Diretto da Pierluigi Montalbano

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giovedì 9 agosto 2012

Il saluto al tempo dei nuraghi


Antico gesto che persiste
di Pierluigi Montalbano


Da qualche tempo approfondisco la ricerca su un'usanza sarda, soprattutto nelle zone campestri, che caratterizza il nostro modo di porci agli altri nel momento in cui ci si incontra per strada.
Quando passeggiamo, a piedi o in auto, lungo i sentieri campestri o nelle strade interne dei paesi dell’isola, nel momento in cui incrociamo lo sguardo o il passo con un abitante del posto si innesca un meccanismo mentale che porta ambedue a sollevare il palmo della mano destra e, tenendolo tra il petto e la spalla destra, rivolgerlo in segno di saluto verso il nostro “nuovo” conoscente, che certamente risponderà in tempo reale.
Questa consuetudine, quasi inconscia, si perde nella notte dei tempi e ha acceso il mio interesse, portandomi alla ricerca delle più antiche rappresentazioni di tale atteggiamento in un itinerario virtuale che ha toccato i quattro angoli del globo. L’indagine è partita dalle piccole sculture bronzee esposte in bella mostra nei musei di tutto il mondo e salutano, con regale dignità, tutti quei turisti fermi dietro i cristalli delle vetrine, intenti a osservare i capolavori degli artigiani sardi di 3000 anni fa. Il fascino di questi bronzetti ha contagiato tutti i collezionisti di antichità e, purtroppo, ha spinto alcuni faccendieri a una duplice illegale attività: eseguire dei falsi e, allo stesso tempo, contrabbandare i veri.

Ritornando al saluto, possiamo certamente affermare che i sardi introdussero questo antico gesto rituale. Decine di bronzetti, guerrieri, sacerdoti o gente del popolo, sono rappresentati in segno di saluto, di ossequio, di rispetto, sempre reciproco. In questa immagine, come mia consueta metodologia di proposta, ho preparato un mosaico delle statuette descritte con tanto piglio dal nostro maestro, il compianto Lilliu, nel suo “Sculture della Sardegna nuragica” del 1966.
Nel resto del mondo ho trovato poche immagini, e ciò suggerisce che la tradizione fu diffusa, o almeno resa importante, dai sardi antichi. Invito i lettori a segnalare altre rappresentazioni e, nel frattempo, a riflettere insieme a me su questa importante caratteristica che distingue i nostri avi dagli altri popoli.

mercoledì 8 agosto 2012

Kom Ombo, Nilometro?




Oggi...in una sola immagine, un articolo. Per riflettere.
Il Nilometro di Elefantina e l'interno del pozzo di Kom Ombo.
A Kom Ombo ci sono 10 gradini da 9° (gradi) Sono 90°.

Gli egittologi e altri studiosi continuano nella proposta: Kom Ombo è un Nilometro.
C'è poco da aggiungere, ingrandite l'immagine, osservate con attenzione tutti i dettagli, riflettete e...concludete.

martedì 7 agosto 2012

Corredo liturgico e monete del Ferro.

Corredo liturgico
di Pierluigi Montalbano




Uno studioso francese scomparso il secolo scorso, Pierre Cintas, riteneva che le maschere fossero un prodotto occidentale. Gli scavi recenti hanno posto in evidenza una forte somiglianza fra le raffigurazioni delle maschere e un mostro mesopotamico: Kumbaba, un personaggio che compare nel poema sumero-accadico Gilgamesh. Il mostro è sconfitto dall’eroe, con l’aiuto del compagno Enkidu e del dio mesopotamico del sole, Shamash. La maschera più antica dell’area siro-palestinese, inquadrabile intorno al 1400 a.C., fu portata alla luce ad Hazor, nell’Alta Galilea. Più recente è quella scoperta nel 1966 nella necropoli di Khan Khaldé, a Beirut. Altre maschere del 700 a.C. sono state trovate a Tiro in una necropoli (Akhziv). Dunque le maschere sono un prodotto orientale che si diffuse in buona parte dell’Occidente, ma con una differenza sostanziale: nel mondo accadico, Kumbaba era legata al male, soggetta pertanto a scongiuri. Nel mondo occidentale la maschera che deriva da quel mostro aveva, invece, una funzione apotropaica e protettiva. Le indagini svolte nella necropoli di Tharros dal 1850 al 1950 hanno subìto la dispersione dei rinvenimenti, dunque è difficile datare secondo contesto. Alcune maschere rappresentano divinità minori, come quella rinvenuta nella necropoli di Sulky: un mostro con barba nera e baffi in rilievo. Una maschera scoperta a Tharros mostra una capigliatura folta, occhi, barba e baffi incisi, mentre la bocca pare sorridere. Le dimensioni sono più piccole del naturale, quindi non erano destinate a essere indossate. A volte si presentano sotto forma di amuleti, miniaturizzate, databili a partire dal 700 a.C. Lo scopo era forse quello di spaventare i rephaim, ossia le ombre che disturbavano la pace della nephesh, l’anima che rimaneva nel sepolcro.
Fra gli oggetti più importanti del mondo sacro abbiamo lo scarabeo, simbolo dell’immortalità dell’anima nell’antico Egitto. L’oggetto rappresenta il dorso di un coleottero, mentre il piano d’appoggio riporta una figura che costituisce il sigillo del proprietario quando era in vita, una sorta di firma che veniva impressa sui globetti di argilla noti come cretule. Queste palline argillose, erano legate con un laccio ai documenti contabili e ai contratti. Gli scarabei sardi antichi erano di pietra tenera, incisa e poi cotta. Quelli più tardi erano in diaspro verde, proveniente anche dal Monte Arci.
La religiosità aveva un duplice aspetto e gli amuleti seguivano la stessa sorte: c’erano divinità principali e altre minori, queste ultime forse più disposte ad ascoltare le suppliche dei fedeli. Gli amuleti sono piccoli oggetti in pasta vitrea o in avorio o osso.



