 Pezza
1/2 Reale L. 0,24 Mesu pezza
Soldo L. 0,10 Soddu
3 Cagliaresi L. 0,05 Pezza de tres o tres arrealis
Cagliarese (2 denari) L. 0,01 Arreali
1/2 Cagliarese (1 denaro) L. 0,01 Dinareddu o pizzulu
Quest’ultimo taglio fu equiparato al cambio, dato il suo minimo valore, al Cagliarese.
Questi valori, col tempo, furono “arrotondati”; s’iscudu si chiamò la moneta da 5 lire, pezza la moneta da mezza lira o 50 centesimi, mesu pezza quella da 25 centesimi, su soddu era la moneta da 10 centesimi, i 5 centesimi si chiamarono tres arrealis e così via. Da notare, infine, che il nome con cui si chiamò la moneta più piccola, pizzulu, non era altro che il pixol («picciolo»), il nome usato dal popolo, da Martino I - e cioè dalla fine del ’300 - in poi, per indicare tutte le monete minute.
Nel febbraio del 1793, sotto Vittorio Amedeo III, la zecca di Cagliari riprende la sua attività, dopo un’interruzione di molti decenni, per coniare un Reale su cui ricompare la leggenda INIMICOS EIVS INDVAM CONFVSIONE. Dalle note di un funzionario di governo, Matteo Luigi Simon, apprendiamo che questa è una moneta «sussidiaria», probabilmente necessaria per poter corrispondere la paga giornaliera alle migliaia di miliziani e di soldati arruolati in gran fretta per il temuto sbarco dei Francesi; anche se poi lo sbarco non ebbe successo e il bisogno di monete diminuì, la zecca cagliaritana continuo a battere questo tipo di reale fino al 1799, sotto Carlo Emanuele IV.
La zecca di Cagliari entrò nuovamente in funzione sotto Vittorio Emanuele I, quando si provvide all’emissione di una moneta da 1 Reale in mistura nel 1812 e da 3 Cagliaresi in rame nel 1813. Fu progettata anche una moneta da un Cagliarese, che però non fu prodotta. Con l’emissione della moneta da 3 Cagliaresi si chiude definitivamente l’attività della zecca di Cagliari, cosi come si chiude la storia della monetazione più propriamente «sarda».
Durante il regno di Carlo Alberto (1831-1849) circolavano ancora le vecchie monete tagliate sul sistema monetario sardo; siccome avevano preso il sopravvento, come massa circolante, le nuove monete piemontesi a sistema decimale (lira e centesimo) che si coniavano già dal 1816, quando si presentò l’esigenza di alimentare la circolazione minuta nell’isola con l’emissione di nuove monete di piccolo taglio, si decise di emettere una serie di monete di rame da 5, 3 e 1 Centesimo, che rientravano nel sistema decimale già in vigore nel Piemonte.
Fonti: testi sono stati presi dal libro di Enrico Piras: Le Monete della Sardegna, 1996, pp.121-249 ed. Banco di Sardegna e adattati per l'occasione da Marco Piga, mentre le monete appartengono tutte alla Ex Collezione Mario Forteleoni.
mercoledì 11 luglio 2012
Stonehenge, suonava come una chiesa cristiana?
Fonte: Archeorivista
Gran Bretagna. Stonehenge risuonava come una cattedrale cristiana
Una ricerca durata quattro anni proverebbe che il magico sito inglese aveva caratteristiche acustiche fondate non sull’eco ma sul riverbero, che creava un effetto simile a quello delle chiese cristiane. Per l’uomo del Neolitico camminare a Stonehenge rappresentava un’esperienza “acustica” simile a quella avvertita quando si passeggia lungo una cattedrale. È l’ipotesi di una équipe di studiosi dell’Università di Salford che negli ultimi quattro anni sta analizzando le proprietà acustiche del famoso sito per scoprire dati che possano rivelare il mistero dell’antico monumento.
Secondo questa teoria, il luogo magico custodito dai monoliti reagirebbe all’attività acustica in una maniera che doveva sembrare incredibilmente nuova agli uomini che vivevano cinque mila anni fa: vibrazioni e riverberi che producevano un suono sconosciuto e impossibile da udire altrove, che rimbalzava e cresceva. Non un’eco ma un effetto riverbero di un secondo, analogo a quello che si percepisce nelle cattedrali che per l’uomo del Neolitico rappresentava verosimilmente un’esperienza sonora e soprattutto religiosa. Lo studio ha portato alla realizzazione di una simulazione audio in 3D che consente, grazie a un sistema di 64 canali sonori e voci, di riprodurre in modo accurato e coinvolgente come Stonhenge “suonava”.
La datazione del visitatissimo sito, patrimonio dell’umanità, indica che la realizzazione del monumento fu incominciata attorno al 3100 a.C. e si concluse attorno al 1600 a.C. e permette di scartare alcune ipotesi sulla sua costruzione, come la più popolare che vede nei Druidi gli artefici dell’opera. Tuttavia la civiltà dei Celti, che fondò il sacerdozio dei Druidi, si sviluppò soltanto dopo il 300 a.C. Inoltre, è poco credibile che i costoro avessero usato il sito per i sacrifici, visto che eseguivano molti dei loro rituali nei boschi o in montagna, luoghi più adeguati di un campo aperto per le loro cerimonie. Invece, il fatto che i Romani sbarcarono per la prima volta sull’isola quando Giulio Cesare condusse una spedizione nel 55 a.C, nega l’ipotesi di Inigo Jones, condivisa anche da altri, secondo cui Stonehenge ricorderebbe un tempio romano.
martedì 10 luglio 2012
La principessa Tsìppiri
Sono lieto di annunciare a tutti gli amici del quotidiano on line, che oggi, 10 Luglio 2012, è stato pubblicato Tsìppiri, un romanzo storico ambientato nel 540 a.C.
Il libro in formato pdf è scaricabile gratuitamente al link http://www.tsippiri.sardu.eu/
E' un lavoro che ha coinvolto un gruppo di 3 "amici" che non si conoscono personalmente, due disegnatori che hanno contribuito a "visualizzare" parte della storia, e un tecnico che ha provveduto a inserire in rete tutto il materiale.
Abbiamo deciso di offrire, sempre gratuitamente, una serie di pagine di presentazione relative al libro al link: http://tsippiri.sardu.eu/
Tutti i diritti su testi, disegni e immagini sono di proprietà degli autori.
domenica 8 luglio 2012
Sardi, Shardana e El Ahwat
Sardi e Shardana: Le ragioni dell’identità e la questione di El Ahwat
di Giovanni Ugas
A metà del mese scorso, Giovanni Ugas ha parlato in Israele, in un convegno promosso dall’Università di Haifa, del ruolo degli Shardana del Vicino Oriente e della identificazione degli Shardana coi Sardi.
Finora sono decisamente limitate le ricerche sul terreno che hanno portato a individuare le tracce degli Shardana nel Vicino Oriente. Ricordo quelle di Moshè Dothan e di Jonathan Tubb. Non so se Adam Zertal avesse l’obiettivo di trovare a el Ahwat un insediamento degli Shardana, certo è che la sua indagine ha aperto una nuova strada investigativa sul campo che si innesta sull’antico percorso teorico avviato da De Rougée e da Chabas, quello dell’origine occidentale degli Shardana, troppo affrettatamente messo in disparte dall’archeologia e dalla storiografia dopo gli studi del Maspero. Con questo intervento, che procede lungo un analogo orientamento, intendo offrire il mio pensiero sulle problematiche dell’origine degli Shardana, sui loro possedimenti nel Vicino Oriente e sul significato di El Ahwat.
