Diretto da Pierluigi Montalbano

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lunedì 13 settembre 2010

Monte Sirai


La celebre fortezza di Monte Sirai, presso Carbonia
di Rolando Berretta

Le nuove “teorie” sull’antica cittadella di Monte Sirai, la interpretano oggi come centro abitato fenicio: è già un progresso notevole. Anche un centro abitato, però, necessita di acqua.
Personalmente ritengo che siamo di fronte ad un grosso deposito di alimenti. Cartagine, capitale dell’impero punico, spediva le navi in Sardegna e, in un paio di giorni, le stesse tornavano cariche di viveri. È evidente che le derrate alimentari erano pronte e immagazzinate da qualche parte. Da Monte Sirai si potevano scorgere le navi in arrivo e sarebbero bastate alcune zattere, o imbarcazioni di piccolo cabotaggio, per imbarcare tutto sul fiume che si trova sotto l’abitato e trasportarlo fino alle navi in rada. Le scarse risorse idriche presenti nel sito collinare erano appena sufficienti per “risciacquare”, ed erano decisamente inadeguate per essere utilizzate come riserva idrica per la popolazione, soprattutto se il sito, come ipotizzato da alcuni studiosi, fosse una guarnigione militare. Per eventuali nemici dell’impero punico, distruggere Monte Sirai equivaleva ad affamare Cartagine.
Alla fine del VI a.C. Monte Sirai prese fuoco. Era il periodo nel quale lo spartano Dorieo, come ci ricorda Erodoto, combatteva i Cartaginesi sul fiume Cinipe.
Macei, libi e cartaginesi impiegarono tre anni per ributtare in mare gli Spartani.
Nella prima immagine si possono ammirare due elmi corinzi della fine del VI a.C. conservati al Museo di Cagliari. Qualcuno ha mai letto qualcosa sulla loro presenza a Sulci, Sant’Antioco? Presumo di no ma, curiosamente, tutti parlano dei Popoli del Mare e tutti conoscono i temibili Shardana, gli spadaccini della guardia reale dei faraoni ramessidi.
Questo fatto costituisce un argomento da approfondire, così come quello sulla propulsione delle imbarcazioni, per il quale alcuni ricercatori si sono cimentati in proposte intriganti.

Recentemente Montalbano, nei post riguardanti le navicelle bronzee, ha ricordato che le protomi bovine delle navicelle nuragiche sono ornamentali e simboliche, avendo scarsa funzionalità per la navigazione, se non quella di distribuire il peso e offrire maggiore resistenza all’impatto frontale delle onde. Tuttavia, fin dal 5.000 a.C. l’arte rupestre ci ricorda, in ogni angolo del mondo, particolari imbarcazioni con protome bovina, o comunque di animali provvisti di corna.

Queste barche non presentano vele e non hanno remi. Sono dotate di una girante eolica che da molti studiosi viene interpretata come divinità solare, ma se così fosse dovrebbe avere i raggi all’esterno del disco. Come si nota dall’immagine, nelle raffigurazioni i raggi sono all’interno. Omero scrisse: "...e traversano veloci l'abisso del mare AVVOLTE NELLA FOSCHIA E IN UNA NUBE".

Immagini dell'autore.

domenica 12 settembre 2010

La Machera, l'arma dei nuragici.


Armi antiche: la Machera
di Rolando Berretta

Diceva Polibio (206-124 a.C.) a proposito della Sardegna:
“Questa è un’isola cospicua per estensione e consistenza di popolazione e per produzione agricola . Poiché molti, e a lungo, si sono intrattenuti su di essa, ritengo che non sia necessario ripetere le stesse cose su argomenti su cui c’è unanime consenso”.
Diceva Pausania ( 110-180 d.C.):
“Riportiamo poi queste notizie sulla Focide, che riguardano anche la Sardegna; ossia i Greci intorno a quest’isola non avevano affatto notizie”.
Ai tempi di Polibio, sulla Sardegna, si sapeva molto; un paio di secoli dopo non si sapeva più nulla.
Continua Pausania:
“i Greci che navigavano per motivi commerciali la chiamarono Ichnussa, soprattutto per il fatto che l’isola ha la forma di un’orma di piede umano. La sua lunghezza è di 1120 stadi, la larghezza va oltre i 420 stadi”. Lo stadio attico misura 177,6 m., quindi abbiamo 1120 x 0,1776 = Km 198,912; La larghezza è 420 x 0,1776 = Km 74,592 .
Potete rifare i calcoli con lo “stadio” di Alessandria che è uno dei maggiori, il risultato non cambia: forma e misure vanno bene solo per la Corsica. (Fig 1)
Seguiamo Pausania (10.17) mentre elenca tutte le offerte presenti presso l’oracolo di Delfi a vario titolo:
“Echecràtide , un cittadino di Larissa (Grecia), caricò sulla sua nave una piccola statua di Apollo e questa, dicono i Delfi, fu la prima di tutte le offerte votive poste (nel tempio). Fra gli stranieri che verso occidente occuparono la Sardegna alcuni mandarono una icona bronzea (di Sardo) da cui essi traevano il nome.”
Icona di bronzo si dovrebbe tradurre con “bronzetto”, invece si usano le parole statua o immagine.
A questo punto Pausania si dilunga sulla Sardegna perché i Greci ignorano tutto sull’Isola.
Aggiunge Pausania:
“Si dice che i primi a navigare verso l’isola furono i Libi; ai Libi era capo Sardo il Macheride; soprannominato Eracle da Egizi e Libi…”
Domanda secca: “ Cos’è una Machera?”
Gli addetti ai lavori hanno tradotto con: “Sardo il Maceride”, ossia il figlio dell’Ercole di Tiro.
Quest’ultima, a mio avviso, non è una buona traduzione, dovrebbe essere tradotto con: “armato di machera” che altro non è che un coltellaccio da combattimento. Non è un pugnale e non è una spada. Dalla machera degli Iberici fu ricavato il Gladio dei Romani.

In sostanza i Sardi mandarono a Delfi un Bronzetto raffigurante Sardo armato di machera. (Fig 2)
Basta andare al Museo di Cagliari per immaginare quale Bronzetto potrebbe essere andato a Delfi.

Immagini dell'autore.