Monete
di Pierluigi Montalbano

La monetazione appare in Sardegna nel IV a.C., ma fin dalla metà del II Millennio a.C. il rame, sotto forma di lingotti ox-hide (a forma di pelle di bue), rappresentava l’elemento più utilizzato per pagare. In Sardegna gli archeologi hanno portato alla luce dei tesoretti costituiti da lingotti o panelle in rame, conservati in luoghi denominati ripostigli. Gli oggetti in bronzo, spesso ritrovati nei templi a pozzo, sono realizzati con la lega fra rame e stagno e il loro valore non era legato solo all’aspetto estetico. Questi manufatti sono pregiati anche dal punto di vista del peso. In alcune tombe sarde e siciliane, cronologicamente inquadrabili al 550 a.C., sono stati rinvenuti numerosi orecchini in argento a canestrello. Nell’area orientale, l’argento era il metallo di riferimento e l’unità di misura era lo shekel, il siclo, che corrisponde a 7.2 grammi.
Cartagine coniò le prime monete in argento dopo il 500 a.C. per esigenze militari, e a seguire troviamo monete coniate in Sicilia. Durante le guerre che coinvolgevano Siracusa, erano utilizzati mercenari provenienti dal mondo greco, pertanto la forma di pagamento era in dracme d’argento emesse dalla madrepatria. E’ per questo motivo che le prime monete coniate da Cartagine hanno l’aspetto di quelle siracusane. In Sardegna non abbiamo monete d’argento attribuibili a una zecca isolana, e le prime monete sono in bronzo di piccolo diametro e notevole spessore. Le prime monete coniate nell’isola appartengono a sette serie. Il conio avveniva confezionando dischetti di bronzo (per fusione) dell’unità di peso nominale. Le monete erano collocate su una base in ferro, sulla cui sommità era incisa una delle facce. L’altra faccia era su un martello destinato a percuotere, incidendola, la moneta. Sul dritto, dalla prima alla sesta serie, compare il profilo della dea Kore, ma nella settima c’è un personaggio giovane. Sul rovescio, invece, nella prima serie c’è la testa di un cavallo, che compare a figura intera nella seconda, terza e quarta serie. Nella quinta ci sono tre spighe di grano, mentre nella sesta e settima compare un toro.

Nelle immagini:
Sopra, la maschera di Mozia
Sotto , una collana di amuleti al Museo di Cagliari (Foto Cristiano Cani)..