Presenze e stanziamenti degli Shardana nel Vicino Oriente
Nel Vicino Oriente al servizio dei re d’Egitto.
La storia degli Shardana nel Vicino Oriente inizia nel XV a.C. quando gli inviati delle Iww ḥiryw ib nw wɜḏ Wr, ossia delle “Isole nel cuore del Verde Grande” portano i loro doni per i re egizi Ashepsuth,Tuthmosis III e Amenofi II nelle tombe tebane dei visir Senmut, Useramon e Rekhmira. Infatti, diverse ragioni sostengono che fossero Shardana questi isolani che insieme ai principi Cretesi di Kephtyu portavano i loro prodotti ai faraoni. Innanzitutto, il colorito rosso bruno della pelle e le caratteristiche fisionomiche, alcuni capi d’abbigliamento, le spade a robusta lama triangolare e forse già lo scudo tondo degli abitanti delle Isole nel cuore sono peculiari anche degli Shardana raffigurati nei rilievi di Ramesse II (Figura 1) e Ramesse III. Inoltre, tra le genti delle Isole nel cuore, gli Shardana sono i primi e i soli che per circa 150 anni, almeno da tempi di Amenofi IV (prima metà XIV a.C.) al regno di Meremptah (ultimo quarto XIII), risultano esplicitamente menzionati nei documenti egiziani. Peraltro, le tavolette di el Amarna e di Ugarit, sebbene risalenti al XIV a.C., contengono informazioni che fanno retrocedere già ai tempi di Tuthmosis III e Amenofi II la più antica presenza degli Shardana nelle guarnigioni delle cittadelle del Vicino Oriente.
Pertanto, quando salì al trono Ramesse II, gli Shardana non erano affatto ignoti agli Egizi. Già prima di Kadesh, il grande faraone li definì “guerrieri dal cuore risoluto, invincibili sul mare” e non a caso li considera un valido alleato contro gli Ittiti e gli altri popoli dell’Est e, fin dai primi anni del suo regno, gli Shardana formano il corpo di guardia e, non di meno, sono schierati nella fanteria a Dapur e a Kadesh, come si evince dalle immagini di queste battaglie e dal papiro Anastasi I. Mirando ad ampliare i domini egizi nelle province del Nord-Est, Ramesse II assolda anche Mashuesh e Kahek del Nord Africa, facendoli passare, come gli Shardana, da “prigionieri di guerra”, ma di fatto essi hanno lo status di soldati mercenari compensati con terre e altri benefici. In Egitto, oltre a essere stanziati in fortezze, gli Shardana risultano assegnatari di fertili campi soprattutto su una fascia di 80 km nel medio Egitto, lungo il corso del Nilo e del canale di Bahr Yusuf (Gardiner, Kemp). Altri mercenari continuarono a essere stanziati nel Vicino Oriente per il controllo delle guarnigioni provinciali.
Scomparso Ramesse II, l’intesa con gli Shardana e i popoli del Nord Africa va in frantumi e, anzi, tra gli ex alleati inizia un lungo conflitto durato 50 anni, dal 5° anno di Meremptah (circa il 1224) all’anno 11° di Ramesse III (circa 1170 a.C). La guerra, condotta dagli Shardana coalizzati con altri Popoli del Mare e i Nord Africani Mashuesh, Libi e altri, era finalizzata a raggiungere un obiettivo ambizioso: l’abbattimento dei più grandi imperi del Mediterraneo, a cominciare dall’Egitto e da Hatti; tale progetto non poteva essere concepito senza un esercito forte e numeroso, e senza un’adeguata strategia politica e militare. Nel disegno prefissato, i popoli del Nord Africa miravano a estendere i loro domini sino al delta occidentale del Nilo mentre gli Shardana e gli altri Popoli del Mare tendevano a impadronirsi delle terre a Est del grande fiume. L’obiettivo fu raggiunto al tempo di Ramesse III (Figura 2);
il re a mala pena riuscì a conservare le terre bagnate dal corso del Nilo. Nel tempio di Medinet Habu, Ramesse III sostiene che i Popoli del Mare travolsero l’impero ittita e “tutto l’orbe terrestre”, partendo dall’Amurru che divenne una fondamentale base d’appoggio per le loro campagne di guerra a sud e a Nord. Ovviamente, il re tace sulle sconfitte che portarono alla perdita delle sue terre provinciali nel Vicino Oriente e ritrae i re dei popoli nemici prigionieri tra cui il capo ribelle degli Shardana.
1.2. I domini degli Shardana nel Vicino Oriente
Non è semplice restituire la porzione di territorio assegnata agli Shardana nella ripartizione delle terre strappate a Ramesse III dai Popoli de Mare nel Vicino Oriente. È da credere, però che sulle scelte insediative dei singoli popoli, Pelaset, Sikali, Shardana, Wshesh e Dayniun, abbia pesato il ruolo di coordinamento, se non di leadership, assunto dagli Shardana per la precedente esperienza maturata in tre secoli di presenze nelle cittadelle egizie del Vicino Oriente, presumibilmente, oltre che a Ugarit e Biblo, anche a Tiro sulla costa e a Megiddo, Bet Shean e Hazor all’interno. È presumibile, in sostanza che gli Shardana si siano stabiliti in terre ben note e meglio confacenti alle loro strategie economiche e politiche. Ma dove precisamente?
L’Onomasticon di Amenope, della fine del XII a.C., informa che gli Shardana erano insediati in sequenza dopo i Pelaset e i Sikali (Tjekker) che, stando al racconto del sacerdote egizio Unamon, dimoravano nella regione di Dor. I testi egizi esaminati da Gardiner e da Yadin e le considerazioni di M. Dothan sui reperti del Miceneo IIIC di Akko inducono a pensare che gli Shardana si stanziarono non solo più a Nord, ma anche prima dei Filistei. Ciò premesso, il passo del Vecchio Testamento (Giudici 4,1-23) relativo alla sconfitta inflitta presso il rio Qishon dagli Israeliti di Barak e Deborah al generale Sisara, che aveva la sua sede in Haroshet ha Goiym ed era dunque a capo di stranieri (non Cananei), porta a ritenere che gli Shardana avessero conquistato, tra gli altri territori, la valle di Jezrael. Qui, si trovavano le città di Iokneam, Megiddo, Taanak e Ybleam che non furono occupate da Israele al tempo di Giosuè e dei Giudici (Giosuè 3-21; Giudici 1,27), così come Beth Shean. I confini dei domini degli Shardana dovevano raggiungere e attraversare la fascia pianeggiante immediatamente a est del Giordano, controllata a sud del lago Tiberiade da Beth Shean e verosimilmente da Sartan, l’odierna Tel Sa’id’iydia, nell’importante area metallurgica presso il guado di Adam (I Re 7,46, Giosuè 3,16), dove gli Shardana, secondo J. Tubb erano stanziati alle dipendenze degli Egizi, ma è da credere che poi si stabilissero in conto proprio.