sabato 11 settembre 2010

Relitti sommersi - Ulu Burun


Relitto di Ulu Burun
Nel 1982 il pescatore di spugne Mehemet Cakir scopre a Uluburun, a 8,5 km a Sud Est di Kas nel sud della Turchia, il relitto di una nave dell’età del bronzo.
L'Istituto di Archeologia della nautica (INA) nella campagna di scavo tra il 1984 e il 1994 ha portato alla luce uno dei più ricchi e più grandi assemblaggi di oggetti assemblati del Bronzo Tardo trovati nel Mediterraneo. Il natante giace su un ripido pendio roccioso a una profondità fra 44 e 52 m, con frammenti sparsi fino a 62 m. La datazione dendrocronologia di un piccolo pezzo di legna da ardere o paglioli suggerisce una data del 1306 a.C. per il naufragio della nave.
I primi esiti datarono quindi il relitto al XIV a.C. il periodo di Amenophe IV, Akenaton.
Il carico della nave, uno scafo reale, è costituito principalmente materie prime:
. dieci tonnellate di rame in forma di 354 piastre, sardo e cipriota
. quattro tonnellate di lingotti in rame ox-hide sardi
. una tonnellata di stagno proveniente da Bretagna e Cornovaglia
. 120 lingotti discoidali a "panelle" di provenienza incerta
. una tonnellata di resina di terebinto stivata in 150 vasi cananei
. 175 lingotti di vetro, di forma discoidale in blu cobalto, turchese e un esempio unico di lavanda (elementi commercializzati dalla costa siro-palestinese)
. tronchi di ebano egiziano (Dalbergia melanoxylon)
. tre uova di struzzo (contenitori di liquidi)
. alcune zanne di elefante intere e frammentate
. una dozzina di denti di ippopotamo
. opercula da Murex Seashells (un ingrediente per ottenere l’incenso)
. vari gusci di tartarughe carapaces (sound-box per strumenti musicali a corda)
. nove grandi vasi ciprioti finewares, contenenti tracce di melograni e olio d'oliva
. quattro bicchieri artigianali raffiguranti teste di arieti e, in un caso, una donna
. brocche e calderoni in bronzo e rame, mal conservati
. gioielli cananei, inclusi bracciali e collane d'oro
. rottami di oro e argento in quantità
. sigilli Siriani, Assiri, Cassiti e Sumeri.
. oggetti d'oro egiziano, electrum, argento e pietre preziose varie
. uno scarabeo in oro con il cartiglio della regina egizia Nefertiti
. migliaia di perline di vetro, agata, corniola, quarzo e ambra del Baltico
. due contenitori d’avorio per cosmetici a forma di anatre
. una tromba scolpita da un corno d’ariete
. un dente di ippopotamo
. strumenti in bronzo: trapani, scalpelli, assi e una sega
. frecce, pugnali, spade in bronzo e asce in pietra
. piombo e una linea di aghi per la riparazione di reti
. un arpione e un tridente in bronzo indicativi di una pesca dalla nave
. due tavole in legno di ebano per scrivere (dittici), ciascuna costituita da una coppia di foglie e una cerniera d'avorio. Sono incassate per contenere delle superfici di cera per gli scritti. Queste schede rappresentano il più antico esempio del loro tipo.
. una statuetta del Dio Bes in bronzo rivestita parzialmente in oro (simile a quelle siro-palestinesi), forse utilizzata come simbolo della divinità che proteggeva la nave. Bes, la cui immagine era un potentissimo amuleto, era un Dio benefico e genio familiare dell’Antico Egitto che si diffuse poi nel Mediterraneo. Divinità della gioia, della musica e della danza, allontanava dalla casa i malfattori e i geni malefici; i sardi lo avevano molto caro, come si nota nelle sculture che lo raffigurano, grottesco ma non mostruoso.
Altro culto importato dall’Egitto in Sardegna fu quello di Osiris, Isis, Serapis nei quali i sardi ritrovavano egittizzate le loro divinità; quindi non dobbiamo meravigliarci di trovare molte raffigurazioni nelle tombe delle città sarde e negli oggetti d’ornamento. Evidentemente gli originali di tutti questi manufatti in stile egizio erano stati portati nella nostra isola dai guerrieri Shardana che avevano avuto rapporti con l’Egitto.
La maggior parte dei beni personali e degli oggetti di bordo, come strumenti, ancore e lampade ad olio, indica che parte dell’equipaggio era formato da cananei e ciprioti. Tuttavia si nota anche la presenza di alcuni reperti micenei: un paio di sigilli, tre spade, due pettorali con perline di vetro, coltelli curvi, rasoi, scalpelli, sfere in ambra di tipo miceneo, una trentina di pezzi di ceramica fine, una spilla in bronzo e uno scettro cerimoniale con testa in pietra simile ad uno in bronzo trovato in Romania.
Questi manufatti suggeriscono i collegamenti tra la nave, o almeno con alcune delle persone a bordo, e le terre di tutto il Mediterraneo e dell’Europa. Il grande numero di strumenti musicali trovati a bordo indica che, verosimilmente, venivano eseguite delle danze rituali in onore della Dea. Le numerose armi indicano che l’equipaggio era pronto a qualunque tipo di attacco. Che rotta aveva seguito?
Probabilmente la nave aveva fatto scalo in una delle città sarde, forse Tharros, dopo un viaggio effettuato oltre lo stretto di Gibilterra dove aveva imbarcato la tonnellata di stagno e altri oggetti di provenienza africana. A Tharros imbarcò altre mercanzie. L’ambra trovata nel relitto proveniva dal Baltico via mare, o lungo le rotte fluviali del centro Europa. Le armi (lance e spade) sono identiche a quelle conservate nei musei di Sassari e Cagliari. Così i gusci d’uovo di struzzo forati. Il carico fu completato con lingotti di rame del tipo Ox-hide lavorati in Sardegna (il rame poteva anche essere cipriota, ma lavorato da fabbriche sarde, i marchi e la forma originale lo suggeriscono).
È rilevante l’abbinamento fra percentuali 10:1 di rame-stagno (esattamente la proporzione utilizzata per ottenere il bronzo) e la presenza della resina di terebinto, utilizzabile per il metodo della fusione a cera persa.
La stessa nave aveva a bordo dei passeggeri importanti. Personalmente concordo con gli studiosi americani che definiscono il relitto “Nave reale” e, d’accordo con Melis, ritengo si potesse trattare di ambasciatori dei Popoli del Mare che si recavano in Egitto, alla corte di Amenophe IV e di Nefertiti.
È lecito pensare che l’invito era arrivato grazie ai Shardana della Guardia Reale. La sosta presso Akenaton servì a rafforzare i legami fra le due potenze e forse a convincere Amenophe ad instaurare il culto monoteistico dell’Unico Dio. La nave si diresse poi verso la penisola anatolica, dove avrebbe consegnato il carico di rame e stagno utile alla produzione delle armi per un grande esercito.
Inserisco una nota su Akenaton per l’importanza religiosa che rivestiva.
Akenaton, che si chiamava Amenophe IV ed era figlio di Amenophe III, fu il primo eretico della storia. Abolì il culto di tutti gli dei in favore dell'unico dio Aton, rappresentato dal disco solare con i raggi che terminano con delle manine per dare la vita. Dedicò un tempio ad Aton a Karnak (i sacerdoti di Amon glielo permisero perché pensavano che Aton fosse una forma del dio Amon) ma quando capirono che Aton era un dio diverso, che non era mai rappresentato in forma umana, tramarono contro Akenaton che scappò a Tell-el-Amarna a 260 km a sud del Cairo. L'antica religione fu poi restaurata da Tut ank Aton che divenne Tut ank Amon.


Immagine di www.worldvisitguide.com

giovedì 9 settembre 2010

Relitti sommersi - Punta Iria


Relitto di Punta Iria
Nel settembre 2008 si è svolto sull'Isola di Spetses, nel Golfo dell'Argolide, un convegno internazionale per lo studio del tardo Bronzo: “The Point Iria Wreck”, interconnessioni nel Mediterraneo nel 1200 a.C., dedicato al relitto di Punta Iria, una nave cipro-micenea della fine del Xlll a.C.
Ai lavori, diretti dal professor Spyros lakovides, membro dell'Accademia di Atene, hanno partecipato Eugenios Yannakopoulos, Segretario Generale del Ministero della Cultura, Nikos Tsouchlos, Presidente Fondatore dell'Hellenie Institute of Marine Archaeology, e Haralambos Pennas, direttore della seconda Eforia di antichità bizantine nonché degli scavi di Punta Iria.
Gli archeologi dell'Hellenic Institute of Marine Archaeology (HIMA), responsabili della ricerca, hanno fornito i loro resoconti:
. C. Agouridis, sulla scoperta e lo scavo
. Y. Lolos ha presentato le sue analisi stilistiche e storiche sul carico di ceramica
. Y. Vichos ha offerto le sue considerazione sulle rotte e le condizioni nautiche nell'ambiente attorno alla Punta Iria all'epoca del naufragio.
. A. Kyrou ha esaminato l'evidenza di punti d'appoggio e di insediamenti costieri preistorici nel Golfo dell'Argolide.
. V. Karageorghis ha discusso vari aspetti degli scambi commerciali tra Cipro e l'Occidente durante il XIV e il Xlll a.C., sottolineando la crescente importanza di Cipro a scapito del mondo elladico.
. C. Pulak ha concluso i lavori con un resoconto degli ultimi studi sullo scafo del relitto di Uluburun.
I lavori sono stati abbinati all'apertura nel Museo di Spetses di una mostra sui materiali provenienti dal relitto, e all'edizione del relativo catalogo con testi in greco e inglese.
Il relitto di Punta Iria fu avvistato negli anni Sessanta dal subacqueo veterano Nikos Tsouchlos nel Mare Egeo lungo la costa orientale del Golfo dell'Argolide, davanti alla punta da cui ha preso il nome; al ritrovamento seguirono ricognizioni e scavi effettuati dall'Hellenic Institute of Marine Archaeology (HIMA) dal 1991 al 1995. Il tratto di costa in cui la nave è naufragata è ancora oggi pericoloso per la conformazione montuosa e per la presenza dell'isolotto antistante di Psili, che insieme creano una zona di venti potenti e variabili nonché di forti correnti.
La nave giaceva a una profondità dai 12 ai 27 metri, ad una quindicina di metri dalla riva; il sito si presentava come un cumulo di pithoi (grandi giare da trasporto), anfore e vasetti che copriva un'area di circa 100 metri quadrati. Fu questa scoperta che spinse Tsouchlos ad interessarsi dell'archeologia subacquea egea, e che portò infine alla formazione dell'HIMA. Nel 1991 fu effettuata una campagna di ricognizione; dal 1992 al 1994 si organizzarono delle campagne di scavo sulla zona di massima concentrazione dei reperti.
Il materiale rinvenuto venne portato al Museo di Spetses dove furono eseguiti accertamenti, pulizie e processi di conservazione. I rapporti di scavo vennero regolarmente pubblicati nella rivista dell'HIMA, Enalia, in greco e in inglese, e negli atti di vari simposi internazionali.
Il carico della nave comprendeva 25 vasi da trasporto e da utilizzo comune, con tre provenienze: Cipro, Creta e il mondo Elladico. Al Tardo Cipriota IIC/IIIA appartiene un gruppo di otto vasi, tra i quali tre pithoi senza maniglie e parte di un quarto, tutti con decorazione a rilievo attorno alla spalla, oltre a tre brocche di varie dimensioni. I pithoi trovano confronto tutt'attorno al Mediterraneo tra il XIV e il Xlll a.C., come vasi da trasporto per eccellenza sia per l' olio d'oliva che per la frutta.
Un altro gruppo di otto vasi si identifica, in base alla forma, come materiale cretese, specificamente del Tardo Minoico IIIB 2, ed è composto interamente da vasi a staffa alti circa 40 cm. Questo tipo di vasi era di solito usato per il trasporto dell'olio d'oliva, e la loro distribuzione nei siti del XIV e il XIII a.C. si estende dalla costa levantina e da Cipro fino alla Sardegna e alla Sicilia.
Il terzo gruppo di ceramica rappresenta la fase micenea del Tardo Elladico IIIB, e comprende 9 vasi, di cui tre vasi semplici, profondi, senza maniglie di tipo elladico tradizionale, insieme ad un'anfora che porta due simboli incisi sulle maniglie, probabilmente connessi alla scrittura Ciprominoica 1.
Inoltre ci sono alcuni vasi di ceramica fine come il krater profondo a beccuccio e frammenti di due ciotole, una delle quali con decorazione dipinta.
Altre quattro ciotole di ceramica comune farebbero parte del vasellame di bordo. Un tale assemblaggio di vasi da trasporto riflette appunto le interconnessioni commerciali e culturali internazionali esistenti in quest'epoca attraverso il Mediterraneo orientale. Insieme ai dati provenienti dai relitti di Uluburun e di Capo Gelidonya (nave del XII a.C. più piccola impiegata in scambi di piccolo cabotaggio) ci aiutano a delineare l'evoluzione degli scambi economici del Mediterraneo.
Anche per il relitto di Punta Iria si pone la questione della nazionalità della nave, ma ancora una volta il miscuglio di oggetti rinvenuti a bordo, sia del carico che di uso comune, indica che il commercio marittimo era sicuramente gestito da gruppi eterogenei.
Delle attrezzature di bordo si sono recuperate tre ancore, di cui una trapezoidale di piroxenite con un foro, pesante 43 kg. Le altre due dispongono di tre fori e sono una di arenaria (kg 26) e l'altra di una scura roccia vulcanica (kg 34); è possibile che queste fossero troppo piccole come ancore di sostegno, ma che invece facessero parte della zavorra. La mia ipotesi è che potesse trattarsi di pietre multiuso con possibile funzione di unità ponderale, visto che il peso dei lingotti ox-hide in rame è quasi identico.
Comunque, solo una può con sicurezza essere connessa con il carico di questa nave, poiché ritrovata nell'area di concentrazione dei reperti. Altri oggetti trovati nei dintorni della zona di scavo, quali anfore ed ancore di epoche e provenienze diverse, confermano la natura insidiosa di questo tratto di costa.
I resti dello scafo sono limitati a dei piccoli frammenti lignei, uno dei quali reca un foro semicircolare realizzato artificialmente: indizio modesto, ma forse sufficiente, di un sistema di costruzione a mortase e tenoni. In base alla disposizione dei reperti sul fondale e alla loro consistenza, si ipotizza che la nave misurasse circa 10 m di lunghezza, e che, supponendo che il carico al momento del naufragio fosse più grande, portasse un carico di almeno tre tonnellate.