lunedì 6 agosto 2012

Riti funerari nel mondo punico

Riti funerari nel mondo punico
di Pierluigi Montalbano



I riti funerari sono di differenti tipologie. La pratica dell’incinerazione, caratteristica delle popolazioni nomadi, giunse nell’area siro-palestinese al seguito delle invasioni dei Popoli del Mare. Un mito di Ugarit, il porto siriano ambito da tutti i grandi imperi del passato perché crocevia degli scambi fra Asia e Mediterraneo, suggerisce la posizione dell’uomo di fronte alla morte nel Vicino Oriente. Questo mito racconta le vicende del principe Aqhat e della dea Anat, una dea cacciatrice che voleva entrare in possesso dell’arco magico del principe. La Dea offrì oro e argento all’uomo, e poi l’immortalità. Lui rifiutò e rispose: “Non mentirmi vergine, per un eroe le tue menzogne sono chiacchiere. Quale sorte può avere un mortale? Una coppa sarà posta vicino al mio capo, un’offerta funebre vicino al mio cranio. Giacchè sono mortale, anch’io dovrò morire”.
Dunque, tutti devono morire, perfino i re, così simili agli dei. Questo mito testimonia il motivo della presenza di un recipiente collocato accanto al cranio del defunto. A partire dal VI a.C., si nota una variante del rito: il defunto è sottoposto a una semicombustione. Si praticava la cremazione sul piano roccioso, ponendo il corpo in posizione supina sopra il legname. Per 30 minuti si accendeva un fuoco a temperatura di circa 500°, e al termine si deponevano i resti all’interno di una tomba a fossa.
Sempre a partire dal VI a.C., i bambini deceduti prematuramente, erano sepolti in un ambiente differente rispetto agli adulti. Le sepolture (enkytrismos) avvenivano all’interno di anfore commerciali inserite in tombe a fossa appositamente scavate.
Il tipo di sepoltura più utilizzato è quello della inumazione in una camera ipogeica che poteva variare di dimensioni ma era simile per le altre caratteristiche. L’accesso era di due tipi: a pozzo verticale o a corridoio con scalini (dromos). A partire dal IV a.C., il rito funebre prevedeva il lavaggio del defunto e la sua vestizione con un sudario o con una tunica chiusa con bottoni. A volte era preparato un sarcofago in legno smontabile, per consentirne il trasporto e il passaggio attraverso il portello di ingresso. Al termine della cerimonia la camera era sigillata con una lastra di pietra. All’interno erano gettati alcuni recipienti o piccoli vasi con unguenti profumati. Col passare del tempo, e l’aumentare del numero di corpi all’interno delle tombe, i defunti erano deposti sul pavimento delle camere, e i vasi dei corredi più antichi erano spostati e collocati negli angoli della parete vicina al portello d’ingresso. Verso la metà del III a.C., in occasione della romanizzazione della Sardegna, si ritornò verso la pratica dell’incinerazione.
Un termine che compare spesso nelle stele dedicatorie dei tofet e di altri santuari è: MLK, ossia offerta, dono, dedica. Il tofet, infatti, era un luogo nel quale erano deposte le offerte. Non si tratta di una divinità ma di un rituale. Il tofet è un santuario a cielo aperto dedicato al dio Baal Hammon e alla dea Tanìt, racchiuso in un recinto in muratura, nel quale erano deposti sul rogo e poi sepolti con particolari riti, i bambini non nati, nati morti o deceduti prima dell’introduzione nel mondo degli adulti. Nell’area del tofet, i genitori svolgevano riti tesi a ottenere dagli dei una nuova nascita. I resti dell’incinerazione erano deposti in un recipiente in terracotta e, se la richiesta era esaudita, ossia nasceva un nuovo bambino, i genitori erigevano nel luogo sacro una stele in pietra, talvolta con una iscrizione dedicatoria. Il rito di iniziazione per il passaggio nel mondo degli adulti equivaleva al nostro battesimo o alla circoncisione nel mondo ebraico e islamico. Questo rito era il “passaggio per il fuoco” di biblica memoria, ancora oggi praticato in Sardegna in occasione della notte di San Giovanni, quando si salta attraverso un falò. Le fiamme erano la soglia attraverso cui i fanciulli dovevano passare, vivi o morti.
Le tracce di questi tofet sono assenti nel Vicino Oriente e nella zona iberica, si trovano solo nel Mediterraneo centrale. Due a Tunisi (Cartagine e Sousse), due in Sicilia (Mozia e Selinunte), uno a Malta e sei in Sardegna (Karaly, Nora, Bitia, Cabras, Monte Sirai e Sulky). Il rituale comprendeva la deposizione di una stele in pietra con funzione di ex-voto nel caso in cui una famiglia che aveva perso prematuramente un bambino fosse stata allietata dagli dei con una nuova nascita. Le stele, al contrario delle urne, in gran parte perdute, si sono salvate perché nel corso dei secoli furono accantonate all’interno delle aree sacre e utilizzate per la costruzione di muri divisori o altari, contesti dai quali sono stati recuperati in età moderna. Le più antiche erano costituite da pietre oblunghe denominate betili, dalle parole fenicie bet ed el, rispettivamente casa e dio, a indicare che ospitavano divinità. Intorno al 500 a.C. fece la sua comparsa un tipo di stele somigliante ad un piccolo tempio, con tutte le componenti architettoniche. Alcune figure contenute all’interno delle celle templari subirono un’evoluzione: prevalsero le raffigurazioni iconiche, ossia personaggi divinizzati, ma a Tharos e Nora si registra la presenza di simboli aniconici come losanghe, betili o idoli a forma di bottiglia. In seguito si nota la comparsa di personaggi che tengono un disco solare al petto. e divinità che nella mano destra sorreggono il simbolo egizio ankh (simbolo della vita), mentre nella mano sinistra stringono una stola, una fascia che scende giù dalla spalla.

Nell'immagine: Tharros

domenica 5 agosto 2012

Convegno a Domus De Maria

Minerali, fossili e geologia nel territorio di Domus De Maria.

Oggi, 5 Agosto 2012, ore 19.30.
Centro socio-culturale Domus, Via Isonzo, ex scuole elementari.

Organizza Giuseppe Lulliri con il patrocinio del Comune di Domus De Maria.
Al termine, dopo il dibattito, è previsto un rinfresco. Ingresso libero.


La Terra è una Dea.