Non di meno, dovevano appartenere agli Shardana i territori di Neftali, il cui capoluogo Hasor era la sede di Yabin, alleato o capo politico di Sisara (Giosuè 11,1-14), e di Zabulon. Entrambe le regioni, secondo Isaia (8, 23), facevano parte della Gelil Goiym ossia “la Galilea degli Stranieri” e dovevano dipendere militarmente se non politicamente da Haroshet ha Goiym. Questi invasori di Gelil, come ritiene anche A. Zertal, possono ben essere le “genti delle Isole” note ai testi egiziani e menzionate in Genesi (10, 4-5). Il nome di Zabulon è identificato da G. Garbini col coronimo Sbrj che nell’Onomastico di Amenope indica una terra contigua a quella degli Shardana. Ora, poiché Neftali e Zabulon formano l’entroterra di Asher, ne consegue che facevano parte dei domini degli Shardana anche la stessa fascia d’approdo e costiera di Asher, a Nord dei litorali di Dor. In Asher erano ubicate non solo Akko, dove Moshé Dothan ha individuato uno strato di distruzione e d’occupazione attribuito agli Shardana, e Akziv, sito portuale non trascurabile, ma a giudicare dai confini tribali restituiti nelVetus Testamentum (Giosuè 19,28-29), anche le città fenicie di Tiro e Sidone. È assai probabile che nel citato itinerario del sacerdote Unamon, Tiro fosse la sede più rappresentativa degli Shardana, anche perché al tempo di Salomone, poco più di un secolo dopo, la città è il principale referente per Asher e per gli altri territori cananei in cui, oltre agli Shardana, si stabilirono anche le tribù israelitiche settentrionali.
In sintesi, si può supporre che gli Shardana si fossero stanziati in un’area relativamente vasta i cui confini correvano tra Abu Awam e Sidone o forse Biblo lungo le coste e, in parallelo, all’interno lungo il Giordano, dall’agro di Hazor o di Dan sino a Sartan (Figura 3). In ogni caso, secondo logica, è da escludere che, dopo aver cacciato gli Egiziani dalle loro province con una lunga e dura guerra, i Popoli del Mare avessero trascurato proprio il fertile territorio pianeggiante che raccordava il Mediterraneo al Giordano e che controllava le vie di comunicazione tra la Mesopotamia, l’Egitto, la Siria, Cipro e l’Anatolia. Culturalmente gli Shardana furono assorbiti in tempi brevi dagli autoctoni Cananei e il Vecchio Testamento non li distingue più anche perché gli uni e gli altri appartenevano allo stesso ceppo dei popoli rossi mediterranei.
Shardana e Sardi: in breve le ragioni di un’identità
La gran parte degli studiosi ritiene che vi sia una relazione tra gli Shardana e la Sardegna, ma per lo più sostiene che essi giunsero nell’isola dopo gli scontri con Ramesse III. Tuttavia ciò non è possibile perché, mentre si svolgeva la civiltà nuragica dal XVI al Xa.C., in Sardegna non avvennero mutamenti politici e sociali così radicali da far pensare all’arrivo di un’altra popolazione. Viceversa, molte ragioni mi inducono a prospettare la rotta inversa percorsa da Ovest a Est e a identificare gli Shardana con i Sardi.
Esattamente come le Isole nel cuore del Verde Grande, la Sardegna è immersa in mezzo al Mediterraneo, possiede grandi quantità d’argento e altri importanti minerali. L’isola era celebrata dagli antichi Greci non solo per la sua bellezza e il suo clima, ma anche per la ricchezza di bestiame, i prodotti agricoli e dunque era capace di mantenere una notevole popolazione. Nell’età del Bronzo la Sardegna era abitata da tre popoli: gli Iliesi (Iolaioi dei Greci; Ilienses dei Romani) di origine mediterranea sud-orientale, stanziati nel Centro Sud, i Corsi, di stirpe ligure e i Balari di origine iberica al Nord (Figura 4).
Nel XIII-XII a.C., su una superficie di kmq. 24.000, l’isola era densamente popolata (circa 450-700 mila abitanti), a giudicare dal numero elevato di nuraghi (circa 7.500) e dei villaggi (circa 2500-3000). La società nuragica era strutturata in tribù governate da un capo tribale, che risiedeva nel castello, munito di cinta esterna e difeso da una guarnigione, e da capi subalterni di distretti cantonali, che dimoravano nei castelli senza muraglia turrita esterna. La forza lavoro era affidata ai villaggi, dove si trovavano il tempio e l’autorità sacerdotale(Figura 5).
A giudicare dal numero dei castelli con cinta turrita esterna e dalle notizie della letteratura antica sul numero delle dinastie dei re iolei (Iliesi), nel complesso, le tribù assommavano a circa 50-60 e ognuna di esse disponeva di un territorio mediamente di non grande estensione (circa kmq 450-500). Come suggerisce, tra l’altro, il sacrificio rituale dei vecchi padri, la società nuragica era caratterizzata da un’arcaica successione ereditaria matrilineare che richiedeva la fondazione continua di nuovi nuraghi e villaggi. Questo sistema di popolamento, inizialmente positivo perché consentiva di controllare sempre più capillarmente il territorio e di assegnare nuove terre, a lungo andare portava alla progressiva parcellizzazione dell’agro tribale e alla saturazione dei terreni disponibili e perciò doveva provocare fenomeni di emigrazione per la ricerca di terre, analoghi a quelli delle popolazioni italiche (ver sacrum) e a quelli degli Shardana e di altri Popoli del Mare costretti alla fuga dalla loro terra e a diventare mercenari.
Nel tempo in cui si svolsero le vicende dei Popoli del Mare, la Sardegna conobbe una straordinaria civiltà. L’architettura nuragica coniuga le antiche esperienze megalitiche occidentali con le innovazioni tecnologiche e stilistico-formali dell’Est mediterraneo, offrendo una sensazione di vigoria e razionalità, armonia ed eleganza. Basta osservare i possenti castelli senza e con cinta esterna), alti anche 25-27 metri (esempi: Arrubiu- Orroli, Su Nuraxi- Barumini, su Mulinu-Villanovafranca, S. Antine Torralba; le tombe collettive con stele centinata che ricorda quelle egizie (esempio: Li Lolghi di Arzachena o senza stele (Madau di Fonni: e i templi ”a megaron” (Malchittu) e a pozzo (Ballao, S. Anastasia e Santa Cristina).
Non diversamente dall’isola degli Shardana, la Sardegna aveva stretti contatti con l’Egeo. Tra il XV e il XIII a.C. pervennero nell’isola molti manufatti cretesi e micenei, in ceramica (Nuraghe Arrubiu), pasta vitrea (San Cosimo) e avorio (Mitza Purdia), oltre che numerosi lingotti ox hide da Cipro, via Creta (Nuragus) e anche un sigillo a cilindro, di produzione cipriota se non ugaritica (Su Fraigu), mentre viceversa la ceramica nuragica giunse a Cannatello in Sicilia, a Tirinto e soprattutto a Kommòs porto di Festo in Creta (Figura 6).
I Sardi dell’età del Bronzo non facevano uso della scrittura, come gli Shardana, mentre utilizzavano un sistema di misura lineare e uno ponderale, basato su gr. 5,5 come quello egreo-micrasiatico, che agevolava i commerci con l’Egeo e l’Est del Mediterraneo. Anche la letteratura greca adombra rapporti, e non sempre pacifici, tra la Sardegna e l’Egeo. Simonide di Keos tramanda di un assedio dei Sardi a Creta difesa da Talos, l’eroe di bronzo al servizio di Minosse. Inoltre, Medusa regina dei Sardi e di altri popoli occidentali, avrebbe affrontato Perseo, re di Micene, restando sconfitta (decapitata), ma d’altra parte Igino (Fab. 275) e altri collocano Sarda, figlia di Stenelo e Medusa nella dinastia regale di Tirinto.