Nell'immagine (link: www.travel.webshots.com) il carico del relitto di Ulu Burun, dove si nota il particolare sistema di stivaggio dei lingotti ox-hide.

mercoledì 8 settembre 2010

Gli antichi relitti sommersi


Gli antichi relitti sommersi
Nel Satyricon di Petronio viene descritto un naufragio: "...la tempesta, fedele esecutrice di ciò che il destino comanda, porta via tutto quel che resta alla nave; non vi sono più alberi, né timoni, né cordami, né remi: massa informe e desolata, il naviglio se ne va in balia delle onde. Subito accorsero dei pescatori su scafi leggeri in cerca di preda. Ma, quando videro che vi erano ancora persone vive e pronte a difendere i propri beni, la loro crudele avidità cedette a offerte di aiuto. Ed ecco udiamo uno strano mugolio, quasi un lamento di belva prigioniera, che usciva dalla cabina del magister. Ci lasciamo guidare da quel suono, e troviamo Eumolpo (figlio di Poseidone), seduto dinanzi a una pergamena immensa su cui andava accumulando versi su versi. Sì, pur con la morte alla gola quel pazzo aveva trovato il tempo di stendere un poema, e che razza di poema, dèi benigni! Addirittura sulla distruzione di Troia. Lo strappiamo di là che urla e protesta, gli gridiamo di non far follie. - No - strepita lui, furioso di essere stato interrotto - lasciatemi terminare la frase: sto facendo l'ultimo sforzo per finire!”
Se vele, sandali (relitto di Comacchio), panieri di vimini (Gelydonia, Ulu Burun, Marsala), mandorle (Kyrenia), grembiuli di cuoio (Comacchio), foglie d'olivo, canapa indiana (Marsala), nocciole [Albenga, Punta Crapazza (Lipari)], ramoscelli (Giens), paglia (Giannutri) ed altri materiali organici assai deperibili provengono da numerosi scavi archeologici sottomarini, non solo il forsennato poeta, ma anche l'epica pergamena stavano correndo il rischio di essere sepolti con lo scafo e magari di avere la possibilità di essere ritrovati dopo millenni.
Sebbene possa apparire un obiettivo assai limitante per la palese incompatibilità tra acqua salmastra, inchiostri e scritture, ritengo non privo d'interesse guardare alle testimonianze di scritti trasportati a bordo delle navi o che quotidianamente venivano redatti a bordo; testi di solito brevi, relativi più al mondo del commercio e del diritto, che, ovviamente, alla letteratura epica.
Tuttavia è certo che anche opere letterarie furono concepite in mare, come nel caso sopra menzionato nel Satyricon. Cicerone in persona ad esempio ci informa che l'opera “Topica” fu iniziata a bordo di una nave in navigazione dopo Velia e che nel percorso marittimo verso la Cilicia dopo Samo, il medesimo, divenuto governatore, modificò il testo dell'editto provinciale, che avrebbe dovuto pubblicare al momento del suo ingresso in provincia.
Le relative testimonianze archeologiche subacquee sono finora rare e tali sembrano essere destinate a restare, sino all'improbabile rinvenimento di una nave carica di libri, simile al relitto degli anni sessanta ubicato intorno ai cinquanta metri di profondità al largo della Tonnara di S. Vito Lo Capo, nei pressi di Palermo. Esso contiene numerose copie del Corano, che nel buio e nel fango della stiva hanno già superato diversi decenni di immersione nell'acqua salmastra.
In attesa di un evento di tal genere attingeremo alle testimonianze delle fonti antiche, che occasionalmente ci parlano di un commercio librario transmarino, come quello sollecitato da Platone che diede incarico di acquistare in Sicilia, per diecimila denari versati da Dione, le opere filosofiche di Filolao, introvabili in Grecia o quello attestato dalla presenza di libri a bordo delle navi che nella seconda metà del primo Millennio a.C. approdavano ad Alessandria.
L'esistenza infatti nella Biblioteca di Alessandria del fondo detto "delle navi" pare risalga a Tolomeo Filadelfo (285-246 a.C.), il quale aveva ordinato che venissero ricopiati da scrivani degli uffici doganali tutti i libri in transito e che gli originali fossero trattenuti per la Biblioteca ed ai viaggiatori venissero restituite soltanto le copie.
Ad esigenze di computo e documentazione si ricollega invece il più antico materiale scrittorio rinvenuto in scavi subacquei (Ulu Burun, in Turchia). Risale al XIV a.C. e dimostra la possibilità della conservazione sul fondo marino di reperti organici assai deperibili. Si tratta di una tavoletta cerata lignea con cerniere in avorio, che costituisce in assoluto una delle più antiche testimonianze dell'utilizzazione di questo tipo di supporto scrittorio. Purtroppo la cera della superficie scrittoria risulta quasi del tutto abrasa, evidenziando le lineole incrociate incise per favorire l'adesione della gomma al legno.
La composizione del carico dello straordinario relitto di Ulu Burun non solo trova riscontro nelle lettere di Tell Amarna, ma anche in raffigurazioni tombali egiziane coeve, che rappresentano l'arrivo di navi levantine in Egitto e dimostrano l'usuale impiego del dittico in questione per registrare i prodotti imbarcati. Oltre che per la trasmissione della corrispondenza, questo dovette essere uno dei più antichi usi della scrittura, soprattutto nel mondo palaziale.
Di grande interesse è valutare il ruolo esercitato dal commercio marittimo nella diffusione della scrittura, ma l'esame dei molteplici aspetti del problema, indurrebbe a superare ampiamente i limiti di tempo in questa sede definiti. Mi limiterò quindi a qualche cenno, maggiormente attinente all'angolazione prescelta: l'archeologia sottomarina.
La sorprendente assenza di volumina nei papiri micenei è stata già notata ed appare pressoché impossibile che segni in lineare B, oltre che su tavolette, non siano stati tracciati su papiro.
La capacità del fango o della sabbia del fondo di conservare reperti organici potrebbe offrire la prova mancante. Ancor più suggestivo è rilevare che la migrazione coloniaria tra il IX e l'VIII a.C. pare abbia richiesto la stesura scritta dei poemi omerici ed il trasporto per mare dei testi, utilizzati dagli esploratori che localizzavano nei siti estremi raggiunti, le imprese che descrivevano.
Una delle più accreditate ipotesi sull'origine della scrittura nel mondo Egeo vede le cretule impresse con simboli o nomi di consegnatari, di generi e quantità di prodotti forniti.
Tali cretule sarebbero state realizzate per render conto di derrate palaziali consegnate o affidate ad esibitori di validi contrassegni o addirittura di modelli miniaturistici, corrispondenti in numero e genere ai prodotti forniti da chi li custodiva per conto dell'autorità, che poteva così trasmettere i suoi simboli senza il continuo ricorso alla parola parlata.
È suggestivo notare che di recente è stata rinvenuta in Sicilia, in un contesto assai antico, una cretula sigillo con segni di "cordami che dovevano legare un contenitore di ignote caratteristiche" nel fossato neolitico di Stretto Partanna (Trapani).
Oggetti miniaturistici o calculi in terracotta per il computo (tokens), che precorrerebbero i segni impressi e i simboli successivamente tracciati sulla tavoletta d'argilla, furono nel mondo orientale talvolta contenuti in bolle sferiche d'argilla (bullae), che venivano spezzate per verifica del contenuto in caso di contestazione in merito ai segni tracciati o impressi sulla superficie esterna.
A queste origini si ricollega con ogni probabilità la forma a cuscinetto della tavoletta d'argilla, che talvolta conteneva un duplicato del tutto nascosto all'interno. Col medesimo principio, nonostante la grande distanza nel tempo e nello spazio, fu ideata la doppia scritturazione sigillata su tavolette lignee dei documenti dell'età greco romana.
Ma come tra percettori di imposte e mercanti per millenni sopravvisse la prassi della doppia scrittura, nonostante caratteri e materiali assai diversi, così da un mondo di analfabeti o semianalfabeti potevano giungere almeno sino all'età arcaica pratiche di computo mediante calculi, tacche e incisioni. Possiamo anche supporre la trasmissione di rudimentali messaggi mediante oggetti miniaturistici.
Reperti di questo tipo possono facilmente sfuggire negli scavi subacquei o essere non correttamente interpretati ed è realmente sorprendente che nessun relitto, nonostante la frequente presenza di pesi e bilance (Yassi Ada, Camarina, Giardini, Palud), abbia finora restituito una tavola per contare o abaco, che pur doveva essere un oggetto di frequente impiego nella pratica del commercio.

