Ossidiana, la preziosa roccia nera di Monte Arci
Articolo di Pierluigi Montalbano
Nella Sardegna centro-occidentale si erge il massiccio vulcanico del Monte Arci, alto 800 m, sotto i cui boschi di lecci, roverelle e corbezzoli e tra la macchia di lentisco, erica e cisto, troviamo un giacimento di ossidiana datata 3 milioni di anni fa, uno dei maggiori fattori di attrazione per le prime comunità neolitiche. Questo vetro vulcanico scuro e lucente si forma per il raffreddamento rapido di lave acide e fu utilizzata per la realizzazione di strumenti come punte di freccia, lame, perforatori, raschiatoi, e come pietra preziosa per gioielli e ornamenti. Verso la fine dell’età della pietra, circa 6000 anni fa, le reti commerciali navali distribuirono questa risorsa attraversando notevoli distanze, superando il problema della sua reperibilità visto che l’ossidiana si trova solo a Lipari, Palmarola e Pantelleria, oltre all’isola di
Melos nel Mare Egeo.
Il dibattito sull’ossidiana sarda risale alla prima metà
dell’800, quando Alberto Ferrero de La Marmora descrisse estesi depositi sul
versante orientale del Monte Arci. Più tardi, nel 1955, uno studio di Cornelio
Puxeddu portò all’individuazione di quasi 300 officine con scarti di
lavorazione provenienti da tre giacimenti originari. Questa materia prima è
stato fondamentale per capire i flussi della sua circolazione e le reti di
scambio che partono dalla Sardegna, oltre alle conoscenze relative agli aspetti
sociali, ai meccanismi di sfruttamento, della produzione, della circolazione e
dell’uso dei prodotti.
Sono state classificate tre differenti tipologie di depositi
di ossidiana: giacimenti primari in cui il vetro vulcanico è inglobato nella
matrice di formazione originaria; giacimenti secondari, distanti fino a 20 km, con
ciottoli presenti negli antichi corsi fluviali della pianura del Campidano;
industrie di lavorazione dove giungevano i nuclei per essere rifiniti prima di
essere commercializzati.
Una questione a parte degna di attenzione è l’attività
sperimentale, cioè la riproduzione dei gesti tecnici della scheggiatura
dell’ossidiana riferibili a epoche precise. Questa pratica ha rivelato che
tutte le qualità di ossidiana sono adatte all’applicazione delle tecniche e
delle sequenze operative che si riscontrano nel Mediterraneo, pertanto la
selezione nell’approvvigionamento della materia prima, almeno inizialmente, si
delinea in relazione ad altri fattori e non si notano funzioni di filtro nella
circolazione delle diverse qualità, come avviene, invece, successivamente. Oggi
lo studio della produzione del materiale rivela un sistema di raccolta della
materia prima non selettivo, con un ruolo chiave giocato soprattutto dai
depositi secondari. Nel V millennio a.C., non sono stati documentati centri di
lavorazione specializzati sul Monte Arci, finalizzati a sfruttare i cospicui
depositi primari. Le attività di scheggiatura per l’uso immediato e per lo
scambio sembrano svolgersi prevalentemente nei villaggi.
I primi atelier
Intorno al IV millennio a.C. si nota l’impianto di centri di
lavorazione sul Monte Arci, opportunamente posizionati presso i depositi
primari, di cui sono sfruttati i materiali in affioramento senza realizzare
attività di cava. La più grande concentrazione di questi atelier, talora di
notevole estensione, si registra nel territorio del comune di Pau lungo il
versante orientale del Monte Arci dove sono state localizzate 20 officine di
scheggiatura, la più estesa delle quali, in regione Sennixeddu, ricopre una
superficie di oltre venti ettari. Dagli studi in corso sugli scarti di
lavorazione si cerca di definire i criteri di organizzazione e il livello di
specializzazione della produzione, ma già oggi sappiamo che c’era una tendenza
alla standardizzazione dei metodi e dei prodotti della scheggiatura. La
presenza di errori tecnici frequenti e ricorrenti indica un basso investimento
tecnico, una competenza non sempre elevata e la presenza di apprendisti in seno
ai gruppi di lavoro. L’obiettivo della produzione di queste officine era quello
di realizzare nuclei sbozzati e semilavorati, da immettere nelle reti di
distribuzione interregionale. E’ di questa fase conclusiva del Neolitico
l’installazione di un’attività di riduzione più sistematizzata e di scala,
indizio di una mutata funzione e organizzazione della produzione e
dell’instaurarsi di un principio di specializzazione per alcune attività
artigianali. L’incremento della stessa scala di produzione segna un forte
mutamento nella valutazione del bene e nella sua funzione sociale: questo è il
momento in cui nella richiesta della materia prima sembra prevalere un’esigenza
pratica e l’ossidiana risulta presente in quantità dominanti nei villaggi di un
territorio regionale di più stretta affinità culturale rappresentato dal blocco
insulare sardo-corso.
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