La Terra è una Dea (Senofonte, IV a.C.)
di Stefano Panzarasa

C'era una volta una civiltà basata su valori come il legame con la terra e la natura, l'equilibrio ecologico, la pace, l'amore, la non violenza, l'uguaglianza fra i sessi, la parità sociale e la spiritualità, una civiltà dove il profitto e il progresso tecnologico erano investiti nel benessere comune, nelle arti e nel godimento della vita.
Le città, prive di fortificazioni, erano costruite in base alla bellezza dei luoghi e alla ricchezza delle risorse naturali locali. La profonda osservazione della natura nei suoi processi ciclici e legati alla fertilità delle donne, degli animali e delle piante, il porsi domande sull'origine della vita...portò le genti di questa civiltà a immaginare l'universo come una madre onnidispensatrice nel cui grembo ha origine ogni forma di vita e nel cui grembo, come nei cicli della vegetazione, tutto ritorna dopo la morte per poi rinascere. La religione di questa civiltà, di tipo matrilineare, fu quindi quella della Dea Madre, del principio femminile, del rispetto e considerazione delle donne, sacerdotesse e capi clan. La Dea aveva il potere di donare e sostenere la vita, quanto di portare la morte ma anche la rinascita. Il principio maschile aveva anche la sua importanza ed era rappresentato dal figlio/amante della Dea; la loro unione era simboleggiata dal rito del "matrimonio sacro". Alla mascolinità era quindi associata, tra l'altro, l'energia della Terra e lo spirito selvatico della Natura. E gli sciamani erano coloro capaci di entrare in contatto con queste forze per operare rituali sacri e guarigioni. Non stiamo raccontando una bella favola ecologista ma approfonditi studi archeologici sulla civiltà agricola neolitica dell'Antica Europa pre-indoeuropea come è stata definita dall'archeologa lituana Marjia Gimbutas (Europa centro-meridionale, balcanica, bacino del Mediterraneo). Una civiltà che con i limiti e imperfezioni immaginabili per quel tempo così lontano dai nostri giorni, vide i suoi albori all'inizio del Paleolitico Superiore, circa 40.000 anni fa, con la comparsa dell'Homo Sapiens Sapiens e delle prime pitture rupestri, per poi fiorire verso il 7000 a.C. e perdurare ininterrotta per circa 3500 anni. In seguito, l'evoluzione sociale e spirituale di questa civiltà fu interrotta dalle invasioni di violente popolazioni guerriere nomadi dedite alla pastorizia, provenienti inizialmente dalle fredde steppe caucasiche dell'Est europeo e in seguito da tutta l'Europa orientale e dai deserti dell'Asia Minore, come per esempio le antiche tribù ebraiche guidate dai loro sacerdoti-guerrieri. Queste genti, con una struttura sociale patriarcale, adoratrici di bellicose divinità maschili e delle armi, lentamente ma inesorabilmente travolsero anche con massacri e distruzioni le pacifiche popolazioni locali. Nella protetta isola di Creta questa antica civiltà, chiamata localmente Minoica, iniziata più tardi rispetto al continente, alla fine del IV Millenio a.C., perdurò fino a circa il 1500 a.C. Tra i principali centri della civiltà dell'Antica Europa, vere e proprie città con una invidiabile organizzazione e influenza socio-culturale, ricordiamo Katal Huyuk o Hacilar (nell'attuale Turchia), Vin'a (ex-Jugoslavia), Cucuteni(Romania), Gerico(Palestina) e la più conosciuta Cnosso(Creta). L'isola di Creta fu forse l'ultimo luogo sul pianeta dove si celebrò l'armonia tra gli uomini e le donne. In seguito varie popolazioni europee come i Greci (che parlavano sempre di una mitica Età dell'Oro), i Nuragici, gli Etruschi, i Celti e le popolazioni nordiche in generale, presero molti spunti dalla civiltà neolitica dell'Antica Europa. L'antica religione della Dea Madre non fu mai del tutto soffocata, ma alla società di tipo ugualitario-mutuale che celebrava la vita e la natura, se ne sostituì gradualmente un'altra di tipo gerarchico-dominatore basata sulla violenza e la sopraffazione che vide innanzi tutto la supremazia degli uomini sulle donne e la natura.

Fonti: Arianna Editrice e www.Estovest.net

Immagine di http://it.wikipedia.org/wiki/File:Snake_Goddess_Crete_1600BC.jpg

sabato 4 agosto 2012

Notizie varie scovate in rete.

Varie dalla rete.


Antica salsa di cioccolato



Gli archeologi ritengono di aver ritrovato tracce di cioccolato di 2500 anni fa su un piatto proveniente dalla penisola dello Yucatan. E' la prima volta che si ritrovano tracce di cioccolato su un piatto piuttosto che all'interno di una tazza, il che suggerisce che il cioccolato potrebbe essere stato utilizzato come condimento o, addirittura, come salsa per altri cibi.
I semi ed i baccelli del cacao sono stati utilizzati a lungo dalle culture pre-ispaniche, prevalentemente per trarne una bevanda da mescolare con l'acqua. Questa bevanda era riservata all'élite dominante. La recente scoperta, però, porta a credere che il cioccolato potesse venire utilizzato anche come salsa con cui condire le carni.
Il piatto in cui sono state ritrovate tracce di cioccolata è stato datato al 500 d.C.. Vasi per bevande rinvenute negli scavi di alcune località sulla costa del golfo, appartenenti alla cultura olmeca, ad ovest della penisola dello Yucatan ed altri reperti nel Chiapas, hanno prodotto risultati più antichi di circa 1000 anni.