Immagine tratta da www.inadiscover.com

martedì 7 settembre 2010

Archeologia e Tecnologia dei software


Italia. Ecco il software che decritterà le misteriose tavolette dell’età del bronzo
di Martina Calogero

La loro grandezza supera di poco quella dei moderni telefonini e per tentare di svelare l’enigma che contengono è stato usato un software sovente impiegato anche da Scotland Yard per le sue investigazioni.
Si tratta delle misteriose tavolette risalenti al bronzo, ripartite in una zona che include una grossa porzione dell’Europa centro-orientale sino al Basso Danubio e ai Carpazi, particolarmente concentrate nell’area del lago di Garda e nella Lombardia orientale, reputata dagli esperti come la più probabile zona di origine di queste tavolette: infatti più di centoventi delle centotrentuno tavolette trovate in Italia sono state scoperte nella Lombardia orientale, invece, nei restanti stati europei coinvolti, ve ne sono in totale 150.
L’utilizzo di queste tavolette – maggior parte delle quali è di terracotta, con incisi segni a crudo, riprodotti in sequenze ripetitive con una logica ben precisa, sebbene non ancora decodificata – parte dal Bronzo Antico evoluto (2100 a.C. circa) sino al Bronzo Medio avanzato (1400 a.C, circa), e la sequenza di segni-simboli incisi e collocati su sottili righe orizzontali incise, si assomigliano molto gli uni con gli altri sia per quanto riguarda la loro disposizione che per la loro forma, sebbene si siano diffusi in zone molto distanti fra loro.
L’analisi di questi manufatti parrebbe, ora, giunto a una svolta per via del progetto stimolato dal professor Adalberto Piccoli, che dirige il Museo Archeologico dell’alto Mantovano di Cavriana, in collaborazione con l’Università di Brescia (Dipartimento di Optoelettronica) e con l’Università di Bologna (Istituto di Linguistica, Letteratura e Scienze della Comunicazione). Il bolognese Dipartimento di Optoelettronica ha il compito particolare di attuare scansioni tridimensionali dei manufatti per constatare le tecniche di lavorazione, i segni eventualmente ripetuti, la sovrapponibilità dei segni stessi.
Più di trecento esemplari sono stati individuati grazie a un censimento effettuato a livello europeo delle tavolette a noi note. Mentre nel mese di giugno del 2008 è avvenuta l’inaugurazione del sito web www.tavoletteenigmatiche.it, dove gli esperti hanno inserito le schede di tutte le tavolette conosciute e che viene , di continuo, aggiornato con tutte le informazioni disponibili.
Resta un ultimo, decisivo enigma da sciogliere: quale è il significato di queste arcane tavolette? L’utilizzo di un programma elaborato dall’azienda romana Semeion ha consentito di indicare con una buona approssimazione nel territorio del lago di Garda la zona d’origine delle tavolette, sebbene sul loro utilizzo gli studiosi hanno opinioni differenti: alcuni credono che fossero degli oggetti rituali, ma è molto più probabile che si trattasse di oggetti per semplificare lo scambio delle merci, una specie di ricevuta fatta di pietra dove venivano impressi la quantità e il genere di merci scambiate. Adesso non resta che confermare questa ipotesi con i software e il web del Terzo Millennio.
Fonte Archeorivista

lunedì 6 settembre 2010

Intervista ad una archeologa.

Intervista all’archeologa Angela Ruta
Autore: Martina Calogero

L’archeologa Angela Ruta, è Direttore Archeologo Coordinatore in pensione dal luglio 2009. Archeorivista l'ha intervistata per voi.
D. Qual’è stato il suo percorso formativo?
R. Laurea in lettere classiche all’università di Padova e scuola di specializzazione in archeologia all’università di Pisa.
D. E il suo percorso professionale?
R. Dal 1978 archeologa presso la Soprintendenza Beni Archeologici del Veneto con incarichi di tutela del territorio delle province di Belluno, Treviso, Vicenza e Padova, dal 1992 al 2009 direttore del museo nazionale atestino di Este e coordinatore della tutela archeologica di Padova, quindi con molte esperienze di scavo urbano.
D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Continuo a lavorare su argomenti come i riti funebri, la sfera del sacro, la confinazione, lo sviluppo urbano, nel Veneto del primo millennio a.C. Rivolgo la mia attenzione anche a temi di comunicazione museale, archeologica e più in generale culturale.
D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Collaboro con progetti scientifici e divulgativi per alcuni musei del Veneto; conduco, come volontaria, una trasmissione di archeologia e beni culturali per una radio indipendente che si chiama Radio Cooperativa.
D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. In ambito all’attività di direttore del museo di Este, ma non solo, la realizzazione di mostre archeologiche scaturite da nuove scoperte di scavo, incentrate sui Veneti antichi.
D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. Non so…quando si va in pensione più che mai bisogna saper scegliere!
D. Il suo sogno nel cassetto?
R. L’archeologia alla portata del grande pubblico.
D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. Non tanto bene, soffocata dai sistemi di potere accademici e ministeriali.
D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. Una dignitosa sopravvivenza quotidiana invece dei progetti speciali, il precariato giovane e non più giovane, la non consapevolezza dell’ oro buttato (come l’ha chiamato Corrado Jacona in un’ottima trasmissione televisiva) ma è un’utopia.
D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. I musei e le aree archeologiche meno famose, ma altrettanto fascinose che costituiscono il tessuto connettivo portante del nostro paese, invece affogano nell’abbandono della manutenzione ordinaria. Ma sono molto più di tre!
D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. Una migliore valorizzazione dei nostri beni culturali, materiali e immateriali.
D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. A scegliere in direzione della qualità e a differenziare offerte e prodotti culturali.
D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Certo, ma era previsto nella legge Ronchey un limite di 5 anni; è giusto farlo valere.
D. La sua opinione sui musei italiani?
R. Alcuni davvero ottimi, parecchi ancora troppo bui, sopraffatti dall’ossessione della cronologia e della tipologia, ma il museo-manuale non piace…nemmeno agli addetti ai lavori; per chi ne ha l’esigenza ci sono i cataloghi e l’accesso ai magazzini.
D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. Con investimenti forti nella promozione; ci sono tanti musei validi, del tutto sconosciuti al pubblico, anche dietro l’angolo.
D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. La visita quotidiana è giusto che sia gratuita per le scuole, o anche per tutti, mentre possono essere a pagamento gli eventi, gli effetti speciali che possono animare i musei, dalle visite tematiche, ai concerti, alle presentazioni di libri o film, etc .
D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. Sicuramente, ma vanno evitati gli eccessi, altrimenti vengono a mancare la sorpresa, la curiosità, l’approfondimento.
D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. Un rapporto ancora da sviluppare.
D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. Pochi, la maggioranza cade nell’autoreferenzialità.
D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. Alcune riviste specializzate e non specialistiche sono ottime, mentre i quotidiani mediamente sono ancora legati ai vecchi schemi del mistero, per non parlare dello scoop della scoperta. La scoperta quasi sempre è il frutto di un lavoro a monte. Idem per le trasmissioni televisive; alcune presentano un’archeologia inesistente o deteriore.
D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. Bene con cautele e garanzie.
D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. Si.
D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. Assolutamente no.
D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. Sicuramente la seconda, ma spesso scavare è un’urgenza di tutela.


Fonte Archeorivista

Propongo questa intervista perché ritengo che alcune risposte offrano lo spunto per approfondimenti, e ho evidenziato in neretto alcune fra le frasi più interessanti.
La Prof.ssa suggerisce uno nuovo studio sui materiali già scavati e attualmente depositati nei magazzini. Più volte ho sottolineato che la rilettura di ciò che abbiamo a disposizione, filtrata attraverso i nuovi dati acquisiti nel tempo, apre prospettive illuminanti per chiarire qualche teoria ancora nebulosa. Spesso rileggiamo gli autori antichi, e scopriamo nuovi dettagli, acquisiamo dati particolari che prima non riuscivamo a notare. L'Università di Cagliari è impegnata in un progetto che va in questo senso e i laureandi lavoreranno fianco a fianco con disegnatori, ricercatori, fotografi e archivisti per cogliere nuove ipotesi di utilizzo dei materiali.
Il secondo punto segnalato in neretto riguarda l'autoreferenzialità dei docenti. Trovo scontato che questo accada. Ogni studioso si immerge nelle proprie convinzioni e segue determinate strade, cercando dati che avvalorino le proprie teorie. Qualora si dovesse verificare che i dati trovati portano a conclusioni differenti bisognerebbe avere il coraggio di cancellare le proprie convinzioni e seguire altre strade, ma ciò significherebbe ammettere di aver sbagliato. Poche persone hanno il coraggio di cospargersi il capo con la cenere e ricominciare daccapo, ma quelli che lo fanno...meritano rispetto e tutto l'incoraggiamento possibile.

Tartesso - parte 3° di 3



Tartesso 3° parte,
di Mario Cabriolu.