È palese che se i Sardi, come gli Shardana, mantenevano strette relazioni politiche e commerciali con Creta, oltre che con la Grecia Continentale e con Cipro, potevano allacciare rapporti anche con l’Egitto e col Vicino Oriente, benché l’archeologia non offra ancora chiare risposte. Peraltro, la Sardegna possedeva scorte di rame non inferiori a quelle delle più grandi potenze economiche del tempo e dunque era in grado di armare un grande esercito e una grande flotta. Stando a Herodotos, il mare Sardo si estendeva dal Tirreno allo stretto di Gibilterra (Colonne d’Eracle e ciò implica un antica talassocrazia occidentale dei Sardi. Ancora alla fine del VI a.C, i Sardi prima di perdere la loro indipendenza ad opera dei Cartaginesi li sconfissero in battaglia campale e, stando a Servius e a Diodoros Sikelos, li affrontarono anche in battaglia navale.
Dal quadro complessivo dei dati emerge che i Sardi erano guerrieri esperti nei compiti di guardia e di assedi ad alte mura, in particolare erano frombolieri, arcieri, e soprattutto formidabili spadaccini. Dalla fine del XVII almeno sino al XIV a.C. usarono spade da punta e da taglio, a larga lama triangolare tipo Sant’Iroxi/el Argar, decisamente simili alle spade dei principi delle isole raffigurati nella tombe tebane di Senmut e Rekhmira (Figura 7) e a quelle degli Shardana di Kadesh e Dapur. Anche più tardi (nel XII-IX a.C.) continuarono a preferire queste armi, sia pure oramai modificate, come le spade tipo Huelva di Monte Idda e Siniscola,e quelle costolate, strette e assai lunghe (m.1,20-1,40 tipo Villasor che ricordano quelle di tre cubiti dei Mashwesh.
I Sardi conservano a lungo i loro costumi, com’è ancora evidente dall’etnografia, e la bronzistica figurata del I Ferro (IX-VIII a.C.) restituisce ancora spadaccini che combattono con lo scudo tondo, indossano per copricapi elmi cornuti (Teti Figura 8), e vestono corazze di lino e di bronzo (Teti e Sardara) e gonnellini sia corti che a coda triangolare che ricordano quelli degli Shardana (Serri). La comparsa iconografica dello scudo tondo e dell’elmo cornuto a Micene (Vaso dei guerrieri) e a Cipro nel dio del lingotto di Enkomi è successiva alle prime presenze degli Shardana in Egitto (Battaglia di Dapur, di Kadesh) ed è da mettere in rapporto con i movimenti degli stessi Sardi, da mercenari e da invasori, alla fine del XIII e agli inizi del XII a.C. e non viceversa con movimenti dalla Grecia o da Cipro verso la Sardegna. Non diversamente dagli Shardana i Sardi erano marinai, e ancora nel I Ferro usavano navi con protomi zoomorfe sulla prua, sia di animali cornuti, come i vascelli reffigurati nel vaso di Skyros e in altri fittili del XII a.C., sia di uccelli (Su Mulinu) che richiamano più da vicino in particolare le navi dei Popoli del Mare che affrontarono la flotta di Ramesse III (Figura 9).
Occorre considerare ancora che la Sardegna è ubicata di fronte alla Tunisia , da riconoscere nel Djamah, vale a dire la terra di Giama (al tempo dei Romani la città regia dei Numidi) abitata dai Mashwesh (i Maxyes di Erodoto; Masaesiles in età romana) e dai Kahek. Questa relazione geografica spiega assai bene l’intesa tra i Popoli del Nord-Africa e gli Shardana e le preferenze insediative dei Popoli del Nord Africa, a Ovest del Nilo, e dei Popoli del Mare a Est.
I dati antropologici neolitici e dell’età del Bronzo, indicano che i Sardi Iliesi erano dolicomorfi prossimi ai Cretesi e agli Egizi (F. Germanà) e considerata anche la tradizione letteraria sull’ecista Sardo di stirpe libio-egizia (Pausania), essi appartenevano allo stesso ceppo degli Shardana e degli inviati delle Isole nelle tombe tebane, caratterizzati dal colorito rosso bruno della pelle che li identificava come genti mediterranee distinte da quelle semitiche e indoeuropee.
In breve, per nessun altro popolo (Illiri, Micenei, Libi, Anatolici occidentali, Colchi, Ciprioti e Siriani) si può portare a sostegno dell’identificazione con gli Shardana un complesso così organico di argomenti di carattere geografico, storico e culturale come quello che si può presentare per giustificare il riconoscimento degli Shardana con i Sardi.
3. El Ahwat e la civiltà nuragica
Le ricerche e gli studi di Adam Zertal hanno ben evidenziato la funzione militare e di residenza amministrativa della cittadella di el Ahwat nel periodo che corre tra la seconda metà del XIII a.C. e la prima metà del XII a.C., un periodo cruciale in cui i popoli del Mare s’insediarono nel Vicino Oriente, cacciando via gli Egizi. Ubicata a oltre m. 300 di quota in una formidabile posizione strategica, la cittadella di El Ahwat controllava sia la piana di Sharon in cui s’insediarono i Sekali, sia la piana di Megiddo, occupata dagli Shardana dopo la cacciata degli Egizi. Nell’architettura e nella cultura materiale della cittadella, Zertal ha intravvisto alcuni segni di un influsso occidentale e particolarmente sardo e corso.
Al riguardo è opportuno fare qualche considerazione. In ambito nuragico del XIII-XII a.C. i villaggi sono sguarniti di mura, mentre sono fortificate le residenze dei capi che, come si è visto, sono veri e propri castelli. Inoltre le case mostrano una pianta circolare, e solo nella piana del Campidano di Cagliari (Monte Zara di Monastir in Sardegna sono note case a più ambienti e a muri rettilinei in mattoni di fango su zoccolo di pietre piccole, come nell’abitato di el Ahwat.
Sul piano della monumentalità gli elementi dell’architettura di el Ahwat non possono essere avvicinati ai tholoi delle camere, alte da 7 a 12 metri (esempi nei Nuraghi Arrubiu e Is Paras, ai corridoi dei bastioni dei nuraghi (esempi Su Mulinu e S. Antine). Anche a el Ahwat mi sarei aspettato una grandiosità architettonica, paragonabile a quella che si osserva in Sardegna, e prossima a quella attestata nel XIII a.C. nei tholoi delle tombe micenee (Vedi foto), nelle porte con ingressi a taglio ogivale di Ugarit, Megiddo e Micene (Porta dei Leoni), nel corridoio delle mura di Tirinto nelle opere idrauliche di Micene (Fonte Perseia), Djarlo in Bulgaria, Megiddo e infine nell’armoniosa camera funeraria di Inerkau in Egitto.
Tuttavia, sul piano formale, le piccole celle coperte a cupola (tholos) ubicate sia all’interno della cittadella, come la U409 preceduta da un corridoio (sita presso la Tower 53), sia all’esterno delcity wall, come le U461-462 (vedi foto) richiamano palesemente le camere coperte con la volta delle torri dei nuraghi.
Pertanto, non è da escludere che le ridotte proporzioni delle costruzioni circolari di el Ahwat siano derivate da un processo di adattamento alle esigenze locali, determinato sia dall’impiego di pietrame di medio-piccola pezzatura, sia dalla funzione più modesta delle stesse, quella di ripostigli, guardiole o altro. Soprattutto è sorprendente l’analogia tecnica e formale con le torri nuragiche degli edifici circolari 461-462 di el Ahwat costruiti a filari con pietre di media e quasi grande pezzatura e provvisti di due paramenti murari. Per questi ultimi, se la cronologia è quella del XIII a.C., vedrei bene un apporto costruttivo occidentale, anche sardo.