Antiche sepolture in Canada


Il Nation Sechelt si batterà per salvare un antico luogo di sepoltura trovato alla foce del fiume Inlet Salmon, una delle più importanti scoperte archeologiche della provincia canadese della Columbia Britannica. Negli ultimi tre anni gli archeologi hanno lavorato qui ogni estate ed hanno riportato alla luce i resti di un luogo di sepoltura di 4000 anni fa nel 2010. Con i defunti erano stati sepolti anche manufatti artigianali quali perline in pietra.
Nella sepoltura di un individuo di sesso maschile sono state rinvenute ben 350.000 perle di pietra, più che in qualunque altra sepoltura trovata dall'Alaska alla California. Gli archeologi pensano che il defunto doveva ricoprire una funzione importante all'interno della comunità Shishalh, che viveva un tempo nella zona.
Gli studiosi hanno anche ritrovato il corpo di una giovane donna di circa 20 anni di età, sepolto nei pressi del sito con punte di frecce spezzate disposte attorno ai suoi piedi. Anche la giovane defunta aveva con sé migliaia di perline di pietra ad indicare il suo status e la ricchezza che possedeva. Altre due sepolture, relative ad un uomo e ad una donna, sono state ritrovate quest'estate. I due defunti erano disposti uno dietro l'altro, le ginocchia piegate, contornati da molte perline di pietra. Accanto a loro una grande fossa piena di altre perline.
Gary Coupland, professore dell'Università di Toronto, ha affermato che la mancanza di resti nella grande fossa, non vuole necessariamente dire che non vi fosse sepolto nessuno. Le ossa, probabilmente, possono essersi polverizzate con il tempo, se non correttamente conservate. Il luogo di sepoltura era, inoltre, caratterizzato da una roccia piatta coperta di cenere e da una canoa a forma di roccia posta ai piedi sul lato rivolto verso la fossa priva di resti. Coupland ritiene che qui poteva essere sepolto un anziano

Riemerge l'antica Antakia



Ad Antakya, antica Antiochia di Siria, in Turchia, mentre si scavava per gettare le fondamenta di un hotel, sono stati intercettate le testimonianze del passato della città. Così, per sette mesi, l'archeologo Hatice Pamir della Mustafa Kemal University di Antakya, ha guidato quasi trenta archeologi provenienti da tutto il mondo e 100 operai alla scoperta del passato.
La storia di Antakya attraversa il periodo greco, romano, cristiano, bizantino e turco ottomano. L'attuale città di Antakya era una delle grandi città del mondo romano, che rivaleggiava con Alessandria nel momento del massimo splendore. Fu anche un notevole centro del cristianesimo primitivo, si dice che San Pietro abbia vissuto e predicato in questa città.
Antakya è nota, anche, per la chiesa rupestre di San Pietro, che si pensa sia stata la prima chiesa cristiana in assoluto, e per i favolosi mosaici di epoca romana rinvenuti durante gli scavi del1930. Ora gli archeologi hanno scoperto quello che sembra essere uno dei mosaici più grandi e meglio conservati del mondo, che si estende su una superficie di 9.000 metri quadrati ed i resti di edifici e abitazioni di 2300 anni fa.
Il mosaico più grande apparteneva, probabilmente, ad un edificio pubblico di VI secolo, ed è una serie di nove pannelli accostati gli uni agli altri, ciascuno dei quali decorati da un'ampia varietà di motivi geometrici con colori diversi. Attualmente il mosaico non è visibile al pubblico e non ne sono state diffuse le immagini. Le altre evidenze archeologiche sono state inglobate nell'hotel che è stato sopraelevato di 30 metri per renderli visibili.
La presenza di S. Pietro ad Antiochia di Siria si dice sia attestata da una chiesa rupestre chiamata Grotta di S. Pietro, scavata nella roccia sul fianco occidentale del monte Stauris. La grotta è lunga 13 metri, larga 9 e alta poco più di 7 metri. Sulle sue origini non ci sono documentazioni. Vi arrivavano due acquedotti che, forse, scendevano alle vicine terme, situate più in basso rispetto alla chiesa rupestre.
Dell'antica costruzione rimangono tracce di affreschi sul lato destro dell'altare, affreschi che, una volta, coprivano probabilmente l'intera parete di fondo. Tra gli elementi originali vi sono il tunnel, che si apre sulla sinistra di chi guarda l'altare, e la piccola vasca a livello del pavimento, sulla destra. Il tunnel serviva, con tutta probabilità, per mettersi in salvo sulla montagna in caso di attacco improvviso. La vasca, che molti ritengono essere un fonte battesimale, raccoglieva l'acqua che, fino a qualche tempo fa, colava dalla roccia e veniva bevuta dai fedeli. Ora l'acqua è stata deviata a causa dei frequenti terremoti che colpiscono la regione.
Nel 1580 la grotta fu donata dai musulmani agli ortodossi che l'utilizzarono fino a metà del secolo scorso come luogo di culto e cimitero. Anticamente la facciata era preceduta da un portico (nartece), di cui sono ancora visibili i resti.
Il giardino antistante è stato utilizzato per vari secoli come cimitero cristiano, del quale sono state ritrovate anche le tombe. La grotta è ritenuta la prima cattedrale del mondo e tuttora vi si celebrano messe.