Esiste un'altra iscrizione, molto simile a quella di Nora, però su un frammento ceramico: il coccio di Orani. Anche in esso si legge b-TRShSh, stavolta però il reperto è stato ritrovato nel centro-nord Sardegna.
Dobbiamo ad un'altro ricercatore l'interpretazione e la divulgazione di queste iscrizioni che, oltre a testimoniare ciò che viene negato quasi da tutto il mondo accademico, ossia la presenza della scrittura in ambiente nuragico, contribuiscono a chiarire alcune zone d'ombra della storia e della geografia antica dell'Occidente.
Il professor Sanna reinterpreta l'iscrizione di Nora anche grazie al coccio di Orani e vi legge non solo il nome (Tarsos) dell'antica Tharros, ma anche quello (Gorra) della città di Cornus, centro della rivolta antiromana ai tempi della II guerra punica. Sono due fra le città più importanti della Sardegna occidentale nell'antichità e, ripeto, occidentale, con di fronte tanto mare e al di là l'ignoto.
Un'ulteriore prova sembra fissare definitivamente nell'ambito del golfo di Oristano, e quindi verso Tharros, la mitica Tartesso. Abbiamo detto della non persistenza del toponimo in area Andalusa: non solo non esiste Tartesso, ma nessun altro toponimo sembra ricordare quello della mitica località. Lo stesso invece non può dirsi per la Sardegna, dove invece esiste ancora oggi una fondamentale testimonianza, il nome del fiume più importante dell'isola, il Tirso.
Tutte le fonti più antiche parlano di uno stretto legame fra Tartesso e i metalli pregiati. La seconda isola del Mediterraneo è ed era famosa per le sue ricche vene d'argento. La Spagna può però vantare giacimenti di stagno e d'oro, praticamente assenti nell'isola. La corretta definizione di quel fiume Tartesso degli antichi, che trasportava ora l'uno ora l'altro metallo fin dentro le mura delle città, risolverà a favore della Sardegna, e in particolare di Tharros, anche questa questione.
Se la Tharshish biblica era la Tartesso dei greci, in quel luogo l'archeologia deve documentare l'esistenza di una civiltà particolarmente evoluta a partire dal II millennio a.C. (il libro della Genesi, dove già si parla di Tarshish, è stato composto presumibilmente a metà del II millennio a.C.) fino alla metà del I millennio a.C. (l'ultima citazione biblica di Tarshish è presente nel libro di Giona, datato tradizionalmente al V a.C.).
È superfluo far notare che l'unica grande civiltà dell'occidente che si è sviluppata ininterrottamente in quell'arco di tempo è quella nuragica. In quel luogo l'archeologia deve anche testimoniare i legami tra fenici e il regno del re Argantonio, a partire da epoche sufficientemente remote.
Questo avviene nell'estremo occidente sicuramente per la Sardegna, dove l'archeologia ufficiale cerca di postdatare i ritrovamenti, forse al fine di evitare di dichiarare l'esistenza di colonie fenicie in terra sarda anteriori l'VIII a.C.
L'esatto contrario avviene nella penisola iberica dove gli sforzi sono tutti rivolti a retrodatare i ritrovamenti fenici proprio per arrivare a quell'VIII a.C., appena sufficiente per considerare in qualche modo attendibili i riferimenti a quelle terre nei racconti degli antichi.
Le visite alla città da parte di navigatori greci e le relative notizie cessano intorno al 500 a.C. Questo fatto è stato giustificato per diversi decenni, da parte dei sostenitori di una Tartesso spagnola, come dovuto alla chiusura dello stretto di Gibilterra operata da Cartagine, che avrebbe impedito, proprio in quegli anni, la navigazione oltre lo stretto a tutti i mercanti non punici.
Venuta a cadere tale teoria, automaticamente si è riproposto il problema Tartesso e del perché della sua decadenza e conseguente scomparsa. La Tartesso sarda, e non fenicia, a cavallo del 500 a.C. ha dovuto sicuramente affrontare una delle sue più dure battaglie o forse ha deciso per la sottomissione senza spargimento di sangue in cambio di una vita dignitosa. Intorno al 500 a.C. le cronache di viaggio non parlano più di Tartesso che da quel momento in poi entra nella sfera del mito. Sempre intorno al 500 a.C. Cartagine dichiara di avere il controllo sull'isola di Sardegna, più verosimilmente limitato ad una parte delle aree costiere. Non si hanno prove documentali e neppure archeologiche, ma possiamo presumere che negli scontri fra Sardi e Punici le città dell'isola non si siano schierate tutte dalla stessa parte.
È probabile che alcune abbiano deciso, non tanto di schierarsi con Cartagine, quanto di accettare pacificamente l'ingerenza punica nei propri affari, in cambio della protezione nei confronti di altre città sarde avversarie sia in campo politico che commerciale.
Si vuole qui affermare l'esistenza in Sardegna, nel VI a.C. (con origini già diversi secoli prima), di più Regni aventi ciascuno a capo una o più città guida. La "fondazione" di Nora nel IX a.C. da parte di Tharros, in un territorio esterno a quello d'influenza politica della città, sarebbe allora la risposta all'azione ostruzionistica nei confronti dei traffici navali Tartessi verso e dal sud della Sardegna operata dai Sulcitani.
La fondazione della colonia indica anche un vuoto di potere in quell'area del meridione dell'isola, che doveva essere parte del regno che gravitava intorno al Golfo di Cagliari.
I Sulcitani erano un popolo nuragico che aveva rapporti ancora non del tutto chiariti con gli Etruschi: è infatti attestato in Etruria il gentilizio Silketenas che ricorda troppo da vicino quello dei Sulcitani tanto che Pittau ne propone una possibile corrispondenza.
I Sulcitani potrebbero quindi aver deciso di mantenersi neutrali, almeno nello scontro decisivo fra Punici e Sardi delle città. Tharros potrebbe invece essere stata costretta alla resa, che comportò la perdita di una serie di privilegi fra i quali l'autonomia politica.
La ricerca archeologia nell'area della città (collina di su Muru Mannu) ha constatato l'assenza di distruzioni in periodo fenicio-punico.
Cartagine, pur essendo figlia di Tiro, non era né un alleato commerciale né assunse un atteggiamento di riguardo nei confronti di una terra che aveva forse contribuito alla fondazione della stessa Tiro, sicuramente ai suoi progressi nel campo della nautica. Cartagine doveva conquistare la Sardegna o almeno il controllo dei suoi mari e portare così a termine il progetto di dominio di una parte del Mediterraneo occidentale, che consentì alla città fenicia di rendere inaccessibili ampi tratti di costa nordafricana e le principali isole di questo specchio di mare. Insieme a ciò Cartagine promosse una campagna di disinformazione, durata oltre due secoli, volta a condizionare gli avversari politici e commerciali.
I punici nascosero ad arte non solo le rotte verso alcune ricche terre, ma anche l'esistenza stessa di alcune di esse; oppure fecero circolare informazioni fuorvianti relative a viaggi fantastici, tanto che non solo i romani si sono inventati una Lixus nelle coste atlantiche marocchine, ma ancora oggi stiamo vanamente ricercando la mitica Cerne là dove non è mai esistita.
La Sardegna, che mai era apparsa esplicitamente nelle carte geografiche prima di allora, ma che veniva indicata in vario modo dato l'alone mitico che avvolgeva le sue città e i suoi abitanti, divenne l'isola Sarda e nulla più per oltre 2 secoli.
Se oggi non ci bastano gli innumerevoli resti che l'archeologia ufficiale ha difficoltà anche a censire, le tante meraviglie architettoniche che tali erano anche per i maestri ellenici (è questo un caso unico nel Mediterraneo occidentale), le iscrizioni nuragiche…
Cerchiamo di rileggere con attenzione i pochi testi degli antichi che sono arrivati fino a noi e che contengono importanti riferimenti alla nostra isola ancora non del tutto decifrati.
Uno fra tutti è la famosa Geografia Tolemaica dove, oltre a moltissimi nomi di località che sembrano confermare, come proposto da Sanna, la coesistenza nell'isola di due etnìe principali, una Indoeuropea, l'altra Cananea, preesistenti la presunta età delle colonie fenicie, sono riportati i nomi dei popoli principali presenti allora in Sardegna che dobbiamo leggere con maggior attenzione e rispetto della fonte.
Fra gli altri, vogliamo qui ricordare due nomi, nella forma riportata nei codici ritenuti più antichi, più vicini all'originale Tolemaico: Kunusitani e Keltini (o Kelsitani).
I primi, e lo dice Pais, ricordano i Cineti (o Cinesi) di Erodoto; noi con minor timore di alterare un dogma per gli accademici, diciamo che i due nomi coincidono. Erodoto li chiama Kyneti o Kynesi (con la y che si pronunzia come l'u francese o lombardo) e la differenza fra i due nomi è rappresentata dal suffisso etnico -itani presente nel codice Tolemaico. Tale popolo è secondo Erodoto quello che abita le regioni più occidentali conosciute dell'Europa. Vedete allora quanto erano così vicine alla Sardegna quelle estreme regioni Europee a metà del I millennio a.C.?
Il secondo nome è altrettanto sorprendente perché, a meno del solito suffisso etnico -itani, di cui è in parte depurata la prima versione, si tratta inequivocabilmente di Celti, il popolo che in Erodoto è appena più ad est rispetto ai Cineti. Proprio così, come ha intuito Frau, come riferisce Ecateo, come conferma l'archeologia, un popolo conosciuto come dei Celti, forse i discendenti di coloro che lasciarono quel nome più a settentrione nel continente europeo (dove i locali lo adottarono come loro secondo nome) abitava in Sardegna, distinto dagli altri del luogo, ancora i primi secoli d.C. In tanti diranno: i Celti della Sardegna sono arrivati come deportati in età romana. Ed è qui che si manifesta tutta l'importanza dell'informazione Tolemaica: nessun popolo del continente europeo era conosciuto col nome di Celti già da diversi secoli (pare che ad es. i Galli usassero chiamarsi Celti fra loro, ma non è chiaro allora il significato da loro attribuito al nome). Possiamo andare oltre e affermare che questo è l'unico documento che lega un popolo di definita appartenenza geografica al nome Celti.
Le conseguenze e implicazioni di questo fatto sono tutte da capire e da studiare. Torniamo un attimo ai Cunusitani (i Cineti di Erodoto) e ricordiamo quanto già proposto in altro luogo e cioè la corrispondenza del nome Ichnusa dato dai greci all'isola di Sardegna e il nome di questo popolo: come era loro abitudine, i greci ellenizzarono un nome che non capivano, usando un termine greco foneticamente vicino a quello indigeno:
Ichnusa (orma del piede) in luogo di Cunusi (o Cnusi o qualcosa del genere).
Quel popolo che Erodoto riferisce due volte nelle sue Storie, che non colloca nella penisola Iberica perché non ne conosce l'esistenza, che doveva rivestire una qualche importanza anche per il solo fatto di essere citato, che al solito scompare più tardi nella penisola Iberica, per il semplice motivo di non esserci mai stato, aveva indotto altri greci a denominare una porzione dell'isola sarda col loro nome.
Per capire di quale parte si trattasse dovremmo tradurre meglio quella parte della geografia tolemaica e interpretare meglio i dati archeologici sulle presenze greche nell'isola appena prima delle guerre sardo-puniche. Tutti i dati presentati, per quanto incompleti, portano a concludere che la Sardegna prepunica era, nelle cronache di viaggio degli esploratori greci e fenici, molto più dell'isola a forma di orma di piede, della terra di conquista per lo spagnolo Norace, per il libico Sardo, per i Lidi dell'Anatolia, per i greci al seguito di Iolao, Dedalo, Aristeo, per i fuggiaschi Iliesi dalla disfatta di Troia…
La Sardegna era quella terra dell'occidente dove si realizzò, più che in ogni altro luogo dell'antichità, con la sola eccezione di un'altra grande isola del Mediterraneo, Creta, il punto d'incontro fra occidente e oriente, fra civiltà del levante, cultura ellenica, cultura celtica e la trascurata cultura dell'africa nord-occidentale.
L'archeologia racconta bene quest'incontro registrando il ritrovamento sia di elementi tipici delle diverse culture, nello stesso contesto, sia prodotti di sintesi che nella loro originalità raccontano non l'isolamento e l'arretratezza delle genti isolane, né un atteggiamento di puro assoggettamento alle novità culturali portate dai nuovi venuti.
La Sardegna fu la terra dove si confrontarono e forse si fusero lingue, religioni, costumi il cui risultato fu una cultura dai caratteri propri che a sua volta fu in qualche modo capace anche di condizionare le stesse culture dominanti che ebbero a che fare con essa. L’isola fu protagonista in quell'estremo occidente conosciuto e una delle sue regioni era abitata da antichi dominatori dei mari e di un vasto regno, dai vicini di casa dei Cineti e dei Celti: Tartesso era la Tharros Sarda