A. Zertal ha ravvisato delle somiglianze anche tra il corridoio ricurvo con nicchia ellittica U307 presso la Tower 50 disposto trasversalmente nel City Wall e i corridoi con celletta o nicchia presenti nei casteddi (Torra con cinta) di Cuccuruzzu e di Araghju in Corsica. L’analogia formale è innegabile, ma, come nel caso delle cellette ellittiche di Su Mulinu, questi elementi costruttivi torreani potrebbero appartenere già al XV-XIV a.C. e non al XIII- XII a.C. come la cittadella di el Ahwat.
Per quanto attiene la cultura materiale mobile, non si riscontra a el Ahwat alcun caso d’importazione di ceramica grigia sarda, ma si osserva qualche interessante affinità formale e ornamentale. Alcune forme di coppe nel profilo e nel labbro ingrossato di El Ahwat ricordano le coppe in ceramica grigio ardesia e gialle dell’isola e anche le grandi conche con orlo ingrossato “chiodiforme” e presa bilobata di el Ahwat richiamano simili conche sarde (Figura 10).
Sorprende, inoltre, in manufatti fittili di el Ahwat la presenza di fasce a zig-zag e a chevrons, impresse con un punteruolo; dunque si riscontrano tecniche e sintassi geometriche ornamentali apparse nell’isola già nel XIII a.C. (Madonna del Rimedio-Oristano, su Nuraxi di Barumini) e diffuse ampiamente tra il X e il IX a.C. (Lipari). Anche la decorazione stellare e a cerchi concentrici a punti impressi per decorare i pani, presente nei coperchi di el Ahwat, è frequente nei tegami in ceramica sardi (S. Antine) (Figura 11).
Alla scarsa visibilità degli Shardana (e dei Sardi) nel Vicino Oriente, può aver contribuito il fatto che essi militarono a lungo come mercenari e dunque potevano adattarsi più facilmente alla cultura locale, ma ci si attenderebbe almeno qualche manufatto d’importazione, in particolare qualche utensile e arma in bronzo che ai Sardi interessavano ben più della ceramica. Qualche segno sembra provenire dalle asce bipenni e dai pugnali di Tel Sa’id’iydia.
Le prime trovano confronto con asce sarde ma nell’ambito di un più ampio panorama mediterraneo; diversamente i pugnali di Sartan (Figura 12), richiamano puntualmente, per l’aspetto formale e l’ornato geometrico, analoghe armi sarde (esempi: Abini-Teti, Crescioleddu di Olmedo, S. Anastasia di Sardara (Figura 13), e si può ben prospettare una loro origine sarda, in luogo di quella micenea ipotizzata dal Tubb.
In conclusione, nell’area del Vicino Oriente in cui è presumibile che si siano stanziati gli Shardana, cominciano a emergere sia nell’architettura delle fortificazioni e dell’idraulica, sia nei manufatti mobili, segni non trascurabili della presenza dei Sardi nel Vicino Oriente prima e dopo le invasioni dei Popoli del Mare. El Ahwat offre un apporto notevole in questa prospettiva delle indagini ed è auspicabile una ripresa delle ricerche nel sito.
Fonte: http://www.gianfrancopintore.blogspot.it/
di Giovanni Ugas
A metà del mese scorso, Giovanni Ugas ha parlato in Israele, in un convegno promosso dall’Università di Haifa, del ruolo degli Shardana del Vicino Oriente e della identificazione degli Shardana coi Sardi.
Finora sono decisamente limitate le ricerche sul terreno che hanno portato a individuare le tracce degli Shardana nel Vicino Oriente. Ricordo quelle di Moshè Dothan e di Jonathan Tubb. Non so se Adam Zertal avesse l’obiettivo di trovare a el Ahwat un insediamento degli Shardana, certo è che la sua indagine ha aperto una nuova strada investigativa sul campo che si innesta sull’antico percorso teorico avviato da De Rougée e da Chabas, quello dell’origine occidentale degli Shardana, troppo affrettatamente messo in disparte dall’archeologia e dalla storiografia dopo gli studi del Maspero. Con questo intervento, che procede lungo un analogo orientamento, intendo offrire il mio pensiero sulle problematiche dell’origine degli Shardana, sui loro possedimenti nel Vicino Oriente e sul significato di El Ahwat.
Presenze e stanziamenti degli Shardana nel Vicino Oriente
Nel Vicino Oriente al servizio dei re d’Egitto.
La storia degli Shardana nel Vicino Oriente inizia nel XV a.C. quando gli inviati delle Iww ḥiryw ib nw wɜḏ Wr, ossia delle “Isole nel cuore del Verde Grande” portano i loro doni per i re egizi Ashepsuth,Tuthmosis III e Amenofi II nelle tombe tebane dei visir Senmut, Useramon e Rekhmira. Infatti, diverse ragioni sostengono che fossero Shardana questi isolani che insieme ai principi Cretesi di Kephtyu portavano i loro prodotti ai faraoni. Innanzitutto, il colorito rosso bruno della pelle e le caratteristiche fisionomiche, alcuni capi d’abbigliamento, le spade a robusta lama triangolare e forse già lo scudo tondo degli abitanti delle Isole nel cuore sono peculiari anche degli Shardana raffigurati nei rilievi di Ramesse II (Figura 1) e Ramesse III. Inoltre, tra le genti delle Isole nel cuore, gli Shardana sono i primi e i soli che per circa 150 anni, almeno da tempi di Amenofi IV (prima metà XIV a.C.) al regno di Meremptah (ultimo quarto XIII), risultano esplicitamente menzionati nei documenti egiziani. Peraltro, le tavolette di el Amarna e di Ugarit, sebbene risalenti al XIV a.C., contengono informazioni che fanno retrocedere già ai tempi di Tuthmosis III e Amenofi II la più antica presenza degli Shardana nelle guarnigioni delle cittadelle del Vicino Oriente.
Pertanto, quando salì al trono Ramesse II, gli Shardana non erano affatto ignoti agli Egizi. Già prima di Kadesh, il grande faraone li definì “guerrieri dal cuore risoluto, invincibili sul mare” e non a caso li considera un valido alleato contro gli Ittiti e gli altri popoli dell’Est e, fin dai primi anni del suo regno, gli Shardana formano il corpo di guardia e, non di meno, sono schierati nella fanteria a Dapur e a Kadesh, come si evince dalle immagini di queste battaglie e dal papiro Anastasi I. Mirando ad ampliare i domini egizi nelle province del Nord-Est, Ramesse II assolda anche Mashuesh e Kahek del Nord Africa, facendoli passare, come gli Shardana, da “prigionieri di guerra”, ma di fatto essi hanno lo status di soldati mercenari compensati con terre e altri benefici. In Egitto, oltre a essere stanziati in fortezze, gli Shardana risultano assegnatari di fertili campi soprattutto su una fascia di 80 km nel medio Egitto, lungo il corso del Nilo e del canale di Bahr Yusuf (Gardiner, Kemp). Altri mercenari continuarono a essere stanziati nel Vicino Oriente per il controllo delle guarnigioni provinciali.