venerdì 3 agosto 2012

Riti funerari nella Sardegna punica

I riti funerari
di Pierluigi Montalbano



Tra i centri urbani, Karaly e Tharros uscirono indenni dall’aggressione cartaginese. Le necropoli di Tuvixeddu, a Cagliari, e Capo San Marco, a Tharros, testimoniano un alto tenore di vita con ricchi corredi. Inoltre, la capillare occupazione delle terre coltivabili è dimostrata dalla nascita di santuari campestri dedicati a divinità salutifere presso i pozzi e le fonti. In questi templi, attraverso lo studio delle statuette votive, è evidente la volontà dei fedeli di chiedere alle divinità la guarigione dai mali più diversi. Al termine della prima guerra punica, verso la metà del III a.C., Cartagine cedette la Sicilia a Roma. Le truppe mercenarie rientrarono nella città nord-africana per essere pagati ma non ottennero soddisfazione. Aggredirono la città ma furono sonoramente sconfitti. In quegli anni la Sardegna passò sotto il controllo romano, provocando una serie di eventi bellici da parte di Cartagine che tentò di riconquistare l’isola. Approfittando della debolezza di Roma causata dalla sconfitta subita nel 216 a.C. a Canne per mano di Annibale, fu stretta un’alleanza fra le regioni interne della Sardegna e le città costiere. Si aggiunsero alcuni contingenti giunti nell’isola, chiamati da Amsicora, un ricco proprietario terriero che mal sopportava le tassazioni imposte da Roma. La coalizione affrontò i romani in campo aperto nel 215 a.C., a Cornus, l’attuale Santa Caterina di Pittinurri. L’evento bellico fu disastroso per le truppe sarde e l’isola perse l’ultima possibilità di svincolarsi dalla morsa del senato di Roma.
Ritornando al mondo funerario, è testimoniata una caratteristica interessante: i cimiteri sono collocati in luoghi che in precedenza avevano ospitato tombe appartenenti a civiltà preesistenti. Le nuove generazioni desideravano porre i propri defunti sotto la diretta tutela degli antenati. Ciò dimostra inequivocabilmente che chi giunse nell’isola nel I millennio a.C. si integrò perfettamente nel tessuto sociale sardo, acquisendone i costumi e gli usi. Quale popolo conserverebbe i propri cari nel cimitero di un nemico? Gli antichi ritenevano che ogni individuo fosse dotato di due anime (Nephesh e Ruah) e al momento del decesso una volava nel mondo dei morti, l’altra rimaneva all’interno della tomba. Il corredo funerario era destinato al sostentamento delle spoglie e si pensava che le ombre dei defunti vagassero nelle tenebre in modo non amichevole nei confronti dei viventi. Il rito funebre più conosciuto è quello dell’incinerazione. Si preparava una fossa nel terreno, o una cassetta costruita con lastre di pietra (cista litica). In questo secondo caso, il corpo era bruciato da un’altra parte e poi inserito nell’urna sistemata nella cassetta. I parenti del defunto lavavano il cadavere e lo cospargevano di sostanze oleose e profumate. Adornavano il corpo con gioielli, amuleti e altri oggetti e svolgevano le lamentazioni rituali. Al termine del rogo, i resti precipitavano nella fossa ed erano deposti alcuni vasi del corredo di accompagnamento, soprattutto piatti e coppe. Le brocche rituali più utilizzate sono due: a orlo espanso e biconica, destinate a contenere l’unguento per il corpo e il vino per la libagione. Generalmente si collocavano ai piedi del defunto. I recipienti che accompagnavano le donne erano 5, quelli per gli uomini 3 e uno solo per i bambini. I resti ossei erano poi ricoperti e sigillati con un tumulo di terra e piccole pietre. Infine si sistemava una pietra per segnalare il sepolcro.

Nell'immagine: ricostruzione di una sepoltura, in mostra al Museo Archeologico di Cagliari.

giovedì 2 agosto 2012

L'impero di Cartagine.



L’impero cartaginese
di Pierluigi Montalbano.