fonte: http://www.sardolog.com/perso/tartesso/fiume.htm

Nell'immagine il complesso del nuraghe Palmavera, lungo la costa di Alghero.

sabato 4 settembre 2010

Tartesso - parte 2° di 3



Tartesso 2° parte,
di Mario Cabriolu.


Il fiume Tartesso di cui non parla invece il vecchio testamento, sembra generare qualche complicazione anche in chi vuole la corrispondenza Tartesso=Tharros, in Sardegna: non esiste un fiume le cui rive vadano a lambirne le mura e non è mai esistito.
Restano valide però le osservazioni di Antonelli e di tutti gli altri studiosi i quali ritengono che nelle attestazioni più antiche del nome, Tartesso facesse riferimento ad un territorio più che ad una città.
Nell'area del golfo Tartessico sardo, l'attuale golfo di Oristano(6), sfocia il fiume più importante dell'isola, il Tirso, il Thyrsos degli autori classici (che coincide nella successione consonantica con la Tharshish biblica) che ha le sue sorgenti nel Gennargentu.
La complicazione è dovuta all'assenza di giacimenti di stagno in terra sarda o per lo meno nelle regioni attraversate dal Tirso. Come poteva quindi tale fiume trasportare il nobile metallo fin dentro le mura della città?
Riteniamo di poter proporre per tale problema una soluzione, originale, rivoluzionaria, ma quasi ovvia se trasliamo il mito in questione dall'attuale Atlantico al Mediterraneo occidentale.
Tale problema è strettamente legato ad un altro degli enigmi riproposti da Frau e ai quali lo stesso autore ha dato una risposta: le Cassiteridi. Si tratta delle mitiche isole dello stagno (cassiteros=stagno) ricordate da molti autori classici e localizzate abitualmente al di là delle Colonne d'Ercole, in pieno Atlantico.
Alcuni le tramandano come isole dal quale proveniva lo stagno (coinciderebbero con la Britannia), altri come le isole attraverso le quali veniva trasportato via mare lo stagno estratto dalla Britannia. Con quest'ultimo significato le Cassiteridi non erano altro che dei ponti, delle tappe obbligate lungo il trasporto via mare di stagno e argento nordico.
I geografi greci, nelle loro descrizioni delle terre e dei mari conosciuti, ci hanno tramandato alcune informazioni talmente discordanti dalla realtà che ancora oggi suscitano dibattiti e differenti interpretazioni. Si tratta di alcuni errori(7) tanto macroscopici che sono diventati emblematici:
1) si riteneva che l'Oceano fosse un grosso fiume le cui correnti scorrevano attorno a tutta la terra: così a più riprese è detto nell'Iliade, nell'Odissea e nella Teogonia di Esiodo.
2) il controverso lago Tritonide della Libya ad esempio, controverso proprio per l'attributo "lago" tramandato dai greci, coincide con l'attuale piccola Sirte…mare quindi e non lago.
3) la palude (o lago) Meotide, l'attuale mar d'Azov, è un'ulteriore esempio.
4) rientra nell'elenco anche il lago Ligustino di Avieno, sicuramente coincidente col mar Ligure.
I naviganti sapevano perfettamente di volta in volta in quali "acque" si trovavano: le acque poco profonde e calme del mare Tritonio furono interpretate dai fruitori della notizia come acque lacustri; le correnti dell'Oceano, divennero le acque del fiume Oceano.
I mercanti greci, di fronte alla distesa del mare che circondava le coste occidentali sicule, potevano scegliere fra tre direzioni possibili :
1) l'attraversamento del canale di Sicilia verso il Promontorio Ermeo, l'attuale capo Bon tunisino, visibile dal promontorio Lilibeo.
2) la navigazione "a vista" verso nord-est(8), lungo la costa siciliana.
3) la navigazione verso ovest/nord-ovest, verso l'ignoto.
I naviganti che sapevano di quell'isola in mezzo al mare occidentale, sapevano anche che per arrivarci, bisognava prendere la giusta corrente, aspettare quei venti di levante che come un dio avrebbero spinto le navi direttamente a Tartesso. Quella corrente per i naviganti era come uno stretto sentiero: sbagliare direzione era estremamente rischioso.
"La corrente del Tartesso ti trasporta fino all'isola, dove si divide in due rami che la circondano, e nell'isola c'è la città di Tartesso"…forse è proprio così che i primi naviganti descrivevano la traversata e quella corrente divenne, nella penna degli antichi geografi, così come per l'Oceano, quella di un fiume, il fiume Tartesso.
Quel fiume, con partenza da Tartesso, seguiva due distinte rotte, una verso nord, verso le coste Celtiche, una verso sud, verso la Libya o la Sicilia. Cambiando riferimenti quel fiume era la corrente, dotata di partenza e arrivo, e quindi di due distinte sorgenti, sulle opposte coste continentali.
Tartesso era il braccio di mare che metteva in comunicazione le coste dell'attuale Provenza con le coste nord Africane da una parte e le coste della Magna Grecia dall'altra attraverso la catena di isole Sardo-Corsa.
Il fiume Tartesso, i cui flutti trasportavano il minerale fin dentro le mura della città, coinciderebbe allora con quella via dello stagno non meglio specificata che aveva alcune tappe intermedie nelle Cassiteriti. Quella via è stata da tempo riconosciuta come importante rotta dei commerci nel Mediterraneo occidentale.
Lo stagno proveniente dalla Britannia o dall'attuale centro Europa raggiungeva in vario modo quel tratto di costa e da lì veniva messo a disposizione dei mercanti che battevano le vie di collegamento con i principali centri di smistamento verso le ricche popolazioni dell'oriente. Abbiamo a tal proposito una singolare testimonianza da parte di Strabone nella Geografia, Libro III,2.9, dove, descrivendo le ricchezze minerarie dell'Iberia, e in particolare della Turdetania, dice: "lo stagno, secondo Posidonio, non si trova in superficie, come ripetono gli storici, e viene perciò estratto nelle miniere; si produce tra i barbari che abitano oltre i Lusitani e nelle isole Cassiteridi; viene anche portato fino a Massalia dalle isole della Britannia".
Oltre allo stagno abbiamo documentati i traffici dall'area Baltica a tutto il mondo occidentale di allora di un'altra preziosissima sostanza: l'ambra. Una delle vie commerciali più battute era quella che attraverso l'Europa centrale giungeva fino al Rodano e da lì a sud verso le coste mediterranee: abbiamo visto in precedenza come Erodoto sapesse di un unico mercato per lo stagno e l'ambra provenienti dall'occidente.
Sulle Cassiteridi poi, oltre all’intuizione di Frau che nella Molibodes nesos, l'isola del piombo di Tolomeo, l'antica isola di S.Antioco, vede una delle isole dello stagno(9), ricordiamo quanto abbiamo già detto prima e cioè di come quelle isole fossero intese quali ponti, lungo la rotta commerciale dei metalli in occidente.
Riportiamo la testimonianza del Pais (fine XIX sec.): "Presso alla punta più a nord ovest della Sardegna giace una curva isoletta che anticamente era detta Herculis insula. Se si pone mente alla sua posizione, se si considera che i suoi due buoni approdi servono di rifugio anche oggi alle navi che vengono dalle coste della Francia, si troverà alquanto probabile che ivi fosse un'antica stazione marittima fenicia"(10).
L'Isola in questione è quella dell'Asinara, notissima sin dall'antichità proprio per la sua posizione lungo le rotte nord-sud e viceversa. Quest'isola, insieme a quella di Mal di Ventre, insieme alle isole di S. Pietro e S.Antioco poteva costituire l'insieme delle Cassiteridi: in questo contesto Tharros aveva una posizione fenomenale, di importanza strategica primaria.
Dovremmo a questo punto trovare testimonianze dell'esistenza della "rotta" a prescindere dai traffici greci o fenici e trovare la prova di scali commerciali Tartessi (Sardi) nell'attuale Francia meridionale risalenti al periodo precedente lo sviluppo delle colonie elleniche.
Ecateo di Mileto, il geografo del VI-V a.C. nella sua Periegesi, opera geografica della quale ci sono pervenuti solo pochi frammenti, ricorda, nei pressi di Massalia, la città celtica Nyrax. Il genitivo aveva la forma Nyracos, radice Nyrac-, che si legge Nurac, con la "u" alla francese. Ecateo la segnala come città celtica ma ciò non costituisce una particolare difficoltà per associarla ai vari Nura, Nurra, Nora, Norace presenti in Sardegna(11).