Scomparso Ramesse II, l’intesa con gli Shardana e i popoli del Nord Africa va in frantumi e, anzi, tra gli ex alleati inizia un lungo conflitto durato 50 anni, dal 5° anno di Meremptah (circa il 1224) all’anno 11° di Ramesse III (circa 1170 a.C). La guerra, condotta dagli Shardana coalizzati con altri Popoli del Mare e i Nord Africani Mashuesh, Libi e altri, era finalizzata a raggiungere un obiettivo ambizioso: l’abbattimento dei più grandi imperi del Mediterraneo, a cominciare dall’Egitto e da Hatti; tale progetto non poteva essere concepito senza un esercito forte e numeroso, e senza un’adeguata strategia politica e militare. Nel disegno prefissato, i popoli del Nord Africa miravano a estendere i loro domini sino al delta occidentale del Nilo mentre gli Shardana e gli altri Popoli del Mare tendevano a impadronirsi delle terre a Est del grande fiume. L’obiettivo fu raggiunto al tempo di Ramesse III (Figura 2);
il re a mala pena riuscì a conservare le terre bagnate dal corso del Nilo. Nel tempio di Medinet Habu, Ramesse III sostiene che i Popoli del Mare travolsero l’impero ittita e “tutto l’orbe terrestre”, partendo dall’Amurru che divenne una fondamentale base d’appoggio per le loro campagne di guerra a sud e a Nord. Ovviamente, il re tace sulle sconfitte che portarono alla perdita delle sue terre provinciali nel Vicino Oriente e ritrae i re dei popoli nemici prigionieri tra cui il capo ribelle degli Shardana.
1.2. I domini degli Shardana nel Vicino Oriente
Non è semplice restituire la porzione di territorio assegnata agli Shardana nella ripartizione delle terre strappate a Ramesse III dai Popoli de Mare nel Vicino Oriente. È da credere, però che sulle scelte insediative dei singoli popoli, Pelaset, Sikali, Shardana, Wshesh e Dayniun, abbia pesato il ruolo di coordinamento, se non di leadership, assunto dagli Shardana per la precedente esperienza maturata in tre secoli di presenze nelle cittadelle egizie del Vicino Oriente, presumibilmente, oltre che a Ugarit e Biblo, anche a Tiro sulla costa e a Megiddo, Bet Shean e Hazor all’interno. È presumibile, in sostanza che gli Shardana si siano stabiliti in terre ben note e meglio confacenti alle loro strategie economiche e politiche. Ma dove precisamente?
L’Onomasticon di Amenope, della fine del XII a.C., informa che gli Shardana erano insediati in sequenza dopo i Pelaset e i Sikali (Tjekker) che, stando al racconto del sacerdote egizio Unamon, dimoravano nella regione di Dor. I testi egizi esaminati da Gardiner e da Yadin e le considerazioni di M. Dothan sui reperti del Miceneo IIIC di Akko inducono a pensare che gli Shardana si stanziarono non solo più a Nord, ma anche prima dei Filistei. Ciò premesso, il passo del Vecchio Testamento (Giudici 4,1-23) relativo alla sconfitta inflitta presso il rio Qishon dagli Israeliti di Barak e Deborah al generale Sisara, che aveva la sua sede in Haroshet ha Goiym ed era dunque a capo di stranieri (non Cananei), porta a ritenere che gli Shardana avessero conquistato, tra gli altri territori, la valle di Jezrael. Qui, si trovavano le città di Iokneam, Megiddo, Taanak e Ybleam che non furono occupate da Israele al tempo di Giosuè e dei Giudici (Giosuè 3-21; Giudici 1,27), così come Beth Shean. I confini dei domini degli Shardana dovevano raggiungere e attraversare la fascia pianeggiante immediatamente a est del Giordano, controllata a sud del lago Tiberiade da Beth Shean e verosimilmente da Sartan, l’odierna Tel Sa’id’iydia, nell’importante area metallurgica presso il guado di Adam (I Re 7,46, Giosuè 3,16), dove gli Shardana, secondo J. Tubb erano stanziati alle dipendenze degli Egizi, ma è da credere che poi si stabilissero in conto proprio.
Non di meno, dovevano appartenere agli Shardana i territori di Neftali, il cui capoluogo Hasor era la sede di Yabin, alleato o capo politico di Sisara (Giosuè 11,1-14), e di Zabulon. Entrambe le regioni, secondo Isaia (8, 23), facevano parte della Gelil Goiym ossia “la Galilea degli Stranieri” e dovevano dipendere militarmente se non politicamente da Haroshet ha Goiym. Questi invasori di Gelil, come ritiene anche A. Zertal, possono ben essere le “genti delle Isole” note ai testi egiziani e menzionate in Genesi (10, 4-5). Il nome di Zabulon è identificato da G. Garbini col coronimo Sbrj che nell’Onomastico di Amenope indica una terra contigua a quella degli Shardana. Ora, poiché Neftali e Zabulon formano l’entroterra di Asher, ne consegue che facevano parte dei domini degli Shardana anche la stessa fascia d’approdo e costiera di Asher, a Nord dei litorali di Dor. In Asher erano ubicate non solo Akko, dove Moshé Dothan ha individuato uno strato di distruzione e d’occupazione attribuito agli Shardana, e Akziv, sito portuale non trascurabile, ma a giudicare dai confini tribali restituiti nelVetus Testamentum (Giosuè 19,28-29), anche le città fenicie di Tiro e Sidone. È assai probabile che nel citato itinerario del sacerdote Unamon, Tiro fosse la sede più rappresentativa degli Shardana, anche perché al tempo di Salomone, poco più di un secolo dopo, la città è il principale referente per Asher e per gli altri territori cananei in cui, oltre agli Shardana, si stabilirono anche le tribù israelitiche settentrionali.
In sintesi, si può supporre che gli Shardana si fossero stanziati in un’area relativamente vasta i cui confini correvano tra Abu Awam e Sidone o forse Biblo lungo le coste e, in parallelo, all’interno lungo il Giordano, dall’agro di Hazor o di Dan sino a Sartan (Figura 3). In ogni caso, secondo logica, è da escludere che, dopo aver cacciato gli Egiziani dalle loro province con una lunga e dura guerra, i Popoli del Mare avessero trascurato proprio il fertile territorio pianeggiante che raccordava il Mediterraneo al Giordano e che controllava le vie di comunicazione tra la Mesopotamia, l’Egitto, la Siria, Cipro e l’Anatolia. Culturalmente gli Shardana furono assorbiti in tempi brevi dagli autoctoni Cananei e il Vecchio Testamento non li distingue più anche perché gli uni e gli altri appartenevano allo stesso ceppo dei popoli rossi mediterranei.
Shardana e Sardi: in breve le ragioni di un’identità
La gran parte degli studiosi ritiene che vi sia una relazione tra gli Shardana e la Sardegna, ma per lo più sostiene che essi giunsero nell’isola dopo gli scontri con Ramesse III. Tuttavia ciò non è possibile perché, mentre si svolgeva la civiltà nuragica dal XVI al Xa.C., in Sardegna non avvennero mutamenti politici e sociali così radicali da far pensare all’arrivo di un’altra popolazione. Viceversa, molte ragioni mi inducono a prospettare la rotta inversa percorsa da Ovest a Est e a identificare gli Shardana con i Sardi.
Esattamente come le Isole nel cuore del Verde Grande, la Sardegna è immersa in mezzo al Mediterraneo, possiede grandi quantità d’argento e altri importanti minerali. L’isola era celebrata dagli antichi Greci non solo per la sua bellezza e il suo clima, ma anche per la ricchezza di bestiame, i prodotti agricoli e dunque era capace di mantenere una notevole popolazione. Nell’età del Bronzo la Sardegna era abitata da tre popoli: gli Iliesi (Iolaioi dei Greci; Ilienses dei Romani) di origine mediterranea sud-orientale, stanziati nel Centro Sud, i Corsi, di stirpe ligure e i Balari di origine iberica al Nord (Figura 4).