Aristotele, nel IV a.C., studiò la costituzione di Cartagine e scrisse che gli interessi commerciali dei territori oltremare erano curati da corrispondenti subordinati all’amministrazione centrale. In Sardegna, la popolazione era culturalmente formata da genti nuragiche nelle quali, già da secoli, si erano integrati piccoli gruppi familiari di mercanti levantini (e di altri lidi) che scelsero di diventare sardi. In Sicilia, verso la metà del VI a.C., si sviluppò un fiorente mercato misto, formato da greci e cartaginesi. La parte occidentale dell’isola era in mano al potente impero di Cartagine, soprattutto le città di Mozia (Marsala), Palermo e Solunto. I greci controllavano la parte occidentale e fra i due imperi commerciali, soprattutto lungo la linea di confine, gli scontri furono frequenti. Stabilizzata la situazione in Sicilia, Cartagine , attratta dalle ricchezze minerarie e agricole della Sardegna, tentò un’impresa militare per la conquista dei porti sardi e nel 540 a.C. inviò una flotta al comando dell’ammiraglio Malco, desideroso di divenire una sorta di regnante locale. L’esercito cartaginese fu massacrato dai sardi e l’aspirante governatore Malco, al suo ritorno nella capitale nord-africana, fu esiliato. Ma i soldati, accogliendo a malincuore questa decisione, mandarono ambasciatori a Cartagine perché ottenessero il perdono per la sconfitta (così racconta lo storico Giustino nel 200 d.C.). Frattanto Cartalone, figlio di Malco, mentre rientrava da Tiro, dove era stato mandato dai Cartaginesi ad offrire ad Ercole la decima del bottino che aveva preso suo padre nella guerra in Sicilia, fu chiamato nell'accampamento del genitore, si presentò solo alcuni giorni dopo aver ottenuto dal popolo l'autorizzazione. Giunse ornato di porpora e con le bende sacerdotali. Il padre, chiamatolo in disparte, lo apostrofò dicendo: "O uomo esecrabile, come hai osato entrare in questo accampamento triste e pieno di pianto addobbato di porpora e oro? Perché hai mostrato di disprezzare, con superbia, non voglio dire tuo padre, ma certamente il comandante dei tuoi concittadini? Pertanto poiché in tuo padre riconosci un esule, anch'io nei tuoi confronti mi considererò più come tuo comandante che come padre e lascerò in te un esempio perché nessuno d'ora in poi si faccia scherno delle dolorose sofferenze di un genitore". E comandò che fosse inchiodato, così com'era ornato, su d’una croce altissima in vista della città. Giustino aggiunge che dopo pochi giorni Malco, aiutato nell'impresa dai sopravvissuti delle guerre in Sicilia e Sardegna, conquistò Cartagine e convocato il popolo in assemblea, lamentandosi dell'oltraggio dell'esilio, impose alla città le proprie leggi e uccise i 10 senatori che decisero di esiliarlo. Suo figlio
Qualche anno dopo, Cartagine si alleò con gli etruschi di Caere (Cerveteri) per cacciare via i greci focesi di Massalia (Marsiglia) e Alalia (Corsica) che disturbavano i commerci nel Tirreno. La coalizione, formata da 60 navi africane e 60 navi etrusche, affrontò nei pressi delle Bocche di Bonifacio una flotta di 60 navi greche. Fu una battaglia navale cruenta che si concluse con l’affondamento dell’intera flotta di ciascun contendente. I greci scompaiono per sempre dal panorama tirrenico, ma anche gli etruschi escono fortemente indeboliti. I sopravvissuti della battaglia navale si rifugiano nei villaggi sardi della costa nord-orientale e, si mescolano con i locali. Ciò è testimoniato dalla scomparsa, dopo un secolo di floride attività commerciali, dei materiali greci da Olbia.
Una decina di anni dopo, l’esercito cartaginese tenta una nuova conquista dell’isola. A capo delle truppe si trovano Asdrubale e Amilcare, figli del generale Magone che nel 560 a.C. conquistò parte della penisola iberica. Contrariamente a quanto riportato dalle fonti di parte (Polibio 160 a.C.), i cartaginesi non riuscirono a fiaccare la resistenza delle città costiere sarde, infatti, come traspare dalle iscrizioni dedicatorie del Tempio di Antas, nelle quali gli offerenti si dicono cittadini di Sulki e Karaly, è evidente che Cartagine, sconfitta negli scontri determinanti, scese a patti con i capi sardi e si limitò ad accordarsi per lo sfruttamento delle ricchezze minerarie (inutilizzate nella fase nuragica precedente) e a collaborare nella gestione delle potenzialità agricole, saldamente in mano alle comunità nuragiche del Campidano. Un indizio della nuova politica economica fu l’abbandono dei territori non adatti allo sfruttamento agricolo a vantaggio di un’occupazione capillare delle pianure favorevoli alle colture cerealicole. Si nota la presenza di numerosi poderi che vanno a costituire la spina dorsale dell’economia isolana. I nuovi insediamenti agricoli si sviluppano particolarmente dove erano attivi, in età più antica, i ricchi cantoni nuragici. La politica di sfruttamento minerario fu caratterizzata dalla rivitalizzazione dei luoghi di culto nuragici. Furono edificati il Tempio di Antas, nel cuore del bacino argentifero sardo, e il tempio di Matzanni, accanto ai tre pozzi sacri nuragici e all’unico giacimento di stagno nativo dell’isola.

Nell'immagine: il Pozzo Matzanni di Vallermosa fotografato da Matteo Honnorat.

mercoledì 1 agosto 2012

L'epoca dei fenici 2° parte.