Quella città era sicuramente uno degli empori tartessici in terra Celtica, una delle stazioni navali da cui le merci provenienti dall'Europa centrale prendevano il mare verso l'Isola e da lì verso i ricchi mercati orientali.
Un'altra sbalorditiva testimonianza è presente nell'Ora Maritima di Avieno. Là dove descrive la costa Mediterranea a oriente rispetto ai Pirenei dice :
"Tutti questi luoghi si trovano nelle vicinanze dei flutti e delle correnti marine. Il territorio nell'interno, invece, era un tempo completamente in possesso dei selvaggi Cereti ed Ausocereti: oggi costoro appartengono entrambi alla gente degli Iberi [ulteriore conferma della presenza di Iberi al di qua dei Pirenei n.d.a.]. Il popolo dei Sordi, infine, abitava in contrade sperdute, fra tane d'animali(12), in un paese che, dalle boscose vette dei Pirenei, si estendeva fino al mare interno: essi avevano ampio potere sulla terra e sulle acque. Ai confini del territorio dei Sordi, sul limitare dei Pirenei, si dice che un tempo sorgesse una ricca città, dove spesso gli abitanti di Massalia venivano a scambiare le loro merci. Dopo la catena dei Pirenei si aprono le spiagge del litorale Cinetico, che il fiume Roscino solca per un bel tratto. Questa regione è territorio dei Sordiceni, come ho detto"(13).
Antonelli non dice nulla su questi Sordi che avevano potere sulla terra e sulle acque nei pressi dei Pirenei.
Lo stesso popolo è ricordato anche da Plinio col nome di Sordoni. I due nomi, Sordi e Sordoni, a meno della prima vocale, ricalcano i due nomi con cui gli autori classici facevano riferimento alle genti e alle cose dell'isola: Sardi e Sardoni.
Non crediamo si tratti di un'altra fantasia o di un'altro strafalcione interpretativo avieneo: l'autore latino tramanda un'informazione attendibile e antica sulla presenza di Sardi nel continente europeo, fatto comprovato dalla contemporanea citazione in quei pressi di un litorale Cinetico.
Vediamo ora alcuni documenti che attestano, alcuni in maniera inequivocabile, un legame fra la seconda isola del Mediterraneo e la mitica Tartesso.
La prima testimonianza è meno diretta delle seguenti perché non lega con precisione Tartesso alla Sardegna ma la pone lontana dall'Atlantico e vicina alla Corsica. Si tratta del famoso racconto di Erodoto delle esplorazioni Focee in occidente e del re di Tartesso Argantonio. Frau ha commentato il passo in maniera magistrale tanto che non ci sentiamo di aggiungere nulla. Lo straordinario lavoro di Sanna ha portato ulteriori prove documentali sulla probabile esistenza, in Sardegna, di un re Argantonio.
Sallustio e Pausania ci hanno raccontato di come il condottiero iberico Norace avrebbe fondato Nora, la città più antica della Sardegna, dandole il proprio nome. Più tardi Solino completa la notizia dichiarando Tartesso madrepatria di Norace.
È difficile interpretare questo passo anche perché in esso vi è una delle più antiche attestazioni del nome dell'edificio che è sinonimo di Sardegna, il Nuraghe. La notizia potrebbe rientrare fra le tante favole di fondazione proposte da autori classici, se non costituisse un'anomalia proprio da questo punto di vista.
I greci, imitati in questo dai latini, costruivano i miti sulla civilizzazione dei popoli o sulla fondazione di città, per dimostrare la legittimità, da parte loro, della sottomissione o dell'aspirazione alla conquista di quel dato popolo o città : è il caso della Sardegna, civilizzata da Aristeo, edificata da Dedalo, conquistata da Iolao…
Nel caso di Nora la notizia ci viene riferita da Pausania che sembra riprenderla da Sallustio il quale si rifà forse a Timeo, autore del IV-III a.C
Tartesso è quella località/città dell'occidente che non deve niente all'azione civilizzatrice ellenica; è una sorta di isola ricca e felice che fa quasi ombra alla grandezza ellenica, tanto che il mitico re Argantonio si è permesso il lusso di finanziare la ristrutturazione delle mura della città di Focea e di offrire nuova terra per concedere una nuova patria per i Focei in fuga.
Perché un greco, dopo aver costruito a tavolino la storiella dell'arrivo in Sardegna di Aristeo e di Dedalo al suo seguito, come portatori di civiltà (avrebbero insegnato agli abitanti locali la coltivazione dell'ulivo e l'edificazione dei Nuraghi), avrebbe dovuto inventarsi la fondazione della prima città in terra sarda da parte di un condottiero iberico-tartessico?
La notizia a ben vedere potrebbe non essere una pura invenzione e potrebbe addirittura far riferimento al mito di fondazione tramandato dai cittadini della città sarda. Che Tartesso fosse in Iberia come abbiamo già visto era ormai più che una convinzione per gli autori latini che interpretavano gli antichi miti a loro modo.
Quest'ultima ipotesi è sostenuta anche da un'altra prova concreta, la più concreta mai trovata dell'esistenza storica di Tartesso. Il documento più antico, per altro molto controverso, che parlerebbe della nota località è stato ritrovato in Sardegna, nelle campagne di Pula, vicino a Nora. Si tratta della famosa iscrizione in caratteri fenici ritrovata nel XIX secolo e da allora oggetto di studi da parte di moltissimi esperti che hanno fornito diverse traduzioni anche molto discordanti fra loro, indice questo di grosse difficoltà interpretative.
La prima riga però per la maggior parte degli studiosi dovrebbe leggersi b-TRShSh = in T(a)rsh(i)sh, ovvero "in Tartesso".
È la prova che Nora in antichità avrebbe avuto anche il nome di Tartesso; è la prova che la Sardegna ha avuto la sua Tartesso, probabilmente l'unica mai esistita.
Tutto questo sembra non lasciar molto spazio ad altre possibilità: è Nora la mitica Tartesso? Teniamo presente che Sallustio e Pausania sanno di Norace che giunge a Nora dall'Iberia. Frau ci ha ricordato che per gli antichi il termine iberia in origine era sinonimo di "occidente" e solo con la definizione precisa della geografia dell'ovest ha coinciso con l'attuale penisola Iberica. È possibile quindi che Norace arrivasse dall'occidente...da quale ?
Anche la scomparsa del nome Tartesso nell'area di Pula deve farci riflettere: appartenendo probabilmente il nome TRShSh al sostrato mediterraneo è difficile che qualcuno si fosse preso la briga di cambiarlo in Nora nome altrettanto antico e altrettanto indigeno.
Della città non si sa più nulla dalla fine del VI a.C. Nella Spagna sud occidentale i Punici non arrivarono se non a cavallo delle prime due guerre che li videro contrapposti ai romani; in Sardegna i Punici combatterono, subirono delle sconfitte e presumibilmente ebbero la meglio alla fine, proprio a cavallo fra VI e V a.C.
Se i Punici avessero sconfitto gli eserciti di Tartesso e distrutto o, nella migliore delle ipotesi, occupato la città, difficilmente riedificandola le avrebbero assegnato un nome tanto sardo che più sardo non si può. Le avrebbero lasciato lo stesso nome oppure, data l'enorme fantasia di cui erano solitamente dotati, le avrebbero affibbiato il solito nome di "Città Nuova". Tale circostanza diventerà un'abitudine solo qualche secolo dopo.
È possibile che i Punici, consapevoli dell'importanza della conquista effettuata e volendo comunque onorare una città che aveva contribuito all'ascesa della propria madre Tiro abbiano optato per un nome che fosse una dedica alla Tiro Fenicia. Il Fara descrivendo l'entroterra di Tharros dice: "S.Marco di Sinis: si estende tutta in pianura sul versante occidentale, si incunea fra i monti Menomeni ed il corso del fiume Tramatza per giungere sino ai confini del Montiferru. Vi si erano un tempo insediati i Celsitani, popolazione menzionata da Tolomeo, e scomparve l'antica città nota allo stesso come Tharros e nella "Storia di Sant'Efisio" ed in altri antichissimi documenti come "Tiro". Questo passaggio del Fara è utilizzato dal Wagner per evidenziare la radice comune del sardo Tharros e dell'ebraico Zar con cui era nota l'antica Tiro. È possibile allora che fosse Tharros e non Nora l'antica Tartesso?