Nel XIII-XII a.C., su una superficie di kmq. 24.000, l’isola era densamente popolata (circa 450-700 mila abitanti), a giudicare dal numero elevato di nuraghi (circa 7.500) e dei villaggi (circa 2500-3000). La società nuragica era strutturata in tribù governate da un capo tribale, che risiedeva nel castello, munito di cinta esterna e difeso da una guarnigione, e da capi subalterni di distretti cantonali, che dimoravano nei castelli senza muraglia turrita esterna. La forza lavoro era affidata ai villaggi, dove si trovavano il tempio e l’autorità sacerdotale(Figura 5).
A giudicare dal numero dei castelli con cinta turrita esterna e dalle notizie della letteratura antica sul numero delle dinastie dei re iolei (Iliesi), nel complesso, le tribù assommavano a circa 50-60 e ognuna di esse disponeva di un territorio mediamente di non grande estensione (circa kmq 450-500). Come suggerisce, tra l’altro, il sacrificio rituale dei vecchi padri, la società nuragica era caratterizzata da un’arcaica successione ereditaria matrilineare che richiedeva la fondazione continua di nuovi nuraghi e villaggi. Questo sistema di popolamento, inizialmente positivo perché consentiva di controllare sempre più capillarmente il territorio e di assegnare nuove terre, a lungo andare portava alla progressiva parcellizzazione dell’agro tribale e alla saturazione dei terreni disponibili e perciò doveva provocare fenomeni di emigrazione per la ricerca di terre, analoghi a quelli delle popolazioni italiche (ver sacrum) e a quelli degli Shardana e di altri Popoli del Mare costretti alla fuga dalla loro terra e a diventare mercenari.
Nel tempo in cui si svolsero le vicende dei Popoli del Mare, la Sardegna conobbe una straordinaria civiltà. L’architettura nuragica coniuga le antiche esperienze megalitiche occidentali con le innovazioni tecnologiche e stilistico-formali dell’Est mediterraneo, offrendo una sensazione di vigoria e razionalità, armonia ed eleganza. Basta osservare i possenti castelli senza e con cinta esterna), alti anche 25-27 metri (esempi: Arrubiu- Orroli, Su Nuraxi- Barumini, su Mulinu-Villanovafranca, S. Antine Torralba; le tombe collettive con stele centinata che ricorda quelle egizie (esempio: Li Lolghi di Arzachena o senza stele (Madau di Fonni: e i templi ”a megaron” (Malchittu) e a pozzo (Ballao, S. Anastasia e Santa Cristina).
Non diversamente dall’isola degli Shardana, la Sardegna aveva stretti contatti con l’Egeo. Tra il XV e il XIII a.C. pervennero nell’isola molti manufatti cretesi e micenei, in ceramica (Nuraghe Arrubiu), pasta vitrea (San Cosimo) e avorio (Mitza Purdia), oltre che numerosi lingotti ox hide da Cipro, via Creta (Nuragus) e anche un sigillo a cilindro, di produzione cipriota se non ugaritica (Su Fraigu), mentre viceversa la ceramica nuragica giunse a Cannatello in Sicilia, a Tirinto e soprattutto a Kommòs porto di Festo in Creta (Figura 6).
I Sardi dell’età del Bronzo non facevano uso della scrittura, come gli Shardana, mentre utilizzavano un sistema di misura lineare e uno ponderale, basato su gr. 5,5 come quello egreo-micrasiatico, che agevolava i commerci con l’Egeo e l’Est del Mediterraneo. Anche la letteratura greca adombra rapporti, e non sempre pacifici, tra la Sardegna e l’Egeo. Simonide di Keos tramanda di un assedio dei Sardi a Creta difesa da Talos, l’eroe di bronzo al servizio di Minosse. Inoltre, Medusa regina dei Sardi e di altri popoli occidentali, avrebbe affrontato Perseo, re di Micene, restando sconfitta (decapitata), ma d’altra parte Igino (Fab. 275) e altri collocano Sarda, figlia di Stenelo e Medusa nella dinastia regale di Tirinto.
È palese che se i Sardi, come gli Shardana, mantenevano strette relazioni politiche e commerciali con Creta, oltre che con la Grecia Continentale e con Cipro, potevano allacciare rapporti anche con l’Egitto e col Vicino Oriente, benché l’archeologia non offra ancora chiare risposte. Peraltro, la Sardegna possedeva scorte di rame non inferiori a quelle delle più grandi potenze economiche del tempo e dunque era in grado di armare un grande esercito e una grande flotta. Stando a Herodotos, il mare Sardo si estendeva dal Tirreno allo stretto di Gibilterra (Colonne d’Eracle e ciò implica un antica talassocrazia occidentale dei Sardi. Ancora alla fine del VI a.C, i Sardi prima di perdere la loro indipendenza ad opera dei Cartaginesi li sconfissero in battaglia campale e, stando a Servius e a Diodoros Sikelos, li affrontarono anche in battaglia navale.
Dal quadro complessivo dei dati emerge che i Sardi erano guerrieri esperti nei compiti di guardia e di assedi ad alte mura, in particolare erano frombolieri, arcieri, e soprattutto formidabili spadaccini. Dalla fine del XVII almeno sino al XIV a.C. usarono spade da punta e da taglio, a larga lama triangolare tipo Sant’Iroxi/el Argar, decisamente simili alle spade dei principi delle isole raffigurati nella tombe tebane di Senmut e Rekhmira (Figura 7) e a quelle degli Shardana di Kadesh e Dapur. Anche più tardi (nel XII-IX a.C.) continuarono a preferire queste armi, sia pure oramai modificate, come le spade tipo Huelva di Monte Idda e Siniscola,e quelle costolate, strette e assai lunghe (m.1,20-1,40 tipo Villasor che ricordano quelle di tre cubiti dei Mashwesh.
I Sardi conservano a lungo i loro costumi, com’è ancora evidente dall’etnografia, e la bronzistica figurata del I Ferro (IX-VIII a.C.) restituisce ancora spadaccini che combattono con lo scudo tondo, indossano per copricapi elmi cornuti (Teti Figura 8), e vestono corazze di lino e di bronzo (Teti e Sardara) e gonnellini sia corti che a coda triangolare che ricordano quelli degli Shardana (Serri). La comparsa iconografica dello scudo tondo e dell’elmo cornuto a Micene (Vaso dei guerrieri) e a Cipro nel dio del lingotto di Enkomi è successiva alle prime presenze degli Shardana in Egitto (Battaglia di Dapur, di Kadesh) ed è da mettere in rapporto con i movimenti degli stessi Sardi, da mercenari e da invasori, alla fine del XIII e agli inizi del XII a.C. e non viceversa con movimenti dalla Grecia o da Cipro verso la Sardegna. Non diversamente dagli Shardana i Sardi erano marinai, e ancora nel I Ferro usavano navi con protomi zoomorfe sulla prua, sia di animali cornuti, come i vascelli reffigurati nel vaso di Skyros e in altri fittili del XII a.C., sia di uccelli (Su Mulinu) che richiamano più da vicino in particolare le navi dei Popoli del Mare che affrontarono la flotta di Ramesse III (Figura 9).