L'età dei fenici
di Pierluigi montalbano



2° parte
I primi commerci levantini, caratterizzati da attività itineranti, erano concentrati nei luoghi di culto dedicati principalmente alle divinità adorate a Tiro: Melqart e Astarte. I santuari erano sparsi negli approdi lungo le rotte da Oriente a Occidente, passando per le coste sarde. Nei templi, aperti al culto dei locali e dei naviganti, si svolgevano gli scambi ed erano depositati i documenti contabili firmati dai contraenti. Le divinità tutelavano i mercanti ed erano considerate garanti dei contratti. L’uso diffuso del vino, noto nel mondo nuragico almeno a partire dal XV a.C., era accompagnato dalle cosiddette “fiasche del pellegrino”, caratteristici recipienti di origine orientale ampiamente imitati in ambito nuragico. Il caratteristico contenitore che costituì il simbolo della produzione, del consumo e del commercio del vino della Sardegna nuragica è rappresentato dalla brocchetta askoide, rinvenuta lungo la rotta che collegava il Libano all’Oceano Atlantico. Le indagini archeologiche testimoniano che lo sfruttamento delle miniere, ancora sotto il monopolio delle comunità nuragiche, interessava i mercanti levantini del Ferro solo in modo marginale. Attraverso le indagini dei reperti si è notato che l’alimentazione mutò radicalmente, con l’allevamento di bovini e ovicaprini che sostituirono quasi del tutto la caccia. In ambito sardo nuragico si registra l’abbandono progressivo e incruento dei villaggi minerari a favore degli insediamenti lungo le coste, come avvenne a Serucci nel 900 a.C., in coincidenza con le assidue frequentazioni levantine che apportarono numerosi cambiamenti sociali nella vita delle potenti dinastie locali. La politica economica sarda vedeva lo sfruttamento delle risorse del territorio come attività primaria. Grande incremento ebbe il taglio del legname e, sfruttando le lagune, furono impiantate numerose saline. Del resto, l’uso del sale era fondamentale nella produzione delle conserve alimentari, soprattutto del tonno. Numerose tonnare sono documentate lungo le coste di tutta la Sardegna, esclusa la parte orientale. Altra importante risorsa era la produzione della porpora, unico pigmento indelebile naturale dell’antichità. Gli impianti di produzione sono difficilmente rintracciabili in quanto i gusci di murici, e i residui di lavorazione, erano utilizzati per la produzione della calce. Un importante aspetto dell’economia era costituito dal commercio del vino verso il mondo etrusco. La coltivazione della vite contribuì all’incremento dei rapporti fra nuragici ed etruschi, e si sviluppò l’introduzione di rituali orientali, quali il banchetto sacro, nel quale il vino era considerato l’elemento che avvicinava alla divinità. Il banchetto era utile per stringere alleanze e per scambiare beni, infatti per bere il “nettare degli dei” si utilizzavano anche coppe di produzione greca ed etrusca. Dall’Eubea provenivano gli skiphoi, mentre da Corinto giungevano le kotylai. Dall’etruria meridionale arrivavano i kantharoi, i kyathoi
e le kylikes in bucchero, soprattutto da Cerveteri e Tarquinia. Massalia, la città greca che controllava parte della Corsica e il Golfo del Leone, forniva coppe caratteristiche di tradizione orientale. Anche l’olio costituiva una risorsa importante, come testimoniato dalle anfore di produzione attica adibite al trasporto, e i contenitori di unguenti profumati provenienti da Corinto, dalla Laconia e dall’Etruria: aryballoi e alabastra.
Rientrando in Sardegna, gli studiosi hanno individuato due insediamenti levantini nell’area sulcitana, a mio avviso da attribuire, invece, a comunità nuragiche che accolsero nei loro villaggi qualche sparuto gruppo di mercanti. Il polo di attrazione è Sulky, il cui porto era l’elemento vitale per i commerci, e gli insediamenti sono quelli di Paniloriga (Santadi) e Monte Sirai (Carbonia).
Il primo è localizzato nei pressi di un nuraghe a corridoio, e la necropoli, costituita da circa 150 tombe a incinerazione del tipo a fossa, si trova nella vicina area collinare dove possiamo ancora ammirare varie domus de janas. L’abitato sorgeva in posizione strategica, consentendo il controllo della viabilità dell’area sulcitana.
Monte Sirai presenta un antico abitato nuragico sulla collina, e un nuraghe utilizzato dai levantini come luogo di culto. Inoltre, c’è una grande Tomba di Giganti, utilizzata per le sepolture degli abitanti della comunità che ruotava intorno a un grande nuraghe polilobato ubicato nelle pendici meridionali del colle. L’insediamento sorse per il controllo dei transiti attraverso la valle del Cixerri, e lungo la via costiera che, in quei tempi, correva fra costa e collina. La necropoli levantina è composta da una serie di tombe a incinerazione, il rito orientale, e alcune tombe a inumazione. Gli scavi hanno portato alla luce oltre 300 sepolture, accompagnate da ricchi corredi. In questo sito è testimoniato l’utilizzo del vino anche da parte delle donne.
Il primo sito che incontravano i naviganti che arrivavano da oriente, era Cuccureddus di Villasimius, nella collina a est di Capo Carbonara. Il piccolo centro abitato sorgeva intorno a un luogo di culto dedicato alla Dea Astarte. All’interno sono state scoperte alcune cretule, piccoli sigilli in argilla, che costituivano la sigla dei contratti commerciali depositati nel tempio sotto la tutela e la garanzia della Dea. Al tempio si accedeva approdando alla foce di un fiume alla base della collina e percorrendo una ripida scala. Questo tempio costituisce un esempio dei luoghi di culto edificati dai naviganti che si incontravano con i locali. I protagonisti in grado di sostenere economicamente queste imprese erano le case regnanti delle città orientali, soprattutto di Tiro, e della casta sacerdotale che gestiva il tesoro nei templi. Mentre Astarte rappresentava il potere laico, Melqart era la divinità legata al potere religioso. I loro templi si trovano lungo la rotta verso occidente e fungevano da diffusori di beni di prestigio. I documenti contrattuali erano siglati con gli scarabei, e conservati all’interno dei templi.

Immagine di bronzetti al Museo di Ankara, in Turchia