Note

6 La configurazione del Golfo di Oristano sembra ricalcare perfettamente la descrizione avienea del golfo Tartessico, chiuso dai due opposti promontori : la Rocca di Gerione e il promontorio del Tempio sarebbero il capo S.Marco e il capo Frasca. Per ulteriore conferma riportiamo la breve descrizione effettuata dal Fara, intorno al 158 : "Sede della diocesi era l'antica città di Tirrha o Thurra menzionata da Tolomeo, proprio sul promontorio di San Marco che, proteso sul mare per lunghissimo tratto forma e racchiude, insieme ad un altro promontorio detto Frasca, il vastissimo golfo di Oristano, in grado di accogliere flotte di qualsiasi entità" nella traduzione di M.T.Laneri tratta da I.F.Farae, Opera 1 In Sardiniae Corographiam, ed. Gallizzi, Sassari 1992, p.191.
7 Forse sarebbe meglio dire che l'errore è stato commesso dai vari interpreti delle notizie. I naviganti sapevano perfettamente in quali "acque" navigavano.
8 Non stupisca la rotta verso nord-est lungo la costa settentrionale della Sicilia; basta osservare rapidamente le carte tolemaiche della Sicilia e vedere che quella era allora il presunto orientamento di quella costa.
9 S. Frau, Le Colonne d'Ercole, op. cit., p. 102
10 E. Pais, Sardegna prima del dominio romano, Roma 1881
11 Sui celti è utile riferire quanto ha detto D. Harden, uno dei maggiori esperti in materia: "A proposito del loro vero nome, i Greci lo scrivevano Keltoi, come lo appresero direttamente dalla pronuncia locale. Eccezion fatta per l'uso di questo nome per un gruppo tribale in Spagna, come già si è detto, sembra che altrove sia stato usato a includere tribù di nomi differenti; questa evidenza è però basata su fonti più recenti di Erodoto. Il nome "Celti" non fu mai applicato dagli antichi scrittori alle genti della Britannia e dell'Irlanda, per quanto se ne sa, e non c'è nessuna prova che le genti del luogo usassero questo nome per designare se stesse. Ciò non esclude però, che alcuni isolani fossero Celti, ma in questo caso ci si deve basare su prove differenti. Nella maggioranza delle loro applicazioni moderne, le parole "Celta" e "Celtico" entrarono nell'uso, come risultato del sorgere del movimento romantico, dalla metà del XVIII secolo. (…) Circa un quarto di secolo dopo la morte di Erodoto, l'Italia settentrionale fu invasa da barbari che vi giungevano attraverso i passi alpini. Questi invasori erano i Celti, come è dimostrato dai loro nomi e dalle descrizioni, ma i Romani li chiamarono Galli da cui derivarono i nomi di "Gallia Cisalpina" e "Transalpina". Polibio, che scrisse più di due secoli dopo, si riferisce a questi invasori col nome di Galati, parola che fu poi largamente usata dagli scrittori greci. D'altra parte Diodoro Siculo, Cesare, Strabone e Pausania riconobbero che Galli e Galati erano gli equivalenti di Keltoi-Celti; Cesare chiarisce inoltre che i Galli del suo tempo si davano il nome di Celti…".
12 La questione ci porterebbe abbastanza fuori tema, anche se solo apparentemente; facciamo rilevare che anche in tal caso la semplice citazione dei Celti da parte di Erodoto come di popolo fra i più occidentali dell'Europa (secondi solo ai Cinesi-Cineti), ha condizionato tutti gli autori successivi che hanno parlato sempre e comunque di Celti anche in totale assenza e di precisi caratteri etnici, di lingua, di costumi e anche quando lo stesso nome di Celti non era conosciuto dalle popolazioni a cui veniva attribuito ! Le città Celtiche del sud dell'attuale Francia erano semplicemente non-elleniche.
13 Facciamo notare quanto contrasti la descrizione delle dimore dei Sordi (tane di animali) col fatto che più avanti li si definisca dominatori della terra e delle acque. Questo fatto ci ricorda il modo di vivere dei Sardi delle montagne così come riferito da Strabone. Il Motzo nel 1926 dimostrò il fraintendimento degli autori greci che tradussero i termini sardi Nora e Nurax, per loro sconosciuti, con i verbi greci nyreo, nyrizo, nyro, nytto che indicano tutti l'atto di scavare. Anche i Sordi vivevano in dimore chiamate Nura, Nora e simili?

fonte: http://www.sardolog.com/perso/tartesso/fiume.htm

Domani la 3° e ultima parte.

Tartesso - parte 1° di 3



Tartesso, di Mario Cabriolu, parte prima
Sono in molti a sostenere che Tartesso non fosse il nome di una città (quindi di un abitato con limiti ben definiti), ma un territorio ampio. Alcune tra le più antiche attestazioni del nome, infatti, non fanno esplicito riferimento ad una città. A questo proposito è ancora l'Ora Maritima di Avieno l'opera da cui si attinge maggiormente per ricercare una qualche rispondenza geografica con i territori del basso Guadalquivir.
Antonelli, nella sua analisi stratigrafica del testo avieneo, nota come, nel nucleo arcaico (VI a.C.) su cui è basata l'opera :
"la fonte di Avieno non menziona alcun centro abitato con funzione eponima, che si qualifichi come autentico nucleo economico e commerciale del territorio"(1); e più oltre: "Il fiume, e non una città, si rivela perciò elemento caratterizzante del paesaggio". L'autore prosegue affermando che "Al nome di Tartesso sono inoltre collegati altri elementi paesaggistici, tutti in ogni caso privi di qualsiasi riferimento ad una realtà urbana centrale ed eponima e dunque presumibilmente risalenti ad antiche informazioni sul territorio"(2), si tratta dello stretto tartessico, delle rive tartessiche, del golfo tartessico, del monte tartessico, dell'isola dominata dai tartessi e del confine dei tartessi.
Antonelli è completamente impegnato ad evidenziare il fatto che le testimonianze più antiche su Tartesso sembrano non far riferimento ad una città e trascura un'altro aspetto, di non minor rilievo: fra i 6 elementi elencati, 4 sono relativi ad ambiente costiero o marino (stretto, rive, golfo, isola), 1 all'interno (monte), 1 è generico (confine). A questi si aggiunge il fiume, di cui parlano anche tante altre fonti antiche, che pare essere l'elemento maggiormente caratterizzante quel territorio…un territorio di cui si conoscono soprattutto gli ambiti costieri.
Polibio, nel II a.C., affermava che dalla foce dell'Arno a quella del Rodano, si navigava per cinque giorni continui lungo il paese abitato dai Liguri, da cui tutto quel tratto di mare si chiamava ligustico.
Nell'Ora Maritima di Avieno così è descritto tale fiume:
"Dopo aver attraversato il lago Ligustino, il fiume Tartesso, nel punto in cui getta le sue acque in quelle del mare aperto, abbraccia da ogni parte un'isola. Esso non scorre in un alveo semplice, non è unico il letto con cui solca la terra: tre sono i bracci che spinge nei campi ..."(3)

La successione è la seguente:
il lago Ligustino (sconosciuto dagli antichi in terra Andalusa), un'isola circondata dal fiume in prossimità della foce (mai registrata da alcun viaggiatore dell'antichità), il mare aperto.
Gli elementi individuati sono tutti prossimi alla costa.
Strabone così parla dell'area dell'attuale Guadalquivir in Geografia III,2.11: “Sembra che gli antichi chiamassero il Betis Tartesso, e Gadeira, con tutte le isole vicine, Erytheia. Per questo si suppone che Stesicoro cantasse così a proposito del bovaro di Gerione, dicendo che era nato più o meno di fronte all'inclita Erytheia presso le sorgenti eterne del fiume Tartesso, che hanno radici d'argento nel cavo di una roccia. Poiché il fiume ha due sorgenti, si dice che anticamente, nella terra di mezzo, esistesse una città che si chiamava, come il fiume, Tartesso, mentre la regione si chiamava Tartesside, occupata al giorno d'oggi dai Turduli. Invece Eratostene dice che la regione contigua a Calpe si chiamava Tartesside e che Erytheia si chiamava isola fortunata. A lui però si oppone Artemidoro, dicendo che tale affermazione è falsa”.
Della testimonianza di Stesicoro vogliamo sottolineare il fatto che la sua isola Erytheia si troverebbe di fronte alle sorgenti del fiume Tartesso; è come dire che l'isola è vicina alle sorgenti del fiume: ancora una volta si parla di un fiume nei pressi di un ambiente prettamente marino.
In Pseudo Scimno abbiamo un'altra importante testimonianza :
"Anch'egli conosce l'esistenza di un fiume che trasporta metallo prezioso a Tartesso. In questo caso tuttavia il corso d'acqua proviene genericamente dalla Celtica, e non da un monte dell'argento, e trascina soltanto schegge di stagno, oltre a oro e rame"(4)
La Celtica è la regione Europea a nord dei Pirenei e nessun fiume discende da quelle regioni verso il sud-ovest della Spagna.
Infine :
"Un passo di Aristotele afferma che dalla catena dei Pirenei scenderebbero a valle, su versanti opposti, tanto l'Istro (l'attuale Danubio), quanto il Tartesso."(5)
Gravi indecisioni e incertezze sono espresse da tutti coloro che, dovendo fare i conti con tali testimonianze, continuano a cercare la città in Andalusia: il fiume Tartesso per tutti era il Betis (l'odierno Guadalquivir); qualcuno propone l'Anas (od. Guadiana), per la sua maggiore vicinanza con le regioni minerarie più importanti di quell'area.
Entrambi i fiumi:
non avevano sorgenti in territorio celtico, non formavano dei laghi lungo il percorso con delle isole all'interno, non avevano, di fronte alla sorgente, una qualunque isola Eritheia, non avevano un letto che si suddivideva in più rami e le loro acque non potevano trasportare indistintamente stagno, argento, oro, rame...
Perché poi qualcuno avrebbe dovuto ritenere importante riferire l'esistenza di due sorgenti a proposito del fiume Tartesso?
Tutte le altre informazioni sono rilevanti da un punto di vista geografico, quest'ultima sembra quasi stupida: o si vuole intendere che il fiume aveva due affluenti principali (notizia che presupporrebbe una dettagliata conoscenza anche dell'entroterra, la qual cosa non può esser vera, data la scarsa conoscenza del più noto ambito costiero) oppure si tratterebbe della solita notizia priva di fondamento riportata per esaltare il mito.
È possibile che tale notizia abbia invece una precisa corrispondenza geografica, e lo vedremo meglio più avanti.
Gli studiosi delle origini etniche dei popoli di una certa regione si affidano normalmente alla toponomastica. Fra tutti, i nomi che hanno maggiore persistenza sono proprio quelli dei fiumi.
Entrambi i nomi antichi dei due fiumi iberici, l'Anas e il Betis, sono di origine indigena: perché il nome originario di uno di essi (Tartesso) sarebbe scomparso?

Domani la seconda delle tre parti.

Note:
1 L.Antonelli, Il periplo nascosto, Padova 1998, p.52
2 L.Antonelli, Il periplo nascosto, op. cit., pp.52-53
3 L.Antonelli, Il periplo nascosto, op. cit., p. 129
4 L.Antonelli, Il periplo nascosto, op. cit., p. 99
5 L.Antonelli, Il periplo nascosto, op. cit., p. 100

fonte: http://www.sardolog.com/perso/tartesso/fiume.htm
L'immagine con le carte geografiche è tratta da aytoalmonte.es e da losalcores.net