Occorre considerare ancora che la Sardegna è ubicata di fronte alla Tunisia , da riconoscere nel Djamah, vale a dire la terra di Giama (al tempo dei Romani la città regia dei Numidi) abitata dai Mashwesh (i Maxyes di Erodoto; Masaesiles in età romana) e dai Kahek. Questa relazione geografica spiega assai bene l’intesa tra i Popoli del Nord-Africa e gli Shardana e le preferenze insediative dei Popoli del Nord Africa, a Ovest del Nilo, e dei Popoli del Mare a Est.
I dati antropologici neolitici e dell’età del Bronzo, indicano che i Sardi Iliesi erano dolicomorfi prossimi ai Cretesi e agli Egizi (F. Germanà) e considerata anche la tradizione letteraria sull’ecista Sardo di stirpe libio-egizia (Pausania), essi appartenevano allo stesso ceppo degli Shardana e degli inviati delle Isole nelle tombe tebane, caratterizzati dal colorito rosso bruno della pelle che li identificava come genti mediterranee distinte da quelle semitiche e indoeuropee.
In breve, per nessun altro popolo (Illiri, Micenei, Libi, Anatolici occidentali, Colchi, Ciprioti e Siriani) si può portare a sostegno dell’identificazione con gli Shardana un complesso così organico di argomenti di carattere geografico, storico e culturale come quello che si può presentare per giustificare il riconoscimento degli Shardana con i Sardi.
3. El Ahwat e la civiltà nuragica
Le ricerche e gli studi di Adam Zertal hanno ben evidenziato la funzione militare e di residenza amministrativa della cittadella di el Ahwat nel periodo che corre tra la seconda metà del XIII a.C. e la prima metà del XII a.C., un periodo cruciale in cui i popoli del Mare s’insediarono nel Vicino Oriente, cacciando via gli Egizi. Ubicata a oltre m. 300 di quota in una formidabile posizione strategica, la cittadella di El Ahwat controllava sia la piana di Sharon in cui s’insediarono i Sekali, sia la piana di Megiddo, occupata dagli Shardana dopo la cacciata degli Egizi. Nell’architettura e nella cultura materiale della cittadella, Zertal ha intravvisto alcuni segni di un influsso occidentale e particolarmente sardo e corso.
Al riguardo è opportuno fare qualche considerazione. In ambito nuragico del XIII-XII a.C. i villaggi sono sguarniti di mura, mentre sono fortificate le residenze dei capi che, come si è visto, sono veri e propri castelli. Inoltre le case mostrano una pianta circolare, e solo nella piana del Campidano di Cagliari (Monte Zara di Monastir in Sardegna sono note case a più ambienti e a muri rettilinei in mattoni di fango su zoccolo di pietre piccole, come nell’abitato di el Ahwat.
Sul piano della monumentalità gli elementi dell’architettura di el Ahwat non possono essere avvicinati ai tholoi delle camere, alte da 7 a 12 metri (esempi nei Nuraghi Arrubiu e Is Paras, ai corridoi dei bastioni dei nuraghi (esempi Su Mulinu e S. Antine). Anche a el Ahwat mi sarei aspettato una grandiosità architettonica, paragonabile a quella che si osserva in Sardegna, e prossima a quella attestata nel XIII a.C. nei tholoi delle tombe micenee (Vedi foto), nelle porte con ingressi a taglio ogivale di Ugarit, Megiddo e Micene (Porta dei Leoni), nel corridoio delle mura di Tirinto nelle opere idrauliche di Micene (Fonte Perseia), Djarlo in Bulgaria, Megiddo e infine nell’armoniosa camera funeraria di Inerkau in Egitto.
Tuttavia, sul piano formale, le piccole celle coperte a cupola (tholos) ubicate sia all’interno della cittadella, come la U409 preceduta da un corridoio (sita presso la Tower 53), sia all’esterno delcity wall, come le U461-462 (vedi foto) richiamano palesemente le camere coperte con la volta delle torri dei nuraghi.
Pertanto, non è da escludere che le ridotte proporzioni delle costruzioni circolari di el Ahwat siano derivate da un processo di adattamento alle esigenze locali, determinato sia dall’impiego di pietrame di medio-piccola pezzatura, sia dalla funzione più modesta delle stesse, quella di ripostigli, guardiole o altro. Soprattutto è sorprendente l’analogia tecnica e formale con le torri nuragiche degli edifici circolari 461-462 di el Ahwat costruiti a filari con pietre di media e quasi grande pezzatura e provvisti di due paramenti murari. Per questi ultimi, se la cronologia è quella del XIII a.C., vedrei bene un apporto costruttivo occidentale, anche sardo.
A. Zertal ha ravvisato delle somiglianze anche tra il corridoio ricurvo con nicchia ellittica U307 presso la Tower 50 disposto trasversalmente nel City Wall e i corridoi con celletta o nicchia presenti nei casteddi (Torra con cinta) di Cuccuruzzu e di Araghju in Corsica. L’analogia formale è innegabile, ma, come nel caso delle cellette ellittiche di Su Mulinu, questi elementi costruttivi torreani potrebbero appartenere già al XV-XIV a.C. e non al XIII- XII a.C. come la cittadella di el Ahwat.
Per quanto attiene la cultura materiale mobile, non si riscontra a el Ahwat alcun caso d’importazione di ceramica grigia sarda, ma si osserva qualche interessante affinità formale e ornamentale. Alcune forme di coppe nel profilo e nel labbro ingrossato di El Ahwat ricordano le coppe in ceramica grigio ardesia e gialle dell’isola e anche le grandi conche con orlo ingrossato “chiodiforme” e presa bilobata di el Ahwat richiamano simili conche sarde (Figura 10).
Sorprende, inoltre, in manufatti fittili di el Ahwat la presenza di fasce a zig-zag e a chevrons, impresse con un punteruolo; dunque si riscontrano tecniche e sintassi geometriche ornamentali apparse nell’isola già nel XIII a.C. (Madonna del Rimedio-Oristano, su Nuraxi di Barumini) e diffuse ampiamente tra il X e il IX a.C. (Lipari). Anche la decorazione stellare e a cerchi concentrici a punti impressi per decorare i pani, presente nei coperchi di el Ahwat, è frequente nei tegami in ceramica sardi (S. Antine) (Figura 11).
Alla scarsa visibilità degli Shardana (e dei Sardi) nel Vicino Oriente, può aver contribuito il fatto che essi militarono a lungo come mercenari e dunque potevano adattarsi più facilmente alla cultura locale, ma ci si attenderebbe almeno qualche manufatto d’importazione, in particolare qualche utensile e arma in bronzo che ai Sardi interessavano ben più della ceramica. Qualche segno sembra provenire dalle asce bipenni e dai pugnali di Tel Sa’id’iydia.
Le prime trovano confronto con asce sarde ma nell’ambito di un più ampio panorama mediterraneo; diversamente i pugnali di Sartan (Figura 12), richiamano puntualmente, per l’aspetto formale e l’ornato geometrico, analoghe armi sarde (esempi: Abini-Teti, Crescioleddu di Olmedo, S. Anastasia di Sardara (Figura 13), e si può ben prospettare una loro origine sarda, in luogo di quella micenea ipotizzata dal Tubb.
In conclusione, nell’area del Vicino Oriente in cui è presumibile che si siano stanziati gli Shardana, cominciano a emergere sia nell’architettura delle fortificazioni e dell’idraulica, sia nei manufatti mobili, segni non trascurabili della presenza dei Sardi nel Vicino Oriente prima e dopo le invasioni dei Popoli del Mare. El Ahwat offre un apporto notevole in questa prospettiva delle indagini ed è auspicabile una ripresa delle ricerche nel sito.
Fonte: http://www.gianfrancopintore.blogspot.it/
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