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sabato 10 gennaio 2026

Ossidiana, la preziosa roccia nera di Monte Arci. Articolo di Pierluigi Montalbano

 Ossidiana, la preziosa roccia nera di Monte Arci

Articolo di Pierluigi Montalbano


Nella Sardegna centro-occidentale si erge il massiccio vulcanico del Monte Arci, alto 800 m, sotto i cui boschi di lecci, roverelle e corbezzoli  e tra la macchia di lentisco, erica e cisto, troviamo un giacimento di ossidiana datata 3 milioni di anni fa, uno dei maggiori fattori di attrazione per le prime comunità neolitiche. Questo vetro vulcanico scuro e lucente si forma per il raffreddamento rapido di lave acide e fu utilizzata per la realizzazione di strumenti come punte di freccia, lame, perforatori, raschiatoi, e come pietra preziosa per gioielli e ornamenti. Verso la fine dell’età della pietra, circa 6000 anni fa, le reti commerciali navali distribuirono questa risorsa attraversando notevoli distanze, superando il problema della sua reperibilità visto che l’ossidiana si trova solo a Lipari, Palmarola e Pantelleria, oltre all’isola di

Melos nel Mare Egeo.

Il dibattito sull’ossidiana sarda risale alla prima metà dell’800, quando Alberto Ferrero de La Marmora descrisse estesi depositi sul versante orientale del Monte Arci. Più tardi, nel 1955, uno studio di Cornelio Puxeddu portò all’individuazione di quasi 300 officine con scarti di lavorazione provenienti da tre giacimenti originari. Questa materia prima è stato fondamentale per capire i flussi della sua circolazione e le reti di scambio che partono dalla Sardegna, oltre alle conoscenze relative agli aspetti sociali, ai meccanismi di sfruttamento, della produzione, della circolazione e dell’uso dei prodotti.

Sono state classificate tre differenti tipologie di depositi di ossidiana: giacimenti primari in cui il vetro vulcanico è inglobato nella matrice di formazione originaria; giacimenti secondari, distanti fino a 20 km, con ciottoli presenti negli antichi corsi fluviali della pianura del Campidano; industrie di lavorazione dove giungevano i nuclei per essere rifiniti prima di essere commercializzati.

Una questione a parte degna di attenzione è l’attività sperimentale, cioè la riproduzione dei gesti tecnici della scheggiatura dell’ossidiana riferibili a epoche precise. Questa pratica ha rivelato che tutte le qualità di ossidiana sono adatte all’applicazione delle tecniche e delle sequenze operative che si riscontrano nel Mediterraneo, pertanto la selezione nell’approvvigionamento della materia prima, almeno inizialmente, si delinea in relazione ad altri fattori e non si notano funzioni di filtro nella circolazione delle diverse qualità, come avviene, invece, successivamente. Oggi lo studio della produzione del materiale rivela un sistema di raccolta della materia prima non selettivo, con un ruolo chiave giocato soprattutto dai depositi secondari. Nel V millennio a.C., non sono stati documentati centri di lavorazione specializzati sul Monte Arci, finalizzati a sfruttare i cospicui depositi primari. Le attività di scheggiatura per l’uso immediato e per lo scambio sembrano svolgersi prevalentemente nei villaggi.

I primi atelier

Intorno al IV millennio a.C. si nota l’impianto di centri di lavorazione sul Monte Arci, opportunamente posizionati presso i depositi primari, di cui sono sfruttati i materiali in affioramento senza realizzare attività di cava. La più grande concentrazione di questi atelier, talora di notevole estensione, si registra nel territorio del comune di Pau lungo il versante orientale del Monte Arci dove sono state localizzate 20 officine di scheggiatura, la più estesa delle quali, in regione Sennixeddu, ricopre una superficie di oltre venti ettari. Dagli studi in corso sugli scarti di lavorazione si cerca di definire i criteri di organizzazione e il livello di specializzazione della produzione, ma già oggi sappiamo che c’era una tendenza alla standardizzazione dei metodi e dei prodotti della scheggiatura. La presenza di errori tecnici frequenti e ricorrenti indica un basso investimento tecnico, una competenza non sempre elevata e la presenza di apprendisti in seno ai gruppi di lavoro. L’obiettivo della produzione di queste officine era quello di realizzare nuclei sbozzati e semilavorati, da immettere nelle reti di distribuzione interregionale. E’ di questa fase conclusiva del Neolitico l’installazione di un’attività di riduzione più sistematizzata e di scala, indizio di una mutata funzione e organizzazione della produzione e dell’instaurarsi di un principio di specializzazione per alcune attività artigianali. L’incremento della stessa scala di produzione segna un forte mutamento nella valutazione del bene e nella sua funzione sociale: questo è il momento in cui nella richiesta della materia prima sembra prevalere un’esigenza pratica e l’ossidiana risulta presente in quantità dominanti nei villaggi di un territorio regionale di più stretta affinità culturale rappresentato dal blocco insulare sardo-corso